Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 8 febbraio 2025

438° anniversario del martirio della regina di Scozia Mary Stuart

L'8 febbraio 1587 lasciava questa Valle di lacrime la regina Mary Stuart, affrontando un doloroso martirio per ordine dell'empia cugina, la regina Elisabetta I. 

A lei il nostro ricordo, la nostra preghiera e devoto omaggio.


Autore anonimo, Mary Stuart, regina di Scozia, XVII sec., Blairs College, Aberdeenshire

Scuola inglese, Esecuzione di Mary Stuart, XIX sec.




sabato 8 febbraio 2020

8 febbraio 1587 - Martirio di Maria Stuart, Regina Cattolica

Ricorre oggi l’anniversario della barbara esecuzione, perpetrata per mano della terribile cugina Elisabetta, figlia dell’orrendo Re Enrico VIII d’Inghilterra, della Regina Maria Stuart.
Donna di profondissima fede cattolica, fedelissima al Papa, s’impegnò immensamente per restaurare la vera Fede e la Chiesa Cattolica nell’Inghilterra dilaniata dall’atto scismatico di Enrico.
La sua morte tragica e truce fu il massimo sigillo al martirio di migliaia di uomini e donne, di tutte le condizioni sociali, clero e laici che mai vollero rinnegare la vera ed unica Fede nell’unica Vera Chiesa.
Quando vediamo un Papa benedire (o farsi benedire) assieme ai finti vescovi della cosiddetta Comunione Anglicana, chiediamo per lui perdono a tutti questi martiri che stanno nella gloria di Dio!
Di seguito la cronaca di quel tragico giorno:
"L’8 febbraio 1587, il giorno fissato per l’esecuzione, presso il castello di Fotheringhay, Mary Stuart, italianizzato come Maria Stuarda, riferiscono le fonti, entrò nel salone, in cui doveva svolgersi la sua esecuzione, con aria tranquilla, indossando un abito scuro e un lungo velo bianco, simile a quello di una sposa. Quando il boia le presentò le sue scuse, ella gli disse: «Vi perdono con tutto il mio cuore, perché spero che ora porrete fine a tutte le mie angustie». Sul patibolo le sue dame, Elizabeth Curle e Jane Kennedy, l’aiutarono a spogliarsi, rivelando un sottabito rosso cremisi, il colore della passione dei martiri cattolici, appositamente scelto dalla regina, che davanti ai protestanti inglesi voleva morire da martire cattolica. Una volta bendata e posizionata la testa sul ceppo pronunciò le parole: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum», cioè «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito».
Il martirio della regina, stando ai testimoni, fu particolarmente brutale: il primo colpo di mannaia fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega (cfr. Antonia Fraser, Maria Stuart. La tragedia di una regina, Mondadori, Milano 1998, p. 591). Quando gli esecutori si avvicinarono al corpo senza vita per prendere gli ultimi ornamenti rimasti, prima che venisse imbalsamato, la gonna di Maria iniziò a muoversi e dal di sotto uscì il piccolo cane della regina, che ella era riuscita a nascondere sotto le lunghe vesti. Per quanto si cercasse di allontanarlo, il cagnolino continuava a rimanere vicino al corpo (Stefan Zweig, Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra, Bompiani, Milano 2013, p. 366). Le dame della regina, alla fine, riuscirono a farlo desistere e lo lavarono più volte per far andare via il sangue ma, una settimana più tardi, essendosi rifiutato di mangiare, morì d’inedia (Fraser, op. cit., p. 592). Il boia sollevò la testa della regina per mostrarla ai presenti e in quel momento la folla fu sconvolta da un’inaspettata visione: i riccioli castani di Maria si staccarono e la testa rotolò a terra; nessuno avrebbe immaginato che la regina di Scozia indossasse una parrucca. A causa delle sofferenze patite in prigionia, in effetti, Maria era precocemente entrata in menopausa e i suoi capelli si erano incanutiti e diradati; per ovviare a ciò, aveva preso l’abitudine di indossare una parrucca del suo colore naturale (ibidem, p. 591; Zweig, op. loc. cit.). La richiesta di Maria di essere sepolta in Francia venne rifiutata da Elisabetta. Il suo corpo venne imbalsamato e lasciato insepolto in una bara di piombo fino alla sua sepoltura, avvenuta nella Cattedrale di Peterborough alla fine del luglio del 1587. Le sue interiora, rimosse come parte del processo di imbalsamazione, furono sepolte in segreto nel castello di Fotheringhay. Il suo corpo fu riesumato nel 1612 quando suo figlio, il re Giacomo I d’Inghilterra, ordinò che venisse sepolta nell’Abbazia di Westminster, in una cappella di fronte alla tomba di Elisabetta I.
La regina di Scozia, regina consacrata da Dio, moriva all’età di quarantaquattro anni. Il suo dramma ispirerà, nella musica, Donizetti e Mercadante; nella letteratura l’Alfieri e Schiller.
La regina martire poteva vantare inoltre una corrispondenza ed amicizia con San Carlo Borromeo e godeva dell’appoggio di San Pio V.
Elisabetta, sua cugina, morirà nubile, non ebbe figli ed il figlio di Maria, Giacomo Stuart di religione protestante (e che aveva tradito per il trono la fede cattolica della madre), divenne re d’Inghilterra, designato da Elisabetta sul letto di morte.
Dell’empia Elisabetta, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa, ne parla nel suo libro “Apparecchio alla morte”. Di lei scrive che questa, in maniera stolta, arrivò a dire: «Dio, dammi quarant’anni di regno e io rinuncio al paradiso!». Quella «misera», come la chiama il Santo Dottore, ebbe effettivamente un regno di quarant’anni (per l’esattezza 45 anni), ma dopo la morte fu vista di notte sulle sponde del Tamigi, mentre, circondata da fiamme, gridava: «Quarant’anni di regno e un’eternità di dolore!...» (Apparecchio alla morte, Considerazione XXVIII - Rimorsi del dannato, punto III, ora in Opere Ascetiche, Vol. IX, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1965, pp. 274-275).
San Luigi Guanella scriveva: «Nella terra inglese una regina Elisabetta con otto mariti e che poneva a morte chi diceva i figli naturali non esser legittimi eredi del trono, questa si faceva chiamare regina vergine e voleva che alla sua presenza i cortigiani stessero genuflessi. In Iscozia era la cugina Maria Stuarda, santissima donna che, lasciata con immenso cordoglio la Francia, veniva per ricevere la corona di Scozia, ben prevedendo che questa le avrebbe circondato le tempie come una corona di spine. Fu vero perché Elisabetta, la regina vergine di otto mariti, fu altresì agnello mite come una tigre sanguinaria. Il suo diletto era spogliar chiese e abbat[t]er monasteri, non solo, ma tagliar teste di duchi, di principi, di vescovi, di sacerdoti, che si opponevano alle sue scelleratezze. Sancì la pena di morte contro qualsiasi sacerdote o religioso che venisse da fuori; la pena di morte fissò contro un candidato che si fosse osato ordinarlo sacerdote. Allora il coraggioso Allen Guglielmo istituiva seminari allo esterno dello Stato. Filippo II, che avrebbe voluto discendere a punire la sanguinaria, perdette l’armata detta Invincibile, la flotta di mare più poderosa che s’aveva. Intanto Elisabetta ordinava segretamente società perché e nella Inghilterra e nella Scozia chiedessero la morte di Maria Stuarda. Ordì tal trama per cui fosse giudicata rea della morte del proprio marito. Era il giorno 8 febbraio 1587. Le campane da 24 ore suonavano a festa in Inghilterra e nella Scozia. Ad ore otto di quel mattino Maria Stuarda con cuore di una vera martire del Signore sclamò: “Muoio innocente! Perdono a tutti! Godo in spargere il sangue per la fede!” In questo istante la vittima offerta fu sacrificata. Elisabetta in udire finse [di] desolarsene e per coprire la sua ignominia, fece impiccare i principali che avevano cooperato alla morte di lei. Infame Elisabetta! Avevala tenuta in prigione 19 anni e Maria Stuarda, giammai sospettando che Elisabetta fosse una lupa, veniva a lei come agnello a lambirle le mani» (Da Adamo a Pio IX. Quadro delle lotte e dei trionfi della Chiesa Universale distribuito in cento conferenze e dedicato al clero e al popolo, vol. III, cap. LXXXIX, Virtù della Chiesa di Gesù Cristo, Centro Studi Guanelliani, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1999, pp. 794-795)


Francesco Hayez, Maria Stuart protesta la sua innocenza alla lettura della sua condanna a morte, 1832, usée des beaux-arts, Lione

Francesco Hayez, Maria Stuarda sale al patibolo, 1827, Collezione Banca Cesare Ponti, Milano


Jean-Baptiste Vermay, Lettura della sentenza di morte di Maria Stuarda, 1809, collezione Arenenberg

Philippe-Jacques van Bree, Maria Stuart nel momento in cui la vengono a cercare per andare all'esecuzione, 1819, Musée du Louvre, Parigi

Laslett John Pott, Maria Stuarda si avvia al patibolo, 1871, Castle Art Museum, Nottingham

domenica 24 giugno 2018

Circa le proposte di intercomunione un aforisma del card. Walter Brandmüller


Kommunionspendung an nichtkatholische Mischehepartner?, in Kath.net, 24 Juni 2018; Cardinale Brandmüller corregge Francesco: proposta tedesca contraddice legge canonica, in Gloria.tv, 24.6.2018; Maike Hickson, Cdl. Brandmüller Sets Record Straight Concerning the German Intercommunion Handout, in Onepeterfive, June 23, 2018; Card. Brandmuller: Un cattolicesimo “à la carte” non è possibile. Uno o è cattolico o non lo è, in Blog di Sabino Paciolla, 24.6.2018

giovedì 8 febbraio 2018

8 febbraio 1587 - Martirio di Mary Stuart, regina di Scozia


Tomba della regina di Scozia, Maria Stuart, Abbazia di Westminster, Londra.
Dopo la sua esecuzione nel 1587, Maria fu inizialmente sepolta - contro la sua volontà (che desiderava essere sepolta in Francia) - alla fine del luglio 1587 nella cattedrale protestante di Peterborough, la cattedrale dello stesso Decano, che l'aveva così annoiata nei suoi ultimi momenti sul patibolo, e dov'era (ed è tuttora) sepolta Caterina d'Aragona, prima moglie di Enrico VIII.
Nel 1612 suo figlio ed erede Giacomo VI ordinò che le spoglie di sua madre fossero dissotterrate e trasferite all'Abbazia di Westminster, dove fu posta in una magnifica tomba di marmo, eretta però a pochi metri dalla cugina rivale e sua assassina, Elisabetta I.

Ford Madox Brown, L'esecuzione di Maria regina di Scozia, 1840, Whitworth Art Gallery, Manchester

John McKirdy Duncan, Maria, regina di Scozia, al castello di Fotheringhay, 1929

«Guardate nelle vostre coscienze e ricordate che il teatro del mondo è più vasto del regno d'Inghilterra» Queste furono le parole pronunciate dalla regina cattolica Maria Stuart quando prese coscienza della sua condizione di condannata a morte. 
Da quel momento in poi improntò ogni suo atto a una singolare imitatio Christi. Maria fu processata il 15 ottobre 1586, con l'accusa di alto tradimento, da una corte di quaranta uomini, tra i quali vi erano anche dei cattolici. Si difese da ogni accusa con dignità, sottolineando il fatto di essere una "regina consacrata da Dio" e quindi immune alle leggi d'Inghilterra. Stanca e afflitta, confidò ai suoi servitori di essersi sentita come Gesù davanti ai farisei che urlavano «Tolle, tolle, crucifige!». Alla fine del processo pronunciò queste parole davanti ai suoi giudici: «Miei signori e gentiluomini, io pongo la mia causa nelle mani di Dio».
L'8 febbraio 1587, Maria, indossando un abito scuro e un lungo velo bianco, simile a quello di una sposa, e un sottabito rosso cremisi, il colore della passione dei martiri cattolici, appositamente scelto dalla regina, che, davanti ai protestanti inglesi, voleva morire da martire cattolica.
Una volta bendata dalla dama di compagnia Jane o Janet Kennedy, e posizionata la testa sul ceppo pronunciò le parole: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum». Quindi, i colpi (giacché il primo non riuscì a reciderle la testa: per questo ne seguì un secondo) di mannaia, che la fecero entrare nella gloria di Dio.

sabato 3 febbraio 2018

Il compito che ci attende – Editoriale di febbraio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa del Santo vescovo e martire Biagio, rilanciamo quest’editoriale di Radicati nella fede, pubblicato anche da Riscossa cristiana.

Antonio Ugolini, Martirio di S. Biagio, 1821, Verona

Verezio (?), SS. Biagio ed Antonio abate, 1841, Pavia

Domenico Tojetti, Vergine assunta con i SS. Giovanni Battista e Biagio, 1842, Macerata

Francesco Pescatori, Miracolo di S. Biagio, 1847, Parma


Brunetto Aloi, Miracolo di S. Biagio, 1849, Palmi

Antonio Guadagnini, Miracolo di S. Biagio, 1851, Bergamo

Elisabeth Modell, Miracolo di S. Biagio, 1860, Trento

Paolo Bozzini, S. Biagio tra le SS. Franca ed Apollonia, 1864, Piacenza

Egisto Sarri (attrib.), S. Biagio, 1875 circa, Fiesole

Giuseppe Rollini, Sacra Famiglia con i SS. Lucia, Biagio e Nazario, 1878, Asti

Luciano Nezzo, S. Biagio intercede per una donna col bambino presso la Vergine Maria, 1884, Verona

Giovanni Bevilacqua, Madonna col Bambino in gloria tra i SS. Fermo, Rustico e Biagio, 1899, Verona

Bottega italiana, S. Biagio guarisce un bambino, XIX sec., Lucca

Ambito marchigiano, S. Biagio guarisce un bambino, XIX sec., Jesi

Scuola ferrarese, S. Biagio, XIX sec., Ferrara


IL COMPITO CHE CI ATTENDE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 2 - Febbraio 2018

La protestantizzazione del Cattolicesimo è veramente il disastro più grande che poteva capitare, è opera del maligno che vuole annullare l'azione di Cristo nella vita degli uomini.
Se è tristissimo vedere come da più parti, troppe parti, non si perda occasione per inneggiare a Lutero anche in casa cattolica; se è penoso dover constatare che, con una superbia pari solo all'ignoranza, troppi pastori con le loro diocesi si affrettano a riabilitare Lutero, quasi che per quattro secoli nessuno avesse colto il nocciolo della questione; se è vergognoso vedere come, con un colpo di spugna, si possa cancellare il lavoro dei santi della riforma cattolica, che hanno smascherato gli inganni dell'eresia di Martin Lutero e dei suoi seguaci, è ancora più triste vedere come questo modo falso di vivere il cristianesimo si diffonda popolarmente, pressoché universalmente.
La protestantizzazione prende tante facce e coinvolge tanti aspetti, ma uno di quelli più rilevanti è la riduzione di tutto il Cristianesimo ad una fede astratta.
È la pratica realizzazione del Sola Fide di Martin Lutero.
Qual è la questione?
La questione è che la fede è diventata tutto! come se fosse la cosa più difficile e quindi l'unico dono da dare a Dio. Circola un'idea di fede come completamente staccata dalla ragione: una specie di “salto nel buio” che l'uomo compie spinto da una ispirazione interiore; una sorta di sentimento spiritualizzato.
Insomma, la fede viene travisata e giudicata un atto così straordinario, che quando un uomo rischia nell'atto di fede finisce per pensare di aver praticamente compiuto già il proprio “sacrificio” innanzi a Dio.
È come se si finisse col dire: “io credo, e quindi il Signore deve già essere contento di me”.
Sola Fide, solo la fede salva... si è così trasformato il cattolicesimo, anche popolare. Il mondo cristiano è per lo più fatto oggi di vaghi credenti, che si ritengono giusti perché fanno lo sforzo di non negare l'esistenza di Dio... e tutto resta qui. Un cattolicesimo così tristemente ridotto non produce più niente, anzi si piega alla completa adesione al mondo e al suo modo di vivere. È sotto gli occhi di tutti che questa protestantizzazione della Chiesa è stato il miglior veicolo per la completa laicizzazione della società.
Invece la fede è ragionevole, segue la ragione; credere in Gesù Cristo e nella Rivelazione è il modo più normale di ragionare: da indizi chiari risali alla conoscenza certa di Dio Trinità. I discepoli hanno fatto così, hanno visto l'eccezionalità della personalità di Cristo, lo hanno sentito parlare come nessun'altro; hanno visto i miracoli, che sono i segni della divinità di Gesù, hanno visto e toccato il suo corpo risorto e... hanno pagato con il sangue la loro testimonianza. È ragionevole allora fidarsi della loro testimonianza e quindi credere fermamente in Gesù Cristo.
In questo senso la fede non è proprio un “salto nel buio”, ma è semplicemente un tipo di conoscenza. È conoscenza indiretta, tramite testimone; è un cosa normale per l'uomo, normalissima. La maggioranza delle cose che conosciamo, le sappiamo perché qualcuno ce le ha testimoniate, non perché le abbiamo viste direttamente.
È per questo che la fede è obbligante, perché corrisponde ad un modo normale di ragionare. Ti fidi perchè hai le ragioni per fidarti: tutto questo non può essere l'eccezionalità, è la normalità.
La normalità è credere in Cristo, l'anormalità è non credergli, questo non solo dal punto di vista religioso, ma semplicemente umano.
Il Credo che cantiamo ogni Domenica a Messa non è fatto per dire a Dio che crediamo in lui, sarebbe troppo poco. È fatto invece per ribadire i contenuti della Rivelazione che crediamo, per ricordare tutte le principali verità di fede che Dio ci ha detto; e noi le crediamo fermamente perchè è ragionevole credere nell'autorità di Cristo che le ha rivelate, visto che ha dato segni innumerevoli e inequivocabili della sua divinità.
Per questo il problema non è credere, ma vivere di fede... cioè fare fino in fondo la volontà di Dio.
La vera questione è decidere di seguire ciò che Cristo ha detto e la Chiesa, nella sua Tradizione, ci indica: cioè vivere una vita totalmente diversa da quella che il mondo di oggi ci propone. Così hanno fatto i primi cristiani, che non andavano al circo dove ci si divertiva della violenza; così han fatto i martiri, così gli eremiti che per non peccare andavano in solitudine.
La lettera a Diogneto così descrive questa scelta decisa per la volontà di Dio:
«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (Lettera a Diogneto, V,1-VI,1).
È questa la volontà di Dio, vivere secondo la fede. Invece il Protestantesimo ha fatto credere che l'opera è credere e solo per questo Dio dovrebbe ringraziarci. Il Protestantesimo è semplicemente un cristianesimo che non cambia il mondo, ma che è cambiato dal mondo.
Anche per noi, che vogliamo vivere secondo la grande Tradizione Cattolica, si pone la stessa urgente scelta: vivere secondo la fede o accontentarsi di credere?
È il bivio drammatico: da una parte c'è il cristianesimo che cambia il mondo e salva le anime, dall'altra parte un Protestantesimo che distrugge la presenza cristiana nel mondo.
E se vogliamo tradurre in modo più esplicito per noi, questo bivio drammatico diventa: fare la tradizione in tutto, a partire dalla messa, lasciando che essa coinvolga tutti gli aspetti della vita? oppure accontentarsi di disquisire solamente per una chiesa più tradizionale?
La fede senza le opere è morta, quindi non solo credere ma vivere di fede. E più nel piccolo vuol dire per noi fare una vita veramente tradizionale, e non solo pensarla per la chiesa e per il mondo.
Quanto lavoro ci attende in questo anno! Quanto lavoro per vincere il nostro imborghesimento, che è sempre il frutto di una terribile protestantizzazione.

giovedì 25 gennaio 2018

Per non dimenticare i misfatti degli eretici ..... Un'immagine per meditare

Contributo alla sedicente "settimana dell'unità dei cristiani". I 19 Santi Martiri di Gorcum uccisi dagli eretici.


Come ci ricorda un nostro amico. San Pietro Martire - così come san Pietro de Arbues (1441-1485), san Fedele da Sigmaringen (1577-1622), san Giosafat Kuncewyc (1580-1623), sant’Andrea Bobola (1591-657) che pure furono immolati dagli eretici e dagli scismatici - ci rammenta che nel rapporto e nel dialogo tra i veri Cristiani (i Cattolici Romani) e gli eretici (Foziani, Protestanti, e compagnia brutta) le cosiddette “cose che ci dividono” contano e contano ancor di più se si tratta di “cose” quali i Sacramenti, la Messa, l’Immacolata Madre di Dio, l’ecclesiologia, l’escatologia. Poiché tutto nel depositum fidei è analogicamente collegato, negando un sol dogma si negano tutti, si impugna la Verità contro lo Spirito Santo e ci si danna l’anima. I Santi questo lo sapevano benissimo e, spinti dalla Carità, andavano a predicare ai dissidenti la necessità di rigettare le idee diaboliche dei novatori e di ritornare alla Fede dei loro padri. La vicenda dell’Inquisitore Martire S. Pietro da Verona, ci ricorda che solo la Verità Cattolica ha diritti e che l’errore deve essere estirpato.

sabato 21 ottobre 2017

I Santi tridentini? Erano ispirati dal demonio …. La svolta luterana del sedicente “episcopato” italiano e della Chiesa ex cattolica

Ebbene sì. Non appaia blasfema questa nostra sortita volutamente provocatoria. Per esclusione, infatti, è questa la logica conseguenza: che i grandi Santi ispirati e sollevati nello spirito del Concilio di Trento e della Controriforma, come S. Pio V, S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, S. Ignazio di Loyola, S. Roberto Bellarmino, S. Lorenzo di Brindisi, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce, ecc., sino ad arrivare ai Santi alle soglie del XX sec. come S. Giovanni Bosco, S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Domenico Savio, ecc., tutti ispirati dal Concilio tridentino sarebbero stati, in verità, ispirati dal Nemico di Dio!
C’è poco da discutere. Se un sedicente Segretario dei “Vescovi” italiani come il sig. Galantino si spinge ad affermare che l’eresiarca Lutero sia stato ispirato – nella sua opera di riforma protestante – addirittura dal Paraclito, la conseguenza – inevitabile – è che chi si è opposto a tale azione – come i Santi sopra menzionati – sarebbero stati ispirati, a loro volta, dall’Avversario, dal Serpente antico! Delle due l’una. Non può ammettersi in entrambe le parti una pari ispirazione dello Spirito Santo, perché, in tal caso, si dovrebbe affermare che esso è contraddittorio ed illogico: lo Spirito non potrebbe ispirare un’azione ed il suo contrario. Questo sembra evidente. Necessariamente, dunque, deve concludersi che se Lutero sarebbe stato ispirato dallo Spirito, i Santi ed il Concilio tridentino sarebbero stati sotto l’egida dell’antico Nemico di Dio, nell’Opposto dello Spirito cioè.
Questa vera e propria bestemmia e blasfemia del Segretario della CEI, col silenzio complice e compiaciuto del “vescovo” di Roma e del presidente della CEI, sig. Bassetti, denota il degrado di fede in cui i “vescovi” italiani sono caduti: sono persone sostanzialmente atee, non cattoliche, apostate!
Non sono gli unici. Una serie di articoli della Civiltà (ex) cattolica di quest’anno 2017 celebrano con entusiasmo la figura sempre di questo eresiarca, dipingendolo quasi come un incompreso dalla Chiesa del suo tempo (addebitando, dunque, la responsabilità della sua disobbedienza alla Chiesa cattolica! cfr. Mauro Faverzani, Per i 500 anni di Lutero ora è la Chiesa ad autoaccusarsi, in Corrispondenza romana, 29.6.2016); uno dalla vocazione sincera (e non, invece, un gaglioffo, uno scampato alla forca, che, per sfuggire alla condanna a morte per un omicidio di un suo compagno di studi, decise di diventare monaco, contando sull’immunità che gli garantivano le mura monastiche: v. Martin Lutero, assassino e suicida, in Gloria.tv, 11.9.2016). Insomma, quasi un santo, a parere della Civiltà (ex) cattolica.
Ecco alcuni esempi: «La questione dirimente è stata forse la pretesa, da parte sia della Chiesa di Roma sia di Lutero, di incarnare in toto la verità e di esserne dispensatori. Eppure, nonostante tutto, non si può negare il ruolo che Lutero ha avuto come testimone della fede» (Giancarlo Pani, Martin Lutero, cinquecento anni dopo, in Civ. Catt., 2017, vol. IV, q. 4016, pp. 119 ss.). In questo enunciato, evidentemente eretico e scandaloso, ci sta tutto il neo-modernismo degli odierni ecclesiastici.
«L’esattezza di certe formule, la critica al proverbio tradizionale secondo cui desperatio facit monachum, il problema della validità del voto, il rapporto conflittuale con il padre e il contesto della scelta fanno propendere decisamente per una vocazione autentica» (Id., La vocazione di Martin Lutero, ivi, vol. III, q. 4014, pp. 463 ss.).
«Oggi, a posteriori, è abbastanza ovvio affermare che il confronto con Lutero non sarebbe stato facile, e quasi certamente sarebbe fallito. Di fatto, purtroppo, non ci fu» (Id., Il processo a Lutero e la scomunica, ivi, vol. I, q. 4000, pp. 364 ss.).
«Lo storico Erwin Iserloh ha dimostrato che l’affissione delle Tesi non è storia, ma leggenda, e per di più contraddice l’intenzione del riformatore. Il 31 ottobre Lutero scrive ai vescovi interessati per un problema di fede, di coscienza e di pastorale: la predicazione delle indulgenze per la fabbrica di San Pietro è ingannevole perché garantisce la salvezza. Nessuno è sicuro della propria salvezza. Il vescovo deve predicare non le indulgenze, ma il Vangelo e le opere di carità» (Id., L’affissione delle 95 tesi di Lutero: storia o leggenda, ivi, 2016, vol. IV, q. 3993, pp. 213 ss.).
Quando la Civiltà era ancora pienamente cattolica, ecco quanto scriveva dell’eresiarca:
«tutto il sistema di Lutero riposa sul falso: nella Scrittura non c’è un testo che lo legittimi. Lutero con audacia bronzea torse in parte violentemente la Scrittura, e in parte vi sostituì le sue falsificazioni» (Lutero e Luteranismo, in Civ. catt., 1918, vol. I, pp. 132 ss., partic. p. 141).
Avvenire e la CEI non sono da meno. Cfr. Mimmo Muolo, Vincenzo Paglia: “La Riforma? Una felice colpa”, in Avvenire, 6.12.2016; Franco Cardini, L’età moderna? Inizia con le 95 Tesi di Lutero il 31 ottobre 1517, ivi, 18.8.2017; Giacomo Gambassi, Il cardinale Bassetti nei luoghi di Lutero, ivi, 2.9.2017; Id., Bassetti nei luoghi di Lutero, crocevia di riconciliazione, ivi, 8.9.2017. Cfr. la serie di articoli dedicati ai 500 anni della c.d. riforma, qui.
Si tratta di falsificazioni storiche e documentali, che aprono la strada alla probabile “riabilitazione” dell’eresiarca; una strada, per la verità, già ventilata anche da Benedetto XVI (cfr. Francesca de Villasmundo, Un colloque au Vatican pour réhabiliter Luther ?, in Medias-Press.info, 23.3.2017 ed in traduzione italiana qui; Giuliano Ferrara, Il tribuno del nuovo gesuitismo che recupera con Lutero anche Pascal, in Il Foglio, 9.7.2017; Lutero riabilitato. Quando voleva “strappare la lingua al papa”, in Blitzquotidiano, 3.11.2016; Piero Schiavazzi, Perché papa Francesco riabilita Lutero, in Limes, 2.11.2016; Lorenzo Bertocchi, Lutero padre del laicismo e del potere senza il bene, in LNBQ, 27.10.2016; Benedetto XVI, una sintesi purificatrice con i luterani (nella fede), in Chiesa e postconcilio, 7.9.2012; Giacomo Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero. Aveva molte idee cattoliche, in La Stampa, 5.3.2008). Del resto, non è forse vero che si è sostenuto da più parti nella Chiesa d’oggi (l’aveva sostenuto persino il “santo” Giovanni Paolo II!) che le intenzioni del Martin erano buone e sincere (cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCR, 16.2.2017)? Sì, come, del resto, anche quelle che furono di Ario, di Nestorio, di Giuda Iscariota e persino di Lucifero … . Tutti son partiti con “buone intenzioni”, salvo poi perdersi lungo la via. Non è forse vero, d’altronde, che la strada verso l’Inferno è costellata di “buone intenzioni”?
Lutero studiava il modo di uscire dal convento perché non accettava più la castità e il celibato (e quasi sicuramente non le aveva mai accettate, stante l'insincerità della sua vocazione): le sue sedicenti "buone intenzioni" erano solo un pretesto:
«È molto importante sottolineare che il lusso e lo sfarzo, come pure anche la corruzione di buona parte della Curia Romana, non scandalizzarono più di tanto Lutero (come oggi si vuol far credere) — ha scritto il padre domenicano Roberto Coggi –, il quale, a quanto ci risulta, non trasse da ciò alcun turbamento nella sua fede cattolica e nella sua fedeltà nel Romano Pontefice. È quindi falso attribuire la ribellione di Lutero all’autorità ecclesiastica, quale si verificò pochi anni più tardi, a una sua indignazione contro i costumi corrotti del clero» (P. Roberto Coggi, Ripensando Lutero, ESD, Bologna, 2004, p. 9).
Noi preferiamo stare dalla parte della Vera Chiesa Cattolica, dalla parte dei Veri Santi, dalla parte del Concilio di Trento piuttosto che da quella di codesti eretici ed apostati, che vogliono lodare l’eresiarca Lutero, che i mistici ci assicurano giace – sventurato – all’Inferno, torturato, per l’eternità, dagli angeli decaduti. Egli era, è e rimane un volgare eretico (cfr. Francesco Agnoli, Jacques Maritain legge Martin Lutero, in Libertà e persona, 19.10.2017; Id., Lutero, un Macchiavelli della fede, in LNBQ, 18.8.2016; Gederson Falcometa, Giuda, Teilhard de Chardin, Martin Lutero e il Concilio e… i mass media, in Riscossa cristiana, 18.10.2017; Principi filosofici e teologici della Riforma protestante (1517). Un saggio di don Marino Neri, in Vigiliae Alexandrinae, 22.5.2017, ripreso in Lutero resta un eretico con buona pace dei “rivisitatori”, in MiL, 30.5.2017), causa e dannazione di molti europei e, diciamolo chiaramente, di molti ecclesiastici oggi, e distruttore dell’unità europea (cfr. Francesco Agnoli, Carlo Magno e Lutero: costruzione e distruzione dell’Europa, in Libertà e persona, 11.10.2017; Stefano Fontana, La gnosi luterana e la dottrina del potere politico, ivi, 25.3.2017, nonché in Totus tuus, 13.6.2017).
Sull’attuale situazione ecclesiale, davvero possono riprendersi le parole di S. Gregorio Magno: «Merorem, Petre, quem cotidie patior, et semper mihi per usum vetus est, et semper per augmentum novus» (Dialogi, I, 3).
Rilanciamo per questo l’editoriale de LNBQ, ripreso da Galantino & co su Lutero. Quello che la Chiesa ha omesso di dire nel 500° anniversario della riforma protestante, in Il Timone, 21.10.2017 . Per la notizia sull’uscita galantiniana, cfr. «La Riforma Protestante un evento dello Spirito Santo». Galantino esalta Martin Lutero, ivi, 19.10.2017; La Riforma un evento dello Spirito Santo. Galantino esalta Lutero, in MiL, 20.10.2017; Giuseppe Rusconi, Il vescovo Galantino, il monaco Lutero e il vescovo Zambito, in Rossoporpora, 20.12.2017; Francesca de Villasmundo, I vescovi italiani riabilitano Lutero, in Riscossa cristiana, 20.10.2017; Francesco Boezi, Galantino accelera su Lutero: "Opera dello Spirito Santo", in Il Giornale, 21.10.2017).

Lo Spirito di Lutero conquista Galantino

di Stefano Fontana


A leggere che secondo il vescovo Galantino la Riforma fu “un evento dello Spirito Santo” viene subito da pensare che lo Spirito Santo allora si contraddice. Siccome questo non è possibile, non rimane che ritenere l’affermazione molto temeraria. Affermazioni simili sono oggi molto frequenti ed è importante chiederci da dove provengano.
L’essenza della posizione di Martin Lutero è la riduzione della fede ad atto di fede. Nella fede non ci sono contenuti, verità cui aderire, ma ciò che conta è l’affidarsi, senza ragioni, a Cristo, fidandosi che lui coprirà con un mantello tutte le nostre colpe. Per la religione cattolica non è così. La fede ha due versanti, quello dell’atto soggettivo del credere e quello oggettivo delle verità cui ai aderisce con la fede per l’autorità di Dio che ce le ha rivelate. E’ la fides qua e la fides quae. Quella cattolica non è una fede cieca, è l’adesione al dogma. La fede di Lutero invece è solo atto senza dogmi.
Perché ricordo questo aspetto? Perché il fatto che Lutero sia stato spinto dall’amore di Dio, o dalla “passione per Dio” - come si intitolava il convegno alla Lateranense ove mons. Galantino ha fatto il suo intervento – dice poco di significativo dal punto di vista cattolico. Passione per quale Dio? La passione è solo il polo soggettivo della fede come atto, manca il polo oggettivo delle verità credute, ossia dei dogmi. Accettare come valida questa impostazione fondata sulla sola “passione per Dio” significa già accettare l’impostazione luterana. E che dialogo ci può essere se si accetta fin da subito la posizione dell’altro con cui si vorrebbe dialogare?
Celebrando questo 500mo anniversario della Riforma luterana, la Chiesa cattolica ha fatto spesso questo errore di impostazione iniziale: spostare l’attenzione dalla dottrina alle “intenzioni” di Lutero, ossia dai contenuti della fede all’atto di fede. Tutti vedono che in questo modo si sposa già fin dall’inizio la posizione luterana e la si fa propria. Nella fede luterana è centrale la coscienza, dato che non interessa tanto Cristo in sé, quanto Cristo per me, il Cristo della fede e non il cristo della Storia. Il Padre Coggi dei domenicani di Bologna ce lo ha spiegato molto bene. La fede per Lutero non è conoscenza ma esperienza soggettiva, fatta in coscienza al cui interno si consuma il rapporto io-Tu tra il credente e Dio. Se, quindi, la Chiesa cattolica si concentra sulla coscienza del monaco Lutero piuttosto che sulla dottrina luterana rinuncia alle proprie esigenze già in partenza, accettando la validità di una fede senza dogmi. Le intenzioni di Lutero non contano se non per una ricostruzione storica o psicologica. Contano le cose da lui scritte e formalizzate nella dottrina della Riforma. Contano le cose da lui scritte contrarie alla verità della fede cattolica.
L’idea oggi prevalente è che le intenzioni di Lutero erano buone ed ispirate dallo Spirito Santo, mentre poi la cose presero una strada diversa, complici anche le chiusure della Chiesa cattolica. Bisognerebbe quindi recuperare le buone intenzioni degli inizi e usufruirne anche per una riforma del cattolicesimo stesso. Si è anche detto in questi giorni che Lutero avrebbe addirittura anticipato il Vaticano II, richiamando l’attenzione sul Vangelo. E rieccoci all’atto senza i contenuti. Aver proposto la salvezza per Sola Scriptura è stato un grave errore e non un merito, in quanto l’attenzione al Vangelo, dal punto di vista cattolico, senza la dovuta attenzione alla Tradizione e al Magistero non è cosa da apprezzare. Se il Vaticano II fosse stato influenzato da un’eresia, come si dice in questo caso, ne deriverebbe un inquinamento dello stesso Concilio dalle proporzioni devastanti.
Sia sostenendo che la Riforma è stata un dono dello Spirito Santo, sia dicendo che la valorizzazione luterana del Vangelo ha anticipato il Vaticano II, si insiste solo ed eventualmente sulle “intenzioni” e non sui contenuti. Ma insistendo solo sulle intenzioni di coscienza sparisce completamente il concetto di eresia. Uno non è eretico per le sue intenzioni ma per quanto ha detto di contrario al dogma. E da questo punto di vista Lutero è stato un eretico, quali che fossero le sue intenzioni. Faccio notare che se sparisce il concetto di eresia sparisce anche quello di dogma.
L’altro aspetto della strategia della Chiesa cattolica in questo 500mo anniversario della Riforma protestante è quello di fare un pezzo di strada insieme, cioè di fare delle cose insieme puntando sulla prassi più che sulla dottrina. Anche questo obiettivo lo si persegue meglio non tenendo conto della dottrina luterana ma delle cosiddette buone intenzioni del monaco Lutero. Depurando la fede dai suoi contenuti e soffermandosi sul suo essere un atto personale si pensa di camminare meglio insieme. Ma per andare dove? Verso quale Cristo? Verso quale salvezza? L’atto di fede preso in se stesso è cieco, sono i contenuti a dargli la luce. Anticipare la prassi rispetto alla dottrina è un’altra concessione fatta in partenza alla posizione luterana.
C’è infine l’aspetto forse più inquietante della questione. Incentrarsi sulla fede come atto, ossia sulla coscienza e sulla prassi piuttosto che sui contenuti e sulla dottrina, potrebbe voler dire maturare insieme una nuova autocoscienza credente (come direbbe Hegel), ossia vedere insieme i contenuti in un modo nuovo. L’eresia sarebbe allora uno stimolo indispensabile all’evoluzione dialettica del dogma. Ma questa sarebbe una concessione all’evoluzione del dogma all’interno dell’autocoscienza dei credenti completamente fuori della visione cattolica, anche se certamente compatibile con la confessione protestante.