Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 10 aprile 2020

La “Sinagoga bendata”

Abbiamo già parlato sul nostro blog delle conferme talmudiche circa la divinità e messianicità di Cristo e che solo con il suo Sacrificio venne la Redenzione (vqui). Ora, in questo Venerdì santo, rilanciamo quest’ulteriore contributo in tema.

Giovanni Gasparro, Arma Christi, cimasa per l'altare della Pietà, Basilica di S. Giuseppe Artigiano, 2011, L'Aquila

La “Sinagoga bendata”


di Carlo Codega

Pochi sanno quanto accadde, a partire dall’anno della morte di Cristo, nel Tempio di Gerusalemme lungo i 40 anni che precedettero la sua distruzione. Dopo il Sacrificio del Golgota, i sacrifici di culto antichi perdono valore. Si avverano le parole di Cristo alla samaritana: «Viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).

Non è raro trovare all’interno delle grandi cattedrali medievali l’immagine di due donne – l’una a fianco dell’altra oppure contrapposte – raffigurate con caratteristiche antitetiche: una giovane donna avvenente e in piena salute, con in testa una corona e in mano un calice e, talvolta, uno scettro, spesso a cavallo di un destriero. Dall’altra parte una donna malridotta e cenciosa, talora a cavallo di un asino o sdraiata a terra, ma la cui caratteristica più particolare è quella di essere bendata. Se nella prima donna si deve scorgere la Chiesa, con il potere conferitogli da Cristo (lo scettro) e i Sacramenti di cui è dispensatrice (il calice), la seconda è senza dubbio la “Sinagoga bendata”. Con ciò gli artisti tentavano di riprodurre il complesso ma chiaro rapporto esistente tra il “resto d’Israele”, la Chiesa, e ciò che rimaneva di quell’Israele etnico o religioso, che ostinatamente si rifiutava di vedere in Cristo il Messia promesso. Questa “Sinagoga bendata” è quel giudaismo rabbinico che è, certo, in continuità con molti aspetti della rivelazione dell’Antico Testamento e dell’ebraismo classico, ma anche innovatore e profondo modificatore di questo.

Tra Antico e Nuovo Testamento

Dobbiamo prima di tutto cogliere bene questa prospettiva, la quale non sembra molto chiara al giorno d’oggi, ma che dovrebbe essere patrimonio saldo di chi si professa realmente cristiano. La prospettiva che c’interessa non è primariamente quella storica dove può anche darsi – ma la cosa è da dimostrarsi storicamente – che si possa ammettere che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo siano assimilabili a un movimento deviato dell’ebraismo veterotestamentario, a un rampollo fuoriuscito da un ramo che, d’altronde e nonostante ciò, continua la sua crescita nella stessa direzione. Da una prospettiva teologica dobbiamo invece ammettere che l’Antico Testamento si compie in Gesù Cristo, il quale non è un qualsiasi predicatore, ma il Messia promesso, il Figlio di Dio venuto per salvare il suo popolo, adempiere le profezie e dare compimento alle promesse. In altre parole il tronco dell’ebraismo veterotestamentario non continua al di fuori di Cristo, ma germoglia e fiorisce in Cristo, mentre gli altri rami se ne distaccano e, così, perdono il contatto con la linfa e periscono. Oppure, secondo il linguaggio di san Paolo, dobbiamo dire che l’unico modo per salvare quella pianta vetusta ma ammalata dell’ebraismo fosse quello di innestare sulla radice dell’ebraismo veterotestamentario i rampolli nuovi provenienti dalle “genti” – cioè dai non ebrei convertiti al Cristianesimo – affinché la pianta sopravvivesse, nonostante gli altri rami per la loro infedeltà dovettero essere recisi (cf. Rm 11,16-21). Tutto ciò appunto per rappresentare tramite immagini naturalistiche una verità teologica che dobbiamo avere per certa: Cristo è venuto a compiere le promesse di Dio date al popolo d’Israele e ha trasfuso una nuova vita – la vita divina della grazia – facendo sì che leggi e cerimonie, che fino ad allora vigevano come immagini, si compissero come realtà nella sua persona e nella Chiesa da Lui fondata, in quanto prolungamento “mistico” della sua persona.
Al contempo ciò comportò l’abbandono del particolarismo etnico in favore dell’universalismo, già adombrato nei grandi profeti come Isaia: non è più dunque questione di essere figli di Abramo secondo il sangue ma secondo lo spirito e la fede, perché la salvezza non è promessa solo ai discendenti di Abramo secondo la carne ma a tutti gli uomini della terra. In ciò il particolarismo etnico – cioè il fatto che Dio avesse scelto un popolo tra tanti e lo avesse segregato dagli altri – va visto come una disposizione transitoria in una determinata fase storica, per la quale la sapienza divina riteneva necessaria questa separazione, sapendo che un eccessivo contatto con altri popoli politeisti e pagani avrebbe messo a rischio l’alleanza siglata con Lui.

Dall’ebraismo veterotestamentario al giudaismo rabbinico

In questo processo di passaggio dalla promessa all’adempimento, dal culto secondo la carne a quello «secondo spirito e verità» (Gv 4,23), dal particolarismo etnico di Israele all’universalismo salvifico e spirituale, dal “tipo” e “figura” delle leggi e delle cerimonie ebraiche alla verità di quelle cristiane, evidentemente qualcosa si oppose a una piena adesione di tutto il popolo d’Israele alla rivelazione definitiva di Cristo, così che la Chiesa Cattolica rimase “il resto d’Israele”: «Così al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia» (Rm 11,5). Non è qui importante determinare cioè se il passaggio da ebraismo a cristianesimo coinvolgesse o meno la maggioranza degli ebrei etnici, ma importante è sottolineare che questo “resto” – al pari di quel resto dei tempi dell’esilio babilonese (Is 11,11-16; 46,3; Mic 2,12; Ger passim) – è quello destinato a portare avanti l’alleanza con Dio. Al di là di questo resto, invece, vale quanto perentoriamente scritto da san Paolo: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti» (Rm 11,7-8). “Induriti”, bendati o ciechi... in qualsiasi modo si voglia definire, ci si trova davanti al rifiuto del Rivelatore definitivo, all’indifferenza di fronte al Messia e Salvatore promesso, all’uccisione del Figlio di Dio stesso, conformemente a quanto preannunciato da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 12,1-12).
Ciò che ci interessa qui però è come avvenne questo rifiuto. Normalmente si dice che in effetti il giudaismo rabbinico, che continua la linea dei farisei, sia una conseguenza degli eventi del 70 d.C.: in quell’anno infatti, come già preannunciato da Gesù («Non rimarrà pietra su pietra», Lc 21,6) il Tempio venne distrutto e con esso finì anche il culto veterotestamentario. La diaspora poi seguita a questo, alla successiva ribellione ebraica di Simone Bar Kochba (135 d.C.) e alla violenta repressione romana, comportò anche la fine della linea sacerdotale ebraica, che, come è noto, era ereditaria. Dunque, l’ebraismo che non aveva aderito al Cristianesimo, si trovava nel II secolo senza possibilità di culto – il quale era lecito solo nel Tempio di Gerusalemme, distrutto e soppiantato da un tempio pagano – e senza sacerdoti... si trovava dunque a doversi riorganizzare fuori dalla Terra Promessa, nella diaspora, e senza un successore della monarchia davidica: in questa situazione era impossibile una vera continuità con l’ebraismo veterotestamentario. Prevalse dunque la linea farisaica che d’altronde non era mai stata troppo legata al sacerdozio e al culto, in prevalenza prerogativa degli avversari sadducei, e questa era proprio rappresentata dai “rabbini”, i dotti studiosi della Legge. Ora questi rimanevano gli unici rappresentanti ufficiali delle comunità e gli unici in grado di dirimere le questioni legali, soprattutto quelle nuove, legate alla convivenza con stranieri in terra straniera. Inoltre spettò ad essi introdurre un nuovo culto non più legato a Gerusalemme e non più basato su sacrifici – dato che erano possibili solo nel Tempio – ma che, modellato sul culto del periodo dell’esilio, si basava su preghiera orale e spiegazione della Scrittura e della Legge all’interno delle sinagoghe. A una religione del culto del Tempio si sostituiva una religione della Legge.

La Sinagoga bendata e la nuova religione rabbinica

Proprio dopo la distruzione del Tempio infatti l’influente scuola farisaico-rabbinica di Jabna (oggi Yavne) prese il sopravvento all’interno delle varie fazioni ebraiche, incapaci di spiegare ciò che era successo nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio da parte dell’imperatore Tito. Anche se si discute circa il presunto “Concilio di Jabna” – che avrebbe fissato il canone ebraico dei libri veterotestamentari – ciò che certamente avvenne fu la redazione da parte delle scuole rabbiniche della diaspora della Legge orale. Secondo i farisei e i rabbini infatti Dio sull’Oreb non avrebbe consegnato a Mosè solo la Torah, la legge scritta del Pentateuco, ma avrebbe anche rivelato una “Legge orale”, che oralmente era stata trasmessa e di cui gli ultimi depositari erano proprio i rabbini, che in questo momento (tra I e II secolo) la misero per iscritto. Siamo agli albori di quel processo che porterà nei secoli successivi (III-V secolo) alla redazione del Talmud, nelle sue due versioni babilonese e gerosolimitana.
Ma perché abbiamo deviato il discorso sui rabbini e la redazione della Legge orale e del Talmud? Perché proprio qui – secondo alcuni studi recenti – si potrebbero trovare degli indizi che dimostrerebbero ancor più quanto la “Sinagoga” si sia dimostrata “bendata”, anzi ancor più cieca e indurita di fronte alla verità del Cristianesimo e come – almeno per quanto riguarda i capi – si sia trovata di fronte a un’alternativa: accettare il Cristianesimo come compimento dell’Antico Testamento, oppure costruire una nuova religione solo apparentemente legata alla rivelazione veterotestamentaria, ma in realtà privata proprio di ciò che era il fulcro e il nucleo di quella: i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme. Certo per il giudaismo tutto ciò non è del tutto abbandonato, ma rimandato a un’aspettativa futura quando verrà riconquistata la Terra Promessa, ricostruito il Tempio e ritrovata la linea sacerdotale. Tuttavia ciò che si vuole dire è comunque che nel Talmud ci sarebbe la testimonianza di come, ancor prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), Dio avrebbe dato abbondantemente prova di come fosse venuta meno la necessità del culto del Tempio, non perché Dio non volesse più sacrifici e atti di culto, ma perché i sacrifici dell’Antico Testamento si erano ormai compiuti nell’unico e vero Sacrificio: il Sacrificio di Cristo sulla Croce, l’unico veramente degno di Dio.
Gesù stesso infatti nel suo magistero pubblico aveva più volte fatto capire come il centro e il fulcro non fosse più il tempio ma la sua persona, segnalando – davanti alla sorpresa di chi non poteva ancora capire – come il vero “Tempio”, cioè il suo corpo, Lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni, con chiara allusione cioè alla sua Risurrezione. Dio avrebbe cercato quindi di far capire questo ai rappresentanti dell’ebraismo di allora, attraverso quattro miracoli di cui il Talmud dà testimonianza, ma che purtroppo non sono stati ascoltati dagli orecchi induriti né visti dagli occhi bendati di coloro che avevano messo a morte Gesù.

1° segno: la sorte sinistra

Si legge nel Talmud babilonese: «I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio [“per il Signore”] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole» (Soncino versione, Yoma 39b). Sostanzialmente la stessa cosa è riportata nella versione del Talmud di Gerusalemme, ma questi passaggi risultano oscuri per chi non abbia pratica con il culto veterotestamentario.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.

2° segno: il cinturino cremisi non diventa bianco

La seconda delle indicazioni dateci dal Talmud però spiega meglio la prima: essa si riferisce sempre al rito espiatorio dello Yom Kippur, seppure relativamente a un rituale non ricordato dalla Bibbia (in particolare assente dal cerimoniale in Lev 16) ma ampiamente presente negli altri testi ebraici. Sul secondo capro – quello su cui il sacerdote imponeva le mani per scaricare i peccati del popolo e che poi veniva mandato nel deserto – si appendeva una striscia color rosso cremisi che, prima del rito espiatorio di aspersione del sangue dell’altro capro, veniva rimossa e legata alla porta del Tempio. Ciò che generalmente si produceva era che il panno cremisi diveniva, dopo il rito espiatorio nel Sancta Sanctorum, bianco come la neve, ricordando così le parole di Isaia («Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianchi] come lana», Is 1,18). Ora il significato di questo rito, che comportava l’intervento miracoloso di Jahvè, è chiaro: quel panno che da rosso diveniva bianco, era il segno dell’accettazione da parte di Dio della richiesta di perdono da parte del popolo, oltre che dell’effettiva purificazione di esso. Ora tale miracoloso effetto non sempre si produceva, ma per 40 anni dopo la morte di Gesù mai si produsse. Non è difficile intuirne il significato, e la Lettera agli Ebrei viene in nostro soccorso. Al capitolo 9 rammenta il rito dello Yom Kippur, ma sottolinea come esso sia stato superato dal Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, Cristo: «Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,12-14). È evidente dunque quello che avvenne: il rito dello Yom Kippur era solo una figura di ciò che doveva avvenire con il Sacrificio di Cristo sulla croce. Gesù, vero Agnello innocente e senza macchia, ricondusse a sé il rito di espiazione allo stesso tempo caricandosi dei peccati del popolo – come il capro emissario – e lavando con il suo Sangue i peccati degli uomini. Dopo un tale Sacrificio, che procurò una «redenzione eterna», il rito di purificazione dello Yom Kippur perse qualsiasi valore anche se, purtroppo, non tutti gli ebrei lo capirono.

3° segno: la lampada occidentale si spegne

Come è noto la Menorah del Tempio – la tipica lampada ebraica – aveva sette braccia, ma le lampade non rimanevano sempre accese secondo il cerimoniale: le 2 lampade orientali rimanevano accese di giorno ma non di notte, mentre le 4 centrali venivano accese al tramonto e lo rimanevano fino all’alba. Queste comunque dovevano essere accese dalla fiamma della lampada più importante, quella occidentale, che in effetti era perenne: essa segnalava la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, e quindi proprio in mezzo al suo popolo. Un suo eventuale spegnimento era considerato una sciagura, e per questo i leviti erano incaricati di vegliare perché fosse sempre ben rifornita di olio e una negligenza in ciò era considerata un peccato gravissimo.
Ora cosa avvenne tutte le notti a partire dall’anno 30 all’anno 70 d.C.? Per tutte le notti di quaranta anni di fila la lampada occidentale si spegneva spontaneamente, segnalando così che Dio aveva definitivamente lasciato quel luogo. Il Tempio aveva sostituito la Tenda dell’incontro in cui negli anni di cammino nel deserto risiedeva la Shekinah, la Presenza divina che accompagnava il suo popolo. Il Tempio di Gerusalemme così non era più il luogo della Divinità, non era più la dimora di Dio tra gli uomini. Ciò perché – come segnala sempre la Lettera agli Ebrei – dall’Incarnazione di Cristo vi è “una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo”: è Cristo stesso, in quanto Dio incarnato, a rappresentare la presenza più perfetta di Dio tra gli uomini. Ed è la sua permanenza sacramentale nell’Eucaristia ad assicurare questa presenza sostanziale, così come la Chiesa – suo Corpo mistico – assicura a sua volta la presenza mistica di Cristo tra noi. La luce occidentale della Menorah può così spegnersi mentre è la luce del Tabernacolo nelle nostre chiese che segnala ormai che Dio è tra di noi.

4° segno: la porta spontaneamente aperta

Un ultimo segno straordinario che i cronisti ebrei non mancarono di segnalare è quello della porta del Tempio, che tutte le sere si spalancava spontaneamente. Anche questo si verificò per ben quarant’anni, a partire dal 30 d.C. Non sappiamo precisamente a quale porta si riferisca, pertanto non possiamo con certezza identificarla con la “Porta aurea” o “Porta speciosa”. Se fosse questa infatti il significato messianico dell’evento sarebbe chiaro: secondo gli ebrei dalla Porta aurea transitava nel Tempio la presenza divina (Shekinah) e, al compimento dei tempi, da lì sarebbe entrato anche il Messia. Se fosse questa la porta in questione, sarebbe chiaro che la sua apertura significherebbe la venuta del Messia, che al contempo porta con sé la presenza divina. Ovvero sarebbe un chiaro segno della messianicità e della divinità di Gesù. Tuttavia va detto che la “Porta aurea” non è proprio una porta del Tempio, quanto piuttosto essa si apre nelle mura del Tempio. Nell’impossibilità di dirimere la questione, possiamo comunque riferire l’opinione di rabbi Yohanan Ben Zakkai, il principale rabbino dopo il 70 d.C. e guida della comunità di Jamna, che segnalò come questo evento fosse stato interpretato come un segnale della prossima distruzione del Tempio. E così si compì... senza però che rabbi Yohanan ne traesse motivo per scovarvi la verità del Cristianesimo.

Il mistero della “Sinagoga bendata”

È evidente come il mistero del mancato riconoscimento del Messia e del Salvatore in Gesù sia uno degli avvenimenti al contempo più dolorosi e più misteriosi della storia dell’umanità (cf. Rm 11,25-32). Il fatto che il popolo eletto abbia rinunciato alla sua elezione, rifiutandosi di vederla compiuta e perfezionata in Gesù Cristo, è qualcosa che interroga profondamente la nostra visione storica e religiosa. Non si può tacere l’unilateralità odierna nel presentare la “fedeltà di Dio” nelle sue promesse, fino a dimenticarsi che in effetti gli ebrei hanno «urtato contro la pietra d’inciampo» (Rm 9,33), hanno rifiutato la giustizia di Dio per imporne una propria (cf. Rm 10,3) e quindi solo un resto – che è la Chiesa – è rimasto fedele all’alleanza: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto ciò che cercava: lo hanno ottenuto invece gli eletti» (Rm 11,7). Il mistero della mancata corrispondenza di Israele si apre però a una prospettiva provvidenziale ed escatologica che non si può dimenticare e che anche san Paolo ricorda (cf. Rm 11,25-32). Allo stesso tempo non va dimenticato come la cecità di questa “sinagoga bendata” rimane per noi tutti un monito: il ramo tagliato e morto – ma che la potenza di Dio potrebbe rinnestare nel tronco – è per noi un monito salutare a essere corrispondenti alla grazia della fede che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo nostro Redentore.

giovedì 26 dicembre 2019

“Ascese Stefano perché discese Cristo”. Un sermone di S. Fulgenzio per la festa del Primo Martire

In onore di S. Stefano protomartire, rilanciamo questo sermone di S. Fulgenzio di Ruspe.

















Jean-Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Stefano, XVII sec., collezione privata

Constantin Meunier, S. Stefano, 1867

“Ascese Stefano perché discese Cristo”. Un sermone di S. Fulgenzio per la festa del Primo Martire

Per offrire ai Lettori spunti di meditazione, riproduciamo parte di un sermone di S. Fulgenzio di Ruspe (lezione IV, V e VI del Mattutino del 26 dicembre) sul martirio del santo Levita che fu lapidato dai furibondi Giudei cui – essendo cattolico e non seguace della giudaizzante Nostra Aetate e di tutto il cascame del dialogo giudaico-cristiano nelle sue versioni progressiste conservatrice – predicava la necessaria loro conversione a quel Gesù annunziato dai Profeti e da loro inchiodato alla Croce.


Ieri abbiam celebrato la nascita temporale del nostro Re sempiterno: oggi celebriamo la passione trionfale d’un soldato. Infatti, ieri il nostro Re rivestito della nostra carne, uscendo dall’aula di un seno verginale, si degnò di visitare il mondo: oggi un soldato, uscendo dall’abitazione del suo corpo, salì trionfante al cielo. Quegli, conservando la maestà della natura divina ed eterna e prendendo l’umile veste della carne, entrò nel campo di questo mondo per combattere; questi, deposto l’indumento corruttibile del suo corpo, salì al palazzo celeste per regnare eternamente. Quegli discese coperto del velo della carne, questi salì incoronato del suo sangue.
Questi salì dopo essere stato lapidato dai Giudei, perché quegli era disceso fra la gioia degli Angeli. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», ieri cantavano esultanti i santi Angeli: oggi festanti ricevettero Stefano nella loro compagnia. Ieri il Signore uscì dal seno della Vergine: oggi il soldato è uscito dall’ergastolo della carne. Ieri Cristo per noi fu involto in panni oggi Stefano fu da lui rivestito della stola dell’immortalità. Ieri l’angusto presepio portò Cristo bambino: oggi l’immensità del cielo ricevette Stefano trionfante. Il Signore è disceso solo per elevare molti: il nostro Re umiliò se stesso per esaltare i suoi soldati.
Ma ci è necessario conoscere, o fratelli, con quali armi munito Stefano poté vincere la crudeltà dei Giudei, e meritare sì glorioso trionfo. Stefano adunque, per meritare di ricevere la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità, e con essa vinceva dappertutto. Per l’amore verso Dio non cedé al furore dei Giudei: per l’amore verso il prossimo intercedé per quelli che lo lapidavano. Per amore riprendeva gli erranti, perché si correggessero: per amore pregava per quelli che lo lapidavano, perché non fossero puniti. Armato della forza dell’amore vinse Saulo che inferociva crudelmente; e meritò d’avere compagno in cielo colui che aveva avuto persecutore sulla terra.

(S. Fulgenzio di Ruspe, Sermone 3 su Santo Stefano, PL XIV, 730-732)

sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

sabato 24 febbraio 2018

Quando lo stesso Talmud conferma che solo con Cristo ed il suo Sacrificio venne la Redenzione … ovvero le prove talmudiche relative al Messia

Esistono prove extrabibliche ed irrefutabili circa il valore redentivo del sacrificio di Cristo?
O sono solo le fonti bibliche a riconoscere che Cristo ha espiato con la sua Passione e Morte in Croce i peccati degli uomini???
Sì esistono. E, paradossalmente, ci derivano proprio dal popolo che fu artefice di quel delitto, cioè dal popolo giudaico.
In effetti, il loro libro principale, che certamente non è la Torah, bensì il Talmud (nel trattatello Sopherim, XV, 7, fol. 13b si legge: «La Torah è come l’acqua, la Mischnah il vino, e la Gemarah vino aromatico». La seguente è un’opinione nota e se ne trovano alte lodi negli scritti dei rabbini: «Figlio mio, ascolta le parole degli scribi piuttosto che le parole della Legge». Il motivo di ciò si trova nel trattatello Sanhedrin, X, 3, fol. 88b: «Colui che trasgredisce le parole degli scribi pecca più gravemente che chi trasgredisce le parole della legge». Nel libro Mizbeach, cap. V, infine, troviamo la seguente opinione: «Non c’è niente che sia superiore al Santo Talmud»), contiene prove esplicite che rimandano inequivocabilmente al sacrificio di Cristo.
Con la sua Morte in Croce, il Divino Redentore ha pagato una volta per tutte per il debito di Adamo e per tutti i peccati: ragion per cui tutti i sacrifici compiuti presso l’Antico Israele non hanno più ragion d’essere.
Essi, infatti, trovavano la loro motivazione in vista di ciò che avrebbe compiuto il Redentore. Essi stessi erano prefigurazione, immagine profetica e tipo di quell’unico e definitivo Sacrificio d’espiazione per i peccati.
Per cui, una volta giunta quella realtà, tutte le prefigurazioni non avevano più ragion d’essere. Dovevano cessare.
Ed il Talmud, tanto quello nella sua versione babilonese quanto in quella gerosolomitana, hanno registrato puntualmente che quei riti e sacrifici, da quarant’anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, non si sono più realizzati. Cos’era successo quarant’anni prima?
Era il 30 d.C.: anno che gli studiosi accreditano come anno della Morte di Cristo.
Da queste testimonianze super partes si può desumere:
- sino al 30 d.C. la vera religione era quella giudaico-mosaica. Essa aveva i sacrifici e questi erano pienamente efficaci, conseguendo l’effetto (il perdono dei peccati e la giustificazione dinanzi a Dio);
- dalla morte di Gesù, essa non era più la vera religione;
- l’unico sacrificio attraverso cui essere giustificati era quello compiuto da Gesù sul Golgota;
- i sacrifici ed i riti dell’Antica Alleanza erano prefigurazione e tipo di quell’unico sacrificio ed ottenevano l’effetto (la giustificazione) non in quanto tali, ma, appunto, in vista e come immagine, prefigurazione di quell’unico e vero sacrificio;
- solo quel sacrificio ci rende graditi a Dio;
- dal 30 d.C. i giudei non sono stati più perdonati da Dio, cessando di essere suo popolo.
Queste sono le inevitabili conclusioni che possono trarsi dalle stesse testimonianze contenute nel Talmud.
Un altro dettaglio ci è fornito da Papa Ratzinger in un suo testo: «Vespasiano affidò l’incarico della conquista di Gerusalemme al figlio Tito. Questi, secondo Giuseppe Flavio, deve essere arrivato davanti alla città santa presumibilmente proprio nel periodo delle festività della Pasqua, il 14 del mese di Nisan, quindi nel 40° anniversario della crocifissione di Gesù» (JOSEPH RATZINGER – PAPA BENEDETTO XVI, Gesù di Nazareth, Seconda Parte: dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, Città del Vaticano, LEV, 2011, p. 39). 
Questa circostanza rilevata da Benedetto XVI, cioè che la distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani ebbe probabilmente inizio in concomitanza con la Pasqua del 70 d.C. … ”nel 40° anniversario” della Pasqua del 30 d.C. in cui Gesù morì e risorse, suona come un'ulteriore conferma come quell'evento si ponga come discrimen nella storia, come sigillo di tutte le profezie dell'Antica Alleanza.
Ci sia permesso concludere richiamando un passo di S. Atanasio: «Segno e grande prova della venuta del Verbo è che Gerusalemme non esiste più, che non è più sorto un profeta e non si rivela più loro una visione. Ed è molto giusto che sia così. Infatti, quando venne colui che era stato annunciato, che bisogno c’era ancora di annunciatori? Essendo ormai presente la verità, che bisogno c’era ancora dell’ombra? Per questo profetarono finché giunse a Giustizia-in-sé e colui che riscattava i peccati di tutti. Per questo Gerusalemme esisteva così a lungo , affinché lì meditassero in anticipo le figure della verità. Quindi, una volta venuto il santo dei santi, giustamente fu messo il sigillo alla visione e alla profezia ed è cessato il regno di Gerusalemme. Presso di loro furono unti i re fino al momento in cui fu unto il Santo dei Santi. E Mosè profetizzava che il regno dei giudei esisterà fino a lui, dicendo: “Il capo non sarà allontanato da Giuda né il principe dai suoi lombi, finché giunga ciò che è riservato per lui; egli è l’attesa delle genti. Per questo il Salvatore stesso proclamava: “La legge e i profeti hanno profetato fino a Giovanni”. Dunque, se ora c’è tra i profeti un re o un profeta o una visione, essi hanno ragione a negare che Cristo è venuto; se invece non c’è più né re né visione, ma è stato messo il sigillo ad ogni profezia e la città e il tempio sono stati distrutti, perché sono così empi e trasgressori da non vedere ciò che è accaduto e negare che Cristo abbia fatto tutto questo?» (S. ATANASIO, L’Incarnazione del Verbo).

Prove talmudiche relative al Messia nel 30 d.C.

Il lettore che si firma “Viandante” - che ringrazio di cuore - mi ha inviato questo contributo, di notevole interesse in quanto non facilmente accessibile dalle comuni fonti cui attingiamo e, soprattutto, perché ci mostra che esistono nel Talmud e, conseguentemente, risultano esser stati fatti propri dalla comunità ebraica attuale, eventi che hanno connessioni evidenti col cristianesimo e direttamente con la Persona e l’Opera del Signore

Nei secoli successivi alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), il popolo ebraico ha iniziato a scrivere due versioni del suo pensiero, della sua storia religiosa e dei suoi commentari. Una versione è stata scritta in Palestina e divenne nota come il Talmud di Gerusalemme. L’altra è stato scritta a Babilonia ed era conosciuta come il Talmud babilonese.
Leggiamo nel Talmud di Gerusalemme:
“Quaranta anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale si spense, il filo cremisi rimase cremisi, e il lotto per il Signore avvenne sempre con la mano sinistra. Avrebbero chiuso le porte del tempio di notte e si sarebbero alzati la mattina trovandole aperte” (Jacob Neusner, il Yerushalmi, p. 156-157). [la distruzione del Tempio nel 70 d.C.]
Un passaggio simile nel Talmud babilonese afferma:
“I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio (lotto) [‘per il Signore’] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole” (Soncino versione, Yoma 39b).
Quali sono questi passi di cui si parla? Poiché entrambi i Talmud riportano le stesse informazioni, ciò indica che la conoscenza di questi eventi era stata accettata dalla diffusa comunità ebraica.

Il miracolo del “Lotto”

Il primo di questi miracoli riguarda la scelta casuale del “lotto” (sorteggio), che veniva effettuato nel Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Il sorteggio determinava quale di due caproni sarebbe stato “per il Signore”, e quello che sarebbe stato il capro “Azazel” o “capro espiatorio”. Durante i due secoli prima del 30 d.C., quando il Sommo Sacerdote sorteggiava una pietra fra due, anche questa selezione era governata dal caso, e ogni anno il sacerdote avrebbe sorteggiato una pietra nera o una pietra bianca, indistintamente e con la stessa frequenza. Ma per 40 anni di fila, a partire dal 30 d.C., il Sommo Sacerdote sortì sempre la pietra nera! Le probabilità di un simile evento sono astronomiche (2 alla potenza di 40). In altre parole, le probabilità che questo si verifichi sono 1 su circa 5.479.548.800 o circa 5,5 miliardi a uno! In confronto, le vostre probabilità di vincita ad una lotteria di Stato o regionale sarebbero molto maggiori!
Il sorteggio di Azazel, la pietra nera, contrariamente a tutte le leggi del caso, è avvenuta per 40 volte di fila dal 30 d.C. al 70 d.C.! Questo fatto è stato considerato un evento terribile e significava che qualcosa era cambiato radicalmente in questo rituale dello Yom Kippur. Questa assegnazione per sorte è accompagnata anche da un altro miracolo che viene descritto di seguito.

Il miracolo della Striscia Rossa

Il secondo miracolo riguarda la striscia cremisi (rosso) o un panno legato al capro Azazel (il capro espiatorio). Una porzione di questo panno rosso veniva rimosso dal capro e legato alla porta del Tempio. E ogni anno il panno rosso sulla porta del Tempio diventava bianco come a significare che l’espiazione del Yom Kippur era accettabile al Signore. Questo evento annuale accadde fino al 30 d.C. A partire da quella data ogni anno e fino al tempo della distruzione del Tempio, il panno rimase color cremisi. Questo senza dubbio causò molta agitazione e costernazione tra gli ebrei. Questa pratica tradizionale è legata alla confessione, da parte di Israele, dei suoi peccati e al trasferimento cerimoniale dei peccati di questa nazione sul capro Azazel. Il peccato veniva poi rimosso dalla morte di questo capro. Il peccato era rappresentato dal colore rosso del panno (il colore del sangue). Ma il panno rimasto cremisi significava che i peccati d’Israele non erano stati perdonati e che non erano stati resi “bianchi”.
Come Dio disse a Israele per mezzo del profeta Isaia:
“Venite, discutiamo, dice il Signore: se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianco] come lana” (Isaia 1:18).
L’indicazione chiara è che tutta la comunità aveva perso l’attenzione del Signore in relazione a qualcosa che si era verificato nel 30 d.C. L’espiazione annuale, raggiunta attraverso la tipica osservanza dello Yom Kippur, non era si realizzava più come previsto. Apparentemente l’espiazione era da ottenere in qualche altro modo. Chi o che cosa avrebbe fornito l’espiazione per un altro anno?
Per quanto riguarda la striscia cremisi, anche se non menzionato nelle Scritture e molto prima del 30 d.C., durante i 40 anni in cui Simone il Giusto era sommo sacerdote, un filo cremisi che era stato associato con la sua persona diventava sempre bianco quando lui entrava nella parte più interna del Tempio, il Santo dei Santi. Le persone notarono questo. Inoltre osservarono che “la sorte del Signore” (il lotto bianco) si produsse per 40 anni consecutivi nel corso del sacerdozio di Simone. Notarono pure che il “lotto” scelto dai sacerdoti dopo Simone a volte era nero, a volte bianco, e che il filo cremisi a volte diventava bianco, altre volte no. Gli ebrei giunsero a credere che se il filo cremisi diventava bianco, Dio aveva approvato i rituali della Giornata di Espiazione e che Israele poteva essere certo che Dio avesse perdonato i loro peccati. Ma dopo il 30 d.C., il filo cremisi non è più diventato bianco per 40 anni, fino alla distruzione del Tempio e la cessazione di tutti i rituali del Tempio!
Che cosa ha fatto la nazione ebraica nel 30 d.C. per meritare un tale cambiamento al Yom Kippur? Secondo alcuni, il 5 aprile del 30 d.C. (vale a dire, il 14 di Nisan, il giorno del sacrificio pasquale) il Messia, Gesù, è stato tagliato fuori da Israele, lui stesso messo a morte come un sacrificio per il peccato. A causa di questo evento vi è un trasferimento dell’espiazione ora non più ottenuta attraverso i due capri come offerti a Yom Kippur. Come un innocente agnello pasquale, il Messia è stato messo a morte senza che fosse trovata colpa in Lui! Ma a differenza dei sacrifici del Tempio o gli eventi dello Yom Kippur (come spiegati sopra) dove il peccato è espiato solo per un dato lasso di tempo, il sacrificio messianico è dato con la promessa del perdono dei peccati attraverso la grazia data da Dio a coloro che accettano un rapporto personale con il Messia. Si tratta essenzialmente di un evento irripetibile per tutta la vita di ogni persona e non di una serie continua di osservanze annuali e di sacrifici animali. Il meccanismo che procura il perdono dei peccati cambiò nel 30 d.C.

Il miracolo delle porte del tempio

Il miracolo successivo, che le autorità ebraiche riconobbero, è quello delle porte del Tempio, che tutte le sere si spalancavano spontaneamente. Anche questo si verificò per quarant’anni, a partire dal 30 d.C. La principale autorità ebraica di quel tempo, Yohanan ben Zakkai, dichiarò che questo era un segno di morte imminente, che lo stesso tempio sarebbe stato distrutto.
Il Talmud di Gerusalemme afferma:
“Disse Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che tu finirai distrutto. Per questo è stato detto, ‘Apri le tue porte, o Libano, che l’incendio possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” (Sota 6:3).
Yohanan Ben Zakkai era il capo della comunità ebraica durante il periodo successivo alla distruzione del Tempio nel 70 d.C., quando il governo ebraico venne trasferito a Jamnia, una trentina di km a ovest di Gerusalemme.
Forse le porte si aprirono anche a significare che ora tutti possono entrare nel Tempio, anche nelle sue parti sante più interne. Le evidenze sostenute dai miracoli di cui sopra suggeriscono che la presenza del Signore si era allontanata dal Tempio. Questo non era più un luogo solo per sommi sacerdoti, ma le porte si erano aperte a tutti per entrare nella casa di culto del Signore.

Il miracolo della Menorah del Tempio

Il quarto miracolo era che la lampada più importante delle sette candele della Menorah nel Tempio si spense, e non brillò più. Ogni notte per 40 anni (oltre 12.500 notti di fila), la lampada principale del candelabro del Tempio (menorah) si spegneva spontaneamente nonostante i tentativi e le precauzioni prese dai sacerdoti per tutelarsi contro questo evento!
Ernest Martin afferma:
“In effetti, ci viene detto nel Talmud che al tramonto le lampade, che erano spente di giorno (le quattro lampade centrali rimanevano spente, mentre le due lampade orientali in genere rimanevano accese per tutto il giorno), dovevano essere reilluminate dalle fiamme della lampada occidentale (che era una lampada che si supponeva dovesse restare accesa per tutto il tempo, era come la fiamma ‘eterna’ che vediamo oggi in alcuni monumenti nazionali) ... Questa ‘lampada occidentale’ doveva essere tenuta accesa per tutto il tempo. Per questo motivo, i sacerdoti tenevano apposta dei serbatoi di olio d’oliva e altri strumenti pronti per fare in modo che la ‘lampada occidentale’ (in qualsiasi circostanza) fosse lasciata accesa. Ma cosa successe nei quaranta anni e l’anno stesso che il Messia disse che il Tempio fisico sarebbe stato distrutto? Ogni notte per quarant’anni la lampada occidentale si spegneva e questo nonostante i sacerdoti ogni sera la preparassero in modo speciale affinché rimanesse costantemente accesa per tutta la notte!” (Il significato dell’anno 30 d.C., Ernest Martin, Ricerca Aggiornamento, aprile 1994, p. 4).
Anche in questo caso, le probabilità che la lampada si spegnesse continuamente sono astronomiche.
Qualcosa di straordinario stava succedendo. La “luce” della Menorah rappresenta il contatto con Dio. Il suo Spirito e la sua presenza erano ora rimosse. Questa speciale dimostrazione si verificò a partire dalla crocifissione del Messia!
Dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente ragionevole che non esiste un modo naturale per spiegare tutti questi quattro segni connessi con l’anno 30 d.C. L’unica spiegazione possibile, deve essere soprannaturale.
Dopo il 30 d.C., e la morte del Messia, cominciarono a intervenire grandi difficoltà e prove impressionanti sulla nazione ebraica. Gesù stesso predisse ciò. Come Egli fu condotto via per essere crocifisso, Gesù mise in guardia le donne di Gerusalemme:
“Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: 'Figlie di Gerusalemme, non piangete su di Me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Già, perché verranno giorni nei quali si dirà, ‘Beate le sterili, i grembi che non hanno portato e i seni che non hanno allattato!’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’. E ai colli: ‘Copriteci!’. Perché se fanno queste cose al legno verde, che cosa sarà fatto a quello secco?'.” (Luca 23:28-31).
Quando diamo uno sguardo obiettivo agli eventi del 30 d.C., chi può mettere in dubbio che quello fosse davvero l’anno della crocifissione e della risurrezione del vero Messia, mandato da Dio a Israele? Chi può negare che Egli è l’unico e solo vero Messia? Chi altro ha adempiuto a tutte le profezie del Vecchio Testamento - tra cui la straordinaria profezia di Daniele al capitolo 9 e le ‘‘70 settimane’’- giungendo nello stesso anno previsto per la venuta del Messia?
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by Nicholas Federoff (Dr. T. Peterson, Editor) - Traduzione a cura di Viandante

Fonte: Chiesa e postconcilio, 15.5.2013. Il testo è anche ripreso da Maurizio Blondet qui. Quello originale in inglese è qui.
Il testo originale aggiunge una postilla, della quale riportiamo una nostra traduzione:

Commento aggiuntivo dei visitatori
di T. Peterson, Ph.D.
Direttore, WindowView.org

Abbiamo ricevuto risposte a questo articolo da tutto il mondo. Un commento in particolare aggiunge al contenuto sopra in modo significativo. Mentre presentiamo questo senza ulteriori conferme, riteniamo che la fonte sia credibile e l’informazione semplicemente aumenti le prove. Quanto segue viene dai Paesi Bassi:

È bello fare commenti dal Talmud e dal Midrash ed uscire per vedere fatti storici interessanti, in questo caso con il filo cremisi di Yom HaKipurim.
Un testo potrebbe essere aggiunto:
«ed è stato inoltre insegnato: ‘Per quaranta anni prima della distruzione del Tempio, il filo scarlatto non divenne mai bianco, ma rimase rosso’» (Bavli Rosh Hashanah 31b).
E secondo la mia ricerca del testo: “Ha detto Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che finirai per essere distrutto, perché è stato detto: Apri le tue porte, o Libano, che il fuoco possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” non proviene dal trattato del Talmud Yerushalmi Sota, ma da Yoma 6:3 [33b], direttamente dopo
“Quarant’anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale uscì, il filo cremisi rimase rosso, e la sorte per il Signore venne sempre nella mano sinistra. Chiudevano le porte del Tempio di notte e si svegliavano al mattino e le trovavano spalancate” (anche da Yoma 6: 3 [33b]).
Calorosi saluti,
Sam