Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 2 maggio 2018

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

Nella festa di S. Atanasio di Alessandria, vescovo, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei, pubblicato pure in inglese dal consueto Rorate caeli.

Palma il Vecchio, Madonna col Bambino in trono e Santi (SS. Paolo, Gregorio Magno, Bernardino da Siena, Elisabetta d'Ungheria, Atanasio e altro santo), 1512, Cappella di S. Atanasio, Chiesa di S. Zaccaria, Venezia

Ambito veneto, SS. Agostino ed Atanasio, XVIII sec., Padova

Ambito oltralpino, S. Atanasio, XVIII sec., Udine


De Paulus, S. Atanasio, 1861, Terni

La guerra religiosa del IV secolo e il nostro tempo

di Roberto de Mattei


La Chiesa avanza nella storia sempre vincitrice, secondo i disegni imprevisti di Dio. I primi tre secoli di persecuzioni toccarono il loro culmine sotto l’Imperatore Diocleziano (284-305).
Tutto sembrava perduto. Lo scoraggiamento era una tentazione per molti cristiani e tra essi non mancò chi perse la fede. Ma chi perseverò ebbe l’immensa gioia, pochi anni dopo, di vedere sfolgorare la Croce di Cristo sui labari di Costantino nella battaglia di Saxa Rubra (312). Questa vittoria mutò il corso della storia. L’Editto di Milano-Nicomedia del 313, accordando libertà ai cristiani, capovolse il senatoconsulto di Nerone, che proclamava il Cristianesimo “super stitioillicita”.
La cristianizzazione pubblica della società ebbe inizio in un clima di entusiasmo e di fervore. Nel 325, il Concilio di Nicea sembrò segnare la rinascita dottrinale della Chiesa, con la condanna di Ario, che negava la divinità del Verbo. A Nicea, grazie all’apporto decisivo del diacono Atanasio (295-373), poi vescovo di Alessandria, fu definita la dottrina della “consustanzialità” di natura tra le tre persone della Santissima Trinità.
Negli anni successivi, tra la posizione ortodossa e quella degli eretici ariani si fece strada un “terzo partito”, quello dei “semi-ariani”, divisi a loro volta in varie correnti, che riconoscevano una certa analogia tra il Padre e il Figlio, ma negavano che egli fosse «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», come affermava il Credo di Nicea. Essi sostituirono alla parola omousios, che vuol dire “della stessa sostanza”, il termine omoiusios, che significa “di sostanza simile”.
Gli eretici, ariani e semiariani, avevano compreso che il loro successo sarebbe dipeso da due fattori: il primo era di rimanere all’interno della Chiesa; il secondo di ottenere l’appoggio del potere politico e dunque di Costantino, e poi dei suoi successori. Così, di fatto, avvenne. Una crisi interna alla Chiesa, mai fino allora conosciuta, si prolungò per oltre 60 anni.
Nessuno meglio del cardinale Newman la ha descritta, nel suo libro Gli ariani del IV secolo (1833), cogliendo tutte le sfumature dottrinali della questione. Uno studioso italiano, il prof. Claudio Pierantoni ha recentemente tracciato un illuminante parallelo tra la controversia ariana e quella attuale sull’esortazione apostolica Amoris laetitia (v. qui).
Ma, fin dal 1973, mons. Rudolf Graber (1903-1992), vescovo di Ratisbona, rievocando la figura di sant’Atanasio, nel XVI centenario della sua morte, paragonava la crisi del IV secolo a quella seguita al Concilio Vaticano II (Athanasius und die Kircheunserer Zeit: zuseinem 1600 Todestag, Kral 1973). Atanasio, per la sua fedeltà all’ortodossia, fu duramente perseguitato dai suoi stessi confratelli e per ben cinque volte, tra il 336 e il 366, fu costretto ad abbandonare la città di cui era vescovo, passando lunghi anni di esilio e di strenue lotte in difesa della fede. Due assemblee di vescovi, a Cesarea e a Tiro (334-335), lo condannarono per ribellione e fanatismo.
E nel 341, mentre un Concilio di cinquanta vescovi, a Roma, proclamava Atanasio innocente, il Concilio di Antiochia, cui parteciparono più di novanta vescovi, ratificò gli atti dei sinodi di Cesarea e di Tiro, e pose un ariano sulla cattedra episcopale di Atanasio.
Il successivo Concilio di Sardica, nel 343, terminò con una scissione: i Padri occidentali dichiararono illegale la deposizione di Atanasio e riconfermarono il Concilio di Nicea; quelli orientali condannarono non soltanto Atanasio, ma anche il papa Giulio I, poi canonizzato, che lo aveva appoggiato. Il Concilio di Sirmio, nel 351, cercò una via di mezzo tra ortodossia cattolica e arianesimo.
Nel Concilio di Arles del 353 i Padri, incluso il legato di Liberio, che era succeduto come Papa a san Giulio I, sottoscrissero una nuova condanna di Atanasio. I vescovi erano costretti a scegliere tra la condanna di Atanasio e l’esilio. San Paolino, vescovo di Treviri, fu quasi il solo che si batté per la fede nicena e fu esiliato in Frigia, dove morì in seguito ai maltrattamenti subiti dagli ariani.
Due anni dopo, nel Concilio di Milano (355), più di trecento vescovi dell’Occidente sottoscrissero la condanna di Atanasio e un altro padre ortodosso, sant’Ilario di Poitiers, fu bandito in Frigia per la sua intransigente fedeltà all’ortodossia.
Nel 357 papa Liberio, vinto dalle sofferenze dell’esilio e dalle insistenze dei suoi amici, ma anche spinto da “amor di pace”, sottoscrisse la formula semiariana di Sirmio e ruppe la comunione con sant’Atanasio, dichiarandolo separato dalla Chiesa romana, per l’uso del termine “consustanziale”, come ci testimoniano quattro lettere tramandateci da sant’Ilario (Manlio Simonetti, La crisi ariana del IV secolo, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1975, pp. 235-236). Sotto il pontificato dello stesso Liberio, i concili di Rimini (359) e di Seleucia (359), che costituirono un unico grande Concilio rappresentante l’Occidente e l’Oriente, abbandonarono il termine “consustanziale” di Nicea e stabilirono un’equivoca “via media” tra gli ariani e sant’Atanasio. Sembrava che l’eresia dilagante avesse vinto nella Chiesa.
I concili di Seleucia e di Rimini oggi non sono annoverati dalla Chiesa tra gli otto concili ecumenici dell’antichità, ma contarono tuttavia fino a 560 vescovi, la quasi totalità dei Padri della Cristianità, ed “ecumenici” furono definiti dai contemporanei. Fu allora che san Girolamo coniò l’espressione secondo cui «il mondo gemette e si accorse con stupore di essere diventato ariano» (Dialogus ad versus Luciferianos, n. 19, in PL, 23, col. 171).
Ciò che è importante sottolineare è che non si trattò di una disputa dottrinale limitata a qualche teologo, né ad un semplice scontro tra vescovi in cui il Papa dovesse fungere da arbitro. Fu una guerra religiosa in cui furono coinvolti tutti i cristiani, dai Papi fino all’ultimo fedele. Nessuno si rinchiuse nel proprio bunker spirituale, nessuno rimase alla finestra, muto spettatore del dramma.
Tutti scesero a combattere nelle trincee, da una parte e dall’altra dello schieramento. Non era facile in quel momento capire se il proprio vescovo fosse ortodosso o no, ma il sensus fidei fu la bussola per orientarsi. Il cardinale Walter Brandmüller, parlando a Roma il 7 aprile 2018, ha ricordato come  «il “sensus fidei” agisce come una sorta di sistema immunitario spirituale, che fa riconoscere e rifiutare istintivamente ai fedeli qualsiasi errore. Su questo “sensus fidei” poggia dunque – a prescindere dalla promessa divina – anche l’infallibilità passiva della Chiesa, ovvero la certezza che la Chiesa, nella sua totalità, non potrà mai incorrere in una eresia».
Sant’Ilario scrive che durante la crisi ariana le orecchie dei fedeli che interpretavano in senso ortodosso le affermazioni equivoche di teologi semi-ariani erano più sante dei cuori dei sacerdoti. I cristiani che per tre secoli avevano resistito agli imperatori, ora resistevano ai propri Pastori, in qualche caso anche al Papa, colpevole, se non di aperta eresia, perlomeno di grave negligenza.
Mons. Graber ricorda le parole dell’Athanasius (1838) di Joseph von Görres (1776-1848), scritte al momento dell’arresto dell’arcivescovo di Colonia, ma anche oggi di straordinaria attualità: «La terra trema sotto i nostri piedi. Si può presagire con certezza che la Chiesa uscirà incolume da una tale rovina, ma nessuno può dire e congetturare chi e che cosa sopravvivrà. Noi, dunque, avvisando, raccomandando, alzando le mani, vorremmo impedire il male mostrandone i segni. Persino i giumenti che portano i falsi profeti, si impennano, arretrano e rinfacciano con linguaggio umano la loro ingiustizia a chi li batte e non vede la spada sguainata (da Dio), che chiude loro la strada (Numeri, XXII, 22-35). Operate dunque finché è giorno, perché di notte nessuno può operare. Non serve nulla l’aspettare: l’attesa non ha fatto altro che aggravare tutte le cose».
Vi sono momenti in cui un cattolico è obbligato a scegliere tra la codardia e l’eroismo, tra l’apostasia e la santità. Fu quanto accadde nel IV secolo, è quanto accade anche oggi.

giovedì 29 marzo 2018

Come vivere la Settimana Santa

In questo inizio del Triduo pasquale, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.





Ulisse Sartini, Ultima cena, 2015




Come vivere la Settimana Santa

(di Cristina Siccardi)


Se i Santi sono i testimoni del Vangelo vissuto, ognuno con la propria inconfondibile impronta, i Santi Padri della Chiesa sono coloro che hanno anche donato insegnamenti la cui profondità dottrinale e spirituale è inesauribile. I Padri della Chiesa, a differenza di tanti teologi del Novecento e del Duemila, non volevano essere originali e/o alternativi, loro obiettivo era esclusivamente di porsi al servizio di Cristo, della Chiesa e, dunque, della Verità rivelata, ed è per questo che il loro dire rimane autorevole e non conosce vecchiaia.
È per tale ragione che desideriamo riprendere alcuni loro pensieri e proporli per la Settimana Santa, la Settimana del Crocifisso, dove al centro sta appunto Cristo prima (Passione), durante (Crocifissione), dopo (Deposizione e Santo Sepolcro) la Santa Croce, della quale nessun credente può vergognarsene, perché segno di amore indefettibile, di vittoria contro il peccato e la morte, e segno della più grande libertà. «Nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e venerabili della nostra salvezza, della croce che è la somma e il vertice dei nostri beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che siamo. Portiamo ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto ciò che ci riguarda si compie e si consuma attraverso di essa. Quando noi dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è presente; se ci alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di Cristo, se ci vengono imposte le mani per essere consacrati ministri del Signore, e qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta accanto e ci assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore con cui noi lo conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle nostre pareti, lo incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra fronte e nella nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è infatti il segno della nostra salvezza e della comune libertà del genere umano, è il segno della misericordia del Signore che per amor nostro si è lasciato condurre come pecora al macello (Is. 53,7; cf. Atti, 8, 32)» (San Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 54, 4-5).
Il Crocifisso è degno di adorazione. Gesù stesso, istruì in tal modo i suoi discepoli: «Apparirà allora nel cielo il segno del Figlio dell’uomo» (Mt 24, 30), ovvero la Croce; anche l’angelo che annunciò alle donne la risurrezione di Cristo disse: «Voi cercate Gesù di Nazaret, il crocifisso» (Mc 16, 6) e San Paolo da parte sua afferma: «Noi predichiamo il Cristo crocifisso» (1 Cor 1, 23). Ogni atto compiuto da Cristo è una gloria di Santa Romana Chiesa, ma la gloria delle glorie è proprio la Croce.
Infatti, ancora san Paolo dichiara: «A me non avvenga mai di menar vanto, se non nella croce di Cristo» (Gal 6,14). San Leone Magno esorta: «Non ci si deve mostrare sciocchi tra le vanità, né timorosi tra le avversità. Ivi ci allettano le lusinghe, qui ci aggravano le fatiche Ma poiché la terra è piena della misericordia del Signore (Sal. 32, 5), ovunque ci sostiene la vittoria di Cristo, affinché si adempia la sua parola: Non temete, perché io ho vinto il mondo (Gv. 16, 33). Quando dunque combattiamo, sia contro l’ambizione del mondo, sia contro le brame della carne, sia contro gli strali degli eretici, siamo armati sempre della croce del Signore. E mai ci allontaneremo da questa festa pasquale, se – nella verità sincera – ci asterremo dal fermento dell’antica malizia. Tra tutti i trambusti di questa vita, oppressa da molte passioni, dobbiamo ricordare sempre l’esortazione dell’Apostolo che ci istruisce dicendoci: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Sermoni, 74,4-5).
Mentre sant’Atanasio, colui che pagò di persona e salvò, con pochi altri, la Chiesa dall’eresia ariana che attanagliò il mondo cattolico per lungo e doloroso tempo, esalta così la Croce di Cristo: «I pagani ci calunniano e ci scherniscono, ridendo sguaiatamente di noi, senza aver nient’altro da rimproverarci che la croce del Cristo. Ed è soprattutto questa loro incoscienza che suscita pietà: essi calunniano la croce, senza rendersi conto che la sua potenza ha riempito la terra intera e che, grazie ad essa, si son resi manifesti a chiunque i frutti della conoscenza di Dio» (Contro i pagani, 1).
Il Salvatore si è lasciato crocifiggere, allo stesso modo siamo chiamati noi a crocifiggere i nostri peccati, causa delle prigioni che costruiamo con le nostre mani. Meno vizi e più virtù per vergognarsi delle proprie mancanze e per gloriarsi della Crux cordis. Provare a vivere la Settimana Santa sentendo addosso lo sguardo del Crocifisso dovrebbe liberarci un po’ dalle zavorre terrene, migliorare qualcosa nel nostro essere… altrimenti avremmo vissuto invano una nuova Santa Pasqua.

giovedì 7 settembre 2017

lunedì 2 maggio 2016

Tre Leoni nel secolo degli ariani

Nella festa di S. Atanasio, che vinse il mondo ariano con la forza della fede e della Verità (cfr. Corrado Gnerre, Quando Atanasio si ritrovò solo in «un mondo ariano». e vinse con la forza della fede e della verità, in Il Timone, 21.4.2016) rilancio volentieri questo contributo. L'articolo è anche riportato da Chiesa e postconcilio.

Tre Leoni nel secolo degli ariani

di Carlo Codega

Tre figure di Vescovi coraggiosi, che hanno lottato fino all’ultimo per custodire intatto il deposito della Fede, si sono susseguiti nel secolo degli ariani; secolo in cui nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita...

«Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est» (Il mondo intero gemette sbalordendosi di essere diventato ariano): con queste significative parole san Girolamo descrisse lo stato ecclesiastico della metà del IV secolo quando l’eresia ariana, ben sostenuta dall’Imperatore Costanzo II, sembrava aver ormai abbattuto i difensori della vera Fede, sedotto i deboli e corrotto gli opportunisti. Quella croce gloriosa che, apparendo a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio nel 312, aveva segnato il trionfo di Cristo sull’Impero Romano, passato in pochi anni dalla persecuzione verso i Cristiani al loro pubblico riconoscimento, ora veniva utilizzata, nella sua “apparente” debolezza, da Sacerdoti e Vescovi, ben introdotti alla corte di Costanzo II (figlio del medesimo Costantino) per mostrare l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre. Strana parabola della Chiesa in questo secolo emblematico: dalla persecuzione al trionfo, dal trionfo all’autodistruzione per infine celebrare la sua silenziosa “risurrezione”, e tutto nel segno della Croce, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 18,23). È sempre il mistero della Croce di Cristo, Capo mistico, che si prolunga nelle membra mistiche a segnare il corso della Chiesa nella storia.

I nemici di Cristo

Con poche ma significative parole il grande sant’Atanasio seppe descrivere i suoi grandi avversari ariani: “Christomakoi” (nemici di Cristo). Tale giudizio duro e tagliente non è però senza ragione, considerando che sant’Alessandro d’Alessandria, il primo nemico dell’eresiarca Ario, fin dall’inizio denunciò la malvagità di quest’eresia con una lettera ai Vescovi cattolici: «Mettendo in discussione ogni pia ed apostolica dottrina, gli ariani hanno costruito un’officina per far la guerra a Cristo, alla maniera dei giudei, attaccare la divinità del nostro Salvatore e predicare che egli è semplicemente uguale a chiunque altro». Dal punto di vista teorico infatti l’arianesimo non fu altro che una rilettura razionalista della Fede cattolica, incapace di accettare i misteri della Rivelazione (Unità e Trinità di Dio, Incarnazione), per proporre una fede “a portata d’uomo”, una fede in cui Dio ha bisogno di un intermediario, “divino” (in un certo senso) ma non Egli stesso “Dio”, per comunicare con il mondo. Quest’intermediario non è altro che Gesù Cristo, il Logos, il quale ha certo in sé una scintilla del divino ma in alcun modo è Dio: Egli fu generato dal Padre dal nulla, al pari di noi, e vi fu un tempo in cui non era, quindi non è né l’origine assoluta né eterno, e, di conseguenza, non è Dio. I passi della Sacra Scrittura in cui si parla della vera umanità del Cristo vengono poi forzati e utilizzati per asserire in Lui l’assenza della Divinità. 
Tale teoria che subordinava il Figlio al Padre e, soprattutto, gli negava l’essenza divina, trovò però una solenne condanna al Concilio di Nicea (325), convocato dall’Imperatore Costantino: l’Assise fu quasi unanime (solo tre Vescovi rifiutarono di firmare) nel proclamare l’omousia (consustanzialità) del Padre e del Figlio, ovvero il Figlio è Dio tanto quanto il Padre. Contro il baluardo dottrinale di Nicea ben presto gli ariani montarono la loro “officina”, ovvero le arti politiche di alcuni dei loro esponenti, come Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea, che, ben introdotti alla corte di Costantino, riuscirono a ribaltare “politicamente” la sentenza di Nicea. Costantino, che molto apprezzava gli adulatori, approvò l’azione di questi Vescovi ariani, confermando la deposizione e l’esilio dei Vescovi difensori di Nicea, e lasciò che persuadessero gran parte dell’Episcopato orientale, più preoccupato che convinto, a passare dalla loro parte. Addirittura Eusebio di Nicomedia arrivò a convincere Costantino a riabilitare l’eresiarca Ario: appena arrivato a Costantinopoli, poco prima della pubblica reintegrazione nel Clero, Ario morì però in una pubblica latrina, ancora scomunicato. Una fine immonda per chi aveva sparso la sua immonda dottrina per l’orbe cattolico!

Sant’Atanasio di Alessandria: la forza del leone

In questo contesto inizia la vicenda di sant’Atanasio, già collaboratore e Diacono di sant’Alessandro, partecipe al Concilio di Nicea e, poi, successore del Patriarca di Alessandria nel 328. Se c’è qualcuno che possa, come san Paolo, “vantarsi della sua debolezza” (cf. 2Cor 11,30) nella quale si manifesta la forza di Cristo questi è proprio sant’Atanasio. Anch’egli, come l’Apostolo delle genti, avrebbe potuto elencare le numerose vicissitudini dei trent’anni di tribolazione: cinque volte deposto, due volte portato davanti ai tribunali come malfattore, due volte in esilio lontano dalla patria, una fuga nel deserto per scappare alla morte, una reclusione nella sua casa di campagna, una presso la tomba del padre e, proprio al pari di san Paolo, «oltre a tutto questo, l’assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (cf. 2Cor 11,23-30), per la sua Chiesa a lui fedele, costretta a soffrire insieme a lui. Tempra di leone e cuore di pastore, la fortezza rifulge in tutta la sua vicenda umana quale sua dote eminente: fortezza che lo fece resistere, saldo e incrollabile, durante i difficili trenta anni di persecuzione subiti non tanto dall’Imperatore quanto dai confratelli Vescovi, senza punto perdere confidenza verso quella Chiesa che sentiva come madre, affidando anzi a Dio tutta la sua sorte. «La tempesta passerà e tornerà il sereno», era la sua risposta abituale a chi ne compiangeva le sofferenze. Soprattutto poi quella passione per Gesù Cristo, per la difesa della sua Divinità e della sua Opera redentrice, che lo animava fin nel profondo, fino quasi a renderlo incrollabile, “immortale”, proprio ciò che il suo nome significa (athanatos = privo di morte): «Meglio morire per Dio che tradire la verità», scrisse al Vescovo Osio di Cordova, ortodosso ma, forse, caduto per debolezza.
Le sue traversie iniziarono nel 335 quando la sua intransigente difesa del Concilio di Nicea di fronte al diffondersi dell’arianesimo “cortigiano” e il rifiuto di riaccogliere Ario in comunione, gli costò la prima convocazione, davanti al Concilio di Tiro. Non avendo niente di oggettivo di cui accusarlo, le più svariate imputazioni vennero scagliate contro di lui: violenze contro un Prete, profanazione di un Calice e di un Altare, immoralità con una donna e, addirittura, l’uccisione di un Vescovo scismatico, a cui avrebbe addirittura tagliato un braccio – che i nemici potevano ben esibire – per compiere atti magici. Le scarse prove che si presentavano erano false e tendenziose, il che rendeva abbastanza facile a sant’Atanasio provare la sua innocenza: davanti all’accusa di omicidio, seppe scovare e presentare al Concilio il Vescovo Arsenio e, mostrando l’integrità dei suoi arti, domandò all’insigne Sinodo se «pensasse che l’Onnipotente possa dare ad un uomo più di due braccia»! Nonostante ciò la via per condannare il Patriarca di Alessandria si trovò lo stesso: l’astuto Eusebio di Nicomedia, facendo leva sui sospetti politici di Costantino, fece credere all’Imperatore che sant’Atanasio trattenesse derrate di grano egiziano dirette a Costantinopoli, per affamare la popolazione e spingerla alla ribellione. Conquistato l’animo dell’Imperatore la soluzione fu veloce: sant’Atanasio fu deposto dal Concilio di Tiro ed esiliato da Costantino a Treviri!
Primo dei cinque esili, e prima delle molte sofferenze, in cui a quelle fisiche si sommavano quelle morali: dopo la morte di Costantino (337) – in seguito alla quale poté rientrare ad Alessandria – il secondo esilio fu deciso nuovamente dai Vescovi orientali spinti da Costanzo II, figlio di Costantino e suo successore in Oriente. In questo secondo esilio (339-’42), che lo portò a Roma, almeno ebbe dalla sua parte Papa Giulio, l’Imperatore d’Occidente Costante e tutto l’Episcopato occidentale. Non sarebbe stato così in seguito: dopo la morte di Costante e la riunificazione dell’Impero nelle mani dell’ariano Costanzo (350), ecco che il Patriarca di Alessandria dovette subire anche il terzo esilio, forse il più doloroso. Più doloroso perché il Vescovo nominato al suo posto, l’empio Giorgio di Cappadocia – forse un ex-soldato radiato dall’esercito per immoralità – versò più volte il sangue dei fedeli, che mal accettavano il suo episcopato, mentre il Santo, protetto dal suo Clero, riuscì a scappare e prendere la via del deserto, dove trascorse ben sei anni (356-’62); più doloroso perché l’intero Episcopato occidentale, con solo poche eccezioni, cedette alle pressioni di Costanzo scomunicando il Patriarca; più doloroso ancora perché lo stesso Papa Liberio, estenuato dalle violente lusinghe imperiali, finì pro bono pacis per rifiutare la comunione al Vescovo perseguitato; ancor più doloroso perché i Vescovi occidentali e orientali, nei Sinodi gemelli di Rimini e Seleucia (359), finirono per rifiutare il Concilio di Nicea e proporre una formula dogmatica che, pur senza negarla, occultava la Divinità di Cristo: è proprio questo il momento in cui l’intero mondo sembrava diventato ariano e in cui maggiormente il cuore del Santo soffriva per la sorte della sua amata Chiesa.
Eppure la morte di Costanzo e l’avvento al trono di Giuliano (362) permisero al partito cattolico di risorgere e riconquistare, con la credibilità della Dottrina e la forza dell’esempio, piano piano le diocesi. Gli ultimi due esili del leone di Alessandria – voluti dal pagano Giuliano nel 362 e dall’ariano Valente nel 364 – tutto sommato, furono brevi e non impedirono al Patriarca di esercitare, finalmente dopo trent’anni di difficoltà, il suo ministero pastorale, rischiarando le menti con la sana Dottrina, svegliando le coscienze intorpidite dall’eresia e porgendo la mano anche a coloro che erano caduti per debolezza e ingenuità nella trappola dell’arianesimo. La fortezza di questo leone, a ben vedere, non sta tanto nella forza con cui seppe trionfare quanto nella pazienza con cui seppe attendere e pazientare il trionfo di Cristo, sfruttando sempre le circostanze infelici per fare del bene (a Treviri e a Roma il Santo “importò” il monachesimo egiziano), infatti, come dice il libro dei Proverbi, «l’uomo paziente vale più dell’uomo forte, e chi domina l’animo vale più di un espugnatore di città» (16,32). 

Sant’Ilario di Poitiers: il coraggio del leone

Al leone d’Oriente si affianca il leone di Poitiers, detto anche l’Atanasio d’Occidente: sant’Ilario. Di una generazione successiva, sant’Ilario non vide i primordi dell’arianesimo e gli anni di Costantino ma incominciò a operare e a combattere proprio nei momenti dell’illusorio trionfo dell’arianesimo su tutta la Chiesa, per poi essere tra i primi a cooperare alla ricostruzione del vero Cattolicesimo. Nato nel paganesimo Ilario arrivò al Cristianesimo per una via filosofica: fu in particolare, come narra nelle vibranti pagine del libro I del De Trinitate, il dogma della Santissima Trinità e della consustanzialità del Padre e del Figlio a illuminargli il cammino verso la conversione. Il prologo del Vangelo di san Giovanni aprì il suo intelletto all’accettazione del Cristianesimo: «Lì la mente già trepida e ansiosa ritrova più speranza, di quanto ne avrebbe aspettata. In primo luogo viene imbevuta della cognizione di Dio Padre. E ciò che prima conosceva per ragione dell’eternità, dell’infinità e della natura del suo Creatore, ora lo considera come proprio anche dell’Unigenito di Dio [...]. È poi rarissima la fede in questa conoscenza, ma comporta il massimo premio: poiché “anche i suoi non lo hanno accettato” mentre coloro che lo hanno accettato sono stati elevati a figli di Dio non per una generazione della carne ma della fede». Questo splendido mistero della Trinità che gli aveva dischiuso gli scrigni della Verità, ora veniva distrutto, con particolare attenzione alla Divinità di Cristo, da quest’arrogante setta che, sotto la protezione del potere imperiale, s’imponeva con la violenza anziché con la forza della verità sui Pastori della Chiesa. Lo stesso sant’Ilario, divenuto Vescovo negli anni ’50, dovette assistere al terribile spettacolo del Concilio di Milano del 355, quando i Vescovi occidentali furono costretti dai funzionari imperiali con la violenza a rompere la comunione con sant’Atanasio. Solo san Dionigi di Milano, sant’Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari seppero opporsi e pagarono questa loro scelta con la medesima pena del Patriarca di Alessandria, l’esilio, spesso in mezzo a violenze e umiliazioni. Nel 356 lo stesso triste destino sant’Ilario dovette subirlo sulla sua pelle: in un Sinodo convocato ad Arles – da lui chiamato «sinodo dei falsi apostoli» – sotto la presidenza di Saturnino, longa manus dell’Imperatore Costanzo II, egli solo, insieme al Vescovo di Marsiglia, si oppose e fu condannato all’esilio in Asia Minore. Qui, come in tutta la sua vita, diede prova di ciò che poi avrebbe scritto all’Imperatore: «Io sono cattolico e non voglio essere eretico; sono cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità».
Anziché fiaccarlo o sconfortarlo, l’esilio, colto come un’occasione della Provvidenza, lo accrebbe nella forza e nel coraggio: in Asia Minore, con lo studio dell’arianesimo e dei sottili sofismi che avevano ingannato molti Vescovi e presbiteri in buona fede, svolse una preziosissima opera di avvicinamento tra l’Episcopato occidentale e orientale, che lo portò a scrivere il suo celebre De Trinitate. Soprattutto sant’Ilario fu l’anima della resistenza “nicena” al Concilio di Seleucia (359), coinvolgendo anche gli ariani moderati (i cosiddetti semiariani od omeusiani) contro l’empia eresia anomea (gli ariani più estremi che negavano qualsiasi somiglianza tra Gesù e il Padre). Purtroppo l’Imperatore, avvedutosi dei consensi che stava raccogliendo attorno a sé Ilario anche tra l’Episcopato orientale, trasferì il Concilio a Costantinopoli, perché avesse un esito simile a quello gemello di Rimini (359), dove l’Episcopato occidentale aveva ceduto a firmare una professione di Fede lacunosa, anche se non apertamente eretica. Nonostante la delusione per questa terribile notizia, sant’Ilario non dubitò che, nonostante la debolezza dei Vescovi in Oriente e in Occidente, la Fede cattolica sopravvivesse nei cuori dei fedeli: «Spesso le orecchie dei fedeli sono più pure delle labbra dei pastori», come ebbe a scrivere in quest’occasione. Ciò lo spronò a continuare a lottare con cuore impavido per la retta Fede: trasferitosi a Costantinopoli, in preparazione del Concilio, scrisse più volte all’Imperatore Costanzo perché autorizzasse una pubblica disputa col suo grande accusatore, Saturnino di Arles. Da buon “pastore” ariano, ben più avvezzo alla politica che alla Teologia, questi si guardò bene dall’accettare la sfida, anzi sollecitò il suo patrono imperiale ad una scelta singolare: sant’Ilario venne infatti rimandato in patria, apparentemente come “perdono” ma in realtà per allontanarlo dal Concilio che doveva avere nei piani ariani un esito identico a quello di Rimini. Pur accettando la decisione imperiale, sant’Ilario rispose alla cabala tra Imperatore e ariani con un atto di coraggio, degno di un vero difensore del Verbo Incarnato di fronte all’arroganza dei nemici di Cristo. Nel libello Contra Costantium il Santo sfidò frontalmente l’Imperatore accusandolo di attentare alla Chiesa molto più che gli antichi persecutori pagani Nerone e Decio: «È giunto il tempo di parlare, perché è finito il tempo di tacere. [...]. Oggi dobbiamo combattere contro un persecutore mascherato, contro un nemico che ci lusinga, contro l’Anticristo Costanzo che ha per noi non colpi mortali ma carezze, che non proscrive le sue vittime per dare loro la vera vita, ma le colma di carezze per dar loro la morte, che non dà la libertà delle prigioni oscure, ma una servitù di onori nei propri palazzi, che non lacera i fianchi, ma invade i cuori, che non stacca la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, che non pubblica editti per condannare al fuoco, ma accende per ciascuno il fuoco dell’inferno. Non discute, per timore di essere sconfitto, ma lusinga per dominare, confessa Cristo per rinnegarlo, procura una falsa unità perché non vi sia affatto la pace, infierisce contro alcuni errori per meglio distruggere la dottrina di Cristo, onora i Vescovi, perché cessino di essere Vescovi, costruisce chiese, mentre va distruggendo la fede».
L’effimero trionfo ariano dei due Concili gemelli, lasciò spazio, con la morte di Costanzo II (361), alla possibilità di rinascita della Fede cattolica, così come stabilita al Concilio di Nicea. Accettato dai Vescovi francesi, divenne il trascinatore carismatico di questi, favorendo i buoni senza respingere coloro che erano caduti per debolezza più che per malizia. Mentre combatteva a spada tratta con Aussenzio di Milano, celebre Vescovo ariano, egli ricostruì passo dopo passo la cattolicità in Gallia, unendo, come ha detto Benedetto XVI, «la fortezza nella fede alla mansuetudine nei rapporti interpersonali» (Catechesi del 10.10.2007), il tutto esito di una comprensione singolare della Rivelazione e delle Sacre Scritture. Il coraggio di cui diede prova sant’Ilario in tutta la sua vita contro quel “mondo” che sembrava tutto coalizzato contro i veri Cristiani, non fu altro che una risposta fiduciosa a Colui che per primo aveva detto ai suoi Discepoli: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

Sant’Ambrogio di Milano: una leonessa per curare i cuccioli feriti

Un altro salto generazionale, rimanendo nel mondo occidentale, ci conduce invece all’epoca di sant’Ambrogio di Milano. Con la morte dell’Imperatore Costanzo l’arianesimo perse il suo grande sostegno politico e, di fatto, perse gran parte della sua consistenza, lasciando però una Chiesa lacerata dalla contesa interna e un clero “cortigiano” privo di profondità dottrinale e senza alcuna spinta verso la perfezione, se non immerso nell’immoralità vera e propria. Avendo suscitato ben poche vocazioni autentiche, spesso gli ariani riempivano i ranghi del clero con personaggi discutibili e ambiziosi, più carrieristi che pastori. Il successore di Costanzo II, Giuliano, passato alla storia come l’Apostata per il suo tentativo di far rivivere il paganesimo e annientare “dolcemente” il Cristianesimo, nonostante avesse avuto come precettore un Vescovo ariano, non favorì il partito eretico ma preferì, ambiguamente, permettere il ritorno dei Vescovi cattolici, così da fomentare la discordia interna e indebolire la Chiesa, sua prima nemica. Vero è che la fine del suo breve regno (365) riportò nella pars orientale dell’Impero un fazioso ariano, Valente, che per una decina di anni fece rivivere la politica di Costanzo, anche se con minor efficacia. 
Insomma, l’arianesimo recedeva ovunque, in Occidente più che in Oriente, ma rimanevano ampie sacche di resistenza, soprattutto dove meno giungeva l’influenza del Papa. Una di queste sacche fu Milano, governata dal 355 al 374 dall’ariano Aussenzio, nominato Vescovo dall’Imperatore dopo l’esilio di san Dionigi, che non aveva voluto sottoscrivere la condanna di sant’Atanasio. «Più immorale di un giudeo», secondo sant’Ambrogio, questi nei venti anni di Episcopato provocò la decadenza morale e religiosa della città e del Clero, dove sopravvivevano comunque alcuni buoni Sacerdoti come il dotto san Simpliciano, maestro e successore di sant’Ambrogio. Ambrogio, proveniente da una nobile famiglia romana di funzionari e cresciuto a stretto contatto con la Chiesa di Roma, era asceso a importanti cariche politiche, fino a quella di consolare dell’Italia Occidentale. Nel 374, alla morte di Aussenzio, mentre egli cercava di guidare pacificamente e con equilibrio l’elezione del successore, turbata dai contrasti tra ariani e cattolici, finì per venire egli stesso eletto, nonostante non avesse ancora ricevuto il Battesimo (cosa abbastanza comune allora): un bambino, mentre si discuteva accanitamente, ispirato da Dio, incominciò a gridare “Ambrogio Vescovo”, riscuotendo i plausi e l’accordo di tutta la folla.
Nonostante potesse sembrare l’elezione di un moderato, a metà strada tra Cattolici niceni e ariani, sant’Ambrogio era sicuramente di schietta fede cattolica, tanto è vero che come prima decisione dispose il ritorno delle spoglie mortali di san Dionigi. Il Santo però, da abile “politico”, comprese la difficile situazione, e, sotto la guida di san Simpliciano, adottò, al pari di sant’Atanasio e sant’Ilario, una politica ecclesiastica di pacificazione: più che perseguitare o cacciare i Sacerdoti e fedeli ariani, che costituivano gran parte del suo gregge, tentò di riconquistarne i cuori e d’illuminarne le menti, anche attraverso un solerte programma di moralizzazione, a cui sono dedicati gran parte delle sue prediche e dei suoi commentari biblici. Non che si rifiutasse pavidamente di lottare contro la fazione ariana, ancora fortemente radicata a corte (che era proprio a Milano), come testimonia la celebre disputa delle Basiliche del 386. Nei primi mesi del 386, infatti, il Vescovo ariano Mercurino, che aveva adottato il soprannome di Aussenzio in onore del predecessore di sant’Ambrogio, era stato invitato a Milano dall’Imperatrice madre Giustina (che governava al posto del fanciullo Valentiniano II) per prendere la guida dei fedeli ariani, creando così uno scisma di fatto. La protervia di Giustina arrivò a imporre, attraverso una legge ad hoc, a sant’Ambrogio di cedere a Mercurino la Basilica Porziana (l’odierna San Vittore), col pretesto del fatto che i Cattolici avevano appena costruito una nuova Basilica e che anche gli ariani avessero diritto a celebrare i riti della Settimana Santa in un luogo sacro. Senza volerne sentire ragione, il Santo chiamò a raccolta il popolo cristiano che la notte della Domenica delle Palme si asserragliò nella Basilica Porziana, mentre la guardia imperiale con minacciose torce circondava la Basilica. La pacifica resistenza dei Cattolici milanesi, spronati dal loro Pastore, che in quell’occasione adottò per la prima volta il canto degli inni sacri, per tenere svegli e rincuorare i fedeli nel grande pericolo, ebbe alla fine la meglio sulla superbia di Giustina.
Come dicevamo però l’opera pastorale di sant’Ambrogio non fu tanto una polemica e un’opposizione frontale contro l’arianesimo quanto un tentativo di conquista e di risanamento: come una leonessa non mancò di proteggere con coraggio e forza i suoi cuccioli dalle fiere eretiche ma, allo stesso tempo, da vera madre, curò le loro ferite morali e dottrinali di venti anni di “pastorale” ariana con la sua lingua melliflua, proprio come una leonessa avrebbe fatto verso i cuccioli vulnerati.
La sua predicazione risanatrice poi, come ammettono tutti gli studiosi, fu dominata dalla figura di Cristo, proprio quella che la propaganda pseudo-teologica ariana colpiva a morte. «Omnia est Christus nobis» (Cristo è tutto per noi), questa è la parola d’ordine del Santo Vescovo di Milano, precursore, nell’epoca patristica, di quel sano cristocentrismo che risuona in tutte le sue opere: Cristo, l’Unigenito del Padre, è «il principio della Creazione, il seme di tutto», attraverso cui Dio ha creato tutte le cose; è «l’eterno splendore dell’anima» che è stato mandato dal Padre «per darci la possibilità di contemplare, nella luce del suo volto, le realtà eterne e celesti»; ma soprattutto è il Salvatore di tutti, «la sorgente della vita» tanto che «nel Redentore di tutti non entrava un solo uomo, ma tutto quanto il mondo». Pertanto tutti gli uomini, qualsiasi sia il loro stato e le ferite che indeboliscono la loro anima, devono rivolgersi con fiducia a Cristo: «Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento». L’appello ad accogliere Cristo nei propri cuori che sant’Ambrogio rivolge a tutti i Cristiani è il più bel suggello alla storia di questo secolo, dove nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita, per dare a tutti la vita: «Entri nella tua anima Cristo, abbia dimora nei tuoi pensieri Gesù, per precludere ogni spazio al peccato nella sacra tenda della virtù».

venerdì 15 gennaio 2016

“Post corvi discéssum, Eja, inquit Paulus, Dóminus nobis prándium misit, vere pius, vere miséricors. Sexagínta jam anni sunt, cum accípio quotídie dimédii panis fragméntum, nunc ad advéntum tuum milítibus suis Christus duplicávit annónam. Quare cum gratiárum actióne ad fontem capiéntes cibum, ubi tantísper recreáti sunt, íterum grátiis de more Deo actis, noctem in divínis láudibus consumpsérunt” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI PAULI, PRIMI EREMITÆ, CONFESSORIS

La festa di questo patriarca dell’ascesi monastica orientale è entrata molto tardi nel calendario romano, giacché fu soltanto sotto l’influenza di una Congregazione religiosa che portava il suo nome. In effetti, fu inserita nell’Ordo del Laterano, ed apparve a Roma nell’XI sec., con il calendario dell’Aventino, il lezionario di San Gregorio, il passionario dei Santi Giovanni e Paolo, i martirologi di San Pietro e di San Ciriaco. Si trova il nome del santo nella litania pasquale (del sabato santo) dell’Epistolario di San Saba (L’Epistolario di san Saba è un lezionario dell’XI sec. su pergamena, che nel XVII sec. è stato rivestito di cuoio e denominato Lectionnarius vetus: cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 33).
I Copti festeggiano san Paolo di Tebe il 27 gennaio ed i Bizantini il 15 dello stesso mese, mentre il calendario di Napoli l’iscrive al 19. Beda introdusse la sua menzione al 10 gennaio nel suo martirologio. La festa era celebrata a San Gallo dalla metà del IX sec., ma nel XII, essa era ancora poco diffusa in Francia ed in Italia (così ricorda G. de ValousLe Monachisme clunisien des origines au XVe siècle, Coll. Archives de la France monastique, tomo 39, Paris 1935, p. 399) (cfr. sul punto P. Jounel, op. cit., p. 212).
Dopo il XIV sec., la festa aveva preso in Occidente uno sviluppo considerevole, tanto che Innocenzo XIII elevò la festa di san Paolo eremita al rito doppio per la Chiesa universale. Roma stessa, nel XVI sec., sul colle Viminale, nel rione Monti, aveva un tempio in onore di questo ammirevole figlio del deserto. Oggi quest’edificio è confiscato e profanato dallo Stato italiano (Cfr. Mariano ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 190).
L’insegna degli eremiti di San Paolo era la palma. Da lì vengono, nella messa, le graziose e frequenti allusioni a quest’albero provvidenziale che fornì al nostro santo cibo e vestiti (i suoi abiti erano, infatti, intrecciati con le foglie di palma) e che, per l’estensione dei suoi rami, simbolizza molto bene nelle Scritture l’attività soprannaturale dei giusti.
La storia di san Paolo, primo eremita, fu scritta verso il 376 da san Girolamo. La sua identità con il monaco Paolo, che due preti luciferiani (i luciferiani erano un gruppo di seguaci di san Lucifero di Cagliari, i quali erano noti per il loro rigorismo ed intransigentismo, tanto da far dubitare molti – anche nell’antichità – della santità dello stesso san Lucifero), Marcellino e Faustino, i quali, essendo stati espulsi da Roma da papa Damaso, presentarono una petizione, una lettera (Libellus Precum Adversus Damasum) agli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio (tra il 383 ed il 384), nella quale, tra l’altro, ci descrivono come un invincibile campione dell’ortodossia di Nicea ad Ossirinco (Faustinus et Marcellinus presbyterorum partis Ursini, Adversus Damasum, Libellus Precum Ad Imperatores Valentinianum, Theodosium et Arcadim, § 26, in PL 13, col. 101), non è interamente dimostrata. Nel documento, che fa parte della Collectio Avellana, racconta quello che vi è era capitato poco prima ad Ossirinco. Il vescovo di questa città, certo Teodoro, aveva, per la sua indegna condotta, provocato uno scisma nella sua chiesa. Una parte del clero e dei fedeli si erano separati da lui e restavano legati strettamente all’ortodossia exemplo et monitu beatissimi Pauli qui iisdem fuit temporibus quibus et famosissimus ille Antonius, non minori vita neque studio, neque divina gratia, quam fuit sanctus Antonius. Novit et hoc ipsa civitas Oxyrinchus, quæ hodieque sanctam Pauli memoriam devotissime célébrâtQuesto beato Paolo, che viveva nella Tebaide, che fu contemporaneo ed emulo del grande sant’Antonio e di cui la memoria era celebrata dagli abitanti di Ossirinco come quella di un santo, non sarebbe altro, evidentemente, che Paolo di Tebe. A differenza della Vita Pauli di Girolamo, da cui emerge la figura di un anacoreta, che viveva nascosto nel deserto e sconosciuto a tutti, tanto che solo una rivelazione lo fa conoscere ad Antonio, questo testo, al contrario, ci informa della sua grande notorietà e che è coinvolto attivamente negli affari interni della chiesa di Ossirinco.
Se il Paolo di questo secondo documento (cioè oltre la fonte girolamina) sarebbe lo stesso di quello di cui san Girolamo tesse l’elogio, il primo eremita ci sarebbe mostrato in un aspetto completamente nuovo. I bisogni della fede l’avrebbero temporaneamente trasformato in un coraggioso apostolo. Il documento in questione aggiunge che la festa di san Paolo era da allora celebrata ogni anno dal popolo di Ossirinco (Cfr. H. DelehayeLa personnalité historique de saint Paul de Thèbes, in Analect. Bolland., t. XLIV, 1926, pp. 64-69. Contra F. CavalleraPaul de Thebes et Paul de Oxyrhynque, in Revue d’ascétique et de mystique, t. VII, 1926, p. 302-305, per il quale il Paolo menzionato nel Libellus Precum sarebbe un omonimo del santo eremita, da non confondere con quest’ultimo. Infatti, si argomenta che il Paolo di Ossirinco sarebbe stato attivo all’epoca di Giorgio, vescovo di Alessandria, vale a dire tra il 357 ed il 361 e doveva essere noto quanto Antonio e non inferiore a lui per santità di vita, zelo e grazia divina).
La messa, tranne un verso d'Osea, non ha alcun elemento proprio, ma desume le sue parti da altre messe del comune dei semplici confessori. Un autore sacro riferisce una bella definizione di un santo. Un santo, egli dice, è un cristiano che prende sul serio gli obblighi del suo battesimo, e la natura delle relazioni che corrono fra il Creatore e la creatura. Così si spiega come san Paolo eremita, per esempio abbia potuto sostenere quasi un secolo di vita, a solitaria e penitente, credendo ancora di dare troppo poco per conquistare il paradiso e Dio.




Daniel de Vos, S. Paolo eremita, XVII sec., collezione privata

Daniele Crespi, Morte di S. Paolo eremita, 1619 circa

Diego Rodriguez de Silva y Velázquez, SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1634 circa, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1635-40, museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1640 circa, museo del Prado, Madrid

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, prima del 1648, Muzeum Narodowe w Warszawie, Varsavia

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, 1648

Francisco Camilo, Morte di S. Paolo eremita, 1649 circa, museo del Prado, Madrid

Mattia Preti, S. Paolo eremita, 1656-60, Art Gallery of Ontario, Toronto

Mattia Preti (attrib.), S. Paolo eremita, 1675 circa, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona

Mattia Preti, S. Paolo eremita, XVII, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcellona

Luca Giordano, S. Paolo eremita, 1685-90, collezione privata

Alexandre Cabanel, S. Paolo eremita, 1841-45, Musée Fabre, Montpellier