Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 15 agosto 2020

Il culto a Maria è esistito fin da subito?

Oggi, 15 agosto, è la Pasqua ovvero il trionfo della Beata Vergine Maria sulla morte similmente al Figlio (cfr. C. Siccardi, La Assunzione: trionfo della Madre di Dio, in Corrispondenza romana, 15.8.2018).

Questa festa ci addita il comune destino per coloro che credono: ricevere il premio eterno, con la partecipazione ad esso anche del proprio corpo. Al contempo ci dà degli insegnamenti, diciamo concreti, che rinnegano la vena puramente spiritualista del neo-modernismo: cioè i regni ultramondani non sono solo degli stati, ma sono dei luoghi. Se dei corpi sono stati assunti presso Dio, significa che i regni ultramondani sono luoghi fisici, non soltanto spirituali, in cui possono starvi dei corpi, che, per quanto spiritualizzati e non più soggetti alle leggi della fisica, hanno nondimeno una loro tangibilità e dimensione spaziale (occupano, infatti, uno spazio!). Si è parlato di corpi assunti presso Dio, perché mai non è l’unica assunta. Abbiamo Elia, che salì in Cielo su un carro di fuoco, ma anche Enoch, che, dopo aver camminato con Dio, «non fu più perché Dio l’aveva preso» (Gen 5, 24). Ed infine abbiamo la pia credenza – cara a S. Bernardino da Siena – che anche S. Giuseppe, sposo della Vergine, sia stato assunto in Cielo al momento dell’Ascensione del Signore. Ne fece cenno il papa Giovanni XXIII in occasione della Canonizzazione di S. Gregorio Barbarigo nel maggio 1960: «Con Gesù che ascende alla destra del Padre si aprono le vie dei cieli per i figli dell’uomo, ormai riassunto alla sua primitiva destinazione di creatura spirituale riservata ai beni eterni.

Già S. Matteo, il primo degli Evangelisti, aveva raccontato che al morire di Gesù sul Golgota, oltre allo scindersi del velo del tempio in due parti, al commuoversi della terra e delle pietre, anche i sepolcri si aprirono et multa corpora sanctorum qui dormierant surreoerunt, et exeuntes de monumentis post resurrectionem eius venerunt in sanctam civitatem et apparuerunt multis (Ps. 18, 7).

Come non scorgere in questo inaspettato prodigio il primo apprestamento della processione che dopo quaranta giorni doveva sollevarsi a volo, dall’oliveto per la via luminosa dei cieli e precisamente per accompagnare il trionfante Redentore Divino, nell’atto di prendere anche in forma umana il possesso del regno eterno a cui, Agnello sacrificato per i peccati del mondo, aveva assicurato il diritto sacro e glorioso?

Tra i Padri e i Dottori che variamente interpretano questo passo di S. Matteo, l’Aquinate nel suo Commentario prende posto decisamente presso quanti asseriscono che corpora sanctorum qui dormierant surreoerunt — egli aggiunge — tamquam intraturi cum Christo in coelum (Matth. 27, 52-53).

Spetta quindi ai morti dell’Antico Testamento, i più vicini a Gesù — nominiamone due dei più intimi alla sua vita, Giovanni Battista il Precursore e Giuseppe di Nazareth, il suo nutricatore e custode — spetta a loro — così piamente noi possiamo credere — l’onore ed il privilegio di aprire questo mirabile accompagnamento per le vie del cielo: e dare le prime note all’interminabile Te Deum delle generazioni umane salienti sulle tracce di Gesù Redentore verso la gloria promessa ai fedeli, alla grazia sua» (Giovanni XXIIIOmelia in occasione della canonizzazione di S. Gregorio Barbarigo26.5.1960).

C’è una differenza: se altre personalità sono state assunte o rapite in Cielo in anima e corpo, Maria nondimeno è l’unica assunta in quanto Immacolata e preservata immune dal peccato originale, perché Madre di Dio.

In suo onore, perciò, rilanciamo questo contributo, augurando ai nostri lettori una santa festa dell’Assunzione della B.V.M.


Annibale Carracci, Assunzione della Vergine Maria, 1600-02, Cappella Cersai, chiesa di S. Maria del Popolo, Roma


Il culto a Maria è esistito fin da subito?


di Corrado Gnerre


Alcuni sostengono che il culto mariano sia nato solo a partire dal V secolo, in seguito alla proclamazione dogmatica di Maria “Madre di Dio”. Non è così: numerose prove archeologiche e liturgiche attestano che la devozione dei cristiani per la Vergine Maria era fin da subito presente e molto sentita.


Fu il Concilio di Efeso nel 431 a decretare la “Maternità divina” di Maria e così i protestanti hanno preteso affermare che da lì sarebbe partita la devozione mariana tra i cristiani. Invece non è affatto così: la devozione mariana esiste da quando esiste il Cristianesimo.

A conferma di ciò basterebbe ricordare che il Concilio di Efeso si celebrò in un edificio dedicato alla Vergine, il che fa capire chiaramente che il culto mariano già esisteva.

La più antica preghiera rivolta a Maria di cui si ha traccia, Sub tuum praesidium («Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta»), è stata trovata ad Alessandria d’Egitto in un papiro egiziano, copto, acquistato nel 1917 dalla John Rylands Library di Manchester e pubblicato la prima volta nel 1938. Secondo gli studiosi, risalirebbe agli inizi del III secolo. Di sicuro risale ad un tempo molto anteriore al Concilio di Efeso (431) che – come abbiamo già detto – attribuirà a Maria il titolo di “Madre di Dio”.
In un’antica colonna nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth, colonna probabilmente del II secolo o al massimo del III, è leggibile un’iscrizione in lingua greca, fatta da una pellegrina: «...sotto il luogo sacro di Maria». La pellegrina ha anche lasciato inciso il proprio nome e quello dei suoi cari, per affidarli alla Madonna. Ma, cosa interessante, nell’iscrizione la donna precisa di aver eseguito i riti e le preghiere prescritte.

Ancora a Nazareth, contemporaneamente alla scoperta di questa iscrizione, ne è stata trovata un’altra (sempre del II secolo, massimo del III), che testimonia con certezza il culto che i primi cristiani prestavano a Maria. In questa iscrizione, scoperta dall’archeologo padre Bellarmino Bagatti (1905-1990), si legge facilmente il saluto angelico: «Ave Maria».

Nelle catacombe di Priscilla, a Roma, si trova una rappresentazione che risale al III secolo. In essa si vede la figura di un vescovo che, imponendo ad una vergine un sacro velo, le indica come modello Maria Santissima, la quale è dipinta con il Bambino Gesù in braccio.

Sempre nelle catacombe della via Salaria si può osservare un epitaffio posto davanti al loculo di un defunto di nome Vericundus. Il nome è tracciato su due tegole unite tra loro, che chiudono il loculo. Fra queste due tegole, sulla calce che le unisce, spicca, dipinta molto probabilmente dalla stessa mano che tracciò il nome del defunto, una “M”, che, secondo la nota studiosa Margherita Guarducci, significa Maria. Insomma, si voleva porre sotto la protezione della Vergine l’anima del defunto. Ebbene, questo epitaffio risale al II secolo.

A Roma, sotto l’altare della confessione nella Basilica di San Pietro, nel cosiddetto “muro G2”, che conteneva le ossa dell’apostolo Pietro identificate dalla studiosa Margherita Guarducci, sono state trovate incise diverse scritte, databili all’inizio del IV secolo, dunque prima del Concilio di Efeso (431). Tra questi graffiti, molti dei quali furono scritti per impetrare la felicità del Paradiso ai defunti, si trova spesso un’acclamazione di vittoria di Cristo, di sua Madre e ovviamente dell’apostolo Pietro. Vi è anche un graffito in cui il nome di Maria appare per intero e non abbreviato, come si usava fare nell’antichità.

Sempre per capire quanto la devozione alla Vergine abbia preceduto il Concilio di Efeso (431), va ricordato come prima di questo Concilio siano state istituite varie feste in onore di Maria Santissima, a Betlemme, a Gerusalemme e anche a Nazareth. È certo che una solennità mariana esisteva a Costantinopoli prima del Concilio di Efeso. Ci sono, infatti, tutti gli elementi per considerare autentico un discorso del 429 di san Proclo, patriarca di Costantinopoli, nel quale si fa cenno ad una solennità liturgica in onore della Madonna.
Ci sono, inoltre, bellissime preghiere rivolte alla Vergine e composte da sant’Atanasio, san Giovanni Crisostomo, sant’Ambrogio, sant’Agostino. Santi che sono vissuti prima del Concilio di Efeso.

E poi, come dimenticare la raffigurazione della Madre di Gesù nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria Nuova, a Roma? In questa raffigurazione la Vergine stringe al petto Gesù. L’opera si fa risalire al II secolo, dunque ben prima del Concilio di Efeso.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, 2.8.2020, fasc. n. 31

lunedì 20 novembre 2017

20 novembre 1947 - 2017 - 70° anniversario della "Mediator Dei" di S.S. Pio XII

Settant'anni fa, il 20 novembre 1947 Pio XII pubblicava l'Enciclica "Mediator Dei", monumento del magistero papale sulla Sacra Liturgia, condanna delle aberrazioni liturgiche oggi trionfanti.

Fonte: Pio XII, enc. Mediator Dei, 20.11.1947









mercoledì 1 novembre 2017

L'Apostasia dilaga .... Cosa ha da spartire la Vergine di Aparecida con Buddha????

Il "cardinal" (si fa per dire) brasiliano Odilio Pedro Scherer, per non essere da meno a Ravasi (ricordate? v. qui) e a tanti altri, ha reso culto, lo scorso 28 ottobre, a Buddha ed ha collocato, in maniera blasfema, la statua della Vergine Maria di Aparecida sotto l'effigie dell'idolo Buddha, con tanto di offerte alle due "divinità". Per non offenderne alcuna ovviamente ..... Ed i buddisti, ovviamente, hanno sottoposto la Vergine al loro rito ..., che, secondo la Scrittura, è rito satanico (i riti dei pagani sono rivolti al Demonio!).

"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)

Dio non gradisce riti pagani! Egli vuole essere adorato solo come vuole Lui e non con riti pagani, rivolti a divinità pagane e, quindi, demoniache!
L'apostasia e l'idolatria sono ormai un fiume melmoso e limaccioso che ha invaso la Chiesa!















Fonte: Templo Zu Lai Recebe, Pela Primeira Vez, Imagem De Nossa Senhora Aparecida Em Evento Gratuito, in Jornal Notícias, 25 Out. 2017

Compromisso de respeito e tolerância em dedicação à paz mundial, in Neo-Mondo, 29 Out. 2017

Aos pés de Buda, in Fratres in unum, 29 Out. 2017

El cardenal Scherer asiste a una ceremonia para venerar a la vez a la Virgen y a Buda, in Infocatolica, 31.10.2017

domenica 21 agosto 2016

Se persino un modernista come Romano Guardini scriveva cose simili ...........

Se un modernista progressista (poi approdato ad un certo conservatorismo) ed ispiratore delle "riforme" del Concilio Vaticano II come il Guardini, che vedeva la liturgia come "gioco" alla presenza di Dio, privo di uno scopo (sic!), scriveva cose come quelle che seguono .... beh ... ciò la dice lunga ...., a differenza dei neomodernisti odierni, almeno sulla sua serietà di pensiero ....

giovedì 17 marzo 2016

San Giuseppe patrono della Chiesa

Nell’approssimarci della festa di S. Giuseppe, rilancio volentieri quest’articolo di Cristina Siccardi.

San Giuseppe patrono della Chiesa

di Cristina Siccardi

San Giuseppe, che si festeggerà il 19 marzo, è il modello di padre ideale ed il Patrono della Chiesa. I Vangeli non riportano alcuna sua parola, tuttavia il suo ruolo è essenziale e non soltanto perché prese su di sé le responsabilità della Sacra Famiglia, provvedendo al sostentamento e alla difesa dei suoi membri, ma è essenziale anche per ciò che San Giuseppe rappresenta. I prologhi di San Matteo e di San Luca, comunemente chiamati «Vangeli dell’infanzia» hanno prima di tutto una portata dottrinale. Quello di Luca è costruito intorno a Maria Santissima e quello di Matteo intorno a San Giuseppe.
Nell’annunciazione a Maria Vergine è scritto che la fanciulla era «promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe, della famiglia di David» (Lc 1, 27). Ancor prima di presentare la genealogia di Gesù all’inizio del suo ministero, Luca afferma l’ascendenza davidica di colui che darà un padre e una famiglia al Figlio di Dio. Matteo si preoccupa di presentare l’origine divina e umana di Gesù, concepito in Maria Vergine grazie allo Spirito Santo.
Conformemente al diritto giudaico è attraverso suo padre che Gesù appartiene ad una stirpe e precisamente quella davidica. Anche se la Madonna fosse stata una discendente di David – fatto che i Vangeli non riportano – Gesù non sarebbe appartenuto a quella stirpe ed è per questa ragione che l’Angelo lo chiamò solennemente «Giuseppe, figlio di David!». La grandezza di Giuseppe, «uomo giusto», occupa lo spazio dei patriarchi e dei legittimi antenati del Messia: «Ultimo anello della catena e che sembra spezzarla, egli è in realtà colui che la riallaccia molto più profondamente, non più sul piano della sola discendenza carnale, ma su quello della fede» (J. Perron, Au fil de l’Evangile, Parigi 1980, p. 28).
Gesù risponde quindi all’attesa secolare d’Israele perché il Messia doveva essere «figlio di David», di una stirpe maestosa e messianica. Ma la genealogica di Luca risale più lontano ancora, fino alla prima origine: Gesù è «figlio di Adamo, figlio di Dio» (Lc 3, 28). È sì carpentiere e insegna il suo mestiere al Figlio divino, ma nel suo sangue scorre sangue regale. Gesù nasce sì in una mangiatoia, perché nessuno degli uomini è disposto a dare una degna dimora al suo arrivo nel mondo, ma Egli, oltre ad essere Figlio di Dio, ha un padre adottivo che discende da un Re.
È interessante constatare che non si trova nessuna menzione del culto a San Giuseppe nei calendari liturgici o nei martirologi prima del IX secolo in Occidente e del X in Oriente, anche se, fin dal VII secolo, si visitava la sua tomba a Gerusalemme, nella valle di Giosafat. In Occidente il culto appare nell’XI secolo: un oratorio gli viene dedicato presso la cattedrale di Parma nel 1074, mentre una chiesa viene costruita in suo onore a Bologna nel 1129. Nel 1140 diventa patrono secondario della chiesa dell’abbazia benedettina inglese di Alcester (Warwick). Nel 1254, il signore di Jonville, di ritorno dalla crociata, fa erigere una cappella nella chiesa di San Lorenzo a Jonville-sur-Marne e vi pone una reliquia di San Giuseppe. La devozione si diffonderà proprio grazie alle reliquie portate dalla Palestina: anelli, bastoni, cinture, mantelli appartenuti al Santo e dislocati un po’ in Italia, un po’ in Francia.
Nonostante la devozione privata da parte di molti fedeli, il culto pubblico inizia timidamente soltanto nel XIV secolo con gli ordini mendicanti: i serviti presero a festeggiare San Giuseppe il 19 marzo. E da questo secolo vengono poste sotto il suo patronato cappelle, chiese, associazioni, fondazioni. Mentre nessuno dei grandi predicatori dei primi secoli prese San Giuseppe come tema omiletico, nel XV secolo si prese a predicare molto su di lui. In Francia, nel 1414, si inizia a celebrare la festa del «fidanzamento di San Giuseppe», che sarà autorizzata anche nell’Impero e in Spagna alla fine del XVII secolo. Nella seconda metà del XIV secolo si divulga la festa del 19 marzo. Santa Teresa d’Avila propagherà con grande ardore la devozione verso San Giuseppe, consacrandogli la maggior parte delle sue fondazioni. Nel 1621 papa Gregorio XV fa del 19 marzo una festa di precetto.
Nel 1638, per la prima volta, viene fondata a Bordeaux una congregazione di Suore di San Giuseppe. Diversi sovrani pongono i loro territori sotto la sua protezione: Ferdinando III di Boemia (1655); Leopoldo I del Sacro Romano Impero (1675); Carlo II di Spagna (1679).
Nel XVIII secolo la devozione a San Giuseppe regredisce per conoscere una ripresa nel secolo successivo: nascono centri di pellegrinaggio, molte congregazioni religiose lo prendono per patrono, si fondano riviste per diffonderne il culto e, allo stesso tempo, prendono vita nuove pratiche religiose in suo onore.
Si giunge così all’8 dicembre 1870, festa dell’Immacolata, quando il Beato Pio IX, su richiesta del Concilio Vaticano I, proclama San Giuseppe patrono della Chiesa cattolica. Recita il decreto su colui che più vicino è ai moribondi e colui che viene definito nelle litanie «Terror dæmonum»: «Nella stessa maniera che Dio aveva costituito quel Giuseppe, procreato dal patriarca Giacobbe, soprintendente a tutta la terra d’Egitto, per serbare i frumenti al popolo, così, imminendo la pienezza dei tempi, essendo per mandare sulla terra il suo Figlio Unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, di cui quello era figura, e lo fece Signore e Principe della casa e possessione sua e lo elesse Custode dei precipui suoi tesori.
Di fatto, egli ebbe in sua sposa l’Immacolata Vergine Maria, dalla quale nacque di Spirito Santo il Signor Nostro Gesù Cristo che presso gli uomini degnossi di essere riputato figlio di Giuseppe, e gli fu soggetto. E Quegli, che tanti re e profeti bramarono vedere, Giuseppe non solo Lo vide, ma con Lui ha dimorato e con paterno affetto L’ha abbracciato e baciato; e per di più ha nutrito accuratissimamente Colui che il popolo fedele avrebbe mangiato come pane disceso dal cielo, per conseguire la vita eterna. Per questa sublime dignità, che Dio conferì a questo fedelissimo suo Servo, la Chiesa ebbe sempre in sommo onore e lodi il Beatissimo Giuseppe, dopo la Vergine Madre di Dio, sua sposa, e il suo intervento implorò nei momenti difficili. Ora, poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici, è talmente oppressa dai più gravi mali, che uomini empi pensarono avere finalmente le porte dell’inferno prevalso contro di lei, perciò i Venerabili Eccellentissimi Vescovi dell’universo Orbe Cattolico inoltrarono al Sommo Pontefice le loro suppliche e quelle dei fedeli alla loro cura commessi chiedendo che si degnasse di costituire San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica».
Il 7 Luglio 1871 il Decreto Inclytum Patriarcam riconobbe a San Giuseppe il diritto ad un culto superiore a quello degli altri Santi, compreso San Pietro. Con allocuzione del 28 marzo 1878 Pio IX pose il Pontificato sotto la protezione di San Leone XIII, nell’Enciclica Quamquam Pluries del 15 Agosto 1889, per la festa dell’Assunta, espose la dottrina su San Giuseppe e lo propose modello e avvocato di tutte le famiglie cristiane: «Giuseppe fu il custode, l’amministratore e il difensore legittimo e naturale della divina famiglia».
Mentre la teologia sulla Madonna, la Mariologia, ha avuto ampi sviluppi nel corso dei secoli, non così la teologia su San Giuseppe, la Giosefologia. Invece di soffermarsi sul deleterio ecumenismo, sarebbe molto più gradito a Dio e molto più vantaggioso per tutti, pregare, riflettere e studiare il Patrono della Chiesa, nonché il modello e l’avvocato delle famiglie, molte delle quali cristiane non sono più, ma con un suo intervento potrebbero ritornare ad esserlo. Joseph justissime, castissime, prudentissime, fortissime, domesticæ vitæ decus… ora pro nobis.

Fonte: Corrispondenza romana, 16.3.2016

lunedì 25 gennaio 2016

Il culto autentico a Dio

Come rendere il culto autentico a Dio?
Ce lo spiega in una pagina magisteriale l’allora card. Ratzinger.
Nella festa della Conversione di san Paolo Apostolo, rilancio questo contributo.



Battesimo di Paolo, 1140-70, cappella Palatina, Palermo


Giorgio Vasari, S. Paolo condotto da S. Anania, 1550 circa, Cappella Ciocchi del Monte, Chiesa di S. Pietro in Montorio, Roma

Maestro anonimo, Conversione di S. Paolo, XVI sec., National Gallery, Londra

Karel Dujardin, La conversione di S. Paolo, 1662, National Gallery, Londra

Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Conversione di S. Paolo, XVII sec., Chiesa di S. Paolo, Fiastra

Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, Conversione di S. Paolo, XVII sec., Chiesa di S. Giovanni Battista, Torno

Sebastiano Taricco, S. Anania ridona la vista a S. Paolo, XVII sec.

Jacopo Palma il Giovane, Conversione di S. Paolo, 1590-95, museo del Prado, Madrid


Bartolomé Esteban Murillo, Conversione di S. Paolo, 1675-82, museo del Prado, Madrid

Il culto autentico a Dio

di Joseph Ratzinger

«L’uomo non può «farsi» da sè il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra: Quando Mosè dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. Se Dio non si mostra, l’uomo, sulla base di quell’intuizione di Dio che è iscritta nel suo intimo, può certamente costruire degli altari al «Dio ignoto» (cfr. At 17,23); può protendersi con il pensiero verso di lui, cercarlo procedendo a tastoni.
Ma la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma.
Essa presuppone qualcosa che stia concretamente di fronte, che si mostri a noi e indichi così la via alla nostra esistenza.
Di questa non arbitrarietà nel culto vi sono nell’Antico Testamento numerose e impressionanti testimonianze, In nessun altro passo, però, questo tema si manifesta con tanta drammaticità come nell’episodio del vitello d’oro (o meglio, del torello).
Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L’apostasia è più sottile. Essa non passa apertamente da Dio all’idolo, ma resta apparentemente presso lo stesso Dio: si vuole onorare il Dio che ha condotto Israele fuori dall’Egitto e si crede di poter rappresentare in modo appropriato la sua misteriosa potenza nell’immagine del torello.
In apparenza tutto è in ordine e presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è una caduta nell’idolatria. Due cose portano a questo cedimento, inizialmente appena percettibile. Da una parte la violazione del divieto delle immagini: non si riesce a mantenere al fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso.
Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni. Egli deve essere lì dove c’è bisogno di Lui e deve essere così come si ha bisogno di Lui.
L’uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. Con ciò si è già accennato alla seconda cosa: si tratta di un culto fatto di propria autorità. Se Mosè rimane assente a lungo e Dio diventa quindi inaccessibile, allora lo si porta al proprio livello. Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa.
Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira intorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. La danza intorno al vitello d’oro è l’immagine di questo culto che cerca se stesso, che diventa una sorta di banale autosoddisfacimento.
La storia del vitello d’oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi, in cui in definitiva non è più in gioco Dio, ma la costituzione, di propria iniziativa, di un piccolo mondo alternativo. Allora la liturgia diventa davvero un gioco vuoto. O, ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto un manto di sacralità.
Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c’è più quell’esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente»
Da Joseph Ratzinger, “Introduzione allo spirito della liturgia”, San Paolo 2001

Fonte: Il Timone

venerdì 1 gennaio 2016

Il "cardinale" filoluterano Marx propone una chiesa cattolica fluida, mentre Cantalamessa strizza entrambi gli occhi ai luterani, delegittimando il culto di iperdulia della Vergine Maria

In questi giorni di festa, non possiamo ignorare che i nemici della Chiesa e della fede sono all’opera …, cercando di demolirla, svilendo anche la figura della Vergine Maria, ed anzi addebitando alla Chiesa “preconciliare” la responsabilità per la quale gli eretici protestanti non l’accetterebbero, in quanto sarebbe stata “onorata in maniera esagerata”! A dirlo non è una persona qualunque, ma lo stesso “predicatore della Casa pontificia”, P. Cantalamessa, in un recente suo “comizio” presso la corte dei miracoli dell’hotel Santa Marta, riprendendo le idee del rag. Bianchi (v. qui), come riportato dalla Radiovaticana (v. qui) e che non ha mancato di suscitare legittime proteste in ambito cattolico (v. qui, qui, quiqui, qui).
La sua voce fa eco a quello dello stesso “card.” Marx, il quale avrebbe riunito intorno a sé circa 200 teologi per proporre un cambiamento nella Chiesa. Anzi, la creazione o fondazione di una sorta di Chiesa cattolica liquida, con dogmi … parimenti liquidi, fluidi o vaporosi, che possono essere rimessi in discussione di continuo … . Ma questa neo-chiesa non sarebbe più la Chiesa di Cristo.
La notizia è stata diffusa su vari network internazionali, ivi incluso l’autorevole National Catholic Reporter del 15 dicembre scorso (v. Christa Pongratz-Lippitt, ‘Synodality must once again become a structural practice in the church,’ German cardinals and theologians insist, in NCR, 15 dic. 2015. V. anche Anne Dolhein, Le cardinal Reinhard Marx appelle à des changements fondamentaux dans l’Eglise, in Reinformation.TV, 19 dic. 2015). Noi riportiamo la notizia, con la traduzione dal francese, dal sito Pro Liturgia del 28 dic. 2015.
Nuove battaglie per la fede si profilano.
Tornano in mente le parole profetiche della beata Anna Caterina Emmerich (1774-1824) della sua visione del 12 settembre 1820: «Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola... Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto... C’erano solo divisioni e caos. Si tratta probabilmente di una chiesa di umana creazione, che segue l’ultima moda, così come la nuova chiesa eterodossa di Roma, che sembra dello stesso tipo. … Ho visto di nuovo la strana grande chiesa che veniva costruita là [a Roma]. Non c’era niente di santo in essa. Ho visto questo proprio come ho visto un movimento guidato da ecclesiastici a cui contribuivano angeli, santi ed altri cristiani. Ma là [nella strana chiesa] tutto il lavoro veniva fatto meccanicamente. Tutto veniva fatto secondo la ragione umana... Ho visto ogni genere di persone, cose, dottrine ed opinioni. C’era qualcosa di orgoglioso, presuntuoso e violento in tutto ciò, ed essi sembravano avere molto successo. Io non vedevo un solo angelo o un santo che aiutasse nel lavoro. Ma sullo sfondo, in lontananza, vidi la sede di un popolo crudele armato di lance, e vidi una figura che rideva, che disse: “Costruitela pure quanto più solida potete; tanto noi la butteremo a terra”».
In una visione di data imprecisata del 1820: «… Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre».
Nella visione del 22 aprile 1823: «Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la Chiesa. Stavano costruendo una Chiesa grande, strana, e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova Chiesa... Ma Dio aveva altri progetti».
Che Dio ci preservi dalla genia dei novatori!

Lundi 28/12/2015. Du 6 au 8 décembre dernier, à Munich (D), le Cardinal Reinhard Marx, bras droit du Pape François, a réuni 200 théologiens se réclamant de Vatican II.
Tous ont participé à l’élaboration d’un programme comprenant :
- la liberté de conscience de tous les fidèles pour juger de leur foi,
- l’établissement d’un magistère parallèle à celui des évêques et qui serait exercé par les théologiens,
- la possibilité d’interpréter les enseignements du magistère en fonctions des nécessités pastorales,
- la possibilité de discuter en permanence des articles de la foi,
- la mise en place d’une Eglise essentiellement “synodale” dans laquelle les différentes confessions puissent trouver leurs places respectives,
- la possibilité de célébrer des liturgies évolutives et ouvertes aux exigences de l’œcuménisme ainsi que des communautés locales.
Parmi les signataires de ce programme se trouvent des participants au “Synode de l’ombre” organisé à Rome le 25 mai par les conférences épiscopales de France (Mgr Pontier), d’Allemagne et de Suisse pour mettre en avant les idées les plus étrangères à la foi catholique.
Les loups dont avait parlé Benoît XVI le jour de son élection sortent du bois : ils sortent de partout et sont nombreux !
Sur son tweet, Mgr Marc Aillet, Evêque de Bayonne, pose avec courage la question : “Au nom de quel bilan [ces théologiens] prétendent-ils donner des leçons d’avenir à l’Eglise ?” Et d’ajouter : “Il est fort à gager que la génération JPII et BXVI leur survivra...”
Au regard de ce qui se passe actuellement dans l’Eglise, des fidèles inquiets se demandent : le Pape François est-il manipulé ?
Manipulable ? Ou... manipulateur ?


* * * * * *

Dal 6 all’ 8 dicembre 200 teologi sedicenti “fedeli al Vaticano II” sono stati convocati dal Card. Marx, il braccio destro dal Papa, per elaborare il seguente programma:
- La libertà di coscienza dei fedeli per valutare la propria fede
- Lo stabilimento di un magistero parallelo a quello dei vescovi che sarebbe esercitato dai teologi
- La possibilità di interpretare gli insegnamenti del magistero in funzione delle necessità pastorali
- La possibilità di discutere continuamente degli articoli di fede
- La creazione di una chiesa essenzialmente “sinodale” nella quale le varie confessioni potrebbero trovare il proprio posto
- La possibilità di celebrare liturgie evolutive e aperte alle esigenze dell’ecumenismo nonché delle comunità locali
Tra i firmatari di questo programma ritroviamo i partecipanti al “Sinodo segreto” organizzato a Roma il 25 maggio dalle conferenze episcopali di Francia (Mgr Pontier), di Germania e Svizzera per presentare varie idee estranee alla fede cattolica. I lupi di cui parlava Benedetto XVI il giorno dell’elezione escono dal bosco: escono dappertutto e sono pure numerosi! In un recente tweet, Mons. Marc Aillet, Vescovo di Bayonne, fa con coraggio questa domanda: “In nome di quel bilancio [questi teologi] pretendono dare lezioni di avvenire alla Chiesa?” e aggiunse: “Scommetto che la generazione GP II e B XVI sopravvivrà loro”.
Vedendo cosa succede all’interno della chiesa, molti fedeli sono preoccupati e si chiedono: Papa Francesco sarà manipolato? Manipolabile? O… Manipolatore?

lunedì 31 agosto 2015

La Messa dell’assemblea culla l’agnosticismo - Editoriale di settembre di “Radicati nella fede”

Nella memoria liturgica di S. Raimondo Nonnato, cardinale e confessore, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di settembre 2015.



Vicente Carducho, Martirio di S. Raimondo, XVI-XVII sec., Museo del Prado, Madrid


Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Raimondo Nonnato, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Diego Gonzáles de Vega, Cristo incorona S. Raimondo Nonnato, 1673, Museo del Prado, Madrid


Francisco Pacheco, Ultima comunione di S. Raimondo, 1611


Francisco de Zurbarán, Madre implora benedizione di S. Raimondo, XVII sec.


Juan de Mesa, San Ramón Nonato, 1626-27, Museo de Bellas Artes, Siviglia

LA MESSA DELL’ASSEMBLEA CULLA L’AGNOSTICISMO

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 8 - Settembre 2015



Ciò che non c’è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
Così è stato con l’ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.
Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D’altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.
Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell’uso del latino.
Eppure questo è un aspetto determinante, che se eliminato, cambia tutto non solo nella messa, ma nel cristianesimo stesso.
Il submissa voce, il sottovoce per il prete e il corrispondente lungo silenzio per i fedeli, “incastra” prete e fedeli alla fede, senza appoggi umani. Il sacerdote all’altare deve stare di fronte a Dio, ripetendo sottovoce le parole di Nostro Signore, rinnovando il Sacrificio del Calvario. È un rapporto diretto, personale, intimo con Dio; certo mediato dalla consegna della Chiesa, che custodisce e trasmette le parole che costituiscono la forma del sacramento, ma che in quell’istante non si posa sull’umano della Chiesa, ma sul miracolo della grazia. Così facendo il prete, nel rito tradizionale, immediatamente insegna ai fedeli che ciò che conta è Dio stesso, la sua azione, la sua salvezza, e che queste ci raggiungono personalmente.
La nuova messa non è così, è tutta comunitaria. Il prete in essa, oltre ad essere tutto rivolto ai fedeli, opera come colui che narra ai fedeli ciò che il Signore ha fatto nell’ultima cena: racconta ai fedeli le parole e i gesti del Signore, così che l’azione sacramentale che ne scaturisce appare tutta mediata dall’attenzione che questi ultimi vi devono mettere. Scompare così per il prete il rapporto personalissimo con Dio nel cuore della messa cattolica, il canone, sostituito da questo estenuante rapporto con chi è di fronte all’altare. La nuova forma della messa comunitaria ha così trasformato il sacerdote, gettato in pasto all’attivismo più sfiancante, che è quello di farsi mediare la fede e il rapporto con Dio sempre dai fedeli. La nuova messa ha prodotto un nuovo clero non più aiutato a stare con Dio, non più ancorato all’atto di fede.
Il continuo dialogo nella messa, tra sacerdote e assemblea, ha anche modificato la concezione di Chiesa: oggi pensiamo la Chiesa come nascente dal basso, dal battesimo e quindi dal popolo cristiano; non la pensiamo più come realmente è, nascente dall’alto, da Dio, dal sacramento dell’Ordine. Chi pensa che la Chiesa sorga dal battesimo, non sopporta più quel prete all’altare, che sottovoce pronuncia le parole che costituiscono il miracolo del sacramento.
Anche i fedeli sono direttamente rovinati dal nuovo rito perché, continuamente intrattenuti dal parlare del prete, hanno disimparato anch’essi a stare di fronte a Dio. Così Dio stesso si trova sostituito dall’assemblea celebrante, che diventa ingombrante ostacolo nell’educazione al personale atto di fede.
In questi ultimi tempi si è tentato nella messa moderna di correre ai ripari, cercando invano di reintrodurvi un po’ di silenzio, collocato dopo la lettura del Vangelo, ma anche questo espediente rivela la gravità della nuova posizione. Questo silenzio reintrodotto, solitamente brevissimo, è un silenzio di riposo umano, di meditazione: esso è di tutt’altra natura rispetto a quello prodotto dal submissa voce. Il submissa voce produce un silenzio che avvolge il rapporto intimo del sacerdote con Dio, che dà la sua persona affinché accada l’azione divina che salva. Il silenzio del submissa voce è incentrato sull’azione di Dio e non sulla meditazione dell’uomo, ed è uno dei più grandi richiami al primato della vita soprannaturale, al primato della grazia.
Non c’è nulla da fare, occorre tornare alla Messa di sempre, per tornare alla centralità dell’atto di fede, personale risposta all’azione di Dio.
Sacerdoti e fedeli non possono resistere di fronte al mondo, se non sono costituiti in forza da questo rapporto personalissimo, che nessuna assemblea può sostituire.
L’alternativa? Un agnosticismo pratico, un dubbio di fede pratico, un sospeso dell’anima, riempito dalle parole di un’assemblea che intrattiene per non far pensare.
Osiamo dirlo: la nuova messa, tutta ad alta voce, tutta narrazione e predica, ha cullato i vari agnosticismi, dei preti e dei fedeli, non fermando il dramma dell’apostasia, cioè dell’abbandono pratico della vita cristiana. Ha illuso, dando, nel migliore dei casi, un po’ di calore umano a buon mercato, diseducando a una posizione di fede vera, assolutamente necessaria per attraversare la battaglia di questa vita.
Torniamo alla Messa tradizionale, prima palestra del cristianesimo, quello vero.