Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 27 marzo 2020

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

Con due decreti la Congregazione per la dottrina della fede (organo che ha assorbito le competenze della Commissione Ecclesia Dei), pubblicati entrambi in data 25.3.2020, sono stati approvati, con uno, sette nuovi prefazi nel rito Vetus Ordo e, con l’altro, si annuncia l’ingresso, sempre nel calendario Vetus, di nuovi santi, canonizzati dopo il 1960, e si indicano circa settanta santi di maggiore importanza del calendario del 1962, che avranno diritto di precedenza sui “nuovi” (che dovessero cadere nello stesso giorno).
Che dire di questi due provvedimenti?
Con riguardo al primo, ci informa il blog Messa in Latino «(ci risultano quelli per: il SS. Sacramento, Ognissanti (si usa anche per il S. Patrono), la Dedicazione della chiesa - che già erano inseriti nell'appendice del Messale Romano del 1962, edizione francese -, i Martiri, gli Angeli, S. Giovanni Battista, e le Nozze) di cui per ora non è ancora stato pubblicato il testo». Sempre lo stesso blog esprime comunque un apprezzamento per «il prefazio De Nuptiis, tratto dalle stesse antiche fonti della tradizionale benedizione nuziale degli sposi».
Con riferimento al secondo decreto, che per la verità lo stesso blog aveva anticipato sin dal dicembre scorso (vqui), ancora Messa in latino, ci precisa che «[l]a memoria dei Santi “nuovi” è facoltativa e qualora cadesse nello stesso giorno di un altro santo del 1962 senza precedenza, si  farà doppia commemorazione nel caso che si festeggi il nuovo santo».
Due considerazioni ci viene di porgere al di là dei concreti contenuti dei due decreti. La prima considerazione è che la c.d. riforma della riforma, o forse sarebbe più corretto dire riforma della riforma della riforma, viene a toccare, inspiegabilmente, solo e soltanto il messale del 1962 e non quello del 1969-70. Che fretta c’era di toccare solo quel messale e non prima l’altro? Gli abusi, forse, non si son verificati principalmente con il secondo anziché col primo? E quindi era quello del ’69-’70 da correggere per primo per evitare o limitare gli abusi, non quello del ’62. Quindi, se fosse stato sincero l’intendimento dei riformatori della riforma, avrebbero pensato prima a “raddrizzare” il rito ordinario e poi, eventualmente, pensare alla forma straordinaria. C'è dietro dell'altro?
La seconda considerazione concerne propriamente l’inserzione dei nuovi santi. Non sappiamo chi verrà inserito. Per molte canonizzazioni post 1960 non ci sono problemi di sorta (si pensi, per es., a S. Pio da Pietrelcina o a S. Massimiliano M. Kolbe) di cui il popolo cristiano non dubita. Invece, per altre, qualche problema potrà esservi, sussistendo molti dubbi su quelle canonizzazioni (v. per es. lo studio di Mons. Gherardini, qui).
Pubblichiamo volentieri, comunque, riguardo a questi due provvedimenti il commento del nostro amico Franco Parresio.

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

di Franco Parresio

Sono di ieri i due decreti della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lasciano molto il tempo che trovano: il Quo (re) magis (qui) e il Cum (mamma) sanctissima (qui): due provvedimenti atti a riformare il Messale del 1962 con l’introduzione di nuovi sette prefazi e dei «santi canonizzati dopo il 26 luglio 1960 (data dell’ultimo aggiornamento del Martirologio della forma extraordinaria)», come si legge nella Nota della medesima Congregazione «circa la celebrazione liturgica in onore dei santi nella forma extraordinaria del Rito Romano» (qui).
Peccato che manchi un terzo decreto: Cui prodest.
A chi giova, infatti, tutto questo? A nessuno!
Eppoi, a che pro? A confondere soltanto le idee e gli animi, innanzitutto e soprattutto degli stessi seguaci dell’Usus Antiquior: già numericamente esigui e divisi, nonché contrapposti tra di loro; ma accomunati tutti dalla diffamante definizione di “tradizionalisti”.
Infatti, sibillina è la frase che leggiamo nella Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede circa «i sette nuovi prefazi eucaristici per la forma extraordinaria del Rito Romano» (qui): «L’uso o meno, nelle relative circostanze, dei prefazi nuovamente approvati rimane una facoltà ad libitum. Ovviamente, si fa appello, al riguardo, al buon senso pastorale del celebrante».
Sembra di leggere i prenotanda del Messale di Paolo VI.
E così la “riforma della riforma” da riguardare quest’ultimo (oramai in caduta libera), va ad interessarsi – guarda caso – del solo Messale del ’62!
Forse per «affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano del 2017 (vqui)?
Ma anche secondo quello benedettiano, che – suadentemente – per dimostrare che «non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum», stabilisce che «nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi» (qui).
E, invece, la contraddizione c’è ed è sotto gli occhi di tutti!
Falso, infatti, appare il principio secondo cui «le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda» – semmai il contrario! –, dal momento che l’influenza è a senso unico.
Il sospetto fondato è che si voglia, con fare «insensibile, sottile, leggermente, dolcemente» (per dirla con un’aria molto famosa del Barbiere di Siviglia), aggiustare, corrompendola, «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio”, adeguandola vieppiù al “Messale, pubblicato in duplice edizione da Paolo VI e poi riedito una terza volta con l'approvazione di Giovanni Paolo II». E questo partendo proprio dall’uniformare, in tutto e per tutto, il «Martirologio della forma extraordinaria» a quello della forma ordinaria; facendo poi il resto. I nuovi prefazi non sono, per caso, un preludio ad un successivo recepimento delle altre preghiere eucaristiche diverse dal Canone Romano? Staremo a vedere. Ma una cosa è certa: i tradizionalisti non in comunione con Roma (lefebvriani e sedevacantisti) rafforzeranno il loro aperto scetticismo verso il Summorum Pontificum, tenendosi alla larga da un eventuale pieno rientro nell’ovile romano; e quelli già nell’ovile – mai del tutto persuasi dalle rassicurazioni curiali – pronti a scappare. Mi auguro di sbagliarmi.

lunedì 20 novembre 2017

20 novembre 1947 - 2017 - 70° anniversario della "Mediator Dei" di S.S. Pio XII

Settant'anni fa, il 20 novembre 1947 Pio XII pubblicava l'Enciclica "Mediator Dei", monumento del magistero papale sulla Sacra Liturgia, condanna delle aberrazioni liturgiche oggi trionfanti.

Fonte: Pio XII, enc. Mediator Dei, 20.11.1947









mercoledì 27 settembre 2017

Magnum principium vs Summorum Pontificum?

All’inizio di questo mese è stato pubblicato il m.p. Magnum principium, che, unitamente al discorso, di pochi giorni prima, del Vescovo di Roma in occasione della LXVIII Settimana liturgica nazionale (cfr. Enrico Lenzi, Udienza. Papa Francesco: la riforma liturgica è irreversibile, in Avvenire, 24.8.2017), dovrebbe costituire uno dei pilastri che rendano la c.d. riforma, elaborata a seguito del Concilio Vaticano II, un fatto definitivo e, quasi, potremmo dire, di fede. Sì, una fede, lontana da quella della Catholica, ma tutta impregnata di giansenismo o neo-giansenismo, che altro non sarebbe che la versione “cattolica” del calvinismo, e di gallicanesimo; mali questi da cui può dirsi affetta la Chiesa cattolica (di giansenismo ne parla anche don Alfredo Morselli, «Summa familiae cura»: la grazia di sempre e “le forme e modelli del passato”, in MiL, 21.9.2017).
Del resto, non è un mistero che il Vescovo di Roma riprenda a piene mani le tesi di alcuni maîtres à penser, che in anni passati si erano pur espressi in termini assolutamente analoghi, come il prof. Andrea Grillo (cfr. l’intervista allo stesso, Concilio e la Riforma irreversibile. Intervista al prof. Grillo, ivi, 7.3.2012). Non è difficile, dunque, immaginare chi siano stati gli autori ai quali l’Augusto abbia inteso ispirarsi. Il problema è, però, la scarsa lungimiranza di questi personaggi; una sostanziale incapacità di saper vedere lontano e di cogliere i “segni dei tempi”, come, ad es., la circostanza che, come è stato notato anche alla luce del recente Pellegrinaggio Summorum Pontificum, non ci sia «niente di più giovane del rito antico» (così Valerio Pece, Non c’è niente di più giovane del rito antico. A dieci anni dalla Summorum Pontificum, in Tempi, 12.9.2017), tanto da far dire all’abbé Claude Barthe, animatore di quel pellegrinaggio, che sia piuttosto il processo innestato dal Summorum Pontificum ad essere irreversibile e non già la c.d. riforma conciliare! (cfr. Summorum Pontificum est « irréversible », in Riposte Catholique, 21 sept. 2017).
Per questo, non possiamo che cogliere l’invito rivolto da Franco Parresio: diamo tempo al tempo. Sì, lasciamo sia il tempo a decidere quali siano le foglie secche destinate a cadere … .
Nella festa dei santi Anargiri e martiri, Cosma e Damiano, rilanciamo, perciò, questo contributo.









Magnum principium vs Summorum Pontificum?

di Franco Parresio

È la domanda che sicuramente molti si staranno facendo: il Magnum principium contro il Summorum Pontificum?
Un interrogativo legittimo se si considera che il motu proprio Magnum principium è stato pubblicato il 3 settembre scorso: esattamente undici giorni prima del decennale dell’entrata in vigore del motu proprio Summorum Pontificum (14 settembre 2007).
Una provocazione?
Così sembrerebbe alla luce del Discorso ai partecipanti alla 68.ma settimana liturgica nazionale, tenuto da Francesco il 24 agosto 2017, nell’Aula Paolo VI (v. qui), col quale egli, atteggiandosi a Pontifex Maximus, ha solennemente definito (si noti il plurale maiestatico):
«Possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile».
Frase che, seppur sibillina, suona come una sorta di “definizione ex cathedra”.
Dico “sibillina” perché davvero poco chiara e piena di ambiguità: e in chiave progressista, secondo cui “usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti” non solo è lecito ma doveroso, in barba a quanto invece prescrive la Mediator Dei, e in chiave tradizionalista, secondo cui “la riforma liturgica è irreversibile”… esattamente come il coma.
Ed è proprio questo stato comatoso profondo nel quale è caduto miseramente la riforma liturgica a farci serenamente dire – contrariamente a quanto si possa pensare – che il Magnum principium non solo non osteggia il Summorum Pontificum, ma addirittura lo promuove.
Può sembrare un paradosso. Invece non lo è!
Non lo è perché il Magnum principium – a sua insaputa e per sua disgrazia – avvalora e dà forza a quanto denunciato dieci or sono da Galimberti, che a pagina 23 de L’ospite inquietante (ed. Feltrinelli) scrive: «Malato è anche il lógos frantumato in lingue regionali quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione». Esattamente come la lingua latina.
Ma quel che è peggio è che il Magnum principium fa risorgere il gallicanesimo e con esso riabilita, richiamandolo dalle sue ceneri, il mai sopito giansenismo: quello di bassa lega (ce ne fossero di giansenisti del calibro di Pascal!) con le rivendicazioni per la creazione di chiese nazionali. Invero il Magnum principium fa, de facto, delle Conferenze Episcopali nazionali delle vere e proprie chiese nazionali!
Su queste basi e con questi principi il Summorum Pontificum non potrà che prosperare, grazie proprio ai suoi detrattori i quali, ammalati di creatività, non fanno altro che contribuire «a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile» (Benedetto XVI, Lettera di accompagnamento del motu proprio).
Tempo al tempo!

martedì 1 novembre 2016

Lutero, Francesco e gli altri. Alcune note a margine dell’incontro di Lund

Come noto, ieri si è consumato l’incontro tra il Vescovo di Roma ed i luterani svedesi per celebrare e commemorare (sic!) il cinquecentesimo anniversario della c.d. riforma luterana (cfr. Gratitudine per l’eresia: l’imbarazzante dichiarazione congiunta di Lund, in Radiospada, 1.11.2016).
Quest’evento è subito apparso molto discusso e discutibile, anche perché si è voluto esaltare un personaggio – Lutero – che è stato una rovina del genere umano, causa della dannazione e perdizione di numerose anime, che l’hanno seguito nell’empietà! A riprova di ciò valga un bel florilegio di sue … illuminate citazioni (v. Florilegio luterano… della serie: Ipse dixit, in ivi, 31.10.2016 e qui). Come cattolici, rimaniamo ancorati e ribadiamo la sua ferma condanna, espressa dal Sommo Pontefice papa Leone X nella bolla di scomunica dell’eresiarca (Prima traduzione italiana della Bolla di Papa Leone X contro il luteranesimo, ivi, 22.4.2013; nonché in Riscossa cristiana, 10.1.2016). Per cui, davvero incomprensibile la “febbre ecumenista” che affligge molti pastori odierni (cfr. Marco Tosatti, Febbre ecumenica, ma i cattolici hanno dovuto sudare per avere la Messa col papa, in Stilum Curiae, 28.10.2016; Perché mitizzare da parte cattolica un nemico della fede come Martin Lutero, padre del protestantesimo, in Il Timone, 27.10.2016), che ravviserebbero degli aspetti positivi in Lutero, il quale, a loro dire, non avrebbe avuto intenzione – bontà sua – di separarsi da Roma, ma che anzi sarebbe stato animato da buone intenzioni. Per far ciò, fanno riferimento ad una lettera “aperta” del monaco agostiniano, scritta al Pontefice, del 6 settembre (in realtà, ottobre/novembre) 1520, nella quale egli denunciava al papa Leone X i presunti fraintendimenti dei quali sarebbe stato vittima e gli presentava, al contempo, non già una ritrattazione delle sue tesi erronee (all’epoca, infatti, Lutero già conosceva la bolla Exsurge Domine con cui Leone X gli intimava la ritrattazione delle sue tesi, pena la scomunica), ma un trattatello, Von Freiheit eines Christenmenschen, La libertà del cristiano, con un intento, a suo modo di vedere, … fraudolentemente conciliativo, nel quale tuttavia riproponeva gli errori che gli erano stati censurati, anzi li aggravava, affermando la ferma scissione tra la vita spirituale, completamente libera, e quella corporale, soggetta all’amore per il prossimo e quindi vincolata.
Non si dimentichi che, allorché scrisse il suo trattatello falsamente ossequioso verso il papa, egli aveva già demolito la fede con il trattato teologico De captivitate babylonica ecclesiae praeludium contro i sacramenti e con la lettera An den christlichen Adel deutscher Nation von des christlichen Standes Besserung (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca: del miglioramento dello Stato cristiano), con la quale aveva invitato i nobili, i capi, i tutori della Germania alla lotta contro la Chiesa di Roma contestando l’infallibilità del papa (che all’epoca non era ancora un dogma di fede ma una tradizione ben consolidata), il monachesimo e il celibato sacerdotale, e in cui nuovamente stigmatizzava i mali di Roma e confessava di aver voluto «assalire violentissimamente il papa, come l’Anticristo». Dunque, quella lettera del tardo autunno del 1520 al papa Leone X era chiaramente una farsa, un inganno, per dipingersi come “vittima” del Pontefice … . Purtroppo, però, i “pastori” odierni, non conoscendo bene queste vicende, cadono nel fraintendimento dettato dalla loro ignoranza, scambiando un inganno per un sussulto di sincerità.
Peraltro, anche a voler tutto concedere alla tesi circa le presunte buone intenzioni di Lutero, l’argomento, nondimeno, non regge. Dimenticano questi “pastori” che persino Satana, in fondo, era iniziato bene, essendo un angelo, e non aveva intenzione di … ribellarsi a Dio, se Dio, ovviamente, avesse assecondato la superbia di quella creatura … Anche altri eresiarchi avevano iniziato bene e con buone intenzioni …: Ario, Nestorio, Pelagio, ecc. Nessuno di loro, in fondo, non aveva … buone intenzioni. Ma si sa … la strada verso la perdizione è lastricata di buone intenzioni. Lutero non fu un riformatore, ma un rivoluzionario, nel senso ovviamente negativo del termine (cfr. Matteo Carletti, Quella di Martin Lutero fu una rivoluzione, punto e basta. Ma molti cattolici non la pensano più così, in Il Timone, 31.10.2016; nonché Id., Lutero, Rivoluzione senza appello, in Libertà e persona, 26.10.2016).
Non devono meravigliare, per questo, fatti come il recente crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia. Molti vi hanno ravvisato un segno (cfr. Massimo Viglione, Terremoto: a Norcia i veri “segni dei tempi”, in Riscossa cristiana, 31.10.2016; Giulia Bianco, Crolla Norcia, crolla l’Europa, ivi; Antonio Socci, Ora col terremoto tutti scoprono l’Italia dei borghi. Ma in quelle terre colpite c’è anche l’anima dell’Italia e dell’Europa, in blog Lo straniero, 30.10.2016; Id., Crolla la Chiesa (materialmente e spiritualmente), ivi, 31.10.2016). Ed in effetti, ciò non può essere escluso, vista anche la contiguità temporale. San Benedetto, patrono d’Europa, è stato uno dei costruttori della res publica christiana. Aveva ragione Paolo VI, quando, citando il suo venerato Predecessore, Pio XII (Cfr. Pio XII, Omelia nella Messa Solenne celebrata nella Basilica Patriarcale di S. Paolo Fuori le Mura in occasione del XIV centenario dalla morte di S. Benedetto da Norcia, 18 settembre 1947, in AAS 39 (1947), pp. 452 ss., partic. p. 453), e proclamando S. Benedetto Abate a Patrono d’Europa, affermava che il Santo di Norcia ed i suoi figli spirituali «portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia» (Paolo VI, Lett. Ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964, in AAS 56 (1964), p. 965) e che, quindi, simbolicamente l’Europa nasceva grazie all’opera civilizzatrice della Chiesa e dei suoi figli. Tale concetto espresso dall’intellettuale Papa Montini è stato anche riproposto dal successore. In un discorso risalente al 1980, alludendo ancora all’opera benedettina, così Papa Wojtyla si esprimeva: «… La croce, il libro e l’aratro sono stati gli strumenti della sua opera di bonifica e di rinascita. La lode a Dio, nel Cristo e con la comunità, mediante la liturgia assidua, diligente ed elevante; il lavoro manuale, intellettuale ed artistico, fedelmente compiuto nel silenzio esteriore ed interiore; la carità vicendevole, e specialmente verso i sofferenti e i più poveri, nell’obbedienza e nell’umiltà: ecco in sintesi il messaggio e il programma di vita che san Benedetto ha inculcato ed ha praticato e per cui l’Europa si è potuta dire “cristiana”» (Giovanni Paolo II, Discorso alle Autorità civili, Visita Pastorale alla Diocesi di Norcia, 23 marzo 1980, § 2. Cfr. anche Id., Lett. Ap. Sanctorum Altrix per il XVI centenario della nascita di S. Benedetto Patrono d’Europa, Messaggero di Pace, 11 luglio 1980, § 1).
Lutero, invece, aveva rotto quell’unità, che Benedetto ed i suoi figli avevano edificato portando sin nelle terre più lontane dell’Europa l’annuncio cristiano: Inghilterra, Germania, Scandinavia, ecc., sino ai confini della Russia, avevano conosciuto l’opera di monaci missionari, degni figli di Benedetto, e sovente pure martiri. E per secoli, prima della rovina luterana, in quelle terre la fede cattolica aveva resistito, tanto che, per far vincere l’eresia luterana, i principi e le autorità politiche, per ragioni di opportunismo politico, dovettero imporre Lutero ed i c.d. riformatori con la forza alle popolazioni cattoliche (cfr. Angela Ambrogetti, Violenta, imposta dall’alto contro il voler del popolo: un libro racconta come la Riforma prese piede in Svezia, in Il Timone, 31.10.2016. Per approfondimenti cfr. Corrado Gnerre, I veri motivi della Riforma protestante (prima parte), in Riscossa cristiana, 22.10.2016; la seconda parte, ivi, 25.10.2016; Id., La Riforma protestante culla del razionalismo e dell’esoterismo moderni, ivi, 27.10.2016).
Per cui, in un’ottica cristiana, può leggersi quel crollo, giusto alla vigilia della commemorazione luterana (30 ottobre 2016), come una riprovazione divina. Come a dire che la Chiesa attuale a San Benedetto ed a ciò che rappresentò e rappresenta si è preferito l’eresiarca tedesco celebrando simbolicamente il 500° anniversario della sua rottura. Dio, rispettoso della libertà umana, non poteva che prenderne atto. Alla fede cattolica rappresentata dal Santo Patriarca, padre del Monachesimo Occidentale, si è preferito colui che si scagliò violentemente contro i sacramenti, la Chiesa, il monachesimo ed il celibato sacerdotale.
Della Basilica, che sorge sul luogo di nascita di Benedetto, è rimasta in piedi sostanzialmente solo la facciata: il transetto, la navata e l’abside sono crollate. Immagine emblematica dello stato in cui versa la Chiesa attuale, rimasta in piedi solo nella sua “facciata”, ma che all’interno ha visto un’opera demolitoria sistematica.
Mentre si affacciano questi innumerevoli pensieri, rilanciamo, in questa odierna festa di Ognissanti, la seguente riflessione del dott. Andrea Sandri.

Lutero, Francesco e gli altri. Alcune note a margine dell’incontro di Lund

di Andrea Sandri

Quella di Lutero fu un’eresia medioevale che, nonostante le pretese dei suoi nemici e di chi si rifà ancora al suo nome, non sopravvisse al suo tempo. Se si vogliono tracciare le coordinate che individuano la posizione teologica di Lutero bisogna ripercorrere da un canto gli sviluppi della tarda scolastica verso la concezione nominalistica rispetto agli universali – verso l’opinione secondo cui la realtà è costituita assolutamente dalla volontà divina e non può essere indagata se non convenzionalmente dall’uomo: le essenze non sono che nomina per chiamare cose di cui l’uomo non può ultimamente conoscere la ragione – e dall’altro le tappe della reazione anticuriale in Francia e, soprattutto, in Germania, quando, per soddisfare le pretese di dominio di Ludovico il Bavaro, teologi e filosofi come Guglielmo da Ockham e Marsilio da Padova teorizzarono la perfetta autonomia del potere temporale dal potere spirituale del Papa. Mentre il nominalismo contribuiva a disgiungere l’incerta conoscenza umana e il diritto naturale, che su di essa si fonda, dalla lex aeterna, il pensiero politico anticuriale fondava su quella disgiunzione, secondo un modello non meno volontaristico, l’autonomia del potere terreno. Secondo un’allegoria fisiologica diffusa a quel tempo la Chiesa, come la, pensava, e il Principe, a mo’ del cuore, voleva e dava propulsione e vita al proprio regno in tutta indipendenza dalla funzione spirituale della Chiesa.

Lutero prima della propria ordinazione sacerdotale aveva meditato l’Expositio canonis missae di Gabriel Biel (1408-1495) nella quale questo autore, che fu teologo e predicatore a Erfurt e a Magonza, uomo pio e apologeta del dovere di subordinazione al Pontefice, interpreta le parole del Te igitur (“Una cum famulo tuo Papa nostro N. et antiste nostro N. et rege nostro”) affermando sì, con Ockham e la lezione anticuriale, che il Papa e il re sono ciascuno princeps nel proprio ambito, ma aggiungendo che i due poteri, pur reciprocamente autonomi, sono luci nel firmamento della Chiesa - intesa qui agostinianamente quest’ultima più come universale congegatio fidelium che come potere organizzato giuridicamente. Proprio l’unità superiore che sovrasta e raccoglie in sé le potestà, spirituale e terrena, giustifica i loro reciproci doveri - così il regno deve prestare assistenza alla potestà spirituale e questa, secondo un modello antico ricorrente nei Padri, è obbligata alla preghiera per il regno. Come si vede il rigido dualismo della politica di Ockham è conciliato da Biel con una visione che, da un lato, si lascia ricondurre all’equilibrio già individuato a più riprese da San Tommaso d’Aquino nei suoi scritti, e, dall’altro, opera una rilevante variazione di significato all’interno di quello stesso equilibrio. Infatti il teologo tedesco non soltanto ristabilisce un rapporto di reciprocità, anche se non di subordinazione, tra i due poteri, bensì riassegna al potere terreno uno scopo trascendente che è mediato dalla appartenenza alla universale comunità dei fedeli e si traduce nel campeggiare della luce naturale nel firmamento della Chiesa. Ma è sul concetto stesso di Chiesa, in quanto elemento dell’unità soteriologica che si compie nell’imperium spirituale e si spezza nella discessio dei regni da esso, che Biel, per restare fedele allo schema di Ockham, deve prendere congedo dall’Aquinate - mentre infatti quest’ultimo indica, proprio nel senso della continuità dell’Imperium romanum, la Chiesa romana con a capo il Papa come struttura in cui si realizza l’auctoritas e l’attuazione catechontica della fede e rispetto alla quale può avvenire la discessio dei regni, per Biel ecclesia è l’agostiniana comunità dei santi orientata al compimento della civitas dei, la congregatio fidelium di cui sono parti tanto il potere spirituale quanto i regni terreni, e dalla quale entrambi possono secedere.

La Expositio canonis missae nel tentativo di neutralizzare in un’unità superiore la contrapposizione tra regni e Chiesa romana insinua in realtà un preoccupante elemento di instabilità nel momento in cui sullo sfondo del firmamento della Chiesa, che è totalità e mediazione di entrambi i poteri, riconosce al potere spirituale il diritto, “supernaturaliter et specialiter” conferito da Cristo, di comunicare la grazia attraverso i sacramenti e la cura delle anime e, di conseguenza, di esercitare lo ius excomunicandi. La rappresentazione esteticamente armoniosa del firmamento di Biel appare così contenere i presupposti della propria catastrofe - perché, se si accetta l’idea che la Chiesa romana è unica mediatrice in terra della grazia e della fede in Cristo, allora tutta la realtà universale della congregatio fidelium è qui riassunta nella cattolicità romana, e se, invece, si sostiene che la mediazione è tutta nel firmamento, il potere spirituale non può che ridursi a segno esteriore e relativo di una comunione in Cristo la quale lo sovrasta e lo comprende infinitamente - e diventare, se si vuole rimanere nell’immagine di Biel, una stella quasi spenta. Mentre la prima attribuzione di significato porta evidentemente all’equilibrio sostenuto da San Tommaso e, in fondo, alla stessa concezione di Biel che immaginava ancora il rapporto fra congregatio fidelium e Chiesa romana alla stregua di un’unità dialettica, la seconda allude invece a una svolta radicale e a una rottura con la Tradizione.

Proprio all’interno dei problemi posti dalle tesi di Biel bisogna cercare l’inizio del pensiero teologico, ecclesiologico e politico di Martin Lutero. Il possibile significato antiromano dell’Expositio dovette rivelarsi a Lutero durante la disputa sulle indulgenze, laddove la distinzione tra congregatio fidelium e potere spirituale può costituire un argomento per negare l’autorità del Pontefice e della gerarchia ecclesiastica quanto alla interpretazione delle Sacre Scritture e alla remissione dei peccati.

Notoriamente la lettura antiromana dell’Expositio di Biel fu la via eletta da Lutero che negò al Papa ogni giurisdizione sulle anime (il potere delle chiavi) che non fosse legata al diritto canonico. Ogni successiva posizione teologica e politica di Lutero può essere compresa nel contesto della riduzione della mediazione della grazia al cielo della universale congregatio fidelium retto da Cristo. Così finalmente poté affermare, dissolvendo la Cristianità medioevale, l’immediatezza del potere dei principi a Cristo (“unmittelbar zu Gott”), ridefinire, in base alla stessa immediatezza applicata all’individuo, in senso soggettivo il concetto di fede, sostenere coerentemente la natura meramente amministrativa dell’istituzione ecclesiastica cui naturaliter era assegnato a capo il principe, indicare la lettura della Scrittura all’interno delle mura di quella stessa istituzione come grande sacramento rispetto al quale dissolvono ben cinque sacramenti e altri due sono conservati in maniera instabile: il battesimo come segno esterno di una conversione in fondo già avvenuta per opera di Cristo (di qui la difficoltà protestante ad accettare il battesimo degli infanti nonostante l’insegnamento esplicito di Lutero) e l’eucarestia come sacramento della misericordia rispetto al quale la confessione dovette apparire uno scandaloso pleonasmo inventato dal Papa per conoscere i peccati dei cristiani (l’idea di una cena della misericordia non è infrequente nella teologica “cattolica” odierna).

Non ci sono motivi per dubitare che l’Unmittelbarkeit del rapporto tra individuo e Dio si iscriva ancora, per Lutero e i fautori della rivoluzione protestante, in un sistema della trascendenza di Dio. Tale immediatezza può ancora essere letta, soprattutto per quanto riguarda il teologo di Erfurt, secondo le categorie della mistica eckhartiana, impoverita però quest’ultima della auctoritas della Chiesa che aspettava e giudicava con giusto discernimento le parole del mistico di ritorno dalla sua unione immediata con la Trinità (o pretesa tale). Tuttavia proprio la negazione di una giurisdizione sulla fede e la fatale inclinazione a ridurre quest’ultima all’esperienza individuale introdusse una instabilità che si risolse, approssimativamente nel giro di un secolo, in una comprensione soggettiva – in senso letterale perché il soggetto si muta in orizzonte ultimo del cristianesimo – e trascendentale (non trascendente) della fede. Ha così origine il pensiero moderno, trascendentale e non trascendente, come comprensione dell’uomo, del mondo e di Dio essenzialmente distinta dalla teologia di Lutero che è ancora medioevale pur nel grave errore professato.

Non è un caso che la congregatio fidelium convocata da Cristo ossia la stessa “chiesa universale”, che Lutero e i primi fautori della Riforma pongono a fondamento trascendente del mondo morale, si ripresenti nei secoli in versioni che corrispondono allo sviluppo filosofico dell’io e della ragione umana autonoma, dell’Unmittelbarkeit dell’uomo a se stesso, e che possono essere riassunte nei singoli passaggi rappresentanti, a ben vedere, le scansioni della filosofia e della giurisprudenza moderna: veritas lex naturalis, veritas lex rationalis, veritas noumenon, veritas spiritus, veritas jus, veritas factum e, infine, veritas ipsa voluntas. Tra l’idea ancora agostiniana e medioevale per la quale veritas divina lux - e alla quale i mistici renani, gli scolastici nominalisti del XIV e lo stesso Lutero non sono estranei – e l’asserzione assolutizzante secondo veritas lex naturalis si apre un abisso che coincide con la stessa inconciliabilità tra trascendenza di Dio e dominio trascendentale della ragione. Secondo percorsi complessi, che rasentano il paradosso borgesiano, levatrice di questo salto abissale verso il pensiero moderno fu proprio la seconda scolastica ultimamente impegnata nella battaglia post-tridentina contro le tesi di Lutero. In particolare nell’opera di Francisco de Vitoria, gli anni della cui vita terrena coincidono pressappoco con quelli dell’inventore del servum arbitrium, ma già nei commenti alla Summa di San Tommaso stilati dal Cardinal Caetano e da Domingo de Soto e più tardi nella scolastica suareziana, la lex naturalis tende a neutralizzarsi, a porsi in una condizione di relativa autonomia rispetto al radicamento trinitario in cui San Tommaso l’aveva riconosciuta. Emerge così la lex naturalis come sistema del diritto internazionale nell’epoca delle scoperte geografiche e del disfacimento della Cristianità medioevale causato dalla stessa eresia luterana. Non può stupire il fatto che la fondazione della Società delle Nazioni e quindi delle Nazioni Unite sia stata accompagnata da un continuato revival delle dottrine vitoriane, e che la statua di de Vitoria, e non quella di Lutero, sia collocata dinnanzi alla sede dell’Onu a New York. Come in campo riformato la congregatio fidelium, nella quale si attua irrazionalmente la fede in Cristo, degrada vieppiù, per la sua instabilità, in un regno morale dove la ragione (la grande “puttana” contro la quale inveisce Lutero) riprende dominio nella forma del razionalismo più radicale, in campo post-tridentino la “chiesa universale” si estende ai confini esterni della lex naturalis equivocamente disgiunta dalla partecipazione alla lex aeterna che esige l’atto sovrannaturale di assenso della fede: ancora razionalismo. Nell’etiam si Deus non daretur del protestante Ugo Grozio, la cui venerazione per de Vitoria è provata, confluiscono in un unico fiume, quello del pensiero moderno, le due correnti, e si annunciano le fasi successive che sfociano nel mare apertamente anticristiano della veritas ipsa voluntas. La lettura evolutiva, formalizzata in tempi recenti dal professor Plinio Corrêa de Oliveira e ripresa da più autori, secondo la quale non vi sarebbe alcuna soluzione di continuità tra Lutero e la Rivoluzione francese è, almeno in parte, fuorviante, e vela gli inizi cinquecenteschi della profonda crisi moderna della Chiesa cattolica e del mondo.

Mentre il fiume del pensiero moderno, con la sua sostanza razionalistica, immanentistica e trascendentalista, è divenuto per lo più la dottrina ufficiale delle facoltà teologiche protestanti soprattutto in Germania dove il nome di Lutero è stato il marchio di fabbrica per diffondere, di volta in volta, sotto le false spoglie di Dio, le scansioni dell’io, della ragione illuminista, del noumeno kantiano, del sentimento religioso di Schleiermacher, dello spirito hegeliano e del soggetto dell’etica mondiale delle più recenti scuole teologiche, è continuato a scorrere in maniera carsica nella teologia cattolica insinuandosi nei dubia e nelle soluzioni dei commentatori moderni (gesuiti e non) di San Tommaso e attraverso una mai assopita accondiscendenza verso uno stile cartesiano che si manifesta nella sistematicità dei trattati di teologia ed emerge in maniera preoccupante con la codificazione del Diritto canonico cui fa pendant l’infallibilismo ovvero una lettura sovranista che si è impossessata del dogma dell’infallibilità sfigurando terribilmente il papato e facendone una funzione della veritas ipsa voluntas. Durante il Concilio Vaticano II il fiume esce da ogni canale sotterraneo e confluisce, sotto il sole, nel bacino della dichiarazione Nostra Aetate sulle “relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” nella quale l’impostazione neutralizzante di de Vitoria e del razionalismo successivo è sostanza evidente sia delle premesse:
Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino;

come delle conclusioni:
Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano.

L’indifferenza compulsiva con cui nel post-concilio le case editrici cattoliche ufficiali e accreditate presero a pubblicare nelle stesse collane le opere di de Lubac, Theilard de Chardin, Rahner, Küng, Marxsen, Vorgrimler, Lehmann, Metz, Tillich, Schillebeeks, Auer, Häring, Käsemann, Schnackenburg, Schoonenberg, Schweizer, Bultmann, Bonhoeffer, Gogarten, Hulsbosch, testimonia il sorgere di una “nuova patristica” (così all’incirca si espresse Cornelio Fabro) i cui preamboli non sono né luterani né cattolici ma semplicemente razionalistici e moderni. Anche la riforma liturgica, che è di sovente attribuita alla piaggeria conciliare verso i protestanti, sembra piuttosto corrispondere, in maniera assai più profonda e grave, come è stato puntualmente dimostrato dal padre oratoriano canadese Jonathan Robinson nel suo libro The Mass and Modernity (Ignatius Press, San Francisco 2005; it.: Messa e modernità, Cantagalli, Siena 2010), alle esigenze acquisite alla gerarchia cattolica di un pensiero dell’immanenza e dell’io trascendentale.

Nella prospettiva, fin qui delineata, dell’emergenza di un pensiero moderno che ha sin dall’inizio del suo apparire catturato sia la teologia protestante che quella cattolica, e che, seguendo percorsi talora differenti talora di reciproca seppur celata influenza, ha finito per imporsi egualmente in entrambi i campi nella seconda metà del secolo XIX, ci si chiede se veramente l’incontro a Lund tra Francesco e gli esponenti mondiali delle chiese luterane per la celebrazione dei cinquecentesimo anniversario della Riforma possa essere criticato come un cedimento della Chiesa cattolica alle tesi luterane originarie sulla fede in Cristo o se piuttosto non si tratti di un convegno di cultori dell’io trascendentale e delle sue possibilità esistenziali (diritti dell’uomo, solidarietà ed etica mondiale) assisi attorno a un monaco medioevale che per zelo amaro e infinita melanconia distrusse la gloriosa chiesa medioevale. La seconda ipotesi, che appare più probabile, è persino più cupa della prima e richiede un più faticoso approfondimento da parte dei cattolici fedeli alla Tradizione.

lunedì 31 ottobre 2016

In riparazione della commemorazione odierna del 500° anniversario dell'eresia luterana


In riparazione della dissoluzione della fede cattolica odierna nell'eresia luterana, i veri cattolici rimasti recitino oggi la preghiera per conservare la fede di un autentico figlio spirituale di S. Ignazio di Loyola e dottore della Chiesa, S. Pietro Canisio (v. qui).
In versione spagnola, per chi la volesse diffondere in Spagna, rinviamo qui.

Ut inimícos sanctæ Ecclésiæ humiliáre dignéris, te rogámus, audi nos, Domine. 
Ut omnes errantes ad unitatem Ecclesiae revocare, et infideles universos ad Evangelii lumen perducere digneris, te rogamus, audi nos, Domine.

domenica 21 agosto 2016

Se persino un modernista come Romano Guardini scriveva cose simili ...........

Se un modernista progressista (poi approdato ad un certo conservatorismo) ed ispiratore delle "riforme" del Concilio Vaticano II come il Guardini, che vedeva la liturgia come "gioco" alla presenza di Dio, privo di uno scopo (sic!), scriveva cose come quelle che seguono .... beh ... ciò la dice lunga ...., a differenza dei neomodernisti odierni, almeno sulla sua serietà di pensiero ....

venerdì 4 dicembre 2015

800° anniversario della chiusura del IV Concilio Lateranense (30 novembre 1215)

Il 30 novembre di 800 anni fa si chiudeva, di fatto, il famoso IV Concilio Lateranense, con l’approvazione in un sol giorno, durante la III sessione, di ben settanta decreti, che ripristinarono la sana e vera dottrina cattolica, rafforzarono la disciplina ecclesiastica e la pace nell’ordine sociale. Il concilio si concluse con la proposta del 14 dicembre 1215 di una nuova crociata in Terra Santa contro i musulmani: venne concessa l’indulgenza plenaria non solo a chi avesse combattuto, ma anche a quanti avessero solo finanziato le spedizioni. Innocenzo III morì pochi mesi dopo, pertanto la quinta crociata venne organizzata dal suo successore, Onorio III.
Questo sinodo generale fu voluto da papa Innocenzo III dei conti Segni sin dal 1213: era stato, infatti, convocato con la bolla Vineam Domini Sabaoth, emanata il 19 aprile 1213 (in PL 216, col. 823D-827A): «… inter omnia desiderabilia cordis nostri duo in hoc saeculo principaliter affectamus, ut ad recuperationem videlicet terrae sanctae ac reformationem universalis Ecclesiae valeamus intendere cum effectu: quorum utrumque tantam requirit provisionis instantiam ut absque gravi et grandi periculo ultra dissimulari nequeat vel differri. Unde supplicationes et lacrymas frequenter effudimus coram Deo, humiliter obsecrantes quatenus super iis suum nobis beneplacitum revelaret, inspiraret affectum, accenderet desiderium, et propositum confirmaret, facultatem et opportunitatem praestando ad ea salubriter exsequenda. Quapropter habito super iis cum fratribus nostris et aliis viris prudentibus frequenti ac diligenti tractatu, prout tanti sollicitudo propositi exigebat, hoc tandem ad exsequendum praedicta de ipsorum consilio providimus faciendum, ut quia haec universorum fidelium communem statum respiciunt, generale concilium iuxta priscam sanctorum Patrum consuetudinem convocemus propter lucra solummodo animarum opportuno tempore celebrandum: in quo ad exstirpanda vitia et plantandas virtutes, corrigendos excessus, et reformandos mores, eliminandas haereses, et roborandam fidem, sopiendas discordias, et stabiliendam pacem, comprimendas oppressiones, et libertatem fovendam, inducendos principes et populos Christianos ad succursum et subsidium terrae sanctae tam a clericis quam a laicis impendendum, cum caeteris quae longum esset per singula numerare, provide statuantur inviolabiliter observanda circa praelatos et subditos regulares et saeculares quaecunque de ipsius approbatione concilii visa fuerint expedire ad laudem et gloriam nominis eius, remedium et salutem animarum nostrarum, ac profectum et utilitatem populi Christiani».
Il Concilio fu aperto dal grande Pontefice l’11 novembre precedente e e fu lui stesso tenacemente a condurlo felicemente a termine. Si può dire che quest’evento segnò l’apice e senz’altro l’epoca d’oro della Chiesa cattolica durante tutto il Medioevo. Mai più, in seguito, fu toccato questo vertice.
Al Concilio prese parte un numero eccezionale di prelati (i patriarchi di Gerusalemme e Costantinopoli e i rappresentanti di quelli di Antiochia ed Alessandria, oltre 400 tra vescovi e arcivescovi, circa 900 tra abati e priori) e, cosa mai verificatasi in precedenza, i rappresentanti laici di Enrico, imperatore Latino d’Oriente, Federico II, sovrano del Sacro romano impero, quelli dei re di Francia, Aragona, Inghilterra, Ungheria, Gerusalemme e Cipro e dei Comuni lombardi. Ricorda, infatti, lo storico Girolamo Arnaldi: «“Alla antica maniera dei santi padri”, Innocenzo III aveva invitato al concilio i vescovi dell’Oriente e dell’Occidente, gli abati, i priori e anche fatto che costituiva una novità i capitoli delle chiese, nonché dei grandi Ordini religiosi (Cistercensi, Premostratensi, Ospitalieri, Templari) e i sovrani di tutta Europa. Vi presero parte quattrocentoquattro vescovi sia dell’intera Chiesa d’Occidente che della Chiesa latina d’Oriente, nonché un gran numero di abati, canonici e rappresentanti dei poteri secolari. Non vi partecipò nessun greco, benché invitato, oltre al patriarca dei Maroniti e un rappresentante del patriarca di Antiochia» (G. Arnaldi, Lateranense IV, Concilio, in Enciclopedia Federiciana, 2005).
Rileggere oggi quei provvedimenti può essere davvero istruttivo, vedendo quel che ancora ai nostri giorni essi possono dirci. La particolarità è che ci manca davvero un Pastore come fu Innocenzo III. Non a caso sotto di lui e la sua opera illuminata ebbero modo di nascere e svilupparsi gli ordini mendicanti di San Domenico, San Francesco e San Giovanni de Matha.
Nella memoria di S. Pietro Crisologo, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, e di S. Barbara, vergine e martire, rilancio quest’articolo di Rorate caeli


Innocenzo III, Sacro Speco, Monastero, Subiaco

Tomba di Innocenzo III, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma

Lavinia Fontana, Assunzione con i SS. Pietro Crisologo e Cassiano, 1583-84

Wilhelm Kalteysen von Aachen, Pala di S. Barbara con la Santa tra i SS. Felice ed Adautto, con scene della sua vita, 1447 circa, Muzeum Narodowe w Warszawie, Varsavia

Lucas Cranach il vecchio, Martirio di S. Barbara, 1510 circa, The Metropolitan Museum of Art, New York 

Boëtius Adamsz. à Bolswert, S. Barbara, 1625-59, British Museum, Londra

Theodor van Thulden, Martirio di S. Barbara, 1633

Michael Willmann, Martirio di S. Barbara, 1680 circa

800th Anniversary of the Closing of the Fourth Lateran Council (November 30, 1215)

Marble bas relief by Joseph Kiselewski, 1950

On November 30, 1215, this day 800 years ago, the Fourth Lateran Council was formally closed by Pope Innocent III, who had opened it on November 11, and stood strongly behind its provisions. On this day seventy decrees were approved for the restoration of sound doctrine, the strengthening of ecclesiastical discipline, and peace in the civil order. It is a fascinating exercise to return to the decrees of this ecumenical council, therefore a council of the highest order of authority, and see what it has to say to us today.
The Confession of Faith with which the acts of the Council begin is one of the most exquisite documents of the Church’s Magisterium:
We firmly believe and simply confess that there is only one true God, eternal and immeasurable, almighty, unchangeable, incomprehensible and ineffable, Father, Son and Holy Spirit, three persons but one absolutely simple essence, substance or nature. The Father is from none, the Son from the Father alone, and the Holy Spirit from both equally, eternally without beginning or end; the Father generating, the Son being born, and the Holy Spirit proceeding; consubstantial and coequal, co-omnipotent and coeternal; one principle of all things, creator of all things invisible and visible, spiritual and corporeal; who by his almighty power at the beginning of time created from nothing both spiritual and corporeal creatures, that is to say angelic and earthly, and then created human beings composed as it were of both spirit and body in common. The devil and other demons were created by God naturally good, but they became evil by their own doing. Man, however, sinned at the prompting of the devil. This Holy Trinity, which is undivided according to its common essence but distinct according to the properties of its Persons, gave the teaching of salvation to the human race through Moses and the holy prophets and his other servants, according to the most appropriate disposition of the times. Finally the only-begotten Son of God, Jesus Christ, who became incarnate by the action of the whole Trinity in common and was conceived from the ever-virgin Mary through the cooperation of the Holy Spirit, having become true man, composed of a rational soul and human flesh, one person in two natures, showed more clearly the way of life. Although he is immortal and unable to suffer according to his divinity, he was made capable of suffering and dying according to his humanity. Indeed, having suffered and died on the wood of the cross for the salvation of the human race, he descended to the underworld, rose from the dead and ascended into heaven. He descended in the soul, rose in the flesh, and ascended in both. He will come at the end of time to judge the living and the dead, to render to every person according to his works, both to the reprobate and to the elect. All of them will rise with their own bodies, which they now wear, so as to receive according to their deserts, whether these be good or bad; for the latter perpetual punishment with the devil, for the former eternal glory with Christ. There is indeed one universal church of the faithful, outside of which nobody at all is saved, in which Jesus Christ is both priest and sacrifice. His body and blood are truly contained in the sacrament of the altar under the forms of bread and wine, the bread and wine having been changed in substance, by God’s power, into his body and blood, so that in order to achieve this mystery of unity we receive from God what he received from us. Nobody can effect this sacrament except a priest who has been properly ordained according to the church’s keys, which Jesus Christ himself gave to the apostles and their successors. But the sacrament of baptism is consecrated in water at the invocation of the undivided Trinity—namely Father, Son, and Holy Spirit—and brings salvation to both children and adults when it is correctly carried out by anyone in the form laid down by the church. If someone falls into sin after having received baptism, he or she can always be restored through true penitence. For not only virgins and the continent but also married persons find favour with God by right faith and good actions and deserve to attain to eternal blessedness.

Here are some excerpts from other decrees (see here for the full text of all the decrees).
Decree 3, On Heretics:
We excommunicate and anathematize every heresy raising itself up against this holy, orthodox and catholic faith which we have expounded above. We condemn all heretics, whatever names they may go under. They have different faces indeed but their tails are tied together inasmuch as they are alike in their pride. Let those condemned be handed over to the secular authorities present, or to their bailiffs, for due punishment. Clerics [guilty of heresy] are first to be degraded from their orders. The goods of the condemned are to be confiscated, if they are lay persons, and if clerics they are to be applied to the churches from which they received their stipends. … Let secular authorities, whatever offices they may be discharging, be advised and urged and if necessary be compelled by ecclesiastical censure, if they wish to be reputed and held to be faithful, to take publicly an oath for the defence of the faith to the effect that they will seek, in so far as they can, to expel from the lands subject to their jurisdiction all heretics designated by the church in good faith. … Catholics who take the cross and gird themselves up for the expulsion of heretics shall enjoy the same indulgence, and be strengthened by the same holy privilege, as is granted to those who go to the aid of the holy Land. Moreover, we determine to subject to excommunication believers who receive, defend or support heretics. … If, however, he [the heretic] is a cleric, let him be deposed from every office and benefice, so that the greater the fault the greater be the punishment. If any refuse to avoid such persons after they have been pointed out by the church, let them be punished with the sentence of excommunication until they make suitable satisfaction. Clerics should not, of course, give the sacraments of the church to such pestilent people nor give them a Christian burial nor accept alms or offerings from them; if they do, let them be deprived of their office and not restored to it without a special indult of the apostolic see. … We therefore will and command and, in virtue of obedience, strictly command that bishops see carefully to the effective execution of these things throughout their dioceses, if they wish to avoid canonical penalties. If any bishop is negligent or remiss in cleansing his diocese of the ferment of heresy, then when this shows itself by unmistakeable signs he shall be deposed from his office as bishop and there shall be put in his place a suitable person who both wishes and is able to overthrow the evil of heresy.

Decree 14, Clerical incontinence:
In order that the morals and conduct of clerics may be reformed for the better, let all of them strive to live in a continent and chaste way, especially those in holy orders. Let them beware of every vice involving lust, especially that on account of which the wrath of God came down from heaven upon the sons of disobedience [viz., sodomy], so that they may be worthy to minister in the sight of almighty God with a pure heart and an unsullied body. Lest the ease of receiving pardon prove an incentive to sin, we decree that those who are caught giving way to the vice of incontinence are to be punished according to canonical sanctions, in proportion to the seriousness of their sins. We order such sanctions to be effectively and strictly observed, in order that those whom the fear of God does not hold back from evil may at least be restrained from sin by temporal punishment. Therefore anyone who has been suspended for this reason and presumes to celebrate divine services, shall not only be deprived of his ecclesiastical benefices but shall also, on account of his twofold fault, be deposed in perpetuity. Prelates who dare to support such persons in their wickedness, especially if they do it for money or for some other temporal advantage, are to be subject to like punishment.

Decree 21, On yearly confession to one’s own priest, yearly communion, the confessional seal. (Note the assumption is not frequent communion for everyone, but communion for those who are prepared to receive reverently, in a state of grace.)
All the faithful of either sex, after they have reached the age of discernment, should individually confess all their sins in a faithful manner to their own priest at least once a year, and let them take care to do what they can to perform the penance imposed on them. Let them reverently receive the sacrament of the Eucharist at least at Easter unless they think, for a good reason and on the advice of their own priest, that they should abstain from receiving it for a time. Otherwise they shall be barred from entering a church during their lifetime and they shall be denied a Christian burial at death. Let this salutary decree be frequently published in churches, so that nobody may find the pretence of an excuse in the blindness of ignorance. … The priest [in the confessional] shall be discerning and prudent, so that like a skilled doctor he may pour wine and oil over the wounds of the injured one. Let him carefully inquire about the circumstances of both the sinner and the sin, so that he may prudently discern what sort of advice he ought to give and what remedy to apply, using various means to heal the sick person. …

Decree 26, Nominees for prelatures to be carefully screened:
There is nothing more harmful to God’s church than for unworthy prelates to be entrusted with the government of souls. Wishing therefore to provide the necessary remedy for this disease, we decree by this irrevocable constitution that when anyone has been entrusted with the government of souls, then he who holds the right to confirm him should diligently examine both the process of the election and the character of the person elected, so that when everything is in order he may confirm him. … Bishops too, if they wish to avoid canonical punishment, should take care to promote to holy orders and to ecclesiastical dignities men who will be able to discharge worthily the office entrusted to them. …

Decree 27, Candidates for the priesthood to be carefully trained and scrutinized:
To guide souls is a supreme art. We therefore strictly order bishops carefully to prepare those who are to be promoted to the priesthood and to instruct them, either by themselves or through other suitable persons, in the divine services and the sacraments of the church, so that they may be able to celebrate them correctly. But if they presume henceforth to ordain the ignorant and unformed, which can indeed easily be detected, we decree that both the ordainers and those ordained are to be subject to severe punishment. For it is preferable, especially in the ordination of priests, to have a few good ministers than many bad ones, for if a blind man leads another blind man, both will fall into the pit.

Decree 62, Regarding saint’s relics:
The Christian religion is frequently disparaged because certain people put saints’ relics up for sale and display them indiscriminately. In order that it may not be disparaged in the future, we ordain by this present decree that henceforth ancient relics shall not be displayed outside a reliquary or be put up for sale. As for newly discovered relics, let no one presume to venerate them publicly unless they have previously been approved by the authority of the Roman pontiff. Prelates, moreover, should not in future allow those who come to their churches, in order to venerate, to be deceived by lying stories or false documents, as has commonly happened in many places on account of the desire for profit. We also forbid the recognition of alms-collectors, some of whom deceive other people by proposing various errors in their preaching, unless they show authentic letters from the apostolic see or from the diocesan bishop. Even then they shall not be permitted to put before the people anything beyond what is contained in the letters. …

Decree 67, Jews and excessive usury:
The more the Christian religion is restrained from usurious practices, so much the more does the perfidy of the Jews grow in these matters, so that within a short time they are exhausting the resources of Christians. Wishing therefore to see that Christians are not savagely oppressed by Jews in this matter, we ordain by this synodal decree that if Jews in future, on any pretext, extort oppressive and excessive interest from Christians, then they are to be removed from contact with Christians until they have made adequate satisfaction for the immoderate burden. Christians too, if need be, shall be compelled by ecclesiastical censure, without the possibility of an appeal, to abstain from commerce with them. We enjoin upon princes not to be hostile to Christians on this account, but rather to be zealous in restraining Jews from so great oppression. …

Decree 70, Jewish converts may not retain their old rite:
Certain people who have come voluntarily to the waters of sacred baptism, as we learnt, do not wholly cast off the old man in order to put on the new more perfectly. For, in keeping remnants of their former rite, they upset the decorum of the Christian religion by such a mixing. Since it is written, cursed is he who enters the land by two paths, and a garment that is woven from linen and wool together should not be put on, we therefore decree that such people shall be wholly prevented by the prelates of churches from observing their old rite, so that those who freely offered themselves to the Christian religion may be kept to its observance by a salutary and necessary coercion. For it is a lesser evil not to know the Lord’s way than to go back on it after having known it.

Decree 71, Crusade to recover the Holy Land:
It is our ardent desire to liberate the holy Land from infidel hands. We therefore declare, with the approval of this sacred council and on the advice of prudent men who are fully aware of the circumstances of time and place, that crusaders are to make themselves ready so that all who have arranged to go by sea shall assemble in the kingdom of Sicily on 1 June after next—some as necessary and fitting at Brindisi and others at Messina and places neighbouring it on either side, where we too have arranged to be in person at that time, God willing, so that with our advice and help the Christian army may be in good order to set out with divine and apostolic blessing. Those who have decided to go by land should also take care to be ready by the same date. They shall notify us meanwhile so that we may grant them a suitable legate a latere for advice and help. Priests and other clerics who will be in the Christian army, both those under authority and prelates, shall diligently devote themselves to prayer and exhortation, teaching the crusaders by word and example to have the fear and love of God always before their eyes, so that they say or do nothing that might offend the divine majesty. If they ever fall into sin, let them quickly rise up again through true penitence. Let them be humble in heart and in body, keeping to moderation both in food and in dress, avoiding altogether dissensions and rivalries, and putting aside entirely any bitterness or envy, so that thus armed with spiritual and material weapons they may the more fearlessly fight against the enemies of the faith, relying not on their own power but rather trusting in the strength of God. We grant to these clerics that they may receive the fruits of their benefices in full for three years, as if they were resident in the churches, and if necessary they may leave them in pledge for the same time. … In order that nothing connected with this business of Jesus Christ be omitted, we will and order patriarchs, archbishops, bishops, abbots and others who have the care of souls to preach the cross zealously to those entrusted to them. Let them beseech kings, dukes, princes, margraves, counts, barons and other magnates, as well as the communities of cities, vills and towns—in the name of the Father, Son and Holy Spirit, the one, only, true and eternal God—that those who do not go in person to the aid of the holy Land should contribute, according to their means, an appropriate number of fighting men together with their necessary expenses for three years, for the remission of their sins … We therefore, trusting in the mercy of almighty God and in the authority of the blessed apostles Peter and Paul, do grant, by the power of binding and loosing that God has conferred upon us, albeit unworthy, unto all those who undertake this work in person and at their own expense, full pardon for their sins about which they are heartily contrite and have spoken in confession, and we promise them an increase of eternal life at the recompensing of the just; also to those who do not go there in person but send suitable men at their own expense, according to their means and status, and likewise to those who go in person but at others’ expense, we grant full pardon for their sins. We wish and grant to share in this remission, according to the quality of their help and the intensity of their devotion, all who shall contribute suitably from their goods to the aid of the said Land or who give useful advice and help. Finally, this general synod imparts the benefit of its blessings to all who piously set out on this common enterprise in order that it may contribute worthily to their salvation.

(The beautiful bas relief of Pope Innocent III by sculptor Joseph Kiselewski is part of a series of 23 marble relief portraits, by various artists, of famous lawgivers placed over the gallery doors of the Chamber of the House of Representatives in Washington, D.C., installed in 1949-1950. It says something about the 1940s that Pope Innocent III could be chosen, by the American secular government, as one of the great figures in the history of law, under whose gaze the U.S. representatives are to undertake their work. See here for more information.)