Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 2 agosto 2019

Perché Maria è Regina degli Angeli?

In occasione della festa della Madonna, regina degli Angeli, rilanciamo questo contributo.

Perché Maria è Regina degli Angeli?

a cura di Giuliano Zoroddu


1° PUNTO. 

Maria Regina degli Angeli, poiché Figlia prediletta del l’eterno Padre.

Considera come Dio Creatore sapientissimo ordinò le corporali e spirituali pure creature tra loro con unione e dipendenza delle inferiori alle superiori, e di queste alla suprema e più perfetta tra tutte; a quella cioè che fosse stata col fatto stesso, con preminenza di doni e qualità, a tutte le altre preposta. E la più nobile, ricca di ogni prerogativa, e meglio fornita di sapienza e bontà, fu la Vergine Maria, che l’eterno Padre antepose alle opere della creazione, mentre con lei e per lei dava alle altre essere e leggi. “Cum eo eram cuncta componens … Per me reges regnant, et legum conditores iusta decernunt … Mecum sunt divitiae et gloria” (Prov. VIII) [1], può Maria dire con la divina Sapienza. Le cose corporee si subordinava al bene dell’uomo; e questi doveva loro presiedere: “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram; et praesit piscibus maris, et volatilibus coeli, et be stiis, universaeque terrae, omnique reptili quod movetur in terra” (Gen. 1, 26)[2]. Ma gli uomini consociati con divine ed umane leggi, dagli Angeli ad essi superiori ricevevano lumi ed aiuti; e gli uomini e gli Angeli, il regno tutto delle intelligenze, alla primogenita tra le semplici creature, e al capolavoro fra tutto il puro creato doveva sottostare, e prestar obbedienza. Maria, iuxta hierarchicam Dyonisii legem, continet eminenter omnem perfectionem creaturarum, tamquam inferiorum, ut iure dicatur Regina mundi et Domina[3] (Gers., Tract. 4. in Magn. et alib.). Adunque all’ordine naturale sovrastando il sovrannaturale; ed in cima di questo trovandosi per ragione del Redentore la divina Madre; a costei il Creatore, colmandola di grazia e poscia di gloria, diede il regno dell’universo, e la costituì Regina degli Angeli e degl’uomini. “Vestita est ab eo gloria et decore: coelorum terrarumque Regina constituta est, et in ministerium data est illi omnis creatura, quae sub Deo est[4] (S. Thom. de Vill. Conc. de Ass.). Quindi s. Germano la chiamò Signora degli Angeli, e Padrona di tutto il creato: “Angelorum Domina, rerum omnium conditarum Hera” (C.P. de Praesent.); e s. Bernardo dopo aver distribuite le creature in differenti gradi per natura e qualità, conchiude: “Omnia quae in coelo sunt et in terra; quae divino imperio sunt subiugata, eadem Beatae Virgini sunt subiecta” (T. 2. l. 6. a 3. c. 6.): tutte le cose celesti e terrestri che sono soggette a Dio, lo sono pur anche alla benedetta sua Madre. Rifletti inoltre, che l’eterno Padre sollevava Maria ad aver con lui un identico Figlio; e a ciò le comunicava, dal fonte ch’egli è di eterna generazione, una fecondità per la quale ad esso potesse congiungersi in affinità. Ma con tal dono le dava altresì un potere che rispondesse alla dignità: ond’è che sui Troni eccedesse colla prossimità, fermezza e stabilità in Dio; sulle Dominazioni col dominio nel disporre e comandare ciò che si attiene ai divini ministeri; sulle Virtù colla fortezza nell’adoperare i mezzi a fini, vincendo qualsiasi ostacolo della natura; e sulle Potestà colla gagliardia nel respingere i maligni spiriti nel Regno di Dio sulla terra, a quel modo che le terrene Podestà allontanano i malfattori. Così Maria, all’eterno Padre strettamente congiunta, ebbe la superiorità su tutti quegli ordini angelici, che di alcun potere sono investiti nella corte Celeste. Perciò chi le negherà il titolo, onde la S. Chiesa la invoca di Regina degli Angeli? Godi di tanta gloria di Maria, e giubila del tuo proprio onore, avendo a madre la Regina degli Angeli. Ringrazia l’eterno Padre che sì alto potere avesse a lei affidato; ed emula l’impegno degli Angeli nel benedire e render gloria alla Regina del Cielo e della Terra.

2° PUNTO.

Maria Regina degli Angeli, poiché Madre del Verbo incarnato.

Considera inoltre che il titolo di Regina degli Angeli si conviene a Maria per essere la Madre di Gesù Cristo, il quale fu costituito da Dio su tutte le gerarchie degli Angeli: “Constituens ad dexteram suam in coelestibus, supra omnem Principatum, et Potestatem, et Virtutem, et Dominationem[5] (Eph. 1, 20); la Madre di colui dal quale furono create le cose: “Quoniam in ipso condita sunt universa in coelis et in terra, visibilia et invisibilia: sive Throni, sive Dominationes, sive Principatus, sive Potestates[6] (Colos. 1, 16). Or se l’eterno Padre diede a Maria tal potere da dover essere a dritto Regina degli Angeli; l’eterno Verbo che è la Sapienza del Padre, ed a cui si attribuisce in particolar modo la scienza, come al Padre la potenza, a Maria, alla quale di già perché sua Madre competeva esser Regina degli Angeli, volle dare tal prerogativa nella scienza, che per essa sorpassasse di lunga mano la pienezza della scienza dei Cherubini nel penetrare gl’intimi segreti misteri di Dio; e quella di cui godono i Principati, gli Arcangeli, e gli Angeli, nel saper eseguir rettamente quanto in grandi o tenui imprese operano nell’universo; e quella infine che hanno le Dominazioni, le Virtù, e le Podestà di ordinare, disporre, ed efficacemente imperare tutto ciò che si attiene alla divina gloria nel ministero degli uomini. L’eterno Verbo non volle dotarla di meno nella scienza, che fatto avesse fatto, nel potere, l’eterno Genitore. Che se i Cherubini primeggiano sugl’inferiori ordini nella perfezione con cui vedono Dio, e nella intensità del lume che da esso ricevono, onde conoscono l’eterne ragioni delle cose, e la bellezza e l’ordine loro, e cotal cognizione diffondono neo sottoposti ordini; chi potrà comprendere di quanto copiosi lucidissimi veri il Verbo arricchisse sua Madre, sicché effettivamente, volendo trasandar ogni altra ragione del suo regio dominio, dire si potesse Regina dei Cherubini? Senza dubbio che da lei quegli spiriti apprendono misteri altissimi, e sono illuminati a meglio penetrar le ragioni di Dio e delle cose, e ad ammirar in queste con maggiore distinzione e perspicuità le parti, l’ordine e il fine loro peculiare. Per il quale altissimo grado che Maria ha di potere insieme e di sapienza, innanzi a lei si confondono i rimanenti ordini delle altre gerarchie; e quelle intelligenze come suoi ministri si muovon prontissimi ad obbedire non che ai comandi, ai cenni e desideri suoi, a pro degl’individui di cui son custodi, e delle città, dei regni e delle nazioni su cui stanno difensori, e reggitori. O quanti millioni d’Angeli servono a Maria! Tutti quegli che sono soggetti a Gesù suo Figlio. “Oportebat Dei Matrem, quae Filii erant, possidere; etenim Filius res omnes conditas ei in servitutem addixit” (S. Io. Damasc., Or. de S. M.). Sì certamente conveniva che la Madre di Dio possedesse ciò che possiede il Figlio: conveniva ché il Figlio assoggettasse a lei le creature a sé soggette. Ma oltre a questa natural convenienza di comune possedimento tra Madre e Figlio, questi le volle donare di più tale scienza che per essa fosse superiore ai Cherubini e a tutti quegli Angeli, a quali appartiene la direzione e l’eseguimento della divina provvidenza nel reggimento degli uomini e nell’amministrazione dell’universo. Che perciò, dice s. Pier Damiani, ella è perfetta come il Sole, poiché come lui di più solido chiarore illumina gli Angeli e gli uomini: “Perfecta ut Sol, quia sicut sol solus orbem illuminat, sic haec solidiori lumine et Angelos et homines illustrat” (Serm. de Annunc. ). E il Sole, splendore eterno e sostanziale dell’eterno Genitore, è il Figlio suo, il quale irradiandola della infinita sapienza, gli stessi Cherubini e le altre Virtù celesti trae in estasi di meraviglia e stupore. “Tu thronum Cherubicum divinitatis fulgore superas … Deipara etiam coelorum Virtutes in stuporem convertit. Obstupuerunt omnes Angeli, Cherubim quoque ac Seraphim[7]. (S. Epiph., Serm. de laud. Virg.). Iddio nell’illuminare le altre creature, e sì massime gli Angeli, e più tra questi i Cherubini, si comporta da Padrone coi suoi servi; con Maria però tratta da Figlio, e da Figlio amantissimo; e quindi in lei con quella pienezza stessa diffonde i suoi lumi, colla quale si posò sostanzialmente nell’immacolato suo seno, come in Tempio di sua Maestà. Attesa la copia e purezza di tanti splendori, s. Epifanio magnifica ed esalta Maria più onorata dei Cherubini: “Omnium Regina, sublimior coelicolis, purior solis radiis, et splendoribus honoratior Cherubim[8] (Or. de laud. Virg.). Vedi nuovo motivo di esultanza all’animo tuo, di congratulamento con Maria, e di rendimento di grazie al Verbo umanato, il quale volendo di fatti sublimar Maria su tutte le gerarchie angeliche, alla potenza onde l’aveva investito il Padre, tanto si compiacque di aggiungere di profondissima Sapienza. Intanto non lasciare di prostrarti a suoi piedi; e venerandola Regina degli Angeli e tua, domandale più copiosi lumi nell’apprendere la immortale sapienza de Santi, custodito e guidato in sul cammino della felicità eterna dal tuo Angelo tutelare.

3° PUNTO.

Maria Regina degli angeli, poiché Sposa dello Spirito Santo.

Considera che tra gli ordini angelici supremo è quello che si compone di Serafini, Spiriti che ardono d’un vasto amore verso Dio: per la quale singolare proprietà e dote si distinguono dagli ordini inferiori. Or di questi ancora fu Regina Maria per duplice motivo; l’uno comune, l’altro particolare. Il motivo comune è, che ella è Sposa dello Spirito Santo, il quale è Re supremo dell’universo, poiché Dio. Adunque siccome Maria è Regina perché prediletta figlia dell’eterno Padre, e Genitrice del Verbo umanato, così a dismisura più le conviene la regia dignità per essere Sposa dello Spirito Santo. Ogni Sposa di Re è Regina. Il motivo poi singolare e proprio si è il suo amore, col quale sopravanza immensamente l’amore di tutti gli Angeli Serafini. Lo Spirito Santo che è sostanzialmente Amore, si elesse a Sposa Maria, e le diede  somiglianza di se, quanto poteva prenderne creatura. Perciò le accese in cuore tale una vampa di purissima carità, da parere una scintilla rimpetto a lei tutto l’amore de Serafini. “Spiritus Sanctus occurrit Virgini gloriosae, eam recognoscens formam sui amoris … Tantam largitatem et copiam (Virgo) Spiritus Sancti accepit, quantum potest creatura viatria recipere, non Deo unita unitate personae” (S. Bernardin. t. 3. serm. 11. et de Nom. Mar.). Solo Gesù Cristo oltrepassò in amore Maria, mercé la quale la umanità era in lui unita alla divinità nella persona del Verbo. Del resto l’amore delle altre creature è come una lucciola in faccia al sole, se si paragoni con quello di Maria. Laonde i Serafini contemplandola, vieppiù si accendono ad amare quel Dio che sì intensamente è amato dalla loro Regina; ed essendo proprio ufficio di essi eccitare gli Spiriti a sè soggetti a fervorosa carità, nuovo ardore concepiscono dal focosissimo amore di quell’amantissima Regina, onde aggiungano stimoli di carità in quegli ordini inferiori. Eh! possiam francamente asserire, che essendo lo Spirito Santo per natura sostanzialmente Amore; Maria sua Sposa sia per grazia la Regina dell’amore; e conseguentemente siano a lei sudditi quegli Spiriti che posseggono in sommo grado una vita d’intelligenza e di amore. Posto ciò se condegnamente è Regina quella Donna, la quale oltre all’essere Figlia, Madre e Sposa di Re, riunisca in modo eccellentissimo e oltre misura eminente le qualità di Sapienza, Bontà e Potenza; doti che innalzano a dritto su tutti gli altri chi n’è fornito eccedente mente: si negherà a Maria, che di cotali prerogative possiede a dismisura, anche sol per questo riguardo la gloria di Regina degli Angeli? Or intendi meglio l’espressione del Gersone: “Maria, iuxta hierarchicam Dyonisii legem, continet eminenter omnem perfectionem creaturarum, tamquam inferiorum, ut iure dicatur Regina mundi et Domina”. Se le sensate creature sono servite dalle insensate, ed esse servono alle ragionevoli, le quali altresì la cedono alle pure intelligenze: subordinazione derivante dal riunire che in sé fanno le superiori creature quelle doti che si trovano sparse nelle inferiori colla sopraggiunta di un altro pregio tutto lor proprio, dalle inferiori non ottenibile, trovandosi in Maria una superiorità eminentemente eccedente le proprietà che sono divise negli Angeli; e oltre di ciò un cumulo sublimissimo d’ogni perfezione, a cui non potranno mai giungere tutte insieme le angeliche gerarchie; ella per verità è sovranamente ad esse superiore, è loro Regina. Gran motivo di somma consolazione per te. La tua Madre è Regina degli Angeli, degli stessi Serafini i quali più da vicino rendono a Dio omaggi di adorazione e di amore. O quanto più di essi avvampò di carità! Chiedile adunque che delle ardenti fiamme, ond’ella ama Dio, ti faccia partecipe, talché non solamente ti riscaldi, ma ti accenda del divino amore. Chiedile che simile ti renda agli Angeli nei puri costumi, nella immacolatezza della vita, nella facilità di apprendere la divina sapienza, nell’ardore d’amare il sommo infinito Bene. Frattanto studiati di emulare cotali angeliche prerogative, cooperando diligentemente all’aiuto che te ne porgerà essa Regina de gli Angeli; poiché in chi ella scorge desiderio di giungere a virtù tanta, diffonde in più larga copia i suoi doni, elargisce regalmente le sue munificenze.

PREGHIERA

Eccelsa Madre di Dio, e Regina degli Angeli, non isdegnate guardar per figlio questa povera creatura debole, ignorante, peccatrice. Oh se vi avessi conosciuto sin dai teneri miei anni, onorandovi colle angeliche virtù tanto care all’immacolatissimo vostro Cuore! Me misero! tenni dietro alle vanità della terra, e al pari di loro divenni vuoto di veri beni, e colmo soltanto di miserie e peccati. Deh! gloriosissima Regina, voi che siete ancora la pietosa Madre della misericordia e della clemenza, perdonatemi se mi assomigliai agli Angeli ribelli con la superbia della vita e l’iniquità delle operazioni. Me ne duole di tutto cuore; e vi protesto che pronto a morire anziché disgustarvi in avvenire, vorrò seguire le orme dei fedeli vostri divoti, e con la umiltà e purezza di cuore meritarmi il real vostro patrocinio. Ma perché più facilmente ottener possa un tanto bene, voi che siete obbedita e servita dagli Angeli qual gloriosissima loro Regina, fate che per ossequio e amor vostro, più gelosamente mi custodiscano ed aiutino, e con santi pensieri ed efficaci affetti mi spronino alla mortificazione de’miei sensi e delle mie passioni, all’amore delle virtù, soprattutto della purità. Ispirate altresì al mio spirito sentimenti di riverenza e docilità verso di essi; onde ne ascolti le ispirazioni, segua i consigli, ami gli affetti, né mai gli disgusti nella cura e protezione che prendono di me. Per tal maniera sarò anch’io sicuramente ammesso all’eternità beata; dove insiem cogli Angeli prostrato all’eccelsissimo vostro trono, vi onorerò e benedirò mia particolar Signora e Regina. Pregate, o Regina degli Angeli, pregate per me.



Pasquale Grassi SJ, Le litanie della santissima Vergine spiegate e proposte in forma di considerazioni, Napoli, 1859, pp. 225-230.



[1] “Con lui ero io, disponendo tutte le cose … per me regnano i re e i legislatori ordinano ciò che è giusto … con me stanno ricchezze e gloria”.
[2] “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
[3] “Maria, stando alla gerarchia di Dionigi [lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, ndr], eminentemente ha in sé tutte le perfezioni delle creature inferiori, onde di diritto  sia detta Regina del mondo e Signora”.
[4] “È rivestita da Dio di gloria e grazia, costituita Regina e dei cieli e della terra, e in suo potere sono state poste tutte le creature che stanno sotto Dio”. 
[5] “Lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potestà, di ogni Virtù e Dominazione”. 
[6] “Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà”.
[7]  “Tu superi in fulgore il cherubico trono della divinità … la Madre di Dio stupisce le Virtù. Ne stupirono gli Angeli, i Cherubini e i Serafini”.
[8] “Regina di tutti, più sublime degli abitanti del Cielo, più pure dei raggi del sole, più ornata di splendori dei Cherubini”.

domenica 16 giugno 2019

Oltre la linea ci salva la Verità

Nell’odierna festa della SS. Trinità rilanciamo questo contributo di riflessione di Alessandro Gnocchi.




















Oltre la linea ci salva la Verità





Non so se vi sia più arroganza e compiacimento del potere sotto i girocollo blu e le croci a Tau dei preti postcristiani o sotto le grisaglie e i pantaloncini a tubo dei finanzieri postcapitalisti. Gli uni e gli altri spietatamente postmisercordiosi, a seconda dell’ufficio proprio, nel negare la comunione a chi si inginocchia davanti a divino sacramento oppure il mutuo a chi crede ancora nell’avvenire dei figli. Gli uni e gli altri uniti dalla medesima incomprensione per gli elementi minimi di umanità. Il potere comanda e loro eseguono.
Per descrivere questi miserevoli funzionari del Nulla non c’è di meglio che il passo di Arcipelago Gulag in cui Aleksàndr Solženicyn descrive i giudici istruttori che mandavano al macello i dissidenti sovietici: «Il loro mestiere non esige che siano persone istruite, di cultura e vedute larghe, e tali non sono. Il loro mestiere non esige che pensino logicamente, e non lo fanno. Il loro mestiere esige unicamente una precisa esecuzione delle direttive e che siano insensibili verso le sofferenze altrui: e questo sì, lo fanno. Noi che siamo passati attraverso le loro mani li sentiamo, con un senso di soffocamento, come blocco di esseri totalmente privo di concetti umani. (…) Capivano che le accuse erano fasulle eppure lavoravano anno dopo anno. Come mai? O si costringevano a non pensare (e questa è la distruzione dell’uomo) o, semplicemente, si dicevano: così deve essere. Chi scrive le direttive non può sbagliare».

La banalità del male, alla quale si può opporre solo l’evidenza del vero, l’unica arma che neanche il funzionario più solerte può sequestrare. Alla lunga, il potere iniquo può solo essere eroso dalla resistenza condotta nella verità. È ancora Arcipelago Gulag il luogo in cui si mostra cosa accade quando un uomo oppresso dice a se stesso: «Rimangono importanti e a me cari soltanto il mio spirito e la mia coscienza». Allora, «davanti a un simile detenuto vacillerà l’istruttoria. Vincerà solo chi avrà rinunziato a tutto. (…) al momento del processo, sono riusciti a trasformare in marionette la cerchia di Berdjaev, ma non lui medesimo. Lo volevano processare, fu arrestato due volte, lo portarono a un interrogatorio notturno da Dzeržinskij, dove c’era anche Kamenev. Ma Berdjaev non si umiliò, non si profuse in suppliche: espose con fermezza i principi religiosi e morali in virtù dei quali non accettava il potere che si era instaurato in Russia, e non solo fu riconosciuto inutile processarlo, ma lo liberarono. L’uomo aveva un punto di vista proprio!

«N. Stoljarova ricorda una sua vicina nella prigione di Butyrki nel 1937, una vecchina. La interrogavano ogni notte. Due anni prima un metropolita fuggito dalla deportazione, di passaggio a Mosca, aveva pernottato da lei. “Mica un ex metropolita, macché, uno vero! Sì, avete ragione, ho avuto l’onore di ospitarlo”. “Bene e da chi andò poi, partendo da Mosca?”. “Lo so. Ma non lo dirò”. (Il metropolita era fuggito in Finlandia con l’aiuto di una catena di fedeli). I giudici istruttori si alternavano, si riunivano a gruppi, minacciavano la vecchina coi pugni, e lei: “È inutile, non mi farete dire nulla, anche se mi faceste a pezzi. Voi avete paura della autorità, avete paura l’uno dell’altro, avete perfino paura di ammazzare me [avrebbero perduto la “catena”]. Io invece non ho paura di nulla. Sono pronta a presentarmi davanti al Signore anche subito!”».

In questo consiste il «Non abbiate paura». Con il leviatano anticristico, in girocollo blu o in grisaglia, non è possibile collaborare. Non si mediterà mai abbastanza sull’ammonimento di Hanna Arendt: «Abbiamo la responsabilità della nostra obbedienza». Siamo chiamati a scegliere, ma questo non è solo un dovere di nostri giorni, l’uomo lo deve fare sempre. Oggi è più urgente, più drammatico e più doloroso poiché il terreno su cui ci si illude di trovare una mediazione onorevole si va sgretolando ed esaurendo. Cosicché, paradossalmente, la scelta, mostrandosi inevitabile, diventa più facile.

Ernst Jünger, nel Trattato del Ribelle, definisce la decisione di opporsi radicalmente alla tirannia della modernità con l’evocativa immagine del «passaggio al bosco». L’immagine del bosco dà forma al concetto di libertà intimamente radicato nell’essere e, dice Jünger, «è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. (…) Qui sono a disposizione mezzi diversi oltre al semplice “no” da scrivere in una in una determinata casella. (…) Si può anche dire che nel bosco l’uomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l’ordine è ristabilito. (…) catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con le sue macchine e con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria».

L’uomo non è un granello di sabbia, appartiene, meglio apparteneva, a un “popolo”. Ma il “popolo” è un’entità che non va più di moda: avvolto in malinconiche bandiere rosse è stato seppellito assieme alla suo passato e al suo futuro, la sua Tradizione. Si sono inventati il popolo-di-Dio e l’hanno presto trasformato in popolo-del-dio-Danaro, l’uno e l’altro odiato e vessato dai kommissari postcristiani e postcapitalisti perché il “popolo”, persino quello artificiale, mette a disagio il potere. Raramente si percepisce tanto disprezzo nei suoi confronti come nelle liturgie che vanno in scena nelle chiese postcristiane o nelle banche postcapitaliste. Non c’è nulla di buono in quei templi e in quelle religioni, rispetto ai quali siamo chiamati a essere profani. Lo dice ancora Jünger quando parla del «nichilismo cristiano che si rende il compito un po’ troppo facile. Non posiamo limitarci a immaginare il vero e il buono ai piani nobili, mentre in cantina stanno scorticando vivi i nostri confratelli. Non sarebbe lecito neanche se ci trovassimo, spiritualmente intendo, in una posizione non soltanto più sicura ma addirittura superiore – poiché la sofferenza inaudita di milioni di schiavi grida comunque vendetta al cospetto del cielo. Le esalazioni che emanano dagli scorticatoi continuano ad appestarci. Non sono situazioni che si possono aggirare con qualche mezzuccio».

Ma il “bosco”, se vogliamo mantenere questo nome per il luogo in cui esercitare fino al fondo la grazia della fede e la virtù del vivere civile, non è fatto per ospitare i grandi agglomerati. Non può ospitare movimenti, partiti e manifestazioni di massa, piccoli o grandi che siano, neanche quando sono frutto di buone intenzioni. Un amico mi ha rammentato alcuni passi una splendida opera di Simone Weil che si intitola Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Sono tragicamente inoppugnabili: «Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. (…) I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un Paese, non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne risulta che – eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite – vengono decise ed intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non si saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso».

E poi ancora: «È desiderando la verità a mente sgombra e senza tentare di indovinarne in anticipo il contenuto che si riceve la luce. A questo si riduce l’intero meccanismo dell’attenzione. È impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica prestando attenzione contemporaneamente da un lato a discernere la verità, la giustizia e il bene pubblico, dall’altro a conservare l’atteggiamento che si conviene a un membro di un certo raggruppamento. La facoltà d’attenzione umana non è capace di rispondere simultaneamente a queste due preoccupazioni. In effetti, chiunque si dedichi a una di esse, abbandona l’altra. Ma nessuna sofferenza attende chi si abbandona alla giustizia e alla verità, mentre il sistema dei partiti comporta le penalità più severe per l’indocilità. Penalità che toccano quasi tutto: carriera, sentimenti, amicizie, reputazione, onore, talvolta addirittura la vita di famiglia. Il partito comunista ha portato questo sistema alla perfezione».

Ma Simone Weil non fece in tempo a vedere la chiesa postcristiana e la finanza postcapitalista, che hanno saputo fare di più e meglio rispetto all’orrore comunista. Quello si spingeva sino alla distruzione dei corpi, ma poteva lasciare intatte le anime. Qui e ora, invece, è in gioco molto più che la salvezza terrena, poiché si decide di quella eterna. 

Come ieri non era possibile salvare l’integrità del proprio corpo e del proprio pensiero entrando anche con riserva mentale nel meccanismo comunista, così oggi non è possibile salvare l’integrità della propria fede e della propria anima esercitando tale riserva per entrare nella pancia del leviatano postmoderno. Tutti coloro che ci hanno provato, pensando di “fare almeno un po’ di bene”, si sono persi. Quando ci si costringe all’ossequio per l’autorità iniqua nell’illusione di rivolgersi solo alla piccola porzione di buono che nonostante tutto permane, si compie un gesto naturale che perverte quello spirituale creando abitudine al male.

Nella sua parte del saggio Oltre la linea, firmato con Heidegger, Jünger descrive nel 1949 la capacità di contagio del Nulla in pagine che paiono il ritratto della chiesa e del mondo di oggi: «Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni, e (…) per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere a essi. Il caos diventa visibile solo nel momento in cui il nichilismo comincia a venire meno in una delle sue combinazioni. È istruttivo vedere che perfino nelle catastrofi le componenti d’ordine sono presenti, addirittura sino alla fine o quasi. È chiaro perciò che l’ordine non solo è ben accetto al nichilismo, ma fa parte del suo stile. (…) Perfino nei luoghi nei quali il nichilismo mostra i suoi tratti più inquietanti, come nei grandi luoghi di sterminio fisico, regnano sovrani la sobrietà, l’igiene, l’ordine rigoroso».

Un’analisi inquietante che mostra come, nella sua componente umana, la Mater et Magistra possa insegnare istituzionalmente e magistralmente ai suoi figli le vie della perdizione. E spiega anche perché, nella corsa verso il Nulla, con la sua formalistica difesa dell’ordine, sia in grado di sedurre i cristiani dediti alla conservazione intesa come metodo, sganciata dal contenuto. Per il fariseo, non vi è niente di più irresistibile di una forma riempita di nulla. 

Si potrà anche gridare all’ossimoro, ma, ai tempi della svolta linguistica nichilista, questa è triste realtà. E così «Nascono religioni sostitutive in numero incalcolabile. Si può anzi dire che con lo spodestamento dei valori supremi qualsiasi cosa può acquisire un’illuminazione e un significato liturgici. Non solo le scienze della natura assumono questo ruolo; prosperano le visioni del mondo e le sette; è un’epoca di apostoli senza missione. (…) Ciò genera l’impressione di un eremo disseminato di mulini deputati alla preghiera e che ruota sotto il cielo stellato. Ininterrottamente, diventa più importante la quantificabilità di tutti i rapporti. Si continua a consacrare, benché non si creda più nell’eucarestia. Allora, per renderla più comprensibile, la si interpreta diversamente».

Rimane la preghiera, e non è poco. È tutto. Hugo Ball, in Cristianesimo bizantino, nella capitolo dedicato a San Giovanni Climaco scrive: «La preghiera è aristocrazia della povertà. In essa si tocca tutto ciò che è esclusivo nel cielo e nella terra. Solo colui che qui è emarginato è là benvenuto e solo colui che qui è imprigionato là si libera. Nessun intelletto penetra con uno scopo o un tornaconto in questo luogo santo. La meditazione può infiammare, ma solo la preghiera illumina. Essere assorti nel proprio cuore è già molto. Ma cosa ben diversa è “che lo spirito visiti il cuore come un principe vescovo e intanto offra ostie a Cristo, suo ospite”. Allora più nessuna immagine tocca i sensi. Una ‘pia tirannia di Dio’ prende possesso. La preghiera e il pensiero della morte si fondono. Lo scioglimento del dubbio, la rivelazione certa di ciò che è incerto è per Giovanni il segno che siamo esauditi».

sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

domenica 27 maggio 2018

In onore della SS. Trinità





Checchè ne dica il pur stimato Baronio sul blog Opportune importune, questo canto di lode, in tedesco Großer Gott, wir loben dich, come dicevamo già alcuni anni fa (v. qui), fu composto dal sacerdote cattolico Ignaz Franz. Il fatto che quest'inno si sia diffuso anche in ambito protestante, come del resto avvenuto per altri canti cattolici, non ne oscura le origini né lo trasforma in un canto protestante!

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
L'eresia ariana del Bianchi appare ancor più chiara in un'altra occasione:
"Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. ... . Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio" (Gad Lerner, Il Natale: ma è nato un uomo o un Dio? Intervista a Enzo Bianchi, in La Repubblica, 24.12.2010). 
Pure di recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






Carlo Dolci, SS. Trinità in gloria, 1658-63, Rhode Island School of Design Museum of Art,  Providence