Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 23 marzo 2018

Cristianesimo e Islam, la storia di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione

Il Venerdì di Passione, che precede la Settimana Santa, commemora i Sette Dolori della B. V. Maria. La Chiesa Romana commemora due volte questi Dolori. Nella festa del 15 settembre essi sono onorati quale fonte di gloria e trionfo, mentre nell’odierna commemorazione, all'antivigilia dell'inizio della Settimana Santa, come fonte di asprissimo dolore. In entrambi i casi la Chiesa propone alla venerazione Maria in quanto Corredentrice del genere umano, in subordine al Cristo Redentore: Ella cooperò alla nostra redenzione col suo martirio e con l'offerta a Dio Padre della vittima del sacrificio perfetto, il Figlio Gesù.
Fasciculus myrrhæ *
dilectus meus mihi inter ubera mea commorabitur
(Ant. Canticum Trium Puerorum, Laudes).
In questa Commemorazione, rilanciamo questa recensione dell’ultimo saggio del prof. Viglione.





Francesco Coghetti, Addolorata, 1868, Bergamo

F. Del Re, Addolorata, 1883, Manfredonia

Scuola lombarda, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo

Ambito bergamasco, Madonna addolorata, XIX sec., Bergamo

Giovanni Pezzotta, Addolorata, 1890-1911, Bergamo

Cristianesimo e Islam, la storia di uno scontro secolare in un saggio di Massimo Viglione

di Veronica Rota


L’ultima fatica (parola più che mai indovinata, trattandosi di una epocale ricostruzione storica) di Massimo Viglione presenta quattro secoli e oltre di storia religiosa, politica, diplomatica, ovviamente militare. Il quadro che esce da La conquista della “mela d’oro” (Solfanelli, 360 pagine, 30 euro) è impressionante, tra Papi e Sultani, Imperatori e re, santi e visir, battaglie di terra e di mare, condottieri e avventurieri, diplomatici e corsari, e la grande massa delle popolazioni massacrate ma anche ribelli. Ogni potenza europea ne viene coinvolta: oltre al Papato e all’Impero, troviamo la Francia con la sua ambigua e a volte per niente ambigua politica filo-ottomana, la Borgogna, la Spagna di Carlo V e Filippo II, ovviamente Genova e soprattutto Venezia (le due potenze dei “mali christiani”, vittime della loro stessa scaltra politica), anche gli Stati italiani minori, l’Ungheria di Huhyadi e l’Albania di Scanderbeg e gli Stati balcanici minori, la Polonia di Sobieski e la Russia di Pietro il Grande, la Grecia e le potenze islamiche africane, con i fratelli Barbarossa in primis. Un grande ed epocale affresco di uomini e di eventi politici, militari, diplomatici e anche religiosi.

Vengono nello specifico descritte (sebbene mai in maniera troppo approfondita, per lasciare più spazio alle vicende politiche, diplomatiche e religiose) le battaglie di Kossovo, Nicopoli, gli assedi di Costantinopoli, Varna, Belgrado, la caduta di Costantinopoli, la tragedia di Otranto (e tante altre tragedie), Rodi, Mohács, il primo assedio di Vienna, Tunisi, Algeri, Buda, Malta, Cipro, Lepanto, e quindi la Lunga Guerra, Candia, il trionfo di Vienna, le guerre di Morea e quelle finali di Eugenio di Savoia. Soprattutto però viene descritto l’operato dei grandi protagonisti militari e politici (da Hunyadi a Scanderbeg, da Maometto II a Barbarossa e a Solimano il Magnifico, da La Valette a don Giovanni D’Austria e i protagonisti di Lepanto, dal Montecuccoli al Morosini, da Hunyadi ad Eugenio di Savoia), per non parlare dei grandi predicatori, come Giovanni da Capistrano, Lorenzo da Brindisi e, soprattutto ovviamente, padre Marco d’Aviano.
Ma la maggiore attenzione viene data alla politica. Anzitutto a quella pontificia, che vide decine e decine di papi combattere gli ottomani, sebbene non certo in ugual misura; quindi a quella dei sovrani cristiani, dal XV secolo ai Re Cattolici, da Carlo V – cui si è dato particolare spazio, essendo stata la sua politica crociata un aspetto sempre sottovalutato finora – e Filippo II al collaborazionismo dei sovrani francesi, da Leopoldo imperatore al Re Sole, il “Turco Cristianissimo”, come venne chiamato per la sua costante alleanza con gli ottomani (senza dimenticare personaggi “minori” ma importanti, come Carlo di Gonzaga Nevers o Vlad III Dracul, e vari altri del suo genere…); infine, agli aspetti più diplomatici e ideologici di questa immensa vicenda, che vede coinvolti decine e decine di protagonisti di ogni genere e tipo.
Poi vi sono i corsari, tanto islamici (a partire dai fratelli Barbarossa) che cristiani; i cavalieri di Rodi e Malta e quelli di Santo Stefano; gli avventurieri, i rinnegati, e le figure, spesso davvero interessanti, dei gran visir (quasi tutti rinnegati un tempo cristiani) e dei paşa. Il tutto contornato da una costante caterva di inumane violenze, che avvennero sempre, fino alla fine.
Piuttosto indovinata risulta la scelta di compiere questa ricostruzione generale dell’intero plurisecolare fenomeno, perché in Italia non esiste nulla del genere. La quasi totalità dell’enorme produzione storiografica sulla Crociata si incentra infatti nei due secoli usuali medievali. Da qualche decennio ci si interessa del XIV e XV secolo, sebbene vi sia ancora molto da approfondire. Ma ancora poco è stato scritto dei tre secoli successivi, e quel poco non sempre ha avuto spiegazioni o interpretazioni corrette. Soprattutto, gli studi – che comunque non mancano, sia chiaro – si sono sempre incentrati su specifici aspetti, limitati nello spazio o nel tempo. Ma nessuno insomma aveva finora offerto alla storiografia italiana, e anche al grande pubblico, la ricostruzione generale, intera, di tutta la guerra “crociata” e “non crociata” tra Impero ottomano e Cristianità.
“Crociata” e “non crociata”: Viglione fa molta attenzione a questa fondamentale distinzione. Pur seguendo i più seri e importanti lavori degli ultimi decenni, ha scelto, con piena convinzione, di non sposare in toto la linea, dominante, della relativizzazione degli ideali crociati e comunque dei grandi ideali cavallereschi come spiegazione degli eventi (tipico atteggiamento della storiografia irrigimentata). E la semplice veritiera ricostruzione dei fatti dimostra la giustezza della scelta di Viglione. Se molto di questa storia non può essere definito “crociata” (ma solo guerra antiottomana: basti pensare a Venezia o ad alcuni potentati balcanici, preoccupati solo di sopravvivere e pronti in ogni momento a collaborare con il Nemico a tal scopo), molto può invece esserlo definito, e nel XVII secolo più che nel XV. La storia non procede in linea retta, anche questa grande vicenda lo dimostra ampiamente. Per Carlo V o Filippo II, per Hunyadi o Scanderbeg, per Morosini o Montecuccoli, per Carlo di Gonzaga Nevers o per Eugenio di Savoia, non si trattava solo di “guerra antiottomana”, ma di vera e propria “Crociata”, nel perdurare dello spirito plurisecolare nella Cristianità medievale. Ma furono soprattutto i pontifici, come detto, gli artefici dell’immenso sforzo di resistenza all’aggressore della Cristianità, per tutti i secoli dell’età moderna (come di quella medievale): furono i pontefici romani a salvare, anche sotto questo aspetto, la nostra civiltà e libertà.
Anche se, come detto, non tutti alla stessa maniera: uno dei risvolti più interessanti che ci offre l’autore è proprio l’evidenziazione delle differenze tra pontefice e pontefice nella resistenza all’invasore ottomano. Se un Niccolò V scriveva, nei giorni della caduta di Costantinopoli, che Maometto era «filius satana, filius perditionis, filius mortis, animas simul et corpora cum patre suo diabulo cupiens devorare» e subito dopo Callisto III giurava a Dio, nel giorno della sua intronizzazione, di spendere ogni giorno del suo pontificato, fino alla morte, per recuperare «Costantinopoli, che, a punizione del peccatore genere umano, fu conquistata e distrutta dal nemico del Crocifisso Salvatore, dal figlio del diavolo, Mohammed; per liberare inoltre i cristiani languenti in schiavitù, per rialzare la vera fede ed estirpare in Oriente la diabolica setta del reprobo e infedele Mohammed», se Pio II moriva di crepacuore per il dolore di essere abbandonato da tutti nel suo tentativo di Crociata, se san Pio V, Clemente VIII e il beato Innocenzo XI saranno i salvatori della Cristianità sotto attacco, altri pontefici ebbero ben altro atteggiamento: a volte “distratto”, a volte perfino complice (Clemente VII), a volte… inconcepibile (Paolo IV Carafa, in pieno Concilio di Trento, afferma pubblicamente che era pronto a ricorrere ai turchi pur di fermare gli Asburgo!).
Sono questi alcuni dei più interessanti rivolti di questa storia, fermo rimanendo che le pagine forse più da scoprire sono, al dunque, quelle dell’immenso scontro tra Carlo V da un lato a difendere la Cristianità e il traditore Francesco I di Francia con Solimano uniti dall’altro, scontro proiettato sul mare nei due uomini rivali giganti della guerra di corsa: il Barbarossa (uno dei più grandi criminali della storia umana, ma geniale in guerra) e Andrea Doria, colonna dell’impero asburgico.
Sottilmente interessante rimane anche scoprire la vita al TopKapi: il ruolo dei visir, quello dei giannizzeri, quello dei rinnegati e dei loro figli (in pratica, sultani e visir erano tutti di sangue occidentale), quello delle donne dell’Harem, spesso cristiane rapite da fanciulle, come la onnipotente Roxellana, preferita di Solimano e difensore dei cristiani. Da notare è che gli stessi sultani hanno quasi sempre arrecato la guerra anzitutto per ragioni religiose: essi stessi dovevano rispondere agli Ulema, oltre che a tutto il loro complesso mondo politico-militare. E solo in seconda battuta per ragioni economiche.
Insomma, si tratta di un’opera unica nel suo genere, finora inesistente in lingua italiana, che fornisce l’intero mosaico della plurisecolare guerra tra Islam ottomano e Cristianità. E apre le porte alla comprensione di tanti eventi successivi, fino ad arrivare al presente, nel quale, la Turchia, come sempre, svolge il suo preoccupante ruolo di “penetrazione” dell’islam in ambiente europeo.

lunedì 12 settembre 2016

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

Nella festa del santissimo Nome di Maria, che il Sommo Pontefice Innocenzo XI ordinò che si celebrasse per l'insigne vittoria riportata a Vienna, in Austria, in questo giorno dell’anno 1683, contro i Turchi, col patrocinio della stessa Vergine dalle truppe cristiane.




Fermo Forti, Gloria del Nome di Maria, XIX sec., Carpi

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

di M.F.

Sono molti gli articoli ed i programmi “a tesi” preconfezionate, propinati al grande pubblico. Lo sono da decenni, in modo sempre più invasivo, capillare, metodico. Complici il sonno delle coscienze, la crisi della morale ed una crescente ignoranza, sono riusciti progressivamente a condizionare il dibattito culturale, accademico, politico, sociale, giurisprudenziale e medico, a drogare i costumi, ad ottundere le menti, privandole di qualsiasi capacità critica e degli strumenti necessari per svilupparla. La generazione dei reality e degli imbonitori tv è stata indotta a bersi come vero tutto, ma proprio tutto quanto diffuso dai media, autentica stampella del “pensiero unico” dominante, pronto ad emarginare senza pietà o esitazione qualsiasi voce contraria o stonata, in nome del democraticismo universale, buono solo per chi canti col coro.
L’ennesima conferma in tal senso è giunta dal programma emesso da Radio3 lo scorso 8 settembre, 109 anni dopo l’enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. A condurlo, è stato chiamato Alfonso Botti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio-Emilia. La sua non è certo una voce super partes: è infatti condirettore della rivistaModernism, che lui stesso, nel corso della trasmissione, cedendo ad una tentazione autopromozionale, ha definito erede del modernismo storico. E’ chiaro, dunque, in partenza, affidandogli una trasmissione sulla Pascendi, quale potesse essere il taglio datole. Colpisce ma non stupisce, osservando il curriculum del professore, il fatto che abbia insegnato anche all’Università Cattolica di Milano.
Dal primo all’ultimo secondo, la mezzoretta radiofonica ha rappresentato un pervicace e studiato attacco a San Pio X ed alla sua enciclica, porto però in quel modo elegante, ammiccante, pacato ed intellettuale, ch’è tipico dei salotti buoni del progressismo nostrano, adusi a confonder le acque, dando alle cose un altro nome: non modernismo, dunque, bensì «riformismo religioso», ch’è altra cosa dalla «somma di tutte le eresie» fieramente osteggiata dal Santo Pontefice per salvar anime. Una ridefinizione tuttavia, questa, tutt’altro che innocente, poiché tale da far pensare che vi fosse alcunché da cambiare, qualche errore da correggere; inoltre, già nella formulazione tale da solidarizzare con quell’altro “riformatore”, lo scomunicato Lutero, oggi tornato prepotentemente di moda e quasi quasi sospinto a forza sugli altari dal laicismo imperante e dai settori più protestantizzati della Chiesa.
Cosa abbia rappresentato (e rappresenti) il modernismo, alla fin fine, scaltramente, nel corso dell’intera trasmissione non è mai stato detto. L’ascoltatore ignaro non ha appreso come tale ideologia mirasse (e miri) non ad una o più verità di Fede, bensì alle radici stesse della medesima, ritenendola nient’altro che un fenomeno della coscienza soggettiva, rielaborato dall’intelletto umano e passibile di mutevolezza di formule e contenuti, a seconda delle situazioni e delle epoche. Si è parlato piuttosto nel corso del programma di «repressione curiale», definita «brutale e carica di pesanti conseguenze», senza tuttavia dir come e quando, con supponenza apodittica.
Le 65 proposizioni moderniste condannate dal decreto del S. Uffizio Lamentabili sane exitudel 3 luglio 1907 e l’anatema al modernismo contenuto nell’enciclica Pascendi dominici gregisnon sono stati considerati per ciò che furono ovvero una legittima difesa dall’incombente pericolo, bensì liquidati sommariamente come «una curvatura conservatrice ed integralista del Cattolicesimo», che «rese il mondo cattolico impermeabile alla democrazia, più autoritario, facilitandone negli anni successivi l’esposizione al fascismo in Italia ed al nazismo in Germania», giungendo così ad una grossolana, dozzinale ed ingiustificata (né giustificabile) mistificazione storica, capace di piegare l’analisi scientifica dei fatti ai capricci della bieca ideologia.
Il Sodalitium Pianum, associazione fondata a Roma nel 1909 da mons. Umberto Benigni allo scopo di vigilare sull’insegnamento nei seminari e nelle università, affinché qui non fosse diffuso l’errore, benché benedetta a più riprese da San Pio X, è stata grottescamente presentata in trasmissione come «un’associazione segreta e spionistica», che, «attraverso la delazione e la denigrazione, cercava di individuare gli autori modernisti», ricorsi a pseudonimi dopo la condanna della Pascendi. Allo stesso modo pollice verso sulle misure mirate alla difesa del Deposito della Fede, contenute nella parte dispositiva dell’enciclica e culminate nel giuramento antimodernista del 1 settembre 1910, cui si dovevano sottoporre tutti coloro che assumessero un incarico ufficiale nella Chiesa.
Secondo Botti, in quel periodo la Chiesa «spezzò delle vite» per aver sospeso a divinis preti indegni dell’abito indossato; «molti docenti nei seminari persero il posto», in realtà solo trasferiti ad altro incarico, trattandosi di sacerdoti. Affermazioni date in pasto agli ascoltatori, senza minimamente porsi domande sulle ragioni di tali provvedimenti. Ciò avrebbe permesso di riconoscere il volto di una Chiesa ancora credibile, ancora autorevole, ancora salda nella Dottrina e preoccupata della difesa del gregge affidatole da Dio, anziché la sua parodia proposta dal conduttore del programma, quella di una Chiesa pronta a premiare «la piaggeria, l’obbedienza cieca», a mortificare «l’intelligenza, la libera ricerca, la coscienza, l’autonomia di pensiero». E’ triste constatare come un accademico, quindi un uomo di ricerca, riesca con le lenti deformanti dell’ideologia a prodursi un’immagine di vicende ed uomini tanto lontana dalla realtà e dalla Storia, insegnandola ad altri e reiterando quindi l’errore nelle generazioni a venire. Di contro, è tempo che la Storia si riappropri di San Pio X, il cui intento fu quello di ricondurre la Cattolicità nel solco profondo della Tradizione tridentina, senza sbavature.
«Nonostante sia un tema studiato, la sua grande attualità è stata del tutto ignorata nel dibattito culturale pubblico degli ultimi anni»: così Botti ha concluso il suo programma. E finalmente un’affermazione, sulla quale trovarsi d’accordo, ma per motivi opposti. Se l’argomento non fosse stato trascurato, infatti, ora molti più ascoltatori avrebbero le categorie storiche e le nozioni necessarie, per cogliere gli elementi di propaganda e gli abusi, di cui sono intrise la campagna diffamatoria e la tattica della disinformazione diffuse ancora oggi dal modernismo tristemente imperante.

sabato 13 agosto 2016

"Beato Marco d’Aviano. Il santo dei nostri giorni" di Massimo Viglione

Credo che non molti conoscano veramente la straordinaria storia e opera di questo straordinario uomo.
Uno dei più grandi santi di tutti i tempi.
Uno dei massimi direttori spirituali di tutti i tempi.
Forse il più grande taumaturgo di tutti i tempi.
Certamente il più grande crociato di tutti i tempi.
A lui tutti noi dobbiamo la salvezza della nostra fede e della nostra libertà, e non è un modo di dire.
Credetemi, io ho potuto scrivere un saggio su di lui consultando direttamente la Positio per il processo di beatificazione: se c’è un uomo che oggi dobbiamo pregare per la salvezza dall’invasione islamica, questo è il beato Marco d’Aviano, di cui oggi ricorre la memoria liturgica.
Ha guarito miracolosamente centinaia e centinaia di persone con il solo tocco della mano, e tutto è certificato da notai, perfino protestanti!
È stato padre spirituale dell’Imperatore e dell’Imperatrice del Sacro Romano Impero, del Duca di Lorena, del duca di Baviera e di tante persone umili.
Ha vissuto venti anni girando per l’Italia e l’Impero, tra conventi isolati e regge imperiali, ma ovunque ha mangiato ogni giorno un poco di insalata e della frutta e ha dormito per terra nelle cantine. 
Ha scritto bellissime opere di spiritualità cappuccina.
Ha sollevato l’Europa cristiana contro l’islam invasore ed è stato l’anima spirituale dell’immensa vittoria della Cristianità a Vienna, l’11 e 12 settembre 1683! La vittoria che ha segnato di fatto la sconfitta dell’Islam dopo 1000 anni di jihad.
E per altri 17 anni, fino alla morte, ogni anno è andato sul campo di battaglia a guidare spiritualmente gli eserciti cristiani.
Le sue spoglie mortali riposano nella Kapuzinerkirche di Vienna, ovvero nel pantheon degli Asburgo: lui solo tra tutti gli Asburgo! Onore supremo al salvatore dell’Impero e della Cristianità.
Umilissimo, di spiritualità penitente e controriformista, taumaturgo, padre spirituale di sovrani cattolici, combattente crociato e salvatore della Cristianità.
Davvero non riesco a immaginare un santo più sgradito al clero odierno. Pertanto, un santo più adatto ai nostri giorni di Marco d’Aviano!

FONTE



Beato Marco d'Aviano, Kapuzinerkirche, Vienna

venerdì 12 agosto 2016

«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»

Il 12 agosto è anche la festa del Beato Innocenzo XI, il papa della battaglia di Vienna.
In suo onore, postiamo questo contributo.

Beato Innocenzo XI, stampa, 1790 circa


Nicolas de Larmessin, Innocenzo XI, in Les augustes représentations de tous les rois de France, depuis Pharamond jusqu'à Louis XIV,... avec un abrégé historique sous chacun, contenant leurs naissances, inclinations et actions plus remarquables pendant leurs règnes, 1690

Galeazzo Gualdo Priorato, Innocenzo XI, in Historia di Leopoldo Cesare, 1670-74, Universitätsbibliothek, Salisburgo


Anonimo, Beato Innocenzo XI, XVII sec., cappella della Sacra Famiglia, Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso, Roma

«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»

di Lorenzo Benedetti

Idealizzare gli uomini è sicuramente pericoloso; ma leggere la vita e le gesta di Innocenzo XI può fungere da insegnamento per tutti i Cattolici. La sua esistenza è un exemplum per ogni autentico fedele che si professi tale, uno specchio in cui riflettere le nostre stesse vite tanto nell’errore, poiché nessun uomo è esente dal peccato, quanto maggiormente nelle virtù. Modello di rigore e pietà, animato da vera Fede, questo beato pontefice non ha mai smesso di ricercare, e seguire, la Verità.
Venuto alla luce in una ricca famiglia comasca nel 1611, Benedetto Odescalchi fu un ragazzo di ingegno vivace ed animo irrequieto: intrapresi gli studi umanistici, li interruppe per lavorare nella società di cambiavalute di famiglia, mestiere che presto abbandonò per poi peregrinare tra Milano e Como, ricoprendo incarichi militari ed vagheggiando un nuovo trasferimento a Napoli. Già in gioventù, dovette affrontare difficili prove, come la perdita del padre a soli undici anni, la morte di due fratelli e quella della madre, a causa della peste del 1630, la stessa descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi. Energico ed inquieto, nel 1636 decise ancora una volta di cambiare vita e si trasferì a Roma; lì venne introdotto presso il cardinale Alfonso de la Cueva-Benavides, e fu un incontro decisivo per la sua vita: notate le capacità non comuni del giovane, il prelato lo convinse infine a riprendere in mano i libri e laurearsi in utroque iure a Napoli. Così avvenne nel 1639, ed al brillante Odescalchi si aprì la carriera curiale: finalmente, Benedetto aveva placato il suo animo grazie alla chiamata al servizio di Dio, che sentì nascere dentro di sé come “la volontà di una vita celibe, segregata dal mondo e volta alle opere di beneficenza”, e ricevette la tonsura.
Se gli incarichi ufficiali – fu da subito Presidente della Camera apostolica e poi governatore di Macerata – gli impedirono il primo scopo, di certo lo favorirono nel secondo: da subito ridusse all’essenziale la sua servitù, visse in modo austero, applicò la legge in maniera rigorosa ed imparziale, rifiutando regali e favori e senza distinzioni di classe sociale. Alle sue profonde e preziose competenze economiche, che mise sempre al servizio della Chiesa e mai del proprio portafogli, univa l’incrollabile zelo: per questo nel 1645 fu creato cardinale, e nel 1648 inviato come legato a Ferrara per sanare l’avvilente carestia. Distribuì viveri e denaro ai poveri, punì gli speculatori, fissò un prezzo per il grano e ne ordinò la libera distribuzione a tutti i cittadini: il suo animo ferreo lo portò a insistere nel pacificare i nobili locali, invitandoli a rotazione alla sua mensa per obbligarli a dialogare. Inviato come pater pauperum, “padre dei poveri”, fu riconosciuto tale anche dal popolo che inneggiò al suo nome.
Eletto vescovo di Novara nel 1650, rinunciò alla diocesi quando fu chiamato come consigliere privato da Alessandro VII: in contrasto con la splendida vita romana, il cardinal Odescalchi visse con parsimonia, versando i suoi denari a ospedali, ospizi, pellegrini ed indigenti; all’indole caritatevole affiancò una sincera devozione, frequentando quotidianamente le chiese.
Così trascorse diversi anni, fino al conclave nell’anno 1676, allorché venne eletto Sommo Pontefice: umile e pio, declinò la tiara e vennero ripetute le votazioni, che lo videro nuovamente prescelto. Prima di accettare, presentò ai cardinali elettori una capitolazione da sottoscrivere, pena un suo nuovo rifiuto: il documento descriveva la linea di azione del pontefice, che essi non avrebbero dovuto ostacolare, e che prevedeva la difesa e propagazione della Fede cattolica, la diminuzione del lusso del clero ed il controllo sui costumi, la limitazione delle spese curiali e un’azione pastorale rivolta alla cura delle persone. Sorpresi, i porporati accettarono e Benedetto Odescalchi fu incoronato come Innocenzo XI il 4 ottobre con una semplice cerimonia: già si vedeva la ventata di novità portata dal papa, il quale devolse il denaro risparmiato ai poveri.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
Nel 1687 istituì la Taxa Innocentiana, che proibiva ai vescovi di riscuotere un pagamento per le dispense matrimoniali. Avversò il nepotismo, e decise di non assegnare alcuna carica ai parenti, che non si stabilirono nemmeno a Roma. Promosse gli ordini monastici, e spesso riceveva personalmente i missionari per avere informazioni sull’evangelizzazione nel mondo: saputo della schiavitù cui erano costrette molte popolazioni indigene, si adoperò per l’abolizione della tratta degli schiavi. Limitò il gioco del lotto, vietò sovente il carnevale, abolì la regata sul Tevere, tradizione romana nel giorno di San Rocco, e versò la cifra che per essa si spendeva ad un orfanotrofio.
Tutto questo, senza però mai cedere nell’ortodossia: nel 1687, con la bolla Coelestis Pastor, condannò come eretica la dottrina del quietismo, che escludeva il desiderio e la volontà umana come mezzi per raggiungere la beatitudine, abbandonandosi passivamente all’azione divina, un movimento che egli stesso, anni addietro, aveva in buonafede protetto. Con la bolla Sanctissimus Dominus stigmatizzò gli insegnamenti del lassismo, che predicava una morale molto rilassata – e c’è da chiedersi quanto oggi questa dottrina, sebbene in forme diverse, serpeggi tra i credenti, per cui l’osservanza ai comandamenti divini è divenuta un optional per un cattolicesimo fai-da-te.
Colpito da malattia, Innocenzo XI morì nel 1689, distaccato dai beni terreni e con il corpo provato dai molti sacrifici. Anche il suo ultimo afflato fu una parola di carità, nel donare ai poveri di Novara diecimila scudi, e di fede, raccomandandosi al Signore celeste per cui aveva vissuto ed operato sulla terra.

sabato 12 settembre 2015

Il profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l'unità dell'Europa cristiana

Per commemorare il Santissimo Nome di Maria, rilancio questo contributo tratto da Chiesa e post concilio.

Silvio Brachetta. Il profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l’unità dell’Europa cristiana

La festa di oggi, che celebra il Santissimo Nome di Maria, fu estesa alla chiesa universale dal Beato Innocenzo XI in ringraziamento per la vittoria di Vienna del 1683: la sconfitta dei Turchi musulmani che minacciavano l’Europa cristiana.
Oltre al Beato Marco d’Aviano, protagonista dell’epico evento, va ricordato anche il paziente e decisivo lavoro diplomatico di Innocenzo XI nel formare una coalizione di stati cattolici capaci di sventare il pericolo musulmano. Egli sognava addirittura di riconquistare Costantinopoli, attraverso un’ardita alleanza tra europei e persiani che mai si realizzò. Il papa della crociata contro i turchi fu beatificato da Pio XII nel 1956: cinquant’anni dopo, nel 2006, Benedetto XVI ha pregato scalzo nella moschea blu di Istanbul, davanti al “mihrab”, la nicchia che indica la direzione della Mecca.
Silvio Brachetta, per ricordare la figura del Beato padre Marco d’Aviano, in questo 12 settembre, ha scritto un mio articolo per Vita Nuova: Il profeta disarmato della misericordia divina che difese la libertà e l’unità dell’Europa cristiana. Lo riportiamo di seguito.

Addì 8 settembre 1676 un quarantacinquenne frate cappuccino varcava il portone del monastero benedettino di San Prosdocimo, presso Padova. Munito dell’apposita patente di predicazione, ottenuta per una sua peculiare capacità oratoria, era stato inviato a tenere il consueto Panegirico dell’Assunta, nella chiesa attigua al monastero. Non tutte le monache, però, assistettero alla funzione: una di esse - Vincenza Francesconi - benché desiderosa di ascoltare il padre, si trovava allettata a causa di un male che la tormentava da tredici anni.
Avvertito del problema, il cappuccino fece proposito di benedirla, eventualmente nel corso di una sua visita successiva. Venti giorni dopo eccolo di nuovo a San Prosdocimo, per un discorso sulla natività di Maria. Questa volta era presente anche Vincenza, sostenuta dalle consorelle. Al termine della preghiera comunitaria il frate cercò di confortare l’inferma e le disse di confidare in Dio. Infine la benedisse, come di solito si fa con i malati. L’attimo dopo tutta l’attenzione dei presenti fu sulla monaca, che cominciò a gridare: «Sono guarita»! Beh - disse il frate, più stupito delle benedettine - «se è così come dite, andate su e giù per quelle scale»! E così avvenne: la Francesconi percorse la rampa di corsa, nel tripudio generale delle presenti.

Guerriero e taumaturgo

Non fu un avvenimento isolato. Da quel giorno questo tal frate - al secolo Carlo Domenico Cristofori (1631-1699) - acquistò dal Cielo il dono particolare della taumaturgia e con la semplice benedizione era in grado di ridare la vista ai ciechi o di far camminare gli storpi. E ciò fu sufficiente ad accrescerne la fama poiché, come nel caso di Gesù Cristo, le folle sono portate a badare a qualcuno specialmente nel caso ne ricevano un beneficio personale. Il Cristofori dovette così accettare, suo malgrado e con grande mortificazione, il potente carisma divino. Se ne fece una ragione, perché sapeva bene che Dio elargisce i sui doni e manifesta la sua volontà a chi vuole, quando vuole e come vuole, senza dover per questo preavvisare o rendere conto all’uomo di alcunché.
Nato a Villotta, presso la città friulana di Aviano, Carlo Domenico Cristofori risentì fortemente del «clima epico determinato dalla guerra di Candia [Creta], combattuta in quegli anni tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano» (dalla scheda sul beato, sito del Vaticano). Abbandonò quindi il collegio dei Gesuiti di Gorizia dove, adolescente, frequentava gli studi primari e si diresse verso Capodistria, «disposto a dare anche il suo sangue per la difesa della fede», contro i turchi (ibid.). Durante la breve permanenza presso un convento francescano ebbe modo, però, di maturare la propria vocazione, orientando il suo desiderio di martirio verso la vita religiosa e l’apostolato. Fu così che nel 1648 entrò come novizio a Conegliano per poi, l’anno seguente, emettere i voti religiosi, con il nome autoimpostosi di Marco d’Aviano. Solo dopo il regolare corso settennale di studi filosofici e teologici, fu ordinato sacerdote a Chioggia, nel 1655.
L’attività di padre Marco era fondata sulla semplicità, sul nascondimento, sulla costanza e sullo zelo: predicava un po’ dovunque, soprattutto durante l’Avvento e la Quaresima e, in modo speciale, nei conventi e nei monasteri. Era bravo e scrupoloso, ma nulla faceva presagire che, prima del miracolo di San Prosdocimo e dei successivi, la sua vita da ritirata divenisse pubblica e che fosse tra i protagonisti di una vicenda notevole per l’Europa e per il futuro stesso del cristianesimo in Occidente.

Vienna sotto l’assedio turco

Fermare l’avanzata verso nord degli ottomani, nell’Europa del secolo XVII, sembrava un’impresa del tutto irrealizzabile. O, almeno, non c’era alcuna sicurezza che in futuro l’Occidente avrebbe potuto reggere stabilmente l’offensiva. L’Europa usciva indebolita dalla guerra dei Trent’anni, che aveva opposto cattolici e protestanti. Dopo la pace di Westfalia (1648) il continente europeo era un mosaico costituito da centinaia di stati, staterelli e regni, per nulla omogenei. Senza contare l’indebolimento causato da carestie e pestilenze varie. Gli avvenimenti precipitarono durante l’estate del 1683: il gran visir Kara Mustafa Pasha radunò un esercito di centocinquantamila uomini alle porte di Vienna, cingendola d’assedio. Già tutta la Grecia, i Balcani, la Moldavia e la Transilvania erano in mano ai turchi, contrastati però dalla Casa d’Austria negli anni precedenti.
Solo un sodalizio provvidenziale, tra i diversi poteri della cristianità, avrebbe potuto salvare l’Europa dalla catastrofe: serviva un qualche uomo di genio, di sintesi, che sapesse vedere oltre gli interessi di parte. E la Provvidenza, anche in questo caso, diresse gli eventi in modo prodigioso. Non una, ma più personalità s’imposero sulla scena. Il pontefice Innocenzo XI, in particolare, ebbe il ruolo decisivo: s’impegnò in una martellante azione diplomatica per formare una coalizione tra Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V, duca di Lorena, Giovanni III (Jan Sobieski), re di Polonia ed Eugenio di Savoia, generale sabaudo. Tutti cristiani, tutti uomini di forte idealità e - forse fu questo l’elemento decisivo - tutti venuti in contatto con Marco d’Aviano.

Disfatta dei turchi

A seguito della sua crescente fama di santità, il frate era stato inviato dal papa a compiere dei lunghi viaggi missionari per l’Europa, durante i quali aveva anche il permesso di amministrare l’indulgenza plenaria. Missionario apostolico a Vienna, nel 1682, divenne direttore spirituale di Leopoldo I. Le sue prediche erano seguitissime dal popolo, chiare, dirette. Parlava della gravità del peccato, della conversione e tornava spesso sui temi dell’inferno e del purgatorio. Ma tutto questo non destava paura nella gente, quanto piuttosto sincero pentimento. Padre Marco, allora, confessava, assolveva e comunicava le persone, magnificando le lodi della divina Misericordia e della vita in grazia di Dio.
Riuscì dunque a porsi come intermediario tra i «rissosi comandanti degli eserciti cristiani» (Antonio Borrelli), che confluirono nella “Lega santa”. Vienna era allo stremo, per via della fame, e non c’era tempo da perdere. Quindi l’armata cristiana giunse a scaglioni nei pressi della città austriaca, in settembre. All’alba di domenica 12 settembre 1683, padre Marco celebrò la S. Messa alla presenza dell’esercito, di Sobieski e di Carlo V. Egli riuscì a legare i capi e le truppe, mediante un’empatia soprannaturale. Dopo aver benedetto anche i principi protestanti, scoppiò la battaglia: Sobieski attaccò immediatamente da sud, mentre Carlo di Lorena scese da nord. Nel frattempo le forze di Baviera e Sassonia sfondavano frontalmente le guarnigioni turche.
Alle ore sette del pomeriggio i giannizzeri di Kara Mustafa Pasha cominciavano a ritirarsi, per poi abbandonare definitivamente la scena di quella che fu, per gli ottomani, un’umiliante sconfitta. Nella fuga abbandonarono vettovaglie in quantità, sacchi di caffè, molti schiavi e donne che si erano portati appresso.

Gli ultimi anni

Ma per Marco d’Aviano le fatiche non erano finite. Innocenzo XI riconobbe il suo ruolo insostituibile e lo inviò in missioni anti turche per ben quattordici volte. Seguirono grandi successi militari: nel 1686 fu liberata Buda e, due anni dopo, Belgrado. Nel maggio del 1699 il padre fu inviato a Vienna, su invito di Leopoldo I, per alcune questioni sulla dichiarazione di pace firmata in gennaio tra l’Europa e l’Impero Ottomano. Fu l’ultimo suo viaggio. Confidò a padre Cosma da Castelfranco, suo compagno di viaggio e biografo: «Mi trovo in pessimo stato di salute… et pure devo in eccesso faticare. Se mi viene un pocho di febre, son perduto. Faci Dio tutto quello è di sua gloria; altro non desidero». Cedette in agosto e cadde malato. Spirò serenamente il 13 agosto 1699, alla presenza dei confratelli cappuccini e di Leopoldo I.
Alla morte del frate seguirono numerosi miracoli e la gente ne esaltava il ricordo e la fama di santità. Il 27 aprile 2003, Giovanni Paolo II lo proclamava beato. Di lui disse: «[…] rifulse per santità il beato Marco d’Aviano, nel cui animo ardeva il desiderio di preghiera, di silenzio e di adorazione del mistero di Dio. […] Profeta disarmato della misericordia divina, fu spinto dalle circostanze ad impegnarsi attivamente per difendere la libertà e l’unità dell’Europa cristiana. Al continente europeo […] il beato Marco d’Aviano ricorda che la sua unità sarà più salda se basata sulle comuni radici cristiane» (Omelia di beatificazione).

Silvio Brachetta

"Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla Società umana" (Supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei)

(Un piano che, ancora oggi, non è mutato)



(Un'Europa indebolita è una forte tentazione per l'islam!)


(quando l'Europa era cristiana, trionfava dei nemici .....)

“In perículis, in angústiis, in rebus dúbiis Maríam cógita, Maríam ínvoca. Non recédat ab ore, non recédat a corde; et, ut ímpetres ejus oratiónis suffrágium, non déseras conversatiónis exémplum. Ipsam sequens, non dévias; ipsam rogans, non despéras; ipsam cógitans, non erras; ipsa tenénte, non córruis; ipsa protegénte, non métuis; ipsa duce, non fatigáris; ipsa propítia, pérvenis: et sic in temetípso experíris quam mérito dictum sit: Et nomen Vírginis María” (Homilia 2 sancti Bernárdi Abbátis super Missus est – Lect. VI – II Noct.) - SANCTISSIMI NOMINIS MARIÆ

La festa odierna fu istituita dal papa il beato Innocenzo XI per celebrare i fasti della vittoria dei cristiani, sulle armate islamo-turche, nella famosa battaglia di Vienna del 1683. Il martirologio romano tradizionale annota riguardo alla data odierna: "Festum sanctíssimi Nóminis beátæ Maríæ, quod Innocéntius Undécimus, Póntifex Máximus, ob insígnem victóriam de Turcis, ipsíus Vírginis præsídio, Vindobónæ in Austria reportátam, celebrári jussit".
Amara,  Signora del mare, o amata da Dio, secondo l’interpretazione che si vuole dare al nome di Maria, è sempre il nome di nostra Madre celeste, il nome che Gesù bambino ha balbettato per primo, il nome che, dopo quello di Gesù, racchiude tutta la nostra speranza di salvezza. I santi, e specialmente san Bernardo e san Gabriele dell’Addolorata, vedono nel Nome dolcissimo di Maria tutte le qualità e le prerogative che i Dottori trovano nel Nome del Salvatore: luce, forza, dolcezza, protezione; tanto che i pii fedeli non desiderano altro che rendere la loro anima a Dio pronunciando i santi Nomi di Gesù e di Maria, prima di andare a contemplarli in cielo. San Pio X ha accordato delle preziose indulgenze a questa devota invocazione.
San Bernardo è stato uno dei panegeristi più eloquenti del santo Nome di Maria. Ogni anno, il mercoledì dei Quattro Tempi di dicembre, egli aveva costume di fare ai suoi monaci di Clairvaux un discorso sul Vangelo del giorno ed, in questa circostanza, egli ha pronunciato degli elogi magnifici del santo Nome di colei che fu l’unica degna di parlare con Gesù. Alcuni di questi elogi, dovuti al santo Abate, sono raccolti nel Breviario tradizionale.
Vicino alla basilica Ulpia nel Foro di Traiano, la Roma cristiana possiede una bella chiesa dedicata al santo Nome di Maria (Chiesa del Santissimo Nome di Maria al Foro Traiano), costruita a metà del ‘700 (cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 253-254), e che costituisce una delle due cosiddette “chiese gemelle” del Foro Traiano (che poi tali non sono per niente, ancor meno di quelle di piazza del Popolo), insieme alla vicina Santa Maria di Loreto. Vi si conserva un’antica immagine, risalente al XIII sec., della Madre di Dio proveniente dell’oratorio di San Lorenzo in Laterano.
Un’altra chiesa esiste nel quartiere Appio-latino, dedicata al Santissimo Nome di Maria. Questa, costruita nel 1980, è stata dedicata nel 1981. Essa è titolo cardinalizio dal 1985.


Ambito comasco, Venerazione del nome di Maria, XVII sec., museo diocesano, Como




Andreas Stech, Giovanni III Sobieski, vincitore della battaglia Chocim del 1673 contro gli ottomani, Galeria Malarstwa Polskiego - Zaścianek, Cracovia



Jan Matejko, Giovanni Sobeiski trionfante a Vienna manda il messaggio della vittoria al Papa, 1883, Musei Vaticani, Roma