Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 8 febbraio 2020

Il tempo pre-quaresimale nella tradizione cristiana


Tra le argomentazioni indarno usate dai modernisti per giustificare uno dei maggiori scempi del calendario riformato del 1969, ovverosia l’abolizione del tempo di Settuagesima, una colpisce particolarmente per la sua erroneità storica: che tale tempo fosse stato un’invenzione medievale della Chiesa Cattolica volta a sedare gli eccessi del carnevale profano. Ci occuperemo qui anzitutto di dimostrare come le origini di questo tempo siano molto più antiche e comuni a diverse tradizioni; poi, analizzeremo il tempo di Settuagesima confrontando la tradizione romana e bizantina.

Origini storiche del tempo di Settuagesima

Il tempo di Settuagesima non è in realtà un vero e proprio “tempo”, ma piuttosto la collazione di tre domeniche (Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima), caratterizzate da una moderata penitenza in preparazione al grande rigore del digiuno quaresimale, venutesi a formare in modo indipendente in età patristica o poco più tardi. San Massimo di Torino ci informa in un sermone del 465 dell’approvazione dell’anticipazione della Quaresima di una settimana, in modo da portare il numero di giorni di digiuno quanto più vicino possibile a 40, considerando che il sabato e la domenica ne erano esenti: nasce così la cosiddetta Quinquagesima.
Ancora nel VI secolo troviamo pareri discordanti sull’opportunità della cosa: i concili lionesi rigettano la pratica, mentre San Cesario, nella sua Regola per le Vergini, la raccomanda, e anzi consiglia ai monaci di aggiungere un’ulteriore settimana di digiuno: si tratta della Sessagesima. Bisogna dire che questa introduzione era modellata su di un uso che aveva preso piede in Oriente da almeno un paio di secoli, quello di “graduare” l’inizio digiuno, iniziando prima a eliminare la carne, poi le uova e i latticini, venendosi così a creare un periodo prequaresimale di preparazione del corpo all’astinenza, durante il quale non tutti i cibi sono leciti, ma è lungi l’asprezza del digiuno quaresimale. San Gregorio Magno attesta l’esistenza di due settimane di digiuno prequaresimale a Roma, che diventano tre nel giro di un secolo; allo stesso periodo risale più o meno l’introduzione di elementi penitenziali nella liturgia romana di queste tre settimane, con la soppressione del Gloria e dell’Alleluja e l’uso dei paramenti violacei.
Sta di fatto che un tempo prequaresimale è ben presto attestato in tutte le tradizioni: la Settuagesima latina, di cui abbiamo riassunto l’origine, ricalca il Triodion bizantino, così come troviamo due “domeniche prima della Quaresima” nel rito armeno, e periodi simili in altri riti orientali. Persino il calendario luterano e quello anglicano, pur essendo creati in spirito distruttore, non ebbero cancellata quest’antica prassi ascetica: ma ciò che nemmeno Lutero fece, lo fecero i modernisti del secolo scorso...

Confronto puntuale tra prassi romana e bizantina

La Settuagesima latina, come ricorda il Catechismo di San Pio X, ha lo scopo primario di "allontanare con segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare ad essi lo spirito di penitenza": gli uffici di questo periodo raccontano le vicende dei patriarchi d'Israele, portandoci a considerare il castigo divino per il peccato e la giusta ricompensa per l'obbedienza. La tradizione latina perse abbastanza presto (già nel Medioevo appare scomparso) l'uso del digiuno di Settuagesima, e questo permise che nell'Occidente profano, nei secoli del degrado morale, i divertimenti del Carnevale (che più anticamente avevano la loro collocazione subito dopo l'Epifania) venissero ritardati sino a ridosso dell'inizio della Quaresima. Cionondimeno, la Chiesa si adoperò sempre per combattere queste usanze demoniache, mantenendo comunque una rigida prassi per questo periodo: "Per conformarci ai disegni della Chiesa in questo tempo - scrive S. Pio X nel suo Catechismo - bisogna star lontani dagli spettacoli e dai divertimenti pericolosi, e attendere con maggior diligenza all'orazione e alla mortificazione, facendo qualche visita straordinaria al Santissimo Sacramento, massime quando sta esposto alla pubblica adorazione; e ciò per riparare a tanti disordini, coi quali Iddio in questo tempo viene offeso".
Più lungo e decisamente più ricco, sia dal punto di vista dei testi liturgici che della pratica cristiana, avendo conservato l'arcaica graduazione del digiuno, è il tempo prequaresimale del rito bizantino, che viene definito Τριῴδιον, semplicemente per il fatto che il Canone del Mattutino è in queste settimane particolarmente breve, constando di sole tre odi anziché le nove consuete. In queste settimane, la Chiesa fa meditare ai suoi fedeli il tema del perdono e del giudizio, e li sottopone a un moderato digiuno per abituarli ai rigori futuri, costituendo - secondo i commentatori antichi - un'esercitazione soprattutto della mente (mentre il digiuno quaresimale sarebbe un'esercitazione del corpo, e le liturgie della Settimana Santa un'esercitazione dello spirito).
Di seguito propongo un confronto puntuale e sinottico del calendario romano con quello bizantino. Si tenga presente che la data dipende da quella della Pasqua, che è diversa tra i due calendari.

TEMPO
CALENDARIO ROMANO
CALENDARIO BIZANTINO
PREPARAZIONE REMOTA
In queste settimane la Chiesa Romana fa proseguire le tematiche che hanno caratterizzato la festa dell’Epifania, con il Tempo dopo l’Epifania, incentrato prevalentemente sulle manifestazioni della Divinità di Cristo e sui suoi miracoli (nei Vangeli si leggono gli episodi delle Nozze di Cana, della guarigione del lebbroso, del salvataggio della barca dalla tempesta …), e sull’adorazione della maestà divina (l’introito della prima domenica principia Omnis terra adoret te, quello della seconda Adorate Deum).
Non c’è dunque preparazione remota, e si inizierà a parlare di penitenza solo dalla Settuagesima.
In questo periodo si collocavano i divertimenti del Carnevale in epoca più antica, non ostacolando dunque, ma precedendo, la penitenza settuagesimale.
Con la Domenica di Zaccheo (che nell’uso greco cade tra la Teofania e il Triodion, mentre nell’uso slavo cade sempre la domenica prima del Triodion), la Chiesa eccita gli spiriti dei fedeli a ricercare la penitenza e il pentimento, e ad ardere del desiderio di veder Gesù Cristo.
Con la Domenica del Pubblicano e del Fariseo inizia il Triodion: dalla contrapposizione tra l’atteggiamento di preghiera dei due personaggi del Vangelo, la Chiesa insegna ai fedeli a riconoscere i propri peccati e a pentirsene con contrizione di cuore, piuttosto che esaltare i propri meriti.
Tutti i testi liturgici odierni sono impostati sull’umiltà, sulla frase di Cristo: "Πᾶς ὁ ὑψῶν ἐαυτὸν ταπεινωθήσεται, ὁ δὲ ταπεινῶν ἐαυτὸν ὑψωθήσεται".
In questa settimana sono sospesi tutti i digiuni, compreso quello del mercoledì e del venerdì: si esortano i fedeli a celebrare l’ultima festa, prima di iniziare il periodo di conversione e penitenza.



SETTUAGESIMA
Dunque, con la Domenica di Adamo (Circumdederunt, o di Settuagesima) la Chiesa inizia a far meditare ai fedeli i temi penitenziali: al Mattutino si legge la pericope della Genesi che narra della caduta dei progenitori e del loro giusto castigo, e si racconta, attraverso la storia di Abele, il dominio del male sul mondo dopo il peccato originale. L’epistola della Messa ci ricorda che, per conseguenza del peccato originale ereditato, viviamo nella condizione di non poter fare a meno di commettere peccato attuale; il Vangelo, invece, attraverso la parabola degli operai nella vigna, racconta la vocazione delle nazioni a Dio, volgendosi al quale anche gli ultimi a farlo troveranno misericordia.
A partire da questa domenica non si canta il Gloria alla Messa né il Te Deum al Mattutino, l’Alleluja è sostituito da un salmo detto Tractus, e si usano paramenti violacei.
Con la Domenica del Figliuol prodigo i fedeli sono invitati, attraverso la lettura della parabola evangelica, a meditare l'infinita misericordia di Dio, che, in virtù del suo amore infinito, è pronto a perdonare chiunque si rivolga a lui con cuore contrito, con il pentimento delle proprie colpe. La Chiesa invita così a ritornare con umiltà a Dio durante la ventura Quaresima, con la certezza che Dio accoglierà con benevolenza coloro che sono realmente pentiti.
Al termine del Polyeleos, si canta per la prima volta il salmo 136 "
Ἐπὶ τῶν ποταμῶν Βαβυλῶνος", che accompagnerà la liturgia di tutto il tempo prequaresimale; gli antichi commentatori legavano la sua presenza in questa domenica al tema dell'esilio richiamato dal racconto evangelico.



SESSAGESIMA
Con la Domenica di Noè (Exsurge, o di Sessagesima) la Chiesa fa considerare il diluvio universale, mandato da Dio per castigo dei peccatori, e come solo il giusto Noè ebbe modo di scamparne; questo episodio domina tutto il Mattutino. L’Epistola e il Vangelo della Messa, invece, ci insegnano con quale atteggiamento dobbiamo accogliere e mettere in pratica il messaggio di Cristo per poter sperare nel perdono divino e nella salvezza.
Con la Domenica di Carnevale (Κ. τοῦ κρεατοφάγου, o del Giudizio Finale), la Chiesa ricorda ai fedeli, attraverso l'apocalittica descrizione del Giudizio Finale contenuta in Matteo XXV, che tutti dovranno esser giudicati da Gesù Cristo in base alla fede e alle opere, e che per ottener la salute eterna è necessario, dopo esser tornati a Cristo (come ricordava la domenica precedente), di seguirlo, adorarlo, e obbedire ai suoi comandamenti; e che qualora si mancasse ai precetti di Nostro Signore, a nulla varrebbe confidare nella sua grande misericordia, poiché noi stessi ci siamo consegnati all'eterna dannazione.
Questo è l'ultimo giorno in cui è permesso mangiare carne (donde il nome della domenica): dal lunedì seguente ne sarà vietato il consumo, ancorché sarà permesso quello di uova e latticini, in graduale preparazione alla Quaresima.



QUINQUAGESIMA
Con la Domenica di Abramo (Estomihi, o di Quinquagesima) la Chiesa propone a considerare tre cose: principalmente, attraverso il Mattutino, la vocazione di Abramo, la cui vita è tutta sintetizzata nella fedeltà a Dio, nell'osservanza dei suoi comandamenti e nel sacrificio e nella rinuncia ad ogni cosa in ossequio alla volontà di Dio. Secondariamente, attraverso l’epistola di S. Paolo, la gran virtù della carità, necessaria per imitare il nostro padre nella fede. Nel Vangelo invece ci è proposto l’episodio della guarigione del cieco, simbolo dell’accecamento spirituale dei peccatori, che se però, come lui, vorranno cambiare la loro condizione, saranno accolti ed esauditi dal Signore.
Con la Domenica dei latticini (Κ. τοῦ τυροφάγου, o del Perdono) i fedeli sono invitati a meditare la caduta di Adamo ed Eva, il peccato originale e le sue conseguenze (come nella Settuagesima romana). Dal Vangelo invece sono esortati ad accogliere le istruzioni che Cristo stesso fornisce in Matteo VI su come esercitare il perdono, il digiuno, l'elemosina e l'orazione durante il prossimo tempo penitenziale.
Questo è l'ultimo giorno in cui sono permessi le uova e i latticini: dal lunedì seguente, fino a Pasqua, i cristiani osserveranno il grande digiuno, senza consumare alcun alimento di origine animale (eccetto il pesce, ma solo il sabato e la domenica).
Nei tre giorni che precedono l’inizio della Quaresima, almeno dal XVII secolo, è uso di esporre il Santissimo Sacramento alla pubblica adorazione per 40 ore consecutive (donde il nome di Quarantore), per offrir riparazione ai peccati dell’umanità e perché i fedeli, tralasciando le tentazioni della mondanità, possano trovare la pace spirituale in vista della Quaresima adorando Cristo vero e vivo.



INIZIO DELLA QUARESIMA
Con il Mercoledì delle Ceneri iniziano compiutamente il digiuno e la penitenza quaresimale. In questo giorno, i fedeli consumano un solo pasto, privo di carne (prima del XX secolo, anche privo di uova e latticini); nei giorni successivi della Quaresima, tranne le domeniche e le feste di precetto, consumeranno nuovamente un solo pasto, astenendosi dalle carni però solo il mercoledì, il venerdì e il sabato (prima del XX secolo, ci si asteneva quotidianamente dalla carne, e dalle uova e dai latticini in alcuni giorni).
In questo giorno, prima della S. Messa, il sacerdote benedice solennemente le ceneri ricavate dalla bruciatura dei rami della Domenica delle Palme dell'anno precedente, e con esse traccia un segno di croce sulla fronte di ciascun fedele; con tale rito si dà inizio al tempo di penitenza e di conversione, ma si eccita anche il sentimento dell'umiltà di cuore, ricordando la flebile natura umana con l'ammonimento: Memento, homo, quia pulvis es, et in púlverem revertéris.
Il rito quaresimale della S. Messa e dell'Ufficio Divino nel rito romano prevede alcuni cambiamenti rispetto alla prassi ordinaria (assenza del Gloria e dell'Alleluja, salmodia penitenziale, etc.), che erano stati in massima parte già introdotti in tempo di Settuagesima, ma che vengono amplificati in questo più forte tempo penitenziale, durante il quale ogni giorno vi sono letture e Vangeli differenti, che esortano massimamente il cristiano a vivere con intensità questo periodo di preparazione alla Santa Pasqua.
La Divina Liturgia di questa domenica è l’ultimo ufficio prequaresimale: dopo Nona inizia infatti la Grande Quaresima (vide infra).
Dunque, la Quaresima bizantina principia due giorni prima di quella romana.
Il Vespro della domenica dei latticini è il primo servizio quaresimale: dopo il congedo, i fedeli si recano singolarmente dal sacerdote, gli fanno una metania e gli domandano perdono; questi li perdona, poi fa una metania e domanda a sua volta perdono, e lo riceve; poi il sacerdote lo benedice con la croce. Tradizionalmente, anche i fedeli si chiedono e concedono vicendevolmente perdono.
Con il Lunedì puro inizia il digiuno della Grande Quaresima ed iniziano i servizi secondo il rito quaresimale, che sono il Vespro con le prostrazioni e le preghiere penitenziali (tra cui quella di S. Efrem), la Liturgia dei Presantificati che sostituisce il Santo Sacrificio nei giorni feriali (nelle parrocchie si celebra solo il mercoledì e il venerdì, ogni giorno nei monasteri), e il Grande Apòdeipnon che sostituisce il Piccolo (che si canta nel resto dell'anno).
Dal lunedì al giovedì della prima settimana si cantano durante l'Apòdeipnon alcune strofe del Grande Canone di S. Andrea di Creta, meraviglioso poema inneggiante alla penitenza e alla contrizione di cuore, che sarà poi cantato integralmente nella V settimana. Al venerdì invece si canta la prima stasi dell'Akathistos alla Madonna, le cui stasi successive saranno riposte nei venerdì seguenti della Quaresima.

domenica 14 aprile 2019

La "processione dell'asino": l'antico costume liturgico-popolare della Domenica delle Palme a Gerusalemme e a Mosca

Pubblichiamo volentieri, rilanciandolo, questo contributo su un curioso costume liturgico-popolare dell’odierna Domenica.

La "processione dell'asino": l'antico costume liturgico-popolare della Domenica delle Palme a Gerusalemme e a Mosca

di Nicolò Ghigi

Introduzione

Giotto, Ingresso in Gerusalemme, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305, Padova

Nella Sacra Scrittura, l'asino viene menzionato oltre centocinquanta volte [1]. Dagli asini di Abramo (Genesi XII, 16) all'asino di Balaam (Numeri XXII, 21-33), che riconosce la presenza dell'Angelo di Dio ben prima del suo stolto padrone, l'onagro ricopre un ruolo molto importante nella narrazione biblica, tanto da essere l'animale più presente dopo (ovviamente) l'agnello e la pecora; non deve stupire nemmeno che la propaganda anticristiana dei primi secoli accusasse i Cristiani di venerare un dio-asino [2], dacché comunque esso doveva esser ricompreso tra gli animali simbolici legati al testo scritturale. Due volte nei Vangeli un asino porta Nostro Signore: durante la fuga in Egitto e la domenica delle Palme. A voler sconfinare nella tradizione popolare, vi sarebbe anche l'asino che insieme al bue riscaldò il Salvatore nella notte della sua Natività, ancorché questa sia una credenza diffusa in Occidente, tanto da entrare nel popolare Presepe, ma non supportata da alcun Vangelo né canonico né apocrifo [3].
Sulle derive superstiziose medievali dell'importanza tribuita all'onagro dal Cristianesimo, molto si ebbe a scrivere. Alquanto noto è il costume, nato in Francia nell'XI secolo, ma diffusosi successivamente anche a Firenze, di celebrare, nei giorni successivi alla Circoncisione una festa in onore dell'asino che portò il Signore nel suo viaggio in Egitto, detta appunto "festa dell'asino", o anche "festa dei folli" per via di alcuni usi popolari di sovvertimento dell'ordine costituito, che ricordano i Saturnalia romani [4]. In occasione di quella festa, un asino, condotto in solenne processione all’altare, veniva addestrato ad inginocchiarsi in momenti indicati e a ragliare tre volte alla risposta rituale. «Alla fine della Messa – è scritto in un codice manoscritto risalente all’XI secolo – il prete, anziché pronunciare Ite missa est, raglierà tre volte, e in luogo di Deo gratias il popolo risponderà tre volte hi-ha» [5]. Nella Biblioteca del Re a Parigi è parimenti attestato un canto, attribuito a Pierre de Corbeil (+1222), dedicato a questa specifica festività, Orientis partibus.
Questa festa, concentrato di superstizione popolare, tradizione pagana e cenni di Cristianesimo, nonostante un’aperta condanna del Concilio di Basilea del 1431, essa sopravvisse fino al secolo XVI. Poi, durante l’epoca della Riforma e della Controriforma, a poco a poco scomparve. I cronisti raramente ne deplorano la scomparsa. [6]
Col tempo, la considerazione popolare per l'asino mutò sensibilmente. In realtà, la concezione di questo animale era stata ambigua sin dall'antichità e per tutto il Medioevo. Se da una parte l'asino, cavalcatura dei profeti, in molti miracoli medievali ricalcati sul summenzionato episodio biblico di Balaam, l’asino s'inginocchia dinanzi all’Ostia consacrata, d'altra parte, per il Physiologus e molti altri bestiari, l'asino rappresenta il demonio; senza contare l'immagine di animale ottuso, lussurioso e ostinato (donde anche l'espressione contemporanea "essere un asino") tramandataci da Apuleio e da Fedro [7], nonché l'importanza dell'asino rosso in alcuni culti misterici, come apprendiamo dal De Iside et Osiride di Plutarco [8].
Tornando tuttavia all'argomento precipuo del nostro intervento, resta da considerare la tradizione, molto meno inficiata dalla superstizione popolare (se non in qualche pia leggenda che attribuiva al ruolo giocato dall'animale nell'episodio evangelico la spiegazione della criniera cruciforme dell'asino), forse proprio per il rispetto nei confronti dei Divini Misteri della Passione e Risurrezione del Redentore, della Domenica delle Palme. Come Nostro Signore, nel suo trionfale ingresso in Gerusalemme, s'era assiso su di un'asina, parimenti il Vescovo, piuttosto che un altro dignitario, in questa processione "faceva la parte di Cristo", sedendosi su un onagro e così incedendo nella solenne processione. I riti della Settimana Santa, ancor oggi, mantenendo un venerabile carattere d'antichità, tendono infatti a mischiare, o meglio a contaminare (come direbbero i commediografi latini), gli atti propriamente liturgici con le Sacre Rappresentazioni, muovendo così a spirituali affetti i fedeli nel vedere, coi loro propri occhi e non solo per speculum et in aenigmate, ripetersi gli eventi della Passione. Alla stessa funzione si possono ricondurre altri atti liturgici della Grande Settimana, come anche lo stesso canto della Passio [9].
Quantunque molte siano le attestazioni di "processioni dell'asino" nella tradizione medievale di tutta la Cristianità, nel presente studio ci si concentrerà unicamente su due usi locali, ovvero quello gerosolimitano e quello moscovita.

La "processione dell'asino" nella tradizione gerosolimitana

Et iam cum coeperit esse hora undecima, legitur ille locus de euangelio, ubi infantes cum ramis uel palmis occurrerunt Domino dicentes: Benedictus, qui uenit in nomine Domini. Et statim leuat se episcopus et omnis populus, porro inde de summo monte Oliueti totum pedibus itur. Nam totus populus ante ipsum cum ymnis uel antiphonis respondentes semper: Benedictus, qui uenit in nomine Domini. Et quotquot sunt infantes in hisdem locis, usque etiam qui pedibus ambulare non possunt, quia teneri sunt, in collo illos parentes sui tenent, omnes ramos tenentes alii palmarum, alii oliuarum; et sic deducetur episcopus in eo typo, quo tunc Dominus deductus est. Et de summo monte usque ad ciuitatem et inde ad Anastase per totam ciuitatem totum pedibus omnes, sed et si quae matrone sunt aut si qui domini, sic deducunt episcopum respondentes et sic lente et lente, ne lassetur populus, porro iam sera peruenitur ad Anastase. Ubi cum uentum fuerit, quamlibet sero sit, tamen fit lucernare, fit denuo oratio ad Crucem et dimittitur populus. [10]
E quando si fa l’ora undicesima, si legge quel passo evangelico in cui gli infanti andarono incontro al Signore con rami d’ulivo e di palma dicendo: Benedetto colui che viene nel nome de Signore! E subito si alzano il vescovo e tutto il popolo, poi dalla cima del monte degli Ulivi si avvia una processione. Così tutto il popolo procede davanti a lui tra inni e antifone acclamando sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! E tutti gli infanti che vi sono lì, anche quelli che non possono camminare perché troppo piccoli e sono portati in spalla dai propri genitori, tengono in mano dei rami, alcuni d’ulivo e altri di palma; e così si accompagna il vescovo al modo stesso in cui fu accompagnato il Signore. E dalla cima del monte sino in città, e poi tutti camminano attraverso tutta la città fino al luogo della Risurrezione, e, sia che vi siano uomini o donne, così accompagnano il vescovo rispondendo, e lentamente in tal modo, perché non si stanchi il popolo, e fattasi ormai sera si giunge al luogo della Risurrezione. Una volta ivi giunti, benché sia sera, tuttavia si celebra la liturgia del lucernario [11], si fa di nuovo una orazione alla Croce, e si congeda il popolo.
Con queste parole Egeria, pellegrina che nel IV secolo visitò i luoghi santi, lasciandoci nelle pagine del suo Itinerarium splendide descrizioni delle consuetudini anche liturgiche della Terra Santa, descrive l'ufficiatura della Domenica delle Palme. Non si menziona qui la Messa, semplicemente perché, trattandosi di una domenica, era stata ovviamente celebrata al mattino e senza risentire troppo nella struttura della vicinanza alla Passione del Signore. È invece interessante quella nota in eo typo quo tunc Dominus deductus est, che ci fa supporre che si cercasse di replicare esattamente la scena vissuta dal Redentore al suo ingresso in Gerusalemme, e, attraverso l'identificazione del Sommo Sacerdote con la Persona Christi, ai commentatori appare chiaro, anche confrontando le altre fonti, che durante questa processione vespertina il Vescovo della Città Santa procedesse a dorso d'asino. Non doveva apparire cosa strana, essendo l'onagro mezzo comune di locomozione in quelle terre; inoltre, tale costume sarebbe stato assai meno passibile di travisamenti superstiziosi che in Occidente, in quanto la cultura semita ha grande rispetto per tale animale, e non ravvisa alcun segno negativo o idolatra in esso, come invece si è detto per la cultura tardoromana ed ellenistica.
Tale costume a Gerusalemme non scomparve praticamente mai: nonostante le moltissime vicissitudini geopolitiche che colpirono la Città Santa durante gli ultimi milleseicento anni, la processione a dorso d'asino trova testimonianza ancora nell'Ottocento. Dom Prosper Guéranger [12], facendo una rassegna dei riti particolari praticati durante la processione delle Palme, dopo aver parlato al passato dell'uso anglonormanno di portare per la via la Santissima Eucaristia, a rappresentare Nostro Signore, onorata coi rami benedetti, parla al presente di un costume praticato dai padri della Custodia di Terra Santa, provincia dell'Ordine Francescano che rappresenta ufficialmente la presenza della Chiesa Romana nei luoghi della vita di Cristo. "A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage (la cittadina vicino a Gerusalemme e al monte degli Olivi ove il Salvatore ordina ai discepoli di procurargli la cavalcatura, giusta la narrazione del Vangelo di Matteo, ndr), ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità" [13].

La "processione dell'asino" nella tradizione moscovita

Vyacheslav Schwarz, La processione sull'asino dello Zar Alessio, 1875

All'Europa non fu ignoto, soprattutto in età altomedievale, il summenzionato costume gerosolimitano. Era consuetudine, per esempio, degli Arcivescovi di Salisburgo, nel primo anno del loro episcopato, compiere la "cavalcata delle Palme" sino alla chiesa di Nonnenbergkirche, ancorché a un modesto asinello presto sia stato sostituito in quest'usanza un nobile cavallo bianco. Nonpertanto, almeno fino al 1785 in gran parte della regione alpina di lingua tedesca, ma anche nei Paesi Bassi o in Belgio, era diffuso l'uso di portare in processione, se non un asino reale, quantomeno un simulacro di legno intagliato e dipinto che lo rappresentasse, trattato dai fedeli come vera e propria reliquia; di tali statue ne restano oggi pochissimi esemplari, in quanto la maggior parte andò distrutta durante la Riforma protestante o in età illuminista.
Una delle località in cui però tale rito sopravvisse più lungamente, è sicuramente Mosca, la Terza Roma, sede del Patriarcato che assunse de facto un ruolo primario nell'Ortodossia dopo la caduta di Costantinopoli-Nuova Roma nelle mani dei Turchi. Praticata ininterrottamente dal 1558 al 1693, essa assumeva la dimensione di un rituale religioso di corte, non differentemente dalla Grande Santificazione delle Acque la Vigilia dell'Epifania [14], in quanto lo Zar, procedendo umilmente a piedi, portava l'asinello su cui il Patriarca sedeva figurando il Cristo, in tal modo dimostrando la sottomissione del potere temporale a quello spirituale [15].
Templum S. Trinitatis, etiam Hierusalem dicitur; ad quo Palmarum festo Patriarcha asino insidens a Caesare introducitur, cioè "Tempio della Santa Trinità, anche detto Gerusalemme, al quale, durante la festa delle Palme, il Patriarca, seduto su un asino, è condotto dallo Zar". Con queste parole la Mappa di Mosca di Pietro, del 1597, descrivendo la Cattedrale della SS. Trinità [16], ci informa di questo suggestivo costume liturgico e popolare: la хождение на осляти, cioè "processione sull'asino".
Pare che il rituale venisse inizialmente praticato, a partire dalla prima metà del XVI secolo, a Novgorod, dall'Arcivescovo locale, assistito dal namestnik, cioè il vicario del Principe di Mosca. Il Metropolita Macario volle importarlo a Mosca, e lo fece per la prima volta, assistito dallo Zar Ivan IV il Terribile, nel 1558, quando la Cattedrale della SS. Trinità ancora era in fase di costruzione (sarebbe stata consacrata solo tre anni dopo). Dopo il completamento della stessa, secondo il Petreius, le processioni  partivano dalla Cattedrale della Dormizione, attraversando la Porta del Salvatore, e terminavano nel santuario occidentale, dedicato all'Ingresso di Cristo in Gerusalemme. Questo avveniva perché l'insieme delle cappelle formanti la Cattedrale erano intese come le parti di un'unica chiesa: il santuario occidentale rappresentava il nartece, la Porta del Salvatore le porte regali, e così via... La stessa cattedrale era popolarmente conosciuta come Gerusalemme, e del resto il clero e il popolo percepivano la cattedrale come nove separate chiese costruite su un basamento comune, un'allegoria generalizzata della Città Celeste, simile alle città di fantasia delle miniature medievali [17]. L'astratta allegoria era appunto rinforzata dal simbolismo dei rituali religiosi, assumendo la cattedrale il ruolo biblico di Tempio di Gerusalemme.
Molti sono i visitatori occidentali rimasti impressionati da questo rito, di cui ci resta testimonianza nelle Cronache scritte prima del Periodo dei Torbidi [18], fedelmente riportati dal Muir e dagli altri storici che si sono occupati di usanze del genere.
Uno dei nobiluomini dell'Imperatore [19] guida il cavallo dalla testa, ma l'Imperatore stesso, procedendo a piedi, guida il cavallo dall'estremità della renna della briglia con una delle mani, e con l'altra tiene un ramo di Palma: dopodiché segue il resto della nobile corte dell'Imperatore e i gentiluomini, con un gran numero di altre persone. (Richard Hakylut, The Principall Navigations Voiages and Discoveries of the English Nation, 1589).
La capitale, Mosca, è divisa in tre parti; la prima di esse, detta Kitai-gorod, è circondata da un solido muro di cinta. Contiene una chiesa straordinariamente meravigliosa, tutta ricoperta di gemme brillanti e colorate, detta Gerusalemme. Essa è la meta dell'annuale processione della Domenica delle Palme, quando il Gran Principe [19] di Mosca deve guidare un asino che porta il Patriarca, dalla chiesa della Vergine Maria alla chiesa di Gerusalemme, che sta vicino alle mura della cittadella. Qui è dove vivono le più illustri famiglie principesche, nobiliari e mercantili. Qui è pur la principale piazza del mercato moscovita: la piazza di commercio è costruita come un rettangolo, con venti vicoli da ogni lato, dove i mercanti hanno le loro botteghe... (Peter Petreius, History of the Great Duchy of Moscow, 1620).

Stampa olandese del XVII secolo, La Processione dell'Asino

Una modifica dell'ordine summenzionato della processione si ebbe nel XVII secolo, sotto il Patriarca Nikon, il quale avrebbe invertito l'ordine di tutte le processioni (prescrivendole da occidente verso oriente, laddove i rituali del XVI secolo ci tramandano la prassi di condurle da oriente verso occidente), compresa quella delle Palme a Mosca; egli la fece cominciare dal Lobnoje Mesto, pietra posta nell'attuale Piazza Rossa raffigurante allegoricamente il Golgota, e terminare al Cremlino, che doveva essere la nuova allegoria di Gerusalemme. Proprio su una processione dell'asino, peraltro, si consumò la reprimenda di Nikon, ritiratosi de facto dal Patriarcato nel 1658, al Metropolita Piritim di Krutitsy, che aveva osato condurre in sua vece la processione del 1659, con la complicità "in spirito promiscuo" dello Zar Alessio I. Dalla lettera di anatema firmata da Nikon apprendiamo che il Patriarca, attraverso quest'atto, diventava "icona vivente di Cristo stesso", corona che solo il Capo della Chiesa poteva portare [20]. La prima attestazione del nuovo corso della processione ci è data dal geografo tedesco Adam Olearius, che vi assistette nel 1636, e racconta, oltre al percorso mutato, di aver visto precedere il corteo "un albero meraviglioso i cui rami erano adorni di mele e altri vari frutti" e sei fanciulli che cantavano l'Osanna.
La tradizione iniziò a declinare verso la fine del XVII secolo. Già nel 1678, secondo l'Uspanski, il Santo Sinodo vietò che tale processione si praticasse al di fuori della città di Mosca. In quegli anni regnava Fjodor III, ultimo sopravvissuto dei figli di Alessio, il quale, debole e di salute cagionevole, non aveva potuto partecipare alle processioni del 1676 e del 1677; di nuovo egli riprese a parteciparvi, affianco al Patriarca Gioacchino, sino al 1681, quando ancora la salute gl'impedì di prendere ancora parte al tradizionale atto liturgico. Nel 1682, morto Fjodor, i figli Ivan e Pietro, coregnanti, conducevano insieme l'asino in processione; ma l'anno successivo, ammalatosi Ivan, fu il solo Pietro a condurlo. Nel 1694, in segno di lutto per la morte della madre, occorsa il 25 gennaio dello stesso anno, egli non partecipò al rituale di corte; l'abolizione formale sarebbe giunta di lì a poco, nel 1697, come atto di dimostrazione della superiorità del potere statale e politico sulla Chiesa. L'introduzione di un sovversivo costume quasi orgiastico, cui partecipavano i funzionari imperiali, in sostituzione di quell'antichissimo e pio rituale che aveva attraversato la Storia della Russia dai Rurikidi ai Romanov, fu uno dei segni che accompagnarono tristi pagine della storia della Russia, preludenti la forzosa occidentalizzazione del Paese a danno di molte antichissime tradizioni locali, e soprattutto della Fede e della Chiesa Ortodossa [21].
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NOTE

[1] Cfr. Roberto I. Zanini, Pecore, uccelli e asini: che zoo la Bibbia, in "Avvenire", 22 agosto 2018
[2] Assai noto è il graffito Paedagogius del Palatino, che raffigura polemicamente un Cristiano che adora un uomo dalla testa d'asino posto su una croce, con in appendice la scritta ΑΛΕΞΑΜΕΝΟC CΕΒΕΤΕ ΘΕΟΝ (Alessameno adora il [suo] Dio). Della diffusione e della falsità di questa calunnia contro i Cristiani parla ampiamente Tertulliano (Apologeticum, XVI), accusando Tacito di averne introdotti i sospetti parlando degli usi dei Giudei nel V libro delle sue Storie.
[3] Secondo Marcello Craveri (cfr. note a M. Craveri, I Vangeli Apocrifi, Einaudi, 1969), la tradizione deriverebbe da un'errata trascrizione nei manoscritti di un versetto del Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo, che riprende un passo tratto dalla Profezia di Abacuc e afferma che il Messia sarebbe nato "tra due età", divenute, nelle varie corruttele, "due animali".
[4] Cfr. Jean-Baptiste Thiers (1636-1703), Traité de superstision ...
Per una trattazione sistematica delle fonti su questa festa, Cox Harvey, La Festa dei folli, saggio teologico sulla festività e la fantasia, Bompiani Ed., Milano 1971. 
[5] M. Schneider, La simbologia dell’asino, in «Conoscenza religiosa», 2 (1980), pp. 129-148.
[6] Cox Harvey, La Festa dei folli..., op. cit.
[7] In Fedro (Fabulae, I, 29) l'asino schernisce il cinghiale demisso pene, ovverosia mostrando il suo smisurato fallo; il capolavoro di Apuleio invece, Metamorphoses, conosciuto anche come L'Asino d'Oro, narra della trasmutazione in asino del povero Lucio, e della peregrinazione ch'egli dee compiere per riprendere l'aspetto umano, non tralasciando nel corso della suggestiva e divertente narrazione un buon numero di cenni alla natura riottosa e lasciva dell'animale.
[8] Per una trattazione delle diverse e contrapposte visioni della figura dell'asino in età medievale, vedasi F. Cardini, L’asino, in «Abstracta», 11 (1987), pp. 46-53.
[9] Il canto della Passio, attestatoci dal rituale lateranense almeno dal XII secolo, assunse i caratteri di un vero e proprio dramma sacro, in quanto le tre parti principali dell'azione testuale, ossia quella del Cristo, del Cronista e della Sinagoga, venivano eseguite da tre diaconi su un tono suggestivo ed elaborato, proprio come durante una recita teatrale. Tale consuetudine si è serbata intatta nel Messale Romano.
[10] Peregrinatio Aetheriae, XXXI, 2-4
[11] La liturgia lucernale faceva parte dell'antica ufficiatura del Vespero, caratterizzata dall'accensione di una lucerna, con una valenza simbolica (la "luce di Cristo che illumina tutti", come dice un tropario bizantino che si canta nella Liturgia dei Presantificati), oltre che pratica. Resti di tale ufficiatura sono presenti tanto nel Rito Ambrosiano (dove è rimasto, almeno nominalmente, il Responsorium Lucernale verso l'inizio dell'ufficio vesperale), quanto in quello Bizantino (il noto inno del Vespero Φῶς Ἰλαρὸν, che ci parla della "luce vespertina", paragonata appunto alla luce della santa gloria di Dio), e in minima parte nel Rito Romano (i cui resti si possono notare nella cerimonia di accensione del cero il Sabato Santo).
[12] Dom Prosper Guéranger (1805-1875), benedettino, fu Abate di Solesmes, protagonista della restaurazione solesmiana del canto gregoriano, nonché prolifico autore di liturgia, tra i fondatori del primo movimento liturgico, fiero avversario della da lui stesso definita eresia antiliturgica.
[13] P. Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 676
[14] La Vigilia dell'Epifania lo Zar assisteva solennemente al rito di benedizione delle acque, non differentemente da quanto fa oggi il Presidente federale della Russia, il quale partecipa pure al popolare costume di fare il bagno nell'acqua del fiume benedetto, nonostante il gelo del gennaio russo. Per una descrizione del mentovato rito di santificazione delle acque, vedasi a questo link: http://traditiomarciana.blogspot.com/2018/01/la-grande-santificazione-delle-acque.html
[15] cfr. Edward Muir, Ritual in early modern Europe, Cambridge University Press, 2005, p. 253
[16] Dal nome del santo le cui reliquie riposano in una delle nove cappelle, Basilio il Benedetto, folle in Cristo (1468-1557).
[17] cfr. Dmitrij Švidkovskij, Russian architecture and the West, Yale University Press, 2007
[18] Termine con cui s'identifica in storiografia il ventennio di anarchia e guerra civile per il controllo della Russia intercorrente tra la fine della dinastia Rurikide (1598) e l'ascesa di Michele I Romanov (1613).
[19] Nel menzionare lo Zar, i due autori usano dei titoli anacronistici o erronei: l'Hakylut lo chiama Imperatore, forse per analogia col termine Caesar onde deriva Zar, ma tale titolo sarà ufficialmente assunto dai sovrani russi solo nel 1721; il Petreius invece lo chiama Gran Principe, titolo dismesso e sostituito dal più solenne di Zar già nella seconda metà del XV secolo.
[20] cfr. Boris Uspenski, Семиотика истории. Семиотика культуры [Semiotika Istorii. Semiotika kul'tury], Gnozis, Moscow, 1994
[21] Tale precisione d'informazioni circa il rituale negli ultimi anni del XVII secolo è tratta da Paul Bushkovitch, Peter the Great: the struggle for power, 1671-1725, Cambridge University Press, 2001, pp. 112-181.

lunedì 24 dicembre 2018

Santi Adamo ed Eva

Nella commemorazione dei Santi Antenati di Gesù, un posto di rilievo hanno Adamo ed Eva, i nostri progenitori. Rilanciamo questo contributo.
La tradizione orientale, non avendo il periodo di Avvento, dedica nondimeno due domeniche alla preparazione del Natale. Nella prima di queste, corrispondente alla III domenica dell'Avvento romano (la ben nota domenica Gaudete), cioè la penultima domenica prima del Natale di Nostro Signore, la tradizione bizantina celebra la domenica dei Santi Progenitori, in onore di tutti gli antenati secondo la carne del Nostro Salvatore, da Adamo fino a Giovanni Battista. Essa cade tra l’11 ed il 17 dicembre (cfr. P. Romano Scalfi, Memoria dei santi progenitori, in Cultura cattolica.it; Domenica dei santi Progenitori, in Traditio Marciana, 15.12.2018).
Rilanciamo questo contributo sui Santi Adamo ed Eva.








Santi Adamo ed Eva

Il 24 dicembre ricorre la memoria liturgica dei santi antenati di Gesù, tra i quali la Chiesa venera Adamo ed Eva. Dopo il libero compimento del peccato originale e la cacciata dall’Eden, i nostri progenitori vissero una vita di preghiera e penitenza - come i Padri della Chiesa hanno insegnato e in accordo alle tracce contenute nell’Antico Testamento - morendo riconciliati con Dio


Il 24 dicembre ricorre la memoria liturgica dei santi antenati di Gesù, tra i quali la Chiesa venera Adamo ed Eva. Dopo il libero compimento del peccato originale e la cacciata dall’Eden, i nostri progenitori vissero una vita di preghiera e penitenza - come i Padri della Chiesa hanno insegnato e in accordo alle tracce contenute nell’Antico Testamento - morendo riconciliati con Dio e in attesa della salvezza promessa per i giusti che si sarebbe compiuta con il nuovo Adamo, Cristo, incarnatosi grazie al fiat della nuova Eva, Maria, inizio di una nuova creazione che supera in gloria l’originaria perché redenta dai meriti di Nostro Signore, obbediente fino alla Croce. In questo senso la liturgia pasquale recita: O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore.

Adamo ed Eva vissero e morirono perciò nella speranza della redenzione, che era stata misteriosamente predetta da Dio proprio dopo la loro disobbedienza, nel mentre di quel primordiale dramma in cui pensarono di non poter recuperare l’amicizia con Lui (ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto), che invece non li abbandonò, annunciando nelle parole rivolte al serpente tentatore ciò che la Tradizione ha chiamato «protovangelo» della salvezza, poiché, spiega il Catechismo, «è il primo annunzio del Messia Redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di Lei». Si tratta del celebre versetto della Genesi: Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno (Gn 3,15). È l’inizio del combattimento spirituale che da allora accompagnerà la vita terrena di ogni uomo, chiamato a combattere, con l’aiuto della grazia di Dio, per restare unito al bene.

L’esperienza di Adamo ed Eva - creati in uno stato di santità e giustizia originali, partecipi della vita divina, in perfetta armonia tra loro e con tutta la creazione, dove non esistevano né morte né sofferenze - mostra già all’inizio della storia dell’uomo l’infinita misericordia di Dio, che cerca fino all’ultimo di attrarre a Sé la sua creatura, amata al di sopra di tutto il creato: ne ha compassione nonostante il tradimento della Sua amicizia (il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì) e arriva a donarle le grazie necessarie per la santificazione. I progenitori, dopo aver abusato della loro libertà, cadendo nell’inganno di Satana di poter diventare «come Dio» ma «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio» (san Massimo il Confessore), sperimentarono tutto l’orrore del peccato; e nel loro stato di pellegrini sulla terra ebbero il merito di riconoscere la loro colpa e di vivere per espiarla, stavolta assecondando la grazia.

Si ha un segno di questo riconoscimento di Dio nelle parole che Eva pronuncia dopo aver partorito Caino: Ho acquistato un uomo dal Signore (Gn 4,1). Sono parole di lode all’Onnipotente. I progenitori comprendono cioè di essere stati resi partecipi, in «una sola carne», della Sua opera di creazione più alta. Pochi versetti più avanti l’autore sacro, spesso scarno, riferisce un ringraziamento in tutto simile per la nascita del terzo figlio, chiamato Set: Perché - disse - Dio mi ha concesso un’altra discendenza al posto di Abele, poiché Caino l’ha ucciso. Le discordie tra gli uomini, che sono sempre liberi ma feriti nella loro natura in conseguenza del peccato originale, li precipitano in un abisso senza fine, eppure Dio continua a non abbandonarli propiziando una nuova discendenza. Set diventa padre di Enos e il capitolo 4 della Genesi si chiude con una notizia significativa: Allora si cominciò a invocare il nome del Signore. Un Signore che perdona chi ha contrizione per i propri peccati e lo riconosce come Padre e fine ultimo.

La santità raggiunta, o si potrebbe dire recuperata, da Adamo ed Eva ci ricorda che, finché si è nello stato della prova (il nostro stato qui sulla terra, prima del Giudizio), Dio non fa mancare il suo aiuto all’uomo disposto ad accoglierlo. Ricorda anche tutte le conseguenze concrete del peccato originale, che il mondo oggi preferisce ignorare e deridere mentre crede ciecamente a una pseudo-teoria secondo cui l’uomo, l’unica creatura dotata di intelletto e chiamata a conoscere e amare Dio, avrebbe un antenato in comune con la scimmia [per un approfondimento sul tema, vedi Evoluzionismo. Dubbi e obiezioni, di Marco Respinti; Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, del fisico Antonino Zichichi].

Non è questo il luogo per esporre la dottrina sul peccato originale, basti ricordare che la Chiesa insegna con chiarezza che «il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo» (CCC 390). È alla luce di quel fatto che si riempie di senso il mistero di Cristo incarnato e morto in croce, secondo quell’intima connessione che san Paolo sintetizzò così: «Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia». I progenitori caduti, e ravvedutisi, a questa grazia hanno saputo credere.

Per saperne di più:
Catechismo della Chiesa Cattolica, L’uomo (punti 355-384); La caduta (punti 385-421)