Il 29 settembre 1683 il beato Innocenzo XI, Sommo Pontefice, riceveva durante una solennissima Cappella Papale "in ringraziamento al Dio degli eserciti", lo stendardo del Gran Visir Kara Mustafa che Giovanni III Sobieski, Re di Polonia, aveva conquistato nella vittoriosa battaglia di Vienna del 12 settembre precedente. "Sospese il Pontefice quel trofeo nel Vaticano e ricompensò le prodezze del re polacco collo stocco e berrettone da lui benedetti" (cit. Gaetano Moroni)
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sabato 29 settembre 2018
venerdì 23 marzo 2018
Cristianesimo e Islam, la storia di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione
Il Venerdì
di Passione, che precede la Settimana Santa, commemora i Sette Dolori della B.
V. Maria. La Chiesa Romana commemora due volte questi Dolori. Nella festa del
15 settembre essi sono onorati quale fonte di gloria e trionfo, mentre
nell’odierna commemorazione, all'antivigilia dell'inizio della Settimana Santa,
come fonte di asprissimo dolore. In entrambi i casi la Chiesa propone alla
venerazione Maria in quanto Corredentrice del genere umano, in subordine al
Cristo Redentore: Ella cooperò alla nostra redenzione col suo martirio e con
l'offerta a Dio Padre della vittima del sacrificio perfetto, il Figlio Gesù.
Fasciculus myrrhæ *
dilectus meus mihi inter ubera mea
commorabitur
(Ant. Canticum Trium Puerorum,
Laudes).
In questa Commemorazione, rilanciamo questa recensione dell’ultimo saggio del prof. Viglione.
In questa Commemorazione, rilanciamo questa recensione dell’ultimo saggio del prof. Viglione.
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| Francesco Coghetti, Addolorata, 1868, Bergamo |
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| F. Del Re, Addolorata, 1883, Manfredonia |
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| Scuola lombarda, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo |
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| Ambito bergamasco, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo |
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| Giovanni Pezzotta, Addolorata, 1890-1911, Bergamo |
Cristianesimo e Islam, la storia
di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione
di Veronica Rota
L’ultima fatica (parola più che mai indovinata, trattandosi di una epocale
ricostruzione storica) di Massimo Viglione presenta quattro secoli e oltre di
storia religiosa, politica, diplomatica, ovviamente militare. Il quadro che
esce da La conquista della “mela d’oro” (Solfanelli, 360
pagine, 30 euro) è impressionante, tra Papi e Sultani, Imperatori e re, santi e
visir, battaglie di terra e di mare, condottieri e avventurieri, diplomatici e
corsari, e la grande massa delle popolazioni massacrate ma anche ribelli. Ogni
potenza europea ne viene coinvolta: oltre al Papato e all’Impero, troviamo la
Francia con la sua ambigua e a volte per niente ambigua politica filo-ottomana,
la Borgogna, la Spagna di Carlo V e Filippo II, ovviamente Genova e soprattutto
Venezia (le due potenze dei “mali christiani”, vittime della loro stessa
scaltra politica), anche gli Stati italiani minori, l’Ungheria di Huhyadi e
l’Albania di Scanderbeg e gli Stati balcanici minori, la Polonia di Sobieski e
la Russia di Pietro il Grande, la Grecia e le potenze islamiche africane, con i
fratelli Barbarossa in primis. Un grande ed epocale affresco di uomini e di
eventi politici, militari, diplomatici e anche religiosi.
Vengono nello specifico descritte (sebbene mai in maniera troppo
approfondita, per lasciare più spazio alle vicende politiche, diplomatiche e
religiose) le battaglie di Kossovo, Nicopoli, gli assedi di Costantinopoli,
Varna, Belgrado, la caduta di Costantinopoli, la tragedia di Otranto (e tante
altre tragedie), Rodi, Mohács, il primo assedio di Vienna, Tunisi, Algeri,
Buda, Malta, Cipro, Lepanto, e quindi la Lunga Guerra, Candia, il trionfo di
Vienna, le guerre di Morea e quelle finali di Eugenio di Savoia. Soprattutto
però viene descritto l’operato dei grandi protagonisti militari e politici (da
Hunyadi a Scanderbeg, da Maometto II a Barbarossa e a Solimano il Magnifico, da
La Valette a don Giovanni D’Austria e i protagonisti di Lepanto, dal
Montecuccoli al Morosini, da Hunyadi ad Eugenio di Savoia), per non parlare dei
grandi predicatori, come Giovanni da Capistrano, Lorenzo da Brindisi e,
soprattutto ovviamente, padre Marco d’Aviano.
Ma la maggiore attenzione viene data alla politica. Anzitutto a quella
pontificia, che vide decine e decine di papi combattere gli ottomani, sebbene non
certo in ugual misura; quindi a quella dei sovrani cristiani, dal XV secolo ai
Re Cattolici, da Carlo V – cui si è dato particolare spazio, essendo stata la
sua politica crociata un aspetto sempre sottovalutato finora – e Filippo II al
collaborazionismo dei sovrani francesi, da Leopoldo imperatore al Re Sole, il
“Turco Cristianissimo”, come venne chiamato per la sua costante alleanza con
gli ottomani (senza dimenticare personaggi “minori” ma importanti, come Carlo
di Gonzaga Nevers o Vlad III Dracul, e vari altri del suo genere…); infine,
agli aspetti più diplomatici e ideologici di questa immensa vicenda, che vede
coinvolti decine e decine di protagonisti di ogni genere e tipo.
Poi vi sono i corsari, tanto islamici (a partire dai fratelli Barbarossa)
che cristiani; i cavalieri di Rodi e Malta e quelli di Santo Stefano; gli
avventurieri, i rinnegati, e le figure, spesso davvero interessanti, dei gran
visir (quasi tutti rinnegati un tempo cristiani) e dei paşa. Il tutto
contornato da una costante caterva di inumane violenze, che avvennero sempre,
fino alla fine.
Piuttosto indovinata risulta la scelta di compiere questa ricostruzione
generale dell’intero plurisecolare fenomeno, perché in Italia non esiste nulla
del genere. La quasi totalità dell’enorme produzione storiografica sulla
Crociata si incentra infatti nei due secoli usuali medievali. Da qualche decennio
ci si interessa del XIV e XV secolo, sebbene vi sia ancora molto da
approfondire. Ma ancora poco è stato scritto dei tre secoli successivi, e quel
poco non sempre ha avuto spiegazioni o interpretazioni corrette. Soprattutto,
gli studi – che comunque non mancano, sia chiaro – si sono sempre incentrati su
specifici aspetti, limitati nello spazio o nel tempo. Ma nessuno insomma aveva
finora offerto alla storiografia italiana, e anche al grande pubblico, la
ricostruzione generale, intera, di tutta la guerra “crociata” e “non crociata”
tra Impero ottomano e Cristianità.
“Crociata” e “non crociata”: Viglione fa molta attenzione a questa
fondamentale distinzione. Pur seguendo i più seri e importanti lavori degli
ultimi decenni, ha scelto, con piena convinzione, di non sposare in toto la
linea, dominante, della relativizzazione degli ideali crociati e comunque dei
grandi ideali cavallereschi come spiegazione degli eventi (tipico atteggiamento
della storiografia irrigimentata). E la semplice veritiera ricostruzione dei
fatti dimostra la giustezza della scelta di Viglione. Se molto di questa storia
non può essere definito “crociata” (ma solo guerra antiottomana: basti pensare
a Venezia o ad alcuni potentati balcanici, preoccupati solo di sopravvivere e
pronti in ogni momento a collaborare con il Nemico a tal scopo), molto può
invece esserlo definito, e nel XVII secolo più che nel XV. La storia non
procede in linea retta, anche questa grande vicenda lo dimostra ampiamente. Per
Carlo V o Filippo II, per Hunyadi o Scanderbeg, per Morosini o Montecuccoli,
per Carlo di Gonzaga Nevers o per Eugenio di Savoia, non si trattava solo di
“guerra antiottomana”, ma di vera e propria “Crociata”, nel perdurare dello
spirito plurisecolare nella Cristianità medievale. Ma furono soprattutto i
pontifici, come detto, gli artefici dell’immenso sforzo di resistenza
all’aggressore della Cristianità, per tutti i secoli dell’età moderna (come di
quella medievale): furono i pontefici romani a salvare, anche sotto questo
aspetto, la nostra civiltà e libertà.
Anche se, come detto, non tutti alla stessa maniera: uno dei risvolti più
interessanti che ci offre l’autore è proprio l’evidenziazione delle differenze
tra pontefice e pontefice nella resistenza all’invasore ottomano. Se un Niccolò
V scriveva, nei giorni della caduta di Costantinopoli, che Maometto era «filius satana, filius perditionis, filius mortis, animas simul et
corpora cum patre suo diabulo cupiens devorare» e subito dopo
Callisto III giurava a Dio, nel giorno della sua intronizzazione, di spendere
ogni giorno del suo pontificato, fino alla morte, per recuperare «Costantinopoli, che, a punizione del peccatore genere umano, fu
conquistata e distrutta dal nemico del Crocifisso Salvatore, dal figlio del
diavolo, Mohammed; per liberare inoltre i cristiani languenti in schiavitù, per
rialzare la vera fede ed estirpare in Oriente la diabolica setta del reprobo e
infedele Mohammed», se Pio II moriva di crepacuore per il dolore di
essere abbandonato da tutti nel suo tentativo di Crociata, se san Pio V, Clemente
VIII e il beato Innocenzo XI saranno i salvatori della Cristianità sotto
attacco, altri pontefici ebbero ben altro atteggiamento: a volte “distratto”, a
volte perfino complice (Clemente VII), a volte… inconcepibile (Paolo IV Carafa,
in pieno Concilio di Trento, afferma pubblicamente che era pronto a ricorrere
ai turchi pur di fermare gli Asburgo!).
Sono questi alcuni dei più interessanti rivolti di questa storia, fermo
rimanendo che le pagine forse più da scoprire sono, al dunque, quelle
dell’immenso scontro tra Carlo V da un lato a difendere la Cristianità e il
traditore Francesco I di Francia con Solimano uniti dall’altro, scontro
proiettato sul mare nei due uomini rivali giganti della guerra di corsa: il
Barbarossa (uno dei più grandi criminali della storia umana, ma geniale in
guerra) e Andrea Doria, colonna dell’impero asburgico.
Sottilmente interessante rimane anche scoprire la vita al TopKapi: il ruolo
dei visir, quello dei giannizzeri, quello dei rinnegati e dei loro figli (in
pratica, sultani e visir erano tutti di sangue occidentale), quello delle donne
dell’Harem, spesso cristiane rapite da fanciulle, come la onnipotente Roxellana,
preferita di Solimano e difensore dei cristiani. Da notare è che gli stessi
sultani hanno quasi sempre arrecato la guerra anzitutto per ragioni religiose:
essi stessi dovevano rispondere agli Ulema, oltre che a tutto il loro complesso
mondo politico-militare. E solo in seconda battuta per ragioni economiche.
Insomma, si tratta di un’opera unica nel suo genere, finora inesistente in
lingua italiana, che fornisce l’intero mosaico della plurisecolare guerra tra
Islam ottomano e Cristianità. E apre le porte alla comprensione di tanti eventi
successivi, fino ad arrivare al presente, nel quale, la Turchia, come sempre,
svolge il suo preoccupante ruolo di “penetrazione” dell’islam in ambiente
europeo.
lunedì 12 settembre 2016
Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista
Nella festa del santissimo Nome di Maria, che il Sommo
Pontefice Innocenzo XI ordinò che si celebrasse per l'insigne vittoria
riportata a Vienna, in Austria, in questo giorno dell’anno 1683, contro i Turchi,
col patrocinio della stessa Vergine dalle truppe cristiane.
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| Fermo Forti, Gloria del Nome di Maria, XIX sec., Carpi |
Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista
di
M.F.
Sono
molti gli articoli ed i programmi “a tesi” preconfezionate, propinati al grande
pubblico. Lo sono da decenni, in modo sempre più invasivo, capillare, metodico.
Complici il sonno delle coscienze, la crisi della morale ed una crescente
ignoranza, sono riusciti progressivamente a condizionare il dibattito
culturale, accademico, politico, sociale, giurisprudenziale e medico, a drogare
i costumi, ad ottundere le menti, privandole di qualsiasi capacità critica e
degli strumenti necessari per svilupparla. La generazione dei reality e degli
imbonitori tv è stata indotta a bersi come vero tutto, ma proprio tutto quanto
diffuso dai media, autentica stampella del “pensiero unico” dominante, pronto
ad emarginare senza pietà o esitazione qualsiasi voce contraria o stonata, in
nome del democraticismo universale, buono solo per chi canti col coro.
L’ennesima
conferma in tal senso è giunta dal programma emesso da Radio3 lo scorso 8 settembre, 109 anni dopo
l’enciclica Pascendi dominici gregis di
San Pio X. A condurlo, è stato chiamato Alfonso Botti, docente di Storia Contemporanea
all’Università di Modena e Reggio-Emilia. La sua non è certo una voce super partes: è infatti condirettore della rivistaModernism, che lui stesso, nel corso della trasmissione,
cedendo ad una tentazione autopromozionale, ha definito erede del modernismo
storico. E’ chiaro, dunque, in partenza, affidandogli una trasmissione sulla Pascendi, quale potesse essere il taglio datole.
Colpisce ma non stupisce, osservando il curriculum del professore, il fatto che
abbia insegnato anche all’Università Cattolica di Milano.
Dal
primo all’ultimo secondo, la mezzoretta radiofonica ha rappresentato un
pervicace e studiato attacco a San Pio X ed alla sua enciclica, porto però in
quel modo elegante, ammiccante, pacato ed intellettuale, ch’è tipico dei
salotti buoni del progressismo nostrano, adusi a confonder le acque, dando alle
cose un altro nome: non modernismo, dunque, bensì «riformismo religioso»,
ch’è altra cosa dalla «somma di tutte le eresie»
fieramente osteggiata dal Santo Pontefice per salvar anime. Una ridefinizione
tuttavia, questa, tutt’altro che innocente, poiché tale da far pensare che vi
fosse alcunché da cambiare, qualche errore da correggere; inoltre, già nella
formulazione tale da solidarizzare con quell’altro “riformatore”, lo
scomunicato Lutero, oggi tornato prepotentemente di moda e quasi quasi sospinto
a forza sugli altari dal laicismo imperante e dai settori più protestantizzati
della Chiesa.
Cosa
abbia rappresentato (e rappresenti) il modernismo, alla fin fine, scaltramente,
nel corso dell’intera trasmissione non è mai stato detto. L’ascoltatore ignaro
non ha appreso come tale ideologia mirasse (e miri) non ad una o più verità di
Fede, bensì alle radici stesse della medesima, ritenendola nient’altro che un
fenomeno della coscienza soggettiva, rielaborato dall’intelletto umano e
passibile di mutevolezza di formule e contenuti, a seconda delle situazioni e
delle epoche. Si è parlato piuttosto nel corso del programma di «repressione curiale», definita «brutale e carica di pesanti conseguenze», senza
tuttavia dir come e quando, con supponenza apodittica.
Le 65
proposizioni moderniste condannate dal decreto del S. Uffizio Lamentabili sane exitudel 3 luglio 1907 e l’anatema al
modernismo contenuto nell’enciclica Pascendi dominici gregisnon
sono stati considerati per ciò che furono ovvero una legittima difesa
dall’incombente pericolo, bensì liquidati sommariamente come «una curvatura conservatrice ed integralista del Cattolicesimo»,
che «rese il mondo cattolico impermeabile alla democrazia, più
autoritario, facilitandone negli anni successivi l’esposizione al fascismo in
Italia ed al nazismo in Germania», giungendo così ad una grossolana,
dozzinale ed ingiustificata (né giustificabile) mistificazione storica, capace
di piegare l’analisi scientifica dei fatti ai capricci della bieca ideologia.
Il Sodalitium Pianum, associazione fondata a Roma nel 1909
da mons. Umberto Benigni allo scopo di vigilare sull’insegnamento nei seminari
e nelle università, affinché qui non fosse diffuso l’errore, benché benedetta a
più riprese da San Pio X, è stata grottescamente presentata in trasmissione
come «un’associazione segreta e spionistica», che, «attraverso la delazione e la denigrazione, cercava di individuare
gli autori modernisti», ricorsi a pseudonimi dopo la condanna della Pascendi. Allo stesso modo pollice verso sulle misure
mirate alla difesa del Deposito della Fede, contenute nella parte dispositiva
dell’enciclica e culminate nel giuramento antimodernista del 1 settembre 1910,
cui si dovevano sottoporre tutti coloro che assumessero un incarico ufficiale
nella Chiesa.
Secondo
Botti, in quel periodo la Chiesa «spezzò delle vite»
per aver sospeso a divinis preti indegni dell’abito indossato; «molti docenti nei seminari persero il posto», in realtà
solo trasferiti ad altro incarico, trattandosi di sacerdoti. Affermazioni date
in pasto agli ascoltatori, senza minimamente porsi domande sulle ragioni di
tali provvedimenti. Ciò avrebbe permesso di riconoscere il volto di una Chiesa
ancora credibile, ancora autorevole, ancora salda nella Dottrina e preoccupata
della difesa del gregge affidatole da Dio, anziché la sua parodia proposta dal
conduttore del programma, quella di una Chiesa pronta a premiare «la piaggeria, l’obbedienza cieca», a mortificare «l’intelligenza, la libera ricerca, la coscienza, l’autonomia di
pensiero». E’ triste constatare come un accademico, quindi un uomo
di ricerca, riesca con le lenti deformanti dell’ideologia a prodursi
un’immagine di vicende ed uomini tanto lontana dalla realtà e dalla Storia, insegnandola
ad altri e reiterando quindi l’errore nelle generazioni a venire. Di contro, è
tempo che la Storia si riappropri di San Pio X, il cui intento fu quello di
ricondurre la Cattolicità nel solco profondo della Tradizione tridentina, senza
sbavature.
«Nonostante sia un tema studiato, la sua grande attualità è stata
del tutto ignorata nel dibattito culturale pubblico degli ultimi anni»:
così Botti ha concluso il suo programma. E finalmente un’affermazione, sulla
quale trovarsi d’accordo, ma per motivi opposti. Se l’argomento non fosse stato
trascurato, infatti, ora molti più ascoltatori avrebbero le categorie storiche
e le nozioni necessarie, per cogliere gli elementi di propaganda e gli abusi,
di cui sono intrise la campagna diffamatoria e la tattica della disinformazione
diffuse ancora oggi dal modernismo tristemente imperante.
sabato 13 agosto 2016
"Beato Marco d’Aviano. Il santo dei nostri giorni" di Massimo Viglione
Credo che non molti conoscano veramente
la straordinaria storia e opera di questo straordinario uomo.
Uno dei massimi direttori spirituali di
tutti i tempi.
Forse il più grande taumaturgo di tutti
i tempi.
Certamente il più grande crociato di
tutti i tempi.
A lui tutti noi dobbiamo la salvezza
della nostra fede e della nostra libertà, e non è un modo di dire.
Credetemi, io ho potuto scrivere un
saggio su di lui consultando direttamente la Positio per il processo di beatificazione: se
c’è un uomo che oggi dobbiamo pregare per la salvezza dall’invasione islamica,
questo è il beato Marco d’Aviano, di cui oggi ricorre la memoria liturgica.
Ha guarito miracolosamente centinaia e
centinaia di persone con il solo tocco della mano, e tutto è certificato da
notai, perfino protestanti!
È stato padre spirituale dell’Imperatore
e dell’Imperatrice del Sacro Romano Impero, del Duca di Lorena, del duca di
Baviera e di tante persone umili.
Ha vissuto venti anni girando per l’Italia
e l’Impero, tra conventi isolati e regge imperiali, ma ovunque ha mangiato ogni
giorno un poco di insalata e della frutta e ha dormito per terra nelle cantine.
Ha scritto bellissime opere di
spiritualità cappuccina.
Ha sollevato l’Europa cristiana contro
l’islam invasore ed è stato l’anima spirituale dell’immensa vittoria della
Cristianità a Vienna, l’11 e 12 settembre 1683! La vittoria che ha segnato di
fatto la sconfitta dell’Islam dopo 1000 anni di jihad.
E per altri 17 anni, fino alla morte, ogni anno è andato sul campo di battaglia a guidare spiritualmente gli eserciti cristiani.
Le sue spoglie mortali riposano nella Kapuzinerkirche di Vienna, ovvero nel pantheon degli Asburgo: lui solo tra tutti gli Asburgo! Onore supremo al salvatore dell’Impero e della Cristianità.
Umilissimo, di spiritualità penitente e controriformista, taumaturgo, padre spirituale di sovrani cattolici, combattente crociato e salvatore della Cristianità.
E per altri 17 anni, fino alla morte, ogni anno è andato sul campo di battaglia a guidare spiritualmente gli eserciti cristiani.
Le sue spoglie mortali riposano nella Kapuzinerkirche di Vienna, ovvero nel pantheon degli Asburgo: lui solo tra tutti gli Asburgo! Onore supremo al salvatore dell’Impero e della Cristianità.
Umilissimo, di spiritualità penitente e controriformista, taumaturgo, padre spirituale di sovrani cattolici, combattente crociato e salvatore della Cristianità.
Davvero non riesco a immaginare un santo
più sgradito al clero odierno. Pertanto, un santo più adatto ai nostri giorni
di Marco d’Aviano!
FONTE
FONTE
![]() |
| Beato Marco d'Aviano, Kapuzinerkirche, Vienna |
12 e 13 agosto 1099 - la vittoria della Croce sulla Mezzaluna - Gloria del cattolicesimo oggi disprezzata
Il 12 agosto 1099 le milizie crociate guidate da Goffredo di Buglione, Advocatus Sancti Sepulcri, e da Arnolfo di Roeux, Patriarca latino di Gerusalemme, sbaragliano ad Ascalona l'esercito maomettano comandato dal Visir fatimide Al-Afdal Shahanshah. Dio, pur nella discordia dei principi cristiani riluttanti a obbedire al saggio Goffredo, portò a compimento l'opera della Prima Crociata, dimostrando qual fosse il potere della Croce sulla Mezzaluna. Lo stesso capo maomettano, scosso dalla sconfitta, esclamò: “O Maometto! Sarà vero che il potere del Crocifisso è più grande del tuo, visto che cristiani hanno disperso i tuoi discepoli”.
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| Jean-Victor Schnetz, Battaglia di Ascalona, 12 agosto 1099, 1843, Castello di Versailles |
Il 13 agosto 1099 Goffredo di Buglione deposita nella Basilica del Santo Sepolcro lo stendardo del Visir Al-Afdal Shahanshah, catturato durante la battaglia di Ascalona del giorno precedente.
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| François-Marius Granet, Goffredo di Buglione deposita nella chiesa del Santo sepolcro lo stendardo strappato al Gran Vizir il giorno prima, 1839, Castello di Versailles |
venerdì 12 agosto 2016
«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»
Il 12 agosto è anche la festa del Beato Innocenzo XI,
il papa della battaglia di Vienna.
In suo onore, postiamo questo contributo.
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| Beato Innocenzo XI, stampa, 1790 circa |
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| Galeazzo Gualdo Priorato, Innocenzo XI, in Historia di Leopoldo Cesare, 1670-74, Universitätsbibliothek, Salisburgo |
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| Anonimo, Beato Innocenzo XI, XVII sec., cappella della Sacra Famiglia, Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso, Roma |
«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle
della terra»
di Lorenzo
Benedetti
Idealizzare gli uomini è sicuramente pericoloso; ma leggere la vita e le
gesta di Innocenzo XI può fungere da insegnamento per tutti i Cattolici. La sua
esistenza è un exemplum per ogni autentico fedele che si professi tale, uno
specchio in cui riflettere le nostre stesse vite tanto nell’errore, poiché
nessun uomo è esente dal peccato, quanto maggiormente nelle virtù. Modello di
rigore e pietà, animato da vera Fede, questo beato pontefice non ha mai smesso
di ricercare, e seguire, la Verità.
Venuto alla luce in una ricca famiglia comasca nel 1611, Benedetto
Odescalchi fu un ragazzo di ingegno vivace ed animo irrequieto: intrapresi gli
studi umanistici, li interruppe per lavorare nella società di cambiavalute di
famiglia, mestiere che presto abbandonò per poi peregrinare tra Milano e Como,
ricoprendo incarichi militari ed vagheggiando un nuovo trasferimento a Napoli.
Già in gioventù, dovette affrontare difficili prove, come la perdita del padre
a soli undici anni, la morte di due fratelli e quella della madre, a causa
della peste del 1630, la stessa descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi.
Energico ed inquieto, nel 1636 decise ancora una volta di cambiare vita e si
trasferì a Roma; lì venne introdotto presso il cardinale Alfonso de la
Cueva-Benavides, e fu un incontro decisivo per la sua vita: notate le capacità
non comuni del giovane, il prelato lo convinse infine a riprendere in mano i
libri e laurearsi in utroque iure a Napoli. Così avvenne nel 1639, ed al
brillante Odescalchi si aprì la carriera curiale: finalmente, Benedetto aveva
placato il suo animo grazie alla chiamata al servizio di Dio, che sentì nascere
dentro di sé come “la volontà di una vita celibe, segregata dal mondo e volta
alle opere di beneficenza”, e ricevette la tonsura.
Se gli incarichi ufficiali – fu da subito Presidente della Camera
apostolica e poi governatore di Macerata – gli impedirono il primo scopo, di
certo lo favorirono nel secondo: da subito ridusse all’essenziale la sua
servitù, visse in modo austero, applicò la legge in maniera rigorosa ed
imparziale, rifiutando regali e favori e senza distinzioni di classe sociale.
Alle sue profonde e preziose competenze economiche, che mise sempre al servizio
della Chiesa e mai del proprio portafogli, univa l’incrollabile zelo: per
questo nel 1645 fu creato cardinale, e nel 1648 inviato come legato a Ferrara
per sanare l’avvilente carestia. Distribuì viveri e denaro ai poveri, punì gli
speculatori, fissò un prezzo per il grano e ne ordinò la libera distribuzione a
tutti i cittadini: il suo animo ferreo lo portò a insistere nel pacificare i
nobili locali, invitandoli a rotazione alla sua mensa per obbligarli a
dialogare. Inviato come pater pauperum, “padre dei poveri”, fu riconosciuto tale
anche dal popolo che inneggiò al suo nome.
Eletto vescovo di Novara nel 1650, rinunciò alla diocesi quando fu chiamato
come consigliere privato da Alessandro VII: in contrasto con la splendida vita
romana, il cardinal Odescalchi visse con parsimonia, versando i suoi denari a
ospedali, ospizi, pellegrini ed indigenti; all’indole caritatevole affiancò una
sincera devozione, frequentando quotidianamente le chiese.
Così trascorse diversi anni, fino al conclave nell’anno 1676, allorché
venne eletto Sommo Pontefice: umile e pio, declinò la tiara e vennero ripetute
le votazioni, che lo videro nuovamente prescelto. Prima di accettare, presentò
ai cardinali elettori una capitolazione da sottoscrivere, pena un suo nuovo
rifiuto: il documento descriveva la linea di azione del pontefice, che essi non
avrebbero dovuto ostacolare, e che prevedeva la difesa e propagazione della
Fede cattolica, la diminuzione del lusso del clero ed il controllo sui costumi,
la limitazione delle spese curiali e un’azione pastorale rivolta alla cura
delle persone. Sorpresi, i porporati accettarono e Benedetto Odescalchi fu
incoronato come Innocenzo XI il 4 ottobre con una semplice cerimonia: già si
vedeva la ventata di novità portata dal papa, il quale devolse il denaro risparmiato
ai poveri.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
Nel 1687 istituì la Taxa Innocentiana, che proibiva ai vescovi di
riscuotere un pagamento per le dispense matrimoniali. Avversò il nepotismo, e
decise di non assegnare alcuna carica ai parenti, che non si stabilirono
nemmeno a Roma. Promosse gli ordini monastici, e spesso riceveva personalmente
i missionari per avere informazioni sull’evangelizzazione nel mondo: saputo
della schiavitù cui erano costrette molte popolazioni indigene, si adoperò per
l’abolizione della tratta degli schiavi. Limitò il gioco del lotto, vietò
sovente il carnevale, abolì la regata sul Tevere, tradizione romana nel giorno
di San Rocco, e versò la cifra che per essa si spendeva ad un orfanotrofio.
Tutto questo, senza però mai cedere nell’ortodossia: nel 1687, con la bolla
Coelestis Pastor, condannò come eretica la dottrina del quietismo, che
escludeva il desiderio e la volontà umana come mezzi per raggiungere la
beatitudine, abbandonandosi passivamente all’azione divina, un movimento che
egli stesso, anni addietro, aveva in buonafede protetto. Con la bolla
Sanctissimus Dominus stigmatizzò gli insegnamenti del lassismo, che predicava
una morale molto rilassata – e c’è da chiedersi quanto oggi questa dottrina, sebbene
in forme diverse, serpeggi tra i credenti, per cui l’osservanza ai comandamenti
divini è divenuta un optional per un cattolicesimo fai-da-te.
Colpito da malattia, Innocenzo XI morì nel 1689, distaccato dai beni
terreni e con il corpo provato dai molti sacrifici. Anche il suo ultimo afflato
fu una parola di carità, nel donare ai poveri di Novara diecimila scudi, e di
fede, raccomandandosi al Signore celeste per cui aveva vissuto ed operato sulla
terra.
martedì 2 agosto 2016
Cosa chiese Maria contro l’invasione degli islamici
La Chiesa cattolica,
oggi, è sempre più debole. Ed allo sbando.
Plaude, senza
comprenderne il significato, alle “preghiere” degli imam (per la cronaca ed aggiornamenti, v. qui e qui).
Mentre nella Basilica
romana di Santa Maria in Trastevere, gli islamici hanno dato le spalle alla
lettura del Vangelo, ben altra storia è avvenuta a Bari.
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| A Roma ........... |
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| A Bari ........... |
Anzi, qui
abbiamo un esempio davvero emblematico di profanazione: l’imam, Sharif
Lorenzini, presidente della Comunità islamica d’Italia, che dovrebbe essere un
italiano, nella Cattedrale di Bari ha recitato in arabo la Sura L’Aprente del
Corano, cioè la prima sura. Il testo è il seguente: «Mostraci la
retta via, la via di coloro che tu hai favorito, non (la via) di coloro che
guadagnano la tua ira, né quella di coloro che hanno deviato» (v. qui.
Cfr. anche Desolazione in
Cattedrale, a Bari, in Chiesa
e postconcilio, 1.8.2016). Secondo l’interpretazione Islamica
tradizionale la “retta via” è l’Islam mentre la via di coloro che si sono
guadagnati l’ira di Allah è quella degli Ebrei e quelli che hanno deviato sono
i Cristiani. E pensare che la giornata di domenica 31 luglio doveva essere – a
parole – una giornata di riconciliazione. In barba a coloro che, rinunciando a
riconoscere ciò che sempre più appare evidente, sostengono che l’islam -
asseritamente moderato - non abbia intrinsecamente una volontà di dominio e di
conquista (cfr. Roberto de Mattei, I
primi martiri dell’islam in Europa, in Corrispondenza
romana, 27.7.2016; Id., Imam
in chiesa: una grave offesa alla fede e alla ragione, ivi,
3.8.2016; Id., Imams in church: A grave offence
against faith and reason, in Rorate
caeli, Aug. 3, 2016. V. anche Redazione, La religione c’entra eccome,
spiega il cardinale Bagnasco, in Il
Foglio, 28.7.2016; Id., ”Il Papa sbaglia, stiamo subendo
l’odio da parte di una religione”, dice il patriarca di Antiochia, ivi).
La
Cattedrale di Bari così come le altre chiese e basiliche profanate dovrebbero
essere riconsacrate, o almeno offerte celebrazioni di espiazione, essendo state
trasformate – come ricordato – in moschee de facto. Ben pochi
pastori di anime, come Mons. Gemma, vescovo emerito di Isernia, vi hanno visto,
in verità, un attacco al Cristianesimo (v. qui.
Cfr. anche qui).
E questo è avvenuto nonostante il divieto della CEI (cfr. Andrea Tornielli, CEI: basta moschee su spazi dei
cattolici, in Fatti
sentire, 28.5.2008). Un'altra epoca .... Evidentemente. Se poi
il presidente della CEI, card. Bagnasco, in evidente stato di labiritintite dottrinale,
afferma di non aver compreso il motivo delle lamentele per la presenza degli imam in chiesa (v. qui)
..... il quadro dello stato della Chiesa cattolica è abbastanza chiaro.
Ignoranza. Ignoranza sì dei fondamenti della fede cristiana. Anche della
cultura islamica. Ed apostasia dalla fede.
Ricordiamo,
a questo proposito, a completamento di quanto evidenziato nei giorni scorsi,
che la Basilica di Hagia Sofia (Santa Sofia) di
Costantinopoli, quando, nel 1453, fu conquistata la capitale dell’impero
bizantino, fu trasformata in moschea in maniera assai semplice: il sultano
Maometto II vi fece recitare, da un ulema, la shahada,
che è la preghiera-professione di fede islamica («Testimonio che non c’è
divinità se non Allāh e testimonio che Maometto è il suo messaggero»),
perché quella Basilica diventasse automaticamente moschea. Per lo stesso
motivo, non è permesso costruire chiese cristiane in terra islamica, perché se
si pregasse Cristo, quella terra cesserebbe di essere islamica. Per cui, per il
semplice fatto di aver pregato islamicamente, quelle chiese sono da
considerarsi profanate e moschee de
facto, abbisognevoli di essere riconsacrate.
Abbiamo
ricordato anche quanto affermava l’arcivescovo emerito di Smirne, mons.
Bernardini, durante il Sinodo del 1999 (v. qui),
secondo cui la cessione di chiese agli occhi di un islamico è segno eloquente
di apostasia (cfr. Camillo Langone, Domenica
a messa si è spezzato qualcosa, e non parlo del pane. Ve lo spiego,
in Il
Foglio, 2.8.2016). Il testo intero del suo intervento è qui.
Il vescovo cappuccino, che, per molti anni aveva vissuto in terra islamica,
poteva parlare con piena cognizione di causa, conoscendo questo fenomeno
secondo un’ottica privilegiata, da vicino. Egli sapeva che ogni cedimento
cristiano rafforza l’islam. I cristiani, che hanno ormai ceduto al pacifismo
irenista, temono per la loro sorte e, per questo, si mostrano “accoglienti”,
quasi vittime di non meglio specificati sensi di colpa nei confronti
dell’islam. Per cosa poi? Per aver combattuto a Lepanto ed a Vienna. Aver
combattuto e vinto per intervento della Regina della Vittorie. Disprezzare
simili grazie celesti comporta sempre gravi conseguenze. Ahhhh ….. se solo
ricordassero quanto insegnava il Divin Maestro: «E non abbiate paura di quelli che
uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura
piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il
corpo» (Matth, 10, 28). Ma i cristiani di oggi hanno perso la fede. A partire
dai pastori.
Ricordava
del resto il beato Charles de Foucauld: «Secondo la loro fede, i musulmani
ritengono l’islam come la loro vera casa e i popoli non-musulmani come
destinati a essere sopraffatti da loro o dai loro discendenti. Considerano la
sottomissione a una nazione non-musulmana come una situazione transitoria. La
loro fede li assicura che usciranno vincitori da questo scontro con gli europei
che oggi li dominano. La saggezza consiglia loro di patire con calma questa
prova: “Quando un uccello intrappolato si agita, perde le piume e si spezza le
ali, invece se resta tranquillo sarà integro il giorno della liberazione”» (Charles de Foucauld, La profezia
di de Foucauld: «Così l’islam ci dominerà», in LNBQ,
23.7.2016).
Nella
festa del Perdono di Assisi (Dedicazione della Patriarcale Basilica di Santa Maria degli Angeli
della Porziuncola) e di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il quale non aveva
mancato di parlare dell’Islam e di come dovrebbe essere considerato dai
cattolici (v. qui),
rilanciamo questo contributo. Sullo stesso tema, cfr. Stefania Falasca, Quando la Madonna salvò Venezia,
in 30Giorni, 2001,
fasc. n. 10.
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| Franz Mayer & Co., S. Alfonso, XIX sec., Cattedrale, Carlow |
![]() |
| Anonimo, Sant'Alfonso Maria de Liguori, Chiesa della SS. Trinità dei Redentoristi, Ciorani |
Cosa chiese Maria
contro l’invasione degli islamici
di Angelo Busetto
Giovedì 4 agosto il
cardinale Pietro Parolin sarà nell’isola di Pellestrina (Venezia) per i 300
anni dall’Apparizione della Madonna. Ci saranno anche il Patriarca di Venezia e
il vescovo della nostra diocesi di Chioggia. Trecento anni fa, Maria toccò il
braccio di un ragazzo di nome Natalino dicendogli di dire al parroco di far
celebrare delle Messe per le anime del Purgatorio “se volemo avere vittoria”.
Senza la vittoria della Repubblica veneta nei giorni seguenti il 4 agosto 1716,
le nostre donne porterebbero il velo e noi tutti reciteremmo a memoria i
versetti del Corano. Invece oggi abbiamo la grazia di portare in trionfo la
Madre del Signore Gesù. Venerata nel santuario di marmo bianco che si specchia
sulla laguna di Pellestrina, sùbito innalzato dalla Repubblica Veneta in segno
di gratitudine, la bella immagine della Madonna nera dipinta da ignota mano,
dal 18 luglio in poi, esce di casa e inizia il suo percorso di benedizione in
tutte le chiese dell’isola. In laguna, centinaia di barche - dalle più piccole
ai grandi barconi da pesca - fanno risuonare clakson e trombe. Questa la sua
storia.
A Natalino Scarpa, il
4 agosto di trecento anni fa, la Madonna, prendendolo per un braccio, disse:
«Vien qua fio, vai dal Piovan, e dighe che a fassa celebrare delle Messe per le
aneme del Purgatorio, se volemo avere vittoria» («Vieni qui, ragazzo, vai dal
parroco e digli che faccia celebrare delle Messe per le anime del Purgatorio se
vogliamo avere vittoria»).
Di quale vittoria si
trattava? Quella della Repubblica Veneta contro i turchi che invadevano ilMediterraneo e attaccavano le
coste dell’Italia, depredando, uccidendo e nel caso migliore costringendo
quanti catturavano – uomini e donne – a diventare musulmani. La vittoria pronosticata
da Maria, patrocinata dalle Messe che la gente dell’isola di Pellestrina fece
subito celebrare, è arrivata qualche giorno dopo, quando Venezia respinse i
turchi a Corfù e a Pretervaradino. Non sarebbero bastate le armi a difendere le
popolazioni e a garantire la fede cristiana, come non erano bastati gli
eserciti a difendere Vienna assediata dai musulmani, quando il Beato Marco d’Aviano
celebrò l’eucaristia e proclamò la penitenza e l’assoluzione dei soldati. Non
erano bastate le flotte delle navi a Lepanto, quando Pio V proclamò la Madonna
Regina del Rosario.
Come si difende la
fede? Come si garantisce un popolo? Spezzoni di eserciti europei vanno a inseguire l’Isis nei Paesi che
generano il terrorismo, mentre nelle nostre città aumentano i controlli e per
le strade si disseminano drappelli sempre più numerosi di forze dell’ordine. La
condizione richiesta dalla Madonna dell’Apparizione a un ragazzino di un’isola
della laguna veneta, significativamente posta a barriera della città di Venezia
sul frontale del mare Adriatico, è quella di celebrare delle Messe, interagendo
così attraverso la più grande preghiera cristiana. Non bastano dunque le armi
difensive a proteggerci; non bastano le barriere né le più raffinate tecniche
investigative. Occorre la preghiera.
Perché? Prima di
tutto perché la preghiera ci mette in braccio a Dio. Nella preghiera diventiamo collaboratori di Dio, che non ha
scelto di agire da solo. Il Dio dell’alleanza nell’antico testamento e il Dio
dell’amicizia nel nuovo testamento ci chiama ad essere suoi partner e collaboratori,
e domanda di estendere nel mondo il Regno di pace e di fraternità attraverso la
vita e la presenza dei suoi figli-alleati. La preghiera estende la forza e l’efficacia
dell’azione di Dio.
In secondo luogo la
preghiera raddrizza il nostro cuore e dice a noi stessi e agli altri chi siamo:
figli di Dio e fratelli.
La preghiera chiarisce e approfondisce la nostra identità, dice la nostra
origine e la nostra appartenenza, rende saldo il nostro intendimento e lo scopo
della vita, dona libertà e coraggio. Rende veri e saldi. Libera dall’odio,
dalla violenza, dalla vendetta e dalla rappresaglia.
La preghiera dunque è
la nostra vera vittoria. Potremo vivere o morire, con la preghiera nulla va perduto di quello che siamo, come
nel caso dei martiri sorpresi a pregare e di padre Jacques Hamel ucciso mentre
celebrava l’Eucaristia. L’invito della Madonna dell’Apparizione al giovane
Natalino nello specchio della laguna veneta e sulla scena della storia si
ripresenta oggi come l’iniziativa più urgente e più mobilitante per tutto il
popolo cristiano, «se volemo avere vittoria».
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