Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 10 agosto 2016

IN FESTO SANCTI LAURENTII MARTYRIS

Festa di San Lorenzo Martire, copatrono di Roma, Stauroforo di Santa Romana Chiesa.

“Roma, antica madre dei templi pagani, ormai devota a Cristo, vittoriosa sotto il comando di Lorenzo, riporti il trionfo sui riti barbari. Avevi vinto i re superbi, avevi imbrigliato i popoli, ora imponi il giogo del comando agl’idoli mostruosi. Questa sola gloria mancava alle insegne della città togata: la gloria di domare l’immondo Giove, non con le forze tumultuose di un Cosso, di un Camillo, o di un Cesare, ma con la battaglia non incruenta del martire Lorenzo. [...] Tre, quattro, sette volte felice il Romano che può celebrare da vicino te e il luogo in cui riposano le tue ossa! Egli si prosterna nel tuo santuario; bocconi a terra, l’innaffia di lacrime e vi versa i suoi voti. [...] È là, o San Lorenzo, che noi andiamo a cercare il ricordo delle tue sofferenze, perché tu hai due palazzi in cui dimori: quello del corpo sulla terra, quello dell’anima nel cielo. Il cielo, ineffabile città che ti fa membro del suo popolo, che, nelle file del suo eterno senato, pone sulla tua fronte la corona civica! Con le tue gemme risplendenti appari come l’uomo che la Roma celeste elesse a perpetuo console! Le tue funzioni, il tuo credito, la tua potenza si rivelano agli entusiasmi dei Quiriti esauditi nelle suppliche che ti hanno presentato. Qualsiasi richiesta viene ascoltata; tutti pregano in libertà, formulano i loro voti; nessuno riporta con sé il suo dolore. Sii sempre pronto a soccorrere i figli della città regina: che essi abbiano un fermo appoggio nel tuo amore di padre; che trovino in te la tenerezza e il latte del seno materno. Ma tra essi, tu l’onore di Cristo, ascolta anche l’umile postulante che confessa la sua miseria e rigetta le sue colpe. Io mi so indegno, lo riconosco, indegno di essere esaudito da Cristo; ma protetti dai Martiri, si può ottenere il rimedio ai propri mali. Ascolta uno che ti supplica: nella tua bontà, sciogli le mie catene, liberami dalla schiavitù della carne e dai vincoli del mondo!”

(Aurelio PrudenzioPeristephanon Liber, II, 1-16, 529-536, 549-584)



S. Lorenzo, Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma

Annibale Carracci, Apoteosi di S. Lorenzo, XVI sec., museo del Prado, Madrid

Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Lorenzo, XVII sec., chiesa di Santo Tomás, Valencia

Francesco Gessi, Madonna con il Bambino e i SS. Lorenzo, Dorotea Nicola e Francesca Romana, 1620, Pinacoteca di Brera, Milano

Guercino, Martirio di S. Lorenzo, 1628, Cattedrale, Ferrara

Giovanni Battista Carlone, o Carloni, Martirio di S. Lorenzo con S. Chiara ed altri Santi, 1632, Oratorio di S. Lorenzo, Cogoleto

A.G., S. Lorenzo martire, 1639, museo diocesano, Civitavecchia

Gaetano Lapis, Martirio di S. Lorenzo, 1745, Cattedrale di S. Settimio, Jesi

Gaetano Peverada, Madonna col Bambino con i SS. Lorenzo ed Eurosia, 1766, chiesa parrocchiale di S.Lorenzo Martire, Mariano al Brembo 

Francesco Lorenzi, Martirio di S. Lorenzo, 1766-67, Duomo, Pescantina

Ambito veneto, SS. Lorenzo e Sisto II papa, XIX sec.

Pietro Labruzzi, Condanna di S. Lorenzo, 1810 circa, Cattedrale di S. Lorenzo, Tivoli

Giuseppe Resi, Martirio di S. Lorenzo, 1964, Parrocchia di S. Lorenzo martire, Begosso, Terrazzo (VR)

Bruno Bruni d'Acervia, S. Lorenzo, 1999



Statua di S. Lorenzo, Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma

martedì 19 luglio 2016

19 luglio 1943: in ricordo del bombardamento, ad opera dagli esportatori di democrazia, del quartiere S. Lorenzo e del Verano a Roma

Monumento di Pio XII al Verano, Roma.
Il venerabile Pio XII si dimostrò vero Pastor Angelicus et Defensor Civitatis proprio il 19 luglio 1943, allorché l'aviazione anglo-americana scatenava l'inferno su Roma, la Città Santa del Cattolicesimo. Nel corso dei diversi bombardamenti furono uccise tremila persone e distrutti numerosi edifici, tra cui la basilica di San Lorenzo al Verano. Papa Pacelli accorse immediatamente, senza scorta, per portare la sua benedizione ("col conforto della fede") alla popolazione sconvolta, l'aiuto materiale che poté raccogliere e la preghiera di suffragio per le anime delle vittime.
Quello non fu l'unico bombardamento. Altri ne seguirono. Ad essi non fu del tutto estraneo, come sembra emergere dai documenti storici recenti di cui è incerta l'autenticità, lo stesso Alcide de Gasperi (v. qui, ma anche qui).








Visita di Benedetto XVI al monumento di Pio XII al Verano,30 novembre 2008

Il bombardamento celebrato dagli esportatori di democrazia ......

Cfr. 19 Luglio 1943. Distruzione a Roma. Pio XII in mezzo alla folla consola benedice e porta aiuti materiali, in Chiesa e postconcilio, 20.7.2016

venerdì 19 febbraio 2016

Un incontro storico tra l'Antica Roma e la "Terza Roma"? Il punto di vista dello storico prof. De Mattei

Abbiamo già avuto modo di offrire il nostro punto di vista, in una presentazione semiseria (o forse più seria di quanto si creda), dello “storico” incontro tra il vescovo di Roma ed il patriarca della Terza Roma (v. qui). Molti i commenti susseguitisi. Alcuni, al di là delle tinte eminentemente politiche (v. anche le dichiarazioni del patriarca Kirill), hanno posto in rilievo come lo stesso entourage ed i laudatores del vescovo di Roma tentino di “smorzare” la portata dell’incontro (v. Giuseppe Rusconi, Dichiarazione Kirill-Francesco: quanto vale la firma del papa?, in Rossoporpora, 15.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 16.2.2016. Cfr. pure ivi); altri hanno evidenziato il rammarico della Chiesa cattolica ucraina (cfr. La protesta dei cattolici ucraini: L'arcivescovo di Kiev dà voce all'amarezza dei suoi fedeli, ivi, 17.2.2016); altri ancora, infine, hanno tenuto a sottolineare come, nonostante alcune affermazioni decisamente cattoliche contenute nella dichiarazione comune, di un cattolicesimo che forse non siamo più abituati a sentire (v. Ortodossi più....ortodossi dei cattolici?, in MiL, 20.2.2016), la c.d. ortodossia ha, tuttavia, profonde differenze, non solo liturgiche e disciplinari, con la Chiesa cattolica (cfr. Corrado Gnerre, Cattolicesimo e ortodossia: lo stesso cristianesimo?, in Civiltà cristiana, 15.2.2016).
Nel seguente contributo, offriamo il punto di vista del prof. De Mattei. L’articolo, già rilanciato anche da Chiesa e postconcilio, è tradotto in inglese dall’immancabile Rorate caeli.

Lo “storico” incontro tra Francesco e Kirill

di Roberto de Mattei

Tra i tanti successi attribuiti dai mass-media a papa Francesco, c’è quello dello “storico incontro”, avvenuto il 12 febbraio a L’Avana, con il patriarca di Mosca Kirill. Un avvenimento, si è scritto, che ha visto cadere il muro che da mille anni divideva la Chiesa di Roma da quella di Oriente.
L’importanza dell’incontro, secondo le parole dello stesso Francesco, non sta nel documento, di carattere meramente “pastorale”, ma nel fatto di una convergenza verso una meta comune, non politica o morale, ma religiosa. Al Magistero tradizionale della Chiesa, espresso da documenti, papa Francesco sembra dunque voler sostituire un neo-magistero, veicolato da eventi simbolici. Il messaggio che il Papa intende dare è quello di una svolta nella storia della Chiesa. Ma è proprio dalla storia della Chiesa che occorre partire per comprendere il significato dell’avvenimento. Le inesattezze storiche sono infatti molte e vanno corrette perché è proprio sui falsi storici che spesso si costruiscono le deviazioni dottrinali.
Innanzitutto non è vero che mille anni di storia dividono la Chiesa di Roma dal Patriarcato di Mosca, visto che questo è nato solo nel 1589. Nei cinque secoli precedenti, e prima ancora, l’interlocutore orientale di Roma era il Patriarcato di Costantinopoli. Nel corso del Concilio Vaticano II, il 6 gennaio 1964, Paolo VI incontrò a Gerusalemme il patriarca Atenagora per avviare un “dialogo ecumenico” tra il mondo cattolico e il mondo ortodosso. Questo dialogo non è riuscito ad andare avanti a causa della millenaria opposizione degli ortodossi al Primato di Roma. Lo stesso Paolo VI lo ammise in un discorso al Segretariato dell’Unità per i cristiani del 28 aprile 1967, affermando: «Il Papa, noi lo sappiamo bene, è senza dubbio l’ostacolo più grande sul cammino dell’ecumenismo» (Paolo VI, Insegnamenti, VI, pp. 192-193).
Il patriarcato di Costantinopoli costituiva una delle cinque sedi principali della cristianità stabilite dal Concilio di Calcedonia del 451. I patriarchi bizantini sostenevano però che dopo la caduta dell’Impero romano, Costantinopoli, sede del rinato Impero romano d’Oriente, sarebbe dovuta divenire la “capitale” religiosa del mondo. Il canone 28 del Concilio di Calcedonia, abrogato da san Leone Magno, contiene in germe tutto lo scisma bizantino, perché attribuisce alla supremazia del Romano Pontefice un fondamento politico e non divino. Per questo nel 515, papa Ormisda (514-523) fece sottoscrivere ai vescovi orientali una Formula di Unione, con cui essi riconoscevano la loro sottomissione alla Cattedra di Pietro (Denz-H, n. 363).
Tra il V e il X secolo, mentre in Occidente si affermava la distinzione tra l’autorità spirituale e il potere temporale, in Oriente nasceva intanto il cosiddetto “cesaropapismo”, in cui la Chiesa viene di fatto subordinata all’Imperatore che se ne ritiene il capo, in quanto delegato di Dio, sia nel campo ecclesiastico che in quello secolare. I patriarchi di Costantinopoli erano di fatto ridotti a funzionari dell’Impero bizantino e continuavano ad alimentare un’avversione radicale per la Chiesa di Roma.
Dopo una prima rottura, provocata dal patriarca Fozio nel IX secolo, lo scisma ufficiale avvenne il 16 luglio 1054, quando il patriarca Michele Cerulario dichiarò Roma caduta nell’eresia per motivo del “Filioque” ed altri pretesti. I legati romani deposero allora contro di lui la sentenza di scomunica sull’altare della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. I principi di Kiev e di Mosca, convertiti al Cristianesimo nel 988 da san Vladimiro, seguirono nello scisma i patriarchi di Costantinopoli, di cui riconoscevano la giurisdizione religiosa. Le discordie sembravano insormontabili ma un fatto straordinario avvenne il 6 luglio 1439 nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, quando il Papa Eugenio IV, annunciò solennemente, con la bollaLaetentur Coeli (“che i cieli si rallegrino”), l’avvenuta ricomposizione dello scisma fra le Chiese di Oriente e di Occidente.
Nel corso del Concilio di Firenze (1439), al quale avevano partecipato l’imperatore d’Oriente Giovanni VIII Paleologo e il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, si era trovato l’accordo su tutti i problemi, dal Filioque al Primato Romano. La Bolla pontificia si concludeva con questa solenne definizione dogmatica, sottoscritta dai Padri greci: «Definiamo che la santa Sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni» (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Centro Editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pp. 523-528).
Fu questo l’unico vero storico abbraccio tra le due chiese nel corso dell’ultimo millennio. Tra i più attivi partecipanti al Concilio di Firenze, c’era il metropolita di Kiev e di tutta la Russia, Isidoro. Appena tornato a Mosca egli diede pubblico annuncio della avvenuta riconciliazione sotto l’autorità del Romano pontefice, ma il principe di Mosca, Vasilij il Cieco, lo dichiarò eretico e lo sostituì con un vescovo a lui sottomesso. Questo gesto segnò l’inizio dell’autocefalia della chiesa moscovita, indipendente non solo da Roma ma anche da Costantinopoli. Poco dopo, nel 1453, l’Impero bizantino fu conquistato dai Turchi e travolse nel suo crollo il patriarcato di Costantinopoli. Nacque allora l’idea che Mosca dovesse raccogliere l’eredità di Bisanzio e divenire il nuovo centro della Chiesa cristiana ortodossa. Dopo il matrimonio con Zoe Paleologo, nipote dell’ultimo Imperatore d’Oriente, il Principe di Mosca Ivan III si diede il titolo di Zar e introdusse il simbolo dell’aquila bicefala. Nel 1589 fu costituito il Patriarcato di Mosca e di tutta la Russia. I Russi diventavano i nuovi difensori dell’“ortodossia”, annunciando l’avvento di una “Terza Roma”, dopo quella cattolica e quella bizantina.
Di fronte a questi eventi, i vescovi di quella zona che allora si chiamava Rutenia e che oggi corrisponde all’Ucraina, e a una parte della Bielorussia, si riunirono, nell’ottobre 1596, nel Sinodo di Brest e proclamarono l’unione con la sede romana. Essi sono conosciuti come, Uniati, a motivo della loro unione con Roma, o Greco-cattolici, perché, pur sottomettendosi al Primato romano, conservavano la liturgia bizantina.
Gli zar russi intrapresero una persecuzione sistematica della Chiesa uniate che, tra i tanti martiri, annoverò il monaco Giovanni (Giosafat) Kuncevitz (1580-1623), arcivescovo di Polotzk, e il gesuita Andrea Bobola (1592-1657), apostolo della Lituania. Entrambi furono torturati e uccisi in odio alla fede cattolica e oggi sono venerati come santi. La persecuzione si fece ancora più aspra sotto l’impero sovietico. Il cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti, fu l’ultimo intrepido difensore della Chiesa cattolica ucraina.
Oggi gli Uniati costituiscono il più numeroso gruppo di cattolici di rito orientale e costituiscono una testimonianza vivente dell’universalità della Chiesa cattolica. È ingeneroso affermare, come fa il documento di Francesco e Kirill, che il «metodo dell’uniatismo», inteso «come unione di una comunità all’altra, staccandola dalla sua Chiesa», «non è un modo che permette di ristabilire l’unità» e che «non si può quindi accettare l’uso di mezzi sleali per incitare i credenti a passare da una Chiesa ad un’altra, negando la loro libertà religiosa o le loro tradizioni».
Il prezzo che papa Francesco ha dovuto pagare per queste parole richieste da Kirill è molto alto: l’accusa di “tradimento” che ora gli viene rivolta dai cattolici uniati, da sempre fedelissimi a Roma. Ma l’incontro di Francesco con il patriarca di Mosca va ben oltre quello di Paolo VI con Atenagora. L’abbraccio a Kirill tende soprattutto ad accogliere il principio ortodosso della sinodalità, necessario per “democratizzare” la Chiesa romana. Per quanto riguarda non la struttura della Chiesa, ma la sostanza della sua fede, l’evento simbolico più importante dell’anno sarà forse la commemorazione da parte di Francesco dei 500 anni della Rivoluzione protestante, prevista per il prossimo ottobre a Lund, in Svezia.

sabato 13 febbraio 2016

L'incontro tra l'Antica Roma e la Terza Roma e la fecondità della Chiesa nella sua stabilità bimillenaria

Sembra quasi di sognare ad occhi aperti.
La dichiarazione congiunta tra il vescovo di Roma ed il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill (v. qui) pare quasi un miracolo. Non certo per l’incontro. No. Ci voleva davvero il patriarca moscovita per far sottoscrivere delle dichiarazioni (la maggior parte) in sintonia con la fede cattolica, che non fossero vaghe e generiche. Almeno su alcuni temi. E che sia opera dell’intervento del Patriarcato lo dimostra il fatto che i punti clou (ad es., quelli che parlano della secolarizzazione dell’Europa, della persecuzione dei cristiani per la loro fede, delle radici solo cristiane del Vecchio Continente, della stigma per l’equiparazione delle convivenze al matrimonio, della lotta al relativismo, ecc.) presentano uno stile pomposo ed altisonante (tipico del modo di esprimersi moscovita); viceversa, le altre, legate alle tematiche global-ambientaliste, più dimesse quanto a stile e dai contenuti vaghi, generici e populisti e talora erronei (v. ad es. il punto n. 13, n. 17 o il n. 25 tanto per segnalarne alcuni), sembrano provenire dall’entourage dell’Antica Roma. Un'ulteriore conferma la si può avere raffrontando questo testo con la dichiarazione congiunta, che fu sottoscritta a Gerusalemme nel maggio 2014 col Patriarca Bartolomeo I: i toni e le modalità di esprimere i contenuti, che pur sono ripresi in quella con il Patriarca moscovita, sono completamente diverse (v. qui la dichiarazione del 2014 per un raffronto).
Due cose poi hanno colpito.
La prima: il fatto che il vescovo di Roma abbia accettato di colloquiare col Patriarca Kirill alla presenza – senz’altro imposta dal Patriarcato – di un “terzo incomodo”, vale a dire il Crocifisso alle spalle dei due; e di firmare la dichiarazione con a fianco dell'icona della Madre di Dio di Kazan! Dettagli non da poco.












La seconda: quando c’è stata la presentazione, dopo le firme, del documento, il Patriarca moscovita ha posto in luce i fondamentali – per lui e, si potrebbe dire, anche per le orecchie cattoliche – contenuti a base del documento (la difesa dei cristiani della famiglia e della vita); mentre il vescovo di Roma, more solito, ha mantenuto, nel suo intervento, il profilo populista e vago, che ormai lo contraddistingue. Ci voleva insomma Mosca per far dire alla decadente – in tutti i sensi – antica Roma qualcosa di cattolico!!!! Forse uno degli ultimi canti del cigno?
È davvero curioso che il rinnovamento, nella fede cattolica, debba passare per l’incontro con coloro che, formalmente scismatici, sono rimasti fermi al primo millennio dell’epoca cristiana … e che ignorano il depositum fidei sviscerato nel secondo millennio.
Sta di fatto che, al di là dei profili politici che pur hanno contrassegnato quest’incontro in territorio neutrale quale Cuba e che sono stati giustamente messi in rilievo in alcuni commenti (v. quiqui e qui), quel che è davvero importante, come rileva Cristina Siccardi nell’articolo, che rilanciamo, è il recupero della fede cattolica, il quale non potrà che avvenire se non dal rinvigorimento di quella linfa, oggi davvero quasi essiccata, che è data dalla riscoperta delle verità, dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi. E l’incontro con l’ortodossia scismatica, forse, può essere occasione di questo rinvigorimento, costituendo un freno alla deriva totale, nell’attuale frangente storico in cui la Chiesa cerca più di compiacere il mondo piuttosto che piacere a Cristo, tentando di guarire i suoi malanni e sanare la sua crisi – di cui è pure consapevole sotto certi aspetti, sebbene non ne comprenda la diagnosi – lontana dal Medico per eccellenza, cioè il Signore Gesù.

La fecondità della Chiesa sta nella sua stabilità millenaria

di Cristina Siccardi

La vita viene dalla fecondità, il nulla dalla sterilità. Il nostro tempo è caratterizzato da una diffusa sterilità voluta (aborti, contraccezioni) e involuta (problemi legati allo stile di vita: matrimoni tardivi, stress, vita da single…) ed ecco che l’Europa è vecchia.
Anche la Chiesa è vecchia, lo ha affermato, con angoscia, Papa Francesco all’incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita consacrata lo scorso lunedì 1° febbraio, nell’Aula Paolo VI: «(…) vi confesso che a me costa tanto quando vedo il calo delle vocazioni, quando ricevo i vescovi e domando loro: “Quanti seminaristi avete?” – “4, 5…”. Quando voi, nelle vostre comunità religiose – maschili o femminili – avete un novizio, una novizia, due… e la comunità invecchia, invecchia…. Quando ci sono monasteri, grandi monasteri, e il Cardinale Amigo Vallejo (si rivolge a lui) può raccontarci, in Spagna, quanti ce ne sono, che sono portati avanti da 4 o 5 suore vecchiette, fino alla fine… E a me questo fa venire una tentazione che va contro la speranza: “Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?”».
Domanda legittima, domanda doverosa, domanda alla quale il Santo Padre non ha però dato una risposta, si è limitato ad invitare le comunità religiose a pregare affinché la fecondità torni nelle congregazioni e negli ordini religiosi. Ma la Madre Chiesa è infeconda perché è molto malata. E una madre assai malata non può mai generare figli. Nella storia le maggiori chiamate vocazionali sono giunte quando ci sono stati Pontefici che hanno riformato la Chiesa nel solco della Tradizione, quando hanno rivolto lo sguardo severo agli errori e li hanno, come un buon padre di famiglia, evidenziati, definiti, invitando i fedeli a starne ben lontani per non essere a loro volta contaminati.
Oggi questo non sta avvenendo e le conseguenze delle piaghe/rughe degli errori ecclesiali ricadono, inevitabilmente, sulla Chiesa stessa, con una sua tragica senilità. «Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?»: adattandosi al mondo e adagiandosi sul mondo, la Chiesa perde la sua vitalità rigenerante, il suo essere principio di virgulto. «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 5-11).
I germogli primaverili della Fede sono alimentati da una Chiesa che ha in sé la linfa dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi; se la linfa viene mutata con surrogati proposti dal mondo la Chiesa perde la sua forza attrattiva: il profumo del sacro rapisce le anime; l’odore e l’olezzo del mondo allontana l’anima assetata di vita spirituale. Le chiamate non mancano fra i giovani perché Dio non si stanca mai di espirare il suo richiamo d’amore, ma sono le risposte che sono insoddisfacenti e il giovane chiamato rinuncia, perché non trova la fonte in grado di appagare la sua arsura. Per trovare il mondo nella Chiesa, tanto vale appartenere al mondo.
La forza di attrazione della Chiesa non sta nella sua umiliante piegatura alle direttive ideologiche e culturali del momento, ma nella sua stabilità millenaria di proposta della Verità: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 15-19). Questo è ciò che cerca il giovane: dare un senso alla propria vita e darlo nella Verità.
Quando la Riforma Protestante ferì drammaticamente il cuore della Chiesa, Santa Teresa d’Avila operò con un’azione di fortissima opposizione all’errore. Concepì così e condusse a termine, attraverso infinite peripezie, contrasti e sofferenze, quella Riforma del proprio Ordine che da lei prese il nome e diede origine ai Carmelitani Scalzi.
Il 24 agosto 1562 fondò in Avila il suo primo monastero, dedicato a San Giuseppe, dove le monache cominciarono a vivere, in spirito di amore e di abnegazione, una vita il più possibile vicina a quella degli antichi monaci del Monte Carmelo e secondo quelle norme che in seguito Teresa di Gesù codificherà nelle sue Costituzioni. Le fondazioni dei monasteri di Carmelitane Scalze si susseguirono numerose fino al 1582. Le vocazioni fioccavano prodigiosamente. Nel 1568 la Riforma Teresiana si estese ai Padri, grazie all’incontro di Santa Teresa con San Giovanni della Croce e venne fondato a Durvelo il primo convento di Carmelitani Scalzi.
Attraverso l’Autobiografia, le Relazioni, il Cammino di Perfezione, il Castello Interiore, le Fondazioni, gli Avvisi, i Pensieri, le Esclamazioni, le Poesie, le Lettere, Santa Teresa di Gesù riuscì ad infiammare migliaia e migliaia di cuori, fertilizzando, con un apostolato instancabile, la terra della Chiesa. San Pio V, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, San Francesco di Sales… le vite non falsificate, modernizzate, politicamente corrette  dei Santi che hanno combattuto errori ed eresie dovrebbero essere pubblicate e riproposte ai giovani.
Ha ancora dichiarato il papa: «Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…: “Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere. E credo che contro la tentazione di perdere la speranza, che ci dà questa sterilità, dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci. A me fa tanto bene leggere quel brano della Scrittura, in cui Anna – la mamma di Samuele – pregava e chiedeva un figlio. Pregava e muoveva le labbra, e pregava… E il vecchio sacerdote, che era un pò cieco e che non vedeva bene, pensava che fosse ubriaca. Ma il cuore di quella donna (diceva a Dio): “Voglio un figlio!”. Io domando a voi: il vostro cuore, davanti a questo calo delle vocazioni, prega con questa intensità? “La nostra Congregazione ha bisogno di figli, la nostra Congregazione ha bisogno di figlie…”. Il Signore che è stato tanto generoso non mancherà la sua promessa. Ma dobbiamo chiederlo. Dobbiamo bussare alla porta del suo cuore. Perché c’è un pericolo – e questo è brutto, ma devo dirlo –: quando una Congregazione religiosa vede che non ha figli e nipoti ed incomincia ad essere sempre più piccola, si attacca ai soldi. E voi sapete che i soldi sono lo sterco del diavolo. Quando non possono avere la grazia di avere vocazioni e figli, pensano che i soldi salveranno la vita; e pensano alla vecchiaia: che non manchi questo, che non manchi quest’altro… E così non c’è speranza!».
Pregare è doveroso, ma per guarire dalla sterilità occorre anche l’indispensabile volontà del paziente di fare ritorno al Medico per eccellenza: Cristo Sacerdote, unica Via, unica Verità, unica Vita. D’altra parte ci sono seminari nel mondo come questi http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1718:sacerdoti-per-il-terzo-millennio-film&catid=47&Itemid=434, dove il Sommo Medico viene preso in parola e le giovani vocazioni, germogli di gioiosa speranza perenne, non si fanno, infatti, attendere.

domenica 1 novembre 2015

“Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?”: ama la Chiesa! - Editoriale di novembre di “Radicati nella fede”

Nella festa di Tutti i Santi rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2015.










Beato Angelico, Giudizio universale, partic. dei Beati e del Paradiso, 1425-30, Museo di San Marco, Firenze



Albrecht Dürer, Tutti i Santi adorano la Trinità, Altare Landauer, 1511, Kunsthistorisches Museum, Vienna


“CHE COSA MAI POSSIEDI CHE TU NON ABBIA RICEVUTO?”: 
AMA LA CHIESA!


Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 11 - Novembre 2015



Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.
E questo amore deve essere molto concreto e operativo.
Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.
D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.
La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?
Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.
I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato. I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.
Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:
Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).
Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.
Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.
Dice il père Calmel “La Chiesa non è un’istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel,Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18)
Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.
Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.
E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità. Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.
Occorre evitare due estremi letali per la fede: l’”autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa: entrambi questi errori partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.
Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.
Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:
Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).
Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell’apostasia.

Fonte: Radicati nella fede, 30.10.2015