Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

sabato 24 giugno 2017

In pellegrinaggio nei luoghi di San Giovanni Battista (parte 1)

(Cliccare sull'immagine per il video)

Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux

Nella festa della Natività del Precursore S. Giovanni Battista, rilanciamo volentieri la traduzione italiana della recente intervista di don Nicola Bux rilasciata al vaticanista Edward Pentin e pubblicata in inglese il 21 giugno scorso.


Bottega italiana, Natività del Battista, XVII sec., Viterbo

Bottega italiana, Natività del Battista, XVIII sec., Viterbo

Giuseppe Tori, Natività del Battista, XVIII sec., La Spezia

Giuseppe Varotti, Natività del Battista, 1760 circa, Bologna

Luigi Molineris, Natività del Battista, 1866, Saluzzo

Luigi Fontana, Natività del Battista, 1886-88, Basilica Santuario Maria SS. del Suffragio, Grotte di Castro


Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux


Pubblichiamo l’intervista di Edward Pentin a don Nicola Bux apparsa ieri, 21 giugno, sul National Catholic Register (qui l’originale in lingua inglese).

(Edward Pentin) Quali implicazioni ha l’”anarchia dottrinale” sulla Chiesa e, ancora di più, sulle anime dei fedeli e dei sacerdoti? 
La prima implicazione dell’anarchia dottrinale sulla Chiesa, è la divisione, a causa dall’apostasia, che è l’abbandono del pensiero cattolico, così definito da san Vincenzo di Lerins: quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur (il credo professato sempre, dovunque e da tutti). Sant’Ireneo di Lione, che definisce Gesù Cristo ‘maestro dell’unità’, aveva fatto notare agli eretici, che tutti professano le stesse cose, ma non tutti le intendono alla stessa maniera. Ecco la funzione del Magistero, fondato sulla verità di Cristo: ricondurre tutti all’unità cattolica. San Paolo esortava i cristiani a essere concordi e unanimi nel parlare: che direbbe oggi? 
Quando i Cardinali tacciono o accusano i confratelli; quando i Vescovi che avevano pensato, parlato e scritto – scripta manent! – in modo cattolico, per qualsiasi motivo, dicono il contrario; quando i sacerdoti contestano la tradizione liturgica della Chiesa, si configura l’apostasia, il distacco dal pensiero cattolico. Paolo VI aveva previsto che «questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (Conversazione con J. Guitton, 9.IX.1977). 
Quale implicazione, poi, ha l’“anarchia dottrinale” sulle anime dei fedeli e degli ecclesiastici?
L’Apostolo esorta a essere fedeli alla dottrina sicura, sana e pura: quella fondata su Gesù Cristo e non sulle opinioni mondane (cfr Tito 1,7-11; 2,1- 8). La perseveranza nell’insegnare e nell’obbedire alla dottrina, guida le anime alla salvezza eterna. La Chiesa non può cambiare la fede e ad un tempo chiedere ai credenti di rimanere fedeli ad essa. Essa è invece intimamente obbligata verso la parola di Dio e verso la Tradizione.
Dunque, la Chiesa ricordi la sentenza del Signore: «E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi» (Gv 9,40). Non dimentichi che, quando è applaudita dal mondo, vuol dire che gli appartiene. Infatti, il mondo ama ciò che è suo e odia ciò che non gli appartiene (cfr Gv 15,18). La Chiesa cattolica ricordi sempre di essere formata soltanto da quanti si sono convertiti a Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo; tutti gli esseri umani le sono ordinati (cfr Lg 13), ma non ne fanno parte finché non si convertono.
Come si può risolvere al meglio il problema?
Il punto è: che idea ha il Papa del ministero petrino, come descritto in Lumen gentium 18 e codificato nel diritto canonico? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il Papa dovrebbe operare la distinzione – come fece Benedetto XVI – tra quello che pensa e ha detto come dottore privato, e quello che deve dire come Papa della Chiesa cattolica.
Sia chiaro: il Papa può esprimere sue idee, come dottore privato, sulle materie opinabili e che non sono definite dalla Chiesa, ma, nemmeno come dottore privato, può fare affermazioni eretiche. Altrimenti sarebbe egualmente eretico. Ritengo che il Papa sappia, che ogni fedele – il quale conosca la regula fidei o dogma, che fornisce a ciascuno il criterio per sapere qual è la fede della Chiesa, che cosa ognuno deve credere e a chi deve dare ascolto – può accorgersi se lui parla e opera in modo cattolico, oppure sia andato contro il sensus fidei della Chiesa. Anche un solo fedele potrebbe chiedergliene conto.
Quindi, chi ritiene, che esporre dubbi al Papa non sia segno di obbedienza, non ha compreso, dopo 50 anni dal Vaticano II, il rapporto che intercorre tra lui e tutta la Chiesa. L’obbedienza al Papa, dipende unicamente dal fatto che questi è vincolato alla dottrina cattolica, alla fede che egli continuamente deve professare davanti alla Chiesa. 
Siamo in piena crisi di fede! Pertanto, per fermare la divisione in atto, il Papa – come Paolo VI nel 1967, dinanzi alle teorie erronee che circolavano subito dopo la conclusione del concilio – dovrebbe fare una Dichiarazione o Professione di fede, con la quale affermi ciò che è cattolico e corregga quelle parole e quegli atti, suoi e dei vescovi, ambigui o erronei, che sono interpretati in senso non cattolico.
Sarebbe altrimenti grottesco che, mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici o addirittura l’intesa con i non cristiani, si favorisse l’apostasia e la divisione all’interno della Chiesa cattolica. Per molti cattolici, è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con quanti la pensano diversamente, ma non voglia confrontarsi innanzitutto con i Cardinali che sono i suoi primi consiglieri.
Se il Papa non custodisce la dottrina, non può imporre la disciplina. Come ricordava Giovanni Paolo II, il Papa deve sempre convertirsi, per poter confermare i suoi fratelli, secondo le parole di Cristo a Pietro: Et tu autem conversus, confirma fratres tuos.