Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 9 ottobre 2023

9 ottobre 1958 - 2023 - Anniversario del beato transito del Venerabile Pontefice Pio XII



Rare fotografie del corpo del papa Pio XII, rivestito dell'abito corale, con mozzetta e camauro, avvolto in più strati di cellophane, dopo l’immersione del cadavere in un misterioso miscuglio di erbe aromatiche, secondo le prescrizioni del medico personale del Papa (che era un semplice oculista), Riccardo Galeazzi Lisi, che, a suo dire, aveva inventato un innovativo metodo di imbalsamazione. L’averlo avvolto nel cellophane, tuttavia, innalzò la temperatura corporea a livelli tali che la salma, nel tragitto tra Castel Gandolfo a Roma, esplose sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu necessaria una tappa non prevista, durante la quale il cadavere del Sommo Pontefice fu sottoposto ad una nuova procedura d’imbalsamazione. Il danno però era ormai fatto: durante i tre giorni di esposizione nella Basilica Vaticana, accadde il peggio: il volto del grande padre della cattolicità cominciò a smembrarsi e gli cadde addirittura il setto nasale. Tremendo fu lo spettacolo a cui assistettero migliaia di pellegrini in fila per rendergli omaggio e diverse guardie nobili svennero a causa dei miasmi esalati dalla salma. Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre fu necessario chiudere la Basilica di San Pietro per apportare ulteriori interventi alla salma, apponendo una maschera di cera sul volto del venerato pontefice. Galeazzi Lisi, che aveva già diffuso vendendole a caro prezzo le immagini del papa morente scattate di nascosto con una piccola macchina fotografica tenuta nascosta in tasca, fu licenziato in tronco dal collegio cardinalizio e successivamente radiato dall’ordine nazionale dei medici (tratto da Francesco Capozza, Pio XII, quando il Papa fu imbalsamato ma si decompose in pubblico, in Libero, 11.10.2022)

Salma del papa, rivestita degli abiti liturgici papali, esposta a Castelgandolfo

La salma del papa in San Pietro

65° anniversario del beato transito del Papa Pio XII, morto dopo una lunga agonia il 9 ottobre 1958, alle ore 3,52, nella Villa Papale di Castelgandolfo, all'età di 82 anni (le ultime ore del Sommo Pontefice sono descritte in Le ultime ore di Pio XII, in Radiospada, 9.10.2022).

Regnò per quasi vent'anni, essendo il suo pontificato iniziato nei momenti più difficili del XX secolo. Due anni prima della morte vergò il suo brevissimo testamento, in cui lasciava scritto «[…] i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali» (Il testamento del Santo Padre Pio XII, ivi, 9.10.2020).

La sua morte è stata compianta in tutto il mondo.

Tra i messaggi di cordoglio c'erano quelli del presidente americano Eisenhower e di molti leader ebrei come il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir e il rabbino italiano Elio Toaff. Il direttore d'orchestra ebreo-americano Leonard Bernstein chiese un minuto di silenzio prima di un concerto della New York Philarmonic Orchestra nell'ottobre 1958.

Il Pastor Angelicus e Defensor Civitatis (i suoi acclamati titoli) è attualmente considerato Venerabile dalla Chiesa cattolica romana nonostante la famigerata campagna di odio (avviata nel 1963 in seguito alla rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” sul palco di Berlino) per denigrare la sua santa memoria.

I documenti dimostrano che, lungi dall’aver abbandonato al loro destino gli ebrei perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale, il presunto “silenzio” (= diplomazia professionale) di Pio XII contribuì in maniera decisiva –direttamente o indirettamente– alla salvezza di circa 850.000 ebrei europei (cfr. Pio XII e gli ebrei: online la “lista Pacelli”, in ivi, 5.7.2022).

A questo proposito, riguardo a recenti documenti ritrovati nell’archivio Vaticano, pubblicati dal settimanale culturale del Corriere della Sera, La Lettura (fasc. n. 616 del 17.9.2023, pp. 2-5, di cui riproduciamo qui di seguito le immagini dell'articolo), e che hanno suscitato ampio scalpore sui mass-media (cfr. Antonio Carioti, Pio XII sapeva della Shoah: la prova in una lettera scritta nel 1942 da un gesuita tedesco, in Corriere della sera, 16.9.2023; Matteo Luigi Napolitano, Pio XII, il Papa che “sapeva”, in L’Osservatore romano, 19.9.2023; Giovanni Maria Vian, Quello che i titoli sul silenzio di papa Pio XII hanno trascurato, in Domani, 7.10.2023), rilancio un’analisi precisa e puntuale su questi documenti:





«1. La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera, pubblica un’intervista a Giovanni Coco, archivista di Santa Madre Chiesa, esattamente in forze all’Archivio Apostolico Vaticano, presentando un documento inedito sui campi di sterminio all’est. Si tratta di una lettera drammatica inviata dal gesuita Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario di Pio XII.

Il Corriere della Sera, nella pagina culturale di ieri, aveva anticipato la notizia sull’inedito. Oggi Coco ne riferisce al “domenicale” del Corriere.

“Questa è una lettera inedita, scritta da un gesuita tedesco antinazista, Lothar König. Contiene un allegato con una statistica di sacerdoti detenuti nei campi di concentramento fatti costruire da Adolf Hitler. Ma soprattutto parla di Auschwitz e di Dachau. E riporta da fonti credibili notizie secondo le quali ogni giorno circa seimila tra ebrei e polacchi venivano uccisi “negli altiforni” del Lager di Belzec, vicino al confine ucraino. È datata 14 dicembre 1942...”.

2. Quale il valore di questa lettera di König a Leiber? “Enorme, credo - osserva Coco - È un caso unico, perché rappresenta la sola testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel tempo. Si capisce dalla familiarità con la quale Lothar König si rivolge in tedesco a padre Robert Leiber, segretario di Pio XII”, chiamandolo “caro amico”.

Va tenuto presente che König era un grande antinazista. Ma i documenti da noi consultati ci svelano che lo era anche il padre Leiber. Era dunque una corrispondenza tra due antinazisti che si fidavano l’uno dell’altro. Il che significa che padre Leiber e Pio XII sapevano benissimo del Kreisau Kreis, il circolo di cui König faceva parte: “Una rete della resistenza tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani”.

3. Queste notizie ricevute dal Papa andavano diffuse al mondo? Andava aperta la loggia su piazza San Pietro per denunciare, in piena Shoah (nel 1942 con mezza Europa sotto il tallone hitleriano), i crimini di Hitler che nel frattempo teneva in ostaggio così tanti innocenti. No.
Il padre König, infatti, sconsigliava fortemente un tale passo, raccomandando al confratello Leiber (citiamo Coco) “di usare quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che potesse tradire le fonti. König temeva una fuga di notizie dal Vaticano, oppure che la lettera potesse essere scoperta in caso di un’irruzione nazista”.

Cautela, dunque, prudenza, non chiasso, non denuncia plateale. Erano questi anche gli ingredienti del Circolo di Kreisau, poi accusato per il fallito attentato a Hitler. König, che faceva parte di quel circolo, dovette fuggire perché ricercato. Ecco perché la raccomandazione del gesuita al segretario di Pio XII “era un invito al silenzio per non bruciare la rete della resistenza tedesca al nazismo”.
Ecco le parole dello stesso padre König: “I numeri sono ufficiali...C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima prudenza e cura...”.

4. Grazie al documento da lui scoperto, dice Coco, “stavolta si ha la certezza che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei. Si parla del Lager di Belzec, non lontano dalla cittadina ucraina di Rava-Rus’ka dove tra il 5 e l’11 dicembre 1942 erano stati fucilati più di cinquemila ebrei. «Le ultime informazioni su Rava-Rus'ka con il suo altoforno delle SS, dove ogni giorno muoiono fino a 6000 uomini, soprattutto polacchi e ebrei, le ho trovate confermate da altre fonti...», scrive König. Ma nella lettera si accenna anche a un altro rapporto che non conosciamo ancora, riferito ad Auschwitz”.

Coco sa benissimo (e lo ammette onestamente) che la sua scoperta non rappresenta proprio una novità. Per Coco la vera novità sta nel fatto che, in quel dicembre 1942, in Vaticano giunsero notizie “esatte e dettagliate” sui crimini nazisti. Ora, quest’affermazione sull’esattezza delle notizie va temperata con quello che pensavano le organizzazioni ebraiche e gli alleati.

5. Accertare le fonti era il cruccio di tutte le organizzazioni antinaziste. Il giurista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede ginevrina del Congresso Mondiale Ebraico, bloccò le notizie sui campi di sterminio che il suo subordinato Gerhart Riegner stava per diffondere al mondo. Gli chiese infatti dapprima di cancellare la menzione dei grandi forni crematori, e poi di aggiungere (in quella che è la seconda parte del dispaccio, come noi oggi la conosciamo) una nota di cautela circa la non verificabilità delle fonti.

Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942 Guggenheim si recò al consolato americano a Ginevra per riferire le notizie che aveva ricevuto.

Lasciamo parlare il console americano: “L’informatore del Professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal Dott. Gerhart Riegner, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi”. Ovviamente, nessuna menzione dei forni crematori.

6. La documentazione esistente ci informa del fatto che la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 contro i crimini nazisti fu fatta solo dietro forte insistenza dei circoli ebraici internazionali presso Roosevelt, cui era stato rilasciato, l’8 dicembre 1942, un importante memorandum sulla tragedia ebraica. Notiamo la contemporaneità fra questi eventi e la data del documento illustrato da Coco.
Alla dichiarazione interalleata seguirono fatti concreti? No, dato che la priorità non era bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz, ma sconfiggere la Germania sul campo. Ma con tutto ciò, gli alleati ritenevano ritenevano affidabili le notizie provenienti dai Lager?

Ce lo dice un altro sconcertante episodio.

7. Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna volevano pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia. Essa fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Ebbene: un paragrafo di quella dichiarazione avrebbe dovuto menzionare i forni crematori, ma poi fu eliminato.

Perché? Lasciamo parlare le carte americane.

“Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”.
Quando si dice “il silenzio sulle camere a gas”…

8. Bene, dunque, la massima “democrazia archivistica” su Pio XII, ma attenzione a non lasciarsi prendere dalla “sindrome delle novità”. Per esempio, le tragiche notizie provenienti da Rava-Rus'ka non erano una novità. Ne parlava in prima pagina il Jewish Post già il 1° febbraio 1943; e non è il solo esempio.

9. A mo’ di post-scriptum. Notiamo del veleno in coda all’articolo della Lettura.

In merito al ritardo con cui certe carte vengono alla luce, Coco osserva: “Probabilmente chi ha maneggiato quei documenti prima di noi non ha capito l’importanza del contenuto. Sa, nel passato non sempre gli archivi venivano visti come una priorità in alcuni uffici del Vaticano. E non sempre nel passato — fuori da qui — gli archivisti sono stati selezionati con occhio per la loro professionalità”.
«Fuori da qui» è un inciso che fa capire che secondo Coco la perfetta professionalità archivistica alberga solo presso l’Archivio Apostolico Vaticano?

Che ci sia altissima professionalità in questo archivio, è fuor di dubbio. È dunque negli altri archivi vaticani che Coco lamenta mancanza di professionalità? E, per esperienza diretta anche degli altri archivi, su quali basi lo afferma?» (Fonte).

venerdì 10 febbraio 2017

In ricordo delle vittime delle foibe

"L'insulso baratto" (vignetta di Gigi Vidris, "El Spin" di Pola, 1946)
Muri democratici:

Benedizione alla mamma - Una scena commovente alle porte di Gorizia, la dove passa il confine. Un giovane prete italiano, don Breceli, che al mattino ha celebrato la prima messa, si avvicina al reticolato di frontiera, di là del quale lo aspetta sua madre, residente in territorio jugoslavo e unica superstite della famiglia massacrata nella lotta partigiana. Inginocchiatasi la donna, il figlio, attraverso l’invalicabile barriera, le impartisce la benedizione. (La Domenica del Corriere, 23 aprile 1950).

Preghiera per i martiri delle foibe

composta nel 1959 da Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste e Capodistria.


O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalle profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce.
De profundis clamo ad Te, Domine. Domine, audi vocem meam.
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti.
E ci rivolgiamo a Te, perché tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio.
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua Pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà.
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi nostri Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore dei Tuo Volto.
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà.
Tu ci hai detto: Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
O Signore, a questi nostri Morti senza nome ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la Luce perpetua e brilli la Tua Luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori. E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet.
Così sia.

domenica 9 ottobre 2016

Finalmente la verità nei rapporti tra Pio XII e Adolf Hitler

Nella ricorrenza del LVIII anniversario del pio transito del Sommo Pontefice e Servo di Dio Pio XII, rilanciamo, quale atto di giustizia nei suoi confronti, contro le calunnie di cui nei decenni è stato vittima, quest’articolo, che recensisce il libro dello storico, saggista e analista politico americano, Mark Riebling. Su questo testo, cfr. «Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII, in questo blog, 11.7.2016Spie naziste contro il Vaticano, in Libertà e persona, 10.7.2016; Pio XII appoggiò la resistenza anti-nazista: nuovi documenti, in Chiesa e postconcilio, 23.5.2016; Alessandro Notarnicola, “La Chiesa delle spie” e quei “prigionieri speciali” amici del Vaticano, in Zenit, 2.12.2015.

Finalmente la verità nei rapporti tra Pio XII e Adolf Hitler

Nel libro “Le spie del Vaticano – La guerra segreta di Pio XII contro Hitler”, Mark Riebling rivela quanto Papa Pacelli si adoperò per fermare Hitler e impedire la Seconda Guerra Mondiale

di ANTONIO GASPARI


Un libro incredibile “Le spie del Vaticano- La guerra segreta di Pio XII contro Hitler” (Mondadori), che racconta tutta la verità su quanto fece Eugenio Pacelli, prima come nunzio in Germania, poi come Papa Pio XII, per impedire l’ascesa di Hitler, scongiurare la Seconda Guerra Mondiale e salvare più vite possibile.
Il volume è scritto da Mark Riebling, storico, saggista e analista politico americano, tra i fondatori del Center for Tactical Counterterrorism, nonché firma eccellente del New York Times, del Wall Street Journal, già autore di “Wedge: The Secret War Between the FBI and Cia”.
Dal libro emerge che l’impegno e le attività di Pio XII per fermare Hitler, la guerra, Mussolini, andarono ben oltre il ruolo di Pontefice. Pacelli arrivò al punto di organizzare una rete clandestina per raccogliere informazioni, tenere i contatti tra l’opposizione militare al Furher e gli alleati, passare informazioni militari sensibili e cospirare per rovesciare il dittatore.
Da tener conto che l’opposizione militare tedesca tentò in più di un’occasione di uccidere Hitler. Pio XII non solo ne era al corrente, ma fu attivissimo animatore e sostenitore di questa “Germania Per Bene” sperando che destituisse il Furher e firmasse una pace separata con gli alleati.
Operazione che gli riuscì, anche se solo in parte nel 1943 in Italia, quando riuscì a far destituire Mussolini, e far firmar l’Armistizio tra Italia e alleati. Per questa operazione, Hitler andò su tutte le furie. Ordinò di arrestare Pio XII per deportarlo in Germania. L’ordine di Hitler era di uccidere il Papa se avesse resistito all’arresto.
La documentazione a cui attinge il libro è senza precedenti, praticamente è riportato tutto quanto di rilevante è attualmente conservato negli archivi sul tema, insieme a numerosi documenti della “National Security Agency”. Grazie a questo materiale, Riebling descrive in dettaglio relazioni, operazioni segrete dei membri delle opposte reti di agenti segreti e degli agenti segreti con moltissime informazioni inedite, rivelando le attività e la consistenza della rete di informazione clandestina del Vaticano presente in Germania e in Italia.
The Jewish Weeksito americano che in passato non è stato tenero nei confronti di Pio XII, ha scritto che il libro di Riebling “mostra con grande evidenza come Pio XII fu il più forte oppositore del nazismo. Attraverso ricerche e documentazioni vaste e accurate, Riebling dimostra che Pio XII, era tutt’altro che un acquiescente spettatore del genocidio nazista, fu in realtà il più attivo sostenitore di un piano di resistenza che prevedeva anche l’assassinio di Hitler. Attraverso una rete che dirigeva personalmente, il Papa agì da intermediario tra l’opposizione militare e diplomatica ad Hitler in Germania e le autorità Britanniche”.
“Il Papa – si legge nella recensione – costruì e diresse una rete di comunicazione intricata e segreta. Poche o niente lettere scritte. Telegrammi cifrati e conversazioni personali in luoghi sicuri. Un movimento di resistenza vasto, diffuso e segreto, pronto a mobilitare sindacati e società civile appena il tiranno sarebbe caduto. Pio XII, e non era l’unico, era convinto che Hitler avesse venduto l’anima al diavolo e fosse ormai espressione di un potere diabolico. Lavorò fino all’ultimo minuto del periodo bellico per far firmare una pace separata tra la Germania post- Hitler e gli Alleati”. The Jewish Week conclude la recensione affermando che appare chiaro, leggendo il libro, che “Pio XII si oppose strenuamente al male”.
Per avere un’ulteriore chiave di lettura su questa intricata vicenda storica e per capire anche perché, per tanti anni, una certa pubblicistica ha accusato Pacelli di essere l’alleato di Hitler, ZENIT ha chiesto il parere di padre Hans Peter Gumpel. Oltre ad essere uno storico prestigioso, Gumpel è un profondo conoscitore di quel pezzo di storia, avendo conosciuto in gioventù alcuni militari che si opponevano ad Hitler ed essendo stato relatore nella Causa di Beatificazione di Pio XII.
Secondo il religioso, ad eccezione del sistema di registrazione che Pio XII avrebbe usato nel corso dei colloqui con i cardinali tedeschi, tutto quanto scritto da Riebling è pura verità. Così vera che gran parte di questa storia è contenuta nella ‘Positio’ scritta per la causa di beatificazione del Pontefice. Per padre Gumpel è incomprensibile come per tanti anni giornali e libri abbiano continuato ad accusare Pio XII di connivenze con Hitler. Anche perché ci sono stati almeno due libri che avevano già raccontato quanto ora scritto da Reibling.
Il primo è stato scritto dal britannico Harold C. Deutch nel 1968 con il titolo “The conspiracy against Hitler in the twilight war” e il secondo “L’orchestra Nera – Militari, civili, preti cattolici, pastori protestanti, una rete contro Hitler. Che ruolo ebbe PioX II?”scritto da Domenico Bernabei, e pubblicato a Torino nel 1991 dalla ERI Edizioni Rai. “Orchestra nera” fu il nome attribuito dalla Gestapo a un gruppo di congiurati contro Hitler; “nera” in rapporto al colore delle tonache dei preti cattolici e luterani in essa presenti.
Alla domanda su come Pio XII potesse sostenere un piano che prevedeva l’assassinio di Hitler, padre Gumpel ha spiegato che venne discussa la liceità di tale azione facendo riferimento alle argomentazioni sul “tirannicidio” elaborate da San Tommaso D’Aquino, e poi è quanto mai evidente che Pio XII fece tutto il possibile e l’impossibile pur di fermare lo spaventoso e criminale genocidio in atto.

martedì 19 luglio 2016

19 luglio 1943: in ricordo del bombardamento, ad opera dagli esportatori di democrazia, del quartiere S. Lorenzo e del Verano a Roma

Monumento di Pio XII al Verano, Roma.
Il venerabile Pio XII si dimostrò vero Pastor Angelicus et Defensor Civitatis proprio il 19 luglio 1943, allorché l'aviazione anglo-americana scatenava l'inferno su Roma, la Città Santa del Cattolicesimo. Nel corso dei diversi bombardamenti furono uccise tremila persone e distrutti numerosi edifici, tra cui la basilica di San Lorenzo al Verano. Papa Pacelli accorse immediatamente, senza scorta, per portare la sua benedizione ("col conforto della fede") alla popolazione sconvolta, l'aiuto materiale che poté raccogliere e la preghiera di suffragio per le anime delle vittime.
Quello non fu l'unico bombardamento. Altri ne seguirono. Ad essi non fu del tutto estraneo, come sembra emergere dai documenti storici recenti di cui è incerta l'autenticità, lo stesso Alcide de Gasperi (v. qui, ma anche qui).








Visita di Benedetto XVI al monumento di Pio XII al Verano,30 novembre 2008

Il bombardamento celebrato dagli esportatori di democrazia ......

Cfr. 19 Luglio 1943. Distruzione a Roma. Pio XII in mezzo alla folla consola benedice e porta aiuti materiali, in Chiesa e postconcilio, 20.7.2016

lunedì 11 luglio 2016

«Quella notte del 1944». Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII

Per il Venerabile Pio XII il tempo è galantuomo: più trascorre e più emerge la grandezza della sua figura. Da ultimo sono emersi dalle carte di Antonio Nogara, figlio dell’ex direttore dei Musei Vaticani, i piani nazisti per sequestrare papa Pacelli durante l’inverno tra il 1943-’44. In quello stesso periodo, peraltro, come si apprende da un libro pubblicato un decennio fa, di David Alvarez e Robert Graham, Spie naziste contro il Vaticano, il regime si servì di ex preti apostati, che nutrivano un forte odio verso la Chiesa, come Albert Hartl, si dedicarono a testi sull’Inquisizione, allo scopo di infangare la Chiesa “intollerante”, oppure si prestarono a scrivere compendi teologici sulla presunta moralità dell’eutanasia, come nel caso dell’ex sacerdote Josef Mayer (così ricorda Spie naziste contro il Vaticano, in Libertà e persona, 10.7.2016).




«Quella notte del 1944». 
Un’inedita testimonianza sul piano nazista per sequestrare Pio XII.

di Antonio Nogara

Tra le carte di Antonio Nogara (1918-2014)— figlio di Bartolomeo, che fu direttore dei Musei vaticani dal 1920 fino alla morte nel 1954, e di Maria Albani, insegnante e traduttrice — il cugino Bernardino Osio ha ritrovato uno scritto inedito datato 11 marzo 2013. Il testo, che pubblichiamo per intero con lievi ritocchi formali, aggiunge un’importante testimonianza di prima mano sul progettato sequestro di Pio XII da parte dei nazisti durante il terribile inverno dell’occupazione di Roma.

Nella Roma “città aperta” del 1943 e 1944 il linguaggio corrente annoverava, con molta frequenza, le parole allontanarsi, eclissarsi, imbucarsi, nascondersi, scappare, scomparire, con riferimento alle persone, e celare, mascherare, mimetizzare, occultare, rispetto alle cose; parole tutte in contrapposizione ad arresti, deportazioni, razzie, retate, requisizioni, sequestri, termini rivelatori dell’allora travagliata situazione.
Pur con l’afflusso di profughi in cerca di assistenza e rifugio, la sovrappopolata Urbe appariva quasi deserta. Pressoché totalmente aboliti passeggi, ricevimenti, intrattenimenti in genere; le “sortite”, talvolta ai limiti dell’avventura, erano destinate alla ricerca dello stretto necessario da reperire il più possibile vicino, percorrendo preferibilmente vicoli, stradine, piazzette ove contiguità di negozi, portoni e svincoli offrivano maggiori possibilità di occultarsi o vie di fuga.
A sera tutti a casa, intorno a gracchianti radio, di limitate e disturbate ricezioni, col volume al minimo, in cerca di informazioni, o impegnati, con familiari e condomini, in prolungate partite a briscola, scopa e giochi simili, ma sempre con le orecchie tese ad avvertire il pericolo incombente nel rumore sospetto del passo cadenzato di una ronda, un secco comando militare, il rumore di un veicolo, uno sparo…
Gli assembramenti indispensabili per ragioni vitali, lesti a dissolversi al primo segnale di allarme, si formavano a ridosso delle mense pubbliche, delle parrocchie elargitrici di razioni provviste dal Vicariato e dal Circolo di San Pietro, che grazie alla generosità della Società Generale Immobiliare e ai suoi camion protetti dalle bandiere vaticane — alcuni vennero anche mitragliati con vittime fra gli autisti — venivano reperite nell’Italia centrale (Umbria e Toscana).
Nell’attesa dei turni, l’anonimato e l’occasionalità degli incontri favorivano l’intreccio di banali, guardinghe conversazioni di circostanza nelle quali la comune forzata sopportazione trovava momenti di sfogo con interiezioni nelle quali l’iperbole sarcastica mascherava spesso la protesta. Tra tante riportatemi mi colpì allora quella di un tale che, raccontando di aver assistito a sistematiche retate e sparizioni di parenti e conoscenti, azzardò, in tono sornione, «ci manca solo che qui si portino via anche il Papa!». L’espressione, al limite dell’immaginabile, avrebbe trovato il voluto effetto pure con riferimento al Cupolone o al Colosseo, ma con l’allusione al Pontefice raggiungeva la massima efficacia, come una maledizione tra dolore, umiliazione, sgomento, risvegliando nel subcosciente, credente o non credente, l’angosciosa domanda: ma che ne sarebbe di Roma senza il Papa, centro della cristianità?
L’incalzare degli avvenimenti non mi distolse dal ricordo di quella battuta, scaturita ingenuamente come effusione in un momento di stizza, ma non tanto inverosimile né del tutto infondata. A distanza di poche settimane la sorte me ne avrebbe inaspettatamente data personale prova.
Nel 1921 in considerazione dei molteplici incarichi affidati, oltre alla direzione generale dei Musei, il Pontefice Benedetto xv concesse a mio padre Bartolomeo, privilegio ambito ed eccezionale per un laico sposato con prole, l’abitazione nei Sacri Palazzi apostolici che, con i Musei, la Biblioteca, l’Archivio e una limitata parte degli attuali giardini, completavano territorialmente il Vaticano, prima del concordato e del trattato del Laterano del 1929. Pur con le migliori disposizioni da parte degli uffici competenti, la ristrettezza degli spazi rendeva difficile il reperimento dei locali idonei a uso abitativo familiare e, dopo vari mesi di ricerche, l’assegnazione cadde su un gruppo di sale dismesse dalla Segreteria dei Brevi, affacciate con due ampie vetrate sul centro del braccio centrale della Terza loggia, con un retro di camere e corridoi prospicienti il cortile del Triangolo. L’accesso era a fianco dell’ascensore, allora ad acqua, che serviva anche le altre logge del cortile di San Damaso.
Quando la Segreteria di Stato era chiusa, la deserta Terza loggia diveniva un ideale ambulacro con vista su Roma, da percorrere da un capo all’altro col bello e col brutto tempo. I miei genitori ne approfittavano la sera dopo pranzo; spesso li raggiungevo e più volte li trovavo mentre conversavano con monsignor Giovanni Battista Montini che incontravano mentre usciva, abbondantemente fuori orario, dalla Segreteria di Stato per ritornare alla sua abitazione situata sul retro della Prima loggia, a poca distanza dall’appartamento Borgia.
I contatti per motivi di ufficio di mio padre con monsignor Montini erano pressoché giornalieri e i ripetuti incontri serali, divenuti abituali negli anni, avevano dato un’impronta di familiarità anche ai rapporti con mia madre e con me. A parte l’ora — saranno state le ventitré — non provai quindi particolare sorpresa, quando a sera inoltrata in pieno inverno del 1944, tra fine gennaio e i primi di febbraio, avendo sentito suonare il campanello all’ingresso, mi trovai di fronte monsignor Montini che, entrando velocemente e chiudendo immediatamente la porta alle sue spalle, mi disse di «dover» incontrare urgentemente «il professore».
Imbarazzato di trovarmi già in vestaglia e pantofole, lo pregai di accomodarsi nello studio-biblioteca e corsi da mio padre che già era a letto sotto un paio di coperte pesanti, papalina in testa e piumino sui piedi. Il riscaldamento era stato abolito per mancanza di carbone e per rispetto ai sacrifici imposti dalle circostanze ai romani; la stanza, esposta a nord, era particolarmente fredda.
Con i tempi che correvano, sorpreso ma non contrariato tenuto conto dell’urgenza manifestata da un personaggio di nota discrezione, mio padre si rivestì rapidamente. Non ricordo come intrattenni l’illustre ospite finché, più presto del previsto, comparve mio padre e, dopo un breve conciliabolo riservato fra i due, essi uscirono frettolosamente: mio padre imbacuccato con in mano il pesante mazzo delle chiavi del Museo e della Biblioteca, monsignor Montini con una torcia elettrica che aveva depositato su una cassapanca all’ingresso, torcia del tipo di quelle in dotazione dei pompieri per le ronde notturne.
Preoccupato per la salute di mio padre più che per i motivi dell’escursione che aveva per evidente oggetto i musei, attesi con mia madre il ritorno che avvenne dopo quasi tre ore. Mio padre, che apparve molto provato e infreddolito, laconicamente ci rassicurò e, rinviando il resoconto a ore migliori, si mise decisamente a letto con aria preoccupata.
Solo nel pomeriggio seguente, con raccomandazioni di assoluta segretezza, mio padre ci svelò che l’ambasciatore del Regno Unito sir Francis d’Arcy Osborne e l’incaricato d’Affari degli Stati Uniti Harold Tittmann avevano congiuntamente avvertito monsignor Montini di aver avuto notizia, da parte dei rispettivi servizi militari di informazione, di un avanzato piano dell’Alto Comando tedesco per la cattura e deportazione del Santo Padre col pretesto di porlo in sicurezza «sotto l’alta protezione» del Führer. Nel qual caso, ritenuto imminente, le forze alleate sarebbero immediatamente intervenute per bloccare l’operazione, anche con sbarchi a nord di Roma e lancio di paracadutisti. Occorreva pertanto apprestare subito un rifugio segreto ove rendere irreperibile il Santo Padre per il tempo strettamente necessario, due o tre giorni, all’intervento militare.
Queste in sintesi la sostanza e la portata del passo diplomatico anglo-americano, confidenzialmente esposte da monsignor Montini a mio padre come drammatico movente eccezionale dell’escursione notturna, naturalmente da mantenersi segreta. Con questo scopo, sempre secondo il resoconto di mio padre, iniziò quella notte la ricerca, dalla Galleria lapidaria alla scala del Bramante e, da lì, nei locali della vecchia Direzione dei musei e annessi, intorno al Nicchione, al cortile Ottagono sino al cortile della Pigna, non trascurando ambienti minori adibiti a depositi, ripostigli, spogliatoi, eventualmente da adattare; ma purtroppo la ricerca relativa a questi locali diede esito negativo.
Escludendo a priori per troppa visibilità la Pinacoteca e il fabbricato inerente al nuovo ingresso, parzialmente abitato, ed escludendo i magazzini dei Marmi strutturalmente inabitabili, si imponeva una sosta. La ricerca, sino a quel momento deludente, venne estesa alla Biblioteca che, non presentando soluzioni interne, suggerì tuttavia a mio padre, per avervi lavorato oltre dieci anni quale “scrittore” agli inizi del secolo, l’idea di visitare anche la contigua Torre dei Venti e la visita confermò le aspettative.
Il massiccio ed elegante torrione, in stato di semiabbandono, si rivelò il contenitore di un intrico di vani, corridoi, scale e scalette, un minilabirinto, in ubicazione favorevole per un tragitto coperto e di breve durata da percorrere. Monsignor Montini ne parve convinto per quindi concludere la galoppata straordinaria e tornare a casa.
Non vi è dubbio che di galoppata si fosse trattato per il ritmo di marcia che monsignor Montini aveva impresso nella foga della ricerca, retto bene da mio padre che contava trent’anni di età più di Montini [Bartolomeo Nogara aveva allora quasi 76 anni, Montini 46]. Mio padre ricordava anche come l’illustre compagno di galoppata, pur nell’angoscia della ricerca, manifestasse ogni tanto brevi commenti per le bellezze d’arte suggestive intraviste, a sprazzi di luce, nella rapida ricerca. Quanto alla definitiva scelta del rifugio mio padre aveva la sua personale convinzione sulle improbabilità del caso di ricorrervi, trattandosi di un espediente precario, di sicurezza relativa e di validità temporale molto ridotta. E aveva proposto a monsignor Montini anche un piano alternativo di riserva, e cioè di estendere la ricerca anche alla basilica di San Pietro, con annessi e connessi, sotterranei compresi, come sede forse più sicura nella deprecata ipotesi di sequestro del Santo Padre. Mio padre concluse il resoconto, fissandoci amorevolmente, con la frase «Dio ci aiuti», invocazione che era anche un invito: «non chiedetemi altro».
Seguì un lungo silenzio, mia madre annichilita tra incredulità e sgomento, io stupito dell’improvvisa piega degli avvenimenti che richiedevano l’immediata ricerca di soluzioni certamente a elevato rischio personale, anche per gli amici che avevamo aiutato a nascondersi in Vaticano e che non volevamo abbandonare. Oltre all’umiliante infelice sorte del Santo Padre cui ci legavano affetto e devozione, incombeva l’opprimente pensiero che una visita delle ss non avrebbe giovato a nessuno, rifugiati ebrei e non ebrei, con le possibili ritorsioni sui residenti ecclesiastici e laici. In questa spasmodica quanto vana attesa di confortanti sviluppi del fronte di Anzio trascorsero alcune settimane agitate, anche per un susseguirsi di informazioni contrastanti provenienti da varie fonti, anche autorevoli.
Ricordo quindi come giorno di grande sollievo quello nel quale mio padre, ritornando a casa, dopo una delle pressoché quotidiane visite in Segreteria di Stato, ci confidò che il piano di Hitler era già da tempo a conoscenza del Vaticano, che era stato allertato da riservate indiscrezioni tedesche di persone ostili al piano in questione. La stessa ambasciata di Germania avrebbe evidenziato a Berlino gli inevitabili riflessi negativi nelle popolazioni cattoliche, anche dei vari paesi neutrali. La temuta folle operazione non sarebbe avvenuta grazie alle prese di posizione interne delle autorità diplomatiche tedesche a Roma. È certo comunque che le apprensioni per l’incolumità del Pontefice trovarono fine solo dopo l’abbandono di Roma da parte dell’esercito tedesco.
La pacifica soluzione della vicenda non dissipò alcune perplessità che l’accompagnarono e che, trattandone, non possiamo trascurare. È fuori dubbio che le informazioni portate dai due ambasciatori alleati fossero di gravità tale, anche rispetto a quanto già a conoscenza, da indurre monsignor Montini ad attivarsi immediatamente per affrontare subito un’improvvisa emergenza. È altrettanto impensabile che monsignor Montini non rendesse immediatamente edotto del passo diplomatico il cardinale Luigi Maglione, allora segretario di Stato, senza escludere più estese e alte consultazioni. L’intervallo di circa quattro ore, tra il congedo dei due ambasciatori e la solitaria intrusione-visita all’abitazione di Bartolomeo Nogara, troverebbe spiegazione in queste previe consultazioni interne nella Segreteria di Stato. L’assicurazione dell’immediato intervento che nel giro di pochissimi giorni avrebbe liberato il Pontefice fecero senza dubbio affiorare motivi di incertezza e scetticismi per il brevissimo tempo prospettato per l’intervento militare come sulla possibilità di contrastare gli eventuali incursori tedeschi che, certamente ben addestrati e preparati allo scopo, avrebbero agito a colpo sicuro nel termine di mezz’ora o poco più.
A distanza di qualche tempo, riparlando della escursione notturna con i dubbi che l’accompagnarono, mio padre manifestò il convincimento che nella circostanza monsignor Montini, indipendentemente da personali valutazioni, assolvesse a un atto dovuto, con lo scrupolo e lo zelo a lui connaturati. Nella situazione drammatica di quei mesi la denuncia congiunta degli ambasciatori delle due maggiori potenze alleate non poteva in alcun modo essere disattesa. Fortunatamente l’esecrabile evento fu scongiurato risparmiando alla storia pagine più dolorose di quelle già registrate in quei tempi. Ritengo oggi pressoché condivisa da tutti la convinzione espressa da mio padre che Pio xii, per l’alto senso di dignità, per il carattere forte dimostrato in varie circostanze, per l’alto senso di onore che sempre accompagnò il suo magistero, mai avrebbe ammesso compromessi barattando la propria incolumità con soluzioni incompatibili, pur in minima parte, col decoro e il prestigio del Pontefice e della Chiesa.
La riesumazione di ricordi di quel periodo intensamente vissuto mi risveglia ancora sopite emozioni come quella delle ampie vetrate della Terza loggia che tremavano al rombo cadenzato delle cannonate del fronte, ormai vicino ai Castelli romani, annuncio dei tempi nuovi che avrebbero presto bussato alla porta.

Fonte: L’Osservatore romano, 6.7.2016, p. 4, rilanciato dal sito papa Pio XII, 8.7.2016. In francese, cfr. Zenit, 8 juill. 2016