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venerdì 3 agosto 2018
sabato 23 aprile 2016
23 aprile 1616, il giorno in cui l’Occidente si scoprì improvvisamente più povero
Il 23 aprile 1616
morivano sia Shakespeare (il quale era nato proprio un 23 aprile di 52 anni
prima) sia Cervantes. Entrambi si spegnevano nella festa di S. Giorgio il
megalomartire, cioè proprio nella festa di quel santo che è considerato patrono
delle milizie cristiane e vero archetipo del cavaliere e del milite cristiano,
figura che ispirarono entrambi gli autori (cfr. Carlo Ossola, Cervantes, il
cavaliere dell’ideale, in Avvenire, 23.4.2015; Francesco Olivo, Così il
cavaliere errante ispirò una commedia di Shakespeare, in La Stampa, 15.3.2016).
Va ricordato che il
vero milite cattolico, come ci rammenta un nostro amico, è il “defensor
Ecclesiarum, viduarum, orphanorum, omniumque Deo servientium, contra sævitiam
paganorum, atque hæreticorum” (Pont. Rom., De creat. novi militis),
che usa la spada per punire i malvagi, per proteggere i deboli e gli onesti e
per difendere la patria ma anche per vendicare i diritti di Dio e della Santa
Chiesa ove essi vengano conculcati (anche se a farlo è lo Stato). Seguendo
questa strada conquistarono il Paradiso, oltre a Giorgio, anche Sebastiano,
Gavino, Lussorio, Marcello, Giorgio, Maurizio, Agazio, Alessandro e tanti altri
che preferirono servire Cristo piuttosto che sacrificare agli idoli e/o
opprimere la Chiesa. Così si fecero santi nella milizia Ferdinando III, Luigi
IX e tanti altri uomini sconosciuti che partirono alla crociata contro gli
infedeli o gli eretici con la Fede nel cuore e benedetti da Cristo e dal suo vero
Vicario, in difesa della Christianitas, dell’unico vero Ordine voluto
dalla Provvidenza.
| S. Giorgio ed il drago, Cripta della Basilica di S. Giorgio, Lydda (l'odierna Lod, presso Tel Aviv) |
| Bassorilievo del sarcofago di S. Giorgio, Cripta, Basilica di S. Giorgio, Lydda |
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| Jan van der Straet, S. Giorgio ed il drago, 1563-64, Badia delle Sante Flora e Lucilla, Arezzo |
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| Martin Wiegand, S. Giorgio ed il dragone, 1915 |
23 aprile 1616, il giorno in cui l’Occidente si scoprì
improvvisamente più povero
di Elisabetta Sala
La scomparsa
contemporanea di Shakespeare e Cervantes e l’emergere di Francis Bacon
rappresentano un scontro di civiltà che rivela molto di quello che siamo oggi
Stratford, 23
aprile 1616. Nel suo piccolo maniero, il privato cittadino William Shakespeare si
spegneva placidamente (si pensa), circondato da parenti e amici. Intanto l’Inghilterra,
anzi, la neonata Britannia, proseguiva la discesa sul piano inclinato che l’avrebbe
portata prima al conflitto civile e poi a un ventennio di dittatura puritana. E
lì fu la fine, per i teatri. Giacché, non appena quei signori furono padroni
della città di Londra (nel 1642), fecero chiudere o demolire tutti i luoghi di
intrattenimento.
Il tramonto di
Shakespeare coincise dunque con il tramonto della gioia e del divertimento in
tutto il Regno. Basti pensare che, pochi anni dopo la sua morte (nel 1622),
quella che era stata la sua compagnia si presentò a Stratford per recitare
davanti al popolo, ma fu invece pagata per allontanarsi. Il teatro era già “attività
non grata”.
La grande
stagione teatrale elisabettiano-giacobita aveva costituito un ultimo baluardo
di indipendenza, una esigua fetta di vita quotidiana che il governo non era
riuscito a controllare completamente. A contatto diretto col popolino, gli
attori non disdegnavano battute satiriche sui potenti, né gli autori erano
facili da imbrigliare. Anche lo stile era stato all’insegna della massima
libertà: incuranti del pesante classicismo che andava affermandosi oltremanica,
i drammaturghi inglesi avevano rigettato ogni regola prestabilita. In ciò
Shakespeare era stato maestro, scatenando l’immaginazione, mescolando stili e
registri, aprendo abissi di significato; il che conferisce (ancora oggi) alle
sue opere una complessità tale da lasciarle sempre aperte a molteplici strati
interpretativi.
Un linguaggio magico
Amava giocare baroccamente con le parole: più significati avevano, più gli
piacevano. Giustamente famosi sono i suoi “puns”, basati su omofonie, in
frasi ambigue che mescolavano i figli (sons) con i soli (suns),
le suole delle scarpe (soles) con le anime (souls). E gli piaceva
inventarne di nuove, quando la lingua che aveva a disposizione si rivelava
insufficiente a rendere ciò che gli sgorgava dalla mente. Perché il linguaggio,
ci dice il suo Prospero nella Tempesta, è magia e
permette di costruire «torri svettanti tra le nubi».
Ebbene, a un
certo punto del Seicento tutto questo non piacque più. Una nuova sensibilità si
stava facendo strada. In quel fatidico giorno di quattrocento anni fa, l’uomo
del futuro di Britannia non era certo Shakespeare, ritiratosi dalle scene quasi
in sordina, forse chiedendo solamente di essere lasciato in pace a invecchiare
e morire tra i suoi. L’astro nascente, l’uomo che si sarebbe adattato
perfettamente alla nuova era fino a diventarne il profeta, non era un letterato
né tanto meno un attore, bensì un uomo della medesima generazione ma con i
piedi ben per terra: giurista, cortigiano, filosofo, scienziato. Parliamo di
Francis Bacon (1561-1626).
Le sue opere
(tutte in prosa) sono all’insegna dei tempi nuovi; portano nomi come The Advancement of Learning (1605), Novum Organum (1620), Augmentis Scientiarum (1623), The New Atlantis (1627). Era un entusiasta del
progresso, oltre che della strada recentemente intrapresa dalla Britannia verso
la costruzione di un impero. A Bacon si richiamarono, nel 1662, i fondatori
della Royal Society, il club di scienziati che andò a costituire, in una
peculiare collaborazione tra puritanesimo e scienza, uno dei pilastri dell’Illuminismo.
Il nuovo astro nascente
In nome dell’empirismo,
Bacon e soci decretarono obsoleta e defunta tutta la tradizione: non solo
quella scientifica, ma anche quella filosofica e letteraria. Fu di fronte a
lui, e a tutto il movimento razionalista che ne seguì, che l’eredità di Shakespeare
parve uscire sconfitta. Furono Bacon e i suoi seguaci a indicare il cammino.
Basta con la magia teatrale, basta con la fantasia, basta con la creazione
poetica e con tutte quelle inutili favole. Non è finita: basta anche con i
barbarismi nella lingua. Basta con le espressioni ambigue, finiamola di usare
parole passibili di interpretazioni diverse e opposte.
Sulla
falsariga di Calvino i nuovi intellettuali, tutta gente molto seria,
decretarono che, in nome della chiarezza, a ogni parola dovesse corrispondere
un solo significato. Tagliarono ogni orpello, semplificarono discorsi e frasi.
Più avanti, toccò all’amara satira swiftiana prendersi gioco di loro.
Bacon sdoganò
altresì una nuova interpretazione della scienza: non più semplicemente studio
della natura, ma manipolazione e dominio. Suo è il detto tantum possumus
quantum scimus: praticamente, sapere è potere. Nella sua personale utopia,
la Nuova Atlantide, egli vagheggia (profeticamente) un mondo governato dagli
scienziati, teorizzando la liceità di ogni tipo di esperimento. La natura va
soggiogata e aggiogata, non servita. Potere, sperimentazione illimitata,
tecnocrazia: pare di essere nel futuro. Cioè, ai giorni nostri. Probabilmente i
nostri giochi da apprendisti stregoni avrebbero affascinato Bacon, laddove
Shakespeare fa invece dire al suo Macbeth: «Io oso fare tutto ciò che si addice
a un uomo; chi osa di più non è un uomo».
Bacon fu
pragmatico anche nella vita: seppe appoggiarsi agli uomini giusti (come il
conte di Essex) per poi abbandonarli al momento opportuno. Così, sebbene con un
certo ritardo rispetto a quanto avrebbe voluto, divenne molto ricco e molto
famoso e, sotto re Giacomo, entrò nientemeno che nel Consiglio Privato.
Fu quindi tra
coloro che, nel 1619, accontentarono la Virginia Company, a dispetto di ogni
legge, autorizzando la deportazione nelle colonie americane di 165 ragazzini
tra gli otto e i sedici anni. Sei anni dopo, a seguito dei maltrattamenti che
subirono, erano rimasti vivi solo in dodici. Ma non per questo le deportazioni
si fermarono: negli anni successivi, grazie a quell’apripista, il governo
aggiustò il tiro e si fece carico di deportare soprattutto piccoli irlandesi
(tanto per cambiare) accusati di qualche delitto.
La carriera
politica di Bacon si concluse con una ignominiosa accusa di peculato che gli
macchiò la reputazione; ma tant’è. La modernità guarda ai risultati, non alla
forma; al fine, non ai mezzi.
Tanto Bacon
guardava al radioso futuro della sua patria, quanto Shakespeare, pur nella più
audace sperimentazione formale, aveva guardato al passato. Invece che avanti, e
diversamente dai drammi di altri autori, le opere shakespeariane guardano
indietro, a un mondo perduto tra i fasti dell’antica Roma e le nebbie del
Medioevo. Un mondo simboleggiato dal fantasma di Amleto, figura idealizzata di
un tempo che ancora credeva nel purgatorio e nell’efficacia dei sacramenti;
oppure dal John of Gaunt del Riccardo II, che
parla dei valori che avevano reso la vecchia Inghilterra rinomata in tutta la
cristianità. Praticamente tutti i drammi shakespeariani sono ambientati in una
terra o in un tempo remoti e tutti i personaggi positivi guardano al passato
con nostalgia.
Riguardo al
presente, invece, i commenti che escono dall’intero Canone sono lapidari,
trancianti, il quadro desolante: sono tempi «crudeli», «astuti», «cattivi». Un
opportunista come Fitzwater (sempre nel Riccardo II) vuole approfittare
dell’arrivismo e della perdita di valori imperanti per prosperare «in questo
mondo nuovo», mentre nel Mercante di Venezia gli
insidiosi tempi moderni tendono a intrappolare i saggi.
Quando si viveva per l’onore
I drammi
storici esaltano il mondo cavalleresco e l’antico codice d’onore, proprio come
Falstaff, per contrasto, lo irride (e finisce male). Personaggio picaresco e
quasi donchisciottesco, Falstaff è però agli antipodi di don Chisciotte in
quanto rifiuta l’eroismo (autentico) dei suoi tempi, mentre l’anti-eroe di
Cervantes vorrebbe vivere in quei tempi eroici ma si scontra con lo stemperarsi
degli ideali in una modernità che, in nome del pragmatismo e dell’utile, li ha
rifiutati. Falstaff e don Chisciotte non sono che due facce di una stessa
medaglia: un’elegia sui bei tempi andati in cui si viveva per l’onore. Fu così,
guardando al passato attraverso il presente, che entrambi gli autori si
assicurarono senza saperlo un posto nel futuro. Ora, indovinate quando morì
Cervantes? Lo stesso giorno, il 23 aprile del 1616 (qualche studioso ipotizza
il 22, ndr).
Non si capisce
perché, ma alcuni di coloro che rifiutano di attribuire l’opera shakespeariana
al suo legittimo autore, e cercano invece qua e là altri cervelloni
(preferibilmente universitari) che ne siano più degni, ritengono senza ombra di
dubbio che il misterioso autore sia proprio Francis Bacon. Ma i due
appartenevano a mondi completamente diversi e a due mentalità che non avrebbero
potuto essere più lontane; senza contare che Bacon, nella sua fredda e prosaica
razionalità, non diede mai segni di particolare sensibilità poetica.
Persino i loro
nomi paiono porli in campi diametralmente opposti: mentre “Shake-spear” è un
nome da antico guerriero, “Bacon” si limita a evocare il materialismo di chi
apprezza la buona tavola. «Mentre l’uno guardava sempre indietro con nostalgia
al tempo in cui l’Inghilterra era parte della cristianità», soggiunge Peter
Milward, «l’altro guardava sempre avanti, in avida anticipazione, verso la
nascita di un Impero Britannico sempre più potente». Tra i due, però, alla
fine, non fu Bacon ad aggiudicarsi il titolo di “uomo del Millennio”.
Per spiegare
ciò che si interpose tra il mondo di Shakespeare (di Cervantes, di Dante) e il
nostro (e di Bacon), T. S. Eliot parlò di «dissociazione di sensibilità». A un
certo punto, cioè, nel corso del Seicento, il pensiero intellettuale fu scollato
dall’esperienza emotiva. Prima di allora, gli uomini erano dotati di una
sensibilità che «poteva divorare qualsiasi tipo di esperienza». Dopo, furono
costretti a scegliere tra il pensare e il sentire. Quel 23 aprile del 1616 fu
allora uno spartiacque tra passato e futuro, tra tradizione e modernità. Il
mattino dopo l’Occidente si risvegliò un po’ più pratico, un po’ più serio, un
po’ più povero. E un po’ più “dissociato”.
Fonte: Tempi, 23.6.2016
venerdì 19 febbraio 2016
Un maestro per la Quaresima e per i nostri tempi: S. Alfonso Maria de' Liguori
In questo venerdì delle Quattro Tempora di Quaresima,
nel quale si fa particolare memoria della lancia e dei chiodi di N.S.G. Cristo
rilancio questo contributo su S. Alfonso M. de’ Liguori di Cristina Siccardi.
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| Carlo Saraceni, Ostensione del Sacro Chiodo da parte di San Carlo Borromeo, 1610-20 circa, Chiesa di San Lorenzo in Lucina, Roma |
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| Giovanni Baglione, S. Carlo in preghiera dinanzi al Sacro Chiodo invoca la cessazione della peste, XVII sec., Chiesa di S. Pietro, Pogno |
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| Gian Battista della Rovere detto Il Fiammenghino, Processione di S. Carlo del Sacro Chiodo durante la peste, 1602, Duomo, Milano |
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| Reliquia del Sacro Chiodo, Duomo, Milano. La reliquia è oggetto a Milano, in occasione della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, del c.d. rito della Nivola. Cfr. anche Gregory Di Pippo, A Relic of the Passion in Milan Cathedral, in New Liturgical Movement, Sept. 10th, 2015 |
Sant’Alfonso, un grande maestro per il nostro tempo
di Cristina Siccardi
Il tempo di Quaresima è quello in cui le persone dovrebbero profittare con
maggior determinazione per ordinare gli scompigli della propria anima. Viviamo
immersi in una cultura di massa dove peccati e tentazioni non solo vengono
considerati leciti, ma sono sponsorizzati continuamente e sono considerati
“diritti”.
Si è disposti, per esempio, a fare mille sacrifici per essere fisicamente
prestanti come vuole lo stereotipo proposto dalla pubblicità, dalla
cinematografia, dalle riviste… ma poco o nulla si fa per la dieta dai peccati. La palestra e i centri benessere
sono diventati luoghi di grande business “per
il bene delle persone”. E mentre ogni attenzione e culto vengono prestati al
proprio corpo, l’anima si separa sempre più dal Creatore, l’Unico a volere il
vero bene della sua creatura. Eppure i grandi moralisti della Chiesa lo hanno
sempre detto: offrire sacrifici, digiuni materiali, piccole penitenze (i misericordiosi
«fioretti» insegnati dalle buone mamme ai loro figli) è assai vantaggioso non
solo per esprimere in maniera manifesta il proprio Credo, ma per svincolarsi,
con maggior forza e facilità, dalle schiavitù del mondo, dando così spazio alla
vera libertà dell’anima. Sant’Alfonso Maria de’Liguori (1696-1787) è fra questi
grandi moralisti.
Un tempo, quando nei Seminari si insegnava Teologia morale secondo gli
orientamenti di quest’ultimo, i cattolici vivevano, pur nelle tribolazioni e
peccati quotidiani, con maggiore serenità e il tessuto sociale cattolico
seguiva coordinate serie e in armonia con le coscienze di ciascuno, costituite
dalla legge divina inscritta in ogni individuo, perciò l’onestà e il senso del
dovere tenevano più distanti le varie facce della corruzione. La teologia
morale è la medicina più salutare di ogni altra, compresa quella farmaceutica,
perché quando l’anima sta bene anche il corpo ne beneficia. Straordinario
vedere come la Teologia morale di sant’Alfonso abbia connotazioni ferme, ma
allo stesso tempo di immensa e prodigiosa misericordia.
Ai suoi tempi molti confessori erano portati ad avere una rigidità
oltremisura nei confronti dei loro penitenti ed ecco che il vescovo di
sant’Agata de’ Goti mise sulla direzione corretta la situazione che si era
andata creando. Oggi siamo nella situazione opposta: misericordia, profusa
dalla maggior parte dei confessori, senza il senso della giustizia divina e
senza la pretesa dell’essenziale pentimento. Occorre ricordare che Padre Pio da
Pietrelcina, portato a modello di confessore nell’attuale Giubileo, era un
paladino della estrema serietà del sacramento della confessione.
Con sant’Alfonso Maria de’ Liguori siamo di fronte all’equilibrio della
Tradizione: facile è per gli uomini (non ne sono esenti quelli di Chiesa)
condurre idee e dottrine in accelerazione. Più difficile stare nei canoni della
proporzione. Ebbene, Sant’Alfonso fu un sapiente equilibratore.
L’ordine morale, per sant’Alfonso, è costituito da un rapporto di
conformità tra la volontà e la norma oggettiva, cioè la legge. Tale rapporto è
dato dalla conoscenza che ha il soggetto della legge come norma obbligatoria.
Da ciò egli è condotto a respingere la probabilità isolata come regola
universale di condotta, perché essa, almeno nei gradi inferiori, non è
conoscenza; lo è invece la certezza morale in quanto rapporto conoscitivo. Questo
genio della teologia morale lavorò in maniera folgorante per contrastare le
eresie sue contemporanee e la «Norma universale»
divenne «certezza morale». Così si staccò dal facilismo dei
probabilisti, accogliendo il lato migliore del probabiliorismo e stabilendo una
posizione di netto contrasto di fronte a tutte le gradazioni del rigorismo e
del giansenismo.
I suoi formidabili scritti e la sua infaticabile predicazione portarono
sulla retta via gli insegnamenti nei Seminari, che erano diventati fucine di errori
a causa di teologi fuori equilibrio: l’Europa prese contatto con la nuova
Morale, alla quale si riconobbe a mano a mano il merito di aver consumato le
sorti del giansenismo e le tendenze più discusse del probabilismo. Tutto il
pensiero antecedente fu da sant’Alfonso riassunto: più di 70.000 citazioni da
800 autori attestano da sole il sovrumano lavoro di revisione, di critica, di
vagliatura compiuto da quest’uomo di Dio.
La mentalità di sant’Alfonso, un po’ avversa alle discussioni astratte,
riappare identica nella Morale come nella Dogmatica, nella Predicazione, nella
Missione, nella Pastorale. Nella sua complessa ed articolata opera rientrano le
nuove preoccupazioni, ispirate dalla lotta contro il materialismo,
l’indifferentismo religioso e l’incredulità, come dimostrano la Breve Dissertazione contra gli errori de’ moderni increduli oggidì
nominati materialisti e deisti e gli analoghi scritti
successivi, con i quali il teologo si pone, primeggiando fra tutti, fra le
tendenze controversistiche, antirazionalistiche, antilluministiche e
apologetiche della seconda metà del XVIII secolo.
È un teologo libero da sé (esente dalla vanagloria) e dai pregiudizi (più
facili da assumere rispetto all’affrancatura del saggio); scevro da influenze
di indirizzi dell’una o dell’altra scuola di moda, ma fedelissimo alla
Tradizione della Chiesa. Se si eccettuano alcuni autori prediletti, come santa
Teresa d’Avila o san Francesco di Sales, la sua dottrina scorre fra i vari temi
offerti dalla Tradizione con indipendenza di giudizio. Ama veleggiare nella
Tradizione, quella libera e realista, e in questa sceglie e discerne per il
bene delle anime, guardando sempre all’aspetto efficace, pratico, salutare. Ci
sono poi temi sui quali non transige e sui quali insiste senza mai stancarsi:
preghiera, uniformità alla volontà di Dio (che costituisce il termine
dell’esercizio di perfezione), meditazione sui Novissimi e sulla Passione di
Nostro Signore, Eucarestia, devozione alla Vergine Maria.
Scrive Giuseppe Cacciatore nel Dizionario biografico degli
italiani dell’Enciclopedia Treccani (Vol. 2 – 1960): «Non si esagera dicendo che si deve a lui principalmente se le
grandi teorie della mistica e dell’ascesi, le quali con san Francesco di Sales
erano uscite dalla scuola ed entrate nella cosiddetta buona società, uscirono
anche da questa e si riversarono tra il popolo. Alfonso, nell’ultima storia del
pensiero cattolico, senza parere, è stato colui che ha ritrovato le vene
dell’antica concezione eroica del cristiano ed ha, nella sua vita e nella
dottrina – umile soltanto nella veste -, rinnovato i grandi teorici dell’amore
di Dio, come li aveva conosciuti il Medioevo».
La sua Morale ruppe con facilità la resistenza del giansenismo e sorsero i
suoi eminenti propagatori: Pio Brunone Lanteri, Giuseppe Cafasso, Giovanni
Bosco in Italia; Gousset e Mazenod in Francia; Diesbach in Svizzera e in
Baviera; Hennequin nelle Fiandre; Waibel in Germania. I suoi libri corsero il
mondo in tutte le lingue.
Il filosofo Kierkegaard notava, nel sentimento religioso di questo Dottore
della Chiesa, rispondenze d’anima che personalmente lo staccavano senza
pentimenti dal pietismo protestante; mentre Gioberti e Döllinger, provando
acceso fastidio nei suoi confronti, lo snobbavano dalle loro tronfie ed erronee
cattedre. L’originalità di Sant’Alfonso è quella dei pensatori cattolici
equilibrati, che si radica nel Pensiero Eterno di Dio; quella senza tempo, che
trova dimora nella «Bellezza così antica e così nuova»,
per usare la sublime espressione di Sant’Agostino; quella in grado di
sgomberare il giardino dai rovi e che si propone di raddrizzare il cammino
verso Dio, distorto da taluni per ingenuità o per malafede.
Fonte: Corrispondenza romana, 17.2.2016
Fonte: Corrispondenza romana, 17.2.2016
giovedì 9 luglio 2015
Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo modernista
Nella
memoria di Santa Veronica Giuliani e dei Santi martiri di Gorcum, rilancio
questo contributo di Carlo Manetti, ideale continuazione del saggio postato
ieri.
![]() |
Michele Zammattei, S.
Veronica Giuliani, 1851, Museo diocesano, Rovigo
|
![]() |
| Jean-Baptiste Nolin ispirato da un dipinto di Johan Zierneels, Apoteosi dei martiri di Gorcum, 1675, Rijksmuseum Amsterdam |
Premessa: questo breve saggio di Carlo Manetti è il necessario
sviluppo della nota n. 2 all’articolo “Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una
sentenza assurda", dello stesso Autore.
Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo
modernista
di Carlo Manetti
Pietro Abelardo (1079-1142), anche detto Pietro Palatino, monaco, filosofo,
teologo e compositore, divenne famoso per la storia d’amore con Eloisa
(1099-1164), più che per il suo genio filosofico; si può, però, pensare che le
due cose non siano del tutto scollegate e, anzi, possano essere entrambe
conseguenza della sua debolezza etica, come egli stesso scrive nella «Historia calamitatum mearum», vale a dire nella sua
autobiografia: «la ricchezza insuperbisce sempre gli stolti, le sicurezze
terrene indeboliscono il vigore dell’animo, che si fa poi facilmente adescare
dalle lusinghe dei sensi … la pietà divina mi richiamò a sé, umiliandomi perché
ero superbissimo e avevo dimenticato che tutte le qualità di cui mi vantavo non
mi appartenevano, ma erano doni divini».
Abelardo fu certamente dotato di genio filosofico non comune, di una
capacità argomentativa e logico-razionale d’eccezione, di un eloquio fluente e
di un fascino personale enorme… Ciò che gli è sempre mancato è stata la
capacità di concentrarsi sull’oggetto, invece che sulla propria persona: il
passo della sua autobiografia citato non è solo e tanto il riconoscimento dei
suoi peccati contro il sesto comandamento, ma l’analisi, finalmente lucida, del
suo approccio all’intera esistenza.
L’importanza di Abelardo non risiede tanto nelle conclusioni filosofiche e
teologiche a cui giunse, nella loro stragrande maggioranza dubbie, quando non
palesemente erronee, ma nella modalità argomentativa, totalmente razionale e
scevra da ogni principio di autorità. Secondo alcuni, egli anticipa, così, la
Scolastica, proprio per la centralità della ragione umana come strumento
cognitivo. Ci permettiamo, però, di osservare che questo approccio, non
mitigato, come invece sarà nella Scolastica, dalla sottomissione aristotelica
del soggetto all’oggetto da indagare e da conoscere, aprirà, piuttosto, la
strada al soggettivismo moderno e contemporaneo. L’assolutizzazione della
ragione umana, in Abelardo, come in tutto il pensiero moderno, si traduce, di
fatto, in una assolutizzazione del pensiero del soggetto e, quindi, del proprio
pensiero: la ragione cessa di essere lo strumento attraverso il quale si
raggiunge la verità, per divenire il mezzo di affermazione dell’esaltazione del
soggetto, quasi indipendentemente dai contenuti delle proprie affermazioni.
Quanto il soggettivismo di Abelardo sia precursore del pensiero
contemporaneo lo dimostra la sua posizione circa il rapporto tra ragione e
Rivelazione. Tutta l’accettazione della filosofia e, conseguentemente, della
ragione, come strumento conoscitivo, dopo le resistenze e l’ostilità presente
nei primi secoli del cristianesimo ed anche in alcuni Padri della Chiesa, è
basata sul duplice principio secondo il quale la ragione aiuta la Fede,
rendendo più facile credere, e la Fede aiuta la ragione, illuminandola e,
quindi, rendendo l’uomo più ragionevole e, addirittura, più razionale, perché
lo avvicina alla completezza della Verità. Come si vede, in quest’ottica, la
verità è concepita come oggettivamente esistente, indipendentemente dalla sua
conoscenza da parte del soggetto; è l’uomo (ogni singolo uomo) che, essendo un
essere razionale, ha il dovere di conoscerla. In quest’ordine di idee, ciascuna
persona umana ha il dovere di credere tutto ciò che sente come vero,
indipendentemente dalla sua capacità di comprenderlo, poiché, come si diceva,
la verità è oggettiva e non dipende in alcun modo dal soggetto pensante.
Per Abelardo, invece, «nulla deve essere creduto, se non è stato prima
capito», come egli stesso soleva affermare. Questo approccio, prima ancora di
escludere tutta la parte sovrarazionale della Fede, sposta il focus della conoscenza dall’oggetto al soggetto:
tutto ciò che non è capito dal soggetto e, quindi, da lui posseduto deve essere
rifiutato; e la comprensione del soggetto che crea in lui l’obbligo di adesione,
non l’oggettiva veridicità. Questo modo di ragionare antepone il dominio del
soggetto sull’oggetto alla effettiva esistenza di questo.
Fondamentale ed emblematica, al tempo stesso, dell’approccio abelardiano è
la sua posizione sugli universali. La questione era se i termini universali,
che sono riferibili ad una pluralità di enti particolari e, quindi, distinguono
ciascuno di essi da tutti gli enti che di tale pluralità non fanno parte,
indichino una realtà oppure no; e, se non indicano nessuna realtà esistente,
che cosa sono. Da un lato, si collocano i realisti, che affermano esistere una
realtà oggettiva (natura) sottostante agli universali; mentre, dall’altro, si
pongono i nominalisti, i quali sostengono essere gli universali unicamente flatus vocis, vale a dire il nome che viene dato
collettivamente ad un insieme di enti arbitrariamente accorpati.
Abelardo ritiene di poter risolvere la questione con un colpo di genio,
vale a dire trovando una soluzione intermedia rispetto a quelle proposte e,
allo stesso tempo, accomunare entrambi i contendenti nel medesimo errore. Sia i
realisti, concependolo come entità metafisica, sia i nominalisti, intendendolo
come puro flatus vocis, danno all’universale
lo status di cosa; Abelardo, invece, ritiene che gli
universali non siano cose reali, ma unicamente concetti, discorsi.
La tesi concettualista, di fatto, altro non è che una forma di nominalismo:
se gli universali non sono altro che l’illustrazione delle caratteristiche
comuni agli enti di un determinato gruppo, caratteristiche che li distinguono
da quelli che di tale gruppo non fanno parte, significa che gli universali non
hanno una loro esistenza reale e che gli unici ad esistere sono i singoli enti.
Definire gli universali semplici nomi o, in maniera più complessa ed
articolata, concetti o, addirittura, discorsi (insieme di concetti concatenati)
è, di fatto, la medesima cosa.
La posizione abelardiana sugli universali è emblematica di tutto il suo
approccio alla filosofia: centrale non è la tesi sostenuta, ma la genialità del
filosofo che la esprime e del modo in cui la esprime. Questo ha, come
conseguenza, l’immaginaria creazione di una terza via tra le tesi contrapposte,
quando, invece, se ne sposa appieno una, sia pur esprimendola con diverso
argomentare. A ciò consegue, ulteriormente, il fatto che le tesi abelardiane
appaiano come posizioni più moderate e, quindi, più facilmente accettabili,
anche quando sposano, come nel caso di specie, totalmente una dottrina erronea.
Per rafforzare quest’idea di distinzione dalla tesi erronea, de facto, sostenuta, Abelardo, come poi faranno i
modernisti otto e novecenteschi, attacca le idee da cui vuole marcare la
distanza. Egli, ad esempio, accusa i nominalisti di «triteismo», poiché, se gli
universali non fossero altro che nomi, Dio, in quanto Trinità, cioè universale
delle singole Persone Divine, non esisterebbe e, quindi, ciascuna delle singole
Persone Divine sarebbe un dio a sé stante. È palese che la medesima accusa può
essere rivolta alla dottrina concettualista, ma questo attacco serve ad
Abelardo ed alla sua tesi per presentarsi come qualche cosa di conforme alla
dottrina cattolica.
Anche in campo etico, il suo soggettivismo si manifesta come anticipatore
delle correnti moderniste. Sottolineando, correttamente, come non possa esserci
peccato senza il consenso della persona agente, svaluta l’oggettiva bontà o malvagità
delle azioni. Di qui, una svalutazione del ruolo della Grazia: se l’importante
è la buona intenzione, questa è possibile all’uomo anche naturalmente, senza
necessità di un intervento soprannaturale di Dio. Tutta la teologia della Grazia,
come necessaria per compiere le azioni buone e per resistere alle tentazioni,
viene, così, distrutta dalla svalutazione del ruolo delle azioni, in definitiva
non decisive per la salvezza. Qui l’anticipazione della deriva morale seguita alla Nouvelle Théologie ed al Concilio Vaticano II è
impressionante; si pensi alle aperture del sinodo sulla famiglia, basate sul
principio che l’amore (Abelardo avrebbe parlato, più profondamente e più
intelligentemente, di retta intenzione) rende buona ogni azione.
Possiamo certamente affermare che Abelardo sia stato uno dei più importanti
esponenti del pensiero occidentale, soprattutto per la sua sorprendente
anticipazione della modernità e della contemporaneità, intese non in senso cronologico,
quanto in senso contenutistico. Il grandioso castello filosofico costruito
dalla Scolastica e, in modo particolare, da San Tommaso d’Aquino ha, per
secoli, arginato l’influsso di Abelardo, che, però, ha dispiegato tutta la sua
potenza quando il pensiero occidentale ha abbandonato la razionalità aristotelico-tomista.
Fonte: Riscossa cristiana, 6.7.2015
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