Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 1 gennaio 2024

"Gli fu imposto nome Gesù ....". Auguri di buon anno 2024

Buon 2024 dell'era cristiana a tutti i nostri lettori.

Non auguri convenzionali e di circostanza, ma auguri cattolici di fare tesoro e saper mettere a frutto le opportunità che il Signore vorrà donarci in questo nuovo anno, che oggi si apre.

Quest'anno, nel mondo cattolico, sarà ricco di ricorrenze significative. Nell'anno appena trascorso abbiamo celebrato i 700 anni della canonizzazione di S. Tommaso d'Aquino (18 luglio 1323) nonché gli 800 anni dell'approvazione della Regola francescana da parte di papa Onorio III (29 novembre 1223) e dell'istituzione del primo Presepe a Greccio (24 dicembre 1223); nel nuovo anno ricorderemo i 750 anni dalla morte del Doctor Angelicus (7 marzo 1274) e gli 800 anni dalla stimmatizzazione di S. Francesco d'Assisi (14 settembre 1224). 350 anni fa, infine, nel 1674, il Cuore di Gesù apparve a S. Margherita M. Alacoque “circondato da una corona di spine simboleggianti le ferite inferte dai nostri peccati e sormontato da una croce significante che, dai primi istanti della sua incarnazione, e, cioè, dal momento in cui il Sacro Cuore era stato formato, la croce vi era stata piantata e dal primo istante era stato pieno d'ogni amarezza”. 

Ricorrenze, quindi, assai significative. Da ricordare.

Buon 2024, quindi, a tutti i nostri lettori, sotto lo sguardo materno di Maria SS.

Orazio Gentileschi, Circoncisione di Gesù, 1605-07, Pinacoteca civica Francesco Podesti, Ancona

Giovanni Francesco Guerrieri, Circoncisione di Gesù, 1614-17, chiesa di San Francesco, Sassoferrato


Alessandto Capalti, Circoncisione di Gesù, 1845, Chiesa del Gesù, Roma

Giovanni Gasparro, Salvator mundi, 2015, collezione privata



Carlo Dolci, Madonna con Bambino Gesù, XVII sec., Galleria Borghese, Roma 

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino Gesù dormiente, detta Madonna del Velo, 1650-60, Palazzo dei Musei, Modena 

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino, XVII sec.

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino e S. Giovannino, ispirata alla Madonna della seggiola di Raffaello, XVII sec., collezione privata

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino che le porge un frutto, 1660, Galleria Nazionale di S. Luca, Roma


Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, Madonna con Bambino, XVII sec., collezione privata

lunedì 12 settembre 2016

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

Nella festa del santissimo Nome di Maria, che il Sommo Pontefice Innocenzo XI ordinò che si celebrasse per l'insigne vittoria riportata a Vienna, in Austria, in questo giorno dell’anno 1683, contro i Turchi, col patrocinio della stessa Vergine dalle truppe cristiane.




Fermo Forti, Gloria del Nome di Maria, XIX sec., Carpi

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

di M.F.

Sono molti gli articoli ed i programmi “a tesi” preconfezionate, propinati al grande pubblico. Lo sono da decenni, in modo sempre più invasivo, capillare, metodico. Complici il sonno delle coscienze, la crisi della morale ed una crescente ignoranza, sono riusciti progressivamente a condizionare il dibattito culturale, accademico, politico, sociale, giurisprudenziale e medico, a drogare i costumi, ad ottundere le menti, privandole di qualsiasi capacità critica e degli strumenti necessari per svilupparla. La generazione dei reality e degli imbonitori tv è stata indotta a bersi come vero tutto, ma proprio tutto quanto diffuso dai media, autentica stampella del “pensiero unico” dominante, pronto ad emarginare senza pietà o esitazione qualsiasi voce contraria o stonata, in nome del democraticismo universale, buono solo per chi canti col coro.
L’ennesima conferma in tal senso è giunta dal programma emesso da Radio3 lo scorso 8 settembre, 109 anni dopo l’enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. A condurlo, è stato chiamato Alfonso Botti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio-Emilia. La sua non è certo una voce super partes: è infatti condirettore della rivistaModernism, che lui stesso, nel corso della trasmissione, cedendo ad una tentazione autopromozionale, ha definito erede del modernismo storico. E’ chiaro, dunque, in partenza, affidandogli una trasmissione sulla Pascendi, quale potesse essere il taglio datole. Colpisce ma non stupisce, osservando il curriculum del professore, il fatto che abbia insegnato anche all’Università Cattolica di Milano.
Dal primo all’ultimo secondo, la mezzoretta radiofonica ha rappresentato un pervicace e studiato attacco a San Pio X ed alla sua enciclica, porto però in quel modo elegante, ammiccante, pacato ed intellettuale, ch’è tipico dei salotti buoni del progressismo nostrano, adusi a confonder le acque, dando alle cose un altro nome: non modernismo, dunque, bensì «riformismo religioso», ch’è altra cosa dalla «somma di tutte le eresie» fieramente osteggiata dal Santo Pontefice per salvar anime. Una ridefinizione tuttavia, questa, tutt’altro che innocente, poiché tale da far pensare che vi fosse alcunché da cambiare, qualche errore da correggere; inoltre, già nella formulazione tale da solidarizzare con quell’altro “riformatore”, lo scomunicato Lutero, oggi tornato prepotentemente di moda e quasi quasi sospinto a forza sugli altari dal laicismo imperante e dai settori più protestantizzati della Chiesa.
Cosa abbia rappresentato (e rappresenti) il modernismo, alla fin fine, scaltramente, nel corso dell’intera trasmissione non è mai stato detto. L’ascoltatore ignaro non ha appreso come tale ideologia mirasse (e miri) non ad una o più verità di Fede, bensì alle radici stesse della medesima, ritenendola nient’altro che un fenomeno della coscienza soggettiva, rielaborato dall’intelletto umano e passibile di mutevolezza di formule e contenuti, a seconda delle situazioni e delle epoche. Si è parlato piuttosto nel corso del programma di «repressione curiale», definita «brutale e carica di pesanti conseguenze», senza tuttavia dir come e quando, con supponenza apodittica.
Le 65 proposizioni moderniste condannate dal decreto del S. Uffizio Lamentabili sane exitudel 3 luglio 1907 e l’anatema al modernismo contenuto nell’enciclica Pascendi dominici gregisnon sono stati considerati per ciò che furono ovvero una legittima difesa dall’incombente pericolo, bensì liquidati sommariamente come «una curvatura conservatrice ed integralista del Cattolicesimo», che «rese il mondo cattolico impermeabile alla democrazia, più autoritario, facilitandone negli anni successivi l’esposizione al fascismo in Italia ed al nazismo in Germania», giungendo così ad una grossolana, dozzinale ed ingiustificata (né giustificabile) mistificazione storica, capace di piegare l’analisi scientifica dei fatti ai capricci della bieca ideologia.
Il Sodalitium Pianum, associazione fondata a Roma nel 1909 da mons. Umberto Benigni allo scopo di vigilare sull’insegnamento nei seminari e nelle università, affinché qui non fosse diffuso l’errore, benché benedetta a più riprese da San Pio X, è stata grottescamente presentata in trasmissione come «un’associazione segreta e spionistica», che, «attraverso la delazione e la denigrazione, cercava di individuare gli autori modernisti», ricorsi a pseudonimi dopo la condanna della Pascendi. Allo stesso modo pollice verso sulle misure mirate alla difesa del Deposito della Fede, contenute nella parte dispositiva dell’enciclica e culminate nel giuramento antimodernista del 1 settembre 1910, cui si dovevano sottoporre tutti coloro che assumessero un incarico ufficiale nella Chiesa.
Secondo Botti, in quel periodo la Chiesa «spezzò delle vite» per aver sospeso a divinis preti indegni dell’abito indossato; «molti docenti nei seminari persero il posto», in realtà solo trasferiti ad altro incarico, trattandosi di sacerdoti. Affermazioni date in pasto agli ascoltatori, senza minimamente porsi domande sulle ragioni di tali provvedimenti. Ciò avrebbe permesso di riconoscere il volto di una Chiesa ancora credibile, ancora autorevole, ancora salda nella Dottrina e preoccupata della difesa del gregge affidatole da Dio, anziché la sua parodia proposta dal conduttore del programma, quella di una Chiesa pronta a premiare «la piaggeria, l’obbedienza cieca», a mortificare «l’intelligenza, la libera ricerca, la coscienza, l’autonomia di pensiero». E’ triste constatare come un accademico, quindi un uomo di ricerca, riesca con le lenti deformanti dell’ideologia a prodursi un’immagine di vicende ed uomini tanto lontana dalla realtà e dalla Storia, insegnandola ad altri e reiterando quindi l’errore nelle generazioni a venire. Di contro, è tempo che la Storia si riappropri di San Pio X, il cui intento fu quello di ricondurre la Cattolicità nel solco profondo della Tradizione tridentina, senza sbavature.
«Nonostante sia un tema studiato, la sua grande attualità è stata del tutto ignorata nel dibattito culturale pubblico degli ultimi anni»: così Botti ha concluso il suo programma. E finalmente un’affermazione, sulla quale trovarsi d’accordo, ma per motivi opposti. Se l’argomento non fosse stato trascurato, infatti, ora molti più ascoltatori avrebbero le categorie storiche e le nozioni necessarie, per cogliere gli elementi di propaganda e gli abusi, di cui sono intrise la campagna diffamatoria e la tattica della disinformazione diffuse ancora oggi dal modernismo tristemente imperante.

lunedì 22 febbraio 2016

Un brano evangelico misterioso ed il Nome di Dio celato nel Titulus Crucis

Oggi, lunedì della II settimana di Quaresima, viene letto – nella Messa tradizionale – quale brano evangelico una lezione tratta dal Vangelo di Giovanni, 8, 21-29.
Si tratta di uno strano testo, che riferisce le parole di Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono, Ἐγώ εἰμί» (Gv. 8, 28). Parole misteriose. Molti hanno dato a queste un significato puramente teologico, quasi a voler dire che il Signore, con quelle parole, pur esprimendo la maestà della Divinità e la sua origine ed inseparabilità dal Padre, indicasse che molti sarebbero giunti alla fede mediante la sua passione e morte.
Certo, il testo in questione si muove in un contesto di fede. Ma non ci si è interrogati a sufficienza se quelle parole non siano in realtà una profezia di ciò che sarebbe accaduto.
Che intendiamo dire?
Almeno un decennio fa è stata avanzata l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che il famoso Titulus Crucis, che recava il motivo della condanna a morte di Gesù, nella sua parte ebraica, ישוע הנצרי ומלך היהודים (Jeshu[a’] HaNozri WeMelek HaJehudim), Gesù Nazareno e re dei Giudei (con l’inserimento obbligatorio, per ragioni grammaticali, di una congiunzione e), fosse l’acronimo del nome impronunciabile di Dio, Jahwé (JHWH), il famoso tetragramma (יהוה). Per cui, Pilato, forse inconsapevolmente o meglio guidato ed ispirato da Dio, aveva sancito legalmente, cioè in un titolo legale qual era il titulus, che recava il motivo della condanna, la Divinità di quell’Uomo che era appeso alla Croce. Ciò spiegherebbe la reazione stizzita dei sommi sacerdoti (evidentemente Anna e Caifa), come scrive l’attento Giovanni: «I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”» (Gv. 19, 21). E non a caso i sommi sacerdoti, in quanto il nome di Dio, all’epoca di Gesù, era noto solo al sommo sacerdote, che, una volta l’anno, nel giorno dell’Espiazione, Yom Kippur o Yom haKippurim, accedeva nel Santo dei Santi del Tempio, pronunciando, lontano da orecchie indiscrete, dieci volte, il nome dell’Eterno (essendo solo a lui note, per rivelazione divina, le vocali), sebbene la Mishna dica enfaticamente che la voce del gran sacerdote risuonasse sino a Gerico quando pronunciava il Nome nel giorno delle Espiazioni. Peraltro, probabilmente, lo pronunciava alzando le mani al di sopra dello ziz, cioè al di sopra del suo diadema, come prescritto dal Levitico (Lv. 9, 22). 
Pilato rimase provvidenzialmente fermo nella sua decisione: Quod scripsi, scripsi (Gv. 19, 22).
Proprio sulla Croce, dunque, abbiamo l’attestazione, il titolo legale della divinità di Cristo, accertata e sancita con i crismi della legge e secondo diritto dall’autorità giudiziaria romana.
Ecco realizzate quelle misteriose parole profetizzate dal Cristo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono»!
Tralasciando la questione circa l’espressione Nazareno o Nazireo, che è stata approfondita dalla studiosa Maria Luisa Rigato, che, in ogni caso, non sposta molto i termini del tema che stiamo affrontando, e dando per buona la tradizionale espressione di Nazareno, si potrebbe obiettare che il risentimento dei sommi sacerdoti fosse dovuto al fatto che Pilato, che odiava il popolo giudaico, avesse voluto con quella scritta, accostando “Nazareno” ai “giudei”, prendersi gioco ed irridere quegli uomini, che detestavano i galilei perché colpevoli di essersi contaminati con i gentili e ritenuti perciò, dagli abitanti della Giudea, come burini e contadini bifolchi ed ignoranti, che avevano una parlata assai caratteristica e buffa (i galilei si “mangiavano” le vocali, facendo cadere le consonanti ed avevano una pronuncia delle gutturali abbastanza ruvida, non liscia come i giudei) e dalle cui terre provenivano spesso demagoghi e sobillatori (si pensi al caso di Giuda il Galileo, fondatore della setta degli zeloti, a cui accenna Gamaliele: At. 5, 37). Per questo, non potevano accettare che dalla Galilea potesse provenire il Messia: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?», domandava Natanaele/Bartolomeo a Filippo di Betsaida (Gv. 1, 46). Figuriamoci addirittura un Re dei giudei!
Questa spiegazione, tuttavia, sebbene possa apparire credibile guardando con gli occhi di un Pilato, il quale probabilmente approfittò dell’occasione per arrecare uno sfregio ai giudei, tuttavia non appare pienamente soddisfacente se si guarda alla vicenda con gli occhi dell’Evangelista Giovanni. Egli annota che chi chiese a Pilato di modificare la scritta non fu il popolo giudaico, che, in fondo, era abituato a questi tiri del Procuratore («Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; …»: Gv. 19, 20). L’Evangelista, in maniera attenta, non annota particolari reazioni da parte dei lettori giudei appartenenti al popolo. Al contrario, furono i sommi sacerdoti a reagire: non l’intera classe sacerdotale dunque, ma solo i sommi sacerdoti. E ben a ragione, visto che il nome di Dio era noto solo a loro. Del resto, si dimentica talora che la classe sadducea – da cui provenivano i sommi sacerdoti – era sostanzialmente collaborazionista e piuttosto ossequiosa verso il Procuratore. Per cui, non v’era motivo di scomodarlo nuovamente, dopo aver ottenuto la condanna di quel Malfattore, per …. il motivo della condanna. Non v’era ragione se non vi avessero visto nulla che toccasse la loro fede così nel profondo: il Nome di Dio appunto. Per i sommi sacerdoti significava che, alla vigilia della loro Pasqua, era stato crocifisso dall’autorità romana, ma su loro richiesta, un Uomo il cui nome era Yahwé, il loro Dio. Si realizzava così pure la prescrizione di Es. 28, 36-38, dove si dice che il Kohèn Gadòl (Sommo Sacerdote) recava inciso sul diadema d’oro, che portava sulla fronte, detto ziz, il nome di Dio (Qodesh le JHWH, cioè Santo a JHWH), per prendere su di sé le colpe commesse dai figli d’Israele e, per loro, ricevere la grazia, il favore di YHWH. Gesù, dunque, era davvero il nuovo Sommo Sacerdote della Nuova ed Eterna Alleanza (Eb 2,17; 3,1; 4,14.15; 5,1.6; ecc.), che, quale Servo di JHWH, secondo Isaia, doveva portare i peccati di molti (Is. 53, 11-12).
In sintesi:
Gesù il Nazareno Re dei Giudei:
(Latino) - Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum – INRI
(Greco) - Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων -ἸηΝβο (INBI)
(Ebraico) - יהוה - ישוע הנוצרי ומלך היהודים (YHWH)
Per riferimenti, Daniele di Luciano, Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica, in Il Timone, 5.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 4.2.2016;
don Curzio Nitoglia, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, ossia JHWH, in blog don Curzio Nitoglia, 25.2.2016, nonché in Radiospada, 7.4.2020;


Ermes Dovico, Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce, in LNBQ, 10.4.2020.



domenica 3 gennaio 2016

L’indulgenza non è una tregua - Editoriale di gennaio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa del SS. Nome di Gesù e di S. Genoveffa, vergine, nonché nel ricordo che il 3 gennaio 1521, Papa Leone X, con la Bolla Decet Romanum Pontificem, scomunicò il Porcus Saxoniae, Martin Lutero («Decet Romanum pontificem, ex tradita sibi divinitus potestate, poenarum spiritualium et temporalium, pro meritorum diversitate, dispensatorem constitutum, ad reprimendum nefarios conatus perversorum quos noxiae voluntatis adeo depravata captivat intentio, ut, Dei timore postposito, canonicis sanctionibus mandatisque apostolicis neglectis atque contemptis, nova et falsa dogmata excogitare, ac in Ecclesia Dei nefarium scisma inducere [...] contra tales eorumque sequaces acrius insurgere ...»), rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di gennaio 2016, già riportato da Chiesa e postconcilio.



Monogramma JHS, Chiesa del Gesù, Roma




Anonimo, S. Genoveffa dinanzi all'Hôtel de Ville di Parigi, XVII sec., Musee Carnavalet, Parigi



Scuola fiamminga, S. Genoveffa sorveglia il suo gregge, 1575-1600, Musée Carnavalet, Parigi

S. Genoveffa, vetrata, église Saint-Étienne, Chanonat





L’INDULGENZA NON È UNA TREGUA

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 1 - Gennaio 2016


Perché la Chiesa ha fatto gli Anni Santi, perché ha pensato ai Giubilei con le loro indulgenze plenarie? Semplicemente perché gli uomini devono tornare a Dio, allontanandosi dal peccato che causa loro la morte eterna. Non c’è altra ragione, non ce n’è proprio un’altra!
Si assiste a una strana insistenza sulla misericordia di Dio, che suona straniera, molto straniera ad orecchie cattoliche. Si sente parlare del Signore che perdona sempre, ma questa insistenza non è mai preceduta e accompagnata dal ricordo della gravità del peccato, con le sue mortali conseguenze.
È la solita storia: si prendono verità cattoliche, le si isolano da tutto il resto, trasformandole così in qualcosa d’altro. È la tecnica per fondare una nuova Chiesa, la chiesa dell’umanità che non è più la Chiesa di Cristo.
E tutto questo ha qualcosa di illogico, di non ragionevole: perché mai il Signore ti accoglierebbe con misericordia, se non perché tu hai bisogno di essere strappato dal peccato e dalla morte?
Ma no! oggi va di moda, e proprio nella Chiesa, parlare della bontà accogliente di Dio, senza richiamare la gravità del peccato, di ogni peccato. Anzi, chi ancora nella Chiesa si attarda a denunciare il male e la sua gravità, viene visto come nemico della misericordia di Dio, da eliminare come falso apostolo, affinché la bellezza della “nuova chiesa” possa finalmente risplendere.
Quanti disastri morali si compiranno in questo Anno Santo, se non si tornerà alla Misericordia vera, quella di Cristo, che accogliendoti in pianto per i tuoi peccati, ti perdona e ti dice “d’ora in poi non peccare più”.
La misericordia di Dio, quella di Cristo, non può mai essere disgiunta dalla condanna ferma del peccato, di ogni peccato. Anzi, è proprio insegnando la gravità del peccato che la Chiesa ha sempre aperto i cuori alla vera misericordia di Dio.
Il beato Cardinal Newman ha parole impressionanti proprio sulla necessità della condanna severa del peccato. Parlando del compito dottrinale della Chiesa così si esprime:
“Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell’umanità. L’uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l’intervento divino; e la denunzia della ribellione dev’essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio” (Apologia pro vita sua, cap. V).
Non c’è che dire, il grande Cardinal Newman, spacciato troppe volte per anticipatore della confusione conciliare, su questo è chiaro: la ribellione dell’uomo a Dio va denunciata, e questa denuncia sta all’inizio del parlare della Chiesa, viene prima di tutto, con essa incomincia tutto!
Ma continuiamo con Newman:
“La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla” (ibid.)
Altro che la confusione che ci circonda e ci sommerge! Altro che questa confusione seguita al sinodo sulla famiglia, che ben ha preparato la confusione del giubileo.
La mancanza della denuncia del peccato è di fatto un scendere a patti col peccato; così è percepita dai più.
È colta come una tregua, come una rinuncia della Chiesa alla lotta contro il male e il demonio. È colta come un cambiamento di morale, come un depennare alcuni comandamenti dal decalogo, per far tregua con il mondo che non vuole cambiare.
Sì, si rischia di intendere l’Anno Santo, con la sua misericordia “larga”, come una grande tregua al peccato, che prelude alla nascita di una nuova chiesa pacificata col mondo moderno, che di cambiare non ne ha proprio voglia: che illusione mortale!
Illusione mortale, quella di pensare di conquistare il mondo con un perdono che non richiede il dolore del peccato e il proponimento di non commetterlo più! Illusione mortale, quella di pensare di riempire le chiese non chiedendo più niente alle anime. Illusione mortale, quella di pensare di spalancare le porte a tutti senza chiedere nulla: entreranno forse in molti, ma occuperanno una chiesa debole, che si trasformerà in loro; e dopo averla resa simile alla loro casa confusa da cui provenivano, la rigetteranno per l’ennesima volta come una chiesa inutile.
Ma sì!: cosa se ne fanno gli uomini di una chiesa che benedice senza avere più la voglia di convertire? Cosa se ne faranno di una chiesa che ha rinunciato alla grande opera di Cristo, quella di salvare le anime, suscitando e consacrando con la Grazia la loro vera conversione? Cosa se ne faranno di una chiesa che, infedele al suo maestro, si vergogna di ripetere le sue parole sante: “Va, i tuoi peccati sono perdonati, e d’ora in poi non peccare più, perché non ti capiti qualcosa di peggio” ?
Ma ascoltiamo ancora il grande Henry Newman:
“La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo” (ibid).
È ancora così la nostra coscienza cattolica? È inteso ancora così il compito della Chiesa?
Carissimi, il compito della Chiesa non può cambiare, perché Cristo non cambia. Non fidiamoci dei falsi maestri che scambiano il perdono, l’indulgenza plenaria, con una “tregua” dal sapore troppo umano che sa di diabolico.
La Chiesa è stata posta come baluardo per la salvezza delle anime dal male, dall’abisso del peccato.
“All’intensità del male che si è impossessato del genere umano, è stato contrapposto un potere capace di fronteggiarlo; e il primo atto di questo potere istituito da Dio è ovviamente una sfida al nemico. Questo preambolo dà un senso alla posizione della Chiesa nel mondo, e dà una chiave per interpretare tutto il suo insegnamento e la sua condotta attraverso i secoli.” (ibid).
Ecco perché una Chiesa che intende la misericordia come “tregua” è un puro non senso, è la distruzione della Chiesa stessa. Una Chiesa così ridotta non avrà più una posizione nel mondo... anzi, non l’ha già più.
Preghiamo il Signore e la Vergine Maria, perché ci concedano pastori secondo il cuore di Dio, che non temano di fronteggiare il peccato, di porsi come sfida al nemico.
E a noi tutti dia l’intelligenza per riconoscere pastori così.

Fonte: Radicati nella fede, 30.12.2015

sabato 12 settembre 2015

“In perículis, in angústiis, in rebus dúbiis Maríam cógita, Maríam ínvoca. Non recédat ab ore, non recédat a corde; et, ut ímpetres ejus oratiónis suffrágium, non déseras conversatiónis exémplum. Ipsam sequens, non dévias; ipsam rogans, non despéras; ipsam cógitans, non erras; ipsa tenénte, non córruis; ipsa protegénte, non métuis; ipsa duce, non fatigáris; ipsa propítia, pérvenis: et sic in temetípso experíris quam mérito dictum sit: Et nomen Vírginis María” (Homilia 2 sancti Bernárdi Abbátis super Missus est – Lect. VI – II Noct.) - SANCTISSIMI NOMINIS MARIÆ

La festa odierna fu istituita dal papa il beato Innocenzo XI per celebrare i fasti della vittoria dei cristiani, sulle armate islamo-turche, nella famosa battaglia di Vienna del 1683. Il martirologio romano tradizionale annota riguardo alla data odierna: "Festum sanctíssimi Nóminis beátæ Maríæ, quod Innocéntius Undécimus, Póntifex Máximus, ob insígnem victóriam de Turcis, ipsíus Vírginis præsídio, Vindobónæ in Austria reportátam, celebrári jussit".
Amara,  Signora del mare, o amata da Dio, secondo l’interpretazione che si vuole dare al nome di Maria, è sempre il nome di nostra Madre celeste, il nome che Gesù bambino ha balbettato per primo, il nome che, dopo quello di Gesù, racchiude tutta la nostra speranza di salvezza. I santi, e specialmente san Bernardo e san Gabriele dell’Addolorata, vedono nel Nome dolcissimo di Maria tutte le qualità e le prerogative che i Dottori trovano nel Nome del Salvatore: luce, forza, dolcezza, protezione; tanto che i pii fedeli non desiderano altro che rendere la loro anima a Dio pronunciando i santi Nomi di Gesù e di Maria, prima di andare a contemplarli in cielo. San Pio X ha accordato delle preziose indulgenze a questa devota invocazione.
San Bernardo è stato uno dei panegeristi più eloquenti del santo Nome di Maria. Ogni anno, il mercoledì dei Quattro Tempi di dicembre, egli aveva costume di fare ai suoi monaci di Clairvaux un discorso sul Vangelo del giorno ed, in questa circostanza, egli ha pronunciato degli elogi magnifici del santo Nome di colei che fu l’unica degna di parlare con Gesù. Alcuni di questi elogi, dovuti al santo Abate, sono raccolti nel Breviario tradizionale.
Vicino alla basilica Ulpia nel Foro di Traiano, la Roma cristiana possiede una bella chiesa dedicata al santo Nome di Maria (Chiesa del Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano), costruita a metà del ‘700 (cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 253-254), e che costituisce una delle due cosiddette “chiese gemelle” del Foro Traiano (che poi tali non sono per niente, ancor meno di quelle di piazza del Popolo), insieme alla vicina Santa Maria di Loreto. Vi si conserva un’antica immagine, risalente al XIII sec., della Madre di Dio proveniente dell’oratorio di San Lorenzo in Laterano.
Un’altra chiesa esiste nel quartiere Appio-latino, dedicata al Santissimo Nome di Maria. Questa, costruita nel 1980, è stata dedicata nel 1981. Essa è titolo cardinalizio dal 1985.


Ambito comasco, Venerazione del nome di Maria, XVII sec., museo diocesano, Como




Andreas Stech, Giovanni III Sobieski, vincitore della battaglia Chocim del 1673 contro gli ottomani, Galeria Malarstwa Polskiego - Zaścianek, Cracovia



Jan Matejko, Giovanni Sobeiski trionfante a Vienna manda il messaggio della vittoria al Papa, 1883, Musei Vaticani, Roma

sabato 28 marzo 2015

“A Nicoláo quinto contra Judæos et Saracénos generális inquisítor in Itália constitútus, plúrimos ad Christi fidem convértit … In Germánia aliísque provínciis Dei glóriam sexennáli ministério mirífice auxit, Hussítis, Adamítis, Thaborítis, Hebræísque innúmeris doctrínæ veritáte ac miraculórum luce ad Ecclésiæ sinum tradúctis” (Lect. V – II Noct.) – SANCTI JOANNIS A CAPISTRANO, CONFESSORIS

Morto il 23 ottobre 1456, fu inquisitore sotto diversi papi, combattendo le eresie ed i turchi. Canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII, la sua festa fu iscritta nel calendario dal Leone XIII sotto il rito semidoppio nel 1890. Di III classe dal 1960. Il 1° aprile 1984, Giovanni Paolo II l’ha nominato patrono dei cappellani militari del mondo intero.
Durante questo periodo quaresimale, i nostri avi, sino al XVII sec., erano molto sobri nella celebrazione di feste di santi e ciò per non distogliere dal più grande raccoglimento e, sotto la direzione illuminata della liturgia, dagli esercizi di penitenza e di purificazione che devono prepararci a celebrare la solennità pasquale. L’affievolirsi della fede in questi ultimi secoli ha consigliato alla Chiesa di addolcire molto l’antica disciplina quaresimale, per adattarla alla debolezza degli spiriti moderni; ne è risultato che questo santo periodo, non differenziandosi più dal resto dell’anno, vede la stessa sua liturgia meno compresa e passata in secondo piano.
Quasi tutti i giorni che, nel calendario romano di san Pio V, erano ancora liberi dall’ufficio di santi, furono dunque posteriormente occupati da nuovi uffici, belli senza dubbio, ed importanti dal punto di vista storico e teologico, ma che hanno tuttavia l’inconveniente di aver rotto, ovvero di aver quasi distrutto questo ciclo meraviglioso così antico e profondamente teologico, che è la liturgia di Quaresima.
Noi siamo ben lontani dall’età d’oro in cui la preparazione alla Pasqua esigeva la chiusura dei teatri e dei tribunali; all’epoca, tutto il mondo romano, a cominciare dai Basileus di Bisanzio, si cingevano di cilicio e si coprivano di cenere ed il digiuno rigoroso sino al tramonto del sole era così universale che sembrava essere divenuto piuttosto che un atto particolare di devozione una delle forme essenziali del culto del mondo romano e cristiano.
Oggi, per i tiepidi fedeli del nostro secolo, la santa Quarantena non comporta più, per così dire, alcun cambiamento nella vita ordinaria dell’anno; anche la sacra liturgia che, in pratica, è sempre stata, in tutti i tempi, un riflesso esatto dello spirito cristiano dell’epoca, si limita pur essa, durante la maggior parte della Quaresima, ad aggiungere all’ufficio divino in onore del santo del giorno una commemorazione speciale della feria corrente.
Tuttavia, san Pio X, fedele al suo programma di restaurare tutto in Cristo, dopo aver ridonato la nativa freschezza alle melodie gregoriane, ha voluto ridonare all’antico salterio lo spazio nella preghiera ecclesiastica. Per meglio attendere a questo scopo, ha allegato al calendario solo qualche festa, donando uno spazio maggiore alla presenza dell’ufficio dominicale e feriale, in modo che il primitivo ufficio De tempore cominciasse a rappresenta, secondo la luce delle sue linee classiche, come un antico capolavoro liberato dalle aggiunte posteriori che lo deformavano.
La liturgia oggi celebra san Giovanni da Capistrano. Dovunque andasse questo santo, era ricevuto in processione solenne per il popolo ed il clero. Le più grandi chiese non potevano contenere le folle di uditori. Fu per questo che era obbligato a predicare all’aria aperta, su strade. A Meissen predicò da un tetto. Dovunque, folle immense si affrettavano ai suoi sermoni. Egli aveva talvolta, attorno a sé, venti o trentamila uomini. Ad Erfurt, egli ebbe, una volta, 60.000 uditori. Un giorno, a Vienna, centomila persone attendevano l’inizio del suo sermone. Il popolo l’ascoltava piangendo e gemendo, sebbene non comprendesse il suo linguaggio. Predicava in latino; uno dei suoi compagni dava poi la traduzione in tedesco. Sebbene il sermone fosse durato due o tre ore, il popolo restava ancora altrettanto tempo, all’aperto o nelle vie, malgrado la neve ed il freddo, finché l’interprete avesse finito la traduzione.
La V lezione del Mattutino odierno così lo ricorda: «Designato inquisitore in Italia contro Giudei e Saraceni da Nicolò V, ne convertì moltissimi alla fede ... si deve principalmente ai suoi consigli e al suo coraggio se si riportò la vittoria di Belgrado».
La messa di san Giovanni da Capistrano (+ 1456), francescano, insigne predicatore della crociata contro i Turchi, fu istituita nel 1890 da Leone XIII. Il suo redattore si è lasciato profondamente impressionare dalla splendida vittoria di Belgrado, riportata soprattutto grazie alle preghiere e dalle esortazioni del Santo. Questa messa è un po’ più ricca e variegata rispetto alla precedente in onore di san Giovanni Damasceno. Essa si ispira in gran parte alla devozione professata dal grande francescano verso il santo Nome di Gesù.
La preghiera di colletta ha delle reminiscenze storiche. Le antiche crociate contro gli infedeli dovevano essere considerate dal punto di vista soprannaturale come le consideravano i nostri padri. Esse rappresentavano lo sforzo supremo della cristianità affinché la forza brutale dei musulmani non annientasse la civiltà del Vangelo. L’anima di questa potente resistenza, lunga e finalmente vittoriosa a Lepanto ed a Vienna, fu il pontificato romano, che, durante più di cinque secoli, non si risparmiò in sacrifici e spese, raccogliendo in un unico fascio, sotto lo stendardo della Croce, le forze cattoliche di ogni nazione e le dirigevano contro la Mezzaluna, risparmiando all’Europa un gran numero di guerre intestine ed assicurandole inoltre il trionfo sull’Asia occidentale e sull’Islam.
Prodigio della destra dell’Altissimo! Per compiere le sue grandi meraviglie, Egli impiega di preferenza degli strumenti umilissimi, affinché il suo successo non possa essere attribuito alla creatura, ma al solo Creatore. Così, nel XV sec., in pieno umanesimo, quando le stesse potenze cristiane, in luogo di ascoltare la voce del Pastore supremo e di marciare insieme contro la Mezzaluna, che minacciava la libertà del mondo civilizzato, rivaleggiavano tra loro con una politica menzognera, Dio suscitò un umile discepolo di san Francesco, di insignificante apparenza, povero e senza mezzi, che infiammò con la sua parola mezza Europa e la condusse in trionfo sotto le mura di Belgrado. Digitus Dei est hic.
Roma cristiana può considerare come un santuario di san Giovanni da Capistrano il vecchio monastero di Santa Maria sul Campidoglio (Santa Maria in Capitolio), oggi santa Maria in Aracoeli, che, passato dai monaci benedettini ai Minori durante il basso Medioevo, fu santificato dalla residenza del Santo.



Sebald Popp, Predica all’aperto di S. Giovanni da Capestrano (20 agosto 1452), Historisches Museum, Bamberg



Bartolomeo Vivarini, S. Giovanni da Capistrano, 1480 circa, Muséè du Louvre, Parigi

Autore lombardo anonimo, S. Giovanni da Capestrano e l'Immacolata, XVII sec., Museo diocesano, Milano

Pieter van Lint, Miracolo di S. Giovanni da Capestrano, XVII sec., Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen, Anversa





Pulpito esterno detto di S. Giovanni da Capistrano (vicino alla Torre Nord) da cui il Santo predicò contro l’invasione turca portando alla vittoria dell’esercito cristiano nel 1456 nella battaglia di Belgrado, Cattedrale di S. Stefano, Vienna