Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 4 gennaio 2018

Circa la professione di fede promossa dai 3+2 vescovi

Lo scorso 31 dicembre, tre vescovi kazaki, della diocesi di Astana, i monss. Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, hanno sottoscritto una solenne professione di fede circa l’insegnamento tradizionale della Chiesa riguardo al divieto di accesso dei divorziati risposati al Sacramento dell’Eucaristia (cfr. Kazakhstan Bishops Call Communion for Remarried “Alien to the Entire Tradition of the Catholic and Apostolic Faith, in Onepeterfive, Jan. 1st, 2018; D. Montagna, Three bishops call Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; Full text of Kazakhstan Catholic Bishops statement on Amoris Laetitia, ivi; I vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider: Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 2.1.2018; Pubblica Professione di fede dei tre vescovi del Kazakhstan sul matrimonio sacramentale, in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018; Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Riscossa cristiana, 2.1.2018; ).
Una professione di fede quantomeno opportuna, vista la recente pubblicazione, sugli Acta Apostolicae Sedis, della nota missiva di adesione del Vescovo di Roma ai Criteri – di accesso alla Comunione – elaborati dai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires ed al rescritto del Segretario di Stato, card. Parolin, su cui abbiamo avuto modo di intervenire in altra occasione (v. qui) e che è stata condivisa dal prof. De Mattei – e di ciò lo ringraziamo pubblicamente (cfr. R. De Mattei, De Mattei: A Response to Edward Peters on the Buenos Aires Letter & Authentic Magisterium, in Onepeterfive, Dec. 19, 2017; De Mattei risponde a Edward Peters sulla lettera di Buenos Aires e il magistero autentico, in Corrispondenza romana, 28.12.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 28.12.2017).
Da parte nostra si è sostenuto, non senza argomentazioni giuridico-canoniche, che quei documenti fossero da ritenersi “magisteriali” non in quanto provenienti dalla Chiesa e, quindi, ascrivibili a giusto titolo nell’ambito della Tradizione bimillenaria della Chiesa, ma in quanto chiara, pubblica ufficializzazione dell’avvenuto mutamento dottrinale - riteniamo abusivo – compiuto dal Vescovo di Roma; ufficializzazione, che, pensiamo, non possa essere minimizzata e ridotta quasi ad una trascurabile opinione di un privato dottore (cfr. Bugie e fango sugli Acta Apostolicae Sedis, ivi, 29.12.2017). Non si veda in quest’opposizione chissà quale dietrologia (cfr. M. Faggioli, The opposition to Pope Francis is not really about ‘Amoris Laetitia, in La Croix, Dec. 29, 2017). No, è solo una questione di verità evangelica, che va riaffermata e ribadita in quest’epoca nella quale essa viene messa in dubbio.
Se prima della pubblicazione sugli Acta ci potessero essere dubbi interpretativi circa la natura della missiva del vescovo di Roma, che riteneva l’interpretazione dell’accesso graduale dei divorziati risposati alla Comunione così come elaborata dai vescovi argentini come unica possibile (il che poneva termine a diverse ed altre interpretazioni, magari più aderenti alla Tradizione della Chiesa per la quale il divieto è assoluto e non temperato in alcun modo e neppure dall’eventuale colpa/discolpa di alcuno dei coniugi), oggi alcun dubbio può sussistere al riguardo. La pubblicazione costituisce un’indubbia ufficializzazione e, potremmo dire, “solennizzazione” dell’avvenuto mutamento dottrinale, di cui, con buona pace di alcuni autori, forse è il caso che si prenda atto per trarne le giuste conseguenze. Quantomeno per non generare ulteriore confusione, proponendo interpretazioni – peraltro oggi ufficialmente escluse, pure le più bizzarre (tra queste ci piace porre in luce quella decisamente fantasiosa del card. Ouellet, secondo cui, in certi casi, si potrebbe consentire ai divorziati risposati di accostarsi ai Sacramenti, affinché, di fatto, ottengano ... la grazia di non chiederli! cfr. P. Baklinski, Did this Vatican Cardinal flip-flop on Communion for remarried because of Pope Francis?, in Lifesitenews, Oct. 18, 2017), essendo quella degli argentini “l’unica possibile”! – che cerchino di far quadrare un cerchio, affermando che mancherebbe l'intenzione del vescovo di Roma di esercitare l'autorità magisteriale.
Ed il mutamento dottrinale, pensiamo, sia avvenuto non agendo sul can. 915 – norma di carattere generale concernente una serie indistinta di peccatori ostinati – bensì sulla norma speciale e specifica dei divorziati risposati fatta propria dall’insegnamento magisteriale della Chiesa e segnatamente, ad es., dall’esortazione Familiaris Consortio. Per incidens: coloro che negano il valore di “magistero” ad un’esortazione apostolica, in quanto documento pastorale-esortativo, dovrebbero poi spiegare perché l’attribuiscono, invece, alla Familiaris consortio, visto che anch’essa – quanto a natura del documento adoperato – è un’esortazione apostolica … . A parte questa considerazione, ad ogni modo, dicevamo che il mutamento dottrinale della norma specifica – che deve ritenersi tacitamente abrogata – avrebbe inciso sulle tradizionali condizioni di peccato mortale (materia grave, deliberato consenso e piena avvertenza), e segnatamente sulla piena avvertenza e deliberato consenso, scadendo nell'etica della situazione, in quanto l'ambito delle circostanze attenuanti sarebbe ampliato e reso indeterminato in maniera più o meno occulta (affidandosi, di fatto, al "discernimento" del confessore), tanto da coincidere, nel loro esito pratico, pur non negandosi l'esistenza di una norma oggettivamente valida, con l'etica della situazione. Per questo, e cioè per come è presentata tale novità, essa sarebbe quantomeno favens haeresim (cfr. FAVENS HÆRESIM - L'equivocità magisteriale come deliberata premessa dell'errore, in opportuneimportune, 13.11.2017).
Per cui, sarebbe non realistico non prendere atto che il Vescovo di Roma abbia inteso mutare la dottrina di sempre della Chiesa, traendo le conseguenze teologiche e canoniche che dovrebbero trarsi al riguardo.
In questo contesto si pone l’odierna professione di fede dei vescovi di Astana, confermandosi il Kazakistan come un bastione di fedeltà alla fede di sempre (cfr. E. Barbieri, Il Kazakistan: un bastione di fedeltà nella confusione presente, in Corrispondenza romana, 2.1.2018). In effetti, questa professione – dall’indubbio carattere spiazzante per i vescovi ed in primis per quello dell’Urbe – comporterà che chiunque non vi aderisca dei circa 5.000 vescovi esistenti nel mondo non possa essere considerato cattolico, ponendosi quindi fuori dalla cattolicità. Certo, magari chi non vi aderirà, potrà fregiarsi nominalmente dell’appellativo di cattolico, ma ciò sarà solo una questione nominale, non sostanziale. Per essere sostanzialmente cattolici e, quindi, veri successori degli Apostoli e veri Pastori (e non mercenari), i vescovi, loro malgrado, dovranno aderire e compiere una tale professione.
Come sotto S. Pio X – e per molto tempo dopo di lui – il mancato giuramento antimodernista (per il testo, v. qui) comportava la qualifica di eresia o rendeva quantomeno dubbia l’ortodossia del soggetto (tanto da essere deferito al Tribunale del Sant'Offizio, v. m.p. Sacrorum Antistitum), oggi il prelato che non intenda aderire a questa professione dovrebbe considerarsi sostenitore del mutamento dottrinale, con le implicazioni sopra accennate.
Il discrimen tra vescovo cattolico e sedicente “vescovo” sta oggi in questo. Di qui ben a ragione sono comprensibili le motivazioni degli altri due sottoscrittori, che si sono aggiunti agli originari tre presuli, vale a dire mons. Carlo Maria Viganò e mons. Luigi Negri (cfr. D. Montagna, Former US Nuncio joins statement calling Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; D. Hitchens, Five bishops reaffirm traditional teaching on Communion, in Catholic Herald, Jan. 3rd, 2018; Due vescovi italiani aderiscono alla professione di verità sul matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 3.1.2018 ed in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018;
Possiamo ben comprendere l’irritazione in quelle, un tempo sacre, stanze da parte dell’attuale establishment chiesastico, come ci racconta il giornalista Marco Tosatti (La strategia del Pontefice contro i cinque vescovi coraggiosi, secondo Anonimi della Croce: screditarli. Poi, una coincidenza singolare, in Stilum Curiae, 3.1.2018). Certo però che se quanto afferma il giornalista fosse confermato e cioè al vero che il Vescovo di Roma cercasse con il discredito di “minimizzare” l’iniziativa dei tre+due presuli, crediamo che egli abbia sbagliato strategia, poiché, anche se fossero screditati come persone, rimarrebbe che, senza l’adesione di alcuno degli altri cinquemila e passa vescovi della Chiesa (vescovo di Roma compreso) a quella professione, sarebbero questi ultimi a risultarne screditati, in quanto non aderenti ad una professione di fede integralmente cattolica. Cosicché, come lo fu per il giuramento antimodernista, coloro che non vi aderissero sarebbero semplicemente non cattolici e, quindi, de facto, non più Pastori legittimi dell’Ecclesia Catholica, in quanto eretici ed aderenti ad una chiesa che non sarebbe quella di Cristo. Questa sarebbe la conseguenza.
Per cui, non prendesse sotto gamba quest’eventualità il vescovo di Roma! Potrebbe non aderire alla suddetta professione solo se dimostrasse mediante la Tradizione che sarebbe quella professione ad essere contro il deposito della fede. Ma fino a che non ne sarà dimostrata l’eterodossia alla luce della Tradizione e del magistero bimillenario della Chiesa – cosa che riteniamo impossibile – riteniamo che la mancata adesione alla professione comporterà la qualifica di eretici per i presuli che non la sottoscrivessero.
Un suggerimento estremo dunque ci sentiamo di poterlo dare ai vescovi e cardinali della Catholica: sottoscrivetela e rimangiatevi quanto scritto su AL! Meglio passare da ridicoli e macchiette dinanzi al mondo (dicendo “ragazzi, abbiamo scherzato …”), piuttosto che passare, dinanzi alla Chiesa ed a Dio, da eretici ostinati, con ciò che questo comporta!
Del resto, non aveva detto il vescovo di Roma, per il quale - forse - le parole non hanno molto peso, che avrebbe recitato, se glielo avessero chiesto, quanti Credo si volesse (cfr. qui; S. Cernuzio, Francesco in aereo: “Non sono un anticristo o un antipapa. Se volete recito il Credo…”, in Zenit, 22.9.2015; M. Ansaldo, Bergoglio: "Io comunista o antipapa? Se necessario recito il Credo...", in La Repubblica, 23.9.2015??? Bene: reciti allora questa professione di fede. Pubblicamente. E vi aderisca e la sottoscriva. In fondo, è pur sempre un credo ... .

Augustinus Hipponensis

giovedì 16 aprile 2015

Card. Sarah: "preti e vescovi non temano di dire la verità. Grave errore non intervenire su sacerdoti e vescovi che diffondono errori dottrinali"

Il prefetto della Congregazione per il Culto Divino fa chiarezza. Un’intervista davvero imperdibile, rilanciata anche da Il Timone. L'intervista è stata tradotta per intero in italiano da Chiesa e post concilio.

Sarah: preti e vescovi non temano di dire la verità

La Chiesa non deve parlare il linguaggio del mondo: «Se si crea un magistero instabile, si crea un dubbio permanente»

di MARCO TOSATTI

Card. Sarah
ROMA. Il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, ha concesso una lunga intervista alla rivista bimestrale francese “L’Homme Nouveau”, in cui tocca numerosi temi: la fede, la liturgia, e l’Africa cattolica, con le sue forze e le sue debolezze. Il Porporato della Guinea ha sottolineato che la Chiesa deve avere un ruolo materno e paterno, di educatrice, ricordando l’enciclica «Mater et Magistra».
Si ha l’impressione che oggi non ci siano più frontiere definite fra chi è fuori e dentro la Chiesa, ha detto l’intervistatore. Il Cardinale ha risposto: «Credo che permettere a un prete o a un vescovo di dire delle cose che scuotano o rovinino il deposito della fede, senza chiedergliene ragione, è un grave errore. Al minimo bisogna chiamarlo e chiedere di spiegare le ragioni delle sue affermazioni,  senza esitare nel chiedergli di riformularle in maniera conforme alla dottrina e all’insegnamento secolare della Chiesa». Permettere alle persone di dire o scrivere quello che vogliono sulla dottrina e la morale «attualmente disorienta i cristiani e crea una grande confusione su ciò che Cristo e la Chiesa hanno sempre insegnato».
La Chiesa deve assumere un ruolo paterno e materno: «Un servizio umile per il bene dell’umanità. Soffriamo oggi di una mancanza di paternità. Se un padre di famiglia non dice nulla ai suoi figli sulla loro condotta, non agisce come un vero padre. Tradisce la sua ragione e la sua missione paterna». E il primo dovere di un vescovo verso i sacerdoti è analogo. «Sfortunatamente oggi l’autorità sovente tace per timore di essere definita intollerante, e di essere decapitata. Come se mostrare la verità a qualcuno volesse dire essere intolleranti o integralisti, mentre si tratta di un atto d’amore».
Sarah parla dell’Africa, della necessità di una maggiore esperienza e preparazione da parte dei sacerdoti, («abbiamo molte vocazioni, ma non abbastanza formatori solidi ed esperienza») e di quello che il continente può dare al cristianesimo: «Oggi nel contesto di crisi profonda che vede la fede stessa rimessa in causa, e i valori rigettati, credo che l’Africa possa portare, nella sua povertà e nella sua miseria i suoi beni più preziosi: la sua fedeltà a Dio, al Vangelo, il suo attaccamento alla famiglia, a alla vita, in un momento storico in cui l’Occidente dà l’impressione di voler imporre valori contrari».
Il porporato ha poi toccato il tema della liturgia. «Constatiamo sempre di più che l’uomo cerca di prendere il posto di Dio, che la liturgia diventa un semplice gioco umano», ha lamentato Sarah. «Se le celebrazioni eucaristiche si trasformano in luoghi di applicazione delle nostre ideologie pastorali e di opzioni politiche partigiane che non hanno nulla a che vedere con il culto spirituale di celebrare secondo il modo voluto da Dio, il pericolo è immenso». C’è bisogno di più cura e fervore nella formazione liturgica dei futuri preti la cui «vita interiore e fecondità del ministero dipenderanno dalla qualità della relazione con Dio, nel faccia a faccia quotidiano della liturgia». Sulla riforma e le polemiche relative il Prefetto del Culto Divino ha detto: «Benedetto XVI è stato chiaro sul fatto che la Chiesa non si costruisce a colpi di rotture, ma nella continuità. Sacrosanctum Concilium, il testo conciliare sulla santa liturgia, non sopprime il passato. Per esempio, non ha mai chiesto la soppressione del latino o la soppressione della messa di san Pio V».
L’intervistatore ha poi chiesto quale deve essere l’atteggiamento della Chiesa davanti alle pressioni del mondo e della cultura relativistica. «Se la Chiesa comincia a parlare come il mondo e ad adottare il linguaggio del mondo, dovrà accettare di cambiare il suo modo di giudizio morale, e di conseguenza dovrà abbandonare la sua pretesa di guidare e rischiarare le coscienze… rinunciare alla sua missione di essere per i popoli una luce di verità». Allora, sottolinea il Cardinale, «penso che il magistero deve restare fermo come una roccia. Se si crea un dubbio, se il magistero si situa in rapporto al momento in cui viviamo, la Chiesa non ha più il diritto di insegnare…. Il Vangelo resta lo stesso. Non si muove. Naturalmente dobbiamo trovare un lavoro di formulazione per raggiungere meglio le persone, ma non possiamo, sotto il pretesto che non ci ascoltano più, adattare la formulazione dell’insegnamento di Cristo e della Chiesa alle circostanze, alla storia, o alla sensibilità di ciascuno. Se si crea un magistero instabile, si crea un dubbio permanente. C’è un lavoro immenso da compiere: rendere percettibile l’insegnamento della Chiesa mantenendo intatto il nocciolo della dottrina. Ecco perché è inammissibile separare la pastorale dalla dottrina: una pastorale senza dottrina è una pastorale costruita sulla sabbia».

mercoledì 1 aprile 2015

Il Protestantesimo a metà è (sempre) protestantesimo - Editoriale di aprile di "Radicati nella fede"

Nella memoria di S. Ugo di Grenoble (o di Châteauneuf-sur-Isère), vescovo e confessore rilancio il consueto editoriale di Radicati nella fede, tradotto in inglese dall’immancabile Rorate caeli.

Francisco de Zurbarán, S. Ugo di Grenoble (o di Cluny?) nel refettorio, 1655 circa, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Scuola tedesca, Crocifisso con i SS. Bruno, Ugo di Lincoln ed Ugo di Châteauneuf, 1600 circa, collezione privata

Daniele Crespi, S. Ugo di Grenoble, 1629, Chiesa della Certosa di Garegnano, Milano

IL PROTESTANTESIMO A METÀ È PROTESTANTESIMO

Editoriale “Radicati nella fede” 
Anno VIII n. 4 - Aprile 2015


Si assiste ormai rassegnati al vertiginoso calo delle vocazioni sacerdotali e alla relativa diminuzione della presenza dei preti in mezzo a noi. Di giorno in giorno aumentano le parrocchie senza più la presenza stabile del sacerdote; anzi, diventano queste una rarità. Chiese e chiese vengono ormai aperte sporadicamente per la celebrazione di qualche santa messa, restando per la maggior parte dell’anno chiuse. E anche quando, in qualche grande parrocchia, il sacerdote è ancora residente, la sua effettiva presenza si assottiglia sempre più, oberato com’è dal dover garantire un servizio ad innumerevoli piccoli centri sparsi nei dintorni. In intere vallate di montagna non vi abita più nemmeno un prete. Non c’è che dire, un quadro sconfortante; malinconicamente sconfortante.
Qual è però il pericolo più grande? A nostro parere è che la soluzione a tutto questo problema è dettato da coloro che questo problema hanno causato e accelerato. Il cristianesimo “protestantizzato” ha innescato il disastro decenni fa’ ed ora propone i rimedi!
Tutta la riforma liturgica degli anni ‘60 e ‘70 aveva puntato sulla centralità della Parola di Dio. Aveva voluto con forza (violenza?) una completa revisione della millenaria liturgia cattolica, e l’aveva piegata alle necessità della nuova ecclesiologia e della nuova pastorale.
Di una nuova ecclesiologia: la Chiesa non più Corpo Mistico di Cristo, ma prevalentemente popolo di Dio; l’accento non più sul sacramento dell’Ordine, sul Sacerdozio, che costituisce la nervatura gerarchica della Chiesa, ma l’accento sul battesimo, sul laicato che deve sempre più essere corresponsabile dell’azione della Chiesa.
Da questa nuova ecclesiologia, che poneva l’accento sulla comunità e non sull’unione con Dio in Gesù Cristo, una assillante preoccupazione perché tutto fosse tradotto in lingua parlata nella messa e nei sacramenti, affinché i fedeli non si sentissero inferiori ai preti nella pubblica preghiera. I fedeli, corresponsabili nella Chiesa con i preti, dovevano tutto subito capire, per poter democraticamente governare la casa di Dio. Ecco allora la strabordante importanza della Parola di Dio intesa semplicemente come il leggere la Bibbia nelle messe; la libidinosa creatività nelle liturgie della parola con laici lettori, fedeli commentatori, gesti simbolici accompagnanti le letture, omelie partecipate, logorroiche preghiere dei fedeli, seguite poi da una veloce e scarna consacrazione che, ahimè dicevano i più illuminati, restava ancora riservata al prete, perché noi cattolici non arriviamo fino in fondo al protestantesimo. Ecco, potremmo spiegarci cosi: da noi si è operato, nel post-concilio, un protestantesimo di mezzo, che non arriva ad eliminare del tutto il prete, questo no, ma che gli ha lasciato un angolino: la consacrazione. Ma anche questa rigorosamente tradotta in lingua parlata, ad alta voce, con le parole prese dalla Bibbia, perché i fedeli ascoltando possano ratificarla con i loro amen. Eh sì, perché nella democratizzazione della Chiesa l’assenso dei fedeli è importante: nel “mistero della fede” e nella comunione il fedele dicendo il suo “sì” dà forza alla Presenza di Cristo fatta dal sacerdote... è proprio un protestantesimo a metà!
La rivoluzione liturgica così operata avrebbe dovuto portare un nuovo slancio alla vita cristiana e alla missione della Chiesa nella società. Da subito però ci si accorse che stava producendo confusione. Si diede colpa al ‘68, alla rivoluzione sociale e culturale che stava scoppiando nella società proprio negli anni del dopo concilio. Si diceva che tutto si sarebbe messo a posto, che dopo la confusione e gli errori di applicazione, sarebbe venuta l’ora serena e feconda dell’edificazione. Ma quest’ora non è mai arrivata!
L’ultimo tentativo in questa prospettiva è del pontificato interrotto di Benedetto XVI, che ha fortemente promosso un riequilibrio in senso tradizionale della riforma; ma queste illusioni sono scomparse con le sue dimissioni.
Oggi la Chiesa si trova come un campo il giorno successivo alla battaglia: un cumulo di ruderi, con i cadaveri da seppellire. Non solo la società non è tornata cristiana, ma non ci sono più preti per intraprendere una nuova opera.
Cosa fanno i nipoti dei rivoluzionari liturgici ed ecclesiali di decenni fa? Propongono di rimpiazzare le messe con le liturgie della parola, animate dai laici, terminanti con la comunione sacramentale! È la conclusione logica della più disastrosa falsa riforma della Chiesa. E questo epigono, lo annunciamo già con certezza, porterà a consumazione il disastro.
La malattia non può scacciare il morbo, la peste non ferma la pestilenza, se non facendo morire tutti... ma se fosse così che vittoria sarebbe?
In tutte le epoche di crisi, la Chiesa non ha annacquato la sua identità per raggiungere tutti, no di certo. Ha invece moltiplicato lo zelo perché i suoi preti siano più preti e i suoi fedeli più cattolici.
Nel medioevo, che conobbe intorno al mille una grande crisi, riunì i sacerdoti nelle pievi, fondò i canonicati perché i ministri di Dio si santificassero in una vita quasi monastica, purificò e rese sempre più splendida la sua liturgia, moltiplicò la preghiera. In una parola, gettò le basi per una rinascita poderosa delle vocazioni sacerdotali, cosciente che senza prete non c’è Chiesa.
Leggendo in questi giorni la stampa, che a caratteri cubitali scrive “Non ci sono più preti, la messa la diranno i laici” tutti possono capire che si viaggia imperterriti nel senso contrario alla vera riforma della Chiesa. Certo la stampa esagera, i laici non farebbero la messa vera e propria, leggerebbero le letture e darebbero la comunione: ma come non vedere che questo è l’ultimo passo per la scomparsa della messa in mezzo a noi. Già ci siamo abituati a fare a meno del prete per la dottrina... i laici già ascoltano e interpretano liberamente i Vescovi e il Papa, ci manca solo che facciano una pseudo-messa per dichiarare inutile il sacerdote. Cosa penserà un seminarista, miracolo vivente in questa Chiesa, leggendo un simile titolo sul giornale? Non avrà il dubbio che la Chiesa non ha più bisogno di lui?
In tutto questo scempio si ha il segreto sospetto che i preti e i fedeli rieducati nello spirito della nuova chiesa, quella del protestantesimo a metà, guardino alle pseudo messe delle chiese senza preti come all’ultima opportunità per completare quella riforma della chiesa che il Vaticano II aveva lasciato a metà. Sì, vogliono una chiesa dove tutti sono sacerdoti... dove Cristo nasce dal di dentro della coscienza del singolo e dal di dentro della comunità; una chiesa dove Cristo non scende più dall’alto, dove il prete è un retaggio del passato destinato a scomparire o quasi: la fine del Cattolicesimo.
Noi continuiamo sempre più ad essere convinti che non abbiamo sbagliato nel tornare decisamente alla messa antica, che sicuramente non permette questa deriva. Oh se più preti e fedeli lo capissero! Avrebbero qui la possibilità offerta da Dio per una reale rinascita.

Ma quanto dovrà ancora accadere perché i cuori e le menti siano liberate?

domenica 22 febbraio 2015

Se a dominare è un pensiero non cattolico

Interessante contributo odierno di don Nicola Bux

Se a dominare è un pensiero non cattolico

di Nicola Bux

Con grande dolore e profonda preoccupazione, si deve constatare che il pensiero non cattolico avanza nella Chiesa. È molto grave l'affermazione del moderatore del Sinodo diocesano di Bolzano, secondo il quale, il lavoro svolto, «rispecchia la situazione generale della Chiesa, che sta vivendo un cambiamento radicale». Si può ancora affermare che i cattolici formino un cuor solo e un'anima sola? O, per dirla con sant'Ignazio d'Antiochia, che manifestino un tale accordo della voce e del cuore, sì da raggiungere la sinfonia? Purtroppo siamo divisi tra noi, proprio sulla verità, e attratti da false dottrine. In nome del pluralismo? Civiltà Cattolica riporta un intervento dell'allora Padre Bergoglio: «il pluralismo non sembra così inoffensivo e neutrale come alcuni lo considerano a prima vista. Se infatti giungesse a non preoccuparsi dell’unità della fede, questo comporterebbe la rinuncia alla verità, l’accontentarsi di prospettive parziali e unilaterali».

Succede, invece, che molti cattolici, preferiscano andare d'accordo con i non cattolici, i non credenti e gli avversari della Chiesa, più che con i fratelli di fede. I loro modi di pensare e di agire, sono penetrati in casa cattolica, al punto che sembra rivolto a noi, quel che Giovanni Paolo II, nel 1980, ricordava ai protestanti tedeschi: «ci riferiamo tutti a Gesù Cristo, ma il dissenso verte su “ciò che è di Cristo”, su “ciò che è suo”: la sua Chiesa e la sua missione, il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». Il dissenso è, soprattutto, sui contenuti e fondamenti stessi della fede, e di conseguenza sulla morale. Se un parroco, in un ritiro del clero, afferma che bisogna smetterla con la verità oggettiva, perché è venuto il tempo di chinarsi sulle soggettività, e il vescovo, presente, tace: un problema c'è; se una ragazza, lusingata dalle avances di un uomo coniugato, si sente, in confessione, rimproverare dal sacerdote, perché, a suo dire, avrebbe dovuto cogliere l'occasione, in quanto non è peccato, allora qualcosa è successo. Si segue ancora la verità cattolica, reperibile senza difficoltà nel Catechismo, oppure le falsità che vanno di moda?

Confusione e divisione, sono ormai diffuse e attraversano tutto il popolo di Dio, dal collegio cardinalizio all'episcopato, dai teologi al clero e al laicato. Ha ancora senso cercare l'unione con gli ortodossi e altri cristiani, mentre tra noi cattolici siamo sempre più divisi? Se nei seminari, si esortano i giovani, ricorrendo anche a intimidazioni, ad avere una “nuova visione di Chiesa”, in discontinuità col passato? Una molto simile – c'è da pensarlo – a quella descritta in una canzone di Jovanotti: «una grande Chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano». 

Nel Conclave del 2005, il cardinal Giacomo Biffi avvertiva: «Vorrei dire al futuro Papa che faccia attenzione a tutti i problemi. Ma prima e più ancora si renda conto dello stato di confusione, di disorientamento, di smarrimento che affligge in questi anni il popolo di Dio, e soprattutto affligge i piccoli». La questione viene da lontano: se n'era accorta nel 1966, a meno di un anno dalla chiusura del Vaticano II, la Congregazione per la dottrina della fede, che inviava una lettera ai presidenti delle Conferenze episcopali, in cui si riferivano le notizie giunte dalle nunziature, sui crescenti abusi nell'interpretazione della dottrina del Concilio, e su opinioni azzardate che sorgevano qui e là, turbando i fedeli, perché oltrepassavano le semplici opinioni e ipotesi, per giungere ad intaccare i fondamenti del dogma e della fede. Seguiva, in dieci punti, l'elenco di tali idee ed errori.  Va ripassato, perché sono tutti constatabili ancora oggi, anzi aumentati. «É in crisi l'idea di Chiesa»: avvertì, nel 1985, Joseph Ratzinger a Vittorio Messori, in Rapporto sulla fede. Urgeva riproporre, o meglio, ridefinire cos'è la fede cattolica: nacque il Catechismo della Chiesa Cattolica. 

Il contraccolpo dell'indefinitezza attuale della fede cattolica, lo ha subito la liturgia, della quale si continua a ripetere: lex credendi-lex orandi – ma, di “legge” o norme che la regolino, guai a parlarne, non solo, ma il modo di pregare in essa, contraddice sempre di più il credo. Il culto dell'emozione, non rende, il popolo cristiano, consapevole di dover annunciare la Parola divina, più tagliente di una spada a doppio taglio, di cui il mondo ha bisogno per essere salvato. Così, non siamo più sicuri che Dio sia soddisfatto del culto che gli viene tributato. I preti rimproverano i fedeli perché vengono in chiesa – ancora – a ricevere i sacramenti, ma poi spariscono: non pensano che proprio i sacramenti sono le reti dell'evangelizzazione, efficaci per la conversione, se solo li si celebrasse senza prendere a modello la Tv. 

Basta recitare il Simbolo di fede, il Credo, per rigettare le opinioni erronee? Scrive sant'Ireneo: «tutti professano le stesse verità, ma non vi credono allo stesso modo». Ai nostri giorni, i contorni della verità cattolica sono liquidi, come si suol dire, perché si crede che essa nasca dal dialogo, e sia meno importante della libertà. Dunque, chi si dedica alla sua “definizione”, deve sapere che ne sarà segnata la sua esistenza, come è accaduto a Paolo VI. Sarà attaccato, da chi cercherà di far passare l'idea che la dottrina non muta se cambia la disciplina. Sarà denunciato per presunta intolleranza e insubordinazione. Sarà accusato, come Atanasio, per la sua intransigenza, la scarsa o nulla misericordia. Si leveranno voci per condannarlo, deporlo ed esiliarlo, beninteso, in nome del pluralismo e della tolleranza. Una esperienza che sconcerterà molti fedeli e farà esultare molti altri: «l'universo gemette», annota san Girolamo, «nello sbalordimento d'essere diventato ariano». Che farà constatare, con san Basilio: «Solo un peccato è ora gravemente punito: l'attenta osservanza delle tradizioni dei nostri padri. Per tale ragione, i buoni sono allontanati dai loro paesi e portati nel deserto». Ma quegli resisterà, difendendo l'ortodossia, come ha scritto Bulgakov, e smascherando l'eresia. Atanasio continuò a dirigere la sua Chiesa dal deserto, con l'aiuto di sant'Antonio, e trovò il tempo di scrivere quei trattati, che contribuirono alla condanna dell'arianesimo da parte del concilio di Costantinopoli del 381 e gli meritarono il titolo di dottore.

Oggi, tra i cattolici, i punti di dissenso – leggi eresie - sono tanti, a cominciare dall'escatologia, parola mai così usata negli ultimi decenni e ridotta alla ricerca spasmodica della felicità terrena dell'individuo: basta sentirsi bene nella condizione in cui ci si trova. Si è abbandonata l'idea che c'è un cammino verso la santità. La felicità eterna, se esiste, ha poca importanza: la felicità è in questa vita e si identifica col vivere bene e la vita buona. É questa la speranza cristiana per cui val la pena nascere e vivere? É vero che Gesù ha promesso a chi lo segue il centuplo quaggiù e l'eternità, ma non secondo la versione di Benigni. Se a chi sta in regola, san Paolo arriva a dire: «d'ora innanzi, chi ha moglie, viva come se non l'avesse» (1 Cor 7,29), si comprende perché dica, a chi vive nell'irregolarità: «Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1 Cor 6,9-11). È parola rivelata che resta per sempre.

«Dio, che non desideri la morte dei peccatori, ma vuoi che si pentano», prega la liturgia quaresimale, tornando annualmente a ricordare la via stretta della salvezza - le ceneri ne sono segno eloquente –, ad abbandonare la condizione di peccato in cui ci fossimo induriti. «Lasciatevi riconciliare con Dio», ovvero, «convertitevi e credete al Vangelo», deve diventare l'ammonizione di chi si definisce un “prete sociale'” o “di strada” o “antimafia”. La Chiesa evangelizza per far star bene la gente in questo mondo, nel senso di farla vivere nella verità e guidarla alla salvezza eterna. Conversione e riconciliazione sono necessarie, affinché il Signore dimentichi i peccati di quanti si convertono (Sap 11,25).

Dinanzi al pensiero non cattolico penetrato nella Chiesa, causa prima del relativismo che  induce i giovani occidentali a passare da internet al terrorismo: una versione eroico-religiosa del culto dell'emozione; dinanzi all'avanzata di musulmani che uccidono, convinti di rendere gloria ad Allah, i sacerdoti, piangendo, facciano propria la supplica posta in capite quadragesimae: «Perdona Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al vituperio e alla derisione delle genti». Perché si dovrebbe dire fra i popoli: «Dov'è il loro Dio?» (Gioele 2,17). Di certo, il pensiero non cattolico non prevarrà nella Chiesa. E non verrà meno la virtù della fortezza, perché i cristiani non temono il martirio.

venerdì 13 febbraio 2015

In Cina arriva la professione di fede atea

In Cina la storia non ha insegnato nulla e cioè che l’ideologia comunista e l’ateismo di Stato sono morti e condannati dalla storia … . Non si può sopprimere ciò che è insopprimibile, vale a dire l’anelito dell’uomo verso l’Alto; a quest’anelito è possibile, entro certi limiti, ricoprirlo con altre bramosie, ma prima o poi è destinato ad emergere, giacché è un fuoco che arde, anche quando è sotto la cenere ….  

Cina. Arriva la professione di fede atea per i membri del Partito comunista

Leone Grotti


L’ateismo è sempre stato uno dei requisiti per entrare a far parte del Partito comunista in Cina. Marxismo e culto della personalità del leader di turno sono sempre state le uniche religioni ammesse dalle parti di Pechino. Da molti anni però l’adesione a una religione da parte di un membro del Pcc, per quanto non ufficialmente, veniva ritenuta una mancanza disciplinare da poco.

CAPO DI TUTTO. Con l’avvento al potere di Xi Jinping le cose sono cambiate. Il nuovo segretario generale del Partito comunista, nonché presidente della Cina, nonché capo dell’esercito, nonché direttore delle due nuove potenti commissioni che stanno terrorizzando e mettendo a soqquadro la politica cinese, ha infatti deciso di cementare il Partito soffiando sulle braci di un’ideologia maoista ormai perduta sotto la cenere dell’economia e del dio denaro.

RITORNO AL MAOISMO. Negli ultimi due anni Xi ha rilanciato le sessioni di critica e autocritica dentro il partito, gli studi di marxismo, costretto le università a non insegnare valori occidentali, imposto all’esercito di giurare fedeltà al leader e a imparare a memoria i propri scritti, inviato intellettuali e artisti a lavorare in campagna tra le masse come ai bei tempi della Rivoluzione culturale, proibito a chiunque di cantare l’inno nazionale senza essere vestito in modo adeguato… Si potrebbe andare avanti ma il concetto è chiaro.

PROFESSIONE DI FEDE ATEA. Una delle ultime decisioni riguarda proprio la religione. Da mesi i giornali di regime ricordano che l’ateismo è caratteristica essenziale, e non secondaria, per un membro del partito comunista. L’1 febbraio, il Global Times ha informato che nella provincia di Zhejiang, la stessa dove nell’ultimo anno sono state distrutte centinaia di croci e demolite decine di chiese, chi voglia entrare a far parte del Partito dovrà dichiarare formalmente e per iscritto di essere ateo, dopo essere stato accuratamente esaminato da una commissione.

«CREDERE NEL COMUNISMO». Non solo, chi venisse scoperto a credere in Dio o ad aver partecipato in passato a funzioni religiose sarà costretto a «rettificare le proprie credenze». Nelle scuole del partito e nelle accademie governative i corsi di religione secondo Marx dovranno essere aumentati. «Ai membri del Partito è severamente vietato far parte di una religione. Credere nel comunismo e nell’ateismo è un requisito fondamentale per diventare un membro del Partito», ricorda Li Yunlong, docente alla scuola del Partito della Commissione centrale del Pcc.

«FORZE OSTILI OCCIDENTALI». Secondo Li, la sezione locale del partito della provincia di Zhejiang ha fatto bene a sottolineare questi requisiti «a causa della loro situazione». Inoltre, «la misura potrebbe far parte di uno sforzo contro la penetrazione di forze ostili occidentali». Tradotto, per impedire la diffusione del cristianesimo.