Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

lunedì 22 febbraio 2016

Un brano evangelico misterioso ed il Nome di Dio celato nel Titulus Crucis

Oggi, lunedì della II settimana di Quaresima, viene letto – nella Messa tradizionale – quale brano evangelico una lezione tratta dal Vangelo di Giovanni, 8, 21-29.
Si tratta di uno strano testo, che riferisce le parole di Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono, Ἐγώ εἰμί» (Gv. 8, 28). Parole misteriose. Molti hanno dato a queste un significato puramente teologico, quasi a voler dire che il Signore, con quelle parole, pur esprimendo la maestà della Divinità e la sua origine ed inseparabilità dal Padre, indicasse che molti sarebbero giunti alla fede mediante la sua passione e morte.
Certo, il testo in questione si muove in un contesto di fede. Ma non ci si è interrogati a sufficienza se quelle parole non siano in realtà una profezia di ciò che sarebbe accaduto.
Che intendiamo dire?
Almeno un decennio fa è stata avanzata l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che il famoso Titulus Crucis, che recava il motivo della condanna a morte di Gesù, nella sua parte ebraica, ישוע הנצרי ומלך היהודים (Jeshu[a’] HaNozri WeMelek HaJehudim), Gesù Nazareno e re dei Giudei (con l’inserimento obbligatorio, per ragioni grammaticali, di una congiunzione e), fosse l’acronimo del nome impronunciabile di Dio, Jahwé (JHWH), il famoso tetragramma (יהוה). Per cui, Pilato, forse inconsapevolmente o meglio guidato ed ispirato da Dio, aveva sancito legalmente, cioè in un titolo legale qual era il titulus, che recava il motivo della condanna, la Divinità di quell’Uomo che era appeso alla Croce. Ciò spiegherebbe la reazione stizzita dei sommi sacerdoti (evidentemente Anna e Caifa), come scrive l’attento Giovanni: «I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”» (Gv. 19, 21). E non a caso i sommi sacerdoti, in quanto il nome di Dio, all’epoca di Gesù, era noto solo al sommo sacerdote, che, una volta l’anno, nel giorno dell’Espiazione, Yom Kippur o Yom haKippurim, accedeva nel Santo dei Santi del Tempio, pronunciando, lontano da orecchie indiscrete, dieci volte, il nome dell’Eterno (essendo solo a lui note, per rivelazione divina, le vocali), sebbene la Mishna dica enfaticamente che la voce del gran sacerdote risuonasse sino a Gerico quando pronunciava il Nome nel giorno delle Espiazioni. Peraltro, probabilmente, lo pronunciava alzando le mani al di sopra dello ziz, cioè al di sopra del suo diadema, come prescritto dal Levitico (Lv. 9, 22). 
Pilato rimase provvidenzialmente fermo nella sua decisione: Quod scripsi, scripsi (Gv. 19, 22).
Proprio sulla Croce, dunque, abbiamo l’attestazione, il titolo legale della divinità di Cristo, accertata e sancita con i crismi della legge e secondo diritto dall’autorità giudiziaria romana.
Ecco realizzate quelle misteriose parole profetizzate dal Cristo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono»!
Tralasciando la questione circa l’espressione Nazareno o Nazireo, che è stata approfondita dalla studiosa Maria Luisa Rigato, che, in ogni caso, non sposta molto i termini del tema che stiamo affrontando, e dando per buona la tradizionale espressione di Nazareno, si potrebbe obiettare che il risentimento dei sommi sacerdoti fosse dovuto al fatto che Pilato, che odiava il popolo giudaico, avesse voluto con quella scritta, accostando “Nazareno” ai “giudei”, prendersi gioco ed irridere quegli uomini, che detestavano i galilei perché colpevoli di essersi contaminati con i gentili e ritenuti perciò, dagli abitanti della Giudea, come burini e contadini bifolchi ed ignoranti, che avevano una parlata assai caratteristica e buffa (i galilei si “mangiavano” le vocali, facendo cadere le consonanti ed avevano una pronuncia delle gutturali abbastanza ruvida, non liscia come i giudei) e dalle cui terre provenivano spesso demagoghi e sobillatori (si pensi al caso di Giuda il Galileo, fondatore della setta degli zeloti, a cui accenna Gamaliele: At. 5, 37). Per questo, non potevano accettare che dalla Galilea potesse provenire il Messia: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?», domandava Natanaele/Bartolomeo a Filippo di Betsaida (Gv. 1, 46). Figuriamoci addirittura un Re dei giudei!
Questa spiegazione, tuttavia, sebbene possa apparire credibile guardando con gli occhi di un Pilato, il quale probabilmente approfittò dell’occasione per arrecare uno sfregio ai giudei, tuttavia non appare pienamente soddisfacente se si guarda alla vicenda con gli occhi dell’Evangelista Giovanni. Egli annota che chi chiese a Pilato di modificare la scritta non fu il popolo giudaico, che, in fondo, era abituato a questi tiri del Procuratore («Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; …»: Gv. 19, 20). L’Evangelista, in maniera attenta, non annota particolari reazioni da parte dei lettori giudei appartenenti al popolo. Al contrario, furono i sommi sacerdoti a reagire: non l’intera classe sacerdotale dunque, ma solo i sommi sacerdoti. E ben a ragione, visto che il nome di Dio era noto solo a loro. Del resto, si dimentica talora che la classe sadducea – da cui provenivano i sommi sacerdoti – era sostanzialmente collaborazionista e piuttosto ossequiosa verso il Procuratore. Per cui, non v’era motivo di scomodarlo nuovamente, dopo aver ottenuto la condanna di quel Malfattore, per …. il motivo della condanna. Non v’era ragione se non vi avessero visto nulla che toccasse la loro fede così nel profondo: il Nome di Dio appunto. Per i sommi sacerdoti significava che, alla vigilia della loro Pasqua, era stato crocifisso dall’autorità romana, ma su loro richiesta, un Uomo il cui nome era Yahwé, il loro Dio. Si realizzava così pure la prescrizione di Es. 28, 36-38, dove si dice che il Kohèn Gadòl (Sommo Sacerdote) recava inciso sul diadema d’oro, che portava sulla fronte, detto ziz, il nome di Dio (Qodesh le JHWH, cioè Santo a JHWH), per prendere su di sé le colpe commesse dai figli d’Israele e, per loro, ricevere la grazia, il favore di YHWH. Gesù, dunque, era davvero il nuovo Sommo Sacerdote della Nuova ed Eterna Alleanza (Eb 2,17; 3,1; 4,14.15; 5,1.6; ecc.), che, quale Servo di JHWH, secondo Isaia, doveva portare i peccati di molti (Is. 53, 11-12).
In sintesi:
Gesù il Nazareno Re dei Giudei:
(Latino) - Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum – INRI
(Greco) - Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων -ἸηΝβο (INBI)
(Ebraico) - יהוה - ישוע הנוצרי ומלך היהודים (YHWH)
Per riferimenti, Daniele di Luciano, Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica, in Il Timone, 5.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 4.2.2016;
don Curzio Nitoglia, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, ossia JHWH, in blog don Curzio Nitoglia, 25.2.2016, nonché in Radiospada, 7.4.2020;


Ermes Dovico, Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce, in LNBQ, 10.4.2020.