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lunedì 7 maggio 2018
giovedì 12 maggio 2016
I martiri della legge naturale
Nell’Ottava dell’Ascensione, rilanciamo quest’interessante
saggio sui martiri della legge naturale: SS. Angelo da Licata (o da Gerusalemme)
e Stanislao di Cracovia. La memoria è stata celebrata pochi giorni fa: del primo
il 5 maggio e del secondo il 7.
I martiri della legge naturale
di Cristiana de Magistris
Nella Somma teologica san Tommaso afferma che la «legge naturale» è «la partecipazione della legge
eterna nella creatura razionale». Secondo l’Aquinate, grazie ad una
disposizione innata, la «sinderesi», l’uomo
possiede la «cognizione abituale» dei principi primi della legge
naturale, iscritti da Dio nella sua anima. In quest’ottica la difesa della
legge naturale, la quale altro non è che la partecipazione della legge eterna
nella creatura ragionevole, equivale in qualche modo alla difesa dei diritti di
Dio, e infine di Dio stesso.
Da ciò si comprende la gravità dei peccati contro la legge naturale, e da
ciò parimenti si spiega perché la Chiesa annoveri tra i suoi martiri non solo
coloro che hanno versato il proprio sangue per la difesa della Fede, ma anche
per la legge divina (ad esempio, san Giovanni Battista, san Tommaso Moro, san
Giovanni Fisher che hanno difeso l’indissolubilità del matrimonio) e per la
legge naturale. Due santi che la Chiesa ha appena commemorato (il 5 e il 7
maggio) portano questa gloriosa aureola: sant’Angelo di Gerusalemme e san
Stanislao, vescovo di Cracovia.
Sant’Angelo nacque a Gerusalemme nel 1185 da genitori ebrei convertiti al
cristianesimo. All’età di 18 anni entrò fra i Carmelitani e visse nel convento
sul monte Carmelo in duro ascetismo, in digiuni, preghiere e penitenze.
Ordinato sacerdote all’età di 25 anni, presto cominciò a predicare e ad imitare
la potenza taumaturgica dei suoi padri Elia e Eliseo compiendo i primi
miracoli. Nel 1214 Alberto di Gerusalemme compose una nuova regola per l’Ordine
dei Carmelitani e, 4 anni dopo, nel 1218, Angelo ebbe la missione di recarsi a
Roma per sottoporre la nuova regola all’approvazione di papa Onorio III.
A Roma, Angelo incontrò san Domenico Guzman e san Francesco d’Assisi, che
gli profetizzò il suo martirio. Dopo una breve permanenza nella Città eterna,
Angelo fu inviato in Sicilia, dove predicò in diversi paesi ed infine, giunse a
Licata. Qui, nel corso delle sue predicazioni, conobbe Berengario La Pulcella,
un signorotto del luogo, di origine normanna che, oltre ad essere un caparbio
cataro, da dodici anni, con indicibile scandalo del popolo, viveva una
relazione incestuosa con la sorella Margherita dalla quale aveva avuto tre
figli. Angelo tentò molte volte di riportare paternamente Berengario sulla
retta via, ma invano.
Tuttavia, con le sue prediche sul peccato, convinse almeno la donna a
ravvedersi e a fare pubblica penitenza. Margherita gridò il suo pentimento
davanti al santo predicatore e alla moltitudine di persone presenti in chiesa.
Fu allora che Berengario, irato oltremisura, progettò la sua vendetta. Un
giorno, mentre Angelo predicava al popolo, Berengario, passando in mezzo alla
folla, salì sul pulpito, e lo pugnalò con cinque colpi mortali sotto lo sguardo
impietrito degli astanti. Era il 5 maggio del 1220. Prima di morire, Angelo
chiese a Dio e ai fedeli di Licata di perdonare il suo assassino. Berengario
pose fine alle sue scelleratezze e ai suoi infelici giorni impiccandosi nella
sua stessa casa. L’Ordine Carmelitano venera sant’Angelo almeno dal 1456, e
papa Pio II ne approvò il culto. Nell’arte è raffigurato con la palma del
martirio in mano, tre corone (verginità, predicazione, martirio) e con una
spada che gli trapassa il petto, segno del suo martirio. La sua festa si
celebra il 5 maggio.
San Stanislao, nato in Polonia nel 1030 da pii e devoti genitori, si
distinse fin dall’infanzia per le sue virtù. Ordinato sacerdote e fatto
canonico della cattedrale, fu il modello del capitolo per l’intensità della sua
vita ascetica e il lume dei suoi consigli. Dopo la morte del Vescovo Lamberto,
Stanislao fu eletto suo successore. In quel tempo regnava in Polonia il re
Boleslao II, uomo dai costumi quanto mai dissoluti. Nessuno tuttavia osava
redarguirlo. Solo Stanislao tentava di indurlo a cambiar vita e Boleslao II, in
principio, parve dar segni di pentimento. Ma le buone risoluzioni del re non durarono
a lungo.
Un giorno Boleslao, nella provincia di Siradia, fece rapire a viva forza
Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza.
Quest’atto tirannico e immorale provocò l’indignazione dell’intera Polonia. Il
Primate del regno e gli altri vescovi, che avrebbero dovuto intervenire, non
volendo dispiacere al sovrano tacquero miseramente. Soltanto Stanislao ebbe la
fermezza di affrontare il re, minacciando di colpirlo con le censure
ecclesiastiche se non avesse posto fine alla sua vita dissoluta. Alla minaccia
di scomunica, Boleslao lo ingiuriò vergognosamente dicendo: «Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca,
converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo». Il Santo, senza
alterarsi, rispose: «Non stabilite nessun paragone tra la dignità
regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al
sole o il piombo all’oro».
Boleslao II risolvette di vendicarsi ricorrendo alla calunnia e, durante
un’assemblea generale, accusò il Santo di essere il possessore illegittimo di
un terreno, che egli invece aveva legalmente acquistato, senza però poterlo
provare con documenti. Poiché i veri testimoni tacevano, temendo di dire la
verità, Stanislao promise di far comparire in giudizio, entro 3 giorni, Pietro,
il venditore del terreno, morto da tre anni. La proposta fu accolta con risa
scroscianti e vile sarcasmo, ma dopo tre giorni, trascorsi in preghiere e
digiuni, Stanislao si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece
aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi
«nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Il defunto ubbidì e il Santo lo condusse con sé al tribunale dove
l’attendeva il re. «Ecco – disse Stanislao ai
giudici entrando con Pietro nella sala – colui che mi ha venduto la
terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza.
Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo
conoscete e la sua tomba è aperta». I presenti rimasero ammutoliti.
Il risorto dichiarò senza reticenze che il santo Vescovo gli aveva pagato
quella terra davanti ai due testimoni che qualche giorno prima avevano omesso
di dire la verità. Quindi tornò nella tomba, non senza aver prima chiesto a san
Stanislao di pregare il Signore perché gli abbreviasse le pene del Purgatorio.
Quel miracolo strepitoso sembrò colpire il cuore di Boleslao II che per un
certo tempo parve moderare i suoi misfatti. Ma si trattò di una breve tregua
seguita da peggior sorte, visto che finì poi coll’abbandonarsi anche alle
abominazioni della sodomia. Stanislao, intanto, continuava a supplicare il
Cielo per ottenere la conversione del re. Ma tutto fu inutile: il sovrano
continuava a ingiuriarlo e minacciarlo di morte qualora avesse continuato a
riprendere la sua condotta. Stanislao, allora, dopo avere chiesto il parere di
altri vescovi, volendo por rimedio alla gravissima offesa fatta a Dio,
scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl’interdisse l’ingresso in chiesa.
Il re, a questo punto, decise la vendetta ed ordinò alle sue guardie di
uccidere Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani
addosso al Santo che celebrava la Messa, stramazzarono a terra per una forza
misteriosa. Il re allora si avvicinò in persona a Stanislao e, con la spada
sguainata, gli fracassò la testa con tale violenza da farne schizzare il cervello
contro la parete. Era l’11 aprile del 1079. Non ancora soddisfatto, il re
tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere
fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché
servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge. Ma alcuni sacerdoti e pii
fedeli, raccolsero quelle membra sparse, che rifulgevano di un arcano splendore
ed emanavano un soavissimo profumo. San Gregorio VII (+1085) lanciò
l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto
dalla dignità regale.
Boleslao si pentì dei crimini commessi e terminò la sua vita in un
monastero di benedettini ove, come fratello laico, rimase sconosciuto fino alla
morte dedito alla penitenza e ai lavori più umili. San Stanislao di Cracovia fu
canonizzato da Innocenzo IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi,
tra cui la risurrezione di tre morti. La sua festa si celebra il 7 maggio, nel
calendario tradizionale.
Sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao non furono uccisi in odium fidei. Il primo fu pugnalato dal signorotto
incestuoso al quale il Santo rimproverava l’orribile misfatto e san Stanislao
fu trucidato dal re che ammoniva per il suo libertinaggio e la sua sodomia. Si
trattava dunque di peccati contro la legge naturale. Anch’essa ha i suoi
diritti, che vanno difesi, e perciò ha i suoi martiri in chi muore per difenderli.
Difendere la legge morale naturale, iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo,
equivale a difendere Dio stesso.
Non vi è un secolo che non abbia avuto i suoi martiri, gli uni per la fede,
gli altri per l’unità della Chiesa, altri ancora per la sua libertà. Il XXI si
è aperto con un macabro attacco alla legge naturale. Ed ha bisogno di
testimoni, cioè di martiri. Ma, come scriveva profeticamente dom Guéranger, «qualunque cosa avvenga, siamo pur certi che lo Spirito di forza
non mancherà agli atleti della Verità. Il martirio è uno dei caratteri della
Chiesa, e non le è mancato in nessuna epoca». Questi atleti, gloria
della Chiesa, con la loro vita ˗ e talvolta anche con la morte ˗ proclamano che l’amoris laetitia non consiste nell’evadere la legge, ma
nell’amare Colui che dà la legge per la nostra eterna “laetitia”.
sabato 7 maggio 2016
“Erat tum Polóniæ rex Bolesláus, quem gráviter offéndit, quod illíus notam libídinem públice arguébat. Quare in solémni regni convéntu Stanisláum per calúmniam in judícium coram se vocári curat, tamquam pagum occupáret, quem ecclésiæ suæ nómine coémerat. Quod cum neque tábulis probáre posset, et testes veritátem dícere timérent, spondet epíscopus, se Petrum pagi venditórem, qui triénnio ante obíerat, intra dies tres in judícium adductúrum. Conditióne cum risu accépta, vir Dei toto tríduo jejúniis et oratióni incúmbit; ipso sponsiónis die, post oblátum Missæ sacrifícium, Petrum e sepúlcro súrgere jubet; qui statim redivívus, epíscopum ad régium tribúnal eúntem séquitur, ibíque, rege et céteris stupóre attónitis, de agro a se véndito et prétio rite sibi ab epíscopo persolúto testimónium dicit, atque íterum in Dómino obdormívit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI STANISLAI EPISCOPI CRACOVIENSIS ET MARTYRIS
La morte di questo eroico vescovo, compiuta dal
re Boleslao II di Polonia, detto l’Ardito, ai piedi dell’altare, l’8 maggio
1079 (secondo altre fonti l’11 aprile di quell’anno), ha qualche cosa di
tragico che ricorda l’assassinio di Zaccaria, figlio di Barachìa, perpetrato nel cortile dei sacerdoti di fronte
al Santo dei santi. Quasi un secolo dopo, san Tommaso di Canterbury troverà una
morte quasi simile a quella di san Stanislao nella sua propria cattedrale;
anche oggi, per mettere meglio in evidenza la somiglianza che esiste tra questi
due atleti del ministero pastorale, la colletta dell’uno si applica pure all’altro.
San Stanislao – il quale fu canonizzato in
Assisi, nella basilica di San Francesco, da papa Innocenzo IV l'8 settembre 1253
– subì il martirio mentre, nella festa dell’Apparizione di san Michele,
celebrava la messa solenne nell’oratorio dedicato al santo Arcangelo nei pressi
di Cracovia, per mano dello stesso sovrano, dopo che le guardie si erano dovute
ritirare perché impedite da una forza misteriosa. Il re gli assestò un fendente
sulla testa con tale violenza da farne schizzare le cervella contro la parete.
Non contento, tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che
il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i
campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvatiche. Il
Signore, tuttavia, impedì che il resti del suo invitto atleta fossero offesi
dagli animali: per questo fece sì che quattro aquile difendessero per due
giorni le reliquie del santo e durante la notte esse rilucevano di uno strano
splendore. Alcuni sacerdoti e pii fedeli, fatti audaci da quei prodigi,
osarono, malgrado la proibizione del re, raccogliere quelle membra sparse,
emananti un soave profumo, e seppellirle alla porta della chiesa di San
Michele. Due anni più tardi il corpo di Stanislao fu trasportato a Cracovia e
seppellito prima in mezzo alla chiesa della fortezza e poi, sotto il vescovo
Lamberto II, nella cattedrale di Wawel di Cracovia (1088).
Il delitto non rimase
senza conseguenze. Il santo pontefice Gregorio VII lanciò l’interdetto sul
regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità
regale. Il principe, perseguitato esternamente dalla riprovazione dei sudditi,
straziato internamente dal rimorso dei crimini commessi, cercò rifugio presso san
Ladislao I (+1095), re d’Ungheria, che lo accolse con bontà. Il pentimento non
tardò ad impossessarsi del suo animo e allora intraprese un pellegrinaggio a
Roma per implorare dal papa l’assoluzione dalle censure. Giunto ad Ossiach,
nella Carinzia, la grazia lo spinse ad andare a bussare alla porta del
monastero dei benedettini e chiedere di potervi passare il restante della vita
come un fratello laico. Vi rimase sconosciuto fino alla morte (+1081 o 1082)
dedito alla penitenza ed ai lavori più umili. Ieri l'Europa dei Papi e dei Santi, oggi l'Europa degli apostati e degli usurai.
Il santo vescovo fu
trucidato perché, come novello Giovanni Battista o novello Elia contro Acab e la perfida Gezabele, aveva stigmatizzato – e per
questo, in seguito, scomunicato – il re per la sua lussuria sfrenata, che l’aveva
portato persino a rapire le belle mogli altrui. In uno scontro verbale, allorché
il re fu minacciato di scomunica, Boleslao, ingiuriando grossolanamente il
coraggioso prelato, gli disse: “Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto
ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo”. Il santo,
senza lasciarsi intimidire, rispose al sovrano: “Non stabilite nessun paragone
tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come
la luna al sole o il piombo all’oro” («Novi,
plane, quid Tuæ et Regiæ debeatur venerationi, nec in iis exequendis aliquid a
me reor vel diminutum tibi, vel præreptum. Verum Apostolica, qua ego præditus
sum potestas, superior multis gradibus Regia censenda, et a te procul dubio
æstimanda est. Et, si utriusque ingenue nosse velis efficaciam et virtutem,
quanto lunaris splendor erga solare jubar, et plumbi species erga auri fulgorem
habetur inferior, tantum Regia dignitas est, si ad Apostolicam justa
comparatione illam referas») (cfr. Jan Długosz, Vita et miracula
Stanislai episcopi Cracoviensis, lib. I, Res gestæ et martyrium S.
Stanislai, cap. V, Ob conjugatam a Rege vi raptam, aliis Episcopis
tacentibus, acris admonitio S. Stanislai,
§ 55, in Acta Sanctorum, Maii, vol. II, Dies VII, Parigi-Roma 1866, p. 213).
Il santo è rappresentato solitamente con accanto
a sé un morto da lui risuscitato, tale Pietro Miles, che fu ridestato
dal sonno della morte dopo tre anni dal decesso perché testimoniasse, dinanzi
al tribunale reale, a favore del santo, tra lo stupore dei presenti, di aver
venduto un terreno, a Piotrawin, a Stanislao e di averne ricevuto da questi il
prezzo (contrariamente a quanto avevano sostenuto i nipoti del defunto, i
quali, su istigazione del re, avevano intentato la causa contro il Santo,
accusato da loro di non aver pagato il prezzo del suolo) (cfr. ibidem, capp. VI, Ob villam Piotrawin emptam, evocatur e
tumulo venditor, a triennio mortuus, e VII, Resuscitatus affirmata
venditione ad tumulum reducitur: expenditur ipsius miraculi certitudo et
exempli utilitas, §§ 57-83, in Acta Sanctorum, cit., pp. 213-218; Albert J. Herbert (a cura di), I morti risuscitati. Storie vere di 400
miracoli di risurrezione, Tavagnacco, 2010 rist., pp. 140-141). Dopo questa
deposizione, il morto tornò alla tomba da cui era uscito affermando che
preferiva tornare in Purgatorio – avendo la certezza della salvezza – e nondimeno
scongiurando il santo presule di pregare Nostro Signore affinché gli
abbreviasse le pene del Purgatorio (ibidem, p. 141).
La celebrazione della festa del santo martire, come
rito semidoppio, quando fu introdotta nel calendario universale della Chiesa da
papa Clemente VIII, nel 1595, poiché l’8 maggio è dedicato sin dall’Alto
Medioevo a san Michele, fu fissata al giorno precedente. La festa fu elevata al
rito doppio nel 1736.
Roma cristiana ha dedicato due chiese al nostro
Santo. La prima, San Stanislao dei Polacchi, nel rione Sant’Angelo, in via
delle Botteghe Oscure, ha origini medievali ed era denominata San Salvatore
in pensilis de Sorraca. Questa, concessa dal papa Gregorio XIII al
cardinale polacco Stanislao Osio, fu completamente riedificata nel 1582 e dedicata
al martire oggi celebrato, patrono della Polonia, e vi fu annesso un ospizio
per i poveri della nazione polacca (cfr. Mariano
Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX,
Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 568-569; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze
1927, pp.
449-450). La seconda chiesa, moderna, fu dedicata al nostro Santo, nel
quartiere don Bosco, nel 1991, dal papa Giovanni Paolo II.
La messa è quella del Comune dei Martiri nel
tempo pasquale, Protexisti, come il 24 aprile.
La prima colletta è propria; le altre due sono
quelle della messa Sacerdotes, che sarebbe assegnata
a questa festa se essa cadesse fuori del tempo pasquale, come abbiamo riportato
il 16 dicembre.
Un semplice colpo d’occhio gettato sul Martirologio dimostra che l’immensa maggioranza dei santi che vi sono iscritti sono stati vescovi. La ragione ne è che le funzioni episcopali, ed, in generale, tutti gli incarichi ai quali sono congiunti la cura delle anime, portano con esse delle grazie di stato particolari, e pongono colui che li detiene nella necessità di tendere alla perfezione ed alla santità, sotto pena di non potere, se agisce diversamente, esercitare correttamente il proprio incarico pastorale. Nessuno deve elevarsi mai da sé stesso, né ambire uno stato al quale Dio, forse, non lo chiama: questo sarebbe chinarsi sul bordo di un precipizio. Quando, però, il Signore, tramite i suoi rappresentanti legittimi, chiama un’anima allo stato pastorale, questa, pure diffidando di se stessa, deve mettere in Dio la sua fiducia e mostrarsi umilmente riconoscente di essere così nella necessità di lavorare con zelo alla sua propria santificazione, condizione essenziale di quella del prossimo affidato alle sue cure e di cui deve rendere un conto rigoroso al Pastore e al Vescovo divino.
Un semplice colpo d’occhio gettato sul Martirologio dimostra che l’immensa maggioranza dei santi che vi sono iscritti sono stati vescovi. La ragione ne è che le funzioni episcopali, ed, in generale, tutti gli incarichi ai quali sono congiunti la cura delle anime, portano con esse delle grazie di stato particolari, e pongono colui che li detiene nella necessità di tendere alla perfezione ed alla santità, sotto pena di non potere, se agisce diversamente, esercitare correttamente il proprio incarico pastorale. Nessuno deve elevarsi mai da sé stesso, né ambire uno stato al quale Dio, forse, non lo chiama: questo sarebbe chinarsi sul bordo di un precipizio. Quando, però, il Signore, tramite i suoi rappresentanti legittimi, chiama un’anima allo stato pastorale, questa, pure diffidando di se stessa, deve mettere in Dio la sua fiducia e mostrarsi umilmente riconoscente di essere così nella necessità di lavorare con zelo alla sua propria santificazione, condizione essenziale di quella del prossimo affidato alle sue cure e di cui deve rendere un conto rigoroso al Pastore e al Vescovo divino.
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| Jan Długosz, S. Stanislao (Święty Stanisław), Catalogus archiepiscoporum Gnesnensium - Vitae episcoporum Cracoviensium, XV sec., Biblioteka Narodowa, Varsavia |
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| S. Stanislao, 1515 circa, Muzeum Narodowe, Cracovia |
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| Ambito lombardo, Beato Stanislao vescovo e martire, XVII sec., museo diocesano, Como |
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| Tadeusz Kuntze, detto Taddeo Polacco, San Stanislao resuscita Pietro Milite per la controversia di Piotrowin, 1754-56, Chiesa di S. Stanislao dei Polacchi, Roma |
| Urna di S. Stanislao, 1670, Cattedrale Wawel, Cracovia |
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