Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 10 maggio 2018

Festa dell'Ascensione di N.S.G.Cristo

L'Ascensione è il compimento della vita terrena di Gesù e la suprema glorificazione dell'Unigenito di Dio che in virtù della sua divinità ascende al cielo, attorniato dagli Angeli giubilanti e dalle Anime dei Giusti, trionfante sul demonio, sul peccato, sulla morte. Assiso alla destra del Padre, con la sua natura umana assunta, Cristo nostro Capo attende anche noi nella sua gloria che dobbiamo meritare con una degna condotta di vita. Con l'Ascensione si aprono gli ultimi tempi, il tempo della Chiesa, in attesa della seconda venuta del Figlio di Dio a giudicare gli uomini e il mondo col fuoco.


Antonio Longo, Ascensione di Gesù, 1816, Trento

Bottega siciliana, Ascensione di Gesù, 1850 circa, Caltagirone

Antonio Guadagnini (attrib.), Ascensione del Signore, 1868, Bergamo

Ambito romagnolo, Ascensione di Gesù al cielo, 1890-1910, Rimini

giovedì 12 maggio 2016

I martiri della legge naturale

Nell’Ottava dell’Ascensione, rilanciamo quest’interessante saggio sui martiri della legge naturale: SS. Angelo da Licata (o da Gerusalemme) e Stanislao di Cracovia. La memoria è stata celebrata pochi giorni fa: del primo il 5 maggio e del secondo il 7.

I martiri della legge naturale

di Cristiana de Magistris

Nella Somma teologica san Tommaso afferma che la «legge naturale» è «la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale». Secondo l’Aquinate, grazie ad una disposizione innata, la «sinderesi», l’uomo possiede la «cognizione abituale» dei principi primi della legge naturale, iscritti da Dio nella sua anima. In quest’ottica la difesa della legge naturale, la quale altro non è che la partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole, equivale in qualche modo alla difesa dei diritti di Dio, e infine di Dio stesso.
Da ciò si comprende la gravità dei peccati contro la legge naturale, e da ciò parimenti si spiega perché la Chiesa annoveri tra i suoi martiri non solo coloro che hanno versato il proprio sangue per la difesa della Fede, ma anche per la legge divina (ad esempio, san Giovanni Battista, san Tommaso Moro, san Giovanni Fisher che hanno difeso l’indissolubilità del matrimonio) e per la legge naturale. Due santi che la Chiesa ha appena commemorato (il 5 e il 7 maggio) portano questa gloriosa aureola: sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao, vescovo di Cracovia.
Sant’Angelo nacque a Gerusalemme nel 1185 da genitori ebrei convertiti al cristianesimo. All’età di 18 anni entrò fra i Carmelitani e visse nel convento sul monte Carmelo in duro ascetismo, in digiuni, preghiere e penitenze. Ordinato sacerdote all’età di 25 anni, presto cominciò a predicare e ad imitare la potenza taumaturgica dei suoi padri Elia e Eliseo compiendo i primi miracoli. Nel 1214 Alberto di Gerusalemme compose una nuova regola per l’Ordine dei Carmelitani e, 4 anni dopo, nel 1218, Angelo ebbe la missione di recarsi a Roma per sottoporre la nuova regola all’approvazione di papa Onorio III.
A Roma, Angelo incontrò san Domenico Guzman e san Francesco d’Assisi, che gli profetizzò il suo martirio. Dopo una breve permanenza nella Città eterna, Angelo fu inviato in Sicilia, dove predicò in diversi paesi ed infine, giunse a Licata. Qui, nel corso delle sue predicazioni, conobbe Berengario La Pulcella, un signorotto del luogo, di origine normanna che, oltre ad essere un caparbio cataro, da dodici anni, con indicibile scandalo del popolo, viveva una relazione incestuosa con la sorella Margherita dalla quale aveva avuto tre figli. Angelo tentò molte volte di riportare paternamente Berengario sulla retta via, ma invano.
Tuttavia, con le sue prediche sul peccato, convinse almeno la donna a ravvedersi e a fare pubblica penitenza. Margherita gridò il suo pentimento davanti al santo predicatore e alla moltitudine di persone presenti in chiesa. Fu allora che Berengario, irato oltremisura, progettò la sua vendetta. Un giorno, mentre Angelo predicava al popolo, Berengario, passando in mezzo alla folla, salì sul pulpito, e lo pugnalò con cinque colpi mortali sotto lo sguardo impietrito degli astanti. Era il 5 maggio del 1220. Prima di morire, Angelo chiese a Dio e ai fedeli di Licata di perdonare il suo assassino. Berengario pose fine alle sue scelleratezze e ai suoi infelici giorni impiccandosi nella sua stessa casa. L’Ordine Carmelitano venera sant’Angelo almeno dal 1456, e papa Pio II ne approvò il culto. Nell’arte è raffigurato con la palma del martirio in mano, tre corone (verginità, predicazione, martirio) e con una spada che gli trapassa il petto, segno del suo martirio. La sua festa si celebra il 5 maggio.
San Stanislao, nato in Polonia nel 1030 da pii e devoti genitori, si distinse fin dall’infanzia per le sue virtù. Ordinato sacerdote e fatto canonico della cattedrale, fu il modello del capitolo per l’intensità della sua vita ascetica e il lume dei suoi consigli. Dopo la morte del Vescovo Lamberto, Stanislao fu eletto suo successore. In quel tempo regnava in Polonia il re Boleslao II, uomo dai costumi quanto mai dissoluti. Nessuno tuttavia osava redarguirlo. Solo Stanislao tentava di indurlo a cambiar vita e Boleslao II, in principio, parve dar segni di pentimento. Ma le buone risoluzioni del re non durarono a lungo.
Un giorno Boleslao, nella provincia di Siradia, fece rapire a viva forza Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza. Quest’atto tirannico e immorale provocò l’indignazione dell’intera Polonia. Il Primate del regno e gli altri vescovi, che avrebbero dovuto intervenire, non volendo dispiacere al sovrano tacquero miseramente. Soltanto Stanislao ebbe la fermezza di affrontare il re, minacciando di colpirlo con le censure ecclesiastiche se non avesse posto fine alla sua vita dissoluta. Alla minaccia di scomunica, Boleslao lo ingiuriò vergognosamente dicendo: «Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo». Il Santo, senza alterarsi, rispose: «Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro».
Boleslao II risolvette di vendicarsi ricorrendo alla calunnia e, durante un’assemblea generale, accusò il Santo di essere il possessore illegittimo di un terreno, che egli invece aveva legalmente acquistato, senza però poterlo provare con documenti. Poiché i veri testimoni tacevano, temendo di dire la verità, Stanislao promise di far comparire in giudizio, entro 3 giorni, Pietro, il venditore del terreno, morto da tre anni. La proposta fu accolta con risa scroscianti e vile sarcasmo, ma dopo tre giorni, trascorsi in preghiere e digiuni, Stanislao si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
Il defunto ubbidì e il Santo lo condusse con sé al tribunale dove l’attendeva il re. «Ecco – disse Stanislao ai giudici entrando con Pietro nella sala – colui che mi ha venduto la terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza. Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo conoscete e la sua tomba è aperta». I presenti rimasero ammutoliti. Il risorto dichiarò senza reticenze che il santo Vescovo gli aveva pagato quella terra davanti ai due testimoni che qualche giorno prima avevano omesso di dire la verità. Quindi tornò nella tomba, non senza aver prima chiesto a san Stanislao di pregare il Signore perché gli abbreviasse le pene del Purgatorio.
Quel miracolo strepitoso sembrò colpire il cuore di Boleslao II che per un certo tempo parve moderare i suoi misfatti. Ma si trattò di una breve tregua seguita da peggior sorte, visto che finì poi coll’abbandonarsi anche alle abominazioni della sodomia. Stanislao, intanto, continuava a supplicare il Cielo per ottenere la conversione del re. Ma tutto fu inutile: il sovrano continuava a ingiuriarlo e minacciarlo di morte qualora avesse continuato a riprendere la sua condotta. Stanislao, allora, dopo avere chiesto il parere di altri vescovi, volendo por rimedio alla gravissima offesa fatta a Dio, scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl’interdisse l’ingresso in chiesa.
Il re, a questo punto, decise la vendetta ed ordinò alle sue guardie di uccidere Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani addosso al Santo che celebrava la Messa, stramazzarono a terra per una forza misteriosa. Il re allora si avvicinò in persona a Stanislao e, con la spada sguainata, gli fracassò la testa con tale violenza da farne schizzare il cervello contro la parete. Era l’11 aprile del 1079. Non ancora soddisfatto, il re tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge. Ma alcuni sacerdoti e pii fedeli, raccolsero quelle membra sparse, che rifulgevano di un arcano splendore ed emanavano un soavissimo profumo. San Gregorio VII (+1085) lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale.
Boleslao si pentì dei crimini commessi e terminò la sua vita in un monastero di benedettini ove, come fratello laico, rimase sconosciuto fino alla morte dedito alla penitenza e ai lavori più umili. San Stanislao di Cracovia fu canonizzato da Innocenzo IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi, tra cui la risurrezione di tre morti. La sua festa si celebra il 7 maggio, nel calendario tradizionale.
Sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao non furono uccisi in odium fidei. Il primo fu pugnalato dal signorotto incestuoso al quale il Santo rimproverava l’orribile misfatto e san Stanislao fu trucidato dal re che ammoniva per il suo libertinaggio e la sua sodomia. Si trattava dunque di peccati contro la legge naturale. Anch’essa ha i suoi diritti, che vanno difesi, e perciò ha i suoi martiri in chi muore per difenderli. Difendere la legge morale naturale, iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, equivale a difendere Dio stesso.
Non vi è un secolo che non abbia avuto i suoi martiri, gli uni per la fede, gli altri per l’unità della Chiesa, altri ancora per la sua libertà. Il XXI si è aperto con un macabro attacco alla legge naturale. Ed ha bisogno di testimoni, cioè di martiri. Ma, come scriveva profeticamente dom Guéranger, «qualunque cosa avvenga, siamo pur certi che lo Spirito di forza non mancherà agli atleti della Verità. Il martirio è uno dei caratteri della Chiesa, e non le è mancato in nessuna epoca». Questi atleti, gloria della Chiesa, con la loro vita ˗ e talvolta anche con la morte ˗ proclamano che l’amoris laetitia non consiste nell’evadere la legge, ma nell’amare Colui che dà la legge per la nostra eterna “laetitia”.

giovedì 5 maggio 2016

Orfani del Cielo – Editoriale di maggio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa dell’Ascensione al Cielo di N. S. G. Cristo, quaranta giorni dopo Pasqua, rilancio questo nuovo Editoriale di Radicati nella fede, pubblicato anche da Chiesa e postconcilio. Un contributo quantomeno indicato nell’odierna festa, giacché il Signore, prima di salire al Padre, promise di non lasciare orfani i suoi, ma di rimanere per sempre con loro (cfr. Gv. 14, 15-19): presenza che si realizza in primo luogo nella Santa Messa e poi mediante la Chiesa.


Giacomo Cavedone, Ascensione, 1640 circa, Los Angeles County Museum of Art (LACMA), Los Angeles

Antonio de Lanchares, Ascensione del Signore, 1620 circa, museo del Prado, Madrid

Francisco Bayeu y Subías, Ascensione del Signore, 1769, museo del Prado, Madrid


Benjamin West, Ascensione, 1801, Denver Art Museum, Denver

Benjamin West, bozzetto per l'Ascensione, 1782 circa, Tate Gallery, Londra

Benjamin West, Ascensione, XVIII sec., BJU Museum & Gallery, Greenville





ORFANI DEL CIELO

Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno IX, n. 5 - Maggio 2016


Terrena despicere et amare coelestia.

Quante volte, nelle orazioni della liturgia tradizionale, la Chiesa fa chiedere questo, “disprezzare le cose della terra e amare quelle del Cielo”! Quante volte nella Sacra Scrittura vi è un continuo richiamo ad alzare lo sguardo alle cose eterne:
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1-2).
È il frutto cosciente della Pasqua cristiana: siccome Cristo è risorto ed è asceso alla destra del Padre, tu sai che la vita vera è la vita eterna e devi ormai vivere proteso verso ciò che è definitivo. Cristo è risorto, tu devi risorgere con lui, non puoi più vivere come se questo non fosse accaduto, non puoi vivere per qualcosa di meno! Ma il vivere per Cristo, vincitore del peccato e della morte, vuol dire vivere protesi verso i beni eterni, verso il Paradiso, verso il Cielo: cercate le cose di lassù.
Il cristianesimo ammodernato ha invece avvelenato tutto e ci ha fatti orfani del Cielo. Sì, orfani del Cielo!
Il cristianesimo che ci è stato passato in questi anni è un cristianesimo terreno, preoccupato di dimostrare di essere utile a questo mondo.
La Madonna a Fatima non sbagliò di certo quando parlò degli errori che la Russia, se non si fosse convertita, avrebbe sparso nel mondo: il Marxismo-Comunismo è stato il più orrendo ribaltamento della religione cattolica, il sovvertimento dell'unica vera religione. Il Marxismo-Comunismo ha, in modo demoniaco, proiettato gli uomini verso un messianismo terreno: il messia atteso diventa la società nuova, che nasce dalla rivoluzione, dove tutti saranno uguali; la società comunista.
Solo che nella maggioranza dei casi ci fermiamo, nel considerare il male di questa religione ribaltata e atea che è il Comunismo, al fiume di sangue prodotto dalle sue persecuzioni. Certo, milioni di morti ha sulla coscienza, le sue mani grondano di sangue, ma il suo male non è solo qui e innanzitutto qui. L'azione malefica del Comunismo ateo è quella propria di ogni eresia: l'avvelenamento della Chiesa.
E la Chiesa, tragicamente, al Concilio Vaticano II, decise di non condannare esplicitamente il Comunismo ateo e così il male non trovò più barriere per penetrare nel Tempio di Dio.
Abbiamo assistito in questi anni ad una Chiesa sempre più preoccupata di dimostrare, ai comunisti e ai post-comunisti, di essere utile alla società. Una Chiesa dimentica della vita soprannaturale, che cade sempre più nel Naturalismo; una Chiesa più simile ad una associazione di volontariato, una Chiesa tutta interna alla moderna società.
Certo, il Cielo non è negato, in questa Chiesa, ci mancherebbe altro! Non è negato, ma è abbandonato come orizzonte ultimo, come “uscita di sicurezza” di questa vita terrena che gli uomini, laici o cattolici che siano, programmano tra di loro. Un Cielo lontano-lontano ...
Capita della nuova vita cristiano-moderna, quello che accade in troppi funerali: si accompagna all'estremo saluto chi è stato perfettamente indifferente a Dio, lo si commemora dal punto di vista umano, e poi gli si concede la prospettiva di un utopico cielo da cui lui ci guarderebbe ora, tanto per esorcizzare la morte.
Esattamente come quei cattolici impegnati nel volontariato del mondo che, finito tutto il loro daffare, sperano che il loro agitarsi non finisca con la morte, perché Dio concede un'altra vita.
Questa è la vita eterna del catto-comunista,  o se volete del cattolico naturalista: per lui è reale la vita di quaggiù e chiede a Dio di proseguirla dopo l'inevitabile smacco della morte corporale. È l'avvelenamento del Cristianesimo, è il suo ribaltamento, predetto a Fatima.
Totalmente differente è la prospettiva cattolica: la vita reale è la vita eterna, che è la vita vera. È così reale, dalla Resurrezione di Cristo, che il cristiano è chiamato a volerla e desiderarla con tutta la fibra del proprio essere... cercate le cose del Cielo
Altro che orizzonte su cui proiettare le nostre speranze ed esigenze umane!, è l'esatto contrario: la vita eterna con Dio è così vera che è essa a proiettare sulla vita di quaggiù una prospettiva totalmente nuova. L'uomo deve vivere, qui ed ora, per il Cielo; e tutto ciò che dice e fa deve essere per il Cielo; e se non è per il Cielo non è degno di questo mondo. 
La Chiesa è stata posta nel mondo perché gli uomini non dimentichino questo.
La Chiesa e il cristiano sono posti nel mondo perché gli uomini non si impadroniscano di Dio per benedire le loro cose umane, ma perché le umane vivano delle eterne e siano così salvate.
La Chiesa c'è perché il Cielo salvi gli uomini. 
Ma la chiesa ammodernata ci ha fatto orfani del Cielo, e interessandosi freneticamente delle cose della terra ha lasciato gli uomini nella solitudine.
Ma questa chiesa ammodernata, senza il Cielo, non sarà mai la Chiesa di Dio.
La Messa della tradizione, e lo sperimenta chi la vive con fedeltà, è la Messa del Cielo:  tutta protesa alle cose di Dio possa rimetterci nella giusta posizione.
Cercate le cose di lassù: questo cercare inizia dalla Messa di sempre.

giovedì 14 maggio 2015

Viri Galilaei (Introito dell'Ascensione)




“Viri Galilaéi, quid statis aspiciéntes in cælum? Hic Jesus, qui assúmptus est a vobis in cælum, sic véniet, quemádmodum vidístis eum eúntem in cælum” (Act. 1, 11 – Intr.) - IN ASCENSIONE DOMINI




La solennità liturgica dell’Ascensione, meno antica della Pentecoste, è tuttavia tra le più antiche del ciclo, e benché essa la si trovi tra le testimonianze documentarie prima d’Eusebio (De solemnitate paschali, cap. V, in PG 24, col. 699B-700B), nondimeno pure allora la festa era già così universale che sant’Agostino poté attribuirne la prima istituzione agli Apostoli stessi. Nell’antichità la caratteristica della festa odierna era una solenne processione che si faceva verso mezzogiorno in ricordo degli Apostoli, quando accompagnarono Gesù fuori della città, sul monte degli Ulivi. A Roma, era il Papa che, dopo gli uffici notturni e la messa celebrata sull’altare di san Pietro, era incoronato dai cardinali, e verso l’ora di sesta si recava, accompagnato dai vescovi e dal clero, al Laterano.
Oggi Gesù s’è involato alla vista dei suoi discepoli fedeli, i quali stanno tuttavia con gli occhi rivolti al cielo, sforzandosi di rivedere ancora una volta il divin Maestro. Ma questa vita contemplativa, tutta assorta nella visione beatifica del paradiso, è riservata agli eletti della Chiesa trionfante. Quelli sì che hanno il loro premio in mercede contemplationis, come si esprime sant’Agostino in una celebre omelia che la liturgia ci fa leggere nel Breviario il giorno di san Giovanni Evangelista. La nostra vocazione, al contrario, dev’essere in opere actionis; per cui, oggi, la liturgia, nell’introito, con una melodia che è tra le più superbe della raccolta gregoriana, ci ripete le parole degli Angeli agli Apostoli: «O uomini di Galilei, perché ve ne state a guardare in cielo? Quel Gesù che si è involato in cielo al vostro sguardo, ritornerà di nuovo in eguale maestà».
Ita veniet. Ecco la nostra consolazione nei dolori e nell’isolamento della vita. Gesù si è allontanato, ma Egli certamente ritornerà. Quest’attesa di Gesù deve determinare, per dir così, tutto il ritmo della nostra vita interiore, col cuore palpitante e cogli occhi della fede che fissano lassù il cielo.
La suprema glorificazione del Capo che oggi va ad assidersi alla destra del Padre in cielo, si trasfonde nelle membra, al pari di quel balsamo profumato che, secondo il Sal. 133 (132), dal capo di Aronne discese sulla sua fluttuante barba e sulle sue splendide vesti pontificali. Quest’unzione spirituale è il carisma dello Spirito Santo, che oggi Gesù dal cielo impetra sulla Chiesa. Il nesso quindi tra l’Ascensione e la Pentecoste è assai intimo. L’una non si spiega senza l’altra.

Ercole Ramazzani, L'Ascensione, 1594


Paolo Veronse - Pietro Damini, Ascensione del Signore, 1575, Arcivescovado, Olomouc


Giuseppe Bartolomeo Chiari, Ascensione di Gesù, XVII sec., Concattedrale dei SS. Marziale e Alberto, Colle Val d'Elsa


Ambito veronese, Ascensione di Gesù, 1683 circa, museo diocesano, Trento 

Francisco Camilo, Ascensione, 1651, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcellona

Benjamin West, Ascensione, 1801, Denver Art Museum, Denver


Gebhard Fugel, Ascensione di Cristo, 1893-94, chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, Obereschach


Gustave Doré, L'Ascensione, 1879, Petit Palais, Parigi