Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 13 febbraio 2016

L'incontro tra l'Antica Roma e la Terza Roma e la fecondità della Chiesa nella sua stabilità bimillenaria

Sembra quasi di sognare ad occhi aperti.
La dichiarazione congiunta tra il vescovo di Roma ed il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill (v. qui) pare quasi un miracolo. Non certo per l’incontro. No. Ci voleva davvero il patriarca moscovita per far sottoscrivere delle dichiarazioni (la maggior parte) in sintonia con la fede cattolica, che non fossero vaghe e generiche. Almeno su alcuni temi. E che sia opera dell’intervento del Patriarcato lo dimostra il fatto che i punti clou (ad es., quelli che parlano della secolarizzazione dell’Europa, della persecuzione dei cristiani per la loro fede, delle radici solo cristiane del Vecchio Continente, della stigma per l’equiparazione delle convivenze al matrimonio, della lotta al relativismo, ecc.) presentano uno stile pomposo ed altisonante (tipico del modo di esprimersi moscovita); viceversa, le altre, legate alle tematiche global-ambientaliste, più dimesse quanto a stile e dai contenuti vaghi, generici e populisti e talora erronei (v. ad es. il punto n. 13, n. 17 o il n. 25 tanto per segnalarne alcuni), sembrano provenire dall’entourage dell’Antica Roma. Un'ulteriore conferma la si può avere raffrontando questo testo con la dichiarazione congiunta, che fu sottoscritta a Gerusalemme nel maggio 2014 col Patriarca Bartolomeo I: i toni e le modalità di esprimere i contenuti, che pur sono ripresi in quella con il Patriarca moscovita, sono completamente diverse (v. qui la dichiarazione del 2014 per un raffronto).
Due cose poi hanno colpito.
La prima: il fatto che il vescovo di Roma abbia accettato di colloquiare col Patriarca Kirill alla presenza – senz’altro imposta dal Patriarcato – di un “terzo incomodo”, vale a dire il Crocifisso alle spalle dei due; e di firmare la dichiarazione con a fianco dell'icona della Madre di Dio di Kazan! Dettagli non da poco.












La seconda: quando c’è stata la presentazione, dopo le firme, del documento, il Patriarca moscovita ha posto in luce i fondamentali – per lui e, si potrebbe dire, anche per le orecchie cattoliche – contenuti a base del documento (la difesa dei cristiani della famiglia e della vita); mentre il vescovo di Roma, more solito, ha mantenuto, nel suo intervento, il profilo populista e vago, che ormai lo contraddistingue. Ci voleva insomma Mosca per far dire alla decadente – in tutti i sensi – antica Roma qualcosa di cattolico!!!! Forse uno degli ultimi canti del cigno?
È davvero curioso che il rinnovamento, nella fede cattolica, debba passare per l’incontro con coloro che, formalmente scismatici, sono rimasti fermi al primo millennio dell’epoca cristiana … e che ignorano il depositum fidei sviscerato nel secondo millennio.
Sta di fatto che, al di là dei profili politici che pur hanno contrassegnato quest’incontro in territorio neutrale quale Cuba e che sono stati giustamente messi in rilievo in alcuni commenti (v. quiqui e qui), quel che è davvero importante, come rileva Cristina Siccardi nell’articolo, che rilanciamo, è il recupero della fede cattolica, il quale non potrà che avvenire se non dal rinvigorimento di quella linfa, oggi davvero quasi essiccata, che è data dalla riscoperta delle verità, dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi. E l’incontro con l’ortodossia scismatica, forse, può essere occasione di questo rinvigorimento, costituendo un freno alla deriva totale, nell’attuale frangente storico in cui la Chiesa cerca più di compiacere il mondo piuttosto che piacere a Cristo, tentando di guarire i suoi malanni e sanare la sua crisi – di cui è pure consapevole sotto certi aspetti, sebbene non ne comprenda la diagnosi – lontana dal Medico per eccellenza, cioè il Signore Gesù.

La fecondità della Chiesa sta nella sua stabilità millenaria

di Cristina Siccardi

La vita viene dalla fecondità, il nulla dalla sterilità. Il nostro tempo è caratterizzato da una diffusa sterilità voluta (aborti, contraccezioni) e involuta (problemi legati allo stile di vita: matrimoni tardivi, stress, vita da single…) ed ecco che l’Europa è vecchia.
Anche la Chiesa è vecchia, lo ha affermato, con angoscia, Papa Francesco all’incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita consacrata lo scorso lunedì 1° febbraio, nell’Aula Paolo VI: «(…) vi confesso che a me costa tanto quando vedo il calo delle vocazioni, quando ricevo i vescovi e domando loro: “Quanti seminaristi avete?” – “4, 5…”. Quando voi, nelle vostre comunità religiose – maschili o femminili – avete un novizio, una novizia, due… e la comunità invecchia, invecchia…. Quando ci sono monasteri, grandi monasteri, e il Cardinale Amigo Vallejo (si rivolge a lui) può raccontarci, in Spagna, quanti ce ne sono, che sono portati avanti da 4 o 5 suore vecchiette, fino alla fine… E a me questo fa venire una tentazione che va contro la speranza: “Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?”».
Domanda legittima, domanda doverosa, domanda alla quale il Santo Padre non ha però dato una risposta, si è limitato ad invitare le comunità religiose a pregare affinché la fecondità torni nelle congregazioni e negli ordini religiosi. Ma la Madre Chiesa è infeconda perché è molto malata. E una madre assai malata non può mai generare figli. Nella storia le maggiori chiamate vocazionali sono giunte quando ci sono stati Pontefici che hanno riformato la Chiesa nel solco della Tradizione, quando hanno rivolto lo sguardo severo agli errori e li hanno, come un buon padre di famiglia, evidenziati, definiti, invitando i fedeli a starne ben lontani per non essere a loro volta contaminati.
Oggi questo non sta avvenendo e le conseguenze delle piaghe/rughe degli errori ecclesiali ricadono, inevitabilmente, sulla Chiesa stessa, con una sua tragica senilità. «Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?»: adattandosi al mondo e adagiandosi sul mondo, la Chiesa perde la sua vitalità rigenerante, il suo essere principio di virgulto. «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 5-11).
I germogli primaverili della Fede sono alimentati da una Chiesa che ha in sé la linfa dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi; se la linfa viene mutata con surrogati proposti dal mondo la Chiesa perde la sua forza attrattiva: il profumo del sacro rapisce le anime; l’odore e l’olezzo del mondo allontana l’anima assetata di vita spirituale. Le chiamate non mancano fra i giovani perché Dio non si stanca mai di espirare il suo richiamo d’amore, ma sono le risposte che sono insoddisfacenti e il giovane chiamato rinuncia, perché non trova la fonte in grado di appagare la sua arsura. Per trovare il mondo nella Chiesa, tanto vale appartenere al mondo.
La forza di attrazione della Chiesa non sta nella sua umiliante piegatura alle direttive ideologiche e culturali del momento, ma nella sua stabilità millenaria di proposta della Verità: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 15-19). Questo è ciò che cerca il giovane: dare un senso alla propria vita e darlo nella Verità.
Quando la Riforma Protestante ferì drammaticamente il cuore della Chiesa, Santa Teresa d’Avila operò con un’azione di fortissima opposizione all’errore. Concepì così e condusse a termine, attraverso infinite peripezie, contrasti e sofferenze, quella Riforma del proprio Ordine che da lei prese il nome e diede origine ai Carmelitani Scalzi.
Il 24 agosto 1562 fondò in Avila il suo primo monastero, dedicato a San Giuseppe, dove le monache cominciarono a vivere, in spirito di amore e di abnegazione, una vita il più possibile vicina a quella degli antichi monaci del Monte Carmelo e secondo quelle norme che in seguito Teresa di Gesù codificherà nelle sue Costituzioni. Le fondazioni dei monasteri di Carmelitane Scalze si susseguirono numerose fino al 1582. Le vocazioni fioccavano prodigiosamente. Nel 1568 la Riforma Teresiana si estese ai Padri, grazie all’incontro di Santa Teresa con San Giovanni della Croce e venne fondato a Durvelo il primo convento di Carmelitani Scalzi.
Attraverso l’Autobiografia, le Relazioni, il Cammino di Perfezione, il Castello Interiore, le Fondazioni, gli Avvisi, i Pensieri, le Esclamazioni, le Poesie, le Lettere, Santa Teresa di Gesù riuscì ad infiammare migliaia e migliaia di cuori, fertilizzando, con un apostolato instancabile, la terra della Chiesa. San Pio V, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, San Francesco di Sales… le vite non falsificate, modernizzate, politicamente corrette  dei Santi che hanno combattuto errori ed eresie dovrebbero essere pubblicate e riproposte ai giovani.
Ha ancora dichiarato il papa: «Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…: “Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere. E credo che contro la tentazione di perdere la speranza, che ci dà questa sterilità, dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci. A me fa tanto bene leggere quel brano della Scrittura, in cui Anna – la mamma di Samuele – pregava e chiedeva un figlio. Pregava e muoveva le labbra, e pregava… E il vecchio sacerdote, che era un pò cieco e che non vedeva bene, pensava che fosse ubriaca. Ma il cuore di quella donna (diceva a Dio): “Voglio un figlio!”. Io domando a voi: il vostro cuore, davanti a questo calo delle vocazioni, prega con questa intensità? “La nostra Congregazione ha bisogno di figli, la nostra Congregazione ha bisogno di figlie…”. Il Signore che è stato tanto generoso non mancherà la sua promessa. Ma dobbiamo chiederlo. Dobbiamo bussare alla porta del suo cuore. Perché c’è un pericolo – e questo è brutto, ma devo dirlo –: quando una Congregazione religiosa vede che non ha figli e nipoti ed incomincia ad essere sempre più piccola, si attacca ai soldi. E voi sapete che i soldi sono lo sterco del diavolo. Quando non possono avere la grazia di avere vocazioni e figli, pensano che i soldi salveranno la vita; e pensano alla vecchiaia: che non manchi questo, che non manchi quest’altro… E così non c’è speranza!».
Pregare è doveroso, ma per guarire dalla sterilità occorre anche l’indispensabile volontà del paziente di fare ritorno al Medico per eccellenza: Cristo Sacerdote, unica Via, unica Verità, unica Vita. D’altra parte ci sono seminari nel mondo come questi http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1718:sacerdoti-per-il-terzo-millennio-film&catid=47&Itemid=434, dove il Sommo Medico viene preso in parola e le giovani vocazioni, germogli di gioiosa speranza perenne, non si fanno, infatti, attendere.

martedì 7 aprile 2015

La nostra croce in medio oriente e l’Europa che non difende neppure se stessa.

È stata notizia di alcuni giorni fa che la Francia, in preda ad uno dei periodici attacchi di laicismo acuto, ha deciso di eliminare – su iniziativa del gruppo “Laïcité et République moderne”, e del deputato socialista Yann Galut, leader del collettivo “La Gauche forte”, e della senatrice ecologista Esther Benbassa, alla guida del microscopico ma influente partito “Pari(s) du Vivre-Ensemble” – dalla toponomastica dei comuni d’Oltralpe ogni riferimento a “Saint” o “Sainte”, in quanto, a detta dei promotori dell’iniziativa, ci sarebbe un gruppo di cittadini (sic!), che si sentirebbe offeso se nel toponimo comunale vi sia un’eco – sia pur lontanamente – religiosa (v. qui).
La Francia, ancora una volta, da essere un tempo la figlia prediletta della Chiesa, si sta rivelando una figlia degenere, che tradisce le sue stesse radici e, perciò, a rimanere priva di difese, contro chi è più forte di lei.
Scacciando apertamente Dio ed i Santi dal suo stesso territorio, si sta preparando alla sua rovina, mostrando di non aver appreso nulla dalla storia. Eppure, in questi giorni, abbiamo meditato sui tristi effetti dell’uomo che abbandona Dio: il popolo giudaico rifiutò la sovranità di Gesù (Nolumus hunc regnare super nos), rigettandolo come Messia ed uccidendolo al di fuori delle mura della Città Santa, preferendolo a Cesare (Nos regem non habemus, nisi Caesarem, crucifigatur). Ebbene cosa fece Cesare meno di quarant’anni dopo? Con i suoi eserciti rase al suolo la Città ed il Tempio, ponendo su quei luoghi l’abominio della desolazione.
La sorte della Francia non potrà essere diversa. Già delle avvisaglie di una sua rovina le ha avute … con l’uccisione dei vignettisti francesi lo scorso gennaio (v. qui). Sarà solo questione di tempo, poiché non si è compreso che la vera difesa dell’Europa, dinanzi all’avanzata dell’islam c.d. integralista, passa attraverso la riscoperta dell’autentica fede cristiana, nella difesa dei suoi valori e dei cristiani nelle terre dell'Islam.
Per comprendere ciò, non è necessario essere "profeti" o essere dotati di particolari doni carismatici. Basta saper leggere la storia così come l'avrebbero letta i nostri avi, cioè sub specie aeternitatis.
Se cade, poi, la Francia, cadrà anche il resto dell’Europa, che si è posta sulla sua medesima strada. Italia compresa.

La nostra croce in medio oriente

Parla Bat Ye’or: poche speranze per i cristiani in terra islamica, l’Europa non difende nemmeno se stessa

di Giulio Meotti

I cristiani di Qaraqosh rifugiati a Erbil, in Iraq (foto LaPresse)

“Disastri naturali come lo tsunami o i terremoti provocano sempre straordinari movimenti di solidarietà in tutto l’occidente, mentre la scomparsa di intere popolazioni cristiane, della loro civiltà antiche duemila anni, non commuove mai nessuno”. A colloquio con il Foglio, Bat Ye’or (pseudonimo di Gisele Littman) è a dir poco disincantata su questo che a suo avviso è uno dei massimi rivolgimenti demografici e religiosi della storia dell’umanità: la fine della presenza cristiana nel mondo arabo-islamico. Un cataclisma dalle proporzioni che verranno comprese soltanto a ciclo compiuto.
Lei è la storica inglese-svizzera, nata in Egitto, che per prima ha narrato la storia della “dhimmitudine”, ovvero l’assoggettamento, la mutilazione, l’inferiorità e la debolezza dei non musulmani (ebrei e cristiani) all’interno dell’islam sovrano, che li ha condannati in quanto semenzaio di menzogne ed eresie.
La prima volta che Bat Ye’or ne scrisse fu sulla rivista parigina Commentaire, fondata da un gruppo di discepoli liberali di Raymond Aron. Da allora, Bat Ye’or ha scritto saggi come “Les Juifs en Egypte”, “Le Dhimmi: profil de l’opprimé en Orient et en Afrique du nord depuis la conquête arabe” e di “Les chrétientés d’Orient” con la prefazione del teologo protestante Jacques Ellul, per citarne soltanto alcuni.
“La situazione della cristianità orientale è una tragedia di proporzioni immense”, dice la storica al Foglio. “Anche coloro, come il presidente egiziano al Sisi che vorrebbero aiutare, sembrano impotenti in queste circostanze drammatiche. Per quanto riguarda l’occidente, le scelte strategiche e ideologiche che ha compiuto nel secolo scorso lo rendono incapace di comprendere la tragedia. Forse è un altro segno della decadenza dell’occidente, di una politica deliberata di cancellazione dell’identità cristiana attraverso la globalizzazione e l’islamizzazione, e con esse il rifiuto dei valori giudeo-cristiani che emergono nell’attuale cultura occidentale che esecra Israele. Abbiamo tutti visto decine di migliaia di persone sfilare nelle strade delle capitali d’Europa a favore dei palestinesi mentre stavano sommergendo i civili israeliani di missili e gridavano ‘morte a Israele e agli ebrei’, ma l’agonia cristiana nelle terre islamiche porterebbe appena cinquecento persone nelle strade di Parigi. Dagli anni Settanta, tutti i partiti politici europei hanno sostenuto i palestinesi e gli interessi arabo-islamici. I cristiani d’oriente divennero l’avanguardia della politica europea antisionista e persone come Edward Said i detrattori della civiltà occidentale che magnificavano la superiorità di quella musulmana”.
La lista è impressionante. George Habash (1926-2008), “il padrino del terrorismo mediorientale”, era un cristiano greco-ortodosso che cantava in chiesa come chierichetto. È la stessa storia di Wadie Haddad (1927-1978), cristiano e spietato organizzatore di azioni terroristiche. Il Baath, partito al potere in Iraq e in Siria, è stato fondato dal cristiano Michel Aflaq (1910-1989). L’invenzione della parola “nakba”, per indicare la “catastrofe” della nascita di Israele, si deve al cristiano Constantin Zureiq (1909-2000). In Libano, i movimenti dei cristiani Michel Aoun e Suleiman Frangieh sono alleati di Hezbollah. “Ovviamente fu il disperato tentativo di comunità cristiane vulnerabili sotto una spada di Damocle, una popolazione che avrebbe potuto sopravvivere nell’oceano islamico soltanto sostenendo il potere che li avrebbe poi distrutti”, ci dice Bat Ye’or.
La storica non si abbandona a falsi distinguo sullo Stato islamico (Is). “Oggi l’Is applica le leggi jihadiste che hanno portato alla conquista del medio oriente cristiano. I massacri, le schiavitù, le espulsioni, il ricatto, la distruzione di monumenti, libri e retaggi di antiche civiltà, sono descritti in migliaia di libri nei secoli. Ma a partire dal secolo scorso, a causa della storia d’amore dell’Europa con i palestinesi, questa storia è stata proibita e sostituita con la visione islamica della tolleranza musulmana e della natura maligna di Israele. Oggi le sofferenze umane dei cristiani, che richiederebbero aiuto internazionale, sono aggravate dalla perdita della memoria storica, di secoli di tesori e di tradizioni di passate generazioni immortalate in vecchi libri. È la storia della dhimmitudine, che è stata negata dal consenso politico”.
Non vede alcun futuro per i cristiani in medio oriente. “È difficile prevedere l’evoluzione di questo caos provocato da una Europa cieca e dal presidente americano Barack Obama, entrambi sedotti dai loro consiglieri preferiti: i musulmani radicali e i Fratelli musulmani. È chiaro che qualunque cosa succederà, i cristiani emigreranno. Forse una esigua comunità copta resterà in Egitto, ma la presenza cristiana si affievolirà in altre regioni. Già oggi il carattere cristiano del Libano è scomparso come conseguenza della Guerra civile del 1970-80 e del sostegno dato dall’Europa e dalla Francia ai palestinesi contro i cristiani. L’Europa ha smesso di difendere se stessa, come potrebbe difendere qualcun altro? Da presidente della Commissione europea, Romano Prodi biasimò il diritto di Israele all’autodifesa dandoci un esempio dell’Europa compiacente che incoraggiava l’immigrazione. I cristiani emigreranno, ma non come fecero gli ebrei. Gran parte degli ebrei sono tornati alla loro terra natia dove hanno restaurato una antica civiltà. Gli ebrei avevano una visione che li univa nonostante le divisioni e le differenze. La proclamazione della libertà e della dignità dell’essere umano, la liberazione dalla schiavitù hanno costituito il certificato di nascita di Israele che ha preservato la sua identità e anima nei millenni”.
Israele è odiato proprio perché ha vinto la dhimmitudine, la sottomissione all’islam. “I cristiani invece sono stati le vittime della rivalità politica europea. Divisi, traumatizzati dai genocidi ottomani, i cristiani d’oriente non hanno potuto farcela senza aiuto esterno. È stata una tragedia cristiana”.
E una tragedia in cui l’occidente ha una responsabilità impressionante. “Sì, e in molti modi. Inghilterra e Francia hanno diviso l’identità cristiana persuadendo i cristiani che erano arabi e che dovevano militare con i musulmani per formare una nuova ideologia: il nazionalismo arabo che avrebbe sconfitto il sionismo. C’erano arabi cristiani, è vero, ma gran parte dei cristiani erano cristiani arabizzati dalla conquista araba delle loro terre. Inoltre, molti cristiani non erano antisraeliani e si vedevano come gli abitanti indigeni del medio oriente. Su pressione delle due potenze coloniali, i cristiani divennero più arabi degli arabi, i mercenari cristiani delle cause islamiche, in particolare dei palestinesi. La militanza dhimmi a favore dell’islam e del suo dominio in espansione ha alterato la coscienza storica cristiana. Minoranze vulnerabili vennero usate per diffondere in occidente odio antiebraico. Dovevano seppellire la loro storia dhimmi per abbracciare la tolleranza islamica. A livello politico, Francia, Inghilterra e America hanno rifiutato di concedere ad assiri e armeni regioni autonome dopo la Prima guerra mondiale, temendo le popolazioni islamiche delle loro colonie. Rifiutarono anche la protezione dei cristiani dopo la fine dei mandati, suggerendo loro di integrarsi con gli arabi. Il risultato fu un genocidio di Assiri negli anni 30. Avvenne lo stesso con la richiesta curda di autonomia. Soltanto la falsa identità palestinese basata sul jihad e creata dalla Francia nel 1969 ha creato consenso nella guerra dell’Unione europea contro Israele”.
Bat Ye’or conclude con una triste premonizione: “Avendo negato la storia della sottomissione, l’Europa oggi vive senza conoscerla, insicura sotto la minaccia jihadista. L’estinzione della cristianità orientale potrebbe prefigurare il futuro stesso dell’Europa”. Sarà questa la punizione per la nostra cupidigia da dhimmitudine?

martedì 29 luglio 2014

Il New York Times smonta la ricostruzione del card. Kasper

Douthat, columnist del Nyt, fa a pezzi la dottrina Kasper sul divorzio

Altro che proposte blande e misericordia: “La posta teologica in palio”, contrasta con il “tradizionale insegnamento”


“Per ragioni teologiche, sociologiche e semplicemente logiche, ammettere i risposati alla comunione ha la potenzialità di trasformare non solo l’insegnamento cattolico e la vita cattolica, ma il modo stesso in cui viene percepita la chiesa. Questa è la vera posta in palio; questi sono i termini sui quali è necessario dibattere”. A parlare non è un tradizionalista della lefebvriana Econe, bensì è il columnist del liberal New York Times, il cattolico Ross Douthat. Lascia da parte, Douthat, le dotte argomentazioni storiche e teologiche – per questo, dice, basta e avanza quanto ha scritto “il gruppo dei domenicani americani” sulla rivista Nova et Vetera (cfr. il Foglio 24/7), e si sofferma sulle frasi contenute nell’intervista concessa lo scorso maggio dal cardinale Walter Kasper a Commonweal. In quella circostanza, il porporato tedesco insisteva sulla necessità di trovare una via tra il “rigorismo e il lassismo” che concedesse una seconda possibilità ai divorziati risposati desiderosi di accedere all’eucaristia.
“Se un divorziato risposato è realmente dispiaciuto per il fallimento del proprio matrimonio”, notava Kasper, “possiamo noi rifiutare il sacramento della confessione e della comunione, dopo un periodo di penitenza?”. Di mezzo ci sono i bambini, che non crescerebbero come buoni cristiani se non vedessero i propri genitori andare a messa e comunicarsi come si dovrebbe. Pazienza se Müller e altri eminentissimi teologi hanno ricordato che non sta scritto da nessuna parte che ricevere la comunione è un obbligo. Se a ricevere l’ostia non ci vanno mamma e papà, non ci andranno neppure i figli, è la tesi. Per Douthat, si tratta di considerazioni dove “la posta teologica in palio e il potenziale conflitto con il tradizionale insegnamento della chiesa sono minimizzati e/o spazzati via”. Kasper parte dal presupposto che si sta parlando di una eccezione che in alcun modo minaccerebbe la regola fondata sul Vangelo. Andando a scavare dietro le frasi, però, il quadro che emerge è un altro: “Ciò che Kasper propone differisce dallo scenario in cui un sacerdote, a titolo personale, può decidere di propria iniziativa di dare la comunione a un risposato. Questa possibilità esiste già”, dice Douthat, sottolineando che ben altra cosa è ciò che raccomanda Kasper: non si tratta di concedere “un certo grado di tolleranza per chi ha deviato dalla regola, bensì di dare il permesso formale di abbandonare tale regola”. Il tutto garantito “da un organo ufficiale della chiesa, con un imprimatur papale”, cui (tutti) i sacerdoti sarebbero costretti ad adeguarsi.
Il teologo tedesco assicura che si tratterebbe d’un percorso stretto, riservato a “piccoli settori di divorziati risposati interessati ai sacramenti”. Non di certo alle “grandi masse”, né  si potrebbe parlare di una “soluzione generale”. E chi lo dice che sarà così?, si domanda Douthat; quali strumenti ha, Kasper, per dire che il percorso sarà limitato, a numero chiuso? Semmai, scrive il columnist del New York Times, è più logico aspettarsi che la soluzione sia “estesa alle grandi masse in tempi abbastanza rapidi”, con tutto quello che ne consegue.
Basti ricordare che la chiesa ha già una procedura che regolamenta tali situazioni, il processo di nullità matrimoniale, “limitato alle persone che hanno un forte interesse nel ricevere i sacramenti dopo aver divorziato ed essersi risposati”. Si supponga – prosegue – che accanto a questa procedura se ne istituisca un’altra, più rapida. Senza scartoffie e tribunali di mezzo. La conseguenza, inevitabile, è che molti smetterebbero di seguire la via canonica, preferendo la soluzione più facile: “Con la proposta di Kasper, è vero che i secondi matrimoni non sarebbero benedetti dalla chiesa, ma ci sarebbero molte persone che direbbero ‘bene, ora no, ma forse un giorno, chi lo sa’. Io farei così”, ammette Douthat. E alla fine, la stragrande maggioranza dei divorziati risposati interessati a ricevere i sacramenti, busserebbe alle porte delle chiese per farsi dare la comunione. Certo, “i sacerdoti potrebbero studiare attentamente ogni caso, potrebbero limitare il numero di persone da ammettere a questo percorso”. Ma è più probabile, nota ancora nel suo blog sul New York Times, che si assisterebbe a una “rapida normalizzazione del nuovo approccio. Naturalmente non in ogni parrocchia o diocesi, ma in un numero abbastanza rilevante da stabilire un nuovo modello, una norma diffusa e generalmente accettata”. E il risultato sarebbe solo uno: “Quasi tutti i divorziati risposati potrebbero ragionevolmente aspettarsi di avere la possibilità di risposarsi e riaccostarsi all’eucaristia con la formale benedizione della chiesa”. Questo rafforzerebbe, come dice Kasper, l’attaccamento alla chiesa di molti cattolici. I bambini vedrebbero i loro genitori confessarsi e comunicarsi. Ma – scrive Douthat – “penserebbero che la loro chiesa, alla fine, non ritiene indissolubile il matrimonio, o che le parole di Gesù sulla questione non sono vincolanti, come il cattolicesimo ha fino a oggi creduto e insegnato”.
E poi, per quale motivo si pensa a regolare il secondo matrimonio e non “i matrimoni poligami, dove i bambini sono ugualmente coinvolti?”. Certo, prosegue il columnist, la poligamia non è tra le questioni più impellenti nella Germania di Kasper. Ma lo è in Africa, il principale campo d’azione missionaria della chiesa e dove la definizione stessa di matrimonio “è violentemente contestata, non tra cristianesimo e liberalismo, ma tra cristianesimo e islam”. C’è qualcosa, nella proposta di Kasper, “che implicherebbe la necessità di una soluzione simile nelle unioni poligame? Se la chiesa non chiede l’eroismo dei cattolici risposati nei paesi ricchi, come può prendere una dura posizione contro la poligamia?”. Douthat non si fa illusioni, sa “che nella visione di molti, la chiesa cattolica necessita disperatamente di evolversi lungo la linea della modernità sessuale”. Una cosa, però, è altrettanto certa: “La proposta-Kasper non è una piccola modifica alla disciplina cattolica: è un cambiamento profondo, un’alterazione da cui deriverebbero conseguenze ancora più vaste”.

martedì 22 luglio 2014

La requisitoria di Spaemann sul matrimonio fra Chiesa e mondo

La requisitoria di Spaemann
sul matrimonio fra chiesa e mondo

Il filosofo tedesco Robert Spaemann, sul mensile americano First Things ha scritto una potente requisitoria delle aperture alla concezione mondana del matrimonio che si stanno facendo largo anche all’interno della chiesa.

di Mattia Ferraresi

“Il matrimonio non è più visto come una realtà indipendente, nuova, che trascende l’individualità degli sposi, una realtà che, come minimo, non può essere sciolta dalla volontà di un solo partner. Ma può essere dissolta dal consenso di entrambe le parti, o dalla volontà di un sinodo o di un Papa? La risposta deve essere no”. Il filosofo tedesco Robert Spaemann, autorità nel mondo cattolico tenuta in altissima considerazione, fra gli altri, dal conterraneo Benedetto XVI, sul mensile americano First Things ha scritto una potente requisitoria delle aperture alla concezione mondana del matrimonio che si stanno facendo largo – e non da oggi – anche all’interno della chiesa, specialmente in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Francesco. Seconde nozze, nullità, accesso ai sacramenti per i risposati sono le appendici legali, le incarnazioni storiche del problema matrimoniale in un mondo dove i cattolici divorziano poco meno dei non cattolici, dicono le statistiche.
Il dilemma è se la chiesa debba curvarsi sul paradigma della contemporaneità in fatto di unioni affettive, fino al punto di vidimare religiosamente gli umori prevalenti, magari nel nome della misericordia. Spaemann legge in questo conflitto il riproporsi dell’eterna tensione fra la chiesa e il mondo, iniziata quando gli apostoli rimangono scioccati dalle parole del Maestro: “Non sarebbe meglio, allora, non sposarsi affatto? Il loro stupore sottolinea il contrasto fra il modo di vita cristiano e il modo di vita dominante nel mondo. Che lo voglia o no, la chiesa in occidente sta diventando una controcultura, e il suo futuro dipende eminentemente dalla sua capacità di mantenere il suo ‘sapore’ o di essere sottomessa dagli uomini”.
Si tratta della scelta fra rimanere il sale della terra o trasformarsi in uno zuccheroso stipulatore di compromessi con la logica mondana. Se la chiesa si trova di fronte a questo dilemma e tentata da più parti dall’opzione dell’annacquamento del suo insegnamento è anche colpa della chiesa stessa, dice Spaemann: “Invece di rinforzare la naturale, intuitiva attrattiva della stabilità matrimoniale, molti uomini di chiesa, inclusi vescovi e cardinali, preferiscono raccomandare, o almeno considerare, un’altra opzione, alternativa agli insegnamenti di Gesù, in pratica una capitolazione al mainstream secolarizzato. Il rimedio all’adulterio implicito nel ri-matrimonio, ci dicono, non è più la contrizione, la rinuncia, e il perdono, ma il passare del tempo e l’abitudine, come se l’accettazione sociale e il nostro personale senso di appagatezza con le nostre decisioni avesse un potere soprannaturale. Questa alchimia dovrebbe trasformare un concubinaggio adultero, il secondo matrimonio, in un’unione accettabile da benedire nel nome di Dio. Secondo questa logica, chiaramente, è come minimo giusto da parte della chiesa benedire le unioni omosessuali”.
Questa concezione discende da un errore nella concezione del tempo, scrive Spaemann, che “non è creativo”. Il tempo non aggiusta le cose, “il suo passaggio non restaura uno stato d’innocenza. La tendenza è sempre quella opposta, di accrescere l’entropia. Non dobbiamo confondere la graduale perdita del senso del peccato con la sua scomparsa e dunque sollevarci dalle nostre responsabilità”. Per Spaemann il secondo matrimonio è un tradimento dell’insegnamento cattolico, senza appello, accettato o considerato come ipoteticamente legittimo in nome del cambiamento delle abitudini che ha permeato il mondo e ora bussa con decisione alla porta della chiesa. Il matrimonio indissolubile è ormai percepito come “meta impossibile”, si legge nell’“Instrumentum Laboris” del Sinodo. Secondo Spaemann la chiesa ora è chiamata a decidere se vuole accarezzare o combattere questa percezione.

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DIVORCE AND

REMARRIAGE

by Robert Spaemann


August 2014

The divorce statistics for modern Western societies are catastrophic. They show that marriage is no longer regarded as a new, independent reality transcending the individuality of the spouses, a reality that, at the very least, cannot be dissolved by the will of one partner alone. But can it be dissolved by the consent of both parties, or by the will of a synod or a pope? The answer must be no, for as Jesus himself explicitly declares, man cannot put asunder what God himself has joined together. Such is the teaching of the Catholic Church.
The Christian understanding of the good life claims to be valid for all human beings. Yet even Jesus’s disciples were shocked by their Master’s words: Wouldn’t it be better, then, they replied, not to marry at all? The astonishment of the disciples underscores the contrast between the Christian way of life and the way of life dominant in the world. Whe­ther it wants to or not, the Church in the West is on its way to becoming a counterculture, and its future now depends chiefly on whether it is able, as the salt of the earth, to keep its savor and not be trampled underfoot by men.
The beauty of the Church’s teaching can shine forth only when it’s not watered down. The temptation to dilute doctrine is reinforced nowadays by an unsettling fact: Catholics are divorcing almost as frequently as their secular counterparts. Something has clearly gone wrong. It’s against all reason to think that all civilly divorced and remarried Catholics began their first marriages firmly convinced of its indissolubility and then fundamentally reversed themselves along the way. It’s more reasonable to assume that they entered into matrimony without clearly realizing what they were doing in the first place: burning their bridges behind them for all time (which is to say until death), so that the very idea of a second marriage simply did not exist for them.
Sadly, the Catholic Church is not without blame. Christian marriage preparation very often fails to give engaged couples a clear picture of the implications of a Catholic wedding. Were that so, many couples would very likely decide against being married in the Church. For others, of course, good marriage preparation would provide a helpful impetus to conversion. There is an immense appeal in the idea that the union of a man and a woman is “written in the stars,” that it endures on high, and that nothing can destroy it, both “in good times and in bad.” This conviction is a wonderful and exhilarating source of strength and joy for spouses working through marital crises and seeking to breathe new life into their old love.
Instead of reinforcing the natural, intuitive appeal of marital permanence, many churchmen, including bishops and cardinals, prefer to recommend, or at least to consider, another option, one that is an alternative to Jesus’s teaching and basically a capitulation to the secular mainstream. The remedy for the adultery entailed by remarriage of the divorced, we are told, is no longer to be contrition, renunciation, and forgiveness but the passage of time and habit, as if general social acceptance and our personal comfort with our decisions and lives have an almost supernatural power. This alchemy supposedly transforms an adulterous concubinage that we call a “second marriage” into an acceptable union to be blessed by the Church in God’s name. Given this logic, of course, it is only fair for the Church to bless homosexual partnerships as well.
But this way of thinking is based on a profound error. Time is not creative. Its passage does not restore lost innocence. In fact, its tendency is always just the opposite—namely, to increase entropy. Every instance of order in nature is wrested from the grip of entropy and over time eventually falls under its dominion once again. As Anaximander puts it, “From whence things arise, to that they eventually return, according to the appointed time.” It would be wrong to repackage the principle of decay and death as something good. We should not confuse the gradual deadening of the sense of sin with its disappearance and release from our ongoing responsibility for it.
Aristotle taught that there is a greater evil in habitual sin than in a single lapse accompanied by the sting of remorse. Adultery is a case in point, especially when it leads to new, legally sanctioned arrangements—“remarriage”—that are almost impossible to undo without great pain and effort. Thomas Aquinas uses the term perplexitas to characterize cases like these. They are situations from which there is no escape that does not incur guilt of one sort or another. Even a single act of infidelity entangles the adulterer in perplexity: Should he confess his deed to his spouse or not? If he confesses, he might just save the marriage and, in any case, he avoids a lie that would eventually destroy mutual trust. On the other hand, a confession could pose an even greater threat to the marriage than the sin itself (which is why priests often counsel penitents against revealing infidelity to their spouses). Note, by the way, that St. Thomas teaches that we never stumble into perplexitaswithout some measure of personal guilt and that God allows this as a punishment for the sin that initially set us down the wrong path.
To stand by our fellow Christians in the midst of the perplexitas of remarriage, to show them empathy and assure them of the solidarity of the community, is a work of mercy. But to admit them to communion without contrition and to regularize their situation would be an offense against the Blessed Sacrament—one more among the many that are committed today. Paul’s instruction on the Eucharist in First Corinthians culminates in a warning against unworthy reception of Christ’s body: He who eats and drinks unworthily eats and drinks judgment to himself. Why did the liturgical reformers strike these decisive verses from the second reading for Mass on Holy Thursday and Corpus Christi, of all feasts? When the entire congregation stands up to receive communion Sunday after Sunday, one has to wonder: Do Catholic parishes now consist exclusively of saints?
But there is still one last point, which by all rights ought to be the first. The Church admits that it handled the sexual abuse of minors without sufficient regard for the victims. The same pattern is repeating itself here. Has anyone even mentioned the victims? Is anyone talking about the woman whose husband has abandoned her and their four children? She might be willing to take him back, if only to ensure that the children are provided for, but he has a new family and has no intention of returning.
Meanwhile, time passes. The adulterer would like to receive communion again. He is ready to confess his guilt, but he is not willing to pay the price—namely, a life of continence. The abandoned woman is forced to watch while the Church accepts and blesses the new union. As if to add insult to injury, her abandonment receives an ecclesiastical stamp of approval. It would be more honest to replace “until death do you part” with “until the love of one of you grows cold”—a formula that is already being seriously recommended. To speak here of a “liturgy of blessing” rather than of a remarriage before the altar is a deceptive sleight of hand that merely throws dust in the eyes of the people.

Robert Spaemann is emeritus professor of philosophy at the University of Munich.

Ancora sul tema sinodale dei "divorziati risposati" .....

DIVORZIATI E «TEOREMA KASPER»: QUANDO IL GIOCO SI FA DURO I DOMENICANI INIZIANO A GIOCARE...

Dicevamo giorni fa che aumentano le voci autorevoli o autorevolissime che denunciano l’inaccettabilità del “teorema Kasper”, ossia la possibilità per i divorziati risposati di accedere al sacramento dell’Eucaristia, proposta illustrata dal cardinale Walter Kasper all’ultimo concistoro e che sarà uno dei punti chiave del prossimo Sinodo sulla famiglia. Finora la lista (sommaria) comprendeva:
il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller; l’ex presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, il cardinale Walter Brandmüller; uno dei teologi più impegnati e apprezzati da Giovanni Paolo II negli studi su matrimonio e famiglia, il cardinale Carlo Caffarra; uno dei più stimati canonisti della Curia romana, il cardinale Velasio De Paolis; un astro nascente del collegio cardinalizio, come l’ha definito Sandro Magister, ossia il cardinale Thomas Collins; una delle voci più significative dell’attuale teologia australiana, Adam G. Cooper, membro dell’Associazione internazionale di studi patristici.
A questi nomi va aggiunto un gruppo di otto teologi statunitensi di punta: sette domenicani, di cui sei docenti in quello che oggi è il migliore centro teologico dell’Ordine dei Predicatori negli Usa, la Pontificia Facoltà dell’Immacolata Concezione di Washington (si tratta dei padri John Corbett,  Andrew HoferDominic LangevinDominic LeggeThomas PetriThomas Joseph White) uno, il padre Paul J. Keller, docente all’Ateneo Cattolico dell’Ohio (promosso dalla diocesi di Cincinnati); oltre a loro un laico, Kurt Martens, docente di diritto canonico alla Catholic University of America, sempre di Washington.
Insieme hanno steso un importante testo che verrà pubblicato in agosto su Nova et Vetera, storica rivista teologica fondata nel 1926 e vicina al mondo domenicano. Il documento sarà diffuso in più lingue, versioni che sono però già filtrate su internet. Qui si può scaricare quella in italiano. Una confutazione sintetica e magistrale, dal punto di vista dottrinale e storico, della tesi kasperiana.


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Nova et Vetera Publishes Multilingual Response to Cardinal Kasper
- And an explosive revelation on the upcoming Synod


A reliable source has informed us that a certain bishop in Germany is worried about the direction preparations for the upcoming Extraordinary Synod of Bishops on the Family are taking. The bishop is said to have claimed that supporters of Cardinal Kasper's proposals have taken steps (apparently successfully) to limit the involvement of the Cardinal Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith. To understand why some have pushed Cardinal Müller aside, remember this.

Meanwhile, the Journal Nova et Vetera has published a response to Cardinal Kasper's proposals by eight American theologians, seven of them Dominicans, and most of them professors at Pontifical faculties of theology. The response, simultaneously published in EnglishGermanSpanishFrench, and Italian, comprehensively refutes the innovations proposed by Cardinal Kasper, showing point for point how they contradict the perennial Tradition of the Church.
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