Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 4 gennaio 2018

Circa la professione di fede promossa dai 3+2 vescovi

Lo scorso 31 dicembre, tre vescovi kazaki, della diocesi di Astana, i monss. Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, hanno sottoscritto una solenne professione di fede circa l’insegnamento tradizionale della Chiesa riguardo al divieto di accesso dei divorziati risposati al Sacramento dell’Eucaristia (cfr. Kazakhstan Bishops Call Communion for Remarried “Alien to the Entire Tradition of the Catholic and Apostolic Faith, in Onepeterfive, Jan. 1st, 2018; D. Montagna, Three bishops call Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; Full text of Kazakhstan Catholic Bishops statement on Amoris Laetitia, ivi; I vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider: Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 2.1.2018; Pubblica Professione di fede dei tre vescovi del Kazakhstan sul matrimonio sacramentale, in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018; Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Riscossa cristiana, 2.1.2018; ).
Una professione di fede quantomeno opportuna, vista la recente pubblicazione, sugli Acta Apostolicae Sedis, della nota missiva di adesione del Vescovo di Roma ai Criteri – di accesso alla Comunione – elaborati dai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires ed al rescritto del Segretario di Stato, card. Parolin, su cui abbiamo avuto modo di intervenire in altra occasione (v. qui) e che è stata condivisa dal prof. De Mattei – e di ciò lo ringraziamo pubblicamente (cfr. R. De Mattei, De Mattei: A Response to Edward Peters on the Buenos Aires Letter & Authentic Magisterium, in Onepeterfive, Dec. 19, 2017; De Mattei risponde a Edward Peters sulla lettera di Buenos Aires e il magistero autentico, in Corrispondenza romana, 28.12.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 28.12.2017).
Da parte nostra si è sostenuto, non senza argomentazioni giuridico-canoniche, che quei documenti fossero da ritenersi “magisteriali” non in quanto provenienti dalla Chiesa e, quindi, ascrivibili a giusto titolo nell’ambito della Tradizione bimillenaria della Chiesa, ma in quanto chiara, pubblica ufficializzazione dell’avvenuto mutamento dottrinale - riteniamo abusivo – compiuto dal Vescovo di Roma; ufficializzazione, che, pensiamo, non possa essere minimizzata e ridotta quasi ad una trascurabile opinione di un privato dottore (cfr. Bugie e fango sugli Acta Apostolicae Sedis, ivi, 29.12.2017). Non si veda in quest’opposizione chissà quale dietrologia (cfr. M. Faggioli, The opposition to Pope Francis is not really about ‘Amoris Laetitia, in La Croix, Dec. 29, 2017). No, è solo una questione di verità evangelica, che va riaffermata e ribadita in quest’epoca nella quale essa viene messa in dubbio.
Se prima della pubblicazione sugli Acta ci potessero essere dubbi interpretativi circa la natura della missiva del vescovo di Roma, che riteneva l’interpretazione dell’accesso graduale dei divorziati risposati alla Comunione così come elaborata dai vescovi argentini come unica possibile (il che poneva termine a diverse ed altre interpretazioni, magari più aderenti alla Tradizione della Chiesa per la quale il divieto è assoluto e non temperato in alcun modo e neppure dall’eventuale colpa/discolpa di alcuno dei coniugi), oggi alcun dubbio può sussistere al riguardo. La pubblicazione costituisce un’indubbia ufficializzazione e, potremmo dire, “solennizzazione” dell’avvenuto mutamento dottrinale, di cui, con buona pace di alcuni autori, forse è il caso che si prenda atto per trarne le giuste conseguenze. Quantomeno per non generare ulteriore confusione, proponendo interpretazioni – peraltro oggi ufficialmente escluse, pure le più bizzarre (tra queste ci piace porre in luce quella decisamente fantasiosa del card. Ouellet, secondo cui, in certi casi, si potrebbe consentire ai divorziati risposati di accostarsi ai Sacramenti, affinché, di fatto, ottengano ... la grazia di non chiederli! cfr. P. Baklinski, Did this Vatican Cardinal flip-flop on Communion for remarried because of Pope Francis?, in Lifesitenews, Oct. 18, 2017), essendo quella degli argentini “l’unica possibile”! – che cerchino di far quadrare un cerchio, affermando che mancherebbe l'intenzione del vescovo di Roma di esercitare l'autorità magisteriale.
Ed il mutamento dottrinale, pensiamo, sia avvenuto non agendo sul can. 915 – norma di carattere generale concernente una serie indistinta di peccatori ostinati – bensì sulla norma speciale e specifica dei divorziati risposati fatta propria dall’insegnamento magisteriale della Chiesa e segnatamente, ad es., dall’esortazione Familiaris Consortio. Per incidens: coloro che negano il valore di “magistero” ad un’esortazione apostolica, in quanto documento pastorale-esortativo, dovrebbero poi spiegare perché l’attribuiscono, invece, alla Familiaris consortio, visto che anch’essa – quanto a natura del documento adoperato – è un’esortazione apostolica … . A parte questa considerazione, ad ogni modo, dicevamo che il mutamento dottrinale della norma specifica – che deve ritenersi tacitamente abrogata – avrebbe inciso sulle tradizionali condizioni di peccato mortale (materia grave, deliberato consenso e piena avvertenza), e segnatamente sulla piena avvertenza e deliberato consenso, scadendo nell'etica della situazione, in quanto l'ambito delle circostanze attenuanti sarebbe ampliato e reso indeterminato in maniera più o meno occulta (affidandosi, di fatto, al "discernimento" del confessore), tanto da coincidere, nel loro esito pratico, pur non negandosi l'esistenza di una norma oggettivamente valida, con l'etica della situazione. Per questo, e cioè per come è presentata tale novità, essa sarebbe quantomeno favens haeresim (cfr. FAVENS HÆRESIM - L'equivocità magisteriale come deliberata premessa dell'errore, in opportuneimportune, 13.11.2017).
Per cui, sarebbe non realistico non prendere atto che il Vescovo di Roma abbia inteso mutare la dottrina di sempre della Chiesa, traendo le conseguenze teologiche e canoniche che dovrebbero trarsi al riguardo.
In questo contesto si pone l’odierna professione di fede dei vescovi di Astana, confermandosi il Kazakistan come un bastione di fedeltà alla fede di sempre (cfr. E. Barbieri, Il Kazakistan: un bastione di fedeltà nella confusione presente, in Corrispondenza romana, 2.1.2018). In effetti, questa professione – dall’indubbio carattere spiazzante per i vescovi ed in primis per quello dell’Urbe – comporterà che chiunque non vi aderisca dei circa 5.000 vescovi esistenti nel mondo non possa essere considerato cattolico, ponendosi quindi fuori dalla cattolicità. Certo, magari chi non vi aderirà, potrà fregiarsi nominalmente dell’appellativo di cattolico, ma ciò sarà solo una questione nominale, non sostanziale. Per essere sostanzialmente cattolici e, quindi, veri successori degli Apostoli e veri Pastori (e non mercenari), i vescovi, loro malgrado, dovranno aderire e compiere una tale professione.
Come sotto S. Pio X – e per molto tempo dopo di lui – il mancato giuramento antimodernista (per il testo, v. qui) comportava la qualifica di eresia o rendeva quantomeno dubbia l’ortodossia del soggetto (tanto da essere deferito al Tribunale del Sant'Offizio, v. m.p. Sacrorum Antistitum), oggi il prelato che non intenda aderire a questa professione dovrebbe considerarsi sostenitore del mutamento dottrinale, con le implicazioni sopra accennate.
Il discrimen tra vescovo cattolico e sedicente “vescovo” sta oggi in questo. Di qui ben a ragione sono comprensibili le motivazioni degli altri due sottoscrittori, che si sono aggiunti agli originari tre presuli, vale a dire mons. Carlo Maria Viganò e mons. Luigi Negri (cfr. D. Montagna, Former US Nuncio joins statement calling Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; D. Hitchens, Five bishops reaffirm traditional teaching on Communion, in Catholic Herald, Jan. 3rd, 2018; Due vescovi italiani aderiscono alla professione di verità sul matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 3.1.2018 ed in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018;
Possiamo ben comprendere l’irritazione in quelle, un tempo sacre, stanze da parte dell’attuale establishment chiesastico, come ci racconta il giornalista Marco Tosatti (La strategia del Pontefice contro i cinque vescovi coraggiosi, secondo Anonimi della Croce: screditarli. Poi, una coincidenza singolare, in Stilum Curiae, 3.1.2018). Certo però che se quanto afferma il giornalista fosse confermato e cioè al vero che il Vescovo di Roma cercasse con il discredito di “minimizzare” l’iniziativa dei tre+due presuli, crediamo che egli abbia sbagliato strategia, poiché, anche se fossero screditati come persone, rimarrebbe che, senza l’adesione di alcuno degli altri cinquemila e passa vescovi della Chiesa (vescovo di Roma compreso) a quella professione, sarebbero questi ultimi a risultarne screditati, in quanto non aderenti ad una professione di fede integralmente cattolica. Cosicché, come lo fu per il giuramento antimodernista, coloro che non vi aderissero sarebbero semplicemente non cattolici e, quindi, de facto, non più Pastori legittimi dell’Ecclesia Catholica, in quanto eretici ed aderenti ad una chiesa che non sarebbe quella di Cristo. Questa sarebbe la conseguenza.
Per cui, non prendesse sotto gamba quest’eventualità il vescovo di Roma! Potrebbe non aderire alla suddetta professione solo se dimostrasse mediante la Tradizione che sarebbe quella professione ad essere contro il deposito della fede. Ma fino a che non ne sarà dimostrata l’eterodossia alla luce della Tradizione e del magistero bimillenario della Chiesa – cosa che riteniamo impossibile – riteniamo che la mancata adesione alla professione comporterà la qualifica di eretici per i presuli che non la sottoscrivessero.
Un suggerimento estremo dunque ci sentiamo di poterlo dare ai vescovi e cardinali della Catholica: sottoscrivetela e rimangiatevi quanto scritto su AL! Meglio passare da ridicoli e macchiette dinanzi al mondo (dicendo “ragazzi, abbiamo scherzato …”), piuttosto che passare, dinanzi alla Chiesa ed a Dio, da eretici ostinati, con ciò che questo comporta!
Del resto, non aveva detto il vescovo di Roma, per il quale - forse - le parole non hanno molto peso, che avrebbe recitato, se glielo avessero chiesto, quanti Credo si volesse (cfr. qui; S. Cernuzio, Francesco in aereo: “Non sono un anticristo o un antipapa. Se volete recito il Credo…”, in Zenit, 22.9.2015; M. Ansaldo, Bergoglio: "Io comunista o antipapa? Se necessario recito il Credo...", in La Repubblica, 23.9.2015??? Bene: reciti allora questa professione di fede. Pubblicamente. E vi aderisca e la sottoscriva. In fondo, è pur sempre un credo ... .

Augustinus Hipponensis

domenica 29 ottobre 2017

La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán. In onore della festa di Cristo re dell'universo

Nella festa di Cristo Re dell’Universo e della sua regalità sociale – verità queste sempre riconosciute dalla Cristianità e negate, tuttavia, a partire da Montini in poi, per il quale si è rinnovato l’antica, blasfema esclamazione dei giudei dinanzi a Pilato “Nolumus hunc regnare super nos” (Lc 19, 14), riconoscendosi a Cristo solo una regalità … escatologica … – ricordiamo di rinnovare le prescrizioni di Sua Santità Pio XI di v.m. circa la consacrazione del genere umano: in tutte le chiese parrocchiali, davanti al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione si reciti, infatti, la formula (riformata nel 1925) di consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù, alla quale si devono aggiungere le Litanie del Sacro Cuore (S. R. C. 28 aprile 1926).
In questa festa, pertanto, rilanciamo questo bel contributo di Cristina Siccardi sulla lotta contro le eresie intrapresa da san Domenico di Guzmán; lotta volta, appunto, all’affermazione del regno sociale di Cristo. Si tratta di un contributo quantomeno opportuno stante la lotta senza quartiere ai giorni d’oggi intrapresa contro la Verità di Cristo dai suoi nemici, che non cessano, di giorno in giorno, che diffondere e lodare nuove – ma in verità sempre antiche – eresie.






George Zinoviev, Icona di Cristo re con Sergio di Radonez e Eutimio di Suzdal, 1681, State Vladimir-Suzdal Historical, Architectural and Art Museum-Reserve, Suzdal 

Icona di Cristo sommo sacerdote, XVII sec.

El Greco, Cristo in Croce, 1577-1579, collezione privata, Milano. Regnavit a ligno Deus: già la Lettera di Barnaba insegnava che «il regno di Gesù è sul legno» (VIII, 5, in I Padri Apostolici, Roma 1984, p. 198) ed il martire san Giustino, citando quasi integralmente un noto Salmo (Sal. 96 (95)) nella sua Prima Apologia, concludeva invitando tutti i popoli a gioire perché «il Signore regnò dal legno» della Croce (Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121).








La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán

di Cristina Siccardi

Giovanni Antonio Sogliani, S. Domenico fa servire i suoi frati dagli angeli, 1536, Convento di S. Marco, Firenze

Ottocento anni fa avvenne un fatto fondamentale per la vita della Chiesa, che andò a sommarsi all’operato dei Frati minori di san Francesco di Assisi: era il 1217 quando san Domenico di Guzmán (Caleruega 1170/1175-Bologna 6 agosto 1221) inviò nelle città europee, dove si trovavano le principali sedi universitarie (Bologna, Parigi, Madrid…), i membri dell’Ordine dei Predicatori da lui fondato al fine di renderli dotti per risanare il tessuto cattolico.
I due ordini mendicanti, mendichi per volontà di san Francesco e di san Domenico della sola Provvidenza, risollevarono le sorti di una Chiesa piena di boria, moralmente corrotta, avente parroci spesso ignoranti e fedeli imbevuti di errori diffusi da movimenti pauperisti.
La vita di san Domenico di Guzmán è meno nota rispetto a quella del suo contemporaneo san Francesco di Assisi (1181/1182-1226), in quanto il fondatore dei Predicatori si identifica per lo più con la sua opera, a differenza di san Francesco, il cui percorso terreno fu caratterizzato dalla sua stessa originale personalità. Proprio per tale ragione la figura di san Domenico ha subito meno stravolgimenti e profanazioni rispetto a quella del poverello di Assisi, in quanto l’icona del santo spagnolo è stata associata più che altro alla sua fondazione.
Ma c’è anche un altro dato che non può essere sottovalutato: Francesco era l’uomo di Dio che apriva il suo santo animo alla singola creatura, dunque la devozione che scaturì fu di carattere personale, un po’ come accadrà per san Pio da Pietrelcina: ognuno, anche il laico, sente un richiamo magnetico per san Francesco (da qui la più agevole strumentalizzazione da parte delle diverse ideologie: gnostica, comunista, relativista…); mentre la devozione per san Domenico non assume questo carattere di empatia personale, bensì si confonde nella sfera del suo Istituto, creato ad hoc contro le eresie, utilizzando un metodo preciso: formare predicatori di elevata qualità per essere in grado di confutare gli errori.
L’azione catechetica e di evangelizzazione che adottò san Domenico era per l’appunto focalizzata sulla predicazione con lo scopo precipuo di debellare le eresie, in particolare puntò la sua attenzione sui càtari, che si consideravano puri, detti anche albigesi, dal nome della cittadina francese di Albi, altresì dalla locuzione latina in albis (in [vesti] bianche), come ha ricordato il professor Dario Pasero, filologo, linguista e glottologo che negli scorsi giorni ha tenuto una splendida lezione, all’interno di un incontro organizzato dall’Associazione John Henry Newman di Rivarolo Canavese, sulla figura di san Domenico tratteggiata da Dante nel XII canto del Paradiso, dove la terzina 72 così lo dipinge: «Domenico fu detto; e io ne parlo/sì come de l’agricola che Cristo/elesse a l’orto suo per aiutarlo».
I càtari si diffusero nella Linguadoca, nella Provenza, nella Lombardia, in Bosnia, in Bulgaria, nell’Impero bizantino. La tolleranza praticata dai signori di Provenza, come il conte di Tolosa, da alcuni ecclesiastici, come i vescovi di Tolosa e Carcassonne, e dall’Arcivescovo di Narbonne, nei confronti dei predicatori eretici, permise che quest’ultimi non solo circolassero indisturbati nei villaggi e ricevessero lasciti cospicui, ma venissero posti a capo di istituti religiosi.
I sacerdoti locali si disinteressavano degli eretici proprio perché, essendo intellettualmente impreparati, non avevano mezzi per controbatterli. Fu così che i Domenicani, formati nei migliori atenei, acquisirono gli strumenti adeguati per compiere la loro missione in funzione della ragione e della Fede contro menzogne ed inganni.
Domenico apparteneva alla nobile famiglia dei Guzmán della Castiglia e sostenuto da uno zio sacerdote aveva studiato in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse alla Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, tanto da vendere i suoi libri manoscritti di grande valore (all’epoca non esisteva ancora la stampa) per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Nel 1196 fu eletto canonico del capitolo cattedrale di Osma. Il Vescovo del luogo, Diego de Acevedo, lo chiamò al suo fianco e nel 1203, divenuto sottopriore dello stesso capitolo, lo accompagnò in una missione diplomatica, per conto del Re di Castiglia, da espletare nella Germania del Nord. Giunti a destinazione constatarono le devastazioni morali prodotte in Turingia da una popolazione pagana dell’Europa centrale, i Cumani. Da questo istante fino al termine della sua vita Domenico sarà animato dal desiderio di convertire.
Sulla strada per la Germania, il Vescovo e il suo collaboratore avevano soggiornato nella contea di Tolosa, prendendo così coscienza del successo che qui aveva riscosso il catarismo. Tale termine deriva dal latino medievale catharus (a sua volta dal greco καϑαρός «puro»), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del Vescovo Novaziano elettosi antipapa dal 251 al 258; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa nei canoni del Concilio di Nicea del 325. Con la definizione di càtari sono indicati gli eretici dualisti medievali (albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili… e in Italia patarini), che ebbero terreno fertile dal IV fino al XIV secolo.
Fu proprio per contenere l’estendersi dei càtari che, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, Padre Domenico concepì un nuovo metodo di predicazione: per combatterli bisognava usare i loro stessi mezzi, vale a dire operare in povertà, umiltà e carità. Credendo nella deviazione dalla vera fede della Chiesa di Roma, i càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale presente sul territorio.
Per loro Cristo aveva avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo) e la dottrina si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo fra materia e spirito di derivazione gnostica e manichea. Le opposizioni erano irriducibili (Spirito-Materia, Luce-Tenebre, Bene-Male), all’interno delle quali tutto il creato era una sorta di grande tranello di Satana (Anti-Dio), il quale irretiva lo spirito umano contro le sue rette inclinazioni.
Lo stesso Dio dell’Antico Testamento corrispondeva ad un dio malefico. Basandosi su questi principi divennero vegani ante litteram, rifiutando il consumo di carne, latte, uova e dei loro derivati (ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale). Consideravano peccaminoso persino il matrimonio, poiché serviva ad accrescere il numero degli schiavi di Satana. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del male comportava il rifiuto dei sacramenti. La perfezione per il càtaro si raggiungeva quando non si possedevano beni materiali e, attraverso un percorso “ascetico”, ci si lasciava morire di fame e di sete (pratica dell’endura).
Nel terzo Concilio Lateranense, convocato da papa Alessandro III a Roma nel marzo 1179, il catarismo venne condannato. Dopo l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo III, nel 1198, la Chiesa reagì con decisione all’eresia con l’indizione nel 1208 della Crociata albigese (1209-1229), mentre papa Gregorio IX istituirà il Tribunale dell’Inquisizione, che impiegherà settant’anni per estirpare la malapianta dal Sud della Francia.
In questa drammatica situazione per la Chiesa, La Divina Provvidenza chiama Domenico di Guzmán, con la povertà, lo studio approfondito, la predicazione, e san Francesco di Assisi, con la povertà, l’immolazione, l’esempio di vita per ristabilire la verità e l’ordine.
Il primo successore nella guida dei Domenicani, il beato Giordano di Sassonia (1190-1237), autore del Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum, un testo che propone la prima biografia di san Domenico (canonizzato nel 1234) e la storia degli anni iniziali dell’Ordine, scrive: «Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole… Viceversa di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio» (in P. Lippini OP, San Domenico visto dai suoi contemporaneiI più antichi documenti relativi al Santo e alle origini dell’Ordine Domenicano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1982, p. 133). I testimoni affermano che «egli parlava sempre con Dio o di Dio». Non ha lasciato scritti sulla preghiera, ma la tradizione domenicana continua a tramandare un’opera dal titolo Le nove maniere di pregare di San Domenico, che venne redatta fra il 1260 e il 1288 da un frate domenicano.
Ogni preghiera viene sempre svolta da Padre Domenico di fronte a Gesù Crocifisso. I primi sette modi seguono una linea ascendente, come i passi di un cammino, verso la comunione con la Trinità: Domenico prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà; steso a terra per chiedere perdono dei peccati; in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze di Cristo; con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore; con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato verso il Regno di Dio.
L’ottava pratica consiste nella meditazione personale, quella che conduce alla dimensione intima, fervorosa, rasserenante. Al termine della Liturgia delle Ore e dopo la celebrazione della Santa Messa, egli prolunga il colloquio con Dio, senza porsi limiti di tempo: tranquillamente seduto, si raccoglie in sé e in ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso. I testimoni raccontano che, a volte, entrava in estasi con il volto trasfigurato, e dopo riprendeva le sue attività come niente fosse, corroborato dalla forza acquisita dalla preghiera.
Infine c’è l’orazione che svolge durante i viaggi da un convento all’altro: recita le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i confratelli e, percorrendo valli e colline, contempla la bellezza della creazione, mentre dal cuore gli sgorga sovente un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tutti i doni, soprattutto per il più grande: la Redenzione operata da Cristo.
Nel 1212, durante la sua permanenza a Tolosa, narra il beato Alano della Rupe, ebbe una visione della Vergine Maria, che gli consegnò il Rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l’eresia albigese. Secondo il racconto del beato, nel 1213-1214 san Domenico, mentre predicava in Spagna con il confratello Fra’ Bernardo, venne rapito dai pirati.
La notte dell’Annunciazione di Maria (25 marzo) una tempesta stava facendo naufragare la nave su cui si trovavano, quando la Madonna disse a Domenico che l’unica salvezza dalla morte per l’equipaggio era dire sì alla sua Confraternita del Rosario: furono dunque i pirati con i Domenicani a bordo ad esserne i primi membri. Da allora il Rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e, con il passare dei decenni, una delle più tradizionali preghiere cattoliche.
In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il Vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico e mendicante dedicato alla predicazione. Il Papa l’approvò verbalmente, così come aveva fatto con san Francesco nel 1209.
Ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati (Conc. Laterano IV can. 13), propose di non fare una nuova regola, bensì prenderne una già approvata poiché i tempi erano troppo travagliati per la Chiesa. Seguendo il consiglio, san Domenico con i suoi sedici seguaci, scelse la Regola di Sant’Agostino, corredata da Costituzioni idonee alla loro missione. «San Domenico fu un uomo di preghiera. Innamorato di Dio, non ebbe altra aspirazione che la salvezza delle anime, in particolare di quelle cadute nelle reti delle eresie del suo tempo; imitatore di Cristo […] sotto la guida dello Spirito Santo, progredì sulla via della perfezione cristiana. In ogni momento, la preghiera fu la forza che rinnovò e rese più feconde le sue opere apostoliche», così affermò Benedetto XVI nell’Udienza generale di cinque anni fa, tenuta a Castel Gandolfo (8 agosto 2012).
Chi, oggi, si preoccupa con umiltà, serenità, santità delle anime «cadute nelle reti delle eresie» del nostro tempo? Anche noi, vittime di una funesta carestia di vita interiore e oranti con il Santo Rosario – insistentemente raccomandato cento anni fa da Nostra Signora di Fatima – siamo mendichi, sull’esempio di san Domenico e di san Francesco, della Divina Provvidenza.

domenica 22 febbraio 2015

Se a dominare è un pensiero non cattolico

Interessante contributo odierno di don Nicola Bux

Se a dominare è un pensiero non cattolico

di Nicola Bux

Con grande dolore e profonda preoccupazione, si deve constatare che il pensiero non cattolico avanza nella Chiesa. È molto grave l'affermazione del moderatore del Sinodo diocesano di Bolzano, secondo il quale, il lavoro svolto, «rispecchia la situazione generale della Chiesa, che sta vivendo un cambiamento radicale». Si può ancora affermare che i cattolici formino un cuor solo e un'anima sola? O, per dirla con sant'Ignazio d'Antiochia, che manifestino un tale accordo della voce e del cuore, sì da raggiungere la sinfonia? Purtroppo siamo divisi tra noi, proprio sulla verità, e attratti da false dottrine. In nome del pluralismo? Civiltà Cattolica riporta un intervento dell'allora Padre Bergoglio: «il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la rinuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali».

Succede, invece, che molti cattolici, preferiscano andare d'accordo con i non cattolici, i non credenti e gli avversari della Chiesa, più che con i fratelli di fede. I loro modi di pensare e di agire, sono penetrati in casa cattolica, al punto che sembra rivolto a noi, quel che Giovanni Paolo II, nel 1980, ricordava ai protestanti tedeschi: «ci riferiamo tutti a Gesù Cristo, ma il dissenso verte su “ciò che è di Cristo”, su “ciò che è suo”: la sua Chiesa e la sua missione, il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». Il dissenso è, soprattutto, sui contenuti e fondamenti stessi della fede, e di conseguenza sulla morale. Se un parroco, in un ritiro del clero, afferma che bisogna smetterla con la verità oggettiva, perché è venuto il tempo di chinarsi sulle soggettività, e il vescovo, presente, tace: un problema c'è; se una ragazza, lusingata dalle avances di un uomo coniugato, si sente, in confessione, rimproverare dal sacerdote, perché, a suo dire, avrebbe dovuto cogliere l'occasione, in quanto non è peccato, allora qualcosa è successo. Si segue ancora la verità cattolica, reperibile senza difficoltà nel Catechismo, oppure le falsità che vanno di moda?

Confusione e divisione, sono ormai diffuse e attraversano tutto il popolo di Dio, dal collegio cardinalizio all'episcopato, dai teologi al clero e al laicato. Ha ancora senso cercare l'unione con gli ortodossi e altri cristiani, mentre tra noi cattolici siamo sempre più divisi? Se nei seminari, si esortano i giovani, ricorrendo anche a intimidazioni, ad avere una “nuova visione di Chiesa”, in discontinuità col passato? Una molto simile – c'è da pensarlo – a quella descritta in una canzone di Jovanotti: «una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano». 

Nel Conclave del 2005, il cardinal Giacomo Biffi avvertiva: «Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i piccoli». La questione viene da lontano: se n'era accorta nel 1966, a meno di un anno dalla chiusura del Vaticano II, la Congregazione per la dottrina della fede, che inviava una lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali, in cui si riferivano le notizie giunte dalle nunziature, sui crescenti abusi nell'interpretazione della dottrina del Concilio, e su opinioni azzardate che sorgevano qui e là, turbando i fedeli, perché oltrepassavano le semplici opinioni e ipotesi, per giungere ad intaccare i fondamenti del dogma e della fede. Seguiva, in dieci punti, l'elenco di tali idee ed errori.  Va ripassato, perché sono tutti constatabili ancora oggi, anzi aumentati. «É in crisi l'idea di Chiesa»: avvertì, nel 1985, Joseph Ratzinger a Vittorio Messori, in Rapporto sulla fede. Urgeva riproporre, o meglio, ridefinire cos'è la fede cattolica: nacque il Catechismo della Chiesa Cattolica. 

Il contraccolpo dell'indefinitezza attuale della fede cattolica, lo ha subito la liturgia, della quale si continua a ripetere: lex credendi-lex orandi – ma, di “legge” o norme che la regolino, guai a parlarne, non solo, ma il modo di pregare in essa, contraddice sempre di più il credo. Il culto dell'emozione, non rende, il popolo cristiano, consapevole di dover annunciare la Parola divina, più tagliente di una spada a doppio taglio, di cui il mondo ha bisogno per essere salvato. Così, non siamo più sicuri che Dio sia soddisfatto del culto che gli viene tributato. I preti rimproverano i fedeli perché vengono in chiesa – ancora – a ricevere i sacramenti, ma poi spariscono: non pensano che proprio i sacramenti sono le reti dell'evangelizzazione, efficaci per la conversione, se solo li si celebrasse senza prendere a modello la Tv. 

Basta recitare il Simbolo di fede, il Credo, per rigettare le opinioni erronee? Scrive sant'Ireneo: «tutti professano le stesse verità, ma non vi credono allo stesso modo». Ai nostri giorni, i contorni della verità cattolica sono liquidi, come si suol dire, perché si crede che essa nasca dal dialogo, e sia meno importante della libertà. Dunque, chi si dedica alla sua “definizione”, deve sapere che ne sarà segnata la sua esistenza, come è accaduto a Paolo VI. Sarà attaccato, da chi cercherà di far passare l'idea che la dottrina non muta se cambia la disciplina. Sarà denunciato per presunta intolleranza e insubordinazione. Sarà accusato, come Atanasio, per la sua intransigenza, la scarsa o nulla misericordia. Si leveranno voci per condannarlo, deporlo ed esiliarlo, beninteso, in nome del pluralismo e della tolleranza. Una esperienza che sconcerterà molti fedeli e farà esultare molti altri: «l'universo gemette», annota san Girolamo, «nello sbalordimento d'essere diventato ariano». Che farà constatare, con san Basilio: «Solo un peccato è ora gravemente punito: l'attenta osservanza delle tradizioni dei nostri padri. Per tale ragione, i buoni sono allontanati dai loro paesi e portati nel deserto». Ma quegli resisterà, difendendo l'ortodossia, come ha scritto Bulgakov, e smascherando l'eresia. Atanasio continuò a dirigere la sua Chiesa dal deserto, con l'aiuto di sant'Antonio, e trovò il tempo di scrivere quei trattati, che contribuirono alla condanna dell'arianesimo da parte del concilio di Costantinopoli del 381 e gli meritarono il titolo di dottore.

Oggi, tra i cattolici, i punti di dissenso – leggi eresie - sono tanti, a cominciare dall'escatologia, parola mai così usata negli ultimi decenni e ridotta alla ricerca spasmodica della felicità terrena dell'individuo: basta sentirsi bene nella condizione in cui ci si trova. Si è abbandonata l'idea che c'è un cammino verso la santità. La felicità eterna, se esiste, ha poca importanza: la felicità è in questa vita e si identifica col vivere bene e la vita buona. É questa la speranza cristiana per cui val la pena nascere e vivere? É vero che Gesù ha promesso a chi lo segue il centuplo quaggiù e l'eternità, ma non secondo la versione di Benigni. Se a chi sta in regola, san Paolo arriva a dire: «d'ora innanzi, chi ha moglie, viva come se non l'avesse» (1 Cor 7,29), si comprende perché dica, a chi vive nell'irregolarità: «Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1 Cor 6,9-11). È parola rivelata che resta per sempre.

«Dio, che non desideri la morte dei peccatori, ma vuoi che si pentano», prega la liturgia quaresimale, tornando annualmente a ricordare la via stretta della salvezza - le ceneri ne sono segno eloquente –, ad abbandonare la condizione di peccato in cui ci fossimo induriti. «Lasciatevi riconciliare con Dio», ovvero, «convertitevi e credete al Vangelo», deve diventare l'ammonizione di chi si definisce un “prete sociale'” o “di strada” o “antimafia”. La Chiesa evangelizza per far star bene la gente in questo mondo, nel senso di farla vivere nella verità e guidarla alla salvezza eterna. Conversione e riconciliazione sono necessarie, affinché il Signore dimentichi i peccati di quanti si convertono (Sap 11,25).

Dinanzi al pensiero non cattolico penetrato nella Chiesa, causa prima del relativismo che  induce i giovani occidentali a passare da internet al terrorismo: una versione eroico-religiosa del culto dell'emozione; dinanzi all'avanzata di musulmani che uccidono, convinti di rendere gloria ad Allah, i sacerdoti, piangendo, facciano propria la supplica posta in capite quadragesimae: «Perdona Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti». Perché si dovrebbe dire fra i popoli: «Dov'è il loro Dio?» (Gioele 2,17). Di certo, il pensiero non cattolico non prevarrà nella Chiesa. E non verrà meno la virtù della fortezza, perché i cristiani non temono il martirio.

sabato 10 gennaio 2015

L’ispiratore delle riforme della chiesa sia Lutero, dice il card. Marx ....

Qualche giorno fa ne avevamo parlato anche noi ….

L’ispiratore delle riforme della chiesa sia Lutero, dice il card. Marx

di Matteo Matzuzzi


Roma. Anche i cattolici farebbero bene a prepararsi per il cinquecentesimo anniversario della riforma di Martin Lutero, in programma nel 2017. Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, capo della conferenza episcopale tedesca e coordinatore del consiglio per l’economia istituito dal Papa per rendere trasparenti le finanze vaticane, non ha dubbi: Lutero deve fare da ispiratore alle grandi riforme  – spirituali e di governo – che attendono la chiesa nei prossimi anni. Una sorta di bussola che orienti la chiesa, insomma. Dopotutto, il monaco agostiniano “non aveva lo scopo di dividere la chiesa” e, anzi, si può dire – come ha fatto il cardinale Kurt Koch nei mesi scorsi – che “nonostante la data del 1517 sia stata usata e percepita come anticattolica, Lutero a quel tempo poteva considerarsi ancora un cattolico”. Il suo obiettivo, ha spiegato Marx in un commento scritto di proprio pugno per il giornale culturale Politik&Kultur, era solo quello di “richiamare l’attenzione su ciò che oscurava il messaggio del Vangelo”.
Nessuna paura, dunque, nel riprendere in mano le sue tesi e teorie, anche quelle affisse sul portale della chiesa di Wittenberg, scatenando l’ira funesta di Papa Leone X Medici che da Roma, la novella “meretrice di Babilonia”, gli intimava di schiodare quelle novantacinque frasi e di tacere. Il tempo passa e “dopo cinquant’anni di dialogo ecumenico congiunto è possibile per un cristiano cattolico leggere gli scritti di Lutero apprezzandoli”, ha aggiunto il porporato, a giudizio del quale è opportuno anche che il cattolico “impari dai pensieri” del monaco di Eisleben. Il 2017, per Marx, sarà l’anno della svolta, l’occasione per mettere Cristo ancor più al centro dell’attenzione, stimolando “una collaborazione sempre più stretta tra le confessioni cristiane” per far fronte alla “secolarizzazione della società”. Il fine è nobile: “La mia speranza è che la commemorazione della Riforma rappresenti un passo in avanti verso la piena e visibile unità della chiesa”. Il cardinale svizzero Koch, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, partecipando lo scorso ottobre alla Conferenza della federazione luterana mondiale, aveva anticipato la presa di posizione di Marx, benché avesse sottolineato in tale circostanza che il contributo teologico fondamentale di Lutero sia stata la sua “domanda su Dio”.
Koch aveva ricordato le parole pronunciate da Benedetto XVI nel discorso tenuto a Erfurt davanti al consiglio della chiesa evangelica di Germania: “Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? Questa scottante domanda di Lutero”, disse Joseph Ratzinger, “deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta”. Il cardinale Koch, facendo riferimento alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione della fede firmata nel 1999, auspicava che a quel testo “un giorno potesse seguire una ulteriore dichiarazione congiunta su chiesa, eucaristia e ministero”. Tuttavia, a differenza dell’ottimista Marx, che suggerisce ai cattolici di immergersi fin d’ora sulle riflessioni di Lutero, il successore di Walter Kasper nel dicastero per l’ecumenismo osservava che questo è sì “l’orizzonte del nostro dialogo”, ma, “me ne rendo conto, di lungo periodo”.