Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 12 settembre 2016

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

Nella festa del santissimo Nome di Maria, che il Sommo Pontefice Innocenzo XI ordinò che si celebrasse per l'insigne vittoria riportata a Vienna, in Austria, in questo giorno dell’anno 1683, contro i Turchi, col patrocinio della stessa Vergine dalle truppe cristiane.




Fermo Forti, Gloria del Nome di Maria, XIX sec., Carpi

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

di M.F.

Sono molti gli articoli ed i programmi “a tesi” preconfezionate, propinati al grande pubblico. Lo sono da decenni, in modo sempre più invasivo, capillare, metodico. Complici il sonno delle coscienze, la crisi della morale ed una crescente ignoranza, sono riusciti progressivamente a condizionare il dibattito culturale, accademico, politico, sociale, giurisprudenziale e medico, a drogare i costumi, ad ottundere le menti, privandole di qualsiasi capacità critica e degli strumenti necessari per svilupparla. La generazione dei reality e degli imbonitori tv è stata indotta a bersi come vero tutto, ma proprio tutto quanto diffuso dai media, autentica stampella del “pensiero unico” dominante, pronto ad emarginare senza pietà o esitazione qualsiasi voce contraria o stonata, in nome del democraticismo universale, buono solo per chi canti col coro.
L’ennesima conferma in tal senso è giunta dal programma emesso da Radio3 lo scorso 8 settembre, 109 anni dopo l’enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. A condurlo, è stato chiamato Alfonso Botti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio-Emilia. La sua non è certo una voce super partes: è infatti condirettore della rivistaModernism, che lui stesso, nel corso della trasmissione, cedendo ad una tentazione autopromozionale, ha definito erede del modernismo storico. E’ chiaro, dunque, in partenza, affidandogli una trasmissione sulla Pascendi, quale potesse essere il taglio datole. Colpisce ma non stupisce, osservando il curriculum del professore, il fatto che abbia insegnato anche all’Università Cattolica di Milano.
Dal primo all’ultimo secondo, la mezzoretta radiofonica ha rappresentato un pervicace e studiato attacco a San Pio X ed alla sua enciclica, porto però in quel modo elegante, ammiccante, pacato ed intellettuale, ch’è tipico dei salotti buoni del progressismo nostrano, adusi a confonder le acque, dando alle cose un altro nome: non modernismo, dunque, bensì «riformismo religioso», ch’è altra cosa dalla «somma di tutte le eresie» fieramente osteggiata dal Santo Pontefice per salvar anime. Una ridefinizione tuttavia, questa, tutt’altro che innocente, poiché tale da far pensare che vi fosse alcunché da cambiare, qualche errore da correggere; inoltre, già nella formulazione tale da solidarizzare con quell’altro “riformatore”, lo scomunicato Lutero, oggi tornato prepotentemente di moda e quasi quasi sospinto a forza sugli altari dal laicismo imperante e dai settori più protestantizzati della Chiesa.
Cosa abbia rappresentato (e rappresenti) il modernismo, alla fin fine, scaltramente, nel corso dell’intera trasmissione non è mai stato detto. L’ascoltatore ignaro non ha appreso come tale ideologia mirasse (e miri) non ad una o più verità di Fede, bensì alle radici stesse della medesima, ritenendola nient’altro che un fenomeno della coscienza soggettiva, rielaborato dall’intelletto umano e passibile di mutevolezza di formule e contenuti, a seconda delle situazioni e delle epoche. Si è parlato piuttosto nel corso del programma di «repressione curiale», definita «brutale e carica di pesanti conseguenze», senza tuttavia dir come e quando, con supponenza apodittica.
Le 65 proposizioni moderniste condannate dal decreto del S. Uffizio Lamentabili sane exitudel 3 luglio 1907 e l’anatema al modernismo contenuto nell’enciclica Pascendi dominici gregisnon sono stati considerati per ciò che furono ovvero una legittima difesa dall’incombente pericolo, bensì liquidati sommariamente come «una curvatura conservatrice ed integralista del Cattolicesimo», che «rese il mondo cattolico impermeabile alla democrazia, più autoritario, facilitandone negli anni successivi l’esposizione al fascismo in Italia ed al nazismo in Germania», giungendo così ad una grossolana, dozzinale ed ingiustificata (né giustificabile) mistificazione storica, capace di piegare l’analisi scientifica dei fatti ai capricci della bieca ideologia.
Il Sodalitium Pianum, associazione fondata a Roma nel 1909 da mons. Umberto Benigni allo scopo di vigilare sull’insegnamento nei seminari e nelle università, affinché qui non fosse diffuso l’errore, benché benedetta a più riprese da San Pio X, è stata grottescamente presentata in trasmissione come «un’associazione segreta e spionistica», che, «attraverso la delazione e la denigrazione, cercava di individuare gli autori modernisti», ricorsi a pseudonimi dopo la condanna della Pascendi. Allo stesso modo pollice verso sulle misure mirate alla difesa del Deposito della Fede, contenute nella parte dispositiva dell’enciclica e culminate nel giuramento antimodernista del 1 settembre 1910, cui si dovevano sottoporre tutti coloro che assumessero un incarico ufficiale nella Chiesa.
Secondo Botti, in quel periodo la Chiesa «spezzò delle vite» per aver sospeso a divinis preti indegni dell’abito indossato; «molti docenti nei seminari persero il posto», in realtà solo trasferiti ad altro incarico, trattandosi di sacerdoti. Affermazioni date in pasto agli ascoltatori, senza minimamente porsi domande sulle ragioni di tali provvedimenti. Ciò avrebbe permesso di riconoscere il volto di una Chiesa ancora credibile, ancora autorevole, ancora salda nella Dottrina e preoccupata della difesa del gregge affidatole da Dio, anziché la sua parodia proposta dal conduttore del programma, quella di una Chiesa pronta a premiare «la piaggeria, l’obbedienza cieca», a mortificare «l’intelligenza, la libera ricerca, la coscienza, l’autonomia di pensiero». E’ triste constatare come un accademico, quindi un uomo di ricerca, riesca con le lenti deformanti dell’ideologia a prodursi un’immagine di vicende ed uomini tanto lontana dalla realtà e dalla Storia, insegnandola ad altri e reiterando quindi l’errore nelle generazioni a venire. Di contro, è tempo che la Storia si riappropri di San Pio X, il cui intento fu quello di ricondurre la Cattolicità nel solco profondo della Tradizione tridentina, senza sbavature.
«Nonostante sia un tema studiato, la sua grande attualità è stata del tutto ignorata nel dibattito culturale pubblico degli ultimi anni»: così Botti ha concluso il suo programma. E finalmente un’affermazione, sulla quale trovarsi d’accordo, ma per motivi opposti. Se l’argomento non fosse stato trascurato, infatti, ora molti più ascoltatori avrebbero le categorie storiche e le nozioni necessarie, per cogliere gli elementi di propaganda e gli abusi, di cui sono intrise la campagna diffamatoria e la tattica della disinformazione diffuse ancora oggi dal modernismo tristemente imperante.

sabato 13 agosto 2016

"Beato Marco d’Aviano. Il santo dei nostri giorni" di Massimo Viglione

Credo che non molti conoscano veramente la straordinaria storia e opera di questo straordinario uomo.
Uno dei più grandi santi di tutti i tempi.
Uno dei massimi direttori spirituali di tutti i tempi.
Forse il più grande taumaturgo di tutti i tempi.
Certamente il più grande crociato di tutti i tempi.
A lui tutti noi dobbiamo la salvezza della nostra fede e della nostra libertà, e non è un modo di dire.
Credetemi, io ho potuto scrivere un saggio su di lui consultando direttamente la Positio per il processo di beatificazione: se c’è un uomo che oggi dobbiamo pregare per la salvezza dall’invasione islamica, questo è il beato Marco d’Aviano, di cui oggi ricorre la memoria liturgica.
Ha guarito miracolosamente centinaia e centinaia di persone con il solo tocco della mano, e tutto è certificato da notai, perfino protestanti!
È stato padre spirituale dell’Imperatore e dell’Imperatrice del Sacro Romano Impero, del Duca di Lorena, del duca di Baviera e di tante persone umili.
Ha vissuto venti anni girando per l’Italia e l’Impero, tra conventi isolati e regge imperiali, ma ovunque ha mangiato ogni giorno un poco di insalata e della frutta e ha dormito per terra nelle cantine. 
Ha scritto bellissime opere di spiritualità cappuccina.
Ha sollevato l’Europa cristiana contro l’islam invasore ed è stato l’anima spirituale dell’immensa vittoria della Cristianità a Vienna, l’11 e 12 settembre 1683! La vittoria che ha segnato di fatto la sconfitta dell’Islam dopo 1000 anni di jihad.
E per altri 17 anni, fino alla morte, ogni anno è andato sul campo di battaglia a guidare spiritualmente gli eserciti cristiani.
Le sue spoglie mortali riposano nella Kapuzinerkirche di Vienna, ovvero nel pantheon degli Asburgo: lui solo tra tutti gli Asburgo! Onore supremo al salvatore dell’Impero e della Cristianità.
Umilissimo, di spiritualità penitente e controriformista, taumaturgo, padre spirituale di sovrani cattolici, combattente crociato e salvatore della Cristianità.
Davvero non riesco a immaginare un santo più sgradito al clero odierno. Pertanto, un santo più adatto ai nostri giorni di Marco d’Aviano!

FONTE



Beato Marco d'Aviano, Kapuzinerkirche, Vienna

sabato 12 settembre 2015

Il profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l'unità dell'Europa cristiana

Per commemorare il Santissimo Nome di Maria, rilancio questo contributo tratto da Chiesa e post concilio.

Silvio Brachetta. Il profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l’unità dell’Europa cristiana

La festa di oggi, che celebra il Santissimo Nome di Maria, fu estesa alla chiesa universale dal Beato Innocenzo XI in ringraziamento per la vittoria di Vienna del 1683: la sconfitta dei Turchi musulmani che minacciavano l’Europa cristiana.
Oltre al Beato Marco d’Aviano, protagonista dell’epico evento, va ricordato anche il paziente e decisivo lavoro diplomatico di Innocenzo XI nel formare una coalizione di stati cattolici capaci di sventare il pericolo musulmano. Egli sognava addirittura di riconquistare Costantinopoli, attraverso un’ardita alleanza tra europei e persiani che mai si realizzò. Il papa della crociata contro i turchi fu beatificato da Pio XII nel 1956: cinquant’anni dopo, nel 2006, Benedetto XVI ha pregato scalzo nella moschea blu di Istanbul, davanti al “mihrab”, la nicchia che indica la direzione della Mecca.
Silvio Brachetta, per ricordare la figura del Beato padre Marco d’Aviano, in questo 12 settembre, ha scritto un mio articolo per Vita NuovaIl profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l’unità dell’Europa cristiana. Lo riportiamo di seguito.

Addì 8 settembre 1676 un quarantacinquenne frate cappuccino varcava il portone del monastero benedettino di San Prosdocimo, presso Padova. Munito dell’apposita patente di predicazione, ottenuta per una sua peculiare capacità oratoria, era stato inviato a tenere il consueto Panegirico dell’Assunta, nella chiesa attigua al monastero. Non tutte le monache, però, assistettero alla funzione: una di esse - Vincenza Francesconi - benché desiderosa di ascoltare il padre, si trovava allettata a causa di un male che la tormentava da tredici anni.
Avvertito del problema, il cappuccino fece proposito di benedirla, eventualmente nel corso di una sua visita successiva. Venti giorni dopo eccolo di nuovo a San Prosdocimo, per un discorso sulla natività di Maria. Questa volta era presente anche Vincenza, sostenuta dalle consorelle. Al termine della preghiera comunitaria il frate cercò di confortare l’inferma e le disse di confidare in Dio. Infine la benedisse, come di solito si fa con i malati. L’attimo dopo tutta l’attenzione dei presenti fu sulla monaca, che cominciò a gridare: «Sono guarita»! Beh - disse il frate, più stupito delle benedettine - «se è così come dite, andate su e giù per quelle scale»! E così avvenne: la Francesconi percorse la rampa di corsa, nel tripudio generale delle presenti.

Guerriero e taumaturgo

Non fu un avvenimento isolato. Da quel giorno questo tal frate - al secolo Carlo Domenico Cristofori (1631-1699) - acquistò dal Cielo il dono particolare della taumaturgia e con la semplice benedizione era in grado di ridare la vista ai ciechi o di far camminare gli storpi. E ciò fu sufficiente ad accrescerne la fama poiché, come nel caso di Gesù Cristo, le folle sono portate a badare a qualcuno specialmente nel caso ne ricevano un beneficio personale. Il Cristofori dovette così accettare, suo malgrado e con grande mortificazione, il potente carisma divino. Se ne fece una ragione, perché sapeva bene che Dio elargisce i sui doni e manifesta la sua volontà a chi vuole, quando vuole e come vuole, senza dover per questo preavvisare o rendere conto all’uomo di alcunché.
Nato a Villotta, presso la città friulana di Aviano, Carlo Domenico Cristofori risentì fortemente del «clima epico determinato dalla guerra di Candia [Creta], combattuta in quegli anni tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano» (dalla scheda sul beato, sito del Vaticano). Abbandonò quindi il collegio dei Gesuiti di Gorizia dove, adolescente, frequentava gli studi primari e si diresse verso Capodistria, «disposto a dare anche il suo sangue per la difesa della fede», contro i turchi (ibid.). Durante la breve permanenza presso un convento francescano ebbe modo, però, di maturare la propria vocazione, orientando il suo desiderio di martirio verso la vita religiosa e l’apostolato. Fu così che nel 1648 entrò come novizio a Conegliano per poi, l’anno seguente, emettere i voti religiosi, con il nome autoimpostosi di Marco d’Aviano. Solo dopo il regolare corso settennale di studi filosofici e teologici, fu ordinato sacerdote a Chioggia, nel 1655.
L’attività di padre Marco era fondata sulla semplicità, sul nascondimento, sulla costanza e sullo zelo: predicava un po’ dovunque, soprattutto durante l’Avvento e la Quaresima e, in modo speciale, nei conventi e nei monasteri. Era bravo e scrupoloso, ma nulla faceva presagire che, prima del miracolo di San Prosdocimo e dei successivi, la sua vita da ritirata divenisse pubblica e che fosse tra i protagonisti di una vicenda notevole per l’Europa e per il futuro stesso del cristianesimo in Occidente.

Vienna sotto l’assedio turco

Fermare l’avanzata verso nord degli ottomani, nell’Europa del secolo XVII, sembrava un’impresa del tutto irrealizzabile. O, almeno, non c’era alcuna sicurezza che in futuro l’Occidente avrebbe potuto reggere stabilmente l’offensiva. L’Europa usciva indebolita dalla guerra dei Trent’anni, che aveva opposto cattolici e protestanti. Dopo la pace di Westfalia (1648) il continente europeo era un mosaico costituito da centinaia di stati, staterelli e regni, per nulla omogenei. Senza contare l’indebolimento causato da carestie e pestilenze varie. Gli avvenimenti precipitarono durante l’estate del 1683: il gran visir Kara Mustafa Pasha radunò un esercito di centocinquantamila uomini alle porte di Vienna, cingendola d’assedio. Già tutta la Grecia, i Balcani, la Moldavia e la Transilvania erano in mano ai turchi, contrastati però dalla Casa d’Austria negli anni precedenti.
Solo un sodalizio provvidenziale, tra i diversi poteri della cristianità, avrebbe potuto salvare l’Europa dalla catastrofe: serviva un qualche uomo di genio, di sintesi, che sapesse vedere oltre gli interessi di parte. E la Provvidenza, anche in questo caso, diresse gli eventi in modo prodigioso. Non una, ma più personalità s’imposero sulla scena. Il pontefice Innocenzo XI, in particolare, ebbe il ruolo decisivo: s’impegnò in una martellante azione diplomatica per formare una coalizione tra Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V, duca di Lorena, Giovanni III (Jan Sobieski), re di Polonia ed Eugenio di Savoia, generale sabaudo. Tutti cristiani, tutti uomini di forte idealità e - forse fu questo l’elemento decisivo - tutti venuti in contatto con Marco d’Aviano.

Disfatta dei turchi

A seguito della sua crescente fama di santità, il frate era stato inviato dal papa a compiere dei lunghi viaggi missionari per l’Europa, durante i quali aveva anche il permesso di amministrare l’indulgenza plenaria. Missionario apostolico a Vienna, nel 1682, divenne direttore spirituale di Leopoldo I. Le sue prediche erano seguitissime dal popolo, chiare, dirette. Parlava della gravità del peccato, della conversione e tornava spesso sui temi dell’inferno e del purgatorio. Ma tutto questo non destava paura nella gente, quanto piuttosto sincero pentimento. Padre Marco, allora, confessava, assolveva e comunicava le persone, magnificando le lodi della divina Misericordia e della vita in grazia di Dio.
Riuscì dunque a porsi come intermediario tra i «rissosi comandanti degli eserciti cristiani» (Antonio Borrelli), che confluirono nella “Lega santa”. Vienna era allo stremo, per via della fame, e non c’era tempo da perdere. Quindi l’armata cristiana giunse a scaglioni nei pressi della città austriaca, in settembre. All’alba di domenica 12 settembre 1683, padre Marco celebrò la S. Messa alla presenza dell’esercito, di Sobieski e di Carlo V. Egli riuscì a legare i capi e le truppe, mediante un’empatia soprannaturale. Dopo aver benedetto anche i principi protestanti, scoppiò la battaglia: Sobieski attaccò immediatamente da sud, mentre Carlo di Lorena scese da nord. Nel frattempo le forze di Baviera e Sassonia sfondavano frontalmente le guarnigioni turche.
Alle ore sette del pomeriggio i giannizzeri di Kara Mustafa Pasha cominciavano a ritirarsi, per poi abbandonare definitivamente la scena di quella che fu, per gli ottomani, un’umiliante sconfitta. Nella fuga abbandonarono vettovaglie in quantità, sacchi di caffè, molti schiavi e donne che si erano portati appresso.

Gli ultimi anni

Ma per Marco d’Aviano le fatiche non erano finite. Innocenzo XI riconobbe il suo ruolo insostituibile e lo inviò in missioni anti turche per ben quattordici volte. Seguirono grandi successi militari: nel 1686 fu liberata Buda e, due anni dopo, Belgrado. Nel maggio del 1699 il padre fu inviato a Vienna, su invito di Leopoldo I, per alcune questioni sulla dichiarazione di pace firmata in gennaio tra l’Europa e l’Impero Ottomano. Fu l’ultimo suo viaggio. Confidò a padre Cosma da Castelfranco, suo compagno di viaggio e biografo: «Mi trovo in pessimo stato di salute… et pure devo in eccesso faticare. Se mi viene un pocho di febre, son perduto. Faci Dio tutto quello è di sua gloria; altro non desidero». Cedette in agosto e cadde malato. Spirò serenamente il 13 agosto 1699, alla presenza dei confratelli cappuccini e di Leopoldo I.
Alla morte del frate seguirono numerosi miracoli e la gente ne esaltava il ricordo e la fama di santità. Il 27 aprile 2003, Giovanni Paolo II lo proclamava beato. Di lui disse: «[…] rifulse per santità il beato Marco d’Aviano, nel cui animo ardeva il desiderio di preghiera, di silenzio e di adorazione del mistero di Dio. […] Profeta disarmato della misericordia divina, fu spinto dalle circostanze ad impegnarsi attivamente per difendere la libertà e l’unità dell’Europa cristiana. Al continente europeo […] il beato Marco d’Aviano ricorda che la sua unità sarà più salda se basata sulle comuni radici cristiane» (Omelia di beatificazione).

Silvio Brachetta

"Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla Società umana" (Supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei)

(Un piano che, ancora oggi, non è mutato)



(Un'Europa indebolita è una forte tentazione per l'islam!)


(quando l'Europa era cristiana, trionfava dei nemici .....)

“In perículis, in angústiis, in rebus dúbiis Maríam cógita, Maríam ínvoca. Non recédat ab ore, non recédat a corde; et, ut ímpetres ejus oratiónis suffrágium, non déseras conversatiónis exémplum. Ipsam sequens, non dévias; ipsam rogans, non despéras; ipsam cógitans, non erras; ipsa tenénte, non córruis; ipsa protegénte, non métuis; ipsa duce, non fatigáris; ipsa propítia, pérvenis: et sic in temetípso experíris quam mérito dictum sit: Et nomen Vírginis María” (Homilia 2 sancti Bernárdi Abbátis super Missus est – Lect. VI – II Noct.) - SANCTISSIMI NOMINIS MARIÆ

La festa odierna fu istituita dal papa il beato Innocenzo XI per celebrare i fasti della vittoria dei cristiani, sulle armate islamo-turche, nella famosa battaglia di Vienna del 1683. Il martirologio romano tradizionale annota riguardo alla data odierna: "Festum sanctíssimi Nóminis beátæ Maríæ, quod Innocéntius Undécimus, Póntifex Máximus, ob insígnem victóriam de Turcis, ipsíus Vírginis præsídio, Vindobónæ in Austria reportátam, celebrári jussit".
Amara,  Signora del mare, o amata da Dio, secondo l’interpretazione che si vuole dare al nome di Maria, è sempre il nome di nostra Madre celeste, il nome che Gesù bambino ha balbettato per primo, il nome che, dopo quello di Gesù, racchiude tutta la nostra speranza di salvezza. I santi, e specialmente san Bernardo e san Gabriele dell’Addolorata, vedono nel Nome dolcissimo di Maria tutte le qualità e le prerogative che i Dottori trovano nel Nome del Salvatore: luce, forza, dolcezza, protezione; tanto che i pii fedeli non desiderano altro che rendere la loro anima a Dio pronunciando i santi Nomi di Gesù e di Maria, prima di andare a contemplarli in cielo. San Pio X ha accordato delle preziose indulgenze a questa devota invocazione.
San Bernardo è stato uno dei panegeristi più eloquenti del santo Nome di Maria. Ogni anno, il mercoledì dei Quattro Tempi di dicembre, egli aveva costume di fare ai suoi monaci di Clairvaux un discorso sul Vangelo del giorno ed, in questa circostanza, egli ha pronunciato degli elogi magnifici del santo Nome di colei che fu l’unica degna di parlare con Gesù. Alcuni di questi elogi, dovuti al santo Abate, sono raccolti nel Breviario tradizionale.
Vicino alla basilica Ulpia nel Foro di Traiano, la Roma cristiana possiede una bella chiesa dedicata al santo Nome di Maria (Chiesa del Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano), costruita a metà del ‘700 (cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 253-254), e che costituisce una delle due cosiddette “chiese gemelle” del Foro Traiano (che poi tali non sono per niente, ancor meno di quelle di piazza del Popolo), insieme alla vicina Santa Maria di Loreto. Vi si conserva un’antica immagine, risalente al XIII sec., della Madre di Dio proveniente dell’oratorio di San Lorenzo in Laterano.
Un’altra chiesa esiste nel quartiere Appio-latino, dedicata al Santissimo Nome di Maria. Questa, costruita nel 1980, è stata dedicata nel 1981. Essa è titolo cardinalizio dal 1985.


Ambito comasco, Venerazione del nome di Maria, XVII sec., museo diocesano, Como




Andreas Stech, Giovanni III Sobieski, vincitore della battaglia Chocim del 1673 contro gli ottomani, Galeria Malarstwa Polskiego - Zaścianek, Cracovia



Jan Matejko, Giovanni Sobeiski trionfante a Vienna manda il messaggio della vittoria al Papa, 1883, Musei Vaticani, Roma

mercoledì 4 marzo 2015

Inno "Omni die" attribuito, secondo la tradizione, a S. Casimiro

Anima mia, non passare giorno senza tributare i tuoi omaggi a Maria; 
solennizza devotamente le sue feste, celebra tutte le sue virtù. 
Ammira la sua grandezza e la sua altezza sopra tutte le creature



domenica 4 gennaio 2015

"In nómine Jesu omne genu flectátur, cæléstium, terréstrium et infernórum: et omnis lingua confiteátur, quia Dóminus Jesus Christus in glória est Dei Patris" (Philipp. 2, 10-11, Intr.) - SANCTISSIMI NOMINIS JESU




L’apostolo di una speciale devozione verso l’adorabile Nome del Salvatore, nel XV sec., fu san Bernardino da Siena, che percorse una gran parte dell’Italia, presentando alle popolazioni, su una piccola tavola, le iniziali del santo Nome di Gesù tutto circondato di raggi. Alla predicazione del Frate Minore corrisposero le più splendide conversioni, e da ogni parte, specialmente a Siena ed a Viterbo, si scolpì o incise sulle facciate delle case private come su quella del palazzo comunale l’augusto Nome del Redentore. I francescani, eredi dello spirito di Bernardino, continuarono, dopo la sua morte, e soprattutto dopo la sua canonizzazione, ad organizzare delle feste in onore del Nome di Gesù, già venerato con un ufficio liturgico speciale in numerosi luoghi d’Italia, quando, infine, Innocenzo XIII (1721-1724), il 20 dicembre 1721, estese questa festa alla Chiesa universale, elevando il suo rito al doppio di II classe. Nel frattempo, sant’Ignazio di Loyola aveva dato il Nome di Gesù all’istituto da lui fondato.
Dapprima fissata alla II Domenica dopo l’Epifania, la festa del santo Nome di Gesù fu spostata, con la riforma di san Pio X, alla Domenica fra la Circoncisione e l’Epifania.
In effetti, va ricordato che, come indicato dal Messale di san Pio V (§ 351 dell’edizione di Sodi-Triacca), se l’Ottava di santo Stefano (2 gennaio) e di san Giovanni (3 gennaio) o dei santi Innocenti (4 gennaio) cadeva la domenica, si faceva l’Ufficio dell’Ottava dei santi e non si faceva nulla della domenica. Il 5 gennaio era occupato dalla Vigilia dell’Epifania. Fino alla riforma del calendario di san Pio X, quindi, la domenica che cadeva il 2, o il 3 o il 4 o il 5 gennaio era ignorata, la Vigilia dell’Epifania era considerata come prevalente sulla domenica e ne aveva tutti i privilegi. San Pio X, con il m.p. Abhins duos annos del 23 ottobre 1913, approfittò, dunque, della sua riforma per liberare la Domenica delle Nozze di Cana, che è, in verità, connessa con il mistero dell’Epifania (tre misteri sono venerati in questa festa: l’adorazione dei Magi, il Battesimo del Signore e le Nozze di Cana) e che era eclissata dalla festa del Santo Nome dai tempi di Innocenzo XIII.
La Festa del Santo Nome, quindi, cadeva, sino agli anni ’70 del secolo scorso, la domenica compresa tra il 2 ed il 5 gennaio, o, in difetto di questa, il 2 gennaio.
Con la riforma montiniana del calendario (m.p. Mysterii Paschalis del 14 febbraio 1969), essa sarà soppressa. Papa Giovanni Paolo II la ripristinò, con la riforma del Messale romano del 2002, quale memoria facoltativa, fissandola al primo giorno libero dopo il 1° gennaio, cioè il 3 gennaio.
Molte chiese orientali, unitamente ad alcuni gruppi protestanti (ad es., i luterani e gli anglicani), celebrano la festa il 1° gennaio (alcune comunità dell’anglicanesimo la festeggiano al 7 agosto).
Questo blog, ovviamente, seguendo il calendario tradizionale, la ricorda alla domenica tra la Circoncisione e l’Epifania.
Benché la messa tradizionale riveli il suo carattere moderno – sebbene, liturgicamente, sia una ripetizione di quella del 1° gennaio – essa è ricca di pietà e piena di quella soave unzione di devozione, che distinse la famiglia francescana nel Medioevo.
Il santissimo Nome di Gesù è il divino poema che esprime quello che la sapienza e la misericordia di Dio hanno potuto inventare di più sublime e di più umile per salvare l’umanità decaduta. Questo Nome adorabile, pronunciato all’inizio dall’Angelo, poi imposto al Verbo incarnato da Maria e Giuseppe, si trova anche sulle labbra di Pilato che dettò la sentenza di morte contro il Salvatore. Gesù fu il rifiuto del mondo, ma precisamente per i meriti del suo sacrificio spontaneo, l’Eterno Padre lo ha costituito giudice dei vivi e dei morti e ha voluto che il suo Nome figurasse anche quale segno di salvezza sulle fronti dei predestinati: Habentes nomen ejus et nomen Patris ejus scriptum in frontibus.







Antoine Sallaert, Glorificazione del Nome di Gesù, XVII sec., collezione privata

Juan de las Roelas, Adorazione del nome di Gesù, 1604-05, cappella dell’Università, Siviglia

El Greco, Adorazione del nome di Gesù, 1578-80, National Gallery, Londra

El Greco, Allegoria della Lega Santa ovvero Adorazione del nome di Gesù, 1577-79, Monastero de El Escorial, Madrid

Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccia, Trionfo del Nome di Gesù, 1676-79, Chiesa del Gesù, Roma


Antonio Raggi - Leonardo Retti, Ut in nomine Jesu omne genu flectatur coelestium, terrestrium et infernorum, XVII sec., Volta della Chiesa del Gesù, Roma


Tavoletta di San Bernardino con trigramma di Cristo, 1425, Basilica di San Bernardino all'Osservanza, Siena

lunedì 8 dicembre 2014

"Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus" (Luc. 1, 27 - Ev.) - IN CONCEPTIONE IMMACULATA BEATÆ MARIÆ VIRGINIS





Questo dogma così consolante della fede cattolica, così glorioso per Maria e così onorabile per tutta la famiglia umana, è soltanto misteriosamente accennato nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento. Bisogna, pertanto, partire dal divino deposito della tradizione cattolica e riconoscere nelle liturgie delle differenti Chiese l’espressione e la dichiarazione più autorevole di questa stessa fede, che si pone in perfetta continuità e logica coerenza con tutte le altre verità di fede proclamate dalla Chiesa cattolica (per un sintetico excursus storico, v. qui).
L’esenzione della Beata Vergine Maria dal peccato originale è affermata esplicitamente dall’Islam, in un adīth di Maometto, che, in questa circostanza, non è che l’eco della fede delle Chiese nestoriane: Ogni creatura umana è toccata, dalla sua nascita, da Satana, eccettuata Maria e suo Figlio (cfr. Joseph Huby, Christus. Manuel d’histoire des Religions, Paris 1916, p. 775, n. 1; Patrizia Spallino, Maryam. La Vergine Immacolata nella tradizione musulmana, in Diego Ciccarelli – Marisa Dora Valenza (a cura di), La Sicilia e l’Immacolata. Non solo 150 anni, Atti del Convegno di studio, Palermo, 1-4 dicembre 2004, Palermo 2006, pp. 411-416, partic. p. 412. Per la verità, l’islam ignora il significato di trasmissione del peccato originale così come quello di grazia. Così ricorda Domenico Cocozza, Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano, Roma 2008, p. 28).
Sant’Efrem il siriaco, in un poema del 370, mette queste parole sulle labbra della Chiesa di Edessa: «Tu solo, (o Gesù), e tua Madre siete di una bellezza che supera tutti: perché in te non c’è macchia alcuna e nessun’ombra nella tua madre» (Sant’Efrem il Siro, Carmina Nisibina, 27, 8, in Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium. Scriptores Syri, vol. 219, p. 76. Nell’edizione Bickell del 1866, p. 122. Cfr. Georges Gharib - Ermanno M. Toniolo – Luigi Gambero – Gerardo Di Nola, Testi Mariani del Primo Millennio, vol. IV, Padri e altri autori orientali, Roma 1991, p. 73).
Molti altri Padri, soprattutto i greci della prima epoca patristica, ripetono lo stesso pensiero relativamente alla purezza assoluta della Vergine, sebbene la maggior parte di essi, piuttosto che porsi la questione formale della Concezione come più tardi se la posero gli Scolastici, la suppongono risolta nel senso della definizione dogmatica di Pio IX, in quanto l’innocenza immacolata, che essi attribuiscono alla Madre di Dio, dev’essere intesa sì pienamente che si esclude in lei ogni macchia del peccato originale.
Una festa locale in onore della Concezione di Maria, esattamente nove mesi prima della Natività della Vergine (8 settembre), fissata al 9 dicembre è già menzionata in un sermone del vescovo Giovanni di Eubea, contemporaneo di san Giovanni Damasceno (Giovanni di Eubea, Sermo in Conceptionem sanctissimæ Virginis Deiparæ, § XXIII, in PG 96, col. 1499A-1500A). La festa, però, pare risalisse già al V sec. Nel 675 sant’Andrea di Creta compose un Ufficio per i Greci sotto il titolo di Conceptio sanctæ ac Dei aviæ Annæ. Circa un secolo più tardi rispetto a S. Giovanni Damasceno, la solennità aveva guadagnato terreno ed era divenuta comune presso i Greci, come risulta da un discorso del vescovo Giorgio di Nicomedia sulla Conceptio sanctæ Annæ (Giorgio di Nicomedia, Oratio II, Laudatio in Conceptionem sanctæ Annæ, parentis sanctissimæ Deiparæ, in PG 100, col. 1353B-1376B).
Gli antichi prendono abitualmente questo termine nel senso attivo, in modo che, nei loro calendari, il titolo di Conceptio Sanctæ Mariæ designa, al contrario, il giorno dell’Incarnazione del Salvatore.
La festa della Concezione di sant’Anna, madre della Madre di Dio, figura al 9 dicembre nel calendario conosciuto sotto il nome di Menologio dell’imperatore Basilio II Porfirogenito, nel 984-985; essa è ugualmente computata tra i giorni festivi non lavorativi in una costituzione dell’imperatore Manuele I Comneno nel 1166.
In Occidente, la Conceptio sanctæ Annæ figura il 9 dicembre nel celebre calendario di marmo della Chiesa napoletana che risale al IX sec.; la data ed il titolo rivelano l’influenza bizantina; influenza che dominò non soltanto a Napoli, ma anche nella Sicilia ed in tutta l’Italia meridionale, che, per lunghi secoli, continuarono ad appartenere all’impero dei lontani successori di Costantino e di Teodosio.
In Normandia, in Inghilterra ed in Irlanda, la festa della Concezione della Beata Vergine l’8 dicembre era già stata accolta nel XII sec. con entusiasmo da molte abbazie e capitoli di canonici, malgrado le proteste di qualche vescovo che vi si era opposto. Come aveva fatto la primitiva solennità orientale ad arrivare dalle rive del Bosforo in questi lontani paesi?
Si crede comunemente che la trasmissione fu dovuta all’armata normanna, allorché, nell’XI sec., essa aveva invaso l’Italia e vi si era stabilita. Tuttavia la cosa non è assolutamente sicura, benché si deve riconoscere che i primi documenti inglesi ed irlandesi sulla festa della Concezione rivelano evidentemente delle fonti greche.
Resta da stabilire il senso primitivo di questa solennità della Concezione di sant’Anna o della Madre di Dio. Alcun documento liturgico antico appone mai – questo è vero – il titolo di immacolata a quello della Concezione. Pertanto, da quanto detto sopra, risulta che lo si doveva intendere implicitamente. Del resto, se così non fosse, la solennità non avrebbe avuto alcun significato speciale. Questo ci è confermato dalla festa bizantina della concezione di san Giovanni Battista, la quale ricordava precisamente la santificazione del Precursore di Cristo nel seno di sua madre.
La liturgia romana si sentì soddisfatta, durante lunghi secoli, dalle quattro grandi feste bizantine in onore di Maria, senza celebrare in alcun modo la sua Concezione. Quando cominciarono in Occidente le prime controversie sul contenuto teologico della solennità, Roma, prima di pronunciarsi, lasciò i campioni delle scienze sacre misurarsi tra loro: sant’Anselmo, i canonici di Lione, san Bonaventura ed il beato Duns Scoto, contro Eadmero di Canterbury, san Bernardo, san Tommaso ed i più celebri liturgisti del Medioevo.
Quanto all’espansione del dogma cattolico dell’Immacolata Concezione, fu di una così grande importanza che l’Ordine recente dei Minori se ne fece apostolo e difensore in Europa. Dal 1263, la festa era divenuta obbligatoria in tutti conventi francescani e si deve certamente alla loro immensa influenza ed alla loro popolarità che, nella XXXVI sessione dell’assemblea scismatica di Basilea, il 17 settembre 1439 (Joannes Dominicus Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, vol. 29, Firenze 1796, col. 182-183), su appello del canonico Giovanni di Romiroy, i Padri avevano dichiarato che questa dottrina trovava il suo pieno assenso nelle fonti della rivelazione cattolica e cioè dovesse ritenersi «una pia dottrina conforme alla devozione della Chiesa, alla fede cattolica, al retto giudizio ed alla Sacra Scrittura» (Salvatore M. Meo, Maria Immacolata e Vergine nei Concili Lateranese del 649, Toledano XI e XVI, di Basilea e Trento, Roma 1961, pp. 68 ss.; Jaroslav Pelikan, Mary through the Centuries – Her Place in the History of Culture, New Haven – London 1996, trad. di Nerina Rodinò (a cura di), Maria nei secoli, Roma 1999, p. 231; Pietro Maranesi, Gli sviluppi della dottrina sull’Immacolata Concezione nei secoli XII-XV, in Italia Francescana, vol. LXXX, 2005, pp. 97-122, partic. pp. 110 ss., ora anche in Enrico Dal Covolo – Aristide Serra (a cura di), Storia della mariologia, vol. I, Dal modello biblico al modello letterario, Roma 2009, pp. 843-872, partic. pp. 857 ss.). Prescriveva poi che questa dottrina fosse «approvata, sostenuta e professata da tutti i cattolici» e proibiva qualsiasi insegnamento o predicazione ad essa contraria (Jaroslav Pelikan, op. loc. cit.).
Con Sisto IV – un papa francescano – la Chiesa romana fece un passo veramente decisivo. Con una costituzione del 27 febbraio 1477, questo Pontefice prescrisse la festa e l’ufficio Conceptionis Immaculatæ Virginis Mariæ per tutta l’Urbe; due anni più tardi, fece costruire e dotare, nella basilica vaticana, una cappella dedicata alla santa Vergine, sotto il medesimo titolo di Immacolata Concezione.
Persino l’empio eresiarca Lutero, sconfessando i suoi successivi seguaci, si mostrava decisamente favorevole alla verità dell’immacolato concepimento di Maria. Scriveva, infatti: «Non è senza peccato chi non commette il peccato - ha detto Lutero - ma colui al quale Dio non lo imputa» (Luthers Werke, Weimar Ausgabe, 15, p. 415). In tal senso egli sostenne, sia pur per un certo periodo, che Maria fosse stata concepita senza il peccato (ossia, senza che le fosse stato da Dio imputato il peccato): «Io – affermava – alla Madre non attribuisco il peccato, così come quelli che vogliono che Ella non sia stata concepita nel peccato originale» (ibidem) (Cfr. R. Schimmelpfennig, Die Geschichte der Marienverehrung in deutschen Protestantismus, Paderborn, 1952, p. 14, il quale ricordava come Lutero avesse insegnato l'Immacolata Concezione nel senso stesso in cui fu poi definita da Pio IX. La tesi di Schimmelpfennig fu contraddetta da W. Tappolet, Das Marienlob der Reformatoren, Tübingen, 1962, p. 26-32, il quale, in base ai testi e alla loro cronologia, distingueva, nella vita di Lutero, tre momenti. In un primo tempo - all'inizio - nel 1516, in un discorso per la festa dell'8 dicembre, Lutero asserì che Maria fosse «l'unica goccia, nell'oceano del genere umano, preservata (dal peccato originale)»: «ex omni mare totius massæ generis humani unica præservata stilla» (Luthers Werke, Weimar, 1883, p. 107). In un secondo tempo, nel 1520, Lutero evitò di pronunziarsi in modo espresso, perché riteneva una tale questione inetta a rendere migliori gli uomini (Werke, 9, p. 492). Tuttavia, in un discorso del 1527 (per la festa dell'8 dicembre), ammetteva l'immunità dell'anima di Maria SS. dalla colpa originale (Werke, 17, 2, p. 282-289). In un terzo tempo, nel 1538 e 1539, Lutero, in alcune brevi affermazioni o allusioni, dichiarava che Maria, come tutti gli altri uomini, era stata concepita nel peccato, senza però precisare in qual senso (nel 1538: Werke, 46, p. 136; nel 1539: Werke, 46, p. 860). Occorre tuttavia tener presente, per una oggettiva valutazione delle sue asserzioni apparentemente favorevoli all'Immacolata Concezione, la sua teoria fondamentale sulla giustificazione puramente estrinseca: cosa che svuota completamente le sue affermazioni sul singolare privilegio).
Secondo l’altro eresiarca collega di Lutero, cioè Calvino, Maria non sarebbe stata esente dal peccato, checché ne dicessero «gli asini di Roma», i quali invocavano dei «privilegi». E aggiungeva: «Quando essi avranno dimostrato lettere patenti del cielo, noi li crederemo» (Acta Synodi Tridentini cum antidoto, 1547. In Sess. 6, can. 23, in Opera 7, Corpus Reformatorum, 35, p. 481. Per questo e gli altri riferimenti al mondo protestante, v. qui). Fu accontentato secoli dopo con le apparizioni di Lourdes.
Si sa l’attitudine favorevole del concilio di Trento dinanzi al dogma dell’Immacolata Concezione di Maria (Jaroslav Pelikan, op. loc. cit., p. 232. Il Concilio tridentino, nella sua XIV sessione, dopo ampie discussioni svolte in precedenza durante l’assise conciliare, parlando del peccato originale, specificò che non era intenzione del Concilio includere Maria nell’asserzione dell’universalità del peccato originale: ibidem), ma la sovrana circospezione della Santa Sede lasciò passare ancora tre secoli prima di giungere ad una decisione senza appello della controversia che, da più di novecento anni, si agitava tra i più eminenti teologi di Europa.
Va tuttavia ricordato che, a seguito di una bolla di Alessandro VII (oltre a quella di Sisto IV), «quanti afferma[vano] che la concezione di Maria fu macchiata dal peccato originale incorre[vano] ipso facto nella sospensione a divinis» (Stefano de Fiores – Luigi Gambero (a cura di), Testi mariani del Secondo Millennio, vol. VI, Autori moderni dell’Occidente (secc. XVIII-XIX), Roma 2005, p. 293). Quanto ai sostenitori della sentenza favorevole all’Immacolata Concezione, era «loro proibito presentarla come dogma di fede e di censurare l’opinione contraria», ma potevano «presentarla con ragioni e testimonianze autorevoli come “vera e comune” e perfino “moralmente certa e prossimamente definibile di fede”» (ibidem).
Sta di fatto che, nella devozione popolare, soprattutto a seguito dell’intervento del papa Alessandro VII, andò diffondendosi la pratica del c.d. votum sanguinis, ovvero il voto di difendere, sino all’effusione del sangue, il privilegio mariano dell’Immacolato Concepimento. Anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori lo fece sin dal termine dei suoi studi giuridici all’Università di Napoli, il 21 gennaio 1713: «Io, Alfonso Maria de Liguori, umilissimo servitore di Maria sempre Vergine Madre di Dio, prostrato ai piedi della Divina Maestà in presenza dell’ineffabile Trinità dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, prendendo a testimoni tutti gli abitanti della Gerusalemme celeste, credo fedelmente con lo spirito, abbraccio veramente col cuore e proclamo fermamente con la bocca che tu, Madre di Dio sempre Vergine, tu sei stata oggetto da parte dell’onnipotente Iddio di un privilegio assolutamente unico: sei stata interamente preservata da ogni macchia di peccato originale, fin dal primo istante della tua concezione, cioè dal momento dell’unione del tuo corpo con la tua anima. In pubblico e in privato, fino all’ultimo respiro della mia vita, insegnerò questa dottrina e mi impegnerò con tutte le mie forze affinché tutti gli altri la ritengano e l’insegnino. Così attesto, così prometto, così giuro e che Dio mi aiuti e questi santi Vangeli» (così ricorda Théodule Rey-Mermet, Le saint du siècle des Lumières - Alfonso de Liguori (1696-1787), Paris 1982, trad. it. di Nella Filippi – Sabatino Majorano (a cura di), Il Santo del secolo dei Lumi – Alfonso De Liguori2, Roma 1990, p. 117. Cfr. Alfonso Santonicola, Il “voto del sangue” per l’Immacolata e S. Alfonso de Liguori, in Spicilegium Historicum Congregationis SSmi Redemptoris – pubblicazione a cura dell’Istituto Storico della Congregazione del Santissimo Redentore, ann. III, 1955, I, pp. 199-215. Sul voto di sangue, v. Felice Santi Fiasconaro, Il pensiero immacolatista di Ignazio Como, OFMConv. (+ 1774), nella controversia con L. A. Muratori sul “voto sanguinario”, Palermo 2004, passim).
La gloria di proclamare il dogma odierno fu accordata dalla divina Provvidenza al santo pontefice Pio IX, sotto il quale furono finalmente terminati i lunghi studi dei dottori sulle fonti della dottrina cattolica relativamente alla concezione immacolata di Maria. L’8 dicembre 1854, in presenza di un’imponente assemblea di molte centinaia di vescovi, il Papa promulgò infine a san Pietro la sua bolla dogmatica Ineffabilis Deus, nella quale questa dottrina fu definita come conforme alla fede cattolica, rivelata da Dio e, di conseguenza, doveva essere creduta e tenuta fermamente da tutti fedeli. Il Cielo stesso ratificò questa pronuncia papale con le celebri apparizioni di Massabielle, a Lourdes, nel 1858, e l’aveva preparata con quelle all’umile figlia di san Vincenzo de’ Paoli, Caterina Labouré, a Parigi, in Rue du Bac nel 1846 (cfr. Roberto Coggi, La Beata Vergine. Trattato di Mariologia, Bologna 2004, p. 93). A Lourdes, la Vergine si presentò quale “Immacolata Concezione”: un’espressione che dimostra come ad apparire alla fanciulla dei Pirenei fosse l’umile Ragazza di origine semitica abitante di Nazaret, divenuta Madre del Salvatore. Nel linguaggio della gematria ebraica, in effetti, “Io sono l’Immacolata Concezione”, in ebraico אני ההתעברות ללא רבב, equivale al numero 1414, che è lo stesso numero del nome Yehoshua, Gesù. Anche in quell’espressione, dunque, vi è tutto il legame di Maria col suo divin Figlio.
A dire il vero, persino il diavolo, prima della proclamazione del dogma, fu costretto a riconoscere quest'importante verità di fede e lo fece, come racconta l'esorcista P. Francesco Bamonte, per bocca di un bambino di appena anni, analfabeta, nel 1823, posseduto dal diavolo, in Ariano di Puglia (poi Ariano Irpino). Sotto un esorcismo, a cui partecipavano due predicatori domenicani, P. Cassetti e P. Pignatura, il diavolo - su comando dei due esorcisti - dimostrò l'immacolato concepimento di Maria tramite un componimento poetico di quattordici versi endecasillabi, a rima obbligata, distinti in due quartine ed in due terzine, cioè un sonetto, davvero geniale e teologicamente corretto, che certamente non poteva essere opera del ragazzino analfabeta:

"Vera Madre son io di un Dio che è Figlio

e son figlia di Lui benché sua Madre.
Ab aeterno nacque Egli ed è mio Figlio,
nel tempo io nacqui eppur gli sono Madre.

Egli è il mio Creator ed è mio Figlio,

son io sua creatura e gli son Madre.
Fu prodigio divin l’esser mio Figlio
un Dio eterno, e me aver per Madre.

L’esser quasi è comun, tra Madre e Figlio,

perché l’esser dal Figlio ebbe la Madre
e l’esser dalla Madre ebbe anche il Figlio.

Or se l’esser dal Figlio ebbe la Madre,

o s’ha da dir che fu macchiato il Figlio
o senza macchia s’ha da dir la Madre".

Il testo, come appurato da P. Bamonte, fu riferito dal card. Francesco Salesio della Volpe al processo ordinario romano, nel 1907, per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio Pio IX (cfr. Francesco Bamonte, La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi, con Prefazione di Renzo Lavatori, Paoline, Milano 20112, pp. 36 ss.).
Gli Orientali, presso i quali questo dogma trovava le testimonianze più antiche e più esplicite, cominciarono, poiché la promulgazione era stata fatta dal vescovo esecrato dell’antica Roma, a dichiararsene avversari, accusando i papisti di novità (cfr. Giustino Popovic “il nuovo filosofo”, Maria, la Tuttasanta e Semprevergine Madre di Dio, in Georges Gharib – Ermanno M. Toniolo, Testi mariani del secondo millennio, vol. I, Autori orientali, secoli XI-XX, Roma 2008, pp. 769-770; Nikos Nissiotis, Theotokos e Panaghia, ivi, p. 819; Kallistos Timothee Ware, La Madre di Dio nella teologia e nella devozione ortodossa, ivi, pp. 909-910; Bartolomeo I, Intervista a 30 Giorni, dicembre 2004, ivi, p. 961) e fraintendendo persino il significato delle parole della Vergine a Lourdes, intendendola riferita alla concezione verginale del Figlio divino. L’espressione non è errata, come sempre ritenuto dagli scismatici ortodossi (cfr. Kallistos Timothee Ware, op. cit., p. 910) e di primo acchito anche dall’abbé Peyramale, il quale obiettava a Bernadette che “la Vergine non è la sua concezione” o un evento. Maria non si definì come frutto dell’Immacolata Concezione, ma intese, con quell’espressione, far riferimento al primo dono da lei ricevuto, usando un astratto con valore superlativo, in maniera non dissimile da noi quando definiamo un soggetto facendo riferimento in maniera superlativa alla sua principale qualità («Tizio è la bontà in persona»).
Riguardo al mondo scismatico ortodosso nel quale anche oggi non mancano sostenitori di questa verità (cfr. D. Stiernon, Marie dans la Theologie orthodoxe grieco-russe, in Maria, vol. VII, Paris 1964, p. 308), tuttavia va rammentato che già dal XVII sec., il Padre Joseph Besson, gesuita, dopo aver dimostrato, per più di duecento testi tratti dalle loro liturgie, il perfetto accordo tra gli antichi Padri d’Oriente con i Dottori latini relativamente al dogma dell’Immacolata Concezione, aveva ottenuto dagli Orientali una dichiarazione esplicita, scritta e firmata da tre patriarchi e da un archimandrita. Quella dell’allora Capo della Chiesa siriaca, Ignace André I Akhidjan, era così concepita: «Ego pauper Ignatius Andreas, Patriarcha Antiochenus nationis Syrorum, confirmo hanc sententiam orthodoxam, quam explanavit P. Ioseph e S. I. dominam nostram Virginem purissimam sanctam Mariam, semper liberam extitisse et immunem a peccato originali, ut explicuerunt antiqui Sancti Patres longe plurimi, magistri Orientalis Ecclesiæ».
La Roma cristiana ha dedicato dal XVII sec. non meno di dodici chiese all’Immacolata. Abbiamo la chiesa di Santa Maria Immacolata a Via Veneto, detta anche Santa Maria della Concezione dei Cappuccini o Nostra Signora della Concezione dei Cappuccini, fatta costruire da Urbano VIII in onore del fratello, il card. Antonio Barberini, che era cappuccino (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 302-303), ed è nota per la sua cripta-ossario decorata con le ossa di circa 4000 cappuccini. Un’altra, ubicata nel rione Esquilino, è l’Oratorio di Santa Maria Immacolata della Concezione risalente sempre al XVII sec. (ibidem, p. 812). Nel quartiere pinciano sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata a Villa Borghese sorta alla fine del XVIII sec. Costruita tra il 1906 ed il 1909 è la chiesa neoromanica, ubicata nel rione Tiburtino, di Santa Maria Immacolata e San Giovanni Berchmans, nota come Immacolata al Tiburtino, sorta per volere di san Pio X e divenuta titolo cardinalizio dal 1969. A Tor Sapienza sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata alla Cervelletta, aperta al culto nel 1912, ed utilizzata oggi soprattutto per la celebrazione di matrimoni. Nel rione Esquilino esiste anche la chiesa di Santa Maria Immacolata all’Esquilino costruita tra la fine del XIX sec. ed il 1914. In zona Grottarossa, in via Flaminia, sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata a Grottarossa, costruita negli anni ‘30 del XX sec. ad Saxa Rubra, dove nell’anno 312, avvenne la storica battaglia tra gli eserciti di Costantino I e Massenzio. La chiesa è titolo cardinalizio dal 1985. Sempre nello stesso periodo sorgeva, nei pressi di piazza Euclide, la basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria ai Parioli. Ancora un’altra sorse all’inizio degli anni ‘50 e dedicata alla Santissima Immacolata Concezione. Sempre dello stesso periodo, nel quartiere Aurelio, abbiamo la chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes (a Boccea), titolo cardinalizio dal 1985. Nel quartiere Tuscolano si ha la chiesa neoromanica, costruita alla fine degli anni ‘20, di Santa Maria Immacolata e San Giuseppe Benedetto Labre.
La grazia prevenne la beata Madre in modo tale che la sua concezione immacolata l’esentò dal contagio comune del peccato, così la divina Eucarestia dev’essere anche per noi l’antidoto contro il veleno che infetta le nostre vene, conseguenza del frutto mortale dell’Eden. La ferita della nostra natura viziata dal peccato originario è tale che, con la nostra intelligenza oscurata, la nostra volontà indebolita e le nostre passioni sregolate, non possiamo sperare di superare gli ostacoli. Abbiamo bisogno della grazia di Gesù Cristo dunque, e, per ottenerla, ci dobbiamo preparare con l’umiltà, la preghiera e la docilità. Una tenera devozione verso l’Immacolata Madre di Dio è tra i mezzi più potenti per neutralizzare in noi gli effetti del virus dell’albero nefasto del paradiso terrestre.




Jusepe de Ribera, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, Immacolata Concezione, 1647 circa, museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo (attrib.), Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Pieter Paul Rubens, Immacolata Concezione, 1628-29, museo del Prado, Madrid

Francisco de Zurbarán, Immacolata Concezione, 1628-30, museo del Prado, Madrid

Antonio Pereda y Salgado, Immacolata Concezione, 1636, museo del Prado, Madrid


Francisco Rizi, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de l'Escorial, 1660-65, museo del Prado, Madrid


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1665 circa, museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione dell'Eterno Padre, 1668-69 circa, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione del Coro “la Niña”, 1668-69 circa, Museo de Bellas Artes, Siviglia


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de los Venerables, o de Soult, 1678 circa, museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de Aranjuez, 1675 circa, museo del Prado, Madrid

Claudio Coello, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Miguel Cabrera, Creazione dell'anima della Vergine, XVII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico


Anonimo, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo, Dio Padre ritrae l'Immacolata Concezione, 1690 circa, museo del Prado, Madrid

Giovanni Andrea Coppola, Immacolata Concezione, 1624, chiesa di S. Angelo, Tricase


Giovanni Benedetto Castiglione (Il Grechetto), Immacolata tra i SS. Francesco d'Assisi e Antonio da Padova, 1650


José Joaquín Magón, Immacolata Concezione, XVII sec., Sacrestia, Cattedrale, Puebla

José Joaquín Magón, Battesimo della Vergine, XVII sec., Parrocchia de la Asunción, Tecamachalco

Anton Rafael Mengs (attrib.), Immacolata Concezione, XVIII sec., museo del Prado, Madrid

Giambattista Tiepolo, Immacolata Concezione, 1767-69, museo del Prado, Madrid

Mariano Salvador Maella, Immacolata Concezione, 1781, museo del Prado, Madrid