Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 13 aprile 2019

Un aforisma di S. Gregorio Magno su S. Ermenegildo, martire

"Al sopraggiungere poi della festa di Pasqua, il perfido padre gli mandò nel silenzio profondo d'una notte un vescovo ariano, affinché ricevesse la comunione consacrata dalle sue mani sacrileghe, e con ciò meritasse di rientrare nella grazia paterna. Ma egli, consacratosi tutto a Dio, appena gli si avvicinò, rimproverò, come doveva, il vescovo ariano, e respinse da sé, con giuste rimostranze, tanta perfidia; perché, sebbene esternamente giacesse legato, dentro di sé però si teneva sicuro in tutta l'elevatezza dell'anima. Ritornato pertanto a lui il vescovo, l'ariano padre fremé di rabbia e mandò subito dei suoi sicari ad uccidere lì stesso dove giaceva, il fortissimo Confessore di Dio; il che venne eseguito. Infatti, appena entrati, gli spaccarono la testa con un colpo di scure" (S. Gregorio Magno, Dialogi, III, 31)

Francisco Aznar y García, S. Ermenegildo in prigione, 1860 circa, Museo del Prado, Madrid

José Amador de los Ríos, S. Ermenegildo, 1840-42, Museo del Prado, Madrid

domenica 27 maggio 2018

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015; Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
L'eresia ariana del Bianchi appare ancor più chiara in un'altra occasione:
"Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. ... . Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio" (Gad Lerner, Il Natale: ma è nato un uomo o un Dio? Intervista a Enzo Bianchi, in La Repubblica, 24.12.2010). 
Pure di recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






Carlo Dolci, SS. Trinità in gloria, 1658-63, Rhode Island School of Design Museum of Art,  Providence


mercoledì 2 maggio 2018

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

Nella festa di S. Atanasio di Alessandria, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei, pubblicato pure in inglese dal consueto Rorate caeli.

Palma il Vecchio, Madonna col Bambino in trono e Santi (SS. Paolo, Gregorio Magno, Bernardino da Siena, Elisabetta d'Ungheria, Atanasio e altro santo), 1512, Cappella di S. Atanasio, Chiesa di S. Zaccaria, Venezia

Ambito veneto, SS. Agostino ed Atanasio, XVIII sec., Padova

Ambito oltralpino, S. Atanasio, XVIII sec., Udine


De Paulus, S. Atanasio, 1861, Terni

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

di Roberto de Mattei


La Chiesa avanza nella storia sempre vincitrice, secondo i disegni imprevisti di Dio. I primi tre secoli di persecuzioni toccarono il loro culmine sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305).
Tutto sembrava perduto. Lo scoraggiamento era una tentazione per molti cristiani e tra essi non mancò chi perse la fede. Ma chi perseverò ebbe l’immensa gioia, pochi anni dopo, di vedere sfolgorare la Croce di Cristo sui labari di Costantino nella battaglia di Saxa Rubra (312). Questa vittoria mutò il corso della storia. L’Editto di Milano-Nicomedia del 313, accordando libertà ai cristiani, capovolse il senatoconsulto di Nerone, che proclamava il Cristianesimo “super stitioillicita”.
La cristianizzazione pubblica della società ebbe inizio in un clima di entusiasmo e di fervore. Nel 325, il Concilio di Nicea sembrò segnare la rinascita dottrinale della Chiesa, con la condanna di Ario, che negava la divinità del Verbo. A Nicea, grazie all’apporto decisivo del diacono Atanasio (295-373), poi vescovo di Alessandria, fu definita la dottrina della “consustanzialità” di natura tra le tre persone della Santissima Trinità.
Negli anni successivi, tra la posizione ortodossa e quella degli eretici ariani si fece strada un “terzo partito”, quello dei “semi-ariani”, divisi a loro volta in varie correnti, che riconoscevano una certa analogia tra il Padre e il Figlio, ma negavano che egli fosse «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», come affermava il Credo di Nicea. Essi sostituirono alla parola omousios, che vuol dire “della stessa sostanza”, il termine omoiusios, che significa “di sostanza simile”.
Gli eretici, ariani e semiariani, avevano compreso che il loro successo sarebbe dipeso da due fattori: il primo era di rimanere all’interno della Chiesa; il secondo di ottenere l’appoggio del potere politico e dunque di Costantino, e poi dei suoi successori. Così, di fatto, avvenne. Una crisi interna alla Chiesa, mai fino allora conosciuta, si prolungò per oltre 60 anni.
Nessuno meglio del cardinale Newman la ha descritta, nel suo libro Gli ariani del IV secolo (1833), cogliendo tutte le sfumature dottrinali della questione. Uno studioso italiano, il prof. Claudio Pierantoni ha recentemente tracciato un illuminante parallelo tra la controversia ariana e quella attuale sull’esortazione apostolica Amoris laetitia (v. qui).
Ma, fin dal 1973, mons. Rudolf Graber (1903-1992), vescovo di Ratisbona, rievocando la figura di sant’Atanasio, nel XVI centenario della sua morte, paragonava la crisi del IV secolo a quella seguita al Concilio Vaticano II (Athanasius und die Kircheunserer Zeit: zuseinem 1600 Todestag, Kral 1973). Atanasio, per la sua fedeltà all’ortodossia, fu duramente perseguitato dai suoi stessi confratelli e per ben cinque volte, tra il 336 e il 366, fu costretto ad abbandonare la città di cui era vescovo, passando lunghi anni di esilio e di strenue lotte in difesa della fede. Due assemblee di vescovi, a Cesarea e a Tiro (334-335), lo condannarono per ribellione e fanatismo.
E nel 341, mentre un Concilio di cinquanta vescovi, a Roma, proclamava Atanasio innocente, il Concilio di Antiochia, cui parteciparono più di novanta vescovi, ratificò gli atti dei sinodi di Cesarea e di Tiro, e pose un ariano sulla cattedra episcopale di Atanasio.
Il successivo Concilio di Sardica, nel 343, terminò con una scissione: i Padri occidentali dichiararono illegale la deposizione di Atanasio e riconfermarono il Concilio di Nicea; quelli orientali condannarono non soltanto Atanasio, ma anche il papa Giulio I, poi canonizzato, che lo aveva appoggiato. Il Concilio di Sirmio, nel 351, cercò una via di mezzo tra ortodossia cattolica e arianesimo.
Nel Concilio di Arles del 353 i Padri, incluso il legato di Liberio, che era succeduto come Papa a san Giulio I, sottoscrissero una nuova condanna di Atanasio. I vescovi erano costretti a scegliere tra la condanna di Atanasio e l’esilio. San Paolino, vescovo di Treviri, fu quasi il solo che si batté per la fede nicena e fu esiliato in Frigia, dove morì in seguito ai maltrattamenti subiti dagli ariani.
Due anni dopo, nel Concilio di Milano (355), più di trecento vescovi dell’Occidente sottoscrissero la condanna di Atanasio e un altro padre ortodosso, sant’Ilario di Poitiers, fu bandito in Frigia per la sua intransigente fedeltà all’ortodossia.
Nel 357 papa Liberio, vinto dalle sofferenze dell’esilio e dalle insistenze dei suoi amici, ma anche spinto da “amor di pace”, sottoscrisse la formula semiariana di Sirmio e ruppe la comunione con sant’Atanasio, dichiarandolo separato dalla Chiesa romana, per l’uso del termine “consustanziale”, come ci testimoniano quattro lettere tramandateci da sant’Ilario (Manlio Simonetti, La crisi ariana del IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, pp. 235-236). Sotto il pontificato dello stesso Liberio, i concili di Rimini (359) e di Seleucia (359), che costituirono un unico grande Concilio rappresentante l’Occidente e l’Oriente, abbandonarono il termine “consustanziale” di Nicea e stabilirono un’equivoca “via media” tra gli ariani e sant’Atanasio. Sembrava che l’eresia dilagante avesse vinto nella Chiesa.
I concili di Seleucia e di Rimini oggi non sono annoverati dalla Chiesa tra gli otto concili ecumenici dell’antichità, ma contarono tuttavia fino a 560 vescovi, la quasi totalità dei Padri della Cristianità, ed “ecumenici” furono definiti dai contemporanei. Fu allora che san Girolamo coniò l’espressione secondo cui «il mondo gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano» (Dialogus ad versus Luciferianos, n. 19, in PL, 23, col. 171).
Ciò che è importante sottolineare è che non si trattò di una disputa dottrinale limitata a qualche teologo, né ad un semplice scontro tra vescovi in cui il Papa dovesse fungere da arbitro. Fu una guerra religiosa in cui furono coinvolti tutti i cristiani, dai Papi fino all’ultimo fedele. Nessuno si rinchiuse nel proprio bunker spirituale, nessuno rimase alla finestra, muto spettatore del dramma.
Tutti scesero a combattere nelle trincee, da una parte e dall’altra dello schieramento. Non era facile in quel momento capire se il proprio vescovo fosse ortodosso o no, ma il sensus fidei fu la bussola per orientarsi. Il cardinale Walter Brandmüller, parlando a Roma il 7 aprile 2018, ha ricordato come  «il “sensus fidei” agisce come una sorta di sistema immunitario spirituale, che fa riconoscere e rifiutare istintivamente ai fedeli qualsiasi errore. Su questo “sensus fidei” poggia dunque – a prescindere dalla promessa divina – anche l’infallibilità passiva della Chiesa, ovvero la certezza che la Chiesa, nella sua totalità, non potrà mai incorrere in una eresia».
Sant’Ilario scrive che durante la crisi ariana le orecchie dei fedeli che interpretavano in senso ortodosso le affermazioni equivoche di teologi semi-ariani erano più sante dei cuori dei sacerdoti. I cristiani che per tre secoli avevano resistito agli imperatori, ora resistevano ai propri Pastori, in qualche caso anche al Papa, colpevole, se non di aperta eresia, perlomeno di grave negligenza.
Mons. Graber ricorda le parole dell’Athanasius (1838) di Joseph von Görres (1776-1848), scritte al momento dell’arresto dell’arcivescovo di Colonia, ma anche oggi di straordinaria attualità: «La terra trema sotto i nostri piedi. Si può presagire con certezza che la Chiesa uscirà incolume da una tale rovina, ma nessuno può dire e congetturare chi e che cosa sopravvivrà. Noi, dunque, avvisando, raccomandando, alzando le mani, vorremmo impedire il male mostrandone i segni. Persino i giumenti che portano i falsi profeti, si impennano, arretrano e rinfacciano con linguaggio umano la loro ingiustizia a chi li batte e non vede la spada sguainata (da Dio), che chiude loro la strada (Numeri, XXII, 22-35). Operate dunque finché è giorno, perché di notte nessuno può operare. Non serve nulla l’aspettare: l’attesa non ha fatto altro che aggravare tutte le cose».
Vi sono momenti in cui un cattolico è obbligato a scegliere tra la codardia e l’eroismo, tra l’apostasia e la santità. Fu quanto accadde nel IV secolo, è quanto accade anche oggi.

giovedì 7 dicembre 2017

La Religione dell’Incarnazione: un fatto, un luogo, dei volti – Editoriale di dicembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Ambrogio di Milano, vero esempio e modello di vescovo cattolico, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio.

«Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato» (S. Ambrogio, Epistulae variae, 40, 11)

Allelúia, allelúia. Diréctus est vir ínclitus ut Aríum destrúeret, splendor Ecclésiæ, cláritas vatum, ínfulas dum gerit sǽculi acquisívit Paradísi. Allelúia.

Giuseppe Marzorati, S. Ambrogio a cavallo scaccia gli ariani, 1786, Pavia

Giovanni Ambrogio Figino, S. Ambrogio scaccia gli ariani, 1590 circa, Castello Sforzesco, Milano

Giuseppe Sansone Marchesi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, XVIII sec., Bologna

Angelo Da Campo, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1786, Verona

Gebhard Fugel, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1897, chiesa di S. Ambrogio, Hergensweiler

Luigi Galizzi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1893, Bergamo

Antonio Sibella, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1899, Bergamo

LA RELIGIONE DELL’INCARNAZIONE: UN FATTO, UN LUOGO, DEI VOLTI


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 12 - Dicembre 2017

Il grande Cardinale Newman ha scritto che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede cattolica, avrebbe senz’altro scelto la dottrina dell’Incarnazione:
“Io direi, per quanto mi riguarda, che l’Incarnazione è al cuore del Cristianesimo; è di là che procedono i tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l’ascetico.”
Il Figlio di Dio ha unito la sua natura divina alla nostra natura umana affinché, come dice la preghiera dell’offertorio della messa, “possiamo divenire partecipi della sua divinità”.
In questo “divenire partecipi della sua divinità” c’è tutta la vita cristiana. Siamo stati chiamati alla vita, siamo stati afferrati dalla Grazia Santificante dal giorno del nostro Battesimo, ci impegniamo in una vita ascetica per seguire la volontà di Dio, proprio per “divenire partecipi della sua divinità”: è la vita soprannaturale; è questo il dono di Dio per noi, è questo il nostro destino.
Dobbiamo proprio comprendere che il Cristianesimo è fondato sulla realtà dell’Incarnazione, per poi comprendere la nostra vita con lo scopo che ha dentro: divenire partecipi della sua divinità. Se si toglie questa realtà non resta più niente del Cristianesimo.
L’Incarnazione poi è un fatto storico, non è innanzitutto un concetto, un’idea.
L’Incarnazione è il fatto storico che, a un certo momento del tempo, il Verbo di Dio ha preso su di sé la nostra umanità, la nostra povertà, il nostro nulla, per donarci il potere di diventare figli di Dio. Questo è il fatto più sconvolgente della storia e per questo contiamo gli anni dalla notte di Betlemme.
Tutte le eresie sono nemiche di questo fatto, lo negano nella sua pienezza, lo reinterpretano fino ad annullarlo nella sua sconvolgente verità.
Tutte le eresie sorte dentro il Cristianesimo vanno contro quest’unico fondamento della religione cristiana, e così fa il Modernismo che è la somma di tutte le eresie. Il Modernismo ha come nemico principale la realtà dell’Incarnazione, e trasforma il cristianesimo in una religione che nasce dal di dentro dell’uomo, dalla sua psicologia profonda. Invece tutto nasce da un fatto, un fatto fuori dell’uomo che trasforma dentro l’uomo: Dio si è fatto uomo.
Trasforma l’uomo – diventiamo partecipi della sua divinità – ma è un fatto fuori dell’uomo.
E ci trasforma proprio perché non è dentro l’uomo, ma entra nell’uomo con il potere della Grazia di Cristo.
Da qui discende tutto.
Dal fatto che è un fatto - che come ogni fatto è fuori di noi, è difronte a noi - discende tutto il potere  salvifico del Cattolicesimo:
“L’Incarnazione è l’antecedente della dottrina della mediazione; essa è l’archetipo del principio sacramentale e dei meriti dei santi. Dalla dottrina della mediazione derivano la salvezza, la Messa, i meriti dei martiri e dei santi, le invocazioni e il culto loro indirizzato. Dal principio sacramentale provengono i sacramenti propriamente detti, l’unità della Chiesa e la Santa Sede (…), l’autorità dei concili; la santità dei riti; la venerazione con cui si circondano i luoghi sacri, le tombe dei santi, le immagini, i mobili, gli ornamenti e i vasi sacri... Bisogna o prendere tutto o rigettare tutto; attenuare non è che indebolire; amputare è mutilare”.
Grande Newman! Bisogna accettare tutto del Cattolicesimo! E tutto, come il fatto dell’Incarnazione, è qualcosa di esterno che entra dentro, per trasformarti dentro.
Il male è proprio qui. Il terribile male che sta sfigurando la Chiesa Cattolica e la vita di una moltitudine di cristiani consiste nell’attenuare questo fatto esterno che, abbracciato, ci salva.
È il male orribile di trasformare il Cristianesimo nella religione delle idee e dei valori; di trasformarlo in un culto tutto interno all’uomo, in una religione psicologica e introspettiva: è la vittoria del Peccato Originale, è la vittoria del Demonio, che vuole chiudere l’uomo in se stesso per poi abbandonarlo alla propria disperazione.
Ma il Cristianesimo è un fatto esterno che nasce dal fatto dell’Incarnazione di Dio.
Il pericolo è di non ricordarlo sempre: bisogna prendere tutto o rigettare tutto... attenuare è indebolire... amputare è mutilare.
Dobbiamo ricordarlo sempre: Cristo ci raggiunge con un fatto esterno a noi.
Per questo non si può salvare nemmeno la Tradizione della Chiesa con le parole, ma aderendo a un fatto.
È aderendo a un luogo esterno, che ti ha riconsegnato la fede di sempre, che si salva la Tradizione.
È stando a quel fatto, stando a un luogo, stando a persone visibili con cui il Signore ti ha riconsegnato ad una fede integralmente cattolica, che tu potrai essere trasformato dentro.
La tentazione è sempre quella di volgersi alle idee, ai valori, alle parole, per rigettare o attenuare il fatto; e attenuarlo è rigettarlo!
Siamo a Natale. Quale domanda faremmo bene a porci? C’è ne una più urgente di tutte:
“Ma io, dove riconosco il fatto di Dio? Dov’è la mia grotta di Betlemme, dove andare ad adorare il  Signore; dov’è la grotta dove Dio nasce?”.
La risposta non può essere vaga, dovrà indicare un luogo concreto, un centro di messa tradizionale concreto, dei volti precisi a cui riferirsi, dei tempi e occasioni stabiliti in cui esserci.
Sì, lo sappiamo, la Chiesa è in crisi; ma tutta la crisi della Chiesa non impedirà ai sinceri di cuore il trovare questi fatti precisi, luogo di salvezza per l’anima stanca. Dio è fedele, e non fa mancare mai il suo soccorso, che è sempre un fatto.
Se ci ostineremo a cercare la salvezza dentro di noi, vorrà dire che siamo già parte dei peggiori modernisti, magari “tradizionali”.
Ma preghiamo che così non sia.
Buon Natale.

venerdì 5 agosto 2016

Santa Maria della Neve, un miracolo durante la crisi ariana

Nella festa della Dedicazione della Basilica romana di Santa Maria Maggiore, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.



Bartolomé Esteban Murillo, Sogno del patrizio Giovanni, 1664-65, Museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Il patrizio Giovanni rivela il suo sogno a Papa Liberio, 1664-65, Museo del Prado, Madrid

Matteo Rosselli, Miracolo della neve e fondazione della basilica di Santa Maria Maggiore, XVII sec., Chiesa di Santa Barbara, Cavriglia

Gaetano Lapis, Madonna della Neve, 1730 circa, Chiesa di S. Francesco, Cagli.
La Vergine indica il prodigio ai Santi Bonaventura e Matteo



Luigi Ardenghi, Madonna della Neve, 1773

Ambito piemontese, Madonna della Neve appare al patrizio Giovanni, XIX sec., museo diocesano, Cuneo

Teresa Cappanin, Madonna della Neve, 1823, Verona

Santa Maria della Neve, un miracolo durante la crisi ariana

di Cristina Siccardi

Nel IV secolo, quando la Chiesa era imbevuta di eresia ariana, la Madonna fece sentire la sua presenza a Roma. Il Vicario di Cristo era in quel tempo Liberio, il Papa che cedette agli errori di Ario, come la maggioranza dei vescovi di allora. Non si trattò di semplice debolezza, ma di vero e proprio assenso all’errore. Il beato cardinal John Henry Newman afferma che «la caduta di Liberio è un fatto storico» (Arians of the Fourth Century, Londra 1876, p. 464).
Soltanto alcuni vescovi, puniti con scomuniche ed esili, resistettero: sant’Atanasio, sant’Eusebio di Vercelli, san Lucifero di Cagliari, san Dionigi di Milano, sant’Ilario di Poitiers. Nella V Appendice del suo Ariani del IV secolo, così scrive Newman, riprendendo ciò che registrò san Gregorio Nazianzeno in riferimento all’A.D. 360: «I pastori hanno certamente fatto cose folli; poiché, a parte pochi, i quali o per la loro insignificanza furono ignorati, o per la loro virtù resistettero e furono lasciati come un seme e una radice per la rifioritura e rinascita di Israele sotto l’influenza dello Spirito Santo, tutti cedettero al compromesso, con la sola differenza che alcuni cedettero subito e altri dopo; alcuni furono campioni e guide nell’empietà e altri si aggregarono a battaglia già iniziata, succubi della paura, dell’interesse, delle lusinghe o – ciò che è più scusabile – dell’ignoranza» (Orat. XXI.24).
Ebbene, la Madonna, Madre della Chiesa, vigilava allora, come vigila oggi sui Pastori. La Tradizione racconta che a quel tempo, quando a Roma non esistevano ancora chiese o basiliche sontuose, Maria Santissima si presentò in sogno ad un patrizio romano di nome Giovanni: era la notte del 4 agosto 352. La Vergine gli chiese di costruire una grande chiesa nel luogo dove la mattina seguente avrebbe nevicato. L’indomani il patrizio si recò da Liberio per narrargli il sogno, il Pontefice, a sua volta, rivelò di aver avuto la stessa visione.
Il prodigio nel frattempo si era avverato sul Colle Esquilino e per ordine di Liberio si fece tracciare la pianta di una grandiosa Basilica esattamente dove cadde la neve e l’edificio sacro venne finanziato dal patrizio Giovanni e dalla consorte, prendendo il nome di Basilica Liberiana dal nome del Papa e detta popolarmente ad Nives, ma anche Basilica di Santa Maria della Neve e, in seguito, Basilica di Santa Maria Maggiore per indicare la sua prevalenza su tutte le chiese romane dedicate alla Madonna.
Benché gli studiosi modernisti abbiano fatto di tutto per smontare la tradizione dei sogni e del miracolo, il culto è rimasto radicato in tutta Italia: una miriade di celebrazioni locali che a tutt’oggi coinvolgono paesi e interi quartieri di città. Si contano 152 chiese, santuari, basiliche minori con il titolo di Madonna della Neve, ogni regione ne possiede, fra quelle dove ne abbondano di più: Piemonte (31), Lombardia (19), Campania (17). Ella è Patrona di 64 comuni italiani e di 58 frazioni. Nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 5 agosto il miracolo viene rievocato con una pioggia di petali di rose bianche, cadenti dall’interno della cupola durante la celebrazione liturgica.
La Madonna ad Nives è particolarmente onorata ad Altavilla Silentina (Salerno): la statua viene portata in processione dalla località Carillia fino al capoluogo, percorrendo una tratto di 6 km a piedi. A Bacugno (Rieti) avviene l’atto rituale della “genuflessione del toro”, che esprime la gratitudine dei paesani verso la figura della Madonna per l’abbondanza dei frutti della terra. A Cancelli, frazione di Cosio di Arroscia (Imperia), il Santuario della Madonna della Neve è posto a 1550 m s.l.m.: qui il 5 agosto accorrono i fedeli provenienti dalla provincia di Imperia e dalla vicina provincia di Cuneo.
La gente di Civitella Licinio (Benevento) è molto legata alla sua chiesetta Madonna della Neve, recentemente restaurata. La festa assume particolare solennità ogni sette anni e l’anno 2016 vi rientra. Le donne del XV secolo, a Gallipoli (Lecce), si recavano nella cripta dell’antica chiesa della Madonna ad Nives seu de Cassopo per venerare l’icona della Madonna della neve ed ottenere dei “responsi” sul ritorno dalla navigazione dei loro congiunti; nella cripta accanto all’icona vi era una finestrella che dava direttamente sul mare, da come esso si increspava, a seguito della loro invocazione, conoscevano la sorte di chi si trovava sulle imbarcazioni. A Monte San Giacomo (Salerno) da secoli, invece, nella notte fra il 4 e il 5 agosto si percorre un sentiero che conduce alla chiesa sulla cima del Monte Cervati (1899 m s.l.m.).
Una lunga e amabile Storia soprannaturale che intreccia le attenzioni e le cure di Maria Santissima alle terre cattoliche: Ella fa guardia e scudo non solo ai fedeli (siano essi buoni o meno), ma anche ai pastori (siano essi buoni o meno). Le sue belle chiese, come tutte quelle architettonicamente e artisticamente preconciliari, rammentano l’indispensabilità non soltanto, però, della devozione, ma anche della sana dottrina, quella che i nostri bambini imparavano proprio nelle dimore di Dio.
Una maestra della provincia di Cuneo ha raccontato a Camillo Langone che molti alunni di origine marocchina il sabato e la domenica vanno a scuola di arabo e di Corano: «sono bambini che spesso ricevono sussidi pubblici, sono bambini che sempre hanno nomi arabi e anche per questo nonostante siano nati in Italia si sentiranno arabi fino ai novant’anni, ammesso che non muoiano giovani facendosi saltare in aria in mezzo a coloro che pagando le tasse li hanno fatti studiare e spesso mangiare. Se un decimo di loro crederà alla sura della Conversione nel tempo in cui una bottiglia di Barolo raggiunge l’invecchiamento ottimale la provincia di Cuneo diventerà esplosiva come una banlieue parigina (…) Catechismo o morte» (http://www.ilfoglio.it/preghiera/2016/07/22/catechismo-o-morte___1-vr-144707-rubriche_c176.htm ).
Santa Maria Maggiore è lì, con la sua maestosità, non soltanto per ricordare il drammatico periodo della Chiesa del IV secolo, ma anche per rassicurare i fedeli in Cristo, indicando a loro la via della Salvezza, che passa attraverso la conoscenza (la dottrina), i Sacramenti (la Grazia di Dio nel mondo), la preghiera (compreso il Santo Rosario), la Croce (la sofferenza), l’abbandono filiale a Colei che è trionfatrice su ogni genere di eresia.

lunedì 9 maggio 2016

“Scripsit autem multa, et solúta oratióne et vérsibus, mirábili pietáte et eloquéntia; quibus doctórum hóminum sanctorúmque judício id assecútus est, ut nihil in illis, nisi ex veræ pietátis et cathólicæ religiónis régula, reperiátur, nemo quidquam jure vocáre possit in dúbium. Consubstantialitátis Fílii fuit acérrimus propugnátor. Ut autem vitæ laude nemo ei præpósitus est; sic et oratiónis gravitáte omnes fácile superávit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI GREGORII NAZIANZENI (THEOLOGI) EPISCOPI CONFESSORIS ET ECCLESIAE DOCTORIS

Gregorio il Teologo (Ο Άγιος Γρηγόριος ο Θεολόγος), come lo chiamano i Greci a causa dell’eccellenza del suo genio, aveva un’anima dolce ed una natura eminentemente poetica; all’umiltà ed all’amore della pace sacrificò la sede stessa di Costantinopoli per ritirarsi in campagna e condurvi una vita da monaco. La sua festa non fu introdotta nel calendario prima del 1505, quando gli studi degli umanisti e la cultura greca del Rinascimento fecero meglio apprezzare i suoi meriti. San Pio V ne fece una festa doppia nel 1568.
La messa è interamente dal Comune dei Dottori, con l’Epistola Justus (come l’11 aprile), che si adatta meglio al carattere mistico del Santo.
Se, in effetti, lottando e soffrendo con un’energica costanza giunse, nel giro di alcuni anni, a riportare la città di Costantinopoli alla fede di Nicea, questo fu interamente l’opera del suo zelo davvero divino, poiché, per natura, Gregorio era l’uomo che aveva il maggior orrore delle posizioni difficili e delle lotte. Egli lo dimostrò bene quando, creato contro la sua volontà vescovo di Sasima da san Basilio, non seppe adattarsi a questo difficile incarico e, dopo qualche tempo, ritornò nella sua patria. La passione di Gregorio era la vita contemplativa e la disciplina monastica, alla quale egli restò fermamente legato sino alla fine dei suoi giorni (+ 389 o 390).
Per far conoscere il genere di genio di san Gregorio di Nazianzio, ecco come egli descrive la sua biografia:

EPITAPHION (Carm. XXX)

CVR • CARNEIS • LAQVEIS • TV • ME • PATER • IMPLICVISTI?
CVR • SVBSVM • VITAE • HVIC • QVAE • MIHI • BELLA • MOVET
DIVINO • PATRE • SVM • GENITVS • SANCTAQVE • PARENTE
HAEC • MIHI • LVX • VITAE • NAMQVE • PRECANTE • DATA • EST
ORAVIT • SVMMOQVE • DEO • ME • VOVIT • ET • ORTVS
EST • MIHI • PER • SOMNVM • VIRGINITATIS • AMOR
ISTA • QVIDEM • CHRISTI • POST • AT • SVBIERE • PROCELLAE
RAPTA • MIHI • BONA • SVNT • FRACTA - DOLORE • CARO
PASTORES • SENSI • QVALES • VIX • CREDERET • VLLVS
ORBATVSQUE • ABII • PROLE • MALISQVE • GRAVIS
GREGORII • HAEC • VITA • EST • AT • CHRISTI • POSTERA • CVRAE
QVI • VITAE - DATOR • EST • EXPRIMAT • ISTA • LAPIS

Perché, o divino Padre, mi trovo avvolto nei laghi della carne?
Perché sono costretto a sopportare questa vita che fa guerra al mio spirito?
Nacqui da un padre che fu tuttavia un santo vescovo, e virtuosa fu anche mia madre, alle preghiere della quale venni al mondo. Questa mi dedicò subito a Dio, e, in una visione notturna, l’amore della verginità mi fu ispirato. Fin qui tutto fu dono del Cristo.
Sopraggiunsero poi le lotte, fui privato dei miei beni, ed il dolore ruppe il mio corpo.
Ebbi a conoscere tali pastori che si non potrebbero immaginarne altri; ma partii [da Costantinopoli], privato dei miei figli, e prostrato dalla pena.
Tale è stata finora la vita di Gregorio.
Dell’avvenire, che il Cristo, che dà la vita, si prenda cura. A questa pietra di esprimere queste cose.

Si dice che un antico oratorio, presso il monastero di santa Maria in Campo Marzio, era consacrato, a Roma, alla memoria di san Gregorio di Nazianzio. Ben più, la tradizione locale delle monache benedettine vorrebbe che alcune basiliane, venendo da Costantinopoli a Roma al tempo del papa Zaccaria, avessero portato con loro e deposto in questo luogo il corpo del santo dottore a cui avrebbero per questa ragione dedicato l’oratorio (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 334). Quest’asserzione non è tuttavia molto accettabile, poiché, nella biografia di Leone III, il Liber Pontificalis fa menzione di alcuni doni offerti in oratorio sancti Gregorii quod ponitur in Campo Martis (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, Paris 1892, tomo 2, p. 25. Cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 335; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 260); noi sappiamo d’altro canto che le reliquie di san Gregorio di Nazianzio furono trasferite dalla Cappadocia alla basilica degli Apostoli a Costantinopoli soltanto verso la metà del X sec., allorché le monache si erano stabilite nell’antico Campo di Marte a Roma già da almeno due secoli.
Dopo il 1870 la chiesa fu sconsacrata e il monastero di Santa Maria in Campo Marzio – annesso alla chiesa ed il cui nome deriva dalla vicina chiesa di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio - fu adibito ad archivi; l’intero complesso fu in seguito acquistato dalla Camera dei deputati, la quale fece restaurare la chiesa, tra il 1977 e il 1987, riaprendola al culto, come cappella dei deputati. Durante i restauri fu riportato alla luce un ambiente identificato come l’unica parte superstite del primitivo oratorio.
Il corpo del Santo, l’11 giugno 1580, dall’antico oratorio dove erano state deposte, sarebbe stato traslato in San Pietro, da cui, nel 2004, per volontà di Giovanni Paolo II, furono in gran parte consegnate alla chiesa scismatica orientale di Costantinopoli (alla cui base vi sarebbe la leggenda, tutt’altro che acclarata nelle fonti, che le reliquie del Santo sarebbero giunte da Costantinopoli a seguito del celebre sacco del 1204).


Icona dei Santi Teologi Giovanni evangelista, Gregorio il Teologo e Simeone il Nuovo teologo, XX sec.

S. Gregorio il Teologo, XV sec., chiesa di San Salvatore, Chora

Andrej Rublëv, S. Gregorio il Teologo, 1408 circa, Galleria Tret'jakov, Mosca


Domenichino, S. Gregorio di Nazianzio, 1609-12, Cappella dei Santi Fondatori, Abbazia di Santa Maria, Grottaferrata

Francesco Bartolozzi, S. Gregorio Nazianzeno, XVIII-XIX sec.

Antonio Cifrondi, S. Gregorio di Nazianzio, 1705 circa, chiesa parrocchiale, Sant'Antonio d'Adda - Caprino Bergamasco

Alexey Tarasovich Markov, S. Gregorio il Teologo, 1849, Museo di Stato russo, san Pietroburgo


S. Gregorio di Nazianzio, XVIII sec., Chiesa di San Nicola in Malá Strana, Praga

Altare dov'erano collocate la maggior parte delle reliquie di S. Gregorio di Nazianzio prima del 2004, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Reliquiari dei SS. Giovanni Crisostomo e Gregorio di Nazianzio dal 2004, Chiesa di S. Giorgio, Fanar, Instabul


Reliquia della mano incorrotta di S. Gregorio di Nazianzio