Sante Messe in rito antico in Puglia

mercoledì 1 marzo 2017

Scoperte e vita monastica nel deserto della Giudea: Mar Saba e San Gerasimo. Per esperienze nel deserto

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Inno vesperale per la Quaresima: "Audi benigne Conditor"






Aforisma quaresimale sul silenzio dalla Regola di S. Benedetto


Digiuno quaresimale in un aforisma del papa Benedetto XIV


Benedetto XIV, Cost. Ap. "Non ambigimus", 30 maggio 1741

“Immutémur hábitu, in cínere et cilício: jejunémus, et plorémus ante Dóminum: quia multum miséricors est dimíttere peccáta nostra Deus noster” (Joël. 2, 13 - Antiph.) - FERIA QUARTA CINERUM

Dopo il periodo di Settuagesima,  dai tempi di san Gregorio Magno, questo giorno inaugurava a Roma la santa quarantena ed era anche chiamato in capite ieiunii; nel IV sec., esso segnava l’inizio della penitenza canonica che i penitenti pubblici dovevano compiere, al fine di essere assolti il Giovedì santo. Secondo i rituali del VII sec., il mattino di questo giorno i penitenti si presentavano ai sacerdoti deputati a questo ministero nei differenti Titoli e nelle basiliche patriarcali; confessavano i loro peccati e, se questi erano stati gravi e pubblici, ricevevano dalle mani del penitenziere una veste di cilicio ruvido ricoperto di cenere, con l’ordine di ritirarsi in un monastero – un centinaio circa si ergevano all’epoca nell’Urbe – al fine di compiere la penitenza di questa quarantena, che era stata loro imposta. Ecco l’origine delle quarantene che si ritrovano nelle antiche formule di concessione delle indulgenze.
Per il rito della benedizione delle ceneri, il messale attuale conserva ancora un’ultima traccia della cerimonia dell’imposizione della penitenza canonica ai penitenti pubblici.
In origine, il concetto della santità trascendente dello status sacerdotale era così elevato e così vivo, che i ministri sacri non erano ammessi in questa umiliante categoria. Fu verso l’XI sec. che, nella cerimonia di questo giorno, essendo cessata la disciplina della penitenza pubblica, ai penitenti di una volta si sostituirono indistintamente il Papa, i membri del clero ed il popolo romano, che cominciavano da allora a camminare a piedi scalzi e con il capo coperto di cenere sino alla basilica di Santa Sabina, aprendosi così sotto gli auspici di questa santa Martire la penitenza quaresimale. Questa basilica fu fondata (o ricostruita) sotto Celestino I da un certo Pietro, sacerdote illirico, ma una donna chiamata Sabina dové contribuirvi anch’ella, in modo che la basilica ricevette il suo nome, prima che nella stessa vi si trasportasse, dall’area Vindiciani, i resti della martire omonima, Sabina. Gregorio Magno vi intimò la sua famosa litania Septiformis di penitenza, e, nel Medioevo, l’abitazione che vi è annessa servì più volte da dimora del Pontefice. Il papa Silvero vi abitò quando fu esiliato da Roma da Belisario; Onorio III Savelli la munì di muraglie e di torri che sussistono in parte ancora oggi; ed alla morte di Onorio IV, i cardinali vi si riunirono per il conclave che durò circa un anno. Dopo questo tempo, il prestigio della residenza pontificia sull’Aventino decrebbe poco alla volta e l’antico palazzo fortificato divenne finalmente l’asilo pacifico dei Padri Predicatori di san Domenico, che ancora oggi, mostrano con grande venerazione ai visitatori le celle già santificate dalla residenza di san Domenico e di san Pio V. Sotto l’altare maggiore, con le ossa di santa Sabina e di santa Serapia, si conservano i corpi dei martiri di Ficulea sulla via Nomentana: Alessandro, Evenzio e Teodulo.
Tornando all’imposizione delle ceneri, questa nel IX sec. era ancora un rito penitenziale a se stante, senza alcuna relazione con la stazione eucaristica. Verso l’Ora Settima – vale a dire quando il Romano si apprestava a terminare la sua giornata civile di lavoro, per andare a prendere il suo bagno alle terme e disporsi dopo alla coena, che costituiva il principale pasto di tutto il giorno – il popolo, avendo alla sua testa il Papa ed il clero, si raccoglieva dapprima nel titolo di Anastasia, nella stretta valle compresa tra il Palatino e l’Aventino e, da là, al canto lamentoso delle litanie, si dirigeva processionalmente verso la basilica di Sabina. Quando vi era arrivato, l’Introito essendo omesso poiché era già stato eseguito nel tempio della «colletta», si celebrava il sacrificio eucaristico; dopo l’ultima preghiera di benedizione, all’invito del diacono: ite missa est, i fedeli rientravano nelle loro case e rompevano il digiuno.
Sebbene, come abbiamo detto, la penitenza pubblica cominciasse a cadere in desuetudine, l’uso d’imporre in questo giorno le ceneri a tutti i fedeli divenne sempre più generale e prese posto fra le cerimonie essenziali della Liturgia Romana. È difficile dire esattamente in quale epoca si produsse tale cambiamento. Sappiamo solo che nel Concilio di Benevento (1091) Urbano II ne fece un obbligo a tutti i fedeli. Nel XII sec., il rito apparve molto più sviluppato nell’Ordo Romanus del canonico Benedetto, venendo indicate le antifone, i responsori e le preghiere della benedizione delle Ceneri, sebbene queste fossero già in uso fra l’VIII e il X secolo.
Una volta i cristiani si avvicinavano a piedi nudi a ricevere l’ammonimento sul niente dell’uomo. Ancora nel XII sec., lo stesso Pontefice, per recarsi da Sant’Anastasia, dove aveva imposto le ceneri, a Santa Sabina, dov’è la Stazione di questo giorno e dove si celebrava la messa, percorrendo le dolci pendenze dell’Aventino, faceva tutto il tragitto senza calzatura ed in abiti penitenziali, come pure i Cardinali che l’accompagnavano. La Chiesa, in seguito, mitigò questo rigore esteriore; ma continuò a dare valore ai sentimenti interni che deve produrre in noi un rito così espressivo. Prima della comunione, il Suddiacono Regionario avvertiva il popolo: «Crastina die veniente, statio erit in ecclesia Sancti Georgii Martyris ad velum aureum» («Domani la stazione sarà nella chiesa di San Giorgio al Velabro (al vello d’oro)»), e tutti rispondevano: Deo gratias (Ord. Rom. XI, § 34, in PL 78 col. 1038C).
Se il Papa era trattenuto da occupazioni urgenti nell’episcopium del Laterano, un accolito, dopo la messa, immergeva un po’ di cotone nell’olio profumato delle lampade, che ardevano davanti l’altare della chiesa stazionale, e si recava al patriarchium, dove si faceva introdurre alla presenza del Pontefice: Jube, domne, benedicere, gli diceva rispettosamente il chierico. Avendo ottenuto la benedizione, presentava il cotone aggiungendo: «hodie fuit statio ad Sanctam Sabinam, quæ salutat te» («Oggi, la stazione si è svolta a Santa Sabina che Ti saluta»).
Il Papa baciava allora con riverenza questo fiocco di cotone e lo rimetteva al cubicolario, perché, dopo la sua morte, lo mettesse nel suo cuscino funebre (ivi, col. 1038D). Così era costume di fare tutte le volte che il Pontefice non interveniva alla stazione.
Va ricordato che l’odierna sacra funzione incomincia con la benedizione delle ceneri, ottenute dalle Palme benedette l’anno prima nella Domenica che precede la Pasqua. La nuova benedizione ch’esse ricevono in questa circostanza ha lo scopo di renderle più degne del mistero di contrizione e di umiltà che stanno a significare.
Accostiamoci, oggi, perciò a ricevere questo segno penitenziali, seguendo le regole tradizionali fissate dalla Chiesa circa il digiuno e l’astinenza, che abbiamo indicato anche gli anni passati ed a cui rinviamo (v. qui e qui).






sabato 18 febbraio 2017

18 febbraio 1563 - In ricordo del II duca di Guisa, Francesco I di Lorena

Oltre all'eresiarca Lutero, in questo giorno si ricorda il martirio di un autentico difensore della fede cattolica: Francesco I di Lorena, II duca di Guisa, gran Ciambellano di Francia e Gran Cacciatore, insigne condottiero, capo della Lega Cattolica contro gli eretici e vincitore degli Ugonotti protestanti nelle battaglie di Rouen e di Dreux, Morì la sera del 18 febbraio 1563, a causa di un colpo di pistola, per mano di un eretico, Jean de Poltrot de Méré, ad Orleans, che perì, a sua volta, in maniera atroce il 18 marzo successivo. Complice di quest'assassinio fu il re Enrico III, figlio di Caterina de' Medici.
Pure il figlio di Francesco I, Enrico I, duca di Guisa, detto lo Sfregiato, morirà assassinato, sempre per ordine del sovrano di Francia filoprotestante.

François Clouet, Ritratto di Francesco I di Lorena duca di Guisa, 1550-60

Paul Delaroche, L'assassinio del duca di Guisa Enrico, figlio di Francesco, 1834, Musée de Condé, Chantilly


Charles-Barthélémy-Jean Durupt, Il re Enrico III spinge col piede il cadavere del duca di Guisa, Enrico, figlio di Francesco, 1832, Castello, Blois

Prossimamente ..... "L'arte di Dio", ed. Cantagalli



























Per riferimenti, informazioni e prenotazioni, v. Arte di Dio

Mons. Schneider: "Lutero non è un testimone del Vangelo" (stralcio dell'intervista per Rorate caeli). In morte dell'eresiarca tedesco

Il 18 febbraio 1546 moriva suicida l’eretico Martin Lutero, dopo una notte di gozzoviglie. Vi sono varie “testimonianze”, protestanti e cattoliche, su questo ultimo gesto disperato di Lutero.
Qui, ci basti ricordare la principale; quella del suo servo personale, Ambrogio Kuntzell (o Kudtfeld) il quale, colpito nell’animo da quel terribile castigo di Dio sul suo padrone, finì col confessare tutte le particolarità! Ecco la sua testimonianza: «Martin Lutero, la sera prima della sua morte, si lasciò vincere dalla sua abituale intemperanza e con tale eccesso che noi fummo obbligati a portarlo via, del tutto ubriaco, e coricarlo nel suo letto. Poi, ci ritirammo nella nostra camera, senza nulla presagire di spiacevole! All’indomani, noi ritornammo presso il nostro padrone per aiutarlo a vestirsi, come d’uso. Allora - oh, quale dolore! - noi vedemmo il nostro padrone Martino appeso al letto e strangolato miseramente! Aveva la bocca contorta, la parte destra del volto nera, il collo rosso e deforme. Di fronte a questo orrendo spettacolo, fummo presi tutti da un grande timore! Non di meno corremmo, senza alcun ritardo, dai Prìncipi, suoi convitati della vigilia, ad annunziare loro quell’esecrabile fine di Lutero! Costoro, colpiti dal terrore come noi, ci impegnarono subito, con mille promesse e coi più solenni giuramenti, ad osservare, su quell’avvenimento, un silenzio eterno, e che nulla di nulla fosse fatto trapelare. Poi, ci ordinarono di staccare dal capestro l’orribile cadavere di Lutero, di metterlo sul suo letto e di divulgare, dopo, in mezzo al popolo, che il “maestro Lutero” aveva improvvisamente abbandonata questa vita»! Questo è il racconto della morte-suicida di Lutero, fatta dal suo domestico Kudtfeld; un “racconto” che fu pubblicato, ad Anversa, nel 1606, dallo scienziato Sédulius. Il dottor de Coster - subito chiamato! - fu lui che constatò che la bocca di Lutero era contorta, che la parte destra del suo viso era nera e che il collo era rosso e deforme, come se fosse stato appunto strangolato. Questa sua diagnosi la si può verificare su una incisione che Lucas Fortnagel fece subito il giorno dopo la morte di Lutero, e che fu pubblicata da Jacques Maritain nella sua opera: Tre riformatori, a pagina 49 (dell’edizione francese). Lutero, quindi, non morì di morte naturale, come si è falsamente scritto su tutti i libri di storia del protestantesimo, ma morì “suicida” nel suo stesso letto, dopo una lautissima cena in cui, come al solito, aveva bevuto smisuratamente e si era rimpinzato di cibo oltre ogni limite! Sopra il suo letto, un giorno, egli vi aveva scritto: «Papa, da vivo ero la tua PESTE; da morto sarò la tua MORTE»! (Pestis eram vivus, moriens ero mors tua).
Del resto, come poteva morire se non in modo così disperato chi aveva in orrore anche solo il leggere il canone della Messa e che il giorno della sua stessa ordinazione sacerdotale, mentre il suo Vescovo gli conferiva la potestà di consacrare (Accipe potestatem sacrificandi pro vivis et mortuis), si augurava che la terra l’inghiottisse (così ricorda Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia, 20018, con Introduzione di Antonio Pavan e Prefazione di Giovanni Battista Montini, pp. 52-53)?
Nonostante la sua morte suicida, non crediate che sia in Paradiso a godere il pegno dei giusti. Egli, infatti, giace all’Inferno, tormentato di continuo dai demoni, dopo aver rifiutato l’ultima ancora di salvezza che Dio gli aveva offerto. Come abbiamo già ricordato in altra occasione (v. qui).
A questo riguardo assai interessante è il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, Id., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti? Dio, dunque, nella sua infinita misericordia, aveva offerto all’eresiarca un’ultima ancora di salvezza, nella speranza che lo spettacolo del cielo lo inducesse a pentimento ed a resipiscenza per il male commesso, per i voti infranti e per essere stato causa, con le sue empie, dottrine, della dannazione di molte genti ed intere generazioni di uomini.
Che sia dannato, poi, non lo diciamo noi. Ce l’attestano i mistici. Una di queste, come ricordavamo in altre occasioni, fu la Beata Maria Serafina Micheli, elevata agli onori degli altari nel maggio 2011 (v. qui e qui). Come ci racconta don Marcello Stanzione (v. Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele, nonché La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012), nel 1883, la mistica si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero. Si festeggiava, in quel giorno, il quarto centenario della nascita del grande eretico (10 novembre 1483), che spaccò l’Europa e la Chiesa in due, perciò le strade erano affollate, i balconi imbandierati. Tra le numerose autorità presenti si aspettava, da un momento all’altro, anche l’arrivo dell’imperatore Guglielmo I, che avrebbe presieduto alle solenni celebrazioni. La futura beata, pur notando il grande trambusto non era interessata a sapere il perché di quell’insolita animazione, l’unico suo desiderio era quello di cercare una chiesa e pregare per poter fare una visita a Gesù Sacramentato. Dopo aver camminato per diverso tempo, finalmente, ne trovò una, ma le porte erano chiuse. Si inginocchiò ugualmente sui gradini ... d’accesso, per fare le sue orazioni. Essendo di sera, non s’era accorta che non era una chiesa cattolica, ma protestante. Mentre pregava le comparve l’angelo custode, che le disse: “Alzati, perché questo è un tempio protestante”. Poi le soggiunse: “Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l’occasione ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.
Vanno perciò rigettati, in quanto erronei, contrari alla fede, maleodoranti, perniciosi, storicamente falsi, che portano all’esaltazione di un’anima reproba ed al danno di tante anime, tutti quegli insegnamenti “magisteriali”, che dipingono l’eresiarca come un sincero cercatore di un rinnovamento spirituale della Chiesa, come un una persona profondamente religiosa che ardeva di ansia apostolica per la salvezza delle anime (forse chi lo dice dimentica i Discorsi conviviali dell’eresiarca … o che aveva avallato la bigamia: v. qui) o come personaggio il cui pensiero sarebbe asseritamente cristocentrico, un personaggio che aveva idee cattoliche, ecc. (su queste ed altri insegnamenti “magisteriali” sull’eresiarca, in piena continuità tra loro, cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCRline.it, 16.2.2017). Nulla di più fallace ed erroneo. Non foss’altro perché – come ricordato con un aforisma in altra occasione - anche Lucifero aveva buone intenzioni (dal suo punto di vista ovviamente) ed iniziò bene: era un eccelso angelo! Pure Giuda Iscariota iniziò bene: era un discepolo prescelto da Gesù stesso! Pure Ario o Nestorio iniziarono bene (l’uno era prete e l’altro patriarca di Costantinopoli) ed avevano – inizialmente – idee cattoliche … . Chi dice questo non ha inteso che, nella logica del Vangelo, non è detto che chi inizia bene, finisca parimenti bene. Anzi, è vero il contrario. Nella storia della Chiesa, molti Santi hanno iniziato la vita da grandi peccatori, per poi finire bene. È la logica degli operai dell’ultim’ora.
Non a caso, peraltro, la Chiesa ha sempre invitato i fedeli ad invocare da Dio il dono della perseveranza finale, poiché il momento della morte è quello decisivo, più importante persino della nascita: è quello in cui ci si gioca l’eternità. Poco importa – dinanzi a Dio – cosa si sia stati in vita: ciò che conta è come ci si trovi, in rapporto a Dio, al momento della morte. Per questo, invochiamo la Vergine, nell’Ave Maria, di pregare per noi «adesso e nell’ora della nostra morte» (nunc et in hora mortis nostrae), stante la decisività di quell’istante finale nel quale è in gioco l’eternità.
Nel giorno della morte dell’eresiarca, perciò quanto mai appropriato è questo stralcio dell’intervista a Mons. Schneider, nel quale – in maniera chiara – ricorda come Lutero non possa essere definito un testimone del Vangelo. L’intervista è riportata in Rorate caeli, Feb. 16, 2017.

Lucas Cranach il Giovane, Lutero sul letto di morte, 1546, Niedersächsisches Landesmuseum, Hannover.
Il collo di Lutero appare rigonfio e livido: chiaro sintomo della sua morte da soffocamento


Katharina von Bora in abito da lutto, 1546

Martin Luther is Not A Witness to the Gospel Bishop Schneider on Vatican Document 



CFN Intro: On February 16 Rorate Caeli and Adelante la Fe posted a comprehensive video interview with the well-known conservative Bishop Athanasius Schneider of Kazakistan that runs about 48 minutes. The interview covered a myriad of topics, but CFN is spotlighting Bishop Schneider’s magnificent response regarding a recent Vatican document that names the heresiarch Martin Luther as a witness to the Gospel. We know you will benefit from Bishop Schneider’s forthright commentary (JV).

Question: A controversial document from the Pontifical Council for Christian Unity equates Saint Ignatius of Loyola and Saint Francis of Borgia with Martin Luther, calling him a witness to the Gospel. We as Catholics are aware of the serious damage Luther caused to the Church, what should be our position if our ecclesiastical authorities invite us to consider Luther as a witness to the Gospel?

Bishop Schneider. Well, this document is issued by the Pontifical Council for Christian Unity, this Council has no doctrinal authority. We have no need to take seriously this document, which is objectively wrong. It is against the evidence. We cannot put on the same level Luther and Saint Ignatius. This is a contradiction. Luther cannot be a witness to the Gospel, and the Church will not ask us to accept this because it is only a statement from the pontifical Council so it need not be taken seriously.
When we examine in sincerity and honesty Luther and his work, he caused immense damage to the entire Christianity. He divided Christianity. He is not a witness of the Gospel. He denied almost the entire previous tradition from 1500 years. This cannot be a witness to the Gospel who puts himself as the authority to interpret the Word of God. This is against the Faith which Christ gave us and which the apostles transmitted to us in a basic manner – to reject the Holy Tradition as really a fount of revelation and the entire thinking of the Church which the Holy Ghost guided in the dogmatic and doctrinal issues, and this is the case. Luther did not reject [merely] the disciplinary tradition, the pastoral tradition, but he rejected the fundamental doctrinal tradition of the Church. And the doctrinal tradition of the Church is the Gospel. This is Gospel. And when I reject the substance of the entire Apostolic and immutable constant tradition of the Church (in the case of Luther, 1500 years) I am rejecting the Gospel.
For example, in Kazakistan where I am living there was a holy martyr priest who was beatified, Blessed Oleksa Zarytsky whom my parents had known personally, he blessed me when I was a child. This priest was from the Byzantine Rite, but Catholic. And the Communist asked them not to deny Christ, not to deny the sacraments, but only to deny one point of the Gospel: the primacy of Peter, the papacy (which is in the Gospel). Blessed Oleksa told the tribunal, “If I would deny this point on the primacy of Peter, I will deny entire Gospel. I will be the anti-witness of the entire Gospel.” This is in our time, he died in 1963.
So, in the case of Luther, he rejected the heart of the Church, which is the Eucharist. He rejected the sacrificial essence and substance of the Eucharistic celebration, and this is the heart of the Church – the Eucharist. This is just one example. So how could one be a witness to the Gospel when he rejects the heart of the Church, the sacrificial nature of the Mass itself? 
Luther called the Mass an invention of the devil, a blasphemy. He called the papacy an invention of satan. How can we name this person as a witness? When we do this, we don’t believe in the sacrificial character of the Mass, or we don’t believe in the primacy of Peter, or we don’t believe in the Catholic manner of the unchangeable doctrinal tradition of the Church, or we are committing a lie and playing only a game of political correctness. This is very dishonest. Or we have an intellectual position of relativism, that truth and untruth are the same. And so in this case when this document from the Pontifical Council states that Luther is more or less the same level as St. Ignatius, they are putting truth and error at the same level. This is the position of philosophical and theological relativism. And this is very dangerous.
So I think we need not take this document seriously, because it has no doctrinal authority. It is in itself contradictory and completely wrong. This document will not last for many years. Because the Church is more powerful, the unchangeable truth is more powerful than this weak and very wrong document. It will pass away with time.

Fonte: Catholic Family News, Feb. 17, 2017

mercoledì 15 febbraio 2017

"O lingua benedicta" - Antifona nella Traslazione delle reliquie di S. Antonio o Festa della Lingua



A Padova la Traslazione delle sacre reliquie di sant’Antonio di Padova, Prete dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa. Nell’aprire la cassa di ruvido legno che conteneva le venerande spoglie, san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dei Minori, che presiedeva la sacra funzione si accorse con stupore che la lingua del santo era incorrotta. Mostrando la preziosa reliquia ai fedeli, esclamò: «O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio».







In onore di S. Antonio da Padova (o da Lisbona):