Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 12 maggio 2016

I martiri della legge naturale

Nell’Ottava dell’Ascensione, rilanciamo quest’interessante saggio sui martiri della legge naturale: SS. Angelo da Licata (o da Gerusalemme) e Stanislao di Cracovia. La memoria è stata celebrata pochi giorni fa: del primo il 5 maggio e del secondo il 7.

I martiri della legge naturale

di Cristiana de Magistris

Nella Somma teologica san Tommaso afferma che la «legge naturale» è «la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale». Secondo l’Aquinate, grazie ad una disposizione innata, la «sinderesi», l’uomo possiede la «cognizione abituale» dei principi primi della legge naturale, iscritti da Dio nella sua anima. In quest’ottica la difesa della legge naturale, la quale altro non è che la partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole, equivale in qualche modo alla difesa dei diritti di Dio, e infine di Dio stesso.
Da ciò si comprende la gravità dei peccati contro la legge naturale, e da ciò parimenti si spiega perché la Chiesa annoveri tra i suoi martiri non solo coloro che hanno versato il proprio sangue per la difesa della Fede, ma anche per la legge divina (ad esempio, san Giovanni Battista, san Tommaso Moro, san Giovanni Fisher che hanno difeso l’indissolubilità del matrimonio) e per la legge naturale. Due santi che la Chiesa ha appena commemorato (il 5 e il 7 maggio) portano questa gloriosa aureola: sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao, vescovo di Cracovia.
Sant’Angelo nacque a Gerusalemme nel 1185 da genitori ebrei convertiti al cristianesimo. All’età di 18 anni entrò fra i Carmelitani e visse nel convento sul monte Carmelo in duro ascetismo, in digiuni, preghiere e penitenze. Ordinato sacerdote all’età di 25 anni, presto cominciò a predicare e ad imitare la potenza taumaturgica dei suoi padri Elia e Eliseo compiendo i primi miracoli. Nel 1214 Alberto di Gerusalemme compose una nuova regola per l’Ordine dei Carmelitani e, 4 anni dopo, nel 1218, Angelo ebbe la missione di recarsi a Roma per sottoporre la nuova regola all’approvazione di papa Onorio III.
A Roma, Angelo incontrò san Domenico Guzman e san Francesco d’Assisi, che gli profetizzò il suo martirio. Dopo una breve permanenza nella Città eterna, Angelo fu inviato in Sicilia, dove predicò in diversi paesi ed infine, giunse a Licata. Qui, nel corso delle sue predicazioni, conobbe Berengario La Pulcella, un signorotto del luogo, di origine normanna che, oltre ad essere un caparbio cataro, da dodici anni, con indicibile scandalo del popolo, viveva una relazione incestuosa con la sorella Margherita dalla quale aveva avuto tre figli. Angelo tentò molte volte di riportare paternamente Berengario sulla retta via, ma invano.
Tuttavia, con le sue prediche sul peccato, convinse almeno la donna a ravvedersi e a fare pubblica penitenza. Margherita gridò il suo pentimento davanti al santo predicatore e alla moltitudine di persone presenti in chiesa. Fu allora che Berengario, irato oltremisura, progettò la sua vendetta. Un giorno, mentre Angelo predicava al popolo, Berengario, passando in mezzo alla folla, salì sul pulpito, e lo pugnalò con cinque colpi mortali sotto lo sguardo impietrito degli astanti. Era il 5 maggio del 1220. Prima di morire, Angelo chiese a Dio e ai fedeli di Licata di perdonare il suo assassino. Berengario pose fine alle sue scelleratezze e ai suoi infelici giorni impiccandosi nella sua stessa casa. L’Ordine Carmelitano venera sant’Angelo almeno dal 1456, e papa Pio II ne approvò il culto. Nell’arte è raffigurato con la palma del martirio in mano, tre corone (verginità, predicazione, martirio) e con una spada che gli trapassa il petto, segno del suo martirio. La sua festa si celebra il 5 maggio.
San Stanislao, nato in Polonia nel 1030 da pii e devoti genitori, si distinse fin dall’infanzia per le sue virtù. Ordinato sacerdote e fatto canonico della cattedrale, fu il modello del capitolo per l’intensità della sua vita ascetica e il lume dei suoi consigli. Dopo la morte del Vescovo Lamberto, Stanislao fu eletto suo successore. In quel tempo regnava in Polonia il re Boleslao II, uomo dai costumi quanto mai dissoluti. Nessuno tuttavia osava redarguirlo. Solo Stanislao tentava di indurlo a cambiar vita e Boleslao II, in principio, parve dar segni di pentimento. Ma le buone risoluzioni del re non durarono a lungo.
Un giorno Boleslao, nella provincia di Siradia, fece rapire a viva forza Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza. Quest’atto tirannico e immorale provocò l’indignazione dell’intera Polonia. Il Primate del regno e gli altri vescovi, che avrebbero dovuto intervenire, non volendo dispiacere al sovrano tacquero miseramente. Soltanto Stanislao ebbe la fermezza di affrontare il re, minacciando di colpirlo con le censure ecclesiastiche se non avesse posto fine alla sua vita dissoluta. Alla minaccia di scomunica, Boleslao lo ingiuriò vergognosamente dicendo: «Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo». Il Santo, senza alterarsi, rispose: «Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro».
Boleslao II risolvette di vendicarsi ricorrendo alla calunnia e, durante un’assemblea generale, accusò il Santo di essere il possessore illegittimo di un terreno, che egli invece aveva legalmente acquistato, senza però poterlo provare con documenti. Poiché i veri testimoni tacevano, temendo di dire la verità, Stanislao promise di far comparire in giudizio, entro 3 giorni, Pietro, il venditore del terreno, morto da tre anni. La proposta fu accolta con risa scroscianti e vile sarcasmo, ma dopo tre giorni, trascorsi in preghiere e digiuni, Stanislao si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Il defunto ubbidì e il Santo lo condusse con sé al tribunale dove l’attendeva il re. «Ecco – disse Stanislao ai giudici entrando con Pietro nella sala – colui che mi ha venduto la terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza. Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo conoscete e la sua tomba è aperta». I presenti rimasero ammutoliti. Il risorto dichiarò senza reticenze che il santo Vescovo gli aveva pagato quella terra davanti ai due testimoni che qualche giorno prima avevano omesso di dire la verità. Quindi tornò nella tomba, non senza aver prima chiesto a san Stanislao di pregare il Signore perché gli abbreviasse le pene del Purgatorio.
Quel miracolo strepitoso sembrò colpire il cuore di Boleslao II che per un certo tempo parve moderare i suoi misfatti. Ma si trattò di una breve tregua seguita da peggior sorte, visto che finì poi coll’abbandonarsi anche alle abominazioni della sodomia. Stanislao, intanto, continuava a supplicare il Cielo per ottenere la conversione del re. Ma tutto fu inutile: il sovrano continuava a ingiuriarlo e minacciarlo di morte qualora avesse continuato a riprendere la sua condotta. Stanislao, allora, dopo avere chiesto il parere di altri vescovi, volendo por rimedio alla gravissima offesa fatta a Dio, scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl’interdisse l’ingresso in chiesa.
Il re, a questo punto, decise la vendetta ed ordinò alle sue guardie di uccidere Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani addosso al Santo che celebrava la Messa, stramazzarono a terra per una forza misteriosa. Il re allora si avvicinò in persona a Stanislao e, con la spada sguainata, gli fracassò la testa con tale violenza da farne schizzare il cervello contro la parete. Era l’11 aprile del 1079. Non ancora soddisfatto, il re tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge. Ma alcuni sacerdoti e pii fedeli, raccolsero quelle membra sparse, che rifulgevano di un arcano splendore ed emanavano un soavissimo profumo. San Gregorio VII (+1085) lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale.
Boleslao si pentì dei crimini commessi e terminò la sua vita in un monastero di benedettini ove, come fratello laico, rimase sconosciuto fino alla morte dedito alla penitenza e ai lavori più umili. San Stanislao di Cracovia fu canonizzato da Innocenzo IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi, tra cui la risurrezione di tre morti. La sua festa si celebra il 7 maggio, nel calendario tradizionale.
Sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao non furono uccisi in odium fidei. Il primo fu pugnalato dal signorotto incestuoso al quale il Santo rimproverava l’orribile misfatto e san Stanislao fu trucidato dal re che ammoniva per il suo libertinaggio e la sua sodomia. Si trattava dunque di peccati contro la legge naturale. Anch’essa ha i suoi diritti, che vanno difesi, e perciò ha i suoi martiri in chi muore per difenderli. Difendere la legge morale naturale, iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, equivale a difendere Dio stesso.
Non vi è un secolo che non abbia avuto i suoi martiri, gli uni per la fede, gli altri per l’unità della Chiesa, altri ancora per la sua libertà. Il XXI si è aperto con un macabro attacco alla legge naturale. Ed ha bisogno di testimoni, cioè di martiri. Ma, come scriveva profeticamente dom Guéranger, «qualunque cosa avvenga, siamo pur certi che lo Spirito di forza non mancherà agli atleti della Verità. Il martirio è uno dei caratteri della Chiesa, e non le è mancato in nessuna epoca». Questi atleti, gloria della Chiesa, con la loro vita ˗ e talvolta anche con la morte ˗ proclamano che l’amoris laetitia non consiste nell’evadere la legge, ma nell’amare Colui che dà la legge per la nostra eterna “laetitia”.

sabato 7 maggio 2016

“Erat tum Polóniæ rex Bolesláus, quem gráviter offéndit, quod illíus notam libídinem públice arguébat. Quare in solémni regni convéntu Stanisláum per calúmniam in judícium coram se vocári curat, tamquam pagum occupáret, quem ecclésiæ suæ nómine coémerat. Quod cum neque tábulis probáre posset, et testes veritátem dícere timérent, spondet epíscopus, se Petrum pagi venditórem, qui triénnio ante obíerat, intra dies tres in judícium adductúrum. Conditióne cum risu accépta, vir Dei toto tríduo jejúniis et oratióni incúmbit; ipso sponsiónis die, post oblátum Missæ sacrifícium, Petrum e sepúlcro súrgere jubet; qui statim redivívus, epíscopum ad régium tribúnal eúntem séquitur, ibíque, rege et céteris stupóre attónitis, de agro a se véndito et prétio rite sibi ab epíscopo persolúto testimónium dicit, atque íterum in Dómino obdormívit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI STANISLAI EPISCOPI CRACOVIENSIS ET MARTYRIS

La morte di questo eroico vescovo, compiuta dal re Boleslao II di Polonia, detto l’Ardito, ai piedi dell’altare, l’8 maggio 1079 (secondo altre fonti l’11 aprile di quell’anno), ha qualche cosa di tragico che ricorda l’assassinio di Zaccaria, figlio di Barachìa, perpetrato nel cortile dei sacerdoti di fronte al Santo dei santi. Quasi un secolo dopo, san Tommaso di Canterbury troverà una morte quasi simile a quella di san Stanislao nella sua propria cattedrale; anche oggi, per mettere meglio in evidenza la somiglianza che esiste tra questi due atleti del ministero pastorale, la colletta dell’uno si applica pure all’altro.
San Stanislao – il quale fu canonizzato in Assisi, nella basilica di San Francesco, da papa Innocenzo IV l'8 settembre 1253 – subì il martirio mentre, nella festa dell’Apparizione di san Michele, celebrava la messa solenne nell’oratorio dedicato al santo Arcangelo nei pressi di Cracovia, per mano dello stesso sovrano, dopo che le guardie si erano dovute ritirare perché impedite da una forza misteriosa. Il re gli assestò un fendente sulla testa con tale violenza da farne schizzare le cervella contro la parete. Non contento, tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvatiche. Il Signore, tuttavia, impedì che il resti del suo invitto atleta fossero offesi dagli animali: per questo fece sì che quattro aquile difendessero per due giorni le reliquie del santo e durante la notte esse rilucevano di uno strano splendore. Alcuni sacerdoti e pii fedeli, fatti audaci da quei prodigi, osarono, malgrado la proibizione del re, raccogliere quelle membra sparse, emananti un soave profumo, e seppellirle alla porta della chiesa di San Michele. Due anni più tardi il corpo di Stanislao fu trasportato a Cracovia e seppellito prima in mezzo alla chiesa della fortezza e poi, sotto il vescovo Lamberto II, nella cattedrale di Wawel di Cracovia (1088).
Il delitto non rimase senza conseguenze. Il santo pontefice Gregorio VII lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale. Il principe, perseguitato esternamente dalla riprovazione dei sudditi, straziato internamente dal rimorso dei crimini commessi, cercò rifugio presso san Ladislao I (+1095), re d’Ungheria, che lo accolse con bontà. Il pentimento non tardò ad impossessarsi del suo animo e allora intraprese un pellegrinaggio a Roma per implorare dal papa l’assoluzione dalle censure. Giunto ad Ossiach, nella Carinzia, la grazia lo spinse ad andare a bussare alla porta del monastero dei benedettini e chiedere di potervi passare il restante della vita come un fratello laico. Vi rimase sconosciuto fino alla morte (+1081 o 1082) dedito alla penitenza ed ai lavori più umili. Ieri l'Europa dei Papi e dei Santi, oggi l'Europa degli apostati e degli usurai.
Il santo vescovo fu trucidato perché, come novello Giovanni Battista o novello Elia contro Acab e la perfida Gezabele, aveva stigmatizzato – e per questo, in seguito, scomunicato – il re per la sua lussuria sfrenata, che l’aveva portato persino a rapire le belle mogli altrui. In uno scontro verbale, allorché il re fu minacciato di scomunica, Boleslao, ingiuriando grossolanamente il coraggioso prelato, gli disse: “Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo”. Il santo, senza lasciarsi intimidire, rispose al sovrano: “Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro” («Novi, plane, quid Tuæ et Regiæ debeatur venerationi, nec in iis exequendis aliquid a me reor vel diminutum tibi, vel præreptum. Verum Apostolica, qua ego præditus sum potestas, superior multis gradibus Regia censenda, et a te procul dubio æstimanda est. Et, si utriusque ingenue nosse velis efficaciam et virtutem, quanto lunaris splendor erga solare jubar, et plumbi species erga auri fulgorem habetur inferior, tantum Regia dignitas est, si ad Apostolicam justa comparatione illam referas») (cfr. Jan Długosz, Vita et miracula Stanislai episcopi Cracoviensis, lib. I, Res gestæ et martyrium S. Stanislai, cap. V, Ob conjugatam a Rege vi raptam, aliis Episcopis tacentibus, acris admonitio S. Stanislai, § 55, in Acta Sanctorum, Maii, vol. II, Dies VII, Parigi-Roma 1866, p. 213).
Il santo è rappresentato solitamente con accanto a sé un morto da lui risuscitato, tale Pietro Miles, che fu ridestato dal sonno della morte dopo tre anni dal decesso perché testimoniasse, dinanzi al tribunale reale, a favore del santo, tra lo stupore dei presenti, di aver venduto un terreno, a Piotrawin, a Stanislao e di averne ricevuto da questi il prezzo (contrariamente a quanto avevano sostenuto i nipoti del defunto, i quali, su istigazione del re, avevano intentato la causa contro il Santo, accusato da loro di non aver pagato il prezzo del suolo) (cfr. ibidem, capp. VI, Ob villam Piotrawin emptam, evocatur e tumulo venditor, a triennio mortuus, e VII, Resuscitatus affirmata venditione ad tumulum reducitur: expenditur ipsius miraculi certitudo et exempli utilitas, §§ 57-83, in Acta Sanctorum, cit., pp. 213-218; Albert J. Herbert (a cura di), I morti risuscitati. Storie vere di 400 miracoli di risurrezione, Tavagnacco, 2010 rist., pp. 140-141). Dopo questa deposizione, il morto tornò alla tomba da cui era uscito affermando che preferiva tornare in Purgatorio – avendo la certezza della salvezza – e nondimeno scongiurando il santo presule di pregare Nostro Signore affinché gli abbreviasse le pene del Purgatorio (ibidem, p. 141).
La celebrazione della festa del santo martire, come rito semidoppio, quando fu introdotta nel calendario universale della Chiesa da papa Clemente VIII, nel 1595, poiché l’8 maggio è dedicato sin dall’Alto Medioevo a san Michele, fu fissata al giorno precedente. La festa fu elevata al rito doppio nel 1736.
Roma cristiana ha dedicato due chiese al nostro Santo. La prima, San Stanislao dei Polacchi, nel rione Sant’Angelo, in via delle Botteghe Oscure, ha origini medievali ed era denominata San Salvatore in pensilis de Sorraca. Questa, concessa dal papa Gregorio XIII al cardinale polacco Stanislao Osio, fu completamente riedificata nel 1582 e dedicata al martire oggi celebrato, patrono della Polonia, e vi fu annesso un ospizio per i poveri della nazione polacca (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 568-569; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 449-450). La seconda chiesa, moderna, fu dedicata al nostro Santo, nel quartiere don Bosco, nel 1991, dal papa Giovanni Paolo II.
La messa è quella del Comune dei Martiri nel tempo pasquale, Protexisti, come il 24 aprile.
La prima colletta è propria; le altre due sono quelle della messa Sacerdotes, che sarebbe assegnata a questa festa se essa cadesse fuori del tempo pasquale, come abbiamo riportato il 16 dicembre.
Un semplice colpo d’occhio gettato sul Martirologio dimostra che l’immensa maggioranza dei santi che vi sono iscritti sono stati vescovi. La ragione ne è che le funzioni episcopali, ed, in generale, tutti gli incarichi ai quali sono congiunti la cura delle anime, portano con esse delle grazie di stato particolari, e pongono colui che li detiene nella necessità di tendere alla perfezione ed alla santità, sotto pena di non potere, se agisce diversamente, esercitare correttamente il proprio incarico pastorale. Nessuno deve elevarsi mai da sé stesso, né ambire uno stato al quale Dio, forse, non lo chiama: questo sarebbe chinarsi sul bordo di un precipizio. Quando, però, il Signore, tramite i suoi rappresentanti legittimi, chiama un’anima allo stato pastorale, questa, pure diffidando di se stessa, deve mettere in Dio la sua fiducia e mostrarsi umilmente riconoscente di essere così nella necessità di lavorare con zelo alla sua propria santificazione, condizione essenziale di quella del prossimo affidato alle sue cure e di cui deve rendere un conto rigoroso al Pastore e al Vescovo divino.




Jan Długosz, S. Stanislao (Święty Stanisław), Catalogus archiepiscoporum Gnesnensium - Vitae episcoporum Cracoviensium, XV sec., Biblioteka Narodowa, Varsavia 

S. Stanislao, 1515 circa, Muzeum Narodowe, Cracovia

Ambito lombardo, Beato Stanislao vescovo e martire, XVII sec., museo diocesano, Como

Tadeusz Kuntze, detto Taddeo Polacco, San Stanislao resuscita Pietro Milite per la controversia di Piotrowin, 1754-56, Chiesa di S. Stanislao dei Polacchi, Roma

Jan Matejko, Battaglia di Grunwaldem, 1878, Muzeum Narodowe, Varsavia.
La tela rievoca la celebre battaglia, svoltasi il 15 luglio 1410, tra le forze polacche, lituane e rutene alleate (coalizione Lituano-Polacca), guidate da Władysław II Jagiełło (granduca di Lituania e poi re di Polonia), contro i Cavalieri teutonici, guidati dal Gran Maestro Ulrich von Jungingen, e vinta dai primi per intercessione di S. Stanislao


Urna di S. Stanislao, 1670, Cattedrale Wawel, Cracovia