Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 28 gennaio 2017

L’«unità dei cristiani» e la lezione dimenticata di Bonhoeffer

Nella festa del beato Carlo Magno, della natività di S. Agnese, vergine e martire (II memoria di S. Agnese) e di S. Pietro Nolasco, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.



Jean-Victor Schnetz, Il beato Carlo riceve il beato Alcuino di York ed i suoi monaci, che presentano alcuni manoscritti, 1830, musée du Louvre, Parigi 

Karl Baumeister, Beato Carlo Magno e S. Ildegarda, 1895, chiesa di S. Giovanni Battista, Bussen

La Vergine della Marcede e S. Pietro Nolasco


Juan Luis Zambrano (allievo di Francisco de Zurbarán), Morte di S. Pietro Nolasco, 1634 circa, museo Thyssen-Nornemisza, Madrid

Gaspar de Crayer, S. Pietro Nolasco, 1655 circa, Mudeo del Prado, Madrid


Alonso del Arco, La Vergine della Mercede appare a S. Pietro Nolasco, 1682, Mudeo del Prado, Madrid

Juan de Toledo, S. Pietro Nolasco, 1660 circa, Mudeo del Prado, Madrid

Scuola spagnola, S. Pietro Nolasco, XVIII-XIX sec., collezione privata

L’«unità dei cristiani» e la lezione dimenticata di Bonhoeffer

di Franco Parresio

Nel ricordo della deposizione delle reliquie del santo dottore Tommaso D’Acquino, il sommo teologo, avvenuta nel 1369 a Tolosa nella chiesa a lui dedicata e la cui festa celebreremo il prossimo 7 marzo, nonché al termine dell’Ottavario di preghiera per il ritorno dei dissidenti in seno alla Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana, voglio ricordare la lezione dimenticata del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, ucciso dalla ferocia nazista. E la lezione consiste proprio nel suo forte avvicinamento alla teologia cattolica, professando quanto nel Simbolo Apostolico è detto circa la “Sanctorum communio”. Ecco cosa egli scrisse in una lettera ad amici, che avevano subito un lutto in famiglia:

«Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona cara; non c’è nessun tentativo da fare. Bisogna semplicemente tener duro e sopportare. Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché, finché il vuoto resta aperto, si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo. È falso dire che Dio riempie il vuoto, Egli non lo riempie affatto; anzi lo tiene espressamente aperto, aiutandoci, in tal modo, a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore. Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa».

Stiamo più che certi che Dietrich Bonhoeffer, se sopravvissuto, avrebbe aderito alla Chiesa di Roma, visto che era profondamente attratto non solo dalla sua teologia (stanco delle cinciscaglie protestanti), ma anche dai suoi riti, tant'è che passava lunghi periodi di ritiro e studio in un monastero benedettino e, recandosi a Roma, frequentava esclusivamente le liturgie capitolari in Santa Maria Maggiore, come apprendiamo dalla biografia che ne ha scritto Eraldo Affinati (Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, Milano, 2002).
Perciò, non mi trovo assolutamente d’accordo con chi strumentalizza il nome di Bonhoeffer per avvicinare i cattolici alla teologia protestante, perché è vero esattamente il contrario! 
Ricordiamoci: «a definire e descrivere questa verace Chiesa di Cristo (che e la Chiesa Santa, Cattolica, Apostolica Romana), nulla si trova di più nobile, di più grande, di più divino che quella espressione con la quale essa vien chiamata "il Corpo mistico di Gesù Cristo" [ad definiendam describendamque hanc veracem Christi Ecclesiam — quae sanctā, catholica, apostolica, Romana Ecclesia est —nihil nobilius, nihil praestantius, nihil denique divinius invenitur sententia illa, qua eadem nuncupatur «mysticum Jesu Christi Corpus»]» (Pio XII, enc. Mystici Corporis Christi, 29.6.1943).

giovedì 24 settembre 2015

Aumentano le critiche canonistiche verso i due motu proprio dell'8 settembre

Già all’indomani della pubblicazione dei due m.p. gemelli era stata avvertita una certa perplessità per alcune disposizioni problematiche (ne avevamo parlato anche noi qui); perplessità accresciute dalle parole sull’Osservatore Romano di un personaggio qualificato, autore materiale di questa riforma (in quanto presidente della Commissione che l’ha concepita), mons. Pio Vito Pinto, secondo cui i due m.p. richiederanno «un cambiamento di mentalità che … convinca [i vescovi] e sorregga a seguire l’invito di Cristo, presente nel loro fratello, il vescovo di Roma, di passare dal ristretto numero di poche migliaia di nullità a quello smisurato di infelici che potrebbero avere la dichiarazione di nullità — per l’evidente assenza di fede come ponte verso la conoscenza e quindi la libera volontà di dare il consenso sacramentale — ma sono lasciati fuori dal vigente sistema» (v. Pio Vito Pinto, La riforma del processo matrimoniale per la dichiarazione di nullità, in L’Osservatore romano, 8.9.2015. V. anche qui e qui. Per una riflessione sulle parole di mons. Pinto in senso critico, v. qui).
E non possiamo, in effetti, dargli torto, visto che, a ben vedere, questa riforma ribalta il principio canonistico del favor matrimonii a beneficio di un favor nullitatis.
Del resto, per rendersene conto basti solo leggere il novellato can. 1687 § 1 c.i.c., secondo cui «Ricevuti gli atti, il Vescovo diocesano, consultatosi con l’istruttore e l’assessore, vagliate le osservazioni del difensore del vincolo e, se vi siano, le difese delle parti, se raggiunge la certezza morale sulla nullità del matrimonio, emani la sentenza. Altrimenti rimetta la causa al processo ordinario».
In sede di processo matrimoniale breve, dunque, il vescovo potrà assumere solo due decisioni: o dichiarare la nullità del vincolo oppure rimettere la causa al processo ordinario. Non potrà dunque concludere in alcun modo circa la validità del matrimonio ed il rigetto della domanda di nullità. Quest’opzione decisionale non è prevista. Al più, dunque, qualora dovesse essere convinto circa la validità del vincolo, l’unica opzione che avrà a disposizione sarà quella di rimettere la causa al processo ordinario. Per incidens, non si comprende peraltro neppure che valenza assumano in questo giudizio gli eventuali atti istruttori svolti dinanzi al Vescovo … né è dato comprendere se la rimessione al giudizio ordinario comporti un ricominciare da capo la procedura di nullità con un nuovo libello, ecc. … Ma sorvoliamo su queste lacune procedurali.
Quel che conta rilevare è che l’esclusione del potere del vescovo di potersi esprimere sulla validità del vincolo, con conseguente rigetto della domanda, fa emergere indiscutibilmente quel favor nullitatis, che poco si concilia con l’altro favor, formalmente non toccato dalla riforma, ma di fatto svuotato di significato, qual è quello sancito dal can. 1060: «Il matrimonio ha il favore del diritto; pertanto nel dubbio si deve ritenere valido il matrimonio fino a che non sia provato il contrario».
Nel nostro caso può, invece, dirsi, dopo la riforma che entrerà in vigore l’8 dicembre prossimo, che il matrimonio sarà considerato nullo, sino a prova contraria.
Nella memoria liturgica della Madonna della Mercede, affinché interceda per la Chiesa e perché l’opera dei novatori non distrugga il matrimonio quale sacramento, riducendolo a sacramentale, rilancio quest’articolo di Chiesa e postconcilio.


Francisco de Zurbarán, Apparizione della Vergine della Mercede a S. Pietro Nolasco, 1628-30 circa, collezione privata


Francisco de Zurbarán, Vergine della Mercede con il Bambino con i SS. Pietro Nolasco e Raimondo Nonnato, 1635-40, collezione privata

Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Pietro Nolasco intercede presso il Cristo e la Vergine della mercede per i suoi frati infermi, 1651-52, Colección de la Real Academia de San Carlos, Museo de Bellas Artes, Valencia

Juan de Roelas, Vergine della Mercede, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Alonso Miguel de Tovar, Apparizione della Vergine della Mercede a S. Pietro Nolasco, 1723, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Vicente López Portaña, La Vergine della mercede libera gli schiavi, 1798-1803, Valencia

Gil de Castro, Vergine della Mercede con i SS. Pietro Nolasco e Raimondo Nonnato, 1814, Collezione privata

Madonna della Mercede, San Fernando (Cádiz)


Divorzio cattolico – Le critiche canoniche sulla riforma dell’annullamento si accumulano: saranno prese in considerazione dal Vaticano, dai vescovi e dagli yes men di Francesco?

Riprendiamo da Rorate Caeli. In parte ne abbiamo parlato qui.

C’è decisamente qualcosa nell’aria: eminenti canonisti che inizialmente avevano elogiato le riforme dell’annullamento del matrimonio si sono tirati indietro e successivamente si sono anche pronunciati duramente contro di esse; è sorto un autentico dibattito sul malcontento tra un numero significativo di avvocati canonici e prelati. E in questo caso non stiamo parlando di tradizionalisti! Le riforme arbitrarie e straordinariamente problematiche del processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio introdotte dal Papa, elaborate senza consultazioni a vasta scala, in relativa segretezza, e pubblicate l’8 settembre tramite il motu proprio Mitis Iudex, si sta trasformando rapidamente in una crisi d’autorità senza precedenti per il suo ruolo. Tale crisi d’autorità è autentica e nemmeno la grande quantità di negazioni e atteggiamenti riduttivi da parte dell’establishment dei media cattolici e di “rispettabili” blogger cattolici la possono nascondere.
Nei primi giorni dopo la promulgazione del Mitis Iudex, le valutazioni critiche da parte del canonista Kurt Martens e del professore di filosofia sistematica Chad Pecknold, entrambi docenti alla Catholic University of America, hanno raggiunto un vasto pubblico grazie al reportage delWashington Post sulla riforma (“Pope Francis announces biggest changes to annulment process in centuries“ [“Papa Francesco annuncia i più grandi cambiamenti da secoli nel processo di annullamento”]). Per quanto ne sappiamo, Martens è stato il primo a riferirsi pubblicamente alla riforma come alla “versione cattolica del divorzio consensuale”. Se avrete l’opportunità di incontrare qualche vescovo o apologeta professionista che accusa una presunta cospirazione secolarista di aver fabbricato l’idea secondo cui il Papa avrebbe appena istituito il “divorzio cattolico”, fateglielo presente. Ma stiamo facendo una digressione...
Nonostante l’articolo del Washington Post, l’approfondita analisi iniziale delle riforme nella stampa cattolica “conservatrice” è rimasta piuttosto neutrale o addirittura a favore. Oltre alla lista neutrale di “cose da sapere e condividere” sul motu proprio a cura di Jimmi Akin, sono stati tre saggi che elogiavano o sottovalutavano la gravità delle riforme, scritti da avvocati canonisti, ad imperversare sui social media:

Benedict Nguyen, “Annulment Reform: 6 Misconceptions and 6 Developments“ (“La riforma dell’annullamento: sei fraintendimenti e sei sviluppi”);

Edward Peters, “A first look at Mitis Iudex“ (“Un primo sguardo al Mitis Iudex”, e il correlativo post su Facebook);

Ed Condon, “Mitis Iudex: The Good, The Bad, & The Ugly“ (“Il Mitis Iudex: Il buono, il brutto e cattivo”).

Questi tre esperti hanno presto cominciato a pubblicare ulteriori risposte critiche.
In poche ore, Ed Peters ha cominciato a postare ulteriori analisi, una più critica dell’altra: 1) “A second look at Mitis, especially at the new fast-track annulment process“ (“Un secondo sguardo alMitis Iudex, in modo particolare al nuovo processo accelerato d’annullamento”, 8 settembre), “Nah, that twern’t no smear“ (“No, non era una presa in giro”, 10 settembre), “Who is satisfied with Mitis Iudex?“ (“Chi è soddisfatto del Mitis Iudex?”, 13 settembre), e quella che per adesso è l’ultima: “Note: Avoiding the requirements of Mitis would not be easy for bishops“ (“Nota: evadere le richieste del Mitis Iudex non sarà facile per i vescovi”, 4 settembre). Le critiche e le riserve di Ed Peters a proposito delle riforme sono state diffusamente discusse su blog e siti cattolici e pertanto non le tratteremo ulteriormente in questa sede.
“A Modest Proposal“ (“Un’umile proposta”, 12 settembre), di Ed Condon, sostiene tuttora che “vi sono più elementi positivi che negativi nelle riforme”, ma si sofferma diffusamente sui serissimi pericoli inerenti al “processo abbreviato” autorizzato da Papa Francesco. Condon ha anche riportato la seguente riminiscenza a proposito della crescente mancanza di perizia giuridica tra idefensores matrimonii – gli ufficiali incaricati di difendere la presunta validità del matrimonio che è sotto questione – una mancanza che verrebbe solo aggravata dalle nuove riforme.
Da quanto ho potuto constatare tramite la mia esperienza nei tribunali matrimoniali – che è molto variegata –, nella maggioranza dei casi nessuno dei partecipanti ha un dottorato e solo alcuni dei giudici hanno la licenza. In effetti, di solito al posto del collegio di tre giudici clericali ce n’è uno solo (questa, che precedentemente era un’eccezione frequentemente permessa negli Stati Uniti, viene ora resa una regola universale dal Mitis Iudex), e le parti non hanno alcun avvocato, mentre quando lo hanno è raro che questi sia un avvocato canonista.
Meno della metà delle opinioni espresse dai difensori del vincolo matrimoniale che io ho letto in qualità di giudice sono firmate da una persona che abbia la licenza in diritto canonico. Di solito sono firmate da un sacerdote, o sempre più spesso da un diacono permanente che non ha alcuna formazione canonica e che assume l’incarico di difensore del vincolo matrimoniale come se fosse un noioso lavoro straordinario che lo distoglie dal suo lavoro pastorale ordinario in parrocchia. Un difensore del vincolo matrimoniale di cui sono a conoscenza, in realtà, non fa altro che inoltrare lo stesso dossier di una sola pagina per ogni caso che gli viene assegnato. Nessuno scrive più un appello.
Ciò è reso possibile dal fatto che un tribunale può richiedere alla Segnatura Apostolica di concedergli di nominare per questi ruoli “esperti alternativi” (leggi “formalmente privi di qualificazione”) quando non si è in grado di rintracciare uno staff sufficientemente qualificato.
(...)
Con ciò non voglio affermare che non siano in buona fede, che non lavorino duro o che non meritino rispetto e gratitudine per i loro sforzi; ma è d’altro canto inutile aspettarsi che possano svolgere un ruolo vitale come quello di difensori del vincolo matrimoniale. Credete forse che anche una sola delle parti in un caso di nullità matrimoniale accetterebbe di essere rappresentata da una persona che non fosse laureata in giurisprudenza nel processo di divorzio civile, anche qualora essa fosse un volontario con molta buona volontà?
Questo per quanto riguarda lo stato attuale del processo negli Stati Uniti, nazione tra quelle che hanno il numero più alto (se non quella che ne ha il numero più alto in assoluto) di avvocati canonici. Ci chiediamo: quanto a maggior ragione il processo abbreviato, “accelerato”, autorizzato da Francesco, aprirà le porte a una valanga di richieste di dichiarazione di nullità?
Lo stesso giorno in cui Condon ha pubblicato il suo articolo ammonitore, Benedict Nguyen ha rilasciato una breve intervista alla radio National Catholic Register (12 settembre – ascolta qui). Egli ha parlato apertamente della mancanza tanto di una consultazione dei vari vescovi del mondo come delle facoltà richieste dalla legge canonica da parte della commissione incaricata dal Papa, che ha lavorato da sola in tutta segretezza. Ha anche menzionato il desiderio di molti avvocati canonici di assistere a un’estensione della vacatio legis concessa dal Papa prima che le riforme vengano implementate (8 dicembre), per permettere una consultazione a vasta scala all’interno della Chiesa su queste riforme. Pochi giorni dopo, egli ha pubblicato un altro articolo, stavolta sul britannico Catholic Herald, che aveva sfacciatamente elogiato le riforme solo la settimana precedente.
Il titolo del secondo articolo di Nguyen è chiaro: “We’re heading for ‘Catholic divorces‘” (“Stiamo arrivando ai ‘divorzi cattolici’”, 18 settembre). Nguyen spiega brevemente e chiaramente perché le nuove riforme annullano la presunzione di validità per i matrimoni e consente che molti di essi vengano considerati pregiudizialmente nulli persino prima che cominci il processo (il grassetto nei paragrafi seguenti è nostro):
... Molti rispettabili avvocati canonisti e commentatori stanno esprimendo gravi preoccupazioni sul testo, man mano che lo vanno studiando più attentamente. Unisco la mia al crescente numero di voci di quanti si trovano in apprensione. A mio modo di vedere, certi cambiamenti rischiano di arrecare più danni che benefici, creando più confusione che chiarezza sulla validità del matrimonio e sul proposito della dichiarazione del processo di nullità.
Il cambiamento più significativo proposto nel Mitis Iudex è la creazione della “procedura abbreviata” per i casi la cui decisione viene affidata al vescovo diocesano, affinché decida lui stesso con una sorta di fiat amministrativo. Questo cambiamento, estremamente problematico, fa scaturire serie questioni e gravi confusioni.
Ai vescovi diocesani – già estremamente occupati –, compresi quelli che non sono formati nella legge matrimoniale, verrà chiesto di decidere potenzialmente su centinaia di casi di matrimonio canonico all’anno basandosi quasi solamente sul referto di consulenti che neanche loro sono avvocati canonisti. È in questo modo che si pretende di “accelerare” il processo. Eppure è praticamente impossibile comprendere come lo si possa fare senza che il vescovo diocesano avalli le decisioni senza adeguata valutazione o le prenda lui, in tutta fretta, privilegiando la velocità all’accuratezza. In entrambi i casi si tratterebbe di un’ingiustizia.
(...) Il diritto canonico utilizza già un “processo documentale” più corto per i casi che implichino la mancanza di capacità per sposarsi (canoni 1073-1094) o una mancanza o un difetto della forma canonica (canoni 1108-1123). Per la terza categoria di casi di matrimonio – quelli che comportano mancanza di consenso (canoni 1095-1107), che utilizzano la “procedura matrimoniale formale” – il Mitis Iudex permetterà d’ora in poi di utilizzare i nuovi “processi abbreviati” laddove questi casi sembrano essere nulli “per argomenti particolarmente evidenti”.
È qui che nascono i problemi. Come dovrebbero essere considerati tali “argomenti evidenti” di fronte a un processo adeguato?
Ciò che il Mitis Iudex ha realmente fatto è annullare nella pratica il principio di fondamentale importanza che si trova nel canone 1060, in cui si sancisce che il matrimonio deve essere considerato valido finché non viene provato il contrario. Permettendo il processo abbreviato per casi che sembrano nulli “per argomenti particolarmente evidenti”, il Mitis Iudex permette una sorta di giudizio di nullità per difetto del matrimonio prima ancóra che un processo venga avviato. Il risultato è che alcuni matrimoni verranno considerati nulli ancor prima che il processo cominci. Ciò va direttamente contro la presunzione di validità richiesta dalla giustizia, dalla logica e dal canone 1060. Il Mitis Iudex ha creato una situazione invertita in cui i matrimoni hanno la presunzione di nullità e in cui è la validità che deve essere provata.
L’ultimo ma non meno importante dei commenti su quella che potrebbe verosimilmente diventare la parola più pericolosa nel motu proprio del Papa – quell’”etc.” alla fine della lista di circostanze che possono essere essere invocate affinché si adotti il “processo breve” per giudicare la validità del matrimonio – è stato pubblicato dai nostri amici del Canon Law Centre(“The “Et Cetera” Time Bomb In Article 14 §1 Of The Ratio Procedendi” [“La bomba ad orologeria ‘Et Cetera’ nell’articolo 14 § 1 della Ratio Procedendi”]). Il grassetto nel seguente paragrafo è nostro:
Analogamente a certe altre ambiguità ed espressioni vaghe che hanno trovato spazio nei documenti ufficiali del Vaticano II, sostengo che l’”etc.” nell’articolo 14 § 1 sarà potenzialmente uno degli strumenti più abusivamente utilizzati dalle interpretazioni eterodosse che si trovano nelle nuove norme. Questi abusi saranno resi possibili dalle vaste riserve di discrezioni amministrative concesse ai vescovi diocesani sotto la legge riformata. Pur essendo vero che bisogna soddisfare alcuni requisiti fondamentali affinché un caso sia ascoltato in base al processus brevior, è altrettanto vero che tali requisiti non sono molto difficili da soddisfare sotto le nuove norme.
Il Canon Law Center sostiene anche che il “processo abbreviato” per l’emissione rapida delle dichiarazioni di nullità diventerà la norma, non l’eccezione:
... sarebbe piuttosto ingenuo credere che il processus brevior sarà qualcosa di eccezionale o di raro nelle pratiche degli odierni tribunali. In realtà, se le recenti tendenze delle procedure penali canoniche possono fornire delle indicazioni riguardo a quanto ci si possa aspettare in un futuro prossimo (negli scorsi due anni si è assistito a uno sforzo collettivo guidato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per ridurre i processi giudiziali e stabilire dei processi amministrativi più brevi come norma), l’opinione di chi scrive è che in questo modo il processus brevior diventerà poco a poco la norma, in luogo delle pratiche giudiziali. Questo processo abbreviato aprirà senza dubbio le porte ad abusi nell’amministrazione della giustizia, dal momento che verranno concentrati nelle mani di una sola persona, il vescovo, molti ruoli. Su queste basi, la fiducia nella validità dei processi di nullità del matrimonio verterà necessariamente sulla fiducia nel vescovo che pronuncerà il giudizio.
Fino ad ora, i bloggers di Rorate non hanno visto nemmeno un commento esteso e non liberale sul Mitis Iudex che sia nettamente a favore di esso, e che non sia stato in certa misura ritrattato. È vero che alcune diocesi cattoliche e alcune conferenze episcopali hanno pubblicato comunicati stampa che elogiano le riforme, ma francamente questo c’era da aspettarselo. Alcune diocesi cattoliche conservatrici (per es. Madison, Wisconsin) hanno pubblicato commenti che cercavano di minimizzare la natura dirompente delle riforme, il che ci sembra più un tentativo di limitare i danni che altro. È vero, non è realistico aspettarsi che le diocesi emettano delle critiche ufficiali ai decreti romani. Tuttavia, i vescovi che cercano di fare buon viso al cattivo gioco di un pessimo esemplare di norma della Chiesa – e per giunta una che avrà delle conseguenze sulla giusta comprensione della dottrina – non rendono un servizio alla verità.

Ma noi speriamo che gli avvocati canonici si uniscano presto tra di loro per esercitare delle pressioni su Roma, in modo pubblico e organizzato, per ritardare l’entrata in vigore del Mitis Iudex. Quel che è in ballo è nient’altro che la solidità storica e la credibilità della Chiesa Cattolica e del suo insegnamento sul matrimonio. Sarà un’ironia grande e terribile se la festività dell’Immacolata Concezione diventerà quest’anno il giorno in cui quest’insegnamento comporterà un colpo devastante da cui ci si potrebbe non riavere per varie generazioni, se non per secoli.

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

lunedì 31 agosto 2015

La Messa dell’assemblea culla l’agnosticismo - Editoriale di settembre di “Radicati nella fede”

Nella memoria liturgica di S. Raimondo Nonnato, cardinale e confessore, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di settembre 2015.



Vicente Carducho, Martirio di S. Raimondo, XVI-XVII sec., Museo del Prado, Madrid


Jerónimo Jacinto de Espinosa, S. Raimondo Nonnato, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Diego Gonzáles de Vega, Cristo incorona S. Raimondo Nonnato, 1673, Museo del Prado, Madrid


Francisco Pacheco, Ultima comunione di S. Raimondo, 1611


Francisco de Zurbarán, Madre implora benedizione di S. Raimondo, XVII sec.


Juan de Mesa, San Ramón Nonato, 1626-27, Museo de Bellas Artes, Siviglia

LA MESSA DELL’ASSEMBLEA CULLA L’AGNOSTICISMO

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 8 - Settembre 2015



Ciò che non c’è più nella Messa, scompare inevitabilmente anche dalla vita cristiana. È solo questione di tempo, e nemmeno molto.
Così è stato con l’ultima riforma liturgica: i “vuoti” del rito sono diventati “vuoti” del nuovo cristianesimo.
Ne vorremmo sottolineare uno tra tutti: la scomparsa del submissa voce per il prete, che corrisponde all’assenza del silenzio per i fedeli. Ci sembra questo uno dei punti che più evidentemente indicano un cambiamento radicale nel rito cattolico. D’altronde è questo che soprattutto appare come scandaloso, per i fedeli che oggi si imbattono nella Messa tradizionale: le lunghe parti in cui il sacerdote, specialmente nel canone, pronunciando le parole sottovoce, non fa sentire alcunché ai fedeli, obbligandoli al silenzio.
Più volte abbiamo constatato che è questo a far problema, più dell’uso del latino.
Eppure questo è un aspetto determinante, che se eliminato, cambia tutto non solo nella messa, ma nel cristianesimo stesso.
Il submissa voce, il sottovoce per il prete e il corrispondente lungo silenzio per i fedeli, “incastra” prete e fedeli alla fede, senza appoggi umani. Il sacerdote all’altare deve stare di fronte a Dio, ripetendo sottovoce le parole di Nostro Signore, rinnovando il Sacrificio del Calvario. È un rapporto diretto, personale, intimo con Dio; certo mediato dalla consegna della Chiesa, che custodisce e trasmette le parole che costituiscono la forma del sacramento, ma che in quell’istante non si posa sull’umano della Chiesa, ma sul miracolo della grazia. Così facendo il prete, nel rito tradizionale, immediatamente insegna ai fedeli che ciò che conta è Dio stesso, la sua azione, la sua salvezza, e che queste ci raggiungono personalmente.
La nuova messa non è così, è tutta comunitaria. Il prete in essa, oltre ad essere tutto rivolto ai fedeli, opera come colui che narra ai fedeli ciò che il Signore ha fatto nell’ultima cena: racconta ai fedeli le parole e i gesti del Signore, così che l’azione sacramentale che ne scaturisce appare tutta mediata dall’attenzione che questi ultimi vi devono mettere. Scompare così per il prete il rapporto personalissimo con Dio nel cuore della messa cattolica, il canone, sostituito da questo estenuante rapporto con chi è di fronte all’altare. La nuova forma della messa comunitaria ha così trasformato il sacerdote, gettato in pasto all’attivismo più sfiancante, che è quello di farsi mediare la fede e il rapporto con Dio sempre dai fedeli. La nuova messa ha prodotto un nuovo clero non più aiutato a stare con Dio, non più ancorato all’atto di fede.
Il continuo dialogo nella messa, tra sacerdote e assemblea, ha anche modificato la concezione di Chiesa: oggi pensiamo la Chiesa come nascente dal basso, dal battesimo e quindi dal popolo cristiano; non la pensiamo più come realmente è, nascente dall’alto, da Dio, dal sacramento dell’Ordine. Chi pensa che la Chiesa sorga dal battesimo, non sopporta più quel prete all’altare, che sottovoce pronuncia le parole che costituiscono il miracolo del sacramento.
Anche i fedeli sono direttamente rovinati dal nuovo rito perché, continuamente intrattenuti dal parlare del prete, hanno disimparato anch’essi a stare di fronte a Dio. Così Dio stesso si trova sostituito dall’assemblea celebrante, che diventa ingombrante ostacolo nell’educazione al personale atto di fede.
In questi ultimi tempi si è tentato nella messa moderna di correre ai ripari, cercando invano di reintrodurvi un po’ di silenzio, collocato dopo la lettura del Vangelo, ma anche questo espediente rivela la gravità della nuova posizione. Questo silenzio reintrodotto, solitamente brevissimo, è un silenzio di riposo umano, di meditazione: esso è di tutt’altra natura rispetto a quello prodotto dal submissa voce. Il submissa voce produce un silenzio che avvolge il rapporto intimo del sacerdote con Dio, che dà la sua persona affinché accada l’azione divina che salva. Il silenzio del submissa voce è incentrato sull’azione di Dio e non sulla meditazione dell’uomo, ed è uno dei più grandi richiami al primato della vita soprannaturale, al primato della grazia.
Non c’è nulla da fare, occorre tornare alla Messa di sempre, per tornare alla centralità dell’atto di fede, personale risposta all’azione di Dio.
Sacerdoti e fedeli non possono resistere di fronte al mondo, se non sono costituiti in forza da questo rapporto personalissimo, che nessuna assemblea può sostituire.
L’alternativa? Un agnosticismo pratico, un dubbio di fede pratico, un sospeso dell’anima, riempito dalle parole di un’assemblea che intrattiene per non far pensare.
Osiamo dirlo: la nuova messa, tutta ad alta voce, tutta narrazione e predica, ha cullato i vari agnosticismi, dei preti e dei fedeli, non fermando il dramma dell’apostasia, cioè dell’abbandono pratico della vita cristiana. Ha illuso, dando, nel migliore dei casi, un po’ di calore umano a buon mercato, diseducando a una posizione di fede vera, assolutamente necessaria per attraversare la battaglia di questa vita.
Torniamo alla Messa tradizionale, prima palestra del cristianesimo, quello vero.