Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 1 novembre 2023

I santi come apologia

In occasione della festa di Tutti i Santi rilanciamo quest’articolo di spiritualità e di meditazione sull’odierna ricorrenza.












Enrico Reffo, Processione dei Santi, 1850 circa

I santi come apologia

di Paolo Risso

I santi sono coloro che hanno conformato pienamente la loro vita a quella di Nostro Signore donandosi a Lui totalmente. Essi testimoniano molto più di qualsiasi altro documento o codice la grandezza di Gesù, poiché solo Lui, il suo amore e la sua grazia hanno il potere di muovere la libera volontà umana a compiere la volontà di Dio che ci vuole tutti santi e in Paradiso.

Abbiamo spesso scritto che, essendo­­ Ge­sù l’unico Salvatore del mondo, dal quale dipende la vita o la morte eterna di ogni uomo, di ognuno di noi, Egli è pure la figura più documentata della storia: Dio lo presenta al mondo attraverso una documentazione storica talmente sicura che non può restare alcun dubbio su di Lui. Una domanda allora sorge immediata: una Personalità grande e luminosa – divina – come Gesù, ha lasciato anche dei segni vivi della sua presenza? Ci sono “documenti vivi” di Gesù?

I santi

Il primo segno vivo di Gesù è la sua Chiesa, cioè Egli stesso che si prolunga vivo nei secoli sino alla fine del mondo con il magistero unico della verità, con la sua grazia che passa attraverso il sacerdozio e i sacramenti, con la sua azione di governo delle anime. La Chiesa, realtà unica al mondo, di una vitalità e fecondità straordinarie, lascia stupiti credenti e non credenti, perché, nonostante in essa possano esserci anche uomini indegni o incapaci, è il miracolo continuo e vivente del Cristo vivo.

Hitler, come già Napoleone e, dicono, Stalin, pur volendo distruggere la Chiesa, si proponeva di studiare e capire il segreto della sua forza invincibile per copiarlo in qualche modo, così che persino essi, con la loro follia, le rendevano omaggio. Il segreto della Chiesa è Cristo il quale non permette che neppure i preti la distruggano, come diceva il card. Ercole Consalvi, segretario di stato di papa Pio VII. La Chiesa è il più grande documento del Cristo vivente nei secoli e nell’eternità.

«Si è accesa la fiammata: è evidente quindi che dovette esistere la scintilla o la prima fiamma che, accendendosi, dette origine al fuoco», disse un filosofo. La fiammata è la Chiesa, la scintilla poderosa è il Cristo. Chiesa e Cristo, entrambi inestinguibili.

Nella Chiesa ci sono uomini e donne di tutte le categorie, dai comuni lavoratori ai Pontefici, dai bambini ai sapienti, dai religiosi ai laici, distintisi per una singolare dedizione a Cristo, per una trasparente somiglianza con Lui, così che guardare a loro significa intravedere il Volto e la vita del nostro divino Salvatore.

Sono i santi – sia quelli che la Chiesa ha elevato agli onori dell’altare sia quelli noti a Dio solo – i capolavori del Cristo Crocifisso e Risorto, i “documenti vivi” della sua presenza in mezzo a noi.

Perché i santi sono “documenti” del Cristo?

È un grande miracolo moltiplicare i pani e i pesci. È un miracolo più grande ancora che un membro mutilato del corpo ricresca al suo posto. È capitato tra le mani di Gesù su questa terra, o per intercessione dei santi (per esempio, don Bosco) e di Maria Santissima a Lourdes o a Fatima o altrove.

Ma in fondo tutto ciò riguarda la materia che Dio ha creato e che domina come e quando vuole, senza che essa possa opporre resistenza. Ma il miracolo più grande riguarda la volontà dell’uomo quando si conforma alla volontà di Dio poiché, essendo libera, suo malgrado, può opporsi anche a Dio. 
È tanto facile vivere casto, ognuno nel proprio “stato”, secondo la Legge di Dio? Non c’è forse in noi una forza che ci trascina verso il basso, a tutte le età? Eppure nella Chiesa di ieri e di oggi ci sono uomini e donne di carne come noi, i santi appunto, che sono vissuti vergini o casti secondo la loro condizione di vita, irradiando sulla terra con la loro esistenza limpida e pura il fascino stupefacente del Paradiso. 
È possibile alle forze umane vivere in tal modo? Sì, ma non senza la grazia del Cristo vivo, il Vergine per eccellenza, che ha operato in loro così come opera in noi, se cooperiamo con Lui, se gli siamo fedeli.

Il dono della vita

Ma c’è di più. Si può forse donare la propria esistenza, rinunciando a tutto, famiglia, posizione economica, affetti, comodità... per dedicarsi totalmente a Dio in un monastero o per sacrificarsi per il prossimo, vicino o lontano, fino a rischiare la pelle e a immolarsi, magari traditi da coloro che si è soltanto beneficato, così facilmente come si berrebbe un bicchiere d’acqua? Eppure nella Chiesa Cattolica, solo nella Chiesa Cattolica, dai dodici Apostoli a san Massimiliano M. Kolbe e a san Pio da Pietrelcina, questo miracolo di vite offerte e donate in totale oblazione si rinnova in milioni di persone, anche oggi.

Solo la Chiesa Cattolica – che è opera di Gesù Cristo, l’uomo-Dio – possiede uomini e donne così. Questi sono i santi, noti al mondo intero o noti a Dio solo. I santi sono le personalità più sublimi della storia e Gesù solo può formare personalità così. Gesù solo, Figlio di Dio, vivente nella Chiesa, è il Modello e il Formatore delle più grandi “eccellenze” dell’umanità e della storia.

Forse che questo è possibile a forze soltanto umane? Chi ha spinto la giovane Modesta Ravasso (1875-1938) di Trofarello (Torino) a partire per la Colombia come missionaria tra le Figlie di Maria Ausiliatrice, e poi a chiedere a Dio di farle contrarre la lebbra per condividere in tutto la vita di quelle bambine lasciate sole perché colpite da quella terribile malattia?
Chi può fare di un uomo geniale e affascinante che metteva soggezione persino ai dirigenti comunisti e atei dell’est europeo, come re Baldovino del Belgio (1030-1993), un mirabile statista e insieme un uomo di Dio, “un monaco” sul trono, un difensore della vita nascente fino al punto di abdicare pur di non firmare la legge abortista che gli era sottoposta?
Chi può dare a un ragazzino di 14 anni, come il seminarista di Reggio Emilia beato Rolando Rivi (1931-1945), la forza di difendere la fede e la Chiesa Cattolica davanti ai senza-Dio e poi di morire martire per Gesù per le mani omicide di partigiani comunisti?

Chi può fare di un bambino di 12 anni, come il venerabile Silvio Dissegna (1967-1979) di Poirino (Torino), invaso dal cancro alle ossa, “un piccolo Gesù” che sorride e incoraggia persino il medico, e offre continuamente e serenamente la vita, come un eroe sul campo di battaglia, per la salvezza del mondo, passando le notti in preghiera?

È solo Gesù Cristo che compie dei miracoli così, miracoli viventi. È solo Lui, il Crocifisso per amore del Padre e dei fratelli, il Crocifisso Risorto, che opera nelle anime spingendole a vivere la medesima sua avventura di dedizione, che opera nella Chiesa e nei suoi santi, proprio secondo la sua infallibile promessa: «Chi crede in me, compirà le mie opere, e ne compirà di maggiori» (Gv 14,12).

Gesù vivo opera

Quelli citati sono soltanto alcuni esempi. La Chiesa Cattolica però ne possiede a migliaia, a milioni, anche oggi. Cosa ottima fa la Chiesa, quando pone in evidenza molti di costoro, elevandoli agli onori dell’altare per dirci: “Guardate, questa è la grandezza, la sublimità che porta Gesù, Gesù solo, tra gli uomini e le donne di ieri e di oggi. Gesù solo lo può: Lui conosciuto, amato, imitato e vissuto. I santi, piccoli o grandi, noti al mondo o sconosciuti, gridano con la loro vita, più che le pergamene e le lapidi, che Cristo c’è, che Cristo è vivo e opera, che Cristo è necessario, è indispensabile”. I santi sono l’apologia più alta del Cristo e della sua Chiesa.

I santi di tutti i secoli sono i “documenti vivi” di Gesù Cristo e il loro numero supera di molto quello delle carte, dei codici e delle pergamene che parlano di Lui. Essi testimoniano che Gesù è il Vivente oggi, che cambia gli uomini e la storia, che da Lui scaturisce un’energia invincibile, un’esplosione di vita e di amore che nessuno potrà mai fermare, infinitamente più potente di un’esplosione nucleare, e infinitamente meravigliosa e sublime.

Sii anche tu un “documento vivo”, un’apologia viva di Gesù Cristo, una sua stupenda esplosione di vita. Sarai anche tu, così come lo è ogni santo, “il quinto Vangelo”. 

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 41, 29.10.2023

martedì 14 marzo 2023

Un ricordo del Servo di Dio Papa Pio VII nell'anniversario della sua elezione a pontefice massimo

Il 14 marzo 1800 fu esaltato al sommo pontificato il cardinale Barnaba Niccolò Maria Luigi (in religione Gregorio) Chiaramonti, che assunse il nome di Pio VII, in onore del suo immediato predecessore, morto esule nell'agosto precedente in terra di Francia. Il conclave si era riunito a Venezia, nel monastero di San Giorgio, il 30 novembre 1799. Ma per quasi tre mesi, non si riuscì a raggiungere alcun accordo. Alla fine, fu grazie, tra gli altri, al segretario del conclave, mons. Ercole Consalvi (futuro cardinale e segretario di Stato), se si raggiunse una convergenza di voti sulla persona dell'allora cardinale arcivescovo di Imola, appunto il card. Chiaramonti. In breve egli riuscì ad ottenere l'unanimità ed, appunto, il 14 marzo del 1800, vide la sua elezione. Sono passati 223 anni da quel giorno. Eppure ancora oggi il ricordo di quel santo pontefice è vivo in molti autentici cattolici. 

Quanto manca al popolo cattolico un pastore santo ed accorto come lo fu il servo di Dio papa Pio VII!!!!


Toeodor Matteini, Ritratto di Pio VII, 1801, chiesa di San Giorgio Maggiore, Venezia


giovedì 1 novembre 2018

Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

Nella festa di Tutti i Santi, rilanciamo questo contributo di Chiesa e postconcilio, pubblicato due anni fa.
Un testo, che ci aiuta a meditare sul significato di questa festa e di come Halloween, sia nata come ricorrenza essenzialmente cristiana, e che sia stata via via paganizzata e trasformata in un’occasione di idolatria e di esaltazione dell’Avversario e dei suoi sodali.
Al di là dei vaghi (e storicamente discutibili) legami con il Samhain celtico (che segnava presso i Celti pagani la “fine dell’estate”), in effetti, Halloween nasce in realtà come festa integralmente cristiano-cattolica nel Medioevo, come vigilia della festa di Tutti i Santi; e come momento in cui si recano doni spirituali (aiuti) alle anime ancora prigioniere nel mondo intermedio (Purgatorio) in cui si purificano dalle colpe veniali e soddisfano e riparano, con la loro espiazione, la Giustizia Divina.
Con l’affermazione, in vaste aree dell’Europa, inizia la sua “criminalizzazione”. Saranno, in effetti, proprio i Protestanti, ed in particolare quelli puritani americani, scandalizzati dalla festa cattolica, importata dall’Irlanda, che ne demonizzeranno la pratica ... creando paradossalmente un’assimilazione Halloween-satanismo, che ha finito per essere presa sul serio da gruppi neopagani come Wicca o altri.
È significativo, a questo riguardo, peraltro, che in alcune parti dell’Europa continentale, dove è ancora forte la presenza cattolica e dove le mode ed il protestantesimo hanno scarsamente attecchito, si cerchi, oggi, di recuperare l’antico significato della ricorrenza: in Polonia, per es., ancora oggi, la sera del 31 ottobre, i bambini si vestono tuttora da santi, girando così in processione per le strade.
Rinviamo sul punto ad uno dei più approfonditi articoli sull’origine di Halloween, che sfata una serie di luoghi comuni (alcuni dei quali, ben radicati persino in ambienti cattolici): Sara Pillitteri, Halloween: la fede, le usanze e i luoghi comuni, in Storia delle idee, 29.10.2018.


Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

di Fr. Cassian Folsom, O.S.B.

Ap 7,2-12; Mt 5,1-12

Sant’Agostino, durante il tempo Pasquale, predicava ogni anno sul significato dei 153 grossi pesci presi nella miracolosa pesca fatta dagli apostoli sul lago di Galilea dopo la Risurrezione del Signore. L’assemblea d’Ippona conosceva bene questo brano evangelico, ma ogni anno aspettava con piacere da Sant’Agostino la spiegazione della numerologia. Similmente, la ricorrenza annuale della festa di Tutti i Santi ci fornisce l’occasione di parlare della numerologia della liturgia. Per coloro che hanno già sentito questa spiegazione, sarà una ripetizione; per coloro invece che non l’hanno mai sentito, sarà una scoperta del significato profondo dei numeri nella Bibbia e nella liturgia.
Quanti santi ci sono? La prima lettura che abbiamo appena ascoltato, dal libro dell’Apocalisse, parla di 144,000. Soltanto? Sembra troppo poco! Il testo, poi, spiega come si è arrivato a questa cifra. Ci sono 12,000 persone da ciascuna delle dodici tribù d’Israele. Il simbolismo è chiaro. Dodici è un numero mistico che significa totalità, completezza. Se volessimo indicare una completezza molto grande diremmo “12” due volte. Anche in Italiano facciamo così, ripetiamo le parole per sottolineare la loro importanza: “pian, piano” vuol dire “veramente piano”. “Or ora” vuol dire “proprio in questo momento”. Quindi, “dodici per dodici” vuol dire un numero veramente grande. E se volessimo andare oltre e indicare un numero superlativo, stravagante, proprio grandissimo? Gli antichi indicavano questo concetto aggiungendo il numero 1.000. Quindi, “12” è già grande. “12 per 12” o 144 vuol dire super-grande. 144.000, invece, è un numero così grande che è quasi impossibile a contare.
Il testo biblico, però, dà questo numero ai Giudei. I Gentili, invece? Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza popolo e lingua (Ap 7,9). Il concetto è uguale. Una moltitudine immensa di Giudei, e una moltitudine immensa di Gentili.

La Liturgia

Il canone romano adopera la stessa numerologia. Ci sono due elenchi di santi nel canone romano. Contate con me i quelli elencati nel gruppo prima della consacrazione. Innanzitutto, ci sono gli apostoli:

Pietro e Paolo,
Andrea, Giacomo,
Giovanni, Tommaso,
Giacomo, Filippo,
Bartolomeo, Matteo,
Simone e Taddeo (12)

Ci sono dodici santi. Poi, i martiri:

Lino, Cleto
Clemente, Sisto
Cornelio e Cipriano,
Lorenzo, Crisogono,
Giovanni e Paolo,
Cosma e Damiano (12).

Quanti santi sono elencati? 12 per 12 – che fa 144. Completezza, totalità, tutti i santi.
Contiamo, poi, i nominativi nel secondo elenco, dopo la consacrazione. Giovanni Battista viene nominato per primo, perché il suo culto era molto sentito dalla Chiesa romana. Infatti, la cattedrale di Roma (che è il Laterano, non San Pietro) è intitolata San Giovanni in Laterano. Dopo San Giovanni Battista, il capo del coro dei santi, seguono due gruppi, un elenco di maschi e un elenco di femmine. Contiamo i nominativi:

Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro (7)

Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia (7).

Sette maschi e sette femmine. Il numero sette, come il numero 12, significa la perfezione, la pienezza. Quindi il secondo elenco, come il primo, vuol dire “Tutti i Santi”, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare… la comunione dei santi. Molti santi hanno una celebrazione nel calendario liturgico, altri invece hanno il loro nome iscritto nel martirologio, ma non hanno un culto liturgico particolare. Inoltre, ci sono santi sconosciuti – o meglio, conosciuti solo a Dio. Oggi, celebriamo la loro festa: la solennità di tutti i santi.
Nella liturgia, siamo circondati dagli angeli e dai santi. Come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, “coloro che celebrano la liturgia qui, al di là dei segni, sono già nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa” (CCC 1136). Forse siamo abituati a pensare che noi stessi siamo i soggetti principali della liturgia – ma sarebbe un’idea erronea. Nella liturgia, l’angelo santo porta la nostra offerta sull’altare del cielo davanti alla Maestà Divina, veniamo trasporti fuori di noi stessi, siamo condotti al palazzo del Re, entriamo in un’altra realtà. Il Catechismo descrive elegantemente chi sono i celebranti della liturgia celeste:
Apocalisse di san Giovanni…ci rivela prima di tutto ‘un trono nel cielo, e sul trono Uno… seduto (Ap 4,2): il Signore. Poi l’Agnello, immolato e ritto (Ap 5,6): il Cristo crocifisso e risorto, l’unico Sommo Sacerdote del vero santuario, lo stesso ‘che offre e che viene offerto, che dona ed è donato’. Infine, il ‘fiume di acqua viva’ che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap 22,1): uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.
Ricapitolati in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti, tutta la creazione (i quattro esseri Viventi), i servitori dell’Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro Vegliardi), il nuovo Popolo di Dio (i 144.000), in particolare i martiri ‘immolati a causa della Parola di Dio’ (Ap 6,9-11), e la santissima Madre di Dio, infine una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (Ap 7,9).
È a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza” (CCC 1137-1139).
La solennità di Tutti i Santi ci offre questa visione gloriosa del nostro destino: la comunione dei santi nella liturgia celeste. Preghiamo il Signore di poter pregustare oggi in questa Messa, la gioia che sperimentano i commensali alla cena delle nozze del Signore (cf. Ap 19,9).

Fr. Cassian Folsom, O.S.B. - 15 nov. 2015

* * *

Un accenno all’odierna scristianizzazione

Halloween, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?
La festa celtica di Samhain ”era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.
L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.
Tuttavia, nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di celtica Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween, ma che nella maggior parte dei casi ormai acquista un aspetto satanico. Ciò avviene attribuendo a Samhain il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna. E così la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Ed è così che Halloween costituisce uno dei tanti processi di ‘de-cattolicizzazione’, “spazzata via dalla nuova visione orrifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento magico-occultistico”.
Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti: 
“Halloween non è una festa, ma un evento inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l’uso delle maschere, su ciò che è male per farlo passare come un divertimento innocente. È il capodanno dei satanisti, la notte per eccellenza dell’occulto, di chi lo pratica perché si festeggia il dio dell’occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le persone che, inconsapevolmente, vi partecipano… Fuggite da tutti i simboli di Halloween, sono “porte” sataniche che portano i demoni nelle vostre case, portano la divisone, invidie e malefici…”
Preghiamo e adoperiamoci perché, a partire dalle Parrocchie e anche nella scuola, si diano insegnamenti corretti e edificanti, altrimenti, purtroppo, è serio il rischio di sfociare nel satanismo, inconsapevole nei bambini e nei giovani che abbracciano le mode del tempo e irresponsabilmente ignorato da chi dovrebbe vigilare ma soprattutto insegnare altro. 

giovedì 21 giugno 2018

La madre avviò san Luigi Gonzaga alla santità

Pure i Santi possono aver bisogno di fare, sia pur brevissimo tempo, un periodo di Purgatorio, dopo la loro morte. S. Luigi Gonzaga, del quale oggi celebriamo la festa, secondo l’attestazione di S. Roberto Bellarmino, che ne fu confessore e maestro, e quindi meglio di altri conobbe le profondità dell’anima del giovane Santo, non sarebbe stato neppure sfiorato dal Purgatorio, andando direttamente in Paradiso. Ce lo riferisce il testo Il Purgatorio visto dai Santi del francescano esorcista padre Antonio Maria Di Monda  (1919-2007). Vi si legge: «(…) pur ammettendo che quasi tutti gli uomini passeranno per il Purgatorio, ci sono certamente anche di quelli – anche se forse molto pochi- lo sfiorano appena. Ne abbiamo conferma in un episodio della vita di san Luigi Gonzaga (1568-1591). Otto sere dopo la morte del suo carissimo amico Corbinelli [P. Lodovico Corbinelli, ndr.], questi gli apparve per tre volte in sogno, comunicandogli il passaggio definitivo al Signore. E san Luigi chiese al suo confessore, san Roberto Bellarmino (1542-1621): “Ha soltanto sfiorato il Purgatorio… È possibile che un’anima entri in cielo senza toccare il Purgatorio?”. “Sì - rispose il Bellarmino - Anzi io credo che voi sarete uno di questi che andrete diritto in cielo, senza toccare il Purgatorio; perché avendovi il Signore Iddio fatto per sua misericordia tante grazie, e concesso tanti doni soprannaturali e in particolare di non averlo offeso mai mortalmente, tengo per fermo che vi farà quest’altra grazia ancora, che difilato ve ne voliate al cielo”» (Fonte).
Nella festa di questo Santo, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.











   






  
  




























La madre avviò san Luigi Gonzaga alla santità

di Cristina Siccardi


Quanti santi in meno avremmo nella Chiesa se avessero avuto madri femministe? Fra i santi, che ebbero la grazia di avere una madre che fu determinante per il cammino perfettivo dell’essere cristiani, ricordiamo san Luigi Gonzaga (Castiglione delle Stiviere, Mantova, 9 marzo 1568 – Roma, 21 giugno 1591), la cui festa liturgica è fissata il 21 giugno.
Beatificando questo giovane gesuita a meno di 15 anni dalla morte, mentre sua madre era ancora vivente, la Chiesa ha voluto proporre ai cattolici un modello di innocenza e di purezza, testimonianza di una Chiesa rinata di fronte ad un mondo secolarizzato, avido, dissoluto e che aveva dato risposte certe all’eresia protestante che aveva dilaniato spiritualmente l’Europa.
Raramente la Chiesa ha condotto un processo di beatificazione in un tempo così breve. Raramente inoltre un culto si è esteso così rapidamente in tutta Europa. Già mesi prima della beatificazione, avvenuta il 19 ottobre 1621 ad opera di Papa Gregorio XV, Paolo V permise di diffondere e di esporre il suo ritratto nelle chiese. Quando il cardinale dell’ordine dell’Oratorio Cesare Baronio si raccolse in preghiera sulla tomba di Luigi Gonzaga disse: «È un santo».
Il gesuita Roberto Bellarmino, professore di teologia al Collegio romano e confessore di Luigi, lo propose come esempio ai suoi allievi; inoltre, in quanto membro della commissione cardinalizia incaricata di istruire il processo, si dilungò nel corso di una predica pronunciata nel 1600 sui cinque privilegi che il giovane aveva ricevuto nei suoi 23 anni di vita: la santità, da quando aveva 7 anni; la mancanza di ogni inclinazione per il peccato della carne; l’assenza di distrazione durante la preghiera; la preservazione dai peccati; umiltà ed obbedienza esemplari. Non dimentichiamo poi che santa Maria Maddalena de’ Pazzi vide in estasi san Luigi Gonzaga portato in trionfo in cielo.
Non si contano i santuari e gli altari edificati in tutta Europa per commemorarlo. Il solo ordine gesuita gli dedicò, in circa 150 anni, 2000 altari. Innumerevoli le grazie ed i miracoli che si sono realizzati per sua intercessione.
La famiglia Gonzaga fu tra i primi a beneficiare dei suoi favori, ma presto giunsero notizie da tutta l’Italia, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Polonia, dal Belgio, dalla Germania: guarigioni, protezioni particolari, raccolte abbondanti dei campi ottenute grazie all’invocazione del santo o all’uso dell’olio delle lampade che bruciavano in suo onore.
Confraternite e accademie si posero sotto la protezione di san Luigi, il cui nome venne iscritto nel Martirologio romano da Clemente XIII. Sarà Benedetto XIII a canonizzarlo il 31 dicembre 1726, proclamandolo protettore della gioventù cristiana.
Sarebbe un grossolano errore ridurre la sua figura a quella di un ragazzo angelico, di una grazia e calma amabili, perché lui stesso si paragonò ad un «pezzo di ferro contorto che doveva essere raddrizzato» attraverso la vita religiosa. Infatti aveva un carattere volitivo, brusco e indipendente, per nulla incline ai sentimentalismi.
I suoi progetti erano sempre basati su una riflessione approfondita e si era imposto il principio che ogni volta si trovava di fronte ad una nuova realtà l’avrebbe portata a termine con la maggiore perfezione possibile. Queste disposizioni si rafforzarono per rispondere ad un padre che dava molta importanza alla gloria e all’orgoglio di nascita.
Il matrimonio dei genitori, il Marchese Ferrante Gonzaga e Marta dei Conti Tana di Chieri (Torino), venne celebrato nel palazzo reale di Madrid, poiché il Marchese era al servizio di Re Filippo II di Spagna, quella Spagna che oggi, con il consenso delle femministe, vanta più donne che uomini nella compagine governativa.
In quanto figlio maggiore, Luigi fu educato alle armi. Ma all’età di 7 anni venne colpito dalla malaria, che gli rovinò la salute. Il padre, prevedendo per lui una brillante carriera politica, nel 1577 lo mandò insieme al fratello Rodolfo alla corte di Firenze, in qualità di paggio.
Questa società dissoluta e piena di intrighi, si manifestò al piccolo Luigi in tutta la sua crudezza e crudeltà fra donne vane, sempre pronte ad offrirsi e uomini che avevano sulla coscienza omicidi e avvelenamenti. Nonostante un tale ambiente, Luigi conservò, grazie ad una profonda pietà acquisita da sua madre, il senso della serietà della vita, della responsabilità, dell’integrità personale.
A Firenze i suoi studi proseguirono con grandi risultati. All’età di 22 anni sarà in grado di parlare sei lingue. Nel 1579 Luigi e Rodolfo lasciarono Firenze e si recarono a Mantova. Un volumetto lo aiutò a progredire nella vita spirituale, I Misteri del rosario di Gaspare Loarte. Fu un anno decisivo, sia per le letture, che per la presenza di una mamma eccellente, che per un incontro speciale, quello con san Carlo Borromeo. È di questo periodo la lettura delle Meditazioni quotidiane di Pietro Canisio – riassunto della dottrina cristiana, di cui apprezzò le pagine intelligenti e metodiche – e delle Lettere dalle Indie, che lo appassionarono. Fu in questo modo che si avvicinò all’apostolato dei Gesuiti.
Era il 1580 quando il giovane Luigi incontrò Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, che percorreva quelle terre come visitatore apostolico. San Carlo seppe che il giovane non aveva ancora fatto la prima Comunione, perciò lo istruì e nel luglio di quell’anno lo comunicò. Da quel momento in poi l’Eucaristia divenne il centro della vita del giovane Gonzaga, che divenne sempre più ascetica, fra preghiere, digiuni, penitenze. Nonostante l’approvazione della madre, il padre cercò di dissuaderlo dalla vita religiosa che desiderava intraprendere.
Nominato gran ciambellano del Re di Spagna, Ferrante sperò di piegare Luigi portando la famiglia alla corte di Madrid. Furono due anni di drammatica lotta fra il padre e il figlio. Luigi, divenuto paggio dell’infante Diego, pur accettando i suoi doveri, diede prova di un’indifferenza ostentata per feste, danze, scherma, parate militari, giostre; mentre fu alunno di lettere, filosofia, scienze. È di quest’epoca uno dei suoi ritratti più riusciti, quello ad opera del celebre El Greco.
Così, mentre fuori di lui si svolgeva la vita mondana, dentro di lui prendeva forma sempre più consistente la vocazione alla consacrazione a Dio.
Il 15 agosto 1583 una visione mistica gli indicò la via: entrare nella Compagnia di Gesù. Rientrato in Italia nel 1584, suo padre cercò di offrigli distrazioni di ogni genere alle corti di Ferrara, di Parma, di Torino, servendosi di intermediari per esercitare pressioni al fine di dissuaderlo dalle sue intenzioni. Tutto fu vano. Luigi, ormai, conduceva la sua esistenza come quella di un monaco.
Si recò a Mantova nel luglio del 1585, dove svolse gli esercizi spirituali. Il 2 novembre firmò un atto di rinuncia ai suoi diritti in favore di Rodolfo, per poi partire alla volta di Roma, dove, il 21 novembre, Papa Sisto V lo ricevette in udienza privata. Il giorno successivo, all’età di 17 anni, entrò nel noviziato di Sant’Andrea al Quirinale. Tre mesi dopo suo padre morì, mostrando esemplari sentimenti di pietà cristiana.
Dopo due anni di noviziato, pronuncia i primi voti il 25 novembre 1587. Il 25 febbraio 1588 riceve la tonsura e il mese dopo gli ordini minori. Da quel momento diventa membro della Compagnia di Gesù come «un grande cavaliere, capitano valoroso nella lotta contro i nemici della nostra salvezza: il mondo, la carne e il diavolo» (Richeome).
Conosce molto bene la mediocrità, il disimpegno e l’ignoranza dei suoi contemporanei e ciò lo induce fermamente all’umiltà, tema ricorrente nei suoi scritti: «Le colonne del cielo sono cadute e si sono rotte. Chi mi prometterà la perseveranza? Il mondo è immerso nella malizia peggiore. Chi potrà calmare l’ira dell’Onnipotente?», i santi, i santi come Luigi Gonzaga, che scelse di offrirsi a Dio come strumento di riparazione. Gli viene concesso di conoscere che gli resta poco tempo da vivere. Per fortificarsi legge sant’Agostino, san Bernardo e una biografia di santa Caterina da Siena.
È sereno, riceve doni mistici e, allo stesso tempo, si occupa dei bisognosi. Fra il 1590 e il 1591 la città di Roma, dove si trova, è attanagliata dalla carestia e dalla peste, che seminano la morte, tanto che in 15 mesi si succedono tre Papi: Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV.
Luigi chiede per sé e per una decina di gesuiti il permesso di occuparsi degli appestati. Si impegna senza risparmio, consapevole dei rischi che corre, ma ne è felice: «Sento un desiderio straordinario di servire Dio», confida a Padre Bellarmino, «che non credo che Dio mi avrebbe dato se non avesse l’intenzione di riprendermi». Contro quell’ecatombe si batte san Camillo de Lellis con i suoi confratelli, a cui si affianca l’opera di Luigi e dei suoi compagni.
Ad un certo punto gli dicono che è bene smettere perché il suo fisico è già troppo provato: la malaria di un tempo, la vita di penitenza, gli strapazzi… Tuttavia trova un appestato abbandonato per la strada, non esita a caricarselo sulla spalla e portarlo nell’ospedale di san Camillo per curarlo personalmente. Il 13 marzo 1591 si mette a letto per non alzarsi più.
Il 10 giugno scrive la sua ultima lettera, indirizzata alla mamma, degnissima di ricevere parole che le madri credenti, al di là delle mode illusorie e transitorie, dovrebbero leggere di tanto in tanto per ricordarsi di quale responsabilità sono investite:
«Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito Santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto» (Romani 12,15). Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guardati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre».