Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 27 maggio 2018

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
L'eresia ariana del Bianchi appare ancor più chiara in un'altra occasione:
"Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. ... . Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio" (Gad Lerner, Il Natale: ma è nato un uomo o un Dio? Intervista a Enzo Bianchi, in La Repubblica, 24.12.2010). 
Pure di recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






Carlo Dolci, SS. Trinità in gloria, 1658-63, Rhode Island School of Design Museum of Art,  Providence


lunedì 2 maggio 2016

Tre Leoni nel secolo degli ariani

Nella festa di S. Atanasio, che vinse il mondo ariano con la forza della fede e della Verità (cfr. Corrado Gnerre, Quando Atanasio si ritrovò solo in «un mondo ariano». e vinse con la forza della fede e della verità, in Il Timone, 21.4.2016) rilancio volentieri questo contributo. L'articolo è anche riportato da Chiesa e postconcilio.

Tre Leoni nel secolo degli ariani

di Carlo Codega

Tre figure di Vescovi coraggiosi, che hanno lottato fino all’ultimo per custodire intatto il deposito della Fede, si sono susseguiti nel secolo degli ariani; secolo in cui nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita...

«Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est» (Il mondo intero gemette sbalordendosi di essere diventato ariano): con queste significative parole san Girolamo descrisse lo stato ecclesiastico della metà del IV secolo quando l’eresia ariana, ben sostenuta dall’Imperatore Costanzo II, sembrava aver ormai abbattuto i difensori della vera Fede, sedotto i deboli e corrotto gli opportunisti. Quella croce gloriosa che, apparendo a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio nel 312, aveva segnato il trionfo di Cristo sull’Impero Romano, passato in pochi anni dalla persecuzione verso i Cristiani al loro pubblico riconoscimento, ora veniva utilizzata, nella sua “apparente” debolezza, da Sacerdoti e Vescovi, ben introdotti alla corte di Costanzo II (figlio del medesimo Costantino) per mostrare l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre. Strana parabola della Chiesa in questo secolo emblematico: dalla persecuzione al trionfo, dal trionfo all’autodistruzione per infine celebrare la sua silenziosa “risurrezione”, e tutto nel segno della Croce, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 18,23). È sempre il mistero della Croce di Cristo, Capo mistico, che si prolunga nelle membra mistiche a segnare il corso della Chiesa nella storia.

I nemici di Cristo

Con poche ma significative parole il grande sant’Atanasio seppe descrivere i suoi grandi avversari ariani: “Christomakoi” (nemici di Cristo). Tale giudizio duro e tagliente non è però senza ragione, considerando che sant’Alessandro d’Alessandria, il primo nemico dell’eresiarca Ario, fin dall’inizio denunciò la malvagità di quest’eresia con una lettera ai Vescovi cattolici: «Mettendo in discussione ogni pia ed apostolica dottrina, gli ariani hanno costruito un’officina per far la guerra a Cristo, alla maniera dei giudei, attaccare la divinità del nostro Salvatore e predicare che egli è semplicemente uguale a chiunque altro». Dal punto di vista teorico infatti l’arianesimo non fu altro che una rilettura razionalista della Fede cattolica, incapace di accettare i misteri della Rivelazione (Unità e Trinità di Dio, Incarnazione), per proporre una fede “a portata d’uomo”, una fede in cui Dio ha bisogno di un intermediario, “divino” (in un certo senso) ma non Egli stesso “Dio”, per comunicare con il mondo. Quest’intermediario non è altro che Gesù Cristo, il Logos, il quale ha certo in sé una scintilla del divino ma in alcun modo è Dio: Egli fu generato dal Padre dal nulla, al pari di noi, e vi fu un tempo in cui non era, quindi non è né l’origine assoluta né eterno, e, di conseguenza, non è Dio. I passi della Sacra Scrittura in cui si parla della vera umanità del Cristo vengono poi forzati e utilizzati per asserire in Lui l’assenza della Divinità. 
Tale teoria che subordinava il Figlio al Padre e, soprattutto, gli negava l’essenza divina, trovò però una solenne condanna al Concilio di Nicea (325), convocato dall’Imperatore Costantino: l’Assise fu quasi unanime (solo tre Vescovi rifiutarono di firmare) nel proclamare l’omousia (consustanzialità) del Padre e del Figlio, ovvero il Figlio è Dio tanto quanto il Padre. Contro il baluardo dottrinale di Nicea ben presto gli ariani montarono la loro “officina”, ovvero le arti politiche di alcuni dei loro esponenti, come Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea, che, ben introdotti alla corte di Costantino, riuscirono a ribaltare “politicamente” la sentenza di Nicea. Costantino, che molto apprezzava gli adulatori, approvò l’azione di questi Vescovi ariani, confermando la deposizione e l’esilio dei Vescovi difensori di Nicea, e lasciò che persuadessero gran parte dell’Episcopato orientale, più preoccupato che convinto, a passare dalla loro parte. Addirittura Eusebio di Nicomedia arrivò a convincere Costantino a riabilitare l’eresiarca Ario: appena arrivato a Costantinopoli, poco prima della pubblica reintegrazione nel Clero, Ario morì però in una pubblica latrina, ancora scomunicato. Una fine immonda per chi aveva sparso la sua immonda dottrina per l’orbe cattolico!

Sant’Atanasio di Alessandria: la forza del leone

In questo contesto inizia la vicenda di sant’Atanasio, già collaboratore e Diacono di sant’Alessandro, partecipe al Concilio di Nicea e, poi, successore del Patriarca di Alessandria nel 328. Se c’è qualcuno che possa, come san Paolo, “vantarsi della sua debolezza” (cf. 2Cor 11,30) nella quale si manifesta la forza di Cristo questi è proprio sant’Atanasio. Anch’egli, come l’Apostolo delle genti, avrebbe potuto elencare le numerose vicissitudini dei trent’anni di tribolazione: cinque volte deposto, due volte portato davanti ai tribunali come malfattore, due volte in esilio lontano dalla patria, una fuga nel deserto per scappare alla morte, una reclusione nella sua casa di campagna, una presso la tomba del padre e, proprio al pari di san Paolo, «oltre a tutto questo, l’assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (cf. 2Cor 11,23-30), per la sua Chiesa a lui fedele, costretta a soffrire insieme a lui. Tempra di leone e cuore di pastore, la fortezza rifulge in tutta la sua vicenda umana quale sua dote eminente: fortezza che lo fece resistere, saldo e incrollabile, durante i difficili trenta anni di persecuzione subiti non tanto dall’Imperatore quanto dai confratelli Vescovi, senza punto perdere confidenza verso quella Chiesa che sentiva come madre, affidando anzi a Dio tutta la sua sorte. «La tempesta passerà e tornerà il sereno», era la sua risposta abituale a chi ne compiangeva le sofferenze. Soprattutto poi quella passione per Gesù Cristo, per la difesa della sua Divinità e della sua Opera redentrice, che lo animava fin nel profondo, fino quasi a renderlo incrollabile, “immortale”, proprio ciò che il suo nome significa (athanatos = privo di morte): «Meglio morire per Dio che tradire la verità», scrisse al Vescovo Osio di Cordova, ortodosso ma, forse, caduto per debolezza.
Le sue traversie iniziarono nel 335 quando la sua intransigente difesa del Concilio di Nicea di fronte al diffondersi dell’arianesimo “cortigiano” e il rifiuto di riaccogliere Ario in comunione, gli costò la prima convocazione, davanti al Concilio di Tiro. Non avendo niente di oggettivo di cui accusarlo, le più svariate imputazioni vennero scagliate contro di lui: violenze contro un Prete, profanazione di un Calice e di un Altare, immoralità con una donna e, addirittura, l’uccisione di un Vescovo scismatico, a cui avrebbe addirittura tagliato un braccio – che i nemici potevano ben esibire – per compiere atti magici. Le scarse prove che si presentavano erano false e tendenziose, il che rendeva abbastanza facile a sant’Atanasio provare la sua innocenza: davanti all’accusa di omicidio, seppe scovare e presentare al Concilio il Vescovo Arsenio e, mostrando l’integrità dei suoi arti, domandò all’insigne Sinodo se «pensasse che l’Onnipotente possa dare ad un uomo più di due braccia»! Nonostante ciò la via per condannare il Patriarca di Alessandria si trovò lo stesso: l’astuto Eusebio di Nicomedia, facendo leva sui sospetti politici di Costantino, fece credere all’Imperatore che sant’Atanasio trattenesse derrate di grano egiziano dirette a Costantinopoli, per affamare la popolazione e spingerla alla ribellione. Conquistato l’animo dell’Imperatore la soluzione fu veloce: sant’Atanasio fu deposto dal Concilio di Tiro ed esiliato da Costantino a Treviri!
Primo dei cinque esili, e prima delle molte sofferenze, in cui a quelle fisiche si sommavano quelle morali: dopo la morte di Costantino (337) – in seguito alla quale poté rientrare ad Alessandria – il secondo esilio fu deciso nuovamente dai Vescovi orientali spinti da Costanzo II, figlio di Costantino e suo successore in Oriente. In questo secondo esilio (339-’42), che lo portò a Roma, almeno ebbe dalla sua parte Papa Giulio, l’Imperatore d’Occidente Costante e tutto l’Episcopato occidentale. Non sarebbe stato così in seguito: dopo la morte di Costante e la riunificazione dell’Impero nelle mani dell’ariano Costanzo (350), ecco che il Patriarca di Alessandria dovette subire anche il terzo esilio, forse il più doloroso. Più doloroso perché il Vescovo nominato al suo posto, l’empio Giorgio di Cappadocia – forse un ex-soldato radiato dall’esercito per immoralità – versò più volte il sangue dei fedeli, che mal accettavano il suo episcopato, mentre il Santo, protetto dal suo Clero, riuscì a scappare e prendere la via del deserto, dove trascorse ben sei anni (356-’62); più doloroso perché l’intero Episcopato occidentale, con solo poche eccezioni, cedette alle pressioni di Costanzo scomunicando il Patriarca; più doloroso ancora perché lo stesso Papa Liberio, estenuato dalle violente lusinghe imperiali, finì pro bono pacis per rifiutare la comunione al Vescovo perseguitato; ancor più doloroso perché i Vescovi occidentali e orientali, nei Sinodi gemelli di Rimini e Seleucia (359), finirono per rifiutare il Concilio di Nicea e proporre una formula dogmatica che, pur senza negarla, occultava la Divinità di Cristo: è proprio questo il momento in cui l’intero mondo sembrava diventato ariano e in cui maggiormente il cuore del Santo soffriva per la sorte della sua amata Chiesa.
Eppure la morte di Costanzo e l’avvento al trono di Giuliano (362) permisero al partito cattolico di risorgere e riconquistare, con la credibilità della Dottrina e la forza dell’esempio, piano piano le diocesi. Gli ultimi due esili del leone di Alessandria – voluti dal pagano Giuliano nel 362 e dall’ariano Valente nel 364 – tutto sommato, furono brevi e non impedirono al Patriarca di esercitare, finalmente dopo trent’anni di difficoltà, il suo ministero pastorale, rischiarando le menti con la sana Dottrina, svegliando le coscienze intorpidite dall’eresia e porgendo la mano anche a coloro che erano caduti per debolezza e ingenuità nella trappola dell’arianesimo. La fortezza di questo leone, a ben vedere, non sta tanto nella forza con cui seppe trionfare quanto nella pazienza con cui seppe attendere e pazientare il trionfo di Cristo, sfruttando sempre le circostanze infelici per fare del bene (a Treviri e a Roma il Santo “importò” il monachesimo egiziano), infatti, come dice il libro dei Proverbi, «l’uomo paziente vale più dell’uomo forte, e chi domina l’animo vale più di un espugnatore di città» (16,32). 

Sant’Ilario di Poitiers: il coraggio del leone

Al leone d’Oriente si affianca il leone di Poitiers, detto anche l’Atanasio d’Occidente: sant’Ilario. Di una generazione successiva, sant’Ilario non vide i primordi dell’arianesimo e gli anni di Costantino ma incominciò a operare e a combattere proprio nei momenti dell’illusorio trionfo dell’arianesimo su tutta la Chiesa, per poi essere tra i primi a cooperare alla ricostruzione del vero Cattolicesimo. Nato nel paganesimo Ilario arrivò al Cristianesimo per una via filosofica: fu in particolare, come narra nelle vibranti pagine del libro I del De Trinitate, il dogma della Santissima Trinità e della consustanzialità del Padre e del Figlio a illuminargli il cammino verso la conversione. Il prologo del Vangelo di san Giovanni aprì il suo intelletto all’accettazione del Cristianesimo: «Lì la mente già trepida e ansiosa ritrova più speranza, di quanto ne avrebbe aspettata. In primo luogo viene imbevuta della cognizione di Dio Padre. E ciò che prima conosceva per ragione dell’eternità, dell’infinità e della natura del suo Creatore, ora lo considera come proprio anche dell’Unigenito di Dio [...]. È poi rarissima la fede in questa conoscenza, ma comporta il massimo premio: poiché “anche i suoi non lo hanno accettato” mentre coloro che lo hanno accettato sono stati elevati a figli di Dio non per una generazione della carne ma della fede». Questo splendido mistero della Trinità che gli aveva dischiuso gli scrigni della Verità, ora veniva distrutto, con particolare attenzione alla Divinità di Cristo, da quest’arrogante setta che, sotto la protezione del potere imperiale, s’imponeva con la violenza anziché con la forza della verità sui Pastori della Chiesa. Lo stesso sant’Ilario, divenuto Vescovo negli anni ’50, dovette assistere al terribile spettacolo del Concilio di Milano del 355, quando i Vescovi occidentali furono costretti dai funzionari imperiali con la violenza a rompere la comunione con sant’Atanasio. Solo san Dionigi di Milano, sant’Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari seppero opporsi e pagarono questa loro scelta con la medesima pena del Patriarca di Alessandria, l’esilio, spesso in mezzo a violenze e umiliazioni. Nel 356 lo stesso triste destino sant’Ilario dovette subirlo sulla sua pelle: in un Sinodo convocato ad Arles – da lui chiamato «sinodo dei falsi apostoli» – sotto la presidenza di Saturnino, longa manus dell’Imperatore Costanzo II, egli solo, insieme al Vescovo di Marsiglia, si oppose e fu condannato all’esilio in Asia Minore. Qui, come in tutta la sua vita, diede prova di ciò che poi avrebbe scritto all’Imperatore: «Io sono cattolico e non voglio essere eretico; sono cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità».
Anziché fiaccarlo o sconfortarlo, l’esilio, colto come un’occasione della Provvidenza, lo accrebbe nella forza e nel coraggio: in Asia Minore, con lo studio dell’arianesimo e dei sottili sofismi che avevano ingannato molti Vescovi e presbiteri in buona fede, svolse una preziosissima opera di avvicinamento tra l’Episcopato occidentale e orientale, che lo portò a scrivere il suo celebre De Trinitate. Soprattutto sant’Ilario fu l’anima della resistenza “nicena” al Concilio di Seleucia (359), coinvolgendo anche gli ariani moderati (i cosiddetti semiariani od omeusiani) contro l’empia eresia anomea (gli ariani più estremi che negavano qualsiasi somiglianza tra Gesù e il Padre). Purtroppo l’Imperatore, avvedutosi dei consensi che stava raccogliendo attorno a sé Ilario anche tra l’Episcopato orientale, trasferì il Concilio a Costantinopoli, perché avesse un esito simile a quello gemello di Rimini (359), dove l’Episcopato occidentale aveva ceduto a firmare una professione di Fede lacunosa, anche se non apertamente eretica. Nonostante la delusione per questa terribile notizia, sant’Ilario non dubitò che, nonostante la debolezza dei Vescovi in Oriente e in Occidente, la Fede cattolica sopravvivesse nei cuori dei fedeli: «Spesso le orecchie dei fedeli sono più pure delle labbra dei pastori», come ebbe a scrivere in quest’occasione. Ciò lo spronò a continuare a lottare con cuore impavido per la retta Fede: trasferitosi a Costantinopoli, in preparazione del Concilio, scrisse più volte all’Imperatore Costanzo perché autorizzasse una pubblica disputa col suo grande accusatore, Saturnino di Arles. Da buon “pastore” ariano, ben più avvezzo alla politica che alla Teologia, questi si guardò bene dall’accettare la sfida, anzi sollecitò il suo patrono imperiale ad una scelta singolare: sant’Ilario venne infatti rimandato in patria, apparentemente come “perdono” ma in realtà per allontanarlo dal Concilio che doveva avere nei piani ariani un esito identico a quello di Rimini. Pur accettando la decisione imperiale, sant’Ilario rispose alla cabala tra Imperatore e ariani con un atto di coraggio, degno di un vero difensore del Verbo Incarnato di fronte all’arroganza dei nemici di Cristo. Nel libello Contra Costantium il Santo sfidò frontalmente l’Imperatore accusandolo di attentare alla Chiesa molto più che gli antichi persecutori pagani Nerone e Decio: «È giunto il tempo di parlare, perché è finito il tempo di tacere. [...]. Oggi dobbiamo combattere contro un persecutore mascherato, contro un nemico che ci lusinga, contro l’Anticristo Costanzo che ha per noi non colpi mortali ma carezze, che non proscrive le sue vittime per dare loro la vera vita, ma le colma di carezze per dar loro la morte, che non dà la libertà delle prigioni oscure, ma una servitù di onori nei propri palazzi, che non lacera i fianchi, ma invade i cuori, che non stacca la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, che non pubblica editti per condannare al fuoco, ma accende per ciascuno il fuoco dell’inferno. Non discute, per timore di essere sconfitto, ma lusinga per dominare, confessa Cristo per rinnegarlo, procura una falsa unità perché non vi sia affatto la pace, infierisce contro alcuni errori per meglio distruggere la dottrina di Cristo, onora i Vescovi, perché cessino di essere Vescovi, costruisce chiese, mentre va distruggendo la fede».
L’effimero trionfo ariano dei due Concili gemelli, lasciò spazio, con la morte di Costanzo II (361), alla possibilità di rinascita della Fede cattolica, così come stabilita al Concilio di Nicea. Accettato dai Vescovi francesi, divenne il trascinatore carismatico di questi, favorendo i buoni senza respingere coloro che erano caduti per debolezza più che per malizia. Mentre combatteva a spada tratta con Aussenzio di Milano, celebre Vescovo ariano, egli ricostruì passo dopo passo la cattolicità in Gallia, unendo, come ha detto Benedetto XVI, «la fortezza nella fede alla mansuetudine nei rapporti interpersonali» (Catechesi del 10.10.2007), il tutto esito di una comprensione singolare della Rivelazione e delle Sacre Scritture. Il coraggio di cui diede prova sant’Ilario in tutta la sua vita contro quel “mondo” che sembrava tutto coalizzato contro i veri Cristiani, non fu altro che una risposta fiduciosa a Colui che per primo aveva detto ai suoi Discepoli: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

Sant’Ambrogio di Milano: una leonessa per curare i cuccioli feriti

Un altro salto generazionale, rimanendo nel mondo occidentale, ci conduce invece all’epoca di sant’Ambrogio di Milano. Con la morte dell’Imperatore Costanzo l’arianesimo perse il suo grande sostegno politico e, di fatto, perse gran parte della sua consistenza, lasciando però una Chiesa lacerata dalla contesa interna e un clero “cortigiano” privo di profondità dottrinale e senza alcuna spinta verso la perfezione, se non immerso nell’immoralità vera e propria. Avendo suscitato ben poche vocazioni autentiche, spesso gli ariani riempivano i ranghi del clero con personaggi discutibili e ambiziosi, più carrieristi che pastori. Il successore di Costanzo II, Giuliano, passato alla storia come l’Apostata per il suo tentativo di far rivivere il paganesimo e annientare “dolcemente” il Cristianesimo, nonostante avesse avuto come precettore un Vescovo ariano, non favorì il partito eretico ma preferì, ambiguamente, permettere il ritorno dei Vescovi cattolici, così da fomentare la discordia interna e indebolire la Chiesa, sua prima nemica. Vero è che la fine del suo breve regno (365) riportò nella pars orientale dell’Impero un fazioso ariano, Valente, che per una decina di anni fece rivivere la politica di Costanzo, anche se con minor efficacia. 
Insomma, l’arianesimo recedeva ovunque, in Occidente più che in Oriente, ma rimanevano ampie sacche di resistenza, soprattutto dove meno giungeva l’influenza del Papa. Una di queste sacche fu Milano, governata dal 355 al 374 dall’ariano Aussenzio, nominato Vescovo dall’Imperatore dopo l’esilio di san Dionigi, che non aveva voluto sottoscrivere la condanna di sant’Atanasio. «Più immorale di un giudeo», secondo sant’Ambrogio, questi nei venti anni di Episcopato provocò la decadenza morale e religiosa della città e del Clero, dove sopravvivevano comunque alcuni buoni Sacerdoti come il dotto san Simpliciano, maestro e successore di sant’Ambrogio. Ambrogio, proveniente da una nobile famiglia romana di funzionari e cresciuto a stretto contatto con la Chiesa di Roma, era asceso a importanti cariche politiche, fino a quella di consolare dell’Italia Occidentale. Nel 374, alla morte di Aussenzio, mentre egli cercava di guidare pacificamente e con equilibrio l’elezione del successore, turbata dai contrasti tra ariani e cattolici, finì per venire egli stesso eletto, nonostante non avesse ancora ricevuto il Battesimo (cosa abbastanza comune allora): un bambino, mentre si discuteva accanitamente, ispirato da Dio, incominciò a gridare “Ambrogio Vescovo”, riscuotendo i plausi e l’accordo di tutta la folla.
Nonostante potesse sembrare l’elezione di un moderato, a metà strada tra Cattolici niceni e ariani, sant’Ambrogio era sicuramente di schietta fede cattolica, tanto è vero che come prima decisione dispose il ritorno delle spoglie mortali di san Dionigi. Il Santo però, da abile “politico”, comprese la difficile situazione, e, sotto la guida di san Simpliciano, adottò, al pari di sant’Atanasio e sant’Ilario, una politica ecclesiastica di pacificazione: più che perseguitare o cacciare i Sacerdoti e fedeli ariani, che costituivano gran parte del suo gregge, tentò di riconquistarne i cuori e d’illuminarne le menti, anche attraverso un solerte programma di moralizzazione, a cui sono dedicati gran parte delle sue prediche e dei suoi commentari biblici. Non che si rifiutasse pavidamente di lottare contro la fazione ariana, ancora fortemente radicata a corte (che era proprio a Milano), come testimonia la celebre disputa delle Basiliche del 386. Nei primi mesi del 386, infatti, il Vescovo ariano Mercurino, che aveva adottato il soprannome di Aussenzio in onore del predecessore di sant’Ambrogio, era stato invitato a Milano dall’Imperatrice madre Giustina (che governava al posto del fanciullo Valentiniano II) per prendere la guida dei fedeli ariani, creando così uno scisma di fatto. La protervia di Giustina arrivò a imporre, attraverso una legge ad hoc, a sant’Ambrogio di cedere a Mercurino la Basilica Porziana (l’odierna San Vittore), col pretesto del fatto che i Cattolici avevano appena costruito una nuova Basilica e che anche gli ariani avessero diritto a celebrare i riti della Settimana Santa in un luogo sacro. Senza volerne sentire ragione, il Santo chiamò a raccolta il popolo cristiano che la notte della Domenica delle Palme si asserragliò nella Basilica Porziana, mentre la guardia imperiale con minacciose torce circondava la Basilica. La pacifica resistenza dei Cattolici milanesi, spronati dal loro Pastore, che in quell’occasione adottò per la prima volta il canto degli inni sacri, per tenere svegli e rincuorare i fedeli nel grande pericolo, ebbe alla fine la meglio sulla superbia di Giustina.
Come dicevamo però l’opera pastorale di sant’Ambrogio non fu tanto una polemica e un’opposizione frontale contro l’arianesimo quanto un tentativo di conquista e di risanamento: come una leonessa non mancò di proteggere con coraggio e forza i suoi cuccioli dalle fiere eretiche ma, allo stesso tempo, da vera madre, curò le loro ferite morali e dottrinali di venti anni di “pastorale” ariana con la sua lingua melliflua, proprio come una leonessa avrebbe fatto verso i cuccioli vulnerati.
La sua predicazione risanatrice poi, come ammettono tutti gli studiosi, fu dominata dalla figura di Cristo, proprio quella che la propaganda pseudo-teologica ariana colpiva a morte. «Omnia est Christus nobis» (Cristo è tutto per noi), questa è la parola d’ordine del Santo Vescovo di Milano, precursore, nell’epoca patristica, di quel sano cristocentrismo che risuona in tutte le sue opere: Cristo, l’Unigenito del Padre, è «il principio della Creazione, il seme di tutto», attraverso cui Dio ha creato tutte le cose; è «l’eterno splendore dell’anima» che è stato mandato dal Padre «per darci la possibilità di contemplare, nella luce del suo volto, le realtà eterne e celesti»; ma soprattutto è il Salvatore di tutti, «la sorgente della vita» tanto che «nel Redentore di tutti non entrava un solo uomo, ma tutto quanto il mondo». Pertanto tutti gli uomini, qualsiasi sia il loro stato e le ferite che indeboliscono la loro anima, devono rivolgersi con fiducia a Cristo: «Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento». L’appello ad accogliere Cristo nei propri cuori che sant’Ambrogio rivolge a tutti i Cristiani è il più bel suggello alla storia di questo secolo, dove nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita, per dare a tutti la vita: «Entri nella tua anima Cristo, abbia dimora nei tuoi pensieri Gesù, per precludere ogni spazio al peccato nella sacra tenda della virtù».

venerdì 18 marzo 2016

“In episcopátu injúrias multas et calamitátes, non secus ac beátus Athanásius, cui coævus erat, ab Arianórum factiónibus fídei causa perpéssus fuit. Hi enim ægre feréntes Cyríllum veheménter hærésibus obsístere, ipsum calúmniis aggrediúntur, et in conciliábulo depósitum e sua Sede detúrbant. Quorum furóri ut se subtráheret, Tarsum Cilíciæ aufúgit, et quoad vixit Constántius, exsílii rigórem pértulit. Post illíus mortem, Juliáno Apóstata ad impérium evécto, Hierosólymam redíre pótuit, ubi ardénti zelo gregi suo ab erróribus et a vítiis revocándo óperam navávit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI CYRILLI EPISCOPI HIEROSOLYMITANI CONFESSORIS ET ECCLÉSIÆ DOCTORIS

L’inizio dell’episcopato di questo Pontefice (+ 386?) fu segnato da Dio dal prodigio di una croce luminosa apparsa nel cielo di tutta Gerusalemme il 7 maggio 351. È lo stesso Santo vescovo, nella sua lettera all’imperatore Costanzo, a descriverci l’evento di cui fu testimone con i propri occhi: «Nam in his sanctis sanctae Pentecostes [seu post paschalis temporis] diebus, Nonis Maiis [7], circoter horam tertiam, crux permagna e luce constructa, in coelo super sanctum Golgotham et usque ad sanctum Olivarum montem expansa apparuit: non uni et alteri tantum conspecta, sed universae civitatis multitudini evidentissime ostensa. Neque, ut aliquis forte putaverit, celeriter in imagine praetervolavit; sed compluribus horis desuper terram oculorum visu conspecta est, solares radios coruscantibus fulgoribus exsuperans; alioqui illis oppressa infuscataque latuisset, nisi ipso sole valentiores conspicientium oculis emisisset fulgores. Ita ut universa civitatis multitudo illico in sanctam Ecclesiam confertim accurreret, immissae a Deo visionis metu cum laetitia conjuncto perculsa; juvenum simul ac seniorum turba, virorum ac mulierum, aetatisque omnis, ad ipsas usque in thalamis per domos reclusas puellas; indigenarum una atque exterorum; Christianorum ac Gentilium ex diversis partibus huc adventantium. Qui omnes unanimiter velut ex ore uno Christum Jesum Dominum nostrum, Filium Dei unigenitum, mirabilium effectorem laudibus celebrabant: re ipsa et experientia cognoscentes, Christianorum piissimum dogma, non in persuasoriis sapientiae verbis. sed in demonstratione Spiritus ac potentiae consistere: non ab hominibus solum adnuntiatum, sed e coelis Dei ipsius testimonio comprobatum»; «Nel periodo che precede il giorno della santa Pentecoste [che in quell’anno cadde il 19 maggio, ndr.], cioè nel periodo dopo Pasqua, alle none [ovvero il 7] di maggio, verso l’ora terza [ovvero le nove del mattino], un vasto corpo luminoso, in forma di croce, è apparso nel cielo, proprio sopra il Santo Golgota, giungendo fino al Santo Monte degli Ulivi [cioè, per quasi due miglia di lunghezza], visto non da una o due persone, ma in modo chiaro ed evidente da tutta la città. Ciò non è stato, come si potrebbe pensare, un fenomeno transitorio momentaneo: perché è continuato diverse ore visibile ai nostri occhi, e più splendente del sole, alla luce del quale si sarebbe eclissato, se questo non fosse stato più forte. L’intera città, colpita da un timore reverenziale temprato con gioia, corse subito alla Chiesa, giovani e vecchi, cristiani e pagani, cittadini e stranieri, tutti con una sola voce per lodare il Signore nostro Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio, l’operatore dei miracoli, confermando attraverso l’esperienza la verità della dottrina cristiana, che non consiste in discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza (1 Cor. 2, 4) né si fonda sul solo annuncio umano, ma a cui i cieli stessi di Dio danno testimonianza (cfr. Ebr. 2, 3-4)» (San Cirillo di Gerusalemme, Epistola ad Constantium piissimum imperatorem. De signo lucidae crucis Hierosolymis viso, quod in caelis apparuit, PG 33, 1165-1176, partic. 1169A-1170C).
Il nostro Santo conclude la sua lettera con l’augurio che l’imperatore possa sempre glorificare la santa e consustanziale Trinità.
Gli storici del tempo, ortodossi e non ortodossi, tra cui Sozomeno, Teofane, Eutichio, Giovanni di Nicea, Glycas, e altri citano san Cirillo riguardo a questo evento. Altri, come Socrate, Filostorgio, e l’anonima Cronaca di Alessandria danno un proprio racconto di questo fenomeno. Questo miracolo – che, in verità potrebbe, secondo taluni, descriversi come un fenomeno, sebbene molto raro, ma perfettamente naturale, conosciuto sotto il nome di “croce parelica”, descritto come un fenomeno ottico (cfr. Bertrand Cornet, La Fête de la Croix du 3 mai, in Revue belge de philologie et d’histoire, 1952, pp. 837-848, partic. p. 840, nt. 2) – fu considerato dai cristiani del tempo come la vittoria finale dell’Ortodossia cattolica sull’Arianesimo. Filostorgio e la Cronaca di Alessandria affermano che questa Croce di luce era circondata da un “grande arcobaleno”.
Ancora oggi gli orientali celebrano l’evento al 7 maggio, facendo Commemorazione del Segno della preziosa Croce che apparve nel cielo sopra Gerusalemme. La liturgia orientale, in effetti, nel Tropario canta: «Ha brillato in questo momento più luminosa del sole l’immagine della tua Croce, che hai estesa dal Santo Monte degli Ulivi al Calvario, e mostrando chiaramente la Tua forza che è in essa, o Salvatore, hai anche rafforzato in tal modo i fedeli» e nel Kontakion: «Facendo brillare i suoi raggi sopra il cielo, l’immacolata Croce è apparsa sulla terra, luminosa con splendore, per essa è stato aperto il Cielo, che un tempo era chiuso. Accordato il fulgore della sua opera divina, siamo con certezza guidati allo splendore senza tramonto. Nelle battaglie l’abbiamo quale vera arma della pace e trofeo invincibile».
La festa di san Cirillo, il quale era morto il 18 aprile 387, fu istituita nel 1882 da Leone XIII; essa è in relazione con l’opera di questo Pontefice per favorire il ritorno delle Chiese orientali all’unità della Comunione cattolica.
La messa è quella del Comune dei Dottori, come il 29 gennaio, salvo le seguenti particolarità: la prima colletta contiene un’allusione delicata all’opera dottrinale di Cirillo, che fu l’energico campione della divinità del Verbo contro gli Ariani. Per questo motivo, sotto gli imperatori Costanzo e Valente, il nostro Santo fu deposto dalla sua sede e costretto tre volte a condurre una vita difficile di esilio, che gli valse il merito e la gloria di confessore della fede.
La lezione dell’Epistola è tolta dall’Ecclesiastico (Sir. 39, 6-14), e si trova alla fine della Messa del Comune dei Dottori.
Il Vangelo, che noi ritroviamo per la festa di sant’Atanasio, si rapporta alle persecuzioni ed all’esilio inflitti a Cirillo dagli Ariani. Il Salvatore non vuole che gli Apostoli si espongano temerariamente alla morte o che esercitino un ministero inutile presso quelli che non hanno cura della loro opera.
Egli ordinò, dunque, ai suoi discepoli (Mt. 10, 23-28) perseguitati in una città di recarsi in un’altra, affinché la parola evangelica si diffonda e tutto il mondo possa veder brillare la fiaccola della Parola divina ricevendone la salvezza. Gli Apostoli, Paolo soprattutto, eseguirono esattamente quest’ordine che aveva loro dato il Salvatore e, rigettati dai Giudei, si portarono verso i Gentili del mondo greco-romano in seno del quale si reclutò di preferenza la Chiesa primitiva.
Il grande fuggitivo del IV sec., sant’Atanasio, alla persecuzione del quale, come dice la liturgia, aveva cospirato il mondo intero, ha scritto un libro (Apologia de Fuga sua) per dimostrare che la fuga in tempo di persecuzione, vale a dire nelle circostanze previste dal testo evangelico di questo giorno, è un atto di grande perfezione, non solamente perché è un precetto del Cristo, ma perché, in luogo di mettere fine alle sofferenze inerenti all’apostolato con una morte rapida, essa, al contrario, le prolunga, riservando il missionario a delle prove nuove e più dure.
Era certo a proposito che la messa in onore del glorioso autore delle Catechesi Mistagogiche di Gerusalemme s’ispirasse almeno ai preziosi scritti in cui Cirillo, con una chiarezza ed una concisione ammirabili, espone la dottrina della Chiesa relativamente ai sacramenti ed all’Eucaristia in particolare. Il concetto della colletta di azione di grazie, in cui si domanda che la santa Comunione, ci faccia partecipare alla società della natura divina, è tratta dagli scritti di Cirillo, il quale, a sua volta, si ispira alla II Lettera di san Pietro (1, 4).
Non c’è nulla di più nobile né di più misterioso della grazia che comunica certo all’anima, in un modo creato e proporzionato alla sua capacità, ma tuttavia sempre vera e reale, la vita divina. Creata e divina, diciamo; due termini che sembrano escludersi; e tuttavia l’elevazione dell’anima all’ordine soprannaturale esige precisamente il sostegno di quella vita superiore. La grazia, difatti, prepara l’anima alla gloria, tanto che non c’è da stupirsi se i teologi sembrano imbarazzarsi quando devono spiegare la sua natura intima, poiché, per comprenderla, ne bisognerebbe conoscere anche l’ultimo termine, che è la visione beatifica dell’essenza divina.


Ansano o Sano di Pietro, Morte di S. Girolamo ed apparizione di S. Girolamo a S. Cirillo di Gerusalemme, 1444, Musée du Louvre, Parigi

Jan Luyken, Il segno della Croce sopra Gerusalemme al tempo di Cirillo, 1649-1712, Musée du Louvre, Parigi

Francesco Solimena, S. Cirillo di Gerusalemme, XVII sec., museo diocesano, Napoli

Francesco Bartolozzi, S. Cirillo di Gerusalemme, XVIII-XIX sec.

domenica 6 dicembre 2015

“Viduis et orphanis pecunia, consilio, opera non defuit: oppressos adeo sublevavit, ut etiam tres tribunos, per calumniam a Constantino Augusto condemnatos, qui se propter famam ejus miraculorum orationibus longissime absenti commendarant, adhuc vivens, cum imperatori, minaciter eum terrens, apparuisset, liberaverit. … Mox ad Nicaenum concilium se contulit: ubi cum trecentis illis decem et octo Patribus Arianam haeresim condemnavit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI NICOLAI BARENSIS, EPISCOPI MYRENSIS ET CONFESSORIS

Questo celebre Taumaturgo, vescovo di Mira all’epoca del concilio di Nicea, è festeggiato il 6 dicembre da tutte le Chiese d’Oriente. Egli è iscritto lo stesso giorno nel calendario di Napoli e nei martirologi occidentali a partire da Floro. Il culto di san Nicola in Occidente è, quindi, anteriore al trafugamento delle sue reliquie da parte dei marinai di Bari, che le portarono nella loro città nel 1087. È indubitabile, però, che questa “traslazione” contribuì al suo sviluppo. Fu, perciò, a quell’epoca, verso l’XI sec., che venne definitivamente accolto nel calendario romano. Prima del X sec., san Nicola non è sconosciuto a Roma. Egli è rappresentato in un affresco dell’VIII sec. a santa Maria Antica, insieme ai santi Giovanni Crisostomo, Gregorio di Nazianzio, Basilio, Pietro e Cirillo d’Alessandria, Epifanio ed Atanasio. Non si poteva rendergli un più bell’omaggio che di associarlo ai Padri dell’Oriente cristiano (v. la riproduzione fuori-testo in colore delle pitture della navata sinistra di santa Maria Antica in D.A.C.L. tomo 5, col. 2064: Ο agios Nikolaos (barba corta e casula rossa) è il secondo personaggio a partire dalla destra. Per una descrizione dettagliata dell’affresco, cfr. col. 2020-2025).
Nella Roma medievale il suo culto prese un tempo così grandi proporzioni che si contavano almeno una sessantina di chiese erette sotto il suo nome.
Tra queste, la più insigne è quella che si trova presso il portico d’Ottavia: San Nicola in Carcere Tulliano, o in foro olitorio (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 623-628; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 392), in cui si celebra anche la stazione il sabato della IV settimana di Quaresima.
Nel Patriarchium del Laterano esisteva un oratorio in onore di san Nicola de capella papæ, e che, interamente restaurato dal papa Callisto II, divenne come il monumento votivo della vittoria riportata nel XII sec. dal Pontificato romano contro il Cesarismo germanico (Armellini, op. cit., pp. 106-108; Huelsen, op. cit., pp. 391-392). Questa cappella, che si elevava quasi di fronte all’oratorio di San Lorenzo, fu distrutta sotto Clemente XIII; non se ne conservarono che i disegni delle pitture che la decoravano. L’oratorio di Callisto II era celebre in ragione degli affreschi che vi simbolizzavano il trionfo del Papato sull’Impero all’epoca del Concordato di Worms (1122). L’affresco comportava due registri: in alto la Vergine Madre coronata con il Bambino sulle ginocchia e, da una parte e dall’altro, due papi in piedi (santi Silvestro ed Anacleto) e due papi inginocchiati (Callisto II e l’antipapa Anacleto II); in basso san Nicola al centro, circondato dai santi Leone Magno e Gregorio Magno e, poi, ripartiti in due gruppi, i papi Urbano II, Pasquale II, Gelasio II, Alessandro II, Gregorio VII e Vittore III (Ph. Lauer, Le Palais de Latran, Coll. Ecole Française de Rome, Paris 1911, pp. 163-168. Si trova in queste pagine una riproduzione dettagliata dell’affresco).
In Oriente, la festa di questo Taumaturgo, το εροκηρύκου, το πατροκορυφαίου, το μυροβλύτου, è un festa non lavorativa (o nazionale), in virtù di un’ordinanza dell’imperatore Manuele I Comneno (1143 -1180); e così fu pure in certe diocesi d’Europa. Ciò che valse dai Greci un’immensa fama a san Nicola, è il liquido miracoloso, che, ancora oggi, a Bari, trasuda dalle sue ossa.
Il titolo di confessore, attribuito nell’antichità al Taumaturgo di Mira ( γιος Νικόλαος ο Ομολογητής και Θαυματουργός, ρχιεπίσκοπος Μύρων τς Λυκίας), si riferisce a ciò che ebbe a soffrire durante l’ultima persecuzione. La presenza di san Nicola al concilio di Nicea è molto probabile, ma tutto il resto della leggenda del santo è soggetto a delle prudenti riserve.
La liturgia orientale celebra il nostro Santo col titolo di κανόνα πìστεος, cioè regola della fede.
Ecco una delle più note preghiere bizantine rivolte a san Nicola:

Κανόνα πίστεως καί εκόνα πραότητος, γκρατείας διδάσκαλον νέδειξέ σε τ ποίμν σου τν πραγμάτων λήθειαδιά τοτο κτήσω τ ταπεινώσει τά ψηλά, τ πτωχεί τά πλούσια. Πάτερ εράρχα Νικόλαε, πρέσβευε Χριστ τ Θε σωθναι τάς ψυχάς μν

Regola della fede ed icona di mansuetudine, che ti sei mostrato al tuo gregge maestro di verità, che per la tua umiltà hai raggiunto una gloria sublime e per il tuo amore per la povertà le ricchezze (celesti), o Padre Gerarca (Vescovo) Nicola, intercedi presso Cristo Dio per la salvezza delle anime nostre.

Il titolo “regola della fede” si ricollega direttamente, secondo la tradizione, al ruolo che giocò Nicola al concilio di Nicea. Alcune leggende gli attribuiscono anche due specifici interventi durante l’assise. Nel primo, noto come miracolo del mattone (sebbene questo sia da attribuirsi, in realtà a san Spiridione di Trimithonte, anch’egli presente al Concilio, assieme a sant’Atansio ed altri), poiché Ario non ammetteva l’uguaglianza del Padre e del Figlio, Nicola tentò di dimostrare la coesistenza delle tre persone in uno solo. Preso quindi un mattone, ricordando agli astanti, la sua triplice composizione di terra, acqua e fuoco, che significavano le tre divine persone che costituiscono un unico Dio, si vide una fiamma levarsi dalle sue mani, alcune gocce d’acqua cadere a terra e rimanere nelle sue mani un po’ di terra secca.
Il secondo intervento, ancora più celebre del primo, è lo schiaffo ad Ario. Nicola, acceso di santo zelo, udendo le bestemmie ariane contro la divinità del Cristo, si levò in piedi e con la destra schiaffeggiò l’empio Ario. Riferita la cosa a Costantino, questi ordinò l’incarcerazione del santo, mentre gli altri vescovi lo privavano dei paramenti episcopali. In carcere venne sbeffeggiato ed oltraggiato dai soldati. Uno di questi giunse persino a bruciargli la barba. Durante la notte, san Nicola ebbe l’apparizione di Gesù e di Maria che gli consegnarono il vangelo (segno del magistero episcopale) e la stola o μοφόριον (segno del ministero sacramentale). L’indomani, dovendo celebrare la messa, spinto dalla sua umiltà, Nicola non indossò le insegne vescovili, ma, appena iniziata la Messa, la Vergine scese dal cielo portandogli la sua stola e gli angeli la mitra. Terminata la celebrazione, la barba, che gli era stata bruciata dai carcerieri il giorno innanzi, gli rispuntò più folta e bella.
Ma si tratta di episodi leggendari, come del resto anche altri episodi della sua vita Si pensi alla leggenda secondo la quale, ancora in fasce, non prendeva latte dal seno materno ogni mercoledì e venerdì dopo il tramonto, osservando il digiuno canonico. Trattasi, del resto, di un dato comune a molti santi. Ad es., così faceva anche un altro Nicola, san Nicola (o Nicolò) Politi (o di Adernò, l’attuale Adrano) vissuto nel XII sec., come ci narra la sua Vita sancti Nicolai Adernionensis.
Quel che è certo è che il nostro san Nicola, partecipando al Concilio di Nicea, non poté non essere a favore della tesi di Atanasio e della vera ortodossia. Diversamente non sarebbe stato celebrato come “regola della fede”.
La figura di san Nicola, infine, è particolarmente cara allo stesso Ordine di San Domenico fin dalle origini. Presso questo, infatti, è invocato dai frati quale intercessore e consolatore nelle loro difficoltà, come emerge dalle Vitæ fratum del 1260 del cronista domenicano Gerardo di Frachet (per alcuni episodi che coinvolgono e legano San Nicola all’Ordine dei Predicatori, cfr. P. Lippini (a cura di), Storie e leggende medievali. Le Vitæ Fratrum di Gerardo di Frachet o.p., Bologna 1988, pp. 49-50, 90, 153), il quale rammenta che proprio nella chiesa dei Domenicani di Bologna – così come in altre legate all’Ordine – non poteva mancare un altare dedicato a colui che avevano eletto quale Patrono, san Nicola appunto (ibidem, pp. 153, 239, 330 nota 687), invocato anche per liberare le anime dal carcere del Purgatorio (ibidem, p. 399).
La messa non hanno di speciale che le collette e l’epistola. Le altre parti sono tratte dal Comune dei confessori pontefici.
La fama dei miracoli rese molto popolare il nome di san Nicola non solo in Oriente dove, specialmente presso i Russi, è ancora oggi in grande venerazione, ma pure nelle più lontane province d’Occidente, dove il suo culto è anteriore di molti secoli alla traslazione delle sue reliquie da Myra a Bari.
Le sacre ossa del Taumaturgo s’imperlano continuamente, anche ai nostri giorni, di una sorta di stilla o sudore alla quale i fedeli danno il nome di manna di sano Nicola. In una rivelazione che ebbe in occasione del suo pellegrinaggio a Bari, santa Brigida, mentre pregava nella Cripta dinanzi alla tomba del Santo, apprese dallo stesso san Nicola, apparsole in una visione, il motivo di questo prodigio. L’olio miracoloso che trasuda dalle ossa del santo Pontefice di Myra, designa l’immensa carità e la compassione che l’animarono durante la sua vita, allorché si faceva tutto a tutti per soccorrere gli altri e così portarli al Cristo. Le disse, tra l’altro: «Sappi che come la rosa produce profumo e il grap­polo d’uva un dolce succo, così il mio corpo ha rice­vuto dal Signore la particolare benedizione di trasu­dare olio. Egli infatti onora i Suoi eletti non solo in cielo, ma anche sulla terra, affinché molte persone ne siano edificate e partecipino alla grazia concessa ai santi» («Cum visitaret Sponsa reliquias sancti Nicolai in Baro ad sepulchrum ejus, coepit cogitare de illo liquore olei, manante de corpore ejus. Et tunc rapta extra se in spiritu vidit quamdam personam, oleo unctam et fragrantissime odorantem, quæ dixit ei: Ego sum Nicolaus episcopus, qui appareo tibi in tali specie, sicut dispositus eram in anima, dum vivebam. Nam omnia membra mea ita habitata ex flexibilia erant ad servitium Dei, sicut res uncta, quæ flexibilis est ad opus possidentis, et idea laus exultationis semper erat in anima mea et in ore meo prædicatio divina et in opere patientia, propter virtutes humilitatis et castitatis, quas præcipue dilexi. Sed nunc qui in mundo multorum ossa arida sunt ab humore divino, ideo dant sonum vanitatis et stridorem ex collisione mutua, et inhabilia sunt ad fructificandum fructum justitiæ et abominabilia Deo ad intuendum. Tuo vero scias, quod sicut rosa profert odorem et uva dulcedinem, sic Deus corpori meo emanandi oleum singularem dedit benedictionem quia ipse non solum honorat electos suos in cælis, sed et leatificat ex exaltat in terris, ut plures ædificentur et participentur de gratia eis data»: Bollandisti, De Sancta Birgitta Vidua, Commentarius prævius, cap. 20, § 301, in Acta Sanctorum, Octobris, vol. 52, t. IV, Dies VIII, Parigi-Roma 1866, p. 440).


Autore ignoto, S. Nicola con scene agiografiche della sua vita, XIII sec., Museo Bizantino della Fondazione Arcivescovo Makarios, Nicosia


Icona russa di S. Nicola, 1400-500, Nationalmuseum, Stoccolma

Anonimo artista cretese, Icona di S. Nicola a figura intera, XVI sec., chiesa di Agios Nikolaos (Αγιος Νικόλαος), Tsakistra (Cipro)

Theodoros Poulakis (Θεοδωρος Πουλακης), S. Nicola con scene della sua vita, XVII sec.

Theodoros Poulakis (Θεοδωρος Πουλακης), S. Nicola con scene della sua vita, XVII sec.

Domenichino, S. Nicola, 1608-10, Cappella dei SS. Fondatori - Cappella di S. Nilo, Grottaferrata

Jan Cossiers, S. Nicola salva i tre condannati a morte, 1660, Palais des Beaux-Arts, Lille

Luca Giordano, S. Nicola salva il fanciullo coppiere, Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, Napoli

Luigi Miradori detto il Genovesino, S. Nicola con l’offerente Martino Rota, 1654, Pinacoteca di Brera, Milano

Mattia Preti, S. Nicola di Bari, Pinacoteca Civica, Fano

Mattia Preti, Miracolo di S. Nicola, XVII sec., chiesa di S. Nicola, Siggiewi

Gregorio Preti, Miracolo di S. Nicola, Chiesa parrocchiale di S. Nicolò, Fabriano

Carlo Maratta, Madonna con Bambino tra i SS. Nicola, Ambrogio (o Agostino?) e Francesco di Sales, 1672, Pinacoteca Comunale, Ancona

Gaetano Lapis, Miracolo di S. Nicola, 1756, Chiesa di S. Nicolò, Cagli

Corrado Giaquinto, S. Nicola, musée Fesch, Ajaccio


Corrado Giaquinto, S. Nicola salva i naufraghi dalla tempesta, 1731-33, Pinacoteca Provinciale, Bari

Corrado Giaquinto, La S. Vergine presenta S. Nicola alla SS. Trinità, 1731 circa, collezione privata

Autore anonimo, Morte di S. Nicola, XVIII sec., chiesa dei SS. Apostoli, Manduria

Autore anonimo, S. Nicola benedice i tre bambini, Convento domenicano di S. Nicola, Bari