Visualizzazione post con etichetta Chiesa di Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa di Roma. Mostra tutti i post
sabato 2 marzo 2019
giovedì 22 febbraio 2018
mercoledì 22 febbraio 2017
mercoledì 10 agosto 2016
IN FESTO SANCTI LAURENTII MARTYRIS
Festa di
San Lorenzo Martire, copatrono di Roma, Stauroforo di Santa Romana Chiesa.
“Roma,
antica madre dei templi pagani, ormai devota a Cristo, vittoriosa sotto il
comando di Lorenzo, riporti il trionfo sui riti barbari. Avevi vinto i re
superbi, avevi imbrigliato i popoli, ora imponi il giogo del comando agl’idoli
mostruosi. Questa sola gloria mancava alle insegne della città togata: la
gloria di domare l’immondo Giove, non con le forze tumultuose di un Cosso, di
un Camillo, o di un Cesare, ma con la battaglia non incruenta del martire
Lorenzo. [...] Tre, quattro, sette volte felice il Romano che può
celebrare da vicino te e il luogo in cui riposano le tue ossa! Egli si
prosterna nel tuo santuario; bocconi a terra, l’innaffia di lacrime e vi versa
i suoi voti. [...] È là, o San Lorenzo, che noi andiamo a cercare il ricordo
delle tue sofferenze, perché tu hai due palazzi in cui dimori: quello del corpo
sulla terra, quello dell’anima nel cielo. Il cielo, ineffabile città che ti fa
membro del suo popolo, che, nelle file del suo eterno senato, pone sulla tua
fronte la corona civica! Con le tue gemme risplendenti appari come l’uomo che
la Roma celeste elesse a perpetuo console! Le tue funzioni, il tuo credito, la
tua potenza si rivelano agli entusiasmi dei Quiriti esauditi nelle suppliche
che ti hanno presentato. Qualsiasi richiesta viene ascoltata; tutti pregano in
libertà, formulano i loro voti; nessuno riporta con sé il suo dolore. Sii
sempre pronto a soccorrere i figli della città regina: che essi abbiano un
fermo appoggio nel tuo amore di padre; che trovino in te la tenerezza e il
latte del seno materno. Ma tra essi, tu l’onore di Cristo, ascolta anche
l’umile postulante che confessa la sua miseria e rigetta le sue colpe. Io mi so
indegno, lo riconosco, indegno di essere esaudito da Cristo; ma protetti dai
Martiri, si può ottenere il rimedio ai propri mali. Ascolta uno che ti
supplica: nella tua bontà, sciogli le mie catene, liberami dalla schiavitù
della carne e dai vincoli del mondo!”
(Aurelio Prudenzio, Peristephanon Liber, II, 1-16, 529-536, 549-584)
![]() |
| S. Lorenzo, Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma |
![]() |
| Annibale Carracci, Apoteosi di S. Lorenzo, XVI sec., museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Lorenzo, XVII sec., chiesa di Santo Tomás, Valencia |
![]() |
| Francesco Gessi, Madonna con il Bambino e i SS. Lorenzo, Dorotea Nicola e Francesca Romana, 1620, Pinacoteca di Brera, Milano |
![]() |
| Guercino, Martirio di S. Lorenzo, 1628, Cattedrale, Ferrara |
![]() |
| Giovanni Battista Carlone, o Carloni, Martirio di S. Lorenzo con S. Chiara ed altri Santi, 1632, Oratorio di S. Lorenzo, Cogoleto |
![]() |
| A.G., S. Lorenzo martire, 1639, museo diocesano, Civitavecchia |
![]() |
| Gaetano Lapis, Martirio di S. Lorenzo, 1745, Cattedrale di S. Settimio, Jesi |
![]() |
| Gaetano Peverada, Madonna col Bambino con i SS. Lorenzo ed Eurosia, 1766, chiesa parrocchiale di S.Lorenzo Martire, Mariano al Brembo |
![]() |
| Francesco Lorenzi, Martirio di S. Lorenzo, 1766-67, Duomo, Pescantina |
![]() |
| Ambito veneto, SS. Lorenzo e Sisto II papa, XIX sec. |
![]() |
| Pietro Labruzzi, Condanna di S. Lorenzo, 1810 circa, Cattedrale di S. Lorenzo, Tivoli |
![]() |
| Giuseppe Resi, Martirio di S. Lorenzo, 1964, Parrocchia di S. Lorenzo martire, Begosso, Terrazzo (VR) |
![]() |
| Bruno Bruni d'Acervia, S. Lorenzo, 1999 |
![]() |
| Statua di S. Lorenzo, Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma |
martedì 19 luglio 2016
19 luglio 1943: in ricordo del bombardamento, ad opera dagli esportatori di democrazia, del quartiere S. Lorenzo e del Verano a Roma
![]() |
| Monumento di Pio XII al Verano, Roma.
Il venerabile Pio XII si dimostrò vero Pastor Angelicus et Defensor Civitatis proprio il 19 luglio 1943, allorché l'aviazione anglo-americana scatenava l'inferno su Roma, la Città Santa del Cattolicesimo. Nel corso dei diversi bombardamenti furono uccise tremila persone e distrutti numerosi edifici, tra cui la basilica di San Lorenzo al Verano. Papa Pacelli accorse immediatamente, senza scorta, per portare la sua benedizione ("col conforto della fede") alla popolazione sconvolta, l'aiuto materiale che poté raccogliere e la preghiera di suffragio per le anime delle vittime.
Quello non fu l'unico bombardamento. Altri ne seguirono. Ad essi non fu del tutto estraneo, come sembra emergere dai documenti storici recenti di cui è incerta l'autenticità, lo stesso Alcide de Gasperi (v. qui, ma anche qui). |
![]() |
| Il bombardamento celebrato dagli esportatori di democrazia ...... |
Cfr. 19 Luglio 1943. Distruzione a Roma. Pio XII in mezzo alla folla consola benedice e porta aiuti materiali, in Chiesa e postconcilio, 20.7.2016
giovedì 26 maggio 2016
venerdì 19 febbraio 2016
Un incontro storico tra l'Antica Roma e la "Terza Roma"? Il punto di vista dello storico prof. De Mattei
Abbiamo già avuto modo di offrire il nostro punto di
vista, in una presentazione semiseria (o forse più seria di quanto si creda), dello “storico” incontro tra il vescovo
di Roma ed il patriarca della Terza Roma (v. qui). Molti i commenti
susseguitisi. Alcuni, al di là delle tinte eminentemente politiche (v. anche le dichiarazioni del patriarca Kirill), hanno posto
in rilievo come lo stesso entourage ed i laudatores del vescovo di Roma
tentino di “smorzare” la portata dell’incontro (v. Giuseppe Rusconi, Dichiarazione Kirill-Francesco:
quanto vale la firma del papa?, in Rossoporpora, 15.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 16.2.2016. Cfr. pure ivi); altri hanno evidenziato il rammarico della Chiesa cattolica ucraina (cfr. La protesta dei cattolici ucraini: L'arcivescovo di Kiev dà voce all'amarezza dei suoi fedeli, ivi, 17.2.2016); altri ancora, infine, hanno tenuto a sottolineare come, nonostante alcune affermazioni decisamente
cattoliche contenute nella dichiarazione comune, di un cattolicesimo che forse
non siamo più abituati a sentire (v. Ortodossi più....ortodossi dei cattolici?, in MiL, 20.2.2016), la c.d. ortodossia ha, tuttavia, profonde differenze,
non solo liturgiche e disciplinari, con la Chiesa cattolica (cfr. Corrado Gnerre, Cattolicesimo e
ortodossia: lo stesso cristianesimo?, in Civiltà cristiana, 15.2.2016).
Nel seguente contributo, offriamo il punto di vista
del prof. De Mattei. L’articolo, già rilanciato anche da Chiesa e postconcilio, è tradotto in inglese dall’immancabile Rorate caeli.
Lo “storico” incontro tra Francesco e Kirill
di Roberto de Mattei
Tra i tanti successi attribuiti dai mass-media a papa Francesco, c’è quello
dello “storico incontro”, avvenuto il 12 febbraio a L’Avana, con il patriarca
di Mosca Kirill. Un avvenimento, si è scritto, che ha visto cadere il muro che
da mille anni divideva la Chiesa di Roma da quella di Oriente.
L’importanza dell’incontro, secondo le parole dello stesso Francesco, non
sta nel documento, di carattere meramente “pastorale”, ma nel fatto di una
convergenza verso una meta comune, non politica o morale, ma religiosa. Al
Magistero tradizionale della Chiesa, espresso da documenti, papa Francesco
sembra dunque voler sostituire un neo-magistero, veicolato da eventi simbolici.
Il messaggio che il Papa intende dare è quello di una svolta nella storia della
Chiesa. Ma è proprio dalla storia della Chiesa che occorre partire per
comprendere il significato dell’avvenimento. Le inesattezze storiche sono
infatti molte e vanno corrette perché è proprio sui falsi storici che spesso si
costruiscono le deviazioni dottrinali.
Innanzitutto non è vero che mille anni di storia dividono la Chiesa di Roma
dal Patriarcato di Mosca, visto che questo è nato solo nel 1589. Nei cinque
secoli precedenti, e prima ancora, l’interlocutore orientale di Roma era il
Patriarcato di Costantinopoli. Nel corso del Concilio Vaticano II, il 6 gennaio
1964, Paolo VI incontrò a Gerusalemme il patriarca Atenagora per avviare un
“dialogo ecumenico” tra il mondo cattolico e il mondo ortodosso. Questo dialogo
non è riuscito ad andare avanti a causa della millenaria opposizione degli
ortodossi al Primato di Roma. Lo stesso Paolo VI lo ammise in un discorso al
Segretariato dell’Unità per i cristiani del 28 aprile 1967, affermando: «Il Papa, noi lo sappiamo bene, è senza dubbio l’ostacolo più
grande sul cammino dell’ecumenismo» (Paolo VI, Insegnamenti, VI, pp. 192-193).
Il patriarcato di Costantinopoli costituiva una delle cinque sedi
principali della cristianità stabilite dal Concilio di Calcedonia del 451. I
patriarchi bizantini sostenevano però che dopo la caduta dell’Impero romano,
Costantinopoli, sede del rinato Impero romano d’Oriente, sarebbe dovuta
divenire la “capitale” religiosa del mondo. Il canone 28 del Concilio di
Calcedonia, abrogato da san Leone Magno, contiene in germe tutto lo scisma
bizantino, perché attribuisce alla supremazia del Romano Pontefice un
fondamento politico e non divino. Per questo nel 515, papa Ormisda (514-523)
fece sottoscrivere ai vescovi orientali una Formula di Unione,
con cui essi riconoscevano la loro sottomissione alla Cattedra di Pietro
(Denz-H, n. 363).
Tra il V e il X secolo, mentre in Occidente si affermava la distinzione tra
l’autorità spirituale e il potere temporale, in Oriente nasceva intanto il
cosiddetto “cesaropapismo”, in cui la Chiesa viene di fatto subordinata all’Imperatore
che se ne ritiene il capo, in quanto delegato di Dio, sia nel campo
ecclesiastico che in quello secolare. I patriarchi di Costantinopoli erano di
fatto ridotti a funzionari dell’Impero bizantino e continuavano ad alimentare
un’avversione radicale per la Chiesa di Roma.
Dopo una prima rottura, provocata dal patriarca Fozio nel IX secolo, lo
scisma ufficiale avvenne il 16 luglio 1054, quando il patriarca Michele
Cerulario dichiarò Roma caduta nell’eresia per motivo del “Filioque” ed altri pretesti. I legati romani deposero
allora contro di lui la sentenza di scomunica sull’altare della chiesa di Santa
Sofia a Costantinopoli. I principi di Kiev e di Mosca, convertiti al
Cristianesimo nel 988 da san Vladimiro, seguirono nello scisma i patriarchi di Costantinopoli,
di cui riconoscevano la giurisdizione religiosa. Le discordie sembravano
insormontabili ma un fatto straordinario avvenne il 6 luglio 1439 nella
cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, quando il Papa Eugenio IV,
annunciò solennemente, con la bollaLaetentur Coeli (“che
i cieli si rallegrino”), l’avvenuta ricomposizione dello scisma fra le Chiese
di Oriente e di Occidente.
Nel corso del Concilio di Firenze (1439), al quale avevano partecipato
l’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo e il patriarca di Costantinopoli
Giuseppe II, si era trovato l’accordo su tutti i problemi, dal Filioque al Primato Romano. La Bolla pontificia si
concludeva con questa solenne definizione dogmatica, sottoscritta dai Padri
greci: «Definiamo che la santa Sede apostolica e il Romano pontefice hanno
il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano pontefice è il successore
del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico vicario di Cristo, capo
di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore
Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere
di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche
negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni» (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Centro Editoriale
Dehoniano, Bologna 2013, pp. 523-528).
Fu questo l’unico vero storico abbraccio tra le due chiese nel corso
dell’ultimo millennio. Tra i più attivi partecipanti al Concilio di Firenze,
c’era il metropolita di Kiev e di tutta la Russia, Isidoro. Appena tornato a
Mosca egli diede pubblico annuncio della avvenuta riconciliazione sotto
l’autorità del Romano pontefice, ma il principe di Mosca, Vasilij il Cieco, lo
dichiarò eretico e lo sostituì con un vescovo a lui sottomesso. Questo gesto
segnò l’inizio dell’autocefalia della chiesa moscovita, indipendente non solo
da Roma ma anche da Costantinopoli. Poco dopo, nel 1453, l’Impero bizantino fu
conquistato dai Turchi e travolse nel suo crollo il patriarcato di
Costantinopoli. Nacque allora l’idea che Mosca dovesse raccogliere l’eredità di
Bisanzio e divenire il nuovo centro della Chiesa cristiana ortodossa. Dopo il
matrimonio con Zoe Paleologo, nipote dell’ultimo Imperatore d’Oriente, il
Principe di Mosca Ivan III si diede il titolo di Zar e introdusse il simbolo
dell’aquila bicefala. Nel 1589 fu costituito il Patriarcato di Mosca e di tutta
la Russia. I Russi diventavano i nuovi difensori dell’“ortodossia”, annunciando
l’avvento di una “Terza Roma”, dopo quella cattolica e quella bizantina.
Di fronte a questi eventi, i vescovi di quella zona che allora si chiamava
Rutenia e che oggi corrisponde all’Ucraina, e a una parte della Bielorussia, si
riunirono, nell’ottobre 1596, nel Sinodo di Brest e proclamarono l’unione con
la sede romana. Essi sono conosciuti come, Uniati, a motivo
della loro unione con Roma, o Greco-cattolici,
perché, pur sottomettendosi al Primato romano, conservavano la liturgia bizantina.
Gli zar russi intrapresero una persecuzione sistematica della Chiesa uniate
che, tra i tanti martiri, annoverò il monaco Giovanni (Giosafat) Kuncevitz
(1580-1623), arcivescovo di Polotzk, e il gesuita Andrea Bobola (1592-1657),
apostolo della Lituania. Entrambi furono torturati e uccisi in odio alla fede
cattolica e oggi sono venerati come santi. La persecuzione si fece ancora più
aspra sotto l’impero sovietico. Il cardinale Josyp Slipyj (1892-1984),
deportato per 18 anni nei lager comunisti, fu l’ultimo intrepido difensore
della Chiesa cattolica ucraina.
Oggi gli Uniati costituiscono il più numeroso gruppo di cattolici di rito
orientale e costituiscono una testimonianza vivente dell’universalità della
Chiesa cattolica. È ingeneroso affermare, come fa il documento di Francesco e
Kirill, che il «metodo dell’uniatismo», inteso «come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua
Chiesa», «non è un modo che permette di ristabilire
l’unità» e che «non si può quindi accettare
l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad
un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni».
Il prezzo che papa Francesco ha dovuto pagare per queste parole richieste
da Kirill è molto alto: l’accusa di “tradimento” che ora gli viene rivolta dai
cattolici uniati, da sempre fedelissimi a Roma. Ma l’incontro di Francesco con
il patriarca di Mosca va ben oltre quello di Paolo VI con Atenagora.
L’abbraccio a Kirill tende soprattutto ad accogliere il principio ortodosso
della sinodalità, necessario per “democratizzare” la Chiesa romana. Per quanto
riguarda non la struttura della Chiesa, ma la sostanza della sua fede, l’evento
simbolico più importante dell’anno sarà forse la commemorazione da parte di
Francesco dei 500 anni della Rivoluzione protestante, prevista per il prossimo
ottobre a Lund, in Svezia.
sabato 13 febbraio 2016
L'incontro tra l'Antica Roma e la Terza Roma e la fecondità della Chiesa nella sua stabilità bimillenaria
Sembra quasi di sognare ad occhi aperti.
La dichiarazione congiunta tra il vescovo di Roma ed
il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill (v. qui) pare quasi un miracolo. Non
certo per l’incontro. No. Ci voleva davvero il patriarca moscovita per far
sottoscrivere delle dichiarazioni (la maggior parte) in sintonia con la fede cattolica, che non fossero vaghe e generiche. Almeno su alcuni temi. E che sia opera
dell’intervento del Patriarcato lo dimostra il fatto che i punti clou
(ad es., quelli che parlano della secolarizzazione dell’Europa, della
persecuzione dei cristiani per la loro fede, delle radici solo cristiane del
Vecchio Continente, della stigma per l’equiparazione delle convivenze al
matrimonio, della lotta al relativismo, ecc.) presentano uno stile pomposo ed
altisonante (tipico del modo di esprimersi moscovita); viceversa, le altre,
legate alle tematiche global-ambientaliste, più dimesse quanto a stile e dai
contenuti vaghi, generici e populisti e talora erronei (v. ad es. il punto n. 13, n. 17 o il n. 25 tanto per segnalarne alcuni),
sembrano provenire dall’entourage dell’Antica Roma. Un'ulteriore conferma la si può avere raffrontando questo testo con la dichiarazione congiunta, che fu sottoscritta a Gerusalemme nel maggio 2014 col Patriarca Bartolomeo I: i toni e le modalità di esprimere i contenuti, che pur sono ripresi in quella con il Patriarca moscovita, sono completamente diverse (v. qui la dichiarazione del 2014 per un raffronto).
Due cose poi hanno colpito.
La prima: il fatto che il
vescovo di Roma abbia accettato di colloquiare col Patriarca Kirill alla
presenza – senz’altro imposta dal Patriarcato – di un “terzo incomodo”, vale a
dire il Crocifisso alle spalle dei due; e di firmare la dichiarazione con a fianco dell'icona della Madre di Dio di Kazan! Dettagli non da poco.
La seconda: quando c’è stata la presentazione, dopo le
firme, del documento, il Patriarca moscovita ha posto in luce i fondamentali –
per lui e, si potrebbe dire, anche per le orecchie cattoliche – contenuti a base
del documento (la difesa dei cristiani della famiglia e della vita); mentre il
vescovo di Roma, more solito, ha mantenuto, nel suo intervento, il profilo
populista e vago, che ormai lo contraddistingue. Ci voleva insomma Mosca per far
dire alla decadente – in tutti i sensi – antica Roma qualcosa di cattolico!!!!
Forse uno degli ultimi canti del cigno?
È davvero curioso che il rinnovamento, nella fede cattolica,
debba passare per l’incontro con coloro che, formalmente scismatici, sono rimasti
fermi al primo millennio dell’epoca cristiana … e che ignorano il depositum
fidei sviscerato nel secondo millennio.
Sta di fatto che, al di là dei profili politici che pur
hanno contrassegnato quest’incontro in territorio neutrale quale Cuba e che
sono stati giustamente messi in rilievo in alcuni commenti (v. qui, qui e
qui), quel che è davvero importante, come rileva Cristina Siccardi nell’articolo, che rilanciamo, è il recupero della fede cattolica, il quale non potrà che
avvenire se non dal rinvigorimento di quella linfa, oggi davvero quasi essiccata,
che è data dalla riscoperta delle verità, dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi. E
l’incontro con l’ortodossia scismatica, forse, può essere occasione di questo
rinvigorimento, costituendo un freno alla deriva totale, nell’attuale frangente
storico in cui la Chiesa cerca più di compiacere il mondo piuttosto che piacere
a Cristo, tentando di guarire i suoi malanni e sanare la sua crisi – di cui è pure
consapevole sotto certi aspetti, sebbene non ne comprenda la diagnosi – lontana
dal Medico per eccellenza, cioè il Signore Gesù.
La fecondità della Chiesa sta nella sua stabilità millenaria
di Cristina Siccardi
La vita viene dalla fecondità, il nulla dalla sterilità. Il nostro tempo è
caratterizzato da una diffusa sterilità voluta (aborti, contraccezioni) e
involuta (problemi legati allo stile di vita: matrimoni tardivi, stress, vita
da single…) ed ecco che l’Europa è vecchia.
Anche la Chiesa è vecchia, lo ha affermato, con angoscia, Papa Francesco
all’incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita consacrata lo scorso
lunedì 1° febbraio, nell’Aula Paolo VI: «(…) vi confesso che a me costa
tanto quando vedo il calo delle vocazioni, quando ricevo i vescovi e domando
loro: “Quanti seminaristi avete?” – “4, 5…”. Quando voi, nelle vostre comunità
religiose – maschili o femminili – avete un novizio, una novizia, due… e la
comunità invecchia, invecchia…. Quando ci sono monasteri, grandi monasteri, e
il Cardinale Amigo Vallejo (si rivolge a lui) può raccontarci, in Spagna,
quanti ce ne sono, che sono portati avanti da 4 o 5 suore vecchiette, fino alla
fine… E a me questo fa venire una tentazione che va contro la speranza: “Ma,
Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto
sterile?”».
Domanda legittima, domanda doverosa, domanda alla quale il Santo Padre non
ha però dato una risposta, si è limitato ad invitare le comunità religiose a
pregare affinché la fecondità torni nelle congregazioni e negli ordini
religiosi. Ma la Madre Chiesa è infeconda perché è molto malata. E una madre
assai malata non può mai generare figli. Nella storia le maggiori chiamate
vocazionali sono giunte quando ci sono stati Pontefici che hanno riformato la
Chiesa nel solco della Tradizione, quando hanno rivolto lo sguardo severo agli
errori e li hanno, come un buon padre di famiglia, evidenziati, definiti,
invitando i fedeli a starne ben lontani per non essere a loro volta
contaminati.
Oggi questo non sta avvenendo e le conseguenze delle piaghe/rughe degli
errori ecclesiali ricadono, inevitabilmente, sulla Chiesa stessa, con una sua
tragica senilità. «Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre
della vita consacrata diventa tanto sterile?»: adattandosi al mondo
e adagiandosi sul mondo, la Chiesa perde la sua vitalità rigenerante, il suo
essere principio di virgulto. «Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete
far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e
poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le
mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo
è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei
discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel
mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io
ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho
detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 5-11).
I germogli primaverili della Fede sono alimentati da una Chiesa che ha in
sé la linfa dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi; se la
linfa viene mutata con surrogati proposti dal mondo la Chiesa perde la sua
forza attrattiva: il profumo del sacro rapisce le anime; l’odore e l’olezzo del
mondo allontana l’anima assetata di vita spirituale. Le chiamate non mancano
fra i giovani perché Dio non si stanca mai di espirare il suo richiamo d’amore,
ma sono le risposte che sono insoddisfacenti e il giovane chiamato rinuncia,
perché non trova la fonte in grado di appagare la sua arsura. Per trovare il
mondo nella Chiesa, tanto vale appartenere al mondo.
La forza di attrazione della Chiesa non sta nella sua umiliante piegatura
alle direttive ideologiche e culturali del momento, ma nella sua stabilità
millenaria di proposta della Verità: «Non chiedo che tu li tolga dal
mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non
sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai
mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me
stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 15-19). Questo è ciò che cerca il giovane:
dare un senso alla propria vita e darlo nella Verità.
Quando la Riforma Protestante ferì drammaticamente il cuore della Chiesa,
Santa Teresa d’Avila operò con un’azione di fortissima opposizione all’errore.
Concepì così e condusse a termine, attraverso infinite peripezie, contrasti e
sofferenze, quella Riforma del proprio Ordine che da lei prese il nome e diede
origine ai Carmelitani Scalzi.
Il 24 agosto 1562 fondò in Avila il suo primo monastero, dedicato a San
Giuseppe, dove le monache cominciarono a vivere, in spirito di amore e di
abnegazione, una vita il più possibile vicina a quella degli antichi monaci del
Monte Carmelo e secondo quelle norme che in seguito Teresa di Gesù codificherà nelle
sue Costituzioni. Le fondazioni dei monasteri di Carmelitane Scalze si
susseguirono numerose fino al 1582. Le vocazioni fioccavano prodigiosamente.
Nel 1568 la Riforma Teresiana si estese ai Padri, grazie all’incontro di Santa
Teresa con San Giovanni della Croce e venne fondato a Durvelo il primo convento
di Carmelitani Scalzi.
Attraverso l’Autobiografia, le Relazioni, il Cammino di Perfezione,
il Castello Interiore, le Fondazioni,
gli Avvisi, i Pensieri, le Esclamazioni, le Poesie, le Lettere, Santa Teresa di Gesù riuscì ad infiammare
migliaia e migliaia di cuori, fertilizzando, con un apostolato instancabile, la
terra della Chiesa. San Pio V, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, San
Filippo Neri, San Francesco di Sales… le vite –non falsificate,
modernizzate, politicamente corrette – dei Santi che
hanno combattuto errori ed eresie dovrebbero essere pubblicate e riproposte ai
giovani.
Ha ancora dichiarato il papa: «Alcune congregazioni fanno
l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…:
“Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si
deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione
e aiutarla a crescere. E credo che contro la tentazione di perdere la speranza,
che ci dà questa sterilità, dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci.
A me fa tanto bene leggere quel brano della Scrittura, in cui Anna – la mamma
di Samuele – pregava e chiedeva un figlio. Pregava e muoveva le labbra, e
pregava… E il vecchio sacerdote, che era un pò cieco e che non vedeva bene,
pensava che fosse ubriaca. Ma il cuore di quella donna (diceva a Dio): “Voglio
un figlio!”. Io domando a voi: il vostro cuore, davanti a questo calo delle
vocazioni, prega con questa intensità? “La nostra Congregazione ha bisogno di
figli, la nostra Congregazione ha bisogno di figlie…”. Il Signore che è stato
tanto generoso non mancherà la sua promessa. Ma dobbiamo chiederlo. Dobbiamo
bussare alla porta del suo cuore. Perché c’è un pericolo – e questo è brutto,
ma devo dirlo –: quando una Congregazione religiosa vede che non ha figli e
nipoti ed incomincia ad essere sempre più piccola, si attacca ai soldi. E voi
sapete che i soldi sono lo sterco del diavolo. Quando non possono avere la
grazia di avere vocazioni e figli, pensano che i soldi salveranno la vita; e pensano
alla vecchiaia: che non manchi questo, che non manchi quest’altro… E così non
c’è speranza!».
Pregare è doveroso, ma per guarire dalla sterilità occorre anche
l’indispensabile volontà del paziente di fare ritorno al Medico per eccellenza:
Cristo Sacerdote, unica Via, unica Verità, unica Vita. D’altra parte ci sono
seminari nel mondo come questi http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1718:sacerdoti-per-il-terzo-millennio-film&catid=47&Itemid=434,
dove il Sommo Medico viene preso in parola e le giovani vocazioni, germogli di
gioiosa speranza perenne, non si fanno, infatti, attendere.
venerdì 4 dicembre 2015
domenica 1 novembre 2015
“Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?”: ama la Chiesa! - Editoriale di novembre di “Radicati nella fede”
Nella festa di Tutti i Santi rilancio
quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2015.
![]() |
| Beato Angelico, Giudizio universale, partic. dei Beati e del Paradiso, 1425-30, Museo di San Marco, Firenze |
![]() |
| Albrecht Dürer, Tutti i Santi adorano la Trinità, Altare Landauer, 1511, Kunsthistorisches Museum, Vienna |
“CHE
COSA MAI POSSIEDI CHE TU NON ABBIA RICEVUTO?”:
AMA LA CHIESA!
AMA LA CHIESA!
Editoriale “Radicati nella
fede”
Anno VIII n. 11 - Novembre
2015
Quanto più la crisi della Chiesa
si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali
nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.
E questo amore deve essere molto
concreto e operativo.
Il dovere della reazione non va
mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre
Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.
D’altronde tu reagisci, domandi
il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che
tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici
tradizionali vuol dire fare proprio questo.
La Tradizione è della Chiesa, non
è tua.
Non potresti appellarti alla
Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non
dalla Chiesa stessa?
Come non si può seguire Cristo
senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere
Tradizionali senza la Chiesa.
I Protestanti pretesero di
ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e
persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato. I Tradizionali, se non
continueranno ad avere un amore per la Chiesa potente fino al sangue, resteranno
con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma
una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.
Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti
acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:
“Che cosa mai possiedi che tu
non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi
ricevuto?” (1 Cor 4,7).
Sì, perché se è vero che sbaglia
chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità
della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o
di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo,
utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.
Rischiano questo secondo errore
tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale,
incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo,
o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della
Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo
di porsi fuori della Chiesa.
Dice il père Calmel “La Chiesa
non è un’istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio
(…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e
spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai
vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…)
Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio.
Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T.
Calmel,Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18)
Insomma, la Chiesa è una e solo
una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola
Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno,
anche se con la scusa di difenderla.
Basterebbe per capire questo, lo
ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta
dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.
E la Tradizione, Vangelo – dogma
– sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a
riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che,
in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la
Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità. Chi è Papa o vescovo, questo
compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della
Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa
ha detto e fatto fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è
rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la sua rivelazione e per
custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.
Occorre evitare due estremi
letali per la fede: l’”autoritarismo” o “obbedientismo” da un
lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare
all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la
Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti;
il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa: entrambi questi errori
partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione
soprannaturale.
Occorre essere autenticamente
tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il
tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa
più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da
Dio.
Sempre père Calmel parla, con
accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che
custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:
“Questi cristiani, che
custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano
ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia
penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione.
Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che
la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si
sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono”
(R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).
Preghiamo carissimi, perché in
noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente
le ondate dell’apostasia.
Fonte: Radicati nella fede, 30.10.2015
Fonte: Radicati nella fede, 30.10.2015
Iscriviti a:
Post (Atom)



















































_-_Google_Art_Project.jpg)