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giovedì 21 marzo 2019
martedì 3 maggio 2016
IV Centenario dell'elezione del Primo abate Celestino del Monastero di San Benedetto di Norcia - Norcia, 8 maggio 2016
Il 24 aprile 1616 al monastero celestino di S. Benedetto di Norcia era riconosciuta, per la prima volta, la dignità abbaziale, sotto il governo dell’abate Germano da Capua (la cui figura si spera di delineare con futuri studi).
La comunicazione della scoperta di questa notizia, fatta dalla Dott.ssa Caterina Comino proprio alla vigilia del quattrocentesimo anniversario dell’evento, è stata presa come occasione per aprire un anno centenario che si vuole ricco di studi e di eventi culturali che culmineranno con la pubblicazione di un già avviato studio generale sulla storia del monastero di S. Benedetto. L’abbazia di San Benedetto cessò di esistere nel 1810 a causa della soppressione dell’Ordine dei Celestini, un ramo della famiglia benedettina che aveva retto il monastero per 400 anni.
Oggi questa plurisecolare esperienza cerca di rivivere con la rinata comunità di S. Benedetto, guidata dal priore P. Cassiano Folsom OSB, il quale ha accolto con entusiasmo l’iniziativa di celebrare il IV centenario del predetto riconoscimento, ritenendola provvidenziale per la crescita culturale e spirituale della nuova comunità.
lunedì 21 marzo 2016
L’alleanza dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in monastero
Nell’odierna
commemorazione di S. Benedetto, abate e confessore, stante il lunedì della Settimana
Santa, rilancio questo breve contributo del compianto dom Calvet.
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| Il Sodoma, Il monaco Romano veste S. Benedetto, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto |
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| Il Sodoma, S. Benedetto ottiene abbondante farina con la quale sfama i suoi monaci, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto |
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| Filippo Napoletano, S. Benedetto riconosce e riceve Totila, re dei Goti, 1621, Basilica di S, Benedetto, Norcia |
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| Philippe de Champaigne, L'angelo indica a S. Benedetto il luogo dove dovrà sorgere il monastero di Montecassino,1646 circa, Musée Carnavalet, Parigi |
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| Philippe de Champaigne, S. Benedetto infrange la coppa avvelenata, 1638-43, Hermitage, San Pietroburgo |
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| Ambito Philippe de Champaigne, Morte di S. Benedetto, XVII sec., collezione privata |
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| Francisco de Zurbarán, S. Benedetto con la coppa di vino, 1640-45, The Metropolitan Museum of Art, New York |
L’alleanza
dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in
monastero. Attualissimo
di dom Gérard Calvet O.S.B.
(1927-2008)*
Due mesi fa, nella nostra ultima Lettre
aux Amis du Monastère, mi ripromettevo di dirvi come una comunità monastica
può operare in uno spirito di cristianità. Senza dubbio non si ricostituirà
presto una civiltà cristiana, ma si possono costituire delle isole o dei
fortini, come amava ricordare il compianto padre Roger-Thomas Calmel O.P.
(1914-1975). Propongo sull’argomento alcuni fatti concreti che siano capaci d’illuminare
la nostra riflessione.
Quando i primi monaci hanno
fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà
vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro
senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare
(in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a
Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro
fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come
si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni
naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco
si accende.
Vi è un inizio di cristianità
ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si
fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce;
lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e
quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole
e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa
cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto
il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della
grazia divina.
Questo accordo gratuito,
indissolubile, fra la natura e la grazia, costituisce un primo principio. Lo
spirito di cristianità eviterà di conseguenza ogni rivestimento, ogni difetto
di esecuzione. Manifestare delle abitudini di pietà a detrimento delle virtù
naturali, impostare una mistica senza ascesi, inventare dei gesti liturgici
contrari alle leggi del sacro, comporre delle parole pie su dei cattivi cantici,
pretendere d’incidere dei segni eterni su una materia friabile, sono degli
imbrogli che presto o tardi finiranno per rivoltarsi contro l’uomo. Più che una
mancanza di gusto, è una specie di menzogna, una grande disgrazia per le anime
e per la civiltà.
Mille anni di cristianità mettono
in discussione questa miserabile concezione della vita e testimoniano a favore
di un’attenzione profonda, di un’immensa serietà nei confronti dell’ordine
temporale. Il gusto della perfezione, la tenera sollecitudine con la quale si
circondano le cose del tempo, sono sempre un segno di civiltà.
Gli hippy cercano l’evasione; i
mistici cristiani piantano e costruiscono. Quando Dio ha deciso nel secolo XV
di salvare il destino politico di una nazione cristiana, ha scelto una vergine
e si è preso cura di farla istruire tramite la lunga mano di un arcangelo e di
due santi del Paradiso. Ecco qualcosa che ci dovrebbe illuminare sull’eminente
dignità dell’ordine temporale.
Quest’alleanza dello spirituale e
del temporale, quest’articolazione dell’uno sull’altro, lo ritroviamo nella Regola di
san Benedetto. La Regola, è vero, s’indirizza ai cercatori di Dio,
alla ricerca di assoluto, ma lungi dallo spingerli a evadere dalla loro
condizione di creature, essa si fonda anzitutto sulle semplici virtù naturali:
la pietà filiale, la lealtà, la pazienza, l’ospitalità, l’amore del lavoro ben
fatto, la vita in comunità con il suo corteo di esigenze, soprattutto l’umiltà
e il mutuo supporto. È tutta un’educazione dell’uomo, preoccupato di
ristabilire l’unità fra l’anima e il suo comportamento esteriore. Senza di essa
non avremmo nemmeno l’idea di costruire con decenza una chiesa abbaziale, la
cui architettura, nella purezza delle sue forme, sia come quella dei nostri
antenati: un’immagine dell’anima e una predicazione silenziosa del mistero di
Dio.
*Lettre aux Amis du Monastère, n. 27, 18 febbraio 1985, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.
*Lettre aux Amis du Monastère, n. 27, 18 febbraio 1985, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.
Fonte: Il Timone, 4.3.2016
sabato 8 agosto 2015
L’anima è il carro cherubico che porta Dio
Come l’anno
scorso, non dimentichiamoci, durante la pausa estiva, dell’aspetto spirituale
della nostra esistenza e della nostra anima. Per ricordarlo attingiamo ad un
testo della tradizione spirituale patristica e monastica di san Macario il
Grande.
L’anima è
il carro cherubico che porta Dio
di San Macario il Grande
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| Fadi Mikhail, Icona copta dei Santi Macario il grande con i suoi discepoli Massimo e Domezio, XXI sec. |
1. Il beato profeta Ezechiele
contemplò una visione, un’apparizione divina e gloriosa, e ne fece la
narrazione descrivendo una visione colma di ineffabili misteri(1). Vide, nella
pianura, un carro di cherubini, quattro esseri viventi spirituali, di cui
ciascuno aveva quattro volti: uno di leone, uno di aquila, uno di vitello e uno
d’uomo. E per ogni volto avevano delle ali, sicché non v’era parte posteriore o
rivolta all’indietro; e il loro dorso era colmo di occhi, e il loro ventre
similmente era colmo di occhi, e non vi era parte che non fosse colma di occhi.
E ogni volto era provvisto di ruote, una ruota dentro l’altra, e nelle ruote vi
era lo Spirito. E vide come un trono e, seduto su di essi, una figura dalle
sembianze umane e sotto i suoi piedi c’era come uno zaffiro lavorato. Il carro
portava il cherubino e gli esseri viventi il Signore, assiso su di essi;
ovunque volesse andare, era sempre in direzione di un volto. E vide, sotto il
cherubino, come una mano d’uomo che lo sorreggeva e lo portava.
2. E ciò che il profeta vide
nella sua sostanza era vero e certo. Indicava tuttavia qualcos’altro e
prefigurava una realtà mistica e divina, un mistero nascosto in
verità da secoli e da generazioni(2), ma svelato negli ultimi
tempi(3) con la manifestazione di Cristo(4). Contemplava infatti il mistero
dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono
di gloria. Poiché l’anima resa degna di avere parte allo Spirito, fonte della
sua luce(5), e illuminata dalla bellezza dell’ineffabile gloria del
Signore, che l’ha preparata quale trono e sua dimora, diventa tutta luce(6),
tutta volto, tutta occhio(7); non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma
degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma
è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha
alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su
di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo. E come
il sole è identico a se stesso in ogni sua parte e non ha lato posteriore o
difettoso, ma è tutto interamente glorificato dalla luce ed è tutto luce,
uguale in tutte le sue parti, o come il fuoco, la luce stessa del fuoco, è
tutta uguale e non ha in sé qualcosa di primo o di ultimo, di maggiore o di
minore, così anche l’anima, che è stata perfettamente illuminata
dall’ineffabile bellezza della gloria luminosa del volto di Cristo(8), che è in
piena comunione con lo Spirito Santo ed è fatta degna di diventare dimora e
trono di Dio, diventa tutta occhio, tutta luce, tutta gloria, tutto spirito.
Tale la rende il Cristo, che la conduce, la guida, la sostiene, la trasporta e
così la prepara e adorna di bellezza spirituale. È detto infatti: Una mano
d’uomo stava sotto il cherubino(9), poiché Colui che in essa è trasportato è
anche Colui che guida.
Note
1 Cf. Ez 1,4-28.
2 Col 1,26.
3 Cf. 1Pt 1,20.
4 Cf. 2Tm 1,10
5 Il senso di queste parole viene chiarito al § 6:
“…quanti possiedono l’anima della luce, cioè la potenza dello Spirito santo,
sono dalla parte della luce”.
6 “l’anima vede la luce e diventa tutta luce” afferma
Gregorio di Nazianzo (Carmina dogmatica 32, PG 37,512). È
l’esperienza della trasfigurazione sovente attestata negli Apophtegmata
patrum: di abba Arsenio si dice che era “tutto come di fuoco” (Arsenio 27,
PG 65,96C) e il volto di abba Sisoès risplendeva come il sole (cf. Apophtegmata
patrum, alph.: Sisoès 14, PG 65,396BC; cf. anche Pambo 1 e 12).
Abba Giuseppe di Panefisi affermava “Non ti è possibile diventare monaco, se
non diventi tutto di fuoco!” (Apophtegmata patrum, alph. Giuseppe
di Panefisi 6, PG 65, 229C). Su questo tema nelle Omelie dello
Pseudo-Macario vedi anche: Om. 8,3 e Om. 15,38.
7 I cherubini ricoperti di occhi nella tradizione
cristiana sono diventati simbolo della vita contemplativa. Abba Bessarione
diceva: “Il monaco deve essere come i cherubini e i serafini: tutto occhi!” (Apophtegmata
patrum,alph.: Bessarione 11, PG 65,141D).
8 Cf. 2Cor 4,6.
9 Cf. Ez 1,8; 10,8.
(tratto da: Macario il Grande, Omelia 1, Pseudo-Macario,
Spirito e fuoco, a cura di Lisa Cremaschi, ed. Qiqajon,
Magnano 1995)
Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015
Fonte: Nati dallo Spirito, 2.6.2015
sabato 20 giugno 2015
Qual è il rapporto tra monachesimo e liturgia? La preghiera incessante
Abbiamo spesso
parlato del tema della preghiera incessante (v. qui). Ora questo profilo della
spiritualità cristiana è messo in rilievo nell’ambito del monachesimo e della
liturgia da un’interessante relazione di Padre Cassian Folsom OSB, Priore del
Monastero di Norcia, pubblicata da Chiesa e post concilio e che noi
rilanciamo volentieri, con qualche rielaborazione grafica, nella memoria della Beata Vergine Maria della Consolata, Patrona principale di Torino e dell'intera arcidiocesi, onorata nell'omonimo santuario torinese.
Qual è il rapporto
tra monachesimo e liturgia? La preghiera incessante. “VENITE E VEDRETE!”
Conferenza – dal
titolo “Il rapporto tra monachesimo e liturgia” – tenuta a Roma lo scorso 7 maggio da p. Cassian
Folsom OSB, Priore del Monastero di Norcia, per aiutare a scoprire i Monaci e
per pregustare il clima spirituale che respireranno i partecipanti al
Pellegrinaggio nazionale dei Coetus Fidelium del Summorum
Pontificum (3-5 luglio 2015), che abbiamo preannunciato qui.
* * * * * * * * *
Qual è il rapporto
tra monachesimo e liturgia? Posso rispondere molto sinteticamente con una
analogia: è il rapporto tra pesce e acqua. Ovviamente, il pesce abita nell’acqua,
si muove nell’acqua, senza l’acqua muore. Così anche per il monaco: respira l’aria
della liturgia, si nutre dalla liturgia, si muove nel mondo creato dalla
liturgia, senza la liturgia muore spiritualmente.
Potrei finire qua –
una conferenza di due minuti! – ma forse sareste delusi, aspettando una lezione
più lunga. Quindi posso sviluppare il tema un po’ secondo le seguenti categorie:
1. La preghiera
incessante;
2. Il tempo impiegato
ogni giorno nella preghiera liturgica, secondo la Regola di San Benedetto;
3. I salmi;
4. Il canto.
I. LA PREGHIERA
INCESSANTE
Ci sono due indizi
nella Regola che indicano chiaramente che secondo San Benedetto, la preghiera
liturgica si colloca decisamente nella tradizione della preghiera incessante,
come articolata dai Padri del deserto.
Nel rito Romano,
durante la Settimana Santa, la liturgia ritorna alle sue forme più arcaiche. Ho
in mente l’Ufficio Divino. Prima delle Ore Minori (prima, terza, sesta e nona),
troviamo questa rubrica: [Horae minores] absolute inchoantur a
psalmis infra signatis, ossia: “Le ore minori iniziano absolute,
cioè senza versetti, segni di croce, senza nessun elemento introduttivo,
direttamente – con i salmi indicati sotto.”
Ad esempio, l’Ora
Prima inizia direttamente con Salmo 53: Dio, per il tuo nome, salvami. Si
ricorda che questo stile di cantare i salmi è proprio arcaico – antichissimo.
Diversamente, secondo
la Regola di San Benedetto, tutte le ore canoniche hanno qualche elemento
introduttivo. Vediamo, quindi, una innovazione da parte di San Benedetto che,
parlando delle ore minori dice: “All’inizio si dica il versetto: Deus
in adiutorium meum intende, Domine, ad adiuvandum me festina (Dio,
vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto)” (RB 18:1). Perché questa
innovazione? Non si faceva così, infatti, prima di San Benedetto. Perché questo
versetto salmico in particolare? Nella tradizione monastica, dove si trova una
trattazione intorno a questo versetto? Negli scritti di San Giovanni Cassiano,
quando insegna un metodo da usare per la preghiera incessante. Cito un brano
dalla Conferenza X di San Cassiano – lo stile è un po’ prolisso, ma il
messaggio è chiaro:
Abba Isaia spiega a
Cassiano e al suo compagno Germano:
“Per voi dunque sarà proposta come formula di questa disciplina e di questa preghiera, da voi richiesta, quella che ogni monaco, allo scopo di tendere al continuo ricordo di Dio, deve abituarsi a coltivare con una continua ripresa da parte del cuore e dopo avere espulsa la varietà di tutti gli altri pensieri, poiché egli non potrà applicarvisi in altro modo, se prima non si sarà liberato da tutte le preoccupazioni e sollecitudini corporali. Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure do noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi [assetati, bramosi] di accoglierla. Pertanto sarà da noi suggerita a voi, conseguentemente, questa formula di vera pietà, allo scopo di raggiungere un continuo ricordo di Dio: Deus in adiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina [Sal 69]” (Conf. X, 10).
Poi, Abba Isaia
spiega tutti i pregi di questo versetto salmico, e perché è adatto alla
preghiera incessante.
Allora, San Benedetto
è stato formato dalla tradizione monastica che esisteva già secoli prima di
lui. Egli dispone che i suoi monaci leggano le Conferenze di San Cassiano.
Infatti, San Benedetto individua il nucleo dell’insegnamento di Cassiano sulla
preghiera incessante – e cioè l’uso di questo versetto – e con uno slancio
innovativo, prefigge questo versetto a tutte le ore dell’Ufficio Divino.
Che cosa vuol dire
tutto questo? San Benedetto vuole fare un ponte tra la preghiera personale e la
preghiera liturgia. Il ponte è, infatti, la preghiera incessante.
- SECONDO INDIZIO:
I nostri padri
vivevano in un’epoca in cui si esprimeva il senso della vita per mezzo dei
simboli. Un aspetto importante di questo mondo simbolico era costituito dai
numeri. Ascoltate un brano della Regola, cap. 16, che insiste su questa
simbologia:
“Si deve osservare quello che dice il Profeta: Sette volte al giorno io canto la tua lode. Questo sacro numero di sette sarà rispettato se adempiremo il dovere del nostro servizio a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, poiché a queste ore diurne si è riferito il salmista dicendo: Sette volte al giorno canto la tua lode. Quanto alla veglie notturne infatti il medesimo Profeta dice: Nel mezzo della notte mi alzavo a celebrarti. Rendiamo dunque lodi al nostro Creatore per le sentenze della sua giustizia a lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta, e alziamoci per celebrarlo nella notte” (RB 16).
Perché questa
insistenza che i monaci cantino le ore diurne dell’Ufficio Divino sette volte
ogni giorno? Perché il numero 7 significa completezza, totalità – significa che
i monaci pregano sempre, incessantemente.
Ecco due piccole spie
nella Regola di San Benedetto che ci aprono vasti orizzonti. La preghiera
liturgica – e qui si tratta in particolare dell’Ufficio Divino – è organizzato
in modo che queste forme liturgiche aiutano il monaco a pregare sempre,
incessantemente. O in altre parole, aiutano il pesce a rimanere nell’acqua.
II. TEMPO IMPIEGATO NELLA PREGHIERA LITURGICA / PERSONALE
Questa immersione
totale ha delle implicazioni concrete, perché la vita quotidiana del monaco
viene organizzata attorno a questi momenti di preghiera. Poniamoci questa
domanda: Quanto tempo ogni giorno viene impiegato nella preghiera liturgica,
secondo la Regola di San Benedetto? (Potrei darvi subito la risposta, ma
sarebbe un approccio noioso! È più interessante scoprirlo personalmente).
Ci sono due
considerazioni:
- l’Ufficio Divino
(preghiera liturgica per eccellenza) e
- la lectio divina
(la ruminazione sulla Pagina Sacra della Bibbia).
Stranamente, San
Benedetto dice ben poco sull’Eucaristia, non descrive la liturgia della Messa;
questa lacuna viene riempita dalla tradizione sviluppatasi dopo San Benedetto.
La preghiera liturgica
Vorrei elencare tutti i momenti di preghiera liturgica della giornata, secondo la Regola e la tradizione. Però, la mia capacità matematica è pessima – dovete aiutarmi a fare il calcolo. Anzi, facciamo due calcoli: uno per i giorni feriali, l’altro per i giorni festivi.
1. Il Mattutino:
di solito dura attorno ad un’ora, ma la domenica e nei giorni festivi, può
durare un ora e mezzo, o anche di più. [da un’ora: feriali; ad un’ora e
mezzo. festivi]
2. Le lodi:
attorno a 40 minuti;
3. L’ora prima insieme
all’ufficio del capitolo: 30 minuti;
4. Le ore minori
terza, sesta e nona: 10 minuti ciascuna [30 minuti];
5. La Messa
cantata – da 50 minuti ad un’ora. La Messa solenne –
un ora e mezzo;
6. I Vespri:
attorno a 30 minuti;
7. La compieta:
20 minuti.
Per un totale di h
4,30 per i giorni feriali: h 5,30 per i giorni festivi.
Ecco il tempo
impiegato per la preghiera liturgica.
L’orario monastico
prevede anche la preghiera personale, la lectio divina. Leggo la
descrizione di San Benedetto, e di nuovo, vi invito a fare il calcolo. La
domanda è questa: quanto tempo viene dedicato alla lectio divina?
Anche qui, si deve distinguere tra giorni feriali e giorni festivi.
Si tratta del cap.
48: Il lavoro manuale di ogni giorno. Non leggo tutto il capitolo, solo quei
brani che dispongono l’orario per la lectio divina.
“L’ozio è nemico dell’anima,
e perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro
manuale e in altre ore nella lectio divina.
Riteniamo quindi che
le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo con il seguente orario:
- da Pasqua fino alle
calende di ottobre... dall’ora quarta (10,00) fino a quando celebreranno sesta
(12,00) attendano alla lettura. [2 ore]
- A partire invece
dalle calende di ottobre fino all’inizio della quaresima attendano alla lettura
fino a tutta l’ora seconda... (dalle 6,00 alle 8,00) [2 ore]
- Nei giorni
della quaresima poi, dal mattino fino a tutta l’ora terza attendano alle
proprie letture… (dalle 6,00 alle 9,00) [3 ore]
- Anche nel
giorno della domenica, attendano tutti alla lettura, tranne quelli incaricati
nei diversi servizi. [diverse ore]
Apro una parentesi:
il sistema romano di calcolare il tempo consisteva nella divisione del giorno
in 12 ore, e la notte in 12 ore: il che vuol dire che nel periodo estivo, le
ore diurne sono più lunghe e le ore notturne più brevi; similmente, durante il
periodo invernale, le ore diurne sono più brevi e le ore notturne più lunghe.
Comunque sia, per comodità, facciamo il nostro calcolo basato su di un’ora di
60 minuti. Chiudo la parentesi.
La somma tra
preghiera liturgica e preghiera personale?
Giorni feriali
- fuori della
quaresima: 6,30
- quaresima: 7,30
Domenica e giorni
festivi con l’orario domenicale: 7,30
Perché così tanto
tempo di preghiera? Uso un’altra analogia, non quella del pesce, ma l’immagine
di un campo sassoso che si deve arare. È necessario arare i solchi
ripetutamente, anno dopo anno, per avere la terra veramente fertile. Allora, il
nostro cuore è un campo sassoso, e ci vuole tanta preghiera, per arare bene
quel campo.
III. I SALMI
Qual è il contenuto
principale dell’Ufficio Divino? Una percentuale molto alta di tutte queste ore
di preghiera consiste nella recita dei salmi.
Per capire l’importanza
fondamentale dei salmi come parte essenziale della preghiera monastica,
dobbiamo fare un piccolo esercizio di ermeneutica della Regola. Citerò tre
brani, che si somigliano. Il vostro compito è di individuare le frasi uguali e
la frasi diverse.
RB 4:21 Nihil
amori Christi praeponere - Nulla all’amore di Cristo anteporre
RB 72:11 Nihil
omnino Christo praeponant - Nulla a Cristo antepongano assolutamente
RB 43:3 Nihil
operi Dei praeponatur - Niente all’Opera di Dio deve essere anteposto
Quali sono le
espressioni uguali? Le espressioni diverse?
Se cerchiamo di
interpretare bene che cosa vuol dire Opus Dei nella Regola,
cioè, l’Ufficio Divino, il parallelismo di questo schema può aiutarci. Si tratta
di capire l’oggetto del verbo praeponere. Ovviamente, la parola Christo e
la frase l’amore di Cristo sono intercambiabili. Ma sembrerebbe che Christo sia
anche intercambiabile con l’Opus Dei. In altre parole, il contenuto dell’Ufficio
Divino altro non è che Cristo stesso: Nulla anteporre a Cristo, nulla anteporre
all’Ufficio!
Questa affermazione
va approfondita, perché la conclusione non è evidente.
In che cosa consiste
principalmente l’Ufficio Divino? Nei salmi. Anzi, San Benedetto indica che se i
monaci si alzano tardi e quindi si deve abbreviare qualche cosa, si possono
abbreviare le letture, ma non i salmi! Possiamo dire, dunque, che il contenuto
dell’Ufficio è Cristo, presente nei salmi.
Come è possibile? I
salmi sono dell’Antico Testamento: che cosa hanno a che fare con Cristo? Ci
sono due possibili risposte:
a) Secondo i criteri
del metodo storico-critico, i salmi non hanno niente a che fare con Cristo.
b) Secondo i criteri
dell’interpretazione della Sacra Scrittura come viene attualizzata nel Nuovo Testamento,
nei Padri e nella Liturgia – cioè, l’interpretazione spirituale – i salmi hanno
tutto a che fare con Cristo.
Vi do due esempi:
1. L’introito per la Messa di
Natale a mezzanotte viene dal Salmo 2: Dominus dixit ad me: Filius meus
es tu, ego hodie genui te. (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io
oggi ti ho generato).
Secondo il senso
storico, si tratta di un salmo di intronizzazione del re d’Israele, in cui Dio,
con un decreto solenne, fa del re il suo figlio adottivo.
Ovviamente, la Liturgia
fa una interpretazione cristologica. Chi parla? Dio Padre. Quando ha il Padre
generato suo Unigenito Figlio? Non a Natale! A Natale, la madre – Maria –
partorisce il Figlio incarnato. Ma la generazione del Figlio è una realtà prima
della creazione del mondo, prima che il tempo esistesse, un momento eterno si
potrebbe dire. La liturgia, quindi, meditando su questo versetto salmico,
approfondisce il testo del Credo che recita: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio
vero da Dio vero, generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”.
Questo metodo dell’interpretazione
spirituale è stato descritto da Sant’Agostino con una frase lapidaria: “Tutto
l’Antico Testamento parla di Cristo o ci esorta alla carità.”
In questo versetto
preso dal Salmo 2, vediamo che il Salmo parla di Cristo. Nel secondo esempio
che vi darò, vedremo come un altro salmo ci esorta alla carità.
2. Nel prologo della Regola, c’è
una allusione al Salmo 136 nel contesto di una descrizione della lotta
spirituale:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol 28).
Vediamo il salmo che
corrisponde a questo brano della Regola. È un lamento, cantato dai deportati in
Babilonia, che termina con una maledizione abbastanza brutta.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo / al ricordo di Sion. / Ai sàlici di quella terra / appendemmo le nostre cetre. / Là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportati, / canzoni di gioia, i nostri oppressori:“Cantateci i canti di Sion!” / Come cantare i canti del Signore / in terra straniera? / se ti dimentico, Gerusalemme, / si paralizzi la mia destra. / Mi si attacchi la lingua al palato / se lascio cadere il tuo ricordo, /se non metto Gerusalemme / al di sopra di ogni mia gioia.
Fin qua, tutto va
bene. È un lamento molto bello, commovente, che ispira sentimenti di
compassione. Ma il salmo prosegue; ci sono ancora due strofe che formulano una
maledizione. Nella Liturgia delle Ore attuale, hanno tolto quest’ultima parte,
perché il principio adoperato dai compilatori era quello dell’interpretazione
esclusivamente storica. I Cristiani non possono usare una maledizione nella
loro preghiera, e quindi, si devono omettere questi versetti.
La tradizione
liturgica della Chiesa, però, ha sempre incluso questi versetti, perché il
principio adoperato era sempre quello dell’interpretazione spirituale. Mi
spiego. Ecco l’ultima parte del salmo:
Ricordati, Signore, dei figli di Edom, / che nel giorno di Gerusalemme / dicevano: “Distruggete, distruggete, / anche le sue fondamenta!”
(I popoli di Edom,
che abitavano a sud-est del Mar Morto, erano nemici storici d’Israele, e hanno
collaborato con i Babilonesi nella distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C.)
Adesso viene la maledizione: / Figlia di Babilonia devastatrice, / beato chi ti renderà quanto ci hai fatto! / Beato chi afferrerà i tuoi piccoli / e li sbatterà contro la pietra!
L’uccisione crudele e
barbarica dei bambini innocenti non è una cosa bella. Come è possibile che
preghiamo questo salmo? Ascoltate ciò che fanno i Padri: un’interpretazione di
profonda intuizione psicologica e spirituale. Ecco il ragionamento:
- I Babilonesi sono nemici, e i nostri nemici sono il diavolo e tutto il suo esercito.
- Ma non si tratta di adulti Babilonesi, guerrieri, ma di bambini, quindi di tentazioni cattive del diavolo quando sono ancora piccole, impotenti, deboli.
- Si parla, poi, di una pietra. Che cosa vuol dire? San Paolo dice nella 1 Cor 10, che gli Israeliti durante l’Esodo “bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10:4). San Paolo adopera il metodo spirituale per interpretare l’Antico Testamento. Anche nel nostro caso, la roccia è Cristo.
- Conclusione: quando le tentazioni iniziano il loro attacco, quando sono ancora deboli, come bambini, precisamente in quel momento dobbiamo afferrarli e sbatterli contro la pietra che è Cristo. Se, invece, indugiamo, e lasciamo queste tentazioni / bambini crescere, diventeranno guerrieri, più forti di noi, e saremo sconfitti nella lotta spirituale.
Ascoltiamo ancora una
volta le parole di San Benedetto:
“[Il monaco], tentato dal maligno, cioè dal diavolo, lo respinge lontano dalla vista del suo cuore insieme con la tentazione stessa, e così lo annienta e, afferrando subito al loro nascere i suoi suggerimenti, li infrange contro il Cristo” (Prol. 28).
Vedete? I salmi
parlano di Cristo e della nostra vita spirituale in Cristo. Il monaco è immerso
nel mondo dei salmi, ogni giorno. Il suo immaginario simbolico è formato dalla
Bibbia (non dal televisore o dall’internet). La liturgia in genere, e i salmi
dell’Ufficio in particolare, formano il monaco e lo nutrono.
IV. IL CANTARE
L’ultima categoria è
il canto. I monaci non recitano ma cantano la liturgia. Nel monastero di
Norcia, cantiamo tutto – tutto l’Ufficio e tutta la Messa.
Quando io sono da
solo, in viaggio, o fuori del monastero, anche da solo canto l’Ufficio. Il
canto è essenziale per la liturgia monastica, perché esprime meglio tutti i
sentimenti del cuore. Il Canto Gregoriano, a causa della sua antichità, del
rapporto tra musica e parola, delle tonalità che sono diverse da quelle moderne
– per tutti questi motivi, il canto gregoriano ha una bellezza del tutto
particolare. È un canto creato per la liturgia, non per altri contesti, e
quindi ha tutte le caratteristiche della musica liturgica di cui parla Papa Pio
X: un musica sacra, bella, universale.
Cerchiamo di
sviluppare questo tema del canto monastico, canto liturgico, prendendo in
considerazione quattro punti:
a. Il canto e i sentimenti del
cuore
b. Cantare: un atto comunitario
c. Il cantare come partecipazione
ai cori celesti
d. Il canto esprime l’unità della
fede
a. Il
canto e i sentimenti del cuore
Il canto serve da
veicolo per esprimere i sentimenti più profondi dell’anima – ha quindi un ruolo
espressivo. Sant’Agostino descrive i suoi sentimenti quando ascoltava i canti a
Milano, dove Sant’Ambrogio aveva dato uno slancio notevole alla forma musicale
dell’inno.
Agostino era molto
consapevole del potere emotivo del canto, e ne aveva un certo sospetto, allo
stesso tempo riconoscendo l’effetto positivo del canto liturgico, confessava di
essere stato commosso anche lui.
Talora esagero in
cautela contro questo tranello [la pericolosa sensualità della musica]. Allora
rimuoverei dalle mie orecchie e da quelle della stessa Chiesa tutte le melodie
delle soavi cantilene con cui si accompagnano abitualmente i salmi davidici… Quando
però mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai
primordi della mia fede riconquistata e alla commozione che oggi ancora suscita
in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la
modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa
pratica (Confessioni, X, xxiii, 40).
La salmodia comunica
efficacemente non soltanto il contenuto delle parole cantate, ma ha un altro
effetto subliminale, intuitivo. Ad esempio, quando sono agitato, e vado ai
Vespri in questo stato d’animo, dopo che le onde della salmodia hanno bagnato
la sponda del mio cuore, mi sento più tranquillo, e quando i Vespri si
concludono, mi trovo di nuovo in pace. Troviamo la stessa esperienza nella
Bibbia. Si ricorda che il re Saul era afflitto da un tipo di follia. “Allora i
servi di Saul gli dissero:
“Vedi, un cattivo spirito sovrumano ti turba. Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio… Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava; Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sm 16:15-16; 23).
b. Cantare:
atto comunitario
L’atto di cantare non
è soltanto una questione personale, ma anche comunitaria. I monaci cantano
insieme. Questo fatto è già una scuola di formazione! Il prefazio della Messa
descrive gli angeli, gli arcangeli, i Cherubini e i Serafini cantando all’unisono:
una voce dicentes. Questa armonia è anche l’obiettivo del coro
monastico, e quindi dobbiamo ascoltare agli altri confratelli, moderare la
voce, il ritmo, il volume per conformarsi al canto della comunità. Il monaco
singolo deve diventare umile.
Se no, se il monaco è
superbo e vuole esibirsi, o vuole manipolare il coro affinché la comunità segua
il suo ritmo e il suo stile personale, non c’è più armonia, e si sente la
dissonanza. Papa Benedetto XVI, nel suo famoso discorso al Collège des
Bernardins a Parigi, sulla cultura monastica, cita San Bernardo, che rimprovera
severamente i monaci che disturbano l’unità del canto. San Bernardo dice che
con tale comportamento, il monaco abbandona la somiglianza di Dio, e si
precipita nella regio dissimilitudinis, “nella zona della
dissomiglianza, in una lontananza da Dio nella quale non Lo rispecchia più e
così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere
uomo.”(Benedetto XVI, Incontro con il
mondo della cultura, Collège des Bernardins, Parigi: 12
settembre 2008, p. 4).
Questo giudizio di San
Bernardo è molto severo, ma si vede quanto importante per lui è il canto all’unisono.
c. Partecipazione ai cori celesti
Abbiamo citato la
formula conclusiva del prefazio che descrive il canto dei cori celesti una
voce dicentes. È significativo che il canto dei monaci non è semplicemente
un’attività umana, di cultura musicale. È invece una partecipazione alla
liturgia celeste. Per questo, San Benedetto dice:
“Sappiamo per fede che dappertutto Dio è presente e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi, ma dobbiamo crederlo senza dubbio alcuno soprattutto quando partecipiamo all’Opera di Dio. Perciò teniamo presente sempre quello che dice il profeta: Servite il Signore nel timore, e ancora: Salmodiate con sapienza e: In presenza degli angeli canterò per te. Badiamo dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi angeli, e poniamoci a cantare i salmi in modo che il nostro spirito sia in accordo con la nostra voce” (RB 19:1-7).
d. L’unità
della fede
Ci sono tanti aspetti
del canto liturgico che potrei sviluppare ancora, ma mi limito ad uno in più.
Il canto ha la capacità di unire tutti i misteri della fede nell’unità di una
singola intuizione. Vi do un esempio.
Il Martirologio per
il Natale, traccia tutta la storia della salvezza, fino all’incarnazione del
Figlio di Dio. In un crescendo di intensità, dopo aver menzionato il periodo di
pace sotto l’imperatore Augusto, il Martirologio proclama la nascita del
Salvatore con queste parole e con questa melodia:
Ripeto l’ultima
frase: Nativitas Domini nostri Iesu Christi secundum carnem. Avete
mai sentito questa intonazione, questa melodia? Da dove viene? Quando viene
usata nella liturgia?
Ascoltate: Passio
Domini nostri Iesu Christi secundum Matteum.
Vedete? La melodia
della proclamazione della nascita di Cristo riprende esattamente la melodia
della passione. Perché? Perché il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvarci
dai nostri peccati per mezzo della sua passione. Ecco: l’unità dei misteri
della fede, comunicata con grande semplicità, per mezzo di una cantilena
liturgica.
CONCLUSIONE
Il rapporto tra
Monachesimo e Liturgia è un rapporto di immersione totale. In questo breve
incontro, vi ho dato uno schizzo di alcuni elementi che formano quest’ambiente
speciale.
1. La preghiera
incessante;
2. La mole di tempo
impiegato ogni giorno nella preghiera liturgica;
3. I salmi;
4. Il canto.
Ce ne sono tanti
altri. Concludo, quindi, con un invito: Venite e vedrete! La mia descrizione
stasera è una cosa; la vostra esperienza sarà un’altra.
Vi invito ad un mondo
di bellezza, di ascetismo, di profonda spiritualità, di incontro con il
Signore. Venite, “voi tutti che siete affaticati e oppressi … e troverete
ristoro per le vostre anime” (cf. Mt 11:29).
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