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lunedì 5 novembre 2018
sabato 1 settembre 2018
Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”
Rilanciamo,
sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di
Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato,
essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della
Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia,
coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana - di un loro messia.
GLI ETERNI ASPETTANTI
Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018
Per quale
ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di
Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il
desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue
espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il
segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio
si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro
reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari
sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre
meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un
vero macigno:
il più delle
volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli
Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei
furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia
volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la
convinzione che tutto è compiuto?
“Consummatum
est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo
Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci
sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra
trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per
la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è
conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per
noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi,
per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora…
alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono
ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti,
attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni,
troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per
la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione
del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente
come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
“Sei tu
colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal
carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate
e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è
annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo
martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo
attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora
compiremmo il supremo tradimento.
I santi di
tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di
Dio.
Hanno fatto
la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro
che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne
indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla.
Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità
rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il
cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo,
non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella
differenza!
Il cristiano
è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a
giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il
cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a
compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo
il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo
lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che
gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a
compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi
rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi,
carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi
rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è
conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter
iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non
la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi
rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che
attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che
renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e
nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi
aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già
compiuto.
mercoledì 29 agosto 2018
domenica 24 giugno 2018
sabato 23 dicembre 2017
Immagini per meditare su .... Amoris laetitia
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| Giovanni Gasparro, Amoris laetitia ovvero S. Giovanni Battista ammonisce l'adulterio di Erode Antipa ed Erodiade, 2017, collezione privata, Bari |
domenica 10 dicembre 2017
domenica 2 luglio 2017
In pellegrinaggio nei luoghi di San Giovanni Battista (parte 2)
sabato 24 giugno 2017
In pellegrinaggio nei luoghi di San Giovanni Battista (parte 1)
Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux
Nella festa della Natività del Precursore S. Giovanni Battista, rilanciamo
volentieri la traduzione italiana della recente intervista di don Nicola Bux
rilasciata al vaticanista Edward Pentin e pubblicata in inglese il 21 giugno
scorso.
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| Bottega italiana, Natività del Battista, XVII sec., Viterbo |
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| Bottega italiana, Natività del Battista, XVIII sec., Viterbo |
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| Giuseppe Tori, Natività del Battista, XVIII sec., La Spezia |
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| Giuseppe Varotti, Natività del Battista, 1760 circa, Bologna |
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| Luigi Molineris, Natività del Battista, 1866, Saluzzo |
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| Luigi Fontana, Natività del Battista, 1886-88, Basilica Santuario Maria SS. del Suffragio, Grotte di Castro |
Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux
Pubblichiamo l’intervista di Edward Pentin a don
Nicola Bux apparsa ieri, 21 giugno, sul National Catholic Register (qui l’originale in lingua inglese).
(Edward Pentin) Quali
implicazioni ha l’”anarchia dottrinale” sulla Chiesa e, ancora di più, sulle anime
dei fedeli e dei sacerdoti?
La prima implicazione
dell’anarchia dottrinale sulla Chiesa, è la divisione, a causa dall’apostasia,
che è l’abbandono del pensiero cattolico, così definito da san Vincenzo di Lerins: quod
semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur (il credo professato
sempre, dovunque e da tutti). Sant’Ireneo di Lione, che definisce Gesù Cristo
‘maestro dell’unità’, aveva fatto notare agli eretici, che tutti professano le
stesse cose, ma non tutti le intendono alla stessa maniera. Ecco la funzione
del Magistero, fondato sulla verità di Cristo: ricondurre tutti all’unità
cattolica. San Paolo esortava i cristiani a essere concordi e unanimi nel
parlare: che direbbe oggi?
Quando i Cardinali
tacciono o accusano i confratelli; quando i Vescovi che avevano pensato,
parlato e scritto – scripta manent! – in modo cattolico, per
qualsiasi motivo, dicono il contrario; quando i sacerdoti contestano la
tradizione liturgica della Chiesa, si configura l’apostasia, il distacco dal pensiero
cattolico. Paolo VI aveva previsto che «questo pensiero non cattolico
all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non
rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo
gregge, per quanto piccolo esso sia» (Conversazione con J. Guitton,
9.IX.1977).
Quale implicazione, poi, ha l’“anarchia dottrinale” sulle anime dei fedeli e degli ecclesiastici?
L’Apostolo esorta
a essere fedeli alla dottrina sicura, sana e pura: quella fondata su Gesù
Cristo e non sulle opinioni mondane (cfr Tito 1,7-11; 2,1- 8). La perseveranza
nell’insegnare e nell’obbedire alla dottrina, guida le anime alla salvezza
eterna. La Chiesa non può cambiare la fede e ad un tempo chiedere ai credenti
di rimanere fedeli ad essa. Essa è invece intimamente obbligata verso la parola
di Dio e verso la Tradizione.
Dunque, la Chiesa
ricordi la sentenza del Signore: «E’ per un giudizio che io sono venuto in
questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono,
diventino ciechi» (Gv 9,40). Non dimentichi che, quando è applaudita dal
mondo, vuol dire che gli appartiene. Infatti, il mondo ama ciò che è suo e odia
ciò che non gli appartiene (cfr Gv 15,18). La Chiesa cattolica ricordi sempre
di essere formata soltanto da quanti si sono convertiti a Cristo, sotto la
guida dello Spirito Santo; tutti gli esseri umani le sono ordinati
(cfr Lg 13), ma non ne fanno parte finché non si convertono.
Come si può risolvere
al meglio il problema?
Il punto è: che idea
ha il Papa del ministero petrino, come descritto in Lumen gentium 18 e
codificato nel diritto canonico? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il
Papa dovrebbe operare la distinzione – come fece Benedetto XVI – tra quello che
pensa e ha detto come dottore privato, e quello che deve dire come Papa della
Chiesa cattolica.
Sia chiaro: il Papa
può esprimere sue idee, come dottore privato, sulle materie opinabili e che non
sono definite dalla Chiesa, ma, nemmeno come dottore privato, può fare affermazioni
eretiche. Altrimenti sarebbe egualmente eretico. Ritengo che il Papa sappia,
che ogni fedele – il quale conosca la regula fidei o dogma,
che fornisce a ciascuno il criterio per sapere qual è la fede della Chiesa, che
cosa ognuno deve credere e a chi deve dare ascolto – può accorgersi se lui parla
e opera in modo cattolico, oppure sia andato contro il sensus
fidei della Chiesa. Anche un solo fedele potrebbe chiedergliene conto.
Quindi, chi ritiene,
che esporre dubbi al Papa non sia segno di obbedienza, non ha compreso, dopo 50
anni dal Vaticano II, il rapporto che intercorre tra lui e tutta la Chiesa.
L’obbedienza al Papa, dipende unicamente dal fatto che questi è vincolato alla
dottrina cattolica, alla fede che egli continuamente deve professare davanti
alla Chiesa.
Siamo in piena crisi
di fede! Pertanto, per fermare la divisione in atto, il Papa – come Paolo
VI nel 1967, dinanzi alle teorie erronee che circolavano subito dopo la
conclusione del concilio – dovrebbe fare una Dichiarazione o Professione di
fede, con la quale affermi ciò che è cattolico e corregga quelle parole e
quegli atti, suoi e dei vescovi, ambigui o erronei, che sono interpretati in
senso non cattolico.
Sarebbe altrimenti
grottesco che, mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici o
addirittura l’intesa con i non cristiani, si favorisse l’apostasia e la
divisione all’interno della Chiesa cattolica. Per molti cattolici, è
incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con quanti la pensano
diversamente, ma non voglia confrontarsi innanzitutto con i Cardinali
che sono i suoi primi consiglieri.
Se il Papa non
custodisce la dottrina, non può imporre la disciplina. Come ricordava Giovanni
Paolo II, il Papa deve sempre convertirsi, per poter confermare i suoi
fratelli, secondo le parole di Cristo a Pietro: Et tu autem conversus,
confirma fratres tuos.
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