Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 11 febbraio 2023

La Madonna di Lourdes ed il diritto. Il legame antico della Vergine con la regione della Bigorre

Oggi, 11 febbraio, è una delle feste mariane, che ricorda una mariofania, assieme a quella del 13 maggio, più care alla devozione popolare.

Mi son sempre chiesto perché la Vergine scegliesse queste località, sovente in luoghi montuosi, spesso inaccessibili o comunque non facilmente raggiungibili. Certo non lo sapremo mai. Né mai potremmo sperare di comprendere i disegni imperscrutabili di Dio.

Ma forse per Lourdes c’è qualche antico legame – e per la verità anche per Fatima – che può essere investigato. Un legame che è giuridico, fondato sul diritto. Sì, avete capito bene, col diritto e con la legge. Col diritto feudale, in particolare.
Le scelte di Dio non sono frutto del caso fortuito.
Per Lourdes, c'è un legame, che risalirebbe a Carlo Magno e sicuramente ad oltre un millennio fa.


Anni fa, Vittorio Messori riferiva – per la prima volta in Italia – nel suo bestseller “Ipotesi su Maria”, oggi riedito nel 2020 dalla casa editrice Ares,  di un testo di tale Émile Brejon, un avvocato di Bordeaux fattosi storico anche per un debito di riconoscenza alla Vergine: la madre, infatti, era stata guarita miracolosamente alla Grotta.

Questo bâtonnier (presidente) dell’Ordine degli avvocati della sua città – dove, tra l’altro, fece tappa per alcune ore Bernadette nell’unico viaggio della sua vita, recandosi al convento di Nevers – raccolse il frutto delle sue ricerche in questo libriccino, che ho a casa, stampato da un editore ad Avignone nel 1926. Il titolo è significativo: Notre-Dame de Lourdes avant les apparitions de 1858 («Nostra Signora di Lourdes prima delle apparizioni del 1858»). Il sottotitolo: Un chapitre d’histoire tombé en oubli («Un capitolo di storia dimenticato»). Il testo può leggersi online qui. Nel 1983 il libretto era ripubblicato in reprint da una piccola editrice di provincia, ma ha continuato a circolare in modo ridotto, tanto che non se ne trova traccia neppure in molte delle bibliografie specializzate.
Il punto centrale del libro era la risposta alla domanda: «Pourquoi Lourdes en France?». Ma perché, rispondeva, qui la Vergine è «chez Elle», è «a casa sua» e «in nessun altro luogo al mondo sarebbe forse stata così a casa sua come lo è qui».

Come ci racconta il Messori nel suo libro Ipotesi su Maria, alle pagg. 159 ss. della nuova edizione ed in alcune inchieste giornalistiche (v. qui) e conferenze (v. qui), in effetti, stando a una tradizione antichissima (e confermata da consuetudini altrettanto antiche, suffragate da documenti coevi), il castello e la città di Lourdes furono dati in feudo, ai tempi di Carlo Magno, alla Vergine venerata nel grande e celebre santuario di Le Puy-en-Velay, il luogo mariano che per secoli fu il più prestigioso di tutta la Francia. Dunque, la Madonna del Puy («poggio», in francese antico) era stata dichiarata «Signora e sovrana» di Lourdes, con il diritto a un omaggio annuale – che ne riconosceva l’autorità, secondo le consuetudini feudali – che, in questo caso, consisteva in erba e in zolle di terra tratte dal prato davanti al castello.

Come Brejon dimostrava, ancora per la festa dell’Assunta del 1829 (dunque solo 29 anni prima delle apparizioni a Bernadette), una rappresentanza delle ragazze di Lourdes affrontò per l’ultima volta, dopo oltre un millennio di tradizione, il lungo viaggio fino a Le Puy, nel Massiccio Centrale, circa cento chilometri a ovest di Lione, per portare a Maria, «Signora e contessa della città», l’antico omaggio. Qui, tra l’altro, sembra sfuggire a Brejon, nota sempre il Messori, un particolare che dà a pensare: l’erba e le zolle portate a Maria, a segno della sua autorità su Lourdes, dovevano essere prese, come comandava la consuetudine, dal «prato del Conte» che si stende ai piedi del castello. Ebbene, questo è il luogo che ai tempi di Bernadette era indicato come domaine de Savy, la «tenuta di Savy», ed è l’attuale esplanade davanti alle basiliche, dove si svolge ogni sera la processione eucaristica. Non basta, perché questo luogo, che da tempo immemorabile simboleggiava con la sua terra stessa la signoria di Maria sulla città, scomparsa la contea di Bigorre, passò in proprietà – sin dal secolo XVI – alla «Confraternita del Santissimo Sacramento». Ab immemorabili, dunque, ci riferisce il Messori, questo luogo è «terra della Vergine» e anche «terra dell’Eucaristia».

Lourdes ed il suo castello sarebbero, dunque, un «feudo di Maria» e la costituzione di questo titolo feudale sarebbe avvenuta in modo al contempo poetico e drammatico. Carlo Magno, di ritorno dalla Spagna, avrebbe invano assediato la fortezza che da sempre stava e tuttora sta, anche se trasformata in museo, sulla roccia, e che era tenuta allora dai musulmani. Poiché i difensori non si arrendevano, e Carlo già pensava di levare l’assedio, il vescovo di Le Puy, che faceva parte del suo seguito, si recò a parlamentare con il capo saraceno dicendogli: «Poiché non vuoi cedere ad alcun uomo, cedi a una Signora: la Madre di Dio venerata a Le Puy». Toccato dalla grazia, il musulmano accettò il patto e, seguito dai suoi, cavalcò sino a quel già celebre luogo di culto: tutti i capi saraceni portavano legati alle lance dei fascetti di erba e di fiori falciati nel prato sotto la roccia dove sorgeva la fortezza. Posero quei fascetti – in segno di sudditanza – sull’altare di Maria. Il capo già musulmano chiese il battesimo e, da «Mirat» come si chiamava, assunse il nome di «Lordus»: Lourdes da lì avrebbe poi preso la denominazione, mentre prima era chiamata «Mirambel».

A conferma dell’antichissimo diritto feudale di Notre-Dame du Puy su Lourdes sta anche il fatto che lo stemma di entrambe le città è costituito da un’aquila. Quella di Lourdes ha le ali spiegate e porta nel becco un pesce: forse a simboleggiare che viene dai monti del Centro della Francia a portare il Cristo, il cui simbolo antichissimo è appunto un pesce?

Brejon sintetizzava così: «Nostra Signora di Le Puy, dopo essere stata riconosciuta “Signora e Contessa” di Lourdes e della sua cittadella sin dai tempi di Carlo Magno, è divenuta “Signora e Contessa” dell’intera Contea di Bigorre, per l’atto di sottomissione spontaneo e volontario che il conte Bernardo I concesse al Capitolo di Le Puy, per se stesso e per tutti i suoi successori, nell’anno 1062».
È infatti il 1062 l’anno in cui, recatosi appositamente con la moglie sino al lontano santuario della Gallia centrale, venendo dalla sua Bigorre, il conte Bernardo decideva di far depositare ogni anno sessanta scudi sull’altare della Vergine «a titolo di censo». E, cioè, secondo il diritto feudale, come segno di vassallaggio a Maria; che, così, da «Signora» di Lourdes lo diventava di tutta la regione, la Bigorre appunto. Al contempo, Bernardo lanciava l’anatema contro i suoi discendenti che non avessero riconosciuto il vassallaggio, pagandone la relativa rendita. Il documento è giunto integralmente sino a noi ed è tuttora conservato all’archivio dell’antica Bigorre, a Pau.
Nel santuario di Le Puy, Maria era venerata sotto il titolo di «Annunciata» da tutti i popoli d’Europa. I quali vi accorrevano in enormi masse soprattutto quando il 25 marzo coincideva con il Venerdì santo, ed era allora possibile godere del Grande Perdono, cioè dell’indulgenza plenaria concessa dai papi.

Il prestigio del luogo era tale che, stando alla tradizione – alla quale aderiva lo stesso san Bernardo –, qui sarebbe nata la Salve Regina, la preghiera più recitata dopo l’Ave Maria e che il Medioevo chiamò «l’antifona di Le Puy». Qui, nel 1449, si stabilì l’usanza, presto diffusasi in tutta la cristianità, di recitare l’Angelus non solo all’alba e al tramonto, ma anche a mezzogiorno. Non vi era lì, dunque, un culto locale, bensì universale, al punto che la Vergine nera sull’altare (bruciata poi, nel 1794, dal vandalismo rivoluzionario su un falò formato dalle carte dell’archivio, dopo essere stata portata dove si impiccavano i malfattori sulla carretta dell’addetto alle fogne), al punto che questa Vergine fu chiamata, da santi e papi, Mater omnium, Madre di tutti.

Il tributo dovuto alla «Contessa e Signora» fu versato ogni anno sull’altare di Le Puy fino a quando durò la contea della Bigorre. Anzi, nel 1303, per una disputa tra il re d’Inghilterra e i canonici del santuario di Le Puy, il Parlamento di Parigi, dopo avere riesaminato i titoli legali, ribadì solennemente che Lourdes e la Bigorre erano «dominio di Maria». Nel 1307, Le Puy concedeva la sua contea pirenaica al re di Francia (era Filippo il Bello, quello della soppressione dei Templari), ma anche il nuovo sovrano doveva riconoscere, secondo il trattato che fu steso, di non essere che «vassallo», che «amministratore» di quella Terra Virginis, che era la Bigorre. A prova di quella sudditanza, il re impegnava se stesso e i suoi successori a versare al santuario di Le Puy il censo – assai elevato – di 300 lire tornesi all’anno. Da allora, tutti quelli che si alternarono sul trono di Francia mantennero l’obbligo dell’omaggio, pagando il diritto di amministrare ciò che apparteneva alla Madonna stessa. Fu solo la fine sanguinosa della monarchia, con la decapitazione del re e della regina, la proclamazione della repubblica, la persecuzione del clero, l’abolizione della diocesi di Le Puy, lo spogliamento del santuario, il rogo della veneratissima immagine stessa; fu solo, insomma, il dramma della Grande Révolution che sembrò porre fine per sempre ai diritti della Vergine su Lourdes e la sua intera regione, la Bigorre.

Sembrò, diciamo, perché una ripresa, per quanto breve, vi fu con la Restaurazione. Infatti, nel 1827 Carlo X, successore di Luigi XVIII, ristabilì la diocesi di Le Puy e ricominciò a versare il tributo dovuto.

E le giovani di Lourdes si recarono al lontano santuario a portarvi l’omaggio dei sudditi, le erbe e i fiori colti davanti al castello. Ma durò pochissimo: pare che il 15 di agosto del 1829 sia stata l’ultima volta in cui l’antica Bigorre si presentò sul monte Anis a riannodare ufficialmente i legami con Le Puy.

L’anno seguente, un’altra rivoluzione portava sul trono Luigi Filippo, il «re borghese» del quale abbiamo già parlato e che, in gioventù, aveva parteggiato per quei giacobini che avevano bruciato la Vergine nera, trasportandola al rogo sul carretto delle immondizie. Un personaggio che, di certo, non intendeva rispettare gli obblighi assunti dai sovrani precedenti. Così, in quel 1830, le autorità cessavano per la prima volta (a parte, ovviamente, gli anni della tormenta rivoluzionaria) di riconoscere l’autorità mariana su Lourdes e sulla Bigorre, autorità riconosciuta forse dall’epoca carolingia, certamente dal 1062, dal diploma di Bernardo I.

Osservava Brejon, uomo di legge, che i diritti di un feudatario su una terra si estinguevano dopo trent’anni dai mancati adempimenti degli obblighi «censuari» (il pagamento, cioè, delle rendite) e degli onori dovuti al signore stesso. I termini della prescrizione, nel nostro caso, iniziavano in quel 1829 in cui per l’ultima volta la Bigorre si era presentata a Le Puy con i suoi rappresentanti a portare l’omaggio dovuto. Dunque, nel 1859 i diritti di Maria sulla sua terra di Lourdes sarebbero caduti in prescrizione. Nel 1858, ecco la «Signora» (questo il nome con cui, significativamente, la chiamava Bernadette) apparire in una cavità della collina davanti al castello dove per secoli la sua bandiera aveva diritto di sventolare.

Annotava Brejon (ripreso dal Messori): «Senza dubbio, le prescrizioni della terra sono vane in Cielo e la Vergine Maria non aveva bisogno di difendere dei diritti riconosciutile dagli uomini per essere la più nobile delle Dame e per essere ovunque a casa sua. Certo: la corona di Contessa della Bigorre sulla fronte non le aggiungeva alcuna grandezza. Eppure, è caro ai nostri cuori pensare che la Vergine abbia amato questo legame terrestre che dovette forse alla pietà di Carlo Magno, di certo a quella del principe Bernardo. È all’ultima ora (un anno prima soltanto della prescrizione, che iniziava nel 1859, ma in tempo comunque utile) che Ella stessa è apparsa nella Bigorre per chiedervi, con l’omaggio dei suoi cari e antichi vassalli, quello di tutto il mondo. L’omaggio del mondo? Ebbene, sì: non era questo che avveniva a Le Puy nei secoli cristiani, dove era invocata come “Madre di tutti”?».




Antonio Ciseri, Apparizione della Vergine a Lourdes, 1879, Chiesa del Sacro Cuore, Firenze




mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.

martedì 25 dicembre 2018

Auguri di Santo Natale per i lettori del Blog

Nel Santo Giorno di Natale non possiamo dimenticare il Festeggiato, la vera Luce del Mondo, che nessuno può fermare, nonostante i suoi nemici.
L’augurio del nostro Blog è, quindi, di ricordare che il Natale è questo ricordo. Tutto il resto, benché scintillante, distrae l’attenzione dal vero Protagonista, il Signore Gesù.
D’altro canto, come nota il prof. Massimo Viglione in un suo post, «Tre Natali della nostra fede, della nostra civiltà, della nostra storia.
- Natale dell'anno 800: in San Pietro, un Re conquistatore e profondamente cristiano, in ginocchio davanti al Vicario di Cristo, come i Re Magi si inginocchiarono a Cristo, viene incoronato Imperatore: nasce simbolicamente la Res Publica Christiana, la nostra società, la più grande civiltà mai esistita;
- Natale 1223: a Greccio, un umile frate di nome Francesco, tutto ricolmo di amore per Cristo, "inventa" il presepe: segnando da quel momento la storia stessa di tutte le chiese e le famiglie cattoliche;
- Natale 1914: nel momento tragico del più grande massacro della storia umana, preparato e voluto al fine della distruzione della società nata simbolicamente nel Natale dell'anno 800, i soldati del fronte franco-tedesco, spontaneamente, escono dalle trincee per vivere un momento di fratellanza in nome del Santo Natale.
Nei giorni in cui il Natale è divenuto coca-cola, rossetto e lingerie, nei giorni in cui gli stessi preti della "neo-chiesa" bestemmiano il presepe o lo buttano nell'immondizia per far posto alla nuova "religione" del migrante mondialista, nei giorni del... "Buone feste"... ricordare questi tre meravigliosi istanti della nostra civiltà è senz'altro opera utile. Il Natale è solo la festa della venuta al mondo della Luce del Mondo, della Salvezza, della Speranza. Dal Natale è nata la nostra civiltà, siamo nati noi» (Fonte: Facebook, 24.12.2018).
Il nostro augurio non è “scomodo”. Oggi, ma anche ieri, gli auguri scomodi erano quanto di più conformista e radical-chic ci potesse essere, impregnati com’erano di sentimentalismo buonista, mondialista, ecc., distraendo dal vero Protagonista ed allontanando l’attenzione dal Mistero che si compì in quell’oscura cittadina della Giudea, Betlemme, il cui nome, in ebraico, Beit Leem, è “Casa del Pane” ed, in arabo, Bayt Lam, “Casa della Carne”. Pane e Carne, ecco racchiuso nel nome di quel luogo tutto il Mistero, che si compì e che avrà il suo culmine nel Sacrificio del Calvario: il Figlio di Dio si fa Carne e Pane (nell’Eucaristia) per noi.
Questo i cristiani, estatici, devono contemplare e per il quale devono rendere gloria a Dio, come gli angeli, che portarono l’annuncio ai pastori in veglia al loro gregge: Gloria in excelsis Deo!
Per questo, il nostro augurio a tutti i frequentatori e lettori del Blog non può che essere quello evangelico, che pone al centro di tutto non l’uomo, ma il Verbo:




In principio erat Verbum,
et Verbum erat apud Deum,
et Deus erat Verbum.
[…]
Erat lux vera,
quæ illuminat omnem hominem
venientem in hunc mundum.
In mundo erat,
et mundus per ipsum factus est,
et mundus eum non cognovit.
In propria venit,
et sui eum non receperunt.
[…]
Et Verbum caro factum est,
et habitavit in nobis :
et vidimus gloriam ejus,
gloriam quasi unigeniti a Patre
plenum gratiæ et veritatis.
(Joan. 1, 1. 9-11. 14)

Auguri di Santo Natale nel Signore!!!




sabato 13 ottobre 2018

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

Mons. Nicola Bux rilascia al noto giornalista vaticanista Aldo Maria Valli una bella intervista.
Lo stesso ricorda alcuni profili problematici del “magistero” dell’attuale vescovo di Roma. Se ne potrebbero aggiungere, effettivamente, pure altri. Basti ricordare la famosa lettera al giornalista E. Scalfari (non le interviste, dove, peraltro, vi sono affermazioni assai gravi, ma che non sono entrate nel “magistero” ufficiale del medesimo), che nega l’esistenza di una legge morale naturale oggettiva, al di fuori dell’uomo, cadendo nel soggettivismo, nel relativismo e nella c.d. etica della situazione («… Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. …»). Si tratta della traduzione, in ambito morale, del principio kantiano secondo cui ognuno è legge a se stesso («Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me»: espressione realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio, “il cielo stellato”, sarebbe il noumeno, che starebbe oltre l’uomo e quindi non sarebbe realmente conoscibile così come è, ma solo come apparirebbe, mentre la legge morale starebbe dentro l’uomo e quindi sarebbe soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo fosse legge a se stesso). Per approfondimenti sul tema, rinviamo a Dalla Nouvelle Théologie alla Nuova Morale della Situazione, in Sì sì, no no, Anno XXXX, 2014, fasc. 13.
Anche Amoris laetitia, giustamente, osserva Mons. Bux, pone molti problemi. Per di più, proprio in relazione a questo documento ed alla pubblicazione dei Criteri stabiliti dalla regione ecclesiastica di Buenos Aires, plauditi – come noto – dallo stesso Vescovo di Roma, e pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis nell’ottobre scorso (v. il nostro contributo qui) il problema si è aggravato, giacché numerose conferenze episcopali, nazionali e regionali, si sono subito affrettate a sposare in pieno quelle direttive. Pensiamo, ad es., in primis ai vescovi della regione ecclesiastica dell’Emilia Romagna. Ma non solo a loro evidentemente. Parimenti la questione si è aggravata a seguito di una nuova missiva dello stesso vescovo di Roma, questa volta al patriarca di Lisbona, il card. Manuel Clemente, che riprende i criteri degli argentini e che da sempre – è noto – è a favore della comunione ai divorziati c.d. risposati. Anche qui la lettera di Bergoglio del giugno 2018, plaudiva a questo provvedimento, additandolo quasi a mo’ di esempio, riconoscendo nello stesso «lo sforzo di un pastore e di un padre …, consapevole del dovere di accompagnare i suoi fedeli» (cfr. Pope personally thanks Portuguese cardinal for Amoris guidelines, in Catholic Herald, Jul. 13, 2018; trad. it. di S. Paciolla, Papa ringrazia Patriarca Lisbona per Linee Guida su Amoris Laetitia, in Il blog di Sabino Paciolla, 13.7.2018Il cardinal-patriarca di Lisbona dà l’esempio accompagnando le coppie in seconda unione, in Aleteia, 17.7.2018Papa agradece Patriarca de Lisboa por documento sobre aplicação de Amoris Laetitia, in Acidigital, 13 Ju. 2018Per il testo, vPope Francis’ letter of thanks to Patriarch of Lisbon on Amoris Laetitia note, in Actualitade Religiosa, 12 de julho de 2018I criteri del patriarca portoghese, dal titolo Nota para a receção do capítulo VIII da exortação apostólica ‘Amoris Laetitia’, sono qui e sono stati presentati il 13 febbraio scorso, vqui; il testo della missiva del vescovo di Roma è qui). 
E sorvoliamo sul grave vulnus aperto con la nota questione circa la presunta anti-evangelicità della pena capitale, a cui si riferisce Mons. Bux e che noi abbiamo richiamato qui, evidenziando come si tratti di un insegnamento dissonante rispetto al magistero perenne della Chiesa ed alla stessa Rivelazione. Insomma, delle dissonanze su cui la Chiesa, prima o poi, con serena obiettività, dovrà interrogarsi per essere ancora credibile. Auspichiamo che questa intervista possa contribuire ad aprire questo dibattito sereno, che si estenda anche alla valutazione – come indicato dallo stesso Mons. Bux, al quale non sfuggono le problematiche pratiche che un’ipotetica accusa di “eresia” possa porre (sebbene in linea teorica possa sollevarsi nei confronti di un papa) – circa la rinuncia, o pretesa tale, di Benedetto XVI. Anzi, questo sarebbe proprio l’auspicio: che questo profilo sia approfondito nella giusta ottica storico-giuridica valutando la natura giuridica dell’atto e le sue conseguenze.

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

La questione degli abusi sessuali nella Chiesa ha un po’ messo in disparte il dibattito su Amoris laetitia e su tutto ciò che ne era seguito a proposito di aderenza del magistero alla retta dottrina. Ma, com’è ovvio, le questioni sono collegate. Appare dunque il caso di riprendere il filo della discussione e lo facciamo con uno specialista, monsignor Nicola Bux, teologo consultore della Congregazione per le cause dei santi, dopo esserlo stato in quella della dottrina della fede, del culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie.
Autore, fra numerosi altri libri, del saggio Pietro ama e unisce. La responsabilità del papa per la Chiesa universale (Edizioni Studio Domenicano), monsignor Bux è appena rientrato in Italia dall’Argentina, dove, a Buenos Aires, è stato invitato al XXI Encuentro de formacion catolica, sul tema La liturgia, fuente y expresion de la fe.

Don Nicola, eresia e scisma, parole che sembravano sparite dal vocabolario dei cattolici, stanno tornando al centro di numerose analisi e osservazioni sulla situazione attuale della Chiesa. Vogliamo fare un po’ il punto sullo status quaestionis dopo Amoris laetitia e il successivo dibattito?
Mi sembra che dopo la pubblicazione, avvenuta il 24 settembre 2017, della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie)e la Dichiarazione promulgata a Roma, dalla conferenza del 7 aprile scorso, dove intervennero i cardinali Brandmüller e Burke, l’idea che il papa stesso, mediante il suo magistero, sia incorso in affermazioni eretiche è ormai al centro di un vasto dibattito, che di giorno in giorno si fa sempre più appassionato. All’origine c’è l’esortazione apostolica Amoris laetitia, nella quale, secondo i quaranta firmatari della Correctio (saliti nel frattempo a duecentocinquanta, senza contare le migliaia di adesioni collegate all’iniziativa) sarebbero rintracciabili ben sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti.
È appena il caso di notare che i problemi, almeno per quanto riguarda Amoris laetitia, si sono notevolmente aggravati e complicati. Come noto, sono stati pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis la lettera di papa Bergoglio ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires ed i criteri indicati da questi ultimi per l’accesso alla comunione da parte dei divorziati passati a nuove nozze, il tutto accompagnato da un rescritto ex audientia SS.mi del cardinale segretario di Stato, che, su approvazione del papa, considera questi due precedenti documenti come espressione del “magistero autentico” dell’attuale papa e, quindi, come magistero a cui prestare devoto ossequio di intelletto e volontà.
Parallelamente, il cardinale Brandmüller, uno dei quattro porporati dei dubia (gli altri sono Burke, Meisner e Caffarra, gli ultimi due nel frattempo scomparsi) in un articolo ha rilanciato l’idea, che anch’io avevo manifestato, di una professione di fede da parte del papa.

A questo proposito, don Nicola, anche alla luce delle dichiarazioni del cardinale Müller sulla necessità di una pubblica disputatio su Amoris laetitia e delle parole del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Parolin, secondo il quale “all’interno della Chiesa è importante dialogare”, è realistico immaginare che dal papa possa arrivare una risposta e che si possa giungere a una sua professione di fede per dissipare dubbi e ombre?
L’unità autentica della Chiesa si fa nella verità. La Chiesa è stata posta dal Fondatore – Colui che ha detto: “Io sono la verità” – come “la colonna e il fondamento della verità” (1 Tim 3, 15). Senza la verità non sussiste l’unità, e la carità sarebbe una finzione. L’idea che la Chiesa sia una federazione di comunità ecclesiali, un po’ come le comunità protestanti, renderebbe difficile al papa fare una professione di fede cattolica. Infatti, dopo i due ultimi sinodi, si sono fatte strada una fede e una morale che potremmo definire, almeno, a due velocità: prova ne sia che in taluni luoghi non è possibile dare la comunione ai divorziati risposati e in altri sì. Non pochi vescovi e parroci, pertanto, si trovano in grande imbarazzo, a causa di una situazione pastorale instabile e confusa. Stando così le cose, mi sembra realistico pensare a un “tavolo” all’interno della Chiesa, per capire che cosa sia cattolico e cosa non lo sia: un confronto dottrinale, dal quale soltanto dipende la pastorale. Lo sviluppo dottrinale trae sempre giovamento dal dibattito. L’esempio viene da Joseph Ratzinger, che prima da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi da papa ha ricevuto vari teologi dissenzienti, confrontandosi con loro.

E se il confronto non ci sarà?
Temo che si approfondirà l’apostasia e si allargherà lo scisma di fatto. Proprio il confronto razionale e caritatevole all’interno della Chiesa renderebbe necessaria la professione di fede del papa, con abiura, evidentemente, degli eventuali errori ed opinioni erronee dichiarate sino a quel momento, per riaffermare la fede cattolica quale termine di paragone, regola della fede di ogni cattolico. Tra l’altro questa situazione è diventata ancor più urgente a seguito delle ultime novità introdotte dal papa, come quella relativa alla definizione di “antievangelicità” della pena capitale: definizione svolta, in maniera discutibile, mutando un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo una visione decisamente storicistica, e che pone una serie di problemi. Pure di coscienza. Tanto più che i precedenti catechismi, penso a quello Romano o Tridentino o a quello cosiddetto Maggiore di San Pio X, insegnavano la legittimità della pena capitale e la sua piena conformità alla Divina Rivelazione. Il catechismo tridentino addirittura definiva la norma, che consentiva all’autorità statale di comminare ad un reo, colpevole di gravi delitti, la giusta pena, non esclusa quella capitale, come “legge divina”. Ed i problemi, dicevo, sono notevoli, perché o si ammette che la Chiesa abbia insegnato la legittimità di qualcosa di anti-evangelico praticamente da duemila anni o si deve ammettere che sia stato papa Bergoglio ad errare, ritenendo anti-evangelico ciò che, al contrario, è conforme almeno astrattamente alla Rivelazione. La questione è molto delicata. Ma prima o poi dovrà porsi. E non solo per la pena capitale.

Molti si chiedono: se il papa si sente libero di cambiare un articolo del Catechismo secondo le mutate esigenze del popolo di Dio o la diversa sensibilità dell’uomo d’oggi, potrà farlo anche in altri punti, ancora più rilevanti?
È un interrogativo davvero inquietante e, del pari, una legittima preoccupazione quella di tenere indenne il depositum fidei dalle sensibilità contingenti della società di oggi o di domani.
Tornando alla domanda iniziale, sarebbe necessaria una professione simile a quella che Paolo VI fece nel 1968, al fine di riaffermare ciò che è cattolico, di fronte agli errori e alle eresie che si erano diffuse subito dopo il concilio Vaticano II, in specie a causa della pubblicazione del Catechismo olandese. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di riaffermare alcune verità sui sacramenti, sulla morale e sulla dottrina sociale della Chiesa, e parimenti rigettare quanto di dubbio o erroneo possa essersi diffuso, pure involontariamente, su tali temi.

Qualcuno ha osservato che l’iniziativa della Correctio, per quanto clamorosa, non è una novità, perché già ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e ancor prima di Paolo VI, vi furono manifesti e petizioni di teologi, chierici e laici, sia a carattere individuale sia organizzati. Si trattò di prese di posizione di studiosi i quali, ritenendo che il Concilio Vaticano II, attraverso l’anti-dogmatismo o lo sviluppo disomogeneo del dogma, avesse introdotto una rottura con la Chiesa precedente, accusavano quei pontefici di centralismo e di non apertura alle istanze della modernità. Lei trova che si tratti davvero di un’analogia con quanto sta avvenendo oggi?
No, perché quello era un attacco non-cattolico al magistero cattolico. In modo speculare, altri teologi e laici, che nutrivano sospetti sul Concilio, manifestavano la contrarietà ad ogni sana innovazione. In entrambi i casi si trattò di proteste e non di correzione. Ora i primi, collocati nei posti chiave dell’establishment ecclesiastico, tacciono o conducono una difesa d’ufficio, senza mai entrare nel merito delle eresie che vengono contestate, in particolare, all’esortazione apostolica Amoris laetitia. Occorre ricordare che San Pio X, nell’enciclica Pascendi, avverte che non confessare mai chiaramente la propria eresia, è il comportamento tipico dei modernisti, perché in tal modo possono occultarsi all’interno della Chiesa.

Ma perché secondo lei sarebbe auspicabile una professione di fede? E se il papa, come tutto lascia pensare, non la farà, che cosa potrebbe succedere?
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”. L’allontanamento e la deviazione dalla fede si chiama eresia, parola che viene dal greco “airesis” e vuol dire scelta e assolutizzazione di una verità, minimizzando o negando le altre che sono nel novero delle verità cattoliche (ricordo a questo proposito che von Balthasar scrisse un saggio intitolato “La verità è sinfonica”). Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo san Roberto Bellarmino, il papa può essere giudicato. Ricordo che Bellarmino fu anche prefetto del Sant’Uffizio, figura che ha proprio la funzione di sorvegliare sul rispetto dell’ortodossia della fede da parte di tutti, compreso il papa, il quale peraltro è il primo a dover svolgere tale funzione di controllo. Il papa è chiamato dal Signore a diffondere la fede cattolica, ma per farlo deve dimostrarsi capace di difenderla. Gli ortodossi – i cristiani d’Oriente separati da Roma – si chiamano così proprio perché hanno sottolineato il primato della vera fede quale condizione della vera Chiesa. Altrimenti la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità. Di conseguenza, chi non difende la vera fede decade da ogni incarico ecclesiastico, patriarcale, eparchiale eccetera.

Scusi don Nicola, sta dicendo che in caso di eresia, proprio come un cristiano eretico cessa di essere membro della Chiesa, anche il papa cessa di essere papa e capo del corpo ecclesiale, e perde ogni giurisdizione?
Sì, l’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di papa Cornelio (cfr Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa. È noto che il papa è nello stesso tempo membro e parte della Chiesa, perché la gerarchia è all’interno e non sopra la Chiesa, come affermato in Lumen gentium (n. 18)Di fronte a questa eventualità, così grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cfr. Tito 3,10-11). Inoltre la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il papa perderebbe ipso facto il pontificato. Per la teologia e il diritto canonico, pertinace è l’eretico che mette in dubbio una verità di fede coscientemente e volontariamente, cioè con la piena coscienza che tale verità sia un dogma e con la piena adesione della volontà.
Ricordo che si può avere ostinazione o pertinacia in un peccato d’eresia commesso anche solo per debolezza. Inoltre, se il papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il papa non si comporta da papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico».

Ammettiamo, comunque, che si possa arrivare a un tal punto. Quali le conseguenze per la fede e per la Chiesa?
Chi vuol essere papa non può rinnegare la verità cattolica, anzi, deve aderirvi in toto se vuole rivendicare l’autorità magisteriale. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa, sottolineando che il papa non può “imporre una propria opinione”, ma deve “richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo”, perché “in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale”, la Chiesa può solo “acconsentire alla volontà di Cristo”. Nel caso di opposizione tra il testo di un documento pontificio e altre testimonianze della Tradizione, è lecito a un fedele istruito, e che abbia accuratamente studiato la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento stesso. Nel caso di Amoris laetitia c’è chi ha dimostrato che il documento è farraginoso e contraddittorio in non pochi punti, e le citazioni di san Tommaso sono apposte a proposizioni che sostengono cose contrarie al pensiero dell’Angelico. Si comprende, quindi, quanto ebbe a scrivere Joseph Ratzinger: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità” (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400). In breve, se il papa non custodisce la dottrina, non può esigere la disciplina; se poi perdesse la fede cattolica, decadrebbe dalla Sede apostolica. “Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25). Di conseguenza il papa che, quale persona privata, si identificasse con l’eresia, non sarebbe più Sommo Pontefice o Vicario di Cristo sulla terra.

Lei stesso, però, ha detto che ci sono difficoltà pratiche non di poco conto…
Per un papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 c.i.c. Nessuna chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che anche in caso di accusa di eresia, o addirittura vera e propria apostasia del papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Faccio un paio di esempi. Il primo che mi viene in mente è quello del papa Marcellino. Questi, secondo le fonti antiche, in special modo il Liber Pontificalis, dinanzi alla grande persecuzione dioclezianea del IV secolo d.C., avrebbe ceduto ed avrebbe offerto incenso agli idoli, avrebbe cioè apostatato, sebbene ciò non sarebbe del tutto storicamente certo (per esempio, alcuni autori e storici della Chiesa antica, come Eusebio di Cesarea e Teodoreto di Ciro, negano questa circostanza, affermando che questo papa rifulse, invece, durante la Grande persecuzione). A seguito di ciò, sarebbe stato convocato un sinodo a Sinuessa, località tra Roma e Capua, nei pressi dell’attuale Mondragone, nel 303 con lo scopo di accertare e dichiarare l’apostasia del papa. Ora, è vero che gli atti di questo sinodo sono considerati apocrifi e risalenti al VI secolo, tuttavia è indubbio che da essi emerge il chiaro rifiuto dei sinodali di accertare e condannare Marcellino per il suo atto di apostasia. Anzi, i sinodali chiedono allo stesso papa di giudicare il suo gesto ed auto-comminarsi la giusta punizione, riconoscendo nei confronti del papa una sorta di immunità da giurisdizione, proprio per quel principio che ho sopra detto e cioè che la Prima Sede non può essere giudicata da nessuno. Per la cronaca, Marcellino, comunque, pare si pentì del gesto, testimoniò la sua fede e morì martire. Per questo è venerato come papa e martire il 26 aprile.



Il secondo caso è quello di papa san Leone III e del suo famoso giuramento, rappresentato da Raffaello in un celebre affresco della Stanza dell’incendio di Borgo nelle celebri Stanze del Palazzo apostolico. Vi compare il papa Leone III in abiti pontificali, che presta il suo giuramento sui Vangeli, dinanzi a Carlo Magno ed ad una folla di dignitari, laici ed ecclesiastici, ed al popolo di Dio, il 23 dicembre dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro. Il papa era accusato – sebbene le fonti antiche non siano molto precise al riguardo – di spergiuro ed adulterio (non si sa con chi) da parte dei nipoti del predecessore, papa Adriano I. Venuto a Roma Carlo Magno per mettere ordine tra coloro che appoggiavano il papa e gli oppositori, il papa, liberamente, “senza essere giudicato e corretto da nessuno, spontaneamente e volontariamente”, si purificò dinanzi a Dio delle colpe, dichiarando e professando la sua innocenza dalle accuse mossegli. Il papa concluse: “Questo dichiaro spontaneamente per eliminare ogni sospetto: non già che ciò sia prescritto dai canoni, neppure che così io voglia creare un precedente ed imporre un tale uso nella santa Chiesa ai miei successori ed ai miei confratelli nell’episcopato”.
Nel dipinto di Raffaello compare una scritta: Dei non hominum est episcopos iudicare, cioè: Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi. Si tratta di un’allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense V, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.

Insomma, tante difficoltà pratiche…
Un’ulteriore difficoltà è, poi, nell’individuazione degli esatti contorni di un’eresia. Guardi, a differenza del passato, la teologia non è più affidabile, ma è diventata una sorta di arena nella quale converge tutto ed il suo contrario. Per cui, affermata una verità, vi sarà sempre qualcuno disposto a difendere l’esatto contrario. Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves …” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili. È stato scritto: “Giungerà anche un tempo delle prove più difficili per la Chiesa. Cardinali si opporranno a cardinali e vescovi a vescovi. Satana si metterà in mezzo a loro. Anche a Roma ci saranno grandi cambiamenti” (Saverio Gaeta, Fatima, tutta la verità, 2017, p. 129). E questo grande cambiamento, con papa Francesco, lo possiamo vedere in maniera palpabile, stante la chiara intenzione di segnare una linea di discontinuità o rottura con i precedenti pontificati. Questa discontinuità – una rivoluzione – genera eresie, scismi e controversie di varia natura. Tutte, però, possono ricondursi al peccato. E questo lo constatava già Origene: “Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola” (In Ezechielem homilia, 9,1, in Sources Chrétiennes 352, p. 296).

Anche la liturgia ha risentito di tutto ciò, e lei lo ha scritto più volte nei suoi libri…
Esatto. Si celebra come se Dio non fosse presente, un’animazione mondana. Ma qui ci confortano le parole che sant’Atanasio di Alessandria rivolgeva ai cristiani che soffrivano sotto gli ariani: “Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente. Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta, chi mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo… Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che la mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto più i violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada” (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp. 411-412). Preghiamo, però, che la Divina Provvidenza intervenga a favore della Chiesa, affinché non accada che possiamo trovarci dinanzi all’eventualità che ho descritto; lo auspicava, a meno di un mese dalla rinuncia di Benedetto XVI, anche l’insigne canonista gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, al termine di un importante articolo (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013).

In conclusione, possiamo dire che l’eresia non consiste solo nel diffondere dottrine false, ma anche nel tacere la verità sulla dottrina e sulla morale?
Certamente sì. Se a qualcuno desse fastidio il termine dottrina, usi il termine insegnamento, perché entrambi sono la traduzione del greco didachè. Dove manca la dottrina, vi sono problemi morali, come stiamo vedendo! Quando il papa e i vescovi fanno questo, utilizzano il loro ufficio per distruggerlo. Dice sant’Agostino: pascono se stessi, cercano i propri interessi, non già gli interessi di Gesù Cristo, proclamano la sua parola ma per diffondere le loro idee. Il nome di Gesù Cristo, diceva il cardinale Biffi, è diventato una scusa per parlare d’altro: migrazioni, ecologia eccetera. Così non siamo più unanimi nel parlare (1 Cor 1,10) e la Chiesa è divisa.
A proposito, si evitino ulteriori modifiche ai testi del messale romano in lingua italiana, in specie al Padre Nostro, perché produrrebbero ulteriori divisioni tra i fedeli.

A cura di Aldo Maria Valli