Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 10 ottobre 2019

10 ottobre - Traslazione della salma del venerabile Pio XII a Roma

Il 10 ottobre 1958 un imponente corteo funebre riportava in Vaticano la salma del venerabile Pio XII, passato all'eternità il giorno precedente. I Romani accolsero numerosissimi e devoti questo loro augusto Concittadino e Vescovo, ricordando e venerando il Defensor Civitatis, il Pastor Angelicus, il precone della Pax Coeli, il devoto figlio di Maria Salus Populi Romani.
Il corpo, invero sfatto, fu esposto alla venerazione dei fedeli in San Pietro fino al 13 ottobre.






venerdì 4 maggio 2018

mercoledì 30 marzo 2016

Anima immortale o resurrezione dei morti? Et-et, cioè tutte e due

Rilanciamo volentieri, in questo mercoledì di Pasqua nel quale tradizionalmente erano benedetti gli Agnus Dei (nel primo anno di pontificato e successivamente ogni sette anni), quest’interessante contributo tratto da Riscossa cristiana.


Anima immortale o resurrezione dei morti? Et-et, cioè tutte e due

“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10, 28).

di Carla D’Agostino Ungaretti

L’esortazione rivoltaci da Gesù, nel Discorso Apostolico secondo Matteo, è piena di significati e di conseguenze sui quali l’umanità dovrebbe seriamente tornare a riflettere, soprattutto in questa travagliata epoca che ha determinato il trionfo del materialismo e l’affievolimento (per non dire la totale scomparsa) del senso del peccato[1]. Due sono i punti salienti di quell’esortazione: da un lato, l’immortalità dell’anima e da un altro, l’esistenza del demonio e dell’inferno. In questa mia riflessione, non certo da teologa o da esegeta ma da cattolica “bambina”, mi soffermerò sul primo dei due problemi, rimandando il secondo a un’occasione futura, sempre Deo favente.
Con il termine “anima” si intende comunemente l’elemento spirituale dell’uomo che, a differenza di quello corporeo, non conoscerebbe l’esperienza della morte. È un tema particolarmente coinvolgente, oltre che affascinante, perché è strettamente connesso con quello che ciascuno di noi immagina sia il nostro destino escatologico.  Che cosa ci aspetta dopo la morte fisica? L’annientamento eterno, indistinto e inconsapevole, un sonno profondo dal quale non ci sarà risveglio, come sostengono i materialisti e i laicisti più sfegatati (e in questo caso non dobbiamo aspettarci nulla, perché saremo completamente incoscienti), ovvero la sopravvivenza di quella componente totalmente immateriale del nostro essere che i credenti chiamano “anima” e i non credenti “mente”, anche se i due termini non sono esattamente sinonimi? E se c’è una sopravvivenza, ci aspetta il premio per la nostra vita virtuosa e la nostra fedeltà a Dio o il castigo eterno per i nostri peccati? Il problema è enorme e non può essere liquidato tanto facilmente non pensandoci mai come fanno molti, perché allora ci accomuneremmo agli animali[2].
Lo studio dell’anima è affascinante, come dicevo poc’anzi, non solo per l’ “homo religiosus”, ma anche per l’antropologo, perché gli consente di studiare le modalità con le quali l’essere umano di tutti i tempi e di tutte le latitudini ha immaginato il suo destino dopo la morte, segno che l’aspirazione a una qualche forma di immortalità è sempre stata presente nel cuore e nella mente degli uomini. Infatti tutte le civiltà e tutte le religioni ritengono che “qualche cosa” dell’essere umano sopravviva dopo la morte fisica.
Le neuroscienze moderne però creano alcuni problemi al riguardo e pretendono, senza peraltro riuscirci, di trovare soluzioni totalmente materialistiche. Secondo Edoardo Boncinelli, un primo e più naturale significato del termine “anima” sarebbe “una sorta di energia vitale e di principio organizzatore che permea gli esseri viventi,  ne sostiene l’attività e ne coordina le funzioni”[3] . Inoltre egli riporta, condividendola, l’opinione di F. Crick, secondo il quale la parte più immateriale e, innegabilmente, spirituale dell’uomo sarebbe da identificare con la capacità di tradurre un impulso elettrico nel suo significato. La mente – termine che molti preferiscono usare invece di “anima” – trasformerebbe qualcosa di implicito (neurostato) in qualcosa di esplicito(psicostato). Il passaggio da uno stato all’altro è detto “binding”, ma Boncinelli riconosce onestamente che gli scienziati non sanno che cosa sia esattamente, né come avvenga quel passaggio. Se esso si identifica con una presa di coscienza collettiva e può essere interpretato come capacità di dare un significato, allora si può pensare che esso abbia a che fare con la capacità linguistica dell’uomo. Boncinelli distingue l’autocoscienza, cioè la capacità dell’uomo di raccontare in parole quello che sta vivendo, dalla coscienza fenomenica, di carattere cognitivo – affettivo che si fa fatica a comunicare adeguatamente. Poiché il potersi esprimere implica capacità di progettazione e azione, tale capacità secondo lui sarebbe la caratteristica dell’autocoscienza[4].
“Sarà … !” commenta, certamente non persuasa, la vostra amica cattolica “bambina”. Ma piuttosto si domanda: “Chi ha “progettato e instillato” nel cervello umano quell’ “energia vitale, o principio organizzatore” che gli scienziati non sono neppure riusciti a capire come funzioni  e, tanto meno, riuscirebbero a fabbricare  in laboratorio, se non Qualcuno la cui intelligenza trascende enormemente le capacità umane?”  A questa domanda gli scienziati non rispondono.
Ma come è stato trattato nei secoli il problema dell’anima e dello spirito – termini che io, invece, preferisco usare – di quelle parti, cioè,  impalpabili della persona umana che non si vedono ma che è impossibile negare, perché sono sempre stati capaci di produrre effetti straordinari e, loro sì, ben visibili?[5] Al tempo, ormai purtroppo lontano, del mio liceo classico – frequentato come usava una volta, ossia sul serio, e non secondo la deleteria moda post sessantottina – la filosofia greca mi aveva particolarmente appassionato. Infatti, avendo io ricevuto una rigorosa educazione cattolica basata sul Catechismo di S. Pio X – fatto come tutti sanno di domande e risposte, facilissime da memorizzare, che mi aveva insegnato come, dopo la morte, l’anima non muore col corpo, ma va in Paradiso o all’inferno –   inizialmente avevo trovato nei grandi filosofi greci, e soprattutto in Platone, una straordinaria assonanza con il messaggio cristiano, come se Dio avesse instillato in quella grande mente, una sorta di anteprima di quella Parola che sarebbe stata pronunciata secoli dopo.
E infatti un po’ è avvenuto davvero così, anche se soltanto un po’: infatti già Platone, nel Fedone, aveva intuito che l’anima è razionale, spirituale e immortale, tanto che la filosofia patristica aveva trovato nella sua dottrina una straordinaria armonia con la frase di Gesù che ho citato in epigrafe. Ma più tardi, progredendo negli studi e nel cammino di fede, ho capito che le cose non stanno esattamente in questi termini, o meglio l’anima è, sì, immortale, ma è tale perché così Dio, creandola, l’ha voluta e non già perché essa vive, eterna ed increata, nel Mondo delle Idee ed esce dalla sostanza di Dio per entrare in un corpo, come credeva Platone. Secondo lui, filosofo per molti versi affascinante a causa delle poetiche immagini mitologiche di cui si serve per illustrare il suo pensiero, essendo l’anima totalmente distinta dal corpo, l’uomo non può essere costituito da corpo e anima insieme, ma “è” l’anima, e solo quando morendo si sbarazza del corpo, egli può godere del suo destino immortale.
Invece, a differenza di Platone, secondo il pensiero ebraico dell’Antico Testamento Dio crea l’anima dal nulla, ed essa forma un tutt’uno con il corpo. Nell’Antico Testamento non esiste alcuna forma di dualismo tra anima e corpo, infatti sappiamo che per gli antichi Patriarchi l’idea di immortalità e di premio dopo la morte coincideva con la speranza di avere una lunga discendenza. Disse il Signore ad Abramo: “Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande … Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. E soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia”  (Gen 15, 1 ss). Perciò  in Abramo, nei Patriarchi  e nei libri successivi alla Genesi non si rintraccia una chiara visione della sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Anzi: “Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità … tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere” , afferma il Qoèlet (Eccle 3, 20)[6] , ma ciò non significa che esso riveli una sorta di antropologia materialistica, perché l’uomo è anche spirito (in ebraico “ruah”). Dio solo è la fonte della vita e l’uomo vive perché ha ricevuto da Lui il soffio vitale, grazie al quale è capace di entrare in relazione con Lui. Ma il termine più usato nella Scrittura è il “cuore”, sede dei sentimenti e dei pensieri, sede della vita, parte del cervello, fattore di unità dell’uomo .“Allevia le angosce del mio cuore / liberami dagli affanni”  implora il Salmo 25, 17 .
Ricordo che al liceo il mio professore di filosofia faceva notare ai suoi allievi il diverso atteggiamento di Socrate e di Gesù di fronte alla morte. Socrate, secondo  Platone, bevve la cicuta deliberatamente e serenamente perché per lui la morte significava liberazione dalla prigionia del corpo; invece Gesù, vero uomo oltre che vero Dio, ebbe paura  della morte, come ce l’hanno tutti gli uomini di questo mondo. Giunto al Getsemani, “cominciò a sentire paura e angoscia … e diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. (Mc 14, 34). “Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte … ” (Eb 5, 7). Infatti la morte è un evento orribile perché è la conseguenza del peccato, cioè della disobbedienza volontaria a Dio, pericolo dal quale Dio stesso aveva chiaramente messo in guardia Adamo ed Eva (Gen 2, 17). Il peccato, perciò, ha provocato la morte, cioè la  separazione eterna dal Padre che invece è il Dio della Vita. Gesù accetta la morte solo perché in essa riconosce la volontà del Padre per la redenzione dell’uomo[7]; perciò i cristiani tengono ben distinto il concetto dell’immortalità dell’anima, tipico della filosofia greca, da quello  della resurrezione dei morti che, rispetto al primo,  per opera di S. Paolo, rappresenta un notevole passo avanti.
Anche Paolo, nelle lettere, rivela una visione unitaria dell’uomo che sarebbe composto addirittura da tre elementi: spirito, anima, corpo (1Ts 5, 23). L’unica opposizione che egli esprime è tra quella tra “sarx” (carne), con significato negativo indicante la parte istintuale e passionale dell’uomo, e “soma” (corpo), indicante l’uomo tutto intero, luogo in cui interagiscono la parte materiale e quella spirituale. Nella visione paolina l’uomo è un corpo animato o un’anima in quanto corpo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente , santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1). Ma il corpo, che è composto di carne e anima insieme, vive in conflitto con lo spirito. Lo spirito spinge l’uomo verso Dio, ma il corpo sente la tentazione della carne: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5, 16, 17). Ma come mai avviene tutto questo, dato che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio? Perché la vita  dell’uomo è stata contagiata per sempre dal peccato originale e può guarire e tornare all’originaria comunione con Lui non liberandosi del corpo (come diceva Platone), né con l’osservanza della legge (come nell’Antico Testamento) e tanto meno con le sue sole forze – come sostenevano la gnosi e l’eretico Pelagio, la cui dottrina fu dimostrata totalmente errata sia teologicamente che filosoficamente  da S. Agostino – ma solo per i meriti dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Ciò nonostante, l’uomo rimane libero di peccare perché in lui rimane sempre la tendenza a soddisfare la carne; perciò la vera liberazione, secondo Paolo, non avverrà dal corpo (come diceva Platone) ma sarà la liberazione del corpo, tutto intero, da ciò che gli impedisce di diventare spirituale, e dalla morte, che è la più temibile conseguenza del peccato. Infatti l’aspetto qualificante del Nuovo Testamento non è l’immortalità dell’anima – sulla quale non si discute perché, come ha detto Gesù,  non può essere uccisa – ma la resurrezione dei corpi.
La visione biblica e patristica dell’uomo presenta di lui una visione unitaria: l’anima conferisce una dimensione all’uomo tutto intero ed è l’uomo tutto intero ad essere redento e salvato nella vita nuova donatagli da Dio attraverso Cristo. Paolo stesso constatò di persona la differenza culturale con l’ellenismo quando si presentò davanti ai colti e smaliziati Ateniesi dell’Areopago per parlare loro della Resurrezione di Cristo: “Ti sentiremo su questo un’altra volta” gli risposero i più educati, mentre altri lo derisero, “ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti fra questi anche Dionigi  membro dell’Areopago e una donna di nome Damaris” (At 17, 34). Le donne, a cominciare da Maria di Nazareth e da sua cugina Elisabetta, sono sempre state più ricettive degli uomini alla Parola di Dio.
Il Simbolo Apostolico, professione di fede dell’inizio del III secolo, parla di “resurrezione della carne”, mentre il Simbolo Niceno – Costantinopolitano – che recitiamo ogni domenica durante la S. Messa ed è una rielaborazione del primo per opera del Concilio di Costantinopoli del 381- preferisce l’espressione, più completa, “resurrezione dei morti” a significare, cioè, l’uomo tutto intero, composto di anima e di corpo. Infatti nella resurrezione la creazione intera viene ricondotta, per intervento divino, a un nuovo progetto cosmico, nel senso etimologico greco di “ordine”, “armonia”.  “La creazione stessa … nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio … tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto … anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. (Rm 8, 22 ss)[8] .
Allora crolleranno le limitazioni dello spazio e del tempo nelle quali ora viviamo immersi, saremo come apparve Gesù ai discepoli lo stesso giorno  della Resurrezione “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano”, come fu visto da Tommaso otto giorni dopo, sempre “a porte chiuse”(Gv 20, 19- 26) e vedremo Dio faccia a faccia.
E che ne è dell’anima dopo la nostra morte e finché il resto dell’umanità è ancora immersa nelle dimensioni dello spazio e del tempo? Se l’anima è immortale, come ha detto Gesù, non possiamo credere che muoia anch’essa, così come muore fisicamente il corpo, in attesa di risorgere con esso alla fine dei tempi. La Chiesa ha sempre impegnato la sua autorità di “Mater et Magistra” nell’insegnarci che le anime dei grandi Santi, che in duemila anni di storia hanno vissuto e operato nel solco tracciato dalla Parola di Dio osservandola in grado eroico, ora sono presso di Lui, vedono Lui faccia a faccia e vedono e assistono noi con le loro preghiere. Ma non solo loro, anche se solo a loro è riservato il culto pubblico: il grande mistero della Comunione dei Santi – cioè di tutti coloro, anche i più ignoti, le cui anime si sono salvate – ci insegna che possiamo e dobbiamo pregare per loro, nella certezza che anche loro continuano ad amarci e a proteggerci, come le persone che abbiamo amato e che ci hanno preceduto nell’incontro con Dio.
Ho condotto questa mia umile e necessariamente incompleta riflessione da cattolica “bambina” sull’anima e sulla Resurrezione promessaci da Cristo, Bibbia alla mano e davanti agli occhi, non certo elaborati trattati filosofici e teologici, ma il testo di filosofia del mio antico liceo classico, come si conviene appunto a una cattolica “bambina”. Perciò non pretendo di aver detto nulla di eccezionale ma, mentre ringrazio il Signore per avermi fatto il dono della fede, spero che Egli  si serva delle mie povere parole per instillare nel cuore e nella mente di chi prova la terribile tentazione del dubbio, qualche piccolo seme di speranza, perché “nella speranza siamo stati salvati … e se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8, 24 – 25).

[1] Con grande soddisfazione di Eugenio Scalfari che, come grande risultato delle sue frequentazioni personali con Papa Francesco, ha messo più volte in risalto questo affievolimento.

[2] Aldo Grasso riferisce che nell’Enciclopedia Einaudi 1977 – 1982,  monumento allo scientismo novecentesco politicamente corretto, compare la voce “corpo” ma non la voce “anima”, perché (secondo l’editore) compito dell’Enciclopedia è “rischiarare la mente degli uomini per liberarli dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione attraverso conoscenza e scienza” Cfr. IL CORRIERE DELLA SERA, La Lettura, 7.2.2016, pag. 4. Il Prof. Grasso aggiunge di aver letto la voce “corpo” e di averci capito poco, segno (aggiungo io) che neppure il compilatore di quella voce ha le idee chiare in proposito.

[3] Cfr. E. Boncinelli, I segreti della mente? Molecole, cellule e circuiti nervosi”, IL CORRIERE DELLA SERA, La Lettura, 7.2.2016, pag. 4.

[4] Cfr. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Milano, Rizzoli, 2015, pag. 29 e seguenti.

[5] Basti pensare a quello che sono stati capaci di fare in ogni tempo i  grandi Santi della Chiesa, lasciando che lo Spirito Santo guidasse le loro anime sulla strada tracciata da Dio.

[6] Mentre rifletto su questo versetto del Qoèlet, mi viene in mente che esso dovrebbe piacere agli animalisti che, come è noto, negano la superiorità dell’uomo rispetto agli animali. Chissà che, leggendolo, non arrivino pian piano ad apprezzare la Sacra Scrittura approdando prima o poi al Cristianesimo? Le vie del Signore sono infinite e forse questo potrebbe essere un “preambulum fidei”, come dice S. Tommaso d’Aquino. Ma forse lavoro di fantasia e mi do troppe arie da filosofa consumata …

[7] Anche l’Apocalisse presenta la morte come l’ultima nemica che sarà sconfitta (20, 14).

[8] Questa notissima frase della Lettera ai Romani mi offre lo spunto per un’ulteriore riflessione, forse poco ortodossa, ma allora mi aspetto di essere corretta da chi ne sa più di me. E’ noto che le piante e gli animali non hanno un’anima immortale quindi sarebbero fatti di pura materia, ma se è vero che anche la materia spera di essere redenta alla fine dei tempi, non possiamo sperare che anche per loro, sue creature, Dio abbia progettato una sorta di resurrezione finale, senza ritenere necessario rivelarlo all’uomo? Sono stata molto criticata per questa mia ipotesi, ma io penso che se Dio ha creato il mondo per amore, non può abbandonare nel nulla eterno quelle altre sue creature, ontologicamente  inferiori all’uomo e del tutto incolpevoli del peccato da lui commesso.

sabato 10 ottobre 2015

10 ottobre 1958 - Traslazione da Castel Gandolfo della salma del Venerabile Pio XII - l'ultimo papa "romano de Roma" - a San Pietro

(video con immagini di repertorio, sebbene non condivisibile nel commento)

(cliccare sull'immagine per il video)


(La voce del Papa)



Immagini della salma di Pio XII, in abito corale con mozzetta e camauro, esposta in Castel Gandolfo, prima di essere rivestito dei paramenti liturgici pontificali, avvolta cellophane per il procedimento di "imbalsamazione" ideato dal discusso archiatra prof. Riccardo Galeazzi Lisi, che, in verità, impedendo la dispersione dei vapori e liquidi cadaverici,  accelerò in maniera impressionante i processi decompositivi della salma

Ultima foto, prima della tumulazione, del corpo di Pio XII

domenica 4 ottobre 2015

Sull'ultima ricognizione canonica dei resti di S. Francesco d'Assisi


Antonio Montúfar, S. Francesco appare a papa Niccolò V, con donatori, 1628, Los Angeles County Museum of Art (LACMA), Los Angeles

Gérard Douffet, Papa Niccolò V visita la tomba di S. Francesco, 1627, Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Neuburg an der Donau 


Laurent de La Hyre, Il papa Niccolò V si fa aprire nel 1449 la tomba di S. Francesco, 1630, Musée du Louvre, Parigi

L'albero di S. Francesco o Esaltazione dell'Ordine francescano, con S. Francesco circondato da S. Chiara, S. Ludovico di Tolosa, S. Elisabetta d'Ungheria, S. Antonio da Padova, S. Bernardino da Siena, papi Sisto IV, Niccolò IV, Alessandro V, S. Bonaventura ed il Cardinal Pietro Aureolo, 1484, Tesoro della Basilica di S. Francesco, Sacro Convento, Assisi

martedì 25 agosto 2015

Ma gli uomini non guardano il Cielo. Le mode del mondo contemporaneo: cercate le cose di Lassù!

Ricevuto, volentieri pubblichiamo quest’interessante contributo, che rilancia il tema che Romano Amerio aveva denominato della somatolatria ovvero quell'idolatria della perfezione fisica e del successo sportivo (cfr. anche CCC n. 2289).

LE MODE DEL MONDO CONTEMPORANEO: CERCATE LE COSE DI LASSÙ

di Fabio Iannone

I giovani dell’inizio del Terzo Millennio sembrano affetti da una particolare corsa ad alcune mode che non solo non hanno alcuna logica, ma, addirittura, cominciano ad inficiare la salute fisica e mentale degli esseri umani.
Fra queste, particolare attenzione merita l’usanza della depilazione, anche totale, degli uomini e delle donne. Se per le seconde la depilazione di alcune parti del corpo ha una funzione estetica e non crea problemi alla salute di colei che la pratica, avendo la donna peli meno ispidi dell’uomo, per via di questioni ormonali, per gli uomini la depilazione del corpo comporta gravi problematiche legate alla salute dovute a follicoliti ed irritazioni della pelle oltre ad eliminare la naturale funzione termoregolatrice del corpo che la presenza dei medesimi comporta.
In più, da che mondo e mondo la maturità dell’uomo, anche dal punto di vista sessuale, viene valutata anche rispetto alla presenza della peluria. Su ciò si tornerà, però, in seguito!
Beata Giacinta Marto:
«I peccati che portano più anime all'inferno
sono i peccati della carne
.
Verranno mode che offenderanno molto Gesù.
Le persone che servono Dio non devono seguire la moda.
La C
hiesa non ha moda. Gesù è sempre lo stesso.
»
Volendo affrontare la questione da un punto di vista religioso, si deve notare che queste pratiche, unitamente a quelle di incisione della pelle e del corpo in genere, quali tatuaggi o buchi agli orecchi, sono tassativamente vietati per gli uomini (Lev. capp. 19-20).
Ma risulta facile la critica: molti precetti ebraici sono (o sarebbero) decaduti, poiché per fede ci si salva e non per le opere della legge, come dice San Paolo apostolo. D’altro canto lo stesso Apostolo delle Genti nella I lettera ai Corinzi (6, 19-20) invita ad avere rispetto del corpo «tempio dello Spirito» e, quindi, a non maltrattarlo, ma a lasciarlo così com’è. Pertanto, anche dal punto di vista morale-cristiano tali pratiche, per di più dannose per la salute, sembrerebbero, e lo sono, vietate e peccaminose.
Ma vi è un aspetto più subdolo nella questione affrontata: il progetto di rendere la donna e l’uomo uguali! Ma potranno mai essere uguali due esseri creati diversi? È forse uguale la funzione dei due generi? Ovviamente no. Le pratiche e le mode corporali che vogliono rendere l’uomo uguale, anche riguardo all’aspetto, alla donna è contro ogni logica (per chi non crede) e demoniaco (per chi crede). L’uomo e la donna non sono uguali, ma pari (ovviamente a parità di condizioni).
Ma vi è di più! Pensiamoci bene: quali sono gli esseri umani privi di peli in tutte le parti del corpo? I bambini, ovviamente. In un mondo in cui la pedofilia dilaga, coloro che desiderano il proprio “partner” depilato anche nelle proprie parti più intime, dovrebbero pensare che “qualcuno” (sarà una forza occulta? La massoneria? Il diavolo?) vuole che gli uomini e le donne desiderino di giacere, seppur per abitudine e per moda, con chi non ha peli. Pertanto, che il partner sia maturo sessualmente o meno ciò non ha più importanza, adulto o bambino è ormai indifferente!
È forse per questo che la pedofilia dilaga?
Un’ultima riflessione en passant: si parla tanto di discriminazione degli omosessuali o di altre discriminazioni, ma nessuno parla dei maltrattamenti psicologici che è costretto a subire colui che decide di non seguire le mode e, per esempio, di presentarsi in spiaggia non depilato! O una persona che non ha tatuaggi! O una persona che non fuma spinelli, etc. …!
Sant’Agostino diceva: «L’uomo è ciò che ama» (In Epistolam Joannis ad Parthos): ma cosa ama un uomo che compie azioni che non hanno alcun senso logico, solo perché vanno di moda, e che per giunta possono rivelarsi dannose per la propria salute? Ovviamente non ama nulla! Neanche se stesso! Pertanto, si potrebbe dire che l’uomo si sta trasformando in un “nulla”, sembrando un “nulla” agli occhi degli altri uomini. Ed ecco: tutto ora è consentito, perché sul nulla tutto può essere fatto. Ogni scelleratezza diventa legittima: homo homini lupus!
Ma l’uomo non è un nulla: è il capolavoro della creazione divina. Risuonano le parole del salmista: «che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani» (Sal. 8, 5-7) ed ancora «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre» (Sal. 45, 3).
Non distruggiamo con le mode la migliore delle opere di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza, benedetto da Dio, e gestiamo bene il potere che ci è stato dato sulla creazione!
Pertanto, «cerchiamo le cose di lassù» come dice san Paolo (Col. 3,1), quelle cose di cui siamo fatti, piuttosto che legarci a mode passeggere e dannose, oltre che illogiche, se non, addirittura, penose.

mercoledì 21 gennaio 2015

Per una "teologia del corpo" dal punto di vista tradizionale

Nella memoria della santa vergine e martire romana Agnese, anche in vista del prossimo Sinodo, riprendo un estratto dall'interessante contributo - in lingua inglese - di don Pietro Leone - su autorizzazione dell'ottimo blog Rorate Caeli, che ringraziamo – su una teologia del corpo in ottica tradizionale, che meriterebbe, a nostro sommesso avviso, grande attenzione, rinviando per il resto al già citato blog per l’intero saggio.
Si puntualizza che il testo edito è parte di un libro che in primavera sarà pubblicato in lingua italiana. Attendiamo impazienti!

“Theology of the Body” explained
- a Traditional Catholic view


 Fr. Pietro Leone

‘Theology of the Body’ is the title that Pope John Paul II gave to a series of discourses delivered between September 1979 and November 1984. When we evaluate this doctrine in the light of Tradition, we see that in its principal positions it does not represent a development of Catholic teaching (in the sense of a clarification or deepening of that teaching), but rather a rupture with it, that is to say something novel. For this reason it cannot be described as Catholic doctrine, but rather as a series of personal meditations by the then Pope.
As our source for this chapter we take the book ‘Theology of the Body for Beginners’ by Mr. Christopher West (Ascension Press, 2004), which affords a useful summary of this theory. This lecturer and writer has done much to popularize the said theory on the international level.
The following critique (made in the briefest possible outline) will consist in the main of the application to this theory of the philosophical and theological principles established in the present book. This will involve a certain repetition of material already discussed, in the interests of providing a brief synthesis and analysis of the theory both in detail and as a whole.
We proceed as follows: we evaluate this theory first as a personalist doctrine, then in its understanding of conjugal love in itself, and finally in its understanding of conjugal love in relation to God.

I

Theology of the Body as a Personalist Doctrine

Now the Church teaches that marriage has three finalities: 1) the procreation and education of children; 2) the mutual assistance of the spouses; 3) the remedy of concupiscence (see the Roman Catechism expounded in chapter 10 above). The Church teaches further that the first finality is also the primary finality (see chapter 5 for the relevant declarations of the Magisterium, and for the arguments from Scripture, patristics, and speculative theology).
In opposition to this teaching, certain modern authors hold the view that the good of the spouses (cf. the second finality) is on the same level as, or on a higher level than, the good of the children (cf. the first finality). We refer the reader to chapter 5 of the present book.
This modern view has been condemned by the Magisterium. A Declaration of the Holy See of March 1944 (AAS XXVI p.103) poses the question: ‘Can one admit the doctrine of certain modern writers who deny that the procreation and education of the child are the primary end of marriage, or teach that the secondary ends are not essentially subordinate to the primary end, but rather are of equal value and are independent of it? They replied: No, this doctrine cannot be admitted’. In his Allocution to the Midwives (1951) Pope Pius XII refers to such doctrines as ‘a serious inversion of the order of the values and of the purposes which the Creator has established Himself.’
Despite these declarations, we have seen (in the same chapter 5) how this modern view was re-proposed on the floor of the Second Vatican Council, how it found its way (albeit in covert form) into the texts of Humanae Vitae, and from thence into the New Code of Canon Law, the New Catechism, and Familiaris Consortio, inter alia.
Theology of the Body must be seen against this background. Even if it does not explicitly deny that the procreation and education of children is the primary finality of marriage, it is almost exclusively concerned with spousal love, at best mentioning procreation simply as an adjunct, as when the Pope, in reference to ‘the communion of persons which man and woman form…’ adds: on ‘all this, right from the beginning, there descended the blessing of fertility’ (Nov. 14th1979, West p.25).
As for the particular understanding of conjugal love manifest in Theology of the Body, namely that of reciprocal self-gift, we observe that this understanding was already present in certain of the authors who denied the absolute priority of the procreative finality of marriage. The Declaration quoted above states that certain of these authors take as the primary finality: ‘the reciprocal love of the spouses and their union to be developed and perfected by the physical and spiritual gift of their own person’ and Pope Pius XII in the Allocution quoted above states similarly that some of these authors take as the primary finality of the exercise of the marital right: ‘that the bodily union is the expression and actuation of the personal and affective union’, and adds that: ‘We are face to face with the propagation of a body of ideas and sentiments directly opposed to serene, deep, and serious Christian thought.’ In the following pages we shall see how these ideas are developed in Theology of the Body.
We proceed to offer a detailed critique of Theology of the Body, first in regard to conjugal love considered in itself, and second in regard to conjugal love considered in relation to God.

II

Conjugal Love Considered in Itself

1. Total Self-Giving Love

Now the foundation of the Theology of the Body is the proposition that the act of conjugal love consists in ‘the total reciprocal self-giving of husband and wife’ (Familiaris Consortio 32, quoted in the The New Catechism 2370). If this proposition is false, then the whole edifice of Theology of the Body falls.
In chapter 4 of the present book we have argued to the falsity of this proposition: first metaphysically, because the human person is incommunicable; second physically, because the act of conjugal love essentially involves the seeking and taking of pleasure, without which it would indeed be impossible; and third morally, because total self-giving love is commanded (and indeed only possible) to God alone (Lk. 10.27), whereas man is commanded to love his neighbour to a lesser degree, and where conjugal relations are concerned, with modesty and moderation[1] (cf. Roman Catechism on the Use of Marriage). Indeed to love one’s neighbour with a total love would be idolatry.[2]

2. Redemption of the Body

In Theology of the Body, at least as it is presented by Mr. West, Grace enables men and women to live in the mutual and sincere gift of self (cf. Papal Discourse Jan.30th 1980, West p.42), just as in the beginning man and woman were infused with Grace. Through this Grace, the Holy Spirit impregnates our sexual desires ‘with everything that is noble and beautiful’, with ‘the supreme value which is love’ (Papal Discourse Oct. 29th 1980, West p.43-44). Similarly purity ‘lets us perceive the human body - ours and our neighbour’s – as a Temple of the Holy Spirit, a manifestation of the divine beauty’ (The New Catechism 2519, West p.47).
There is a suggestion here that Grace (albeit in conjunction with mortification, West p.47) enables man to regain the state of his first parents[3]. And yet their state, that of elevated nature, has been irremediably lost by Original Sin, and moreover it differs from our state, that of fallen nature, not only in regard to Grace, but also in regard to concupiscence, that is to say the dominion of the passions over the reason, which is one of the evils consequent on the Fall to which all humankind is subject (with the exception, of course, of the Blessed Virgin Mary. See chapter 2 of the present book). Theology of the Body, intent on presenting the positive side of conjugal love, largely neglects concupiscence[4], hence giving an incomplete and unrealistic picture of this love. The Church, by contrast, had always recognized and taken seriously this objective disorder in human nature, and has indeed defined the third finality of marriage as ‘the remedy of concupiscence.’[5]

3. The Nuptial Meaning of the Body

According to the Theology of the Body, the nuptial meaning of the body is the body’s ‘capacity of expressing love: that love precisely in which the person becomes a gift…’ (Papal Discourse Jan.16th 1980, West p.29). In other words the nuptial meaning of the body is the fact that it expreses total self-giving love. The Pope continues: ‘… and – by means of this gift – fulfills the very meaning of his being and existence.’ At another point in the same discourse he describes the nuptial meaning of the body as ‘the fundamental element of human existence in the world.’[6] In a later discourse (April 28th 1982, West p.74) he adds: ‘On the basis of the same nuptial meaning of (the) body…there can be formed the love that commits man to marriage for the whole duration of his life, but there can be formed also the love that amounts to a life of continence ‘for the sake of the Kingdom.’’ Moreover, those who rise to eternal life will experience ‘the absolute and eternal nuptial meaning of the glorified body in union with God himself.’ (March 24th1982, West p. 61.)
In reply, according to the natural law, the meaning of the body in the domain of sexuality is different from that which the Pope proposes, for according to the natural law (see the beginning ofchapter4), all that one can say of the human body in this domain is that 1) the sexual differentiation of man and woman is oriented towards sexual union; and 2) this sexual union has as its natural outcome the procreation of children.
In regard to the first fact, we have no evidence on the level of the body, that is to say on the purely natural level, that this act of union is characterized by giving, or by taking, or by both. In regard to the second fact, we note that the Theology of the Body, like the Personalism of which it is a part, in its insistence on the subjective realm: on the secondary and intermediate end of sexuality and marriage, which is love, neglects the objective realm: the primary and final end of sexuality and marriage, which is procreation. 
As for the Pope’s assertion that the nuptial meaning of the body forms the basis both for marriage and for a life of perfect chastity, it must be said that if, as we have denied, the body expressed the orientation towards total self-giving love, it would not be on the basis of this fact about the body that man undertook a life of perfect chastity, but on the basis of the total self-giving love that it expressed; and that the life of perfect chastity does not involve a love characterized by the body, but rather by the renunciation of such a love.
As for the Pope’s assertion that the nuptial meaning of the body will be experienced in Heaven, we recall that the conjugal union is a sign of Christ’s union with His Church in virtue of the intimacy, benevolence, and holiness of marital love, and not in virtue of bodily union; indeed since the act of conjugal union is ordered towards procreation, it exists only for this world and not for the other, for which reason ‘in the Resurrection they shall neither marry nor be married, but they will be as the angels of God in Heaven.’ (Mt. 22.30.)
Finally, the suggestion that Theology of the Body in general, or the nuptial meaning of the body in particular, somehow reveals or constitutes the meaning of life, we reply as we have done in regard to perfect chastity above, that, even if, as we have denied, the body expressed an orientation towards total self-giving love, what reveals or constitutes the meaning of life is not the Theology of the Body, the nuptial meaning of the body, or indeed anything essentially connected to the body, but rather total self-giving love itself. 

4. The Vocation to Marriage or Virginity/Celibacy

In Familiaris Consortio 11 (West p. 65) the Pope writes: ‘Christian revelation recognizes two specific ways of realizing the vocation of the human person, in its entirety, to love: marriage and virginity or celibacy.’ The Pope again has total self-giving love in mind, here as the constitutive feature both of marriage and of virginity/celibacy. We observe that he does not specify here, as he does elsewhere, that this virginity/celibacy is for the Kingdom of Heaven, therefore amounting to the consacrated life. This omission opens his statement to a naturalizing interpretation.
In commentary, whereas the love of spouses cannot be termed total self-giving love, the love for God on the part of those who lead the consacrated life can be so termed, because it constitutes a love with undivided heart (cf.1Cor.7.33 as expounded by Pope Pius XII in Sacra Virginitas 15, 20, 24, 30-1. See chapter 4 of the present book). 
As far as vocation is concerned, the concept of vocation to marriage as an alternative to the vocation to the consacrated life is a further instance of naturalization, or, more fully, of the confusion between the natural and supernatural orders, for it involves placing something purely natural on the same level as something purely supernatural. We have analyzed this tendency at the end of chapter 4, where we pointed out that vocation in the traditional, in the most obvious, and also in the deepest, sense of the term signifies: 1) a call, 2) from a person without, 3) id est immediately from God, 4) in order absolutely to transcend the possibilities of human nature; whereas the propensity towards marriage is 1) an instinct, 2) which originates within human nature, 3) and therefore only mediately from God, 4) in order to realize a potential of that same human nature.
We may conclude with the following question: if both states of life involved total self-giving love and both were the object of vocation, in what sense would the life of virginity or celibacy be ‘better and more blessed’ than the married life, as the Council of Trent dogmatically declares?[7]

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[1] Moderation in the area of sexuality is equivalent to chastity; modesty is a virtue complementary to it (see chapter11). 

[2] At the beginning of this treatment it will be useful briefly to distinguish three basic forms of love which have been enumerated in detail in chapter 2. First there is sensible love (or the passion of love), of which sexual love is an example; second there is rational love (or the virtue of love); third there is Charity, which is that form of rational love which is elevated by Supernatural Grace. In the light of these distinctions, the act of conjugal union in its ideal form is to be understood as an act of sensible love informed by rational love, which enables one spouse to love the other not as an object but as a person, and further informed by Charity, which enables the spouse to love the other in, and for the sake of, God.

[3] In this connection we refer to his concept of ‚original innocence’ in the address of 26th Sept. 1979, by which he perhaps intends to justify the possibility of a return to the state of our first parents, even if this concept lacks clarity. The Pope speaks of ‚this real innocence of man as his original and fundamental state, as a dimension of his being created in the image of God.’He says in addition that: ‚These situations (‚original innocence’ and ‚original sin’) have a specific dimension in man, in his inner self, in his knowledge, conscience , choice, and decision’; and that they are linked, for the ‚state of sin’ which is part of ‚‚historical man’ plunges its roots, in every man without exception, in his own theological ‚prehistory’ which is the state of original innocence’, At another point he describes Original Sin as a state whereby ‚man has lost his primitive innocence’, and in the address of 12th Sept. 1979 he says that ‚the first account of man’s creation is of a theological nature.’ This doctrine is unclear inter alia because it oscillates between a supernatural and a natural concept of ‚original innocence’. This concept has a supernatural colour in so far as ‚original innocence’is presented as a property which man acquires in the ‚theological’ account of creation, and which man loses by the Fall; it has a natural colour in so far as it derives from creation (in the traditional, Catholic understanding of creation), and in so far as it is presented as persisting as a state in man, indeed in all men.

[4] One of the criticisms of Mr.West’s account made by Dr. Alice von Hildebrandt in her article comparing this account with her husband’s work in the field, is that he ‚underestimates the effects of Original Sin on the human condition’. 

[5] In fact, since it is the virtue of chastity which combats (carnal) concupiscence, those who pursue this virtue perfectly (through the vow of perfect chastity) resemble our first parents prior to the Fall more closely than spouses.

[6] in a similar vein the Pope states that the Theology of the Body is…’essential and valid for the understanding of man in general: for the fundamental problem of understanding him and for the self-comprehension of his being in the world.’ (Dec.15th 1982, West p.2.)

[7] Si quis dixerit…non esse melius ac beatius manere in virginitate aut caelibatu quam iungi matrimonio…Anathema sit (S.24 Can.10).