Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 8 febbraio 2025

438° anniversario del martirio della regina di Scozia Mary Stuart

L'8 febbraio 1587 lasciava questa Valle di lacrime la regina Mary Stuart, affrontando un doloroso martirio per ordine dell'empia cugina, la regina Elisabetta I. 

A lei il nostro ricordo, la nostra preghiera e devoto omaggio.


Autore anonimo, Mary Stuart, regina di Scozia, XVII sec., Blairs College, Aberdeenshire

Scuola inglese, Esecuzione di Mary Stuart, XIX sec.




sabato 6 aprile 2019

S. Carlo Borromeo v/ "vescovo di Roma" Bergoglio

Ricordando quanto riportato quest'oggi da Avvenire circa l'udienza odierna del vescovo di Roma (v. qui), un nostro amico ci rammenta che, al tempo di san Carlo Borromeo, c'era, come sempre, gente che lasciava la sua patria, che migrava. E lo faceva per vari motivi, alcuni dei quali legati alla Religione. Per esempio molti lasciavano l'Italia perché riuscivano (disgraziatamente) a sfuggire alla Inquisizione Romana. Altri al contrario, migravano in Italia, soprattutto dalla Svizzera, per fare proselitismo acattolico. E di questi si occupò anche il nostro Santo. Si preoccupava di accoglierli. Un'accoglienza particolare però, nel senso che, non sapendo cosa farsene della cultura dell'incontro e dello scambio culturale, li faceva arrestare dalla sua milizia personale.
Ora, chi dei due ha ragione? a chi prestare credito???
Come cattolici non abbiamo alcun dubbio. Prestiamo fede al Santo Arcivescovo di Milano e ricordiamo l'elogio delle mura fatto in passato, in occasione dei nostri auguri per l'anno 2018 (v. qui).

“Dove non esiste siepe, la proprietà è saccheggiata, ove non c`è moglie, l`uomo geme randagio.” (Sir. 36, 25)

Giovanni Gasparro, San Pio V e san Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'Islam e dall'eresia protestante, 2017

sabato 4 novembre 2017

Autoritaria è sempre la rivoluzione, mai la tradizione – Editoriale di novembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Carlo Borromeo, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio, che ricorda come tutte le rivoluzioni siano state sempre connotate da autoritarismo, limitazioni delle libertà e violenze. Così fu per la rivoluzione francese, così è per quelle religiose, come per quella odierna innescata dall’attuale vescovo di Roma ed ancor prima dal Concilio Vaticano II, che vide l’allontanamento, ad es., dall’Università lateranense, nel 1969, di docenti “non allineati” al nuovo corso, come, p. es., Mons. Antonio Piolanti, valente tomista ed insigne teologo.

Carlo Dolci, S. Carlo Borromeo, 1659

Giulio Cesare Procaccini, S. Carlo in gloria con S. Michele arcangelo, XVII sec.

Luca Giordano, Elemosina di S. Carlo Borromeo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., Verona

Ludovico Carracci, S. Carlo battezza un bambino durante la peste di Milano, XVII sec., Museo dell'Abbazia, Nonantola

Anonimo, Gloria di S. Bartolomeo con S. Carlo, XIX sec., Alba

Tito Aguiari, S. Carlo tra i SS. Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1857, chiesa arcipretale, Papozze

Tito Aguiari, S. Carlo in adorazione della Croce, 1869, Trieste

Anonimo, S. Carlo intercede presso la Madonna contro la peste, 1882, Alba

Anonimo, S. Carlo in gloria, XX sec., Asti

Giovanni Gasparro, I SS. Pio V e Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'islam e dall'eresia protestante di Lutero, il Porcus Saxoniae, 2017, collezione privata

AUTORITARIA È SEMPRE LA RIVOLUZIONE, MAI LA TRADIZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 11 - Novembre 2017

Solitamente, nell’immaginario collettivo anche cattolico, la Tradizione viene affiancata a una visione autoritaria della Chiesa, verticistica e accentrata, mentre la modernità con tutto il suo carico rivoluzionario, viene affiancata ad una chiesa semplice e libera, popolare e democratica: niente di più falso! È proprio vero il contrario!
La Tradizione, quella vera, che non è conservatorismo, proprio perché pone l’accento sull’autorità dell’insegnamento perenne di duemila anni di cristianesimo; proprio perché parla di un contenuto di verità, di un deposito della fede da custodire vivere e tramandare intatto; proprio perché a questo contenuto intangibile ricevuto da Dio, tutti devono obbedire e sottostare, dal Papa al più piccolo bimbo del catechismo: proprio per questo la Tradizione non è fatta di un autoritarismo tutto umano, dove il “capo” impone in nome di se stesso la linea da seguire.
È la Rivoluzione che invece è autoritaria: in ogni rivoluzione, per imporre il “mondo nuovo” che a turno dovrebbe migliorare l’esistenza umana, è necessario che chi è a capo imponga con violenza, fisica o morale, la svolta da compiere.
Il problema è che questa visione autoritaria distrugge la vera autorità che è quella della verità.
La Tradizione della Chiesa è fatta per custodire e trasmettere la verità; e difendendola, contro tutti i falsi cristiani che vogliono modificarla e cambiarla, rende possibile la libertà dei giusti: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
L’autoritarismo moderno è pestifero, entra dappertutto, e se entra nella Chiesa di Dio la corrompe.
Per questo dobbiamo vigilare e coltivare un amore sconfinato alla Tradizione e guardarci bene dall’autoritarismo. Dobbiamo coltivare un amore sconfinato alla Tradizione perché è la forma con cui Cristo ci raggiunge. Dobbiamo guardarci dall’autoritarismo perché è la violenza dell’uomo che vuole sostituirsi alla verità di Dio.
Solo che per guardarsi da questa moderna malattia occorre vivere di autorità e non di autoritarismo.
Cioè, non bisogna aspettare dall’alto, dai “capi”, le indicazioni per vivere pienamente il cristianesimo come Dio comanda. Non bisogna aspettare, ma prendere in mano la propria obbedienza a Dio per compiere l’opera che chiede.
Nella Chiesa è sempre avvenuto così.
Ve lo immaginate un San Francesco che si lamenta del Papa perché non riforma la Chiesa? No, San Francesco non ha atteso dal Papa, è andato dopo dal Papa per sapere se si ingannava; ma prima di andare dal Papa ha fatto ciò che Dio gli indicava.
Ve lo immaginate san Paolo che aspetta da Pietro l’indicazione su cosa deve fare? Assurdo sarebbe: certo che Paolo andò da Pietro, ma carico già del compito affidatogli da Cristo del predicare alle genti, compito accettato e abbracciato.
Tutto nella Chiesa, tutte le vere riforme, tutte le vere opere, sono nate dall’ “alto” della grazia di Dio, ma questa grazia è germogliata nel “basso” della vita di anime cristiane che non hanno atteso una “patente” dall’autorità. L’autorità, il Papa e i Vescovi, sono intervenuti dopo, spesso molto dopo, per giudicare la bontà dell’opera. Ma per essere giudicata dall’autorità, l’opera deve esserci già, questo è ovvio!
Ma non lo è ovvio per tutti i malati di autoritarismo, che hanno trasformato la Chiesa in una società di impiegati che fanno corte all’autorità.
Sono malati della stessa malattia tutti quei cristiani che dicono di amare la Tradizione, ma non si muovono nel costruire alcunché.
Attendono Papa dopo Papa, Vescovo dopo Vescovo, parroco dopo parroco, pretendendo da essi un certificato di fiducia in anticipo, prima di aver costruito qualcosa.
Il concilio di Trento, così amato dai tradizionali, è stato preparato e reso possibile da tutti i Santi della riforma cattolica, che è nata ben prima del concilio!
Il concilio di Nicea che salvò la fede in Cristo fu possibile per tutti i santi che, nella solitudine dell’incomprensione, rimasero attaccati alla Tradizione e fecero l’opera di Dio.
Nessuno di essi ebbe un certificato anticipato di fiducia dall’autorità.
Il pericolo dell’autoritarismo è serio: è lo strumento che ogni dittatura culturale ha per fermare la vita, che non corrisponde mai allo schema che l’uomo ha in testa.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo, la vera riforma della Chiesa, ahimè, sarà da rimandare... chissà per quanto tempo.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo non costruirà l’opera che Dio gli ha dato da compiere e molte anime non avranno il riparo sicuro nella tempesta.
Se cadremo nell’inganno dell’autoritarismo, quello di chi aspetta dal “capo” la riforma della propria vita, non potremo poi lamentarci se a sera saremo a mani vuote, l’abbiamo voluto noi.

giovedì 26 maggio 2016

In onore di S. Filippo Neri





Reliquia del cuore di S. Filippo, Busto di S. Filippo Neri, Tesoro di San Gennaro, Cattedrale, Napoli

Manuel Tolsá y Sarrión, S. Filippo in gloria, XVIII sec., Oratorio di S. Filippo Neri detto "La profesa", Città del Messico

Cristóbal de Villalpando, Vergine della Scala (Virgen de la Escalera) con i SS. Francesco di Sales e Filippo Neri, Pinacoteca de La Profesa, Città del Messico

venerdì 19 febbraio 2016

Un maestro per la Quaresima e per i nostri tempi: S. Alfonso Maria de' Liguori

In questo venerdì delle Quattro Tempora di Quaresima, nel quale si fa particolare memoria della lancia e dei chiodi di N.S.G. Cristo rilancio questo contributo su S. Alfonso M. de’ Liguori di Cristina Siccardi.


Carlo Saraceni, Ostensione del Sacro Chiodo da parte di San Carlo Borromeo, 1610-20 circa, Chiesa di San Lorenzo in Lucina, Roma

Giovanni Baglione, S. Carlo in preghiera dinanzi al Sacro Chiodo invoca la cessazione della peste, XVII sec., Chiesa di S. Pietro, Pogno


Gian Battista della Rovere detto Il Fiammenghino, Processione di S. Carlo del Sacro Chiodo durante la peste, 1602, Duomo, Milano





Reliquia del Sacro Chiodo, Duomo, Milano.
La reliquia è oggetto a Milano, in occasione della festa dell'Esaltazione della Santa Croce, del c.d. rito della Nivola. Cfr. anche Gregory Di Pippo, A Relic of the Passion in Milan Cathedral, in New Liturgical Movement, Sept. 10th, 2015

Sant’Alfonso, un grande maestro per il nostro tempo

di Cristina Siccardi

Il tempo di Quaresima è quello in cui le persone dovrebbero profittare con maggior determinazione per ordinare gli scompigli della propria anima. Viviamo immersi in una cultura di massa dove peccati e tentazioni non solo vengono considerati leciti, ma sono sponsorizzati continuamente e sono considerati “diritti”.
Si è disposti, per esempio, a fare mille sacrifici per essere fisicamente prestanti come vuole lo stereotipo proposto dalla pubblicità, dalla cinematografia, dalle riviste… ma poco o nulla si fa per la dieta dai peccati. La palestra e i centri benessere sono diventati luoghi di grande business “per il bene delle persone”. E mentre ogni attenzione e culto vengono prestati al proprio corpo, l’anima si separa sempre più dal Creatore, l’Unico a volere il vero bene della sua creatura. Eppure i grandi moralisti della Chiesa lo hanno sempre detto: offrire sacrifici, digiuni materiali, piccole penitenze (i misericordiosi «fioretti» insegnati dalle buone mamme ai loro figli) è assai vantaggioso non solo per esprimere in maniera manifesta il proprio Credo, ma per svincolarsi, con maggior forza e facilità, dalle schiavitù del mondo, dando così spazio alla vera libertà dell’anima. Sant’Alfonso Maria de’Liguori (1696-1787) è fra questi grandi moralisti.
Un tempo, quando nei Seminari si insegnava Teologia morale secondo gli orientamenti di quest’ultimo, i cattolici vivevano, pur nelle tribolazioni e peccati quotidiani, con maggiore serenità e il tessuto sociale cattolico seguiva coordinate serie e in armonia con le coscienze di ciascuno, costituite dalla legge divina inscritta in ogni individuo, perciò l’onestà e il senso del dovere tenevano più distanti le varie facce della corruzione. La teologia morale è la medicina più salutare di ogni altra, compresa quella farmaceutica, perché quando l’anima sta bene anche il corpo ne beneficia. Straordinario vedere come la Teologia morale di sant’Alfonso abbia connotazioni ferme, ma allo stesso tempo di immensa e prodigiosa misericordia.
Ai suoi tempi molti confessori erano portati ad avere una rigidità oltremisura nei confronti dei loro penitenti ed ecco che il vescovo di sant’Agata de’ Goti mise sulla direzione corretta la situazione che si era andata creando. Oggi siamo nella situazione opposta: misericordia, profusa dalla maggior parte dei confessori, senza il senso della giustizia divina e senza la pretesa dell’essenziale pentimento. Occorre ricordare che Padre Pio da Pietrelcina, portato a modello di confessore nell’attuale Giubileo, era un paladino della estrema serietà del sacramento della confessione.
Con sant’Alfonso Maria de’ Liguori siamo di fronte all’equilibrio della Tradizione: facile è per gli uomini (non ne sono esenti quelli di Chiesa) condurre idee e dottrine in accelerazione. Più difficile stare nei canoni della proporzione. Ebbene, Sant’Alfonso fu un sapiente equilibratore.
L’ordine morale, per sant’Alfonso, è costituito da un rapporto di conformità tra la volontà e la norma oggettiva, cioè la legge. Tale rapporto è dato dalla conoscenza che ha il soggetto della legge come norma obbligatoria. Da ciò egli è condotto a respingere la probabilità isolata come regola universale di condotta, perché essa, almeno nei gradi inferiori, non è conoscenza; lo è invece la certezza morale in quanto rapporto conoscitivo. Questo genio della teologia morale lavorò in maniera folgorante per contrastare le eresie sue contemporanee e la «Norma universale» divenne «certezza morale». Così si staccò dal facilismo dei probabilisti, accogliendo il lato migliore del probabiliorismo e stabilendo una posizione di netto contrasto di fronte a tutte le gradazioni del rigorismo e del giansenismo.
I suoi formidabili scritti e la sua infaticabile predicazione portarono sulla retta via gli insegnamenti nei Seminari, che erano diventati fucine di errori a causa di teologi fuori equilibrio: l’Europa prese contatto con la nuova Morale, alla quale si riconobbe a mano a mano il merito di aver consumato le sorti del giansenismo e le tendenze più discusse del probabilismo. Tutto il pensiero antecedente fu da sant’Alfonso riassunto: più di 70.000 citazioni da 800 autori attestano da sole il sovrumano lavoro di revisione, di critica, di vagliatura compiuto da quest’uomo di Dio.
La mentalità di sant’Alfonso, un po’ avversa alle discussioni astratte, riappare identica nella Morale come nella Dogmatica, nella Predicazione, nella Missione, nella Pastorale. Nella sua complessa ed articolata opera rientrano le nuove preoccupazioni, ispirate dalla lotta contro il materialismo, l’indifferentismo religioso e l’incredulità, come dimostrano la Breve Dissertazione contra gli errori de’ moderni increduli oggidì nominati materialisti e deisti e gli analoghi scritti successivi, con i quali il teologo si pone, primeggiando fra tutti, fra le tendenze controversistiche, antirazionalistiche, antilluministiche e apologetiche della seconda metà del XVIII secolo.
È un teologo libero da sé (esente dalla vanagloria) e dai pregiudizi (più facili da assumere rispetto all’affrancatura del saggio); scevro da influenze di indirizzi dell’una o dell’altra scuola di moda, ma fedelissimo alla Tradizione della Chiesa. Se si eccettuano alcuni autori prediletti, come santa Teresa d’Avila o san Francesco di Sales, la sua dottrina scorre fra i vari temi offerti dalla Tradizione con indipendenza di giudizio. Ama veleggiare nella Tradizione, quella libera e realista, e in questa sceglie e discerne per il bene delle anime, guardando sempre all’aspetto efficace, pratico, salutare. Ci sono poi temi sui quali non transige e sui quali insiste senza mai stancarsi: preghiera, uniformità alla volontà di Dio (che costituisce il termine dell’esercizio di perfezione), meditazione sui Novissimi e sulla Passione di Nostro Signore, Eucarestia, devozione alla Vergine Maria.
Scrive Giuseppe Cacciatore nel Dizionario biografico degli italiani dell’Enciclopedia Treccani (Vol. 2 – 1960): «Non si esagera dicendo che si deve a lui principalmente se le grandi teorie della mistica e dell’ascesi, le quali con san Francesco di Sales erano uscite dalla scuola ed entrate nella cosiddetta buona società, uscirono anche da questa e si riversarono tra il popolo. Alfonso, nell’ultima storia del pensiero cattolico, senza parere, è stato colui che ha ritrovato le vene dell’antica concezione eroica del cristiano ed ha, nella sua vita e nella dottrina – umile soltanto nella veste -, rinnovato i grandi teorici dell’amore di Dio, come li aveva conosciuti il Medioevo».
La sua Morale ruppe con facilità la resistenza del giansenismo e sorsero i suoi eminenti propagatori: Pio Brunone Lanteri, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco in Italia; Gousset e Mazenod in Francia; Diesbach in Svizzera e in Baviera; Hennequin nelle Fiandre; Waibel in Germania. I suoi libri corsero il mondo in tutte le lingue.
Il filosofo Kierkegaard notava, nel sentimento religioso di questo Dottore della Chiesa, rispondenze d’anima che personalmente lo staccavano senza pentimenti dal pietismo protestante; mentre Gioberti e Döllinger, provando acceso fastidio nei suoi confronti, lo snobbavano dalle loro tronfie ed erronee cattedre. L’originalità di Sant’Alfonso è quella dei pensatori cattolici equilibrati, che si radica nel Pensiero Eterno di Dio; quella senza tempo, che trova dimora nella «Bellezza così antica e così nuova», per usare la sublime espressione di Sant’Agostino; quella in grado di sgomberare il giardino dai rovi e che si propone di raddrizzare il cammino verso Dio, distorto da taluni per ingenuità o per malafede.

Fonte: Corrispondenza romana, 17.2.2016

lunedì 8 febbraio 2016

Anniversario del martirio della Regina di Scozia, Maria Stuarda, per mano dell'empia cugina Elisabetta I

L’8 febbraio 1587 nel castello di Fotheringhay viene martirizzata mediante decapitazione Mary Stuart (italianizzata Maria Stuarda), Regina di Scozia. Dopo varie angustie, ultima la ventennale prigionia, fu condannata al patibolo dall’empia Elisabetta I, sua cugina, che si arrogava illegittimamente prerogative regie: la pia sovrana morì rivestita del rosso dei martiri, spargendo il nobile sangue per rimanere fedele a Gesù Cristo e alla sua Santa Chiesa Cattolica Romana, rifiutando lo scisma anglicano.

Pierre Révoil, Maria, Regina di Scozia, si separa dai suoi fedeli mentre viene condotta al luogo dell'esecuzione, 1822

Ford Madox Brown, Esecuzione di Maria, Regina di Scozia, 1839-41, Whitworth Art Gallery, Manchester

Robert Inerarity Herdman, Esecuzione della Regina di Scozia Maria Stuarda, 1867, Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow

martedì 10 novembre 2015

“Dénique, post heróica virtútum exémpla, prophetíæ quoque dono illústris, quo et secréta córdium et abséntia et futúra prospéxit, annis gravis et labóribus fractus, ad aram celebratúrus in verbis illis tértio repetítis: Introíbo ad altáre Dei, repentíno apoplexíæ morbo corréptus est; mox sacraméntis rite munítus, placidíssime inter suos ánimam efflávit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANDREÆ AVELLINI, CONFESSORIS

Questo celebre missionario Napoletano, fulgida gloria della congregazione dei Chierici Regolari istituiti da san Gaetano Thiene, rientra a parte di quel gruppo meraviglioso di Santi i quali, come san Carlo Borromeo, il beato Paolo di Arezzo, lo stesso san Gaetano, promossero il sano movimento di riforma Cattolica, il di cui risultato è appunto rappresentato dal Concilio Tridentino.
Sant’Andrea Avellino, già direttore spirituale del seminario vescovile di Piacenza dove se ne custodisce tuttavia la memoria, viene altresì invocato dai fedeli siccome celeste protettore contro gli attacchi apoplettici e le morti improvvise; egli infatti morì in seguito ad un attacco di apoplessia che lo sorprese all’altare, mentre ripeteva le parole del Salmista: Introibo ad altare Dei (+ 1608). Fu canonizzato nel 1712 ed inserito nel calendario nel 1725, con rito semidoppio e mentre la memoria dei santi martiri Trifone, Respicio e Ninfa, che si celebrava in questo giorno, fu ridotta al rango di mera commemorazione. La festa del Santo fu elevata al rango di doppia a partire dal 1864.
Roma cristiana ha dedicato al nostro santo una chiesa sita in zona Tomba di Nerone, sede parrocchiale istituita nel 1981 e consacrata nel 1996.
La messa è del Comune dei Confessori: Os justi, come il 23 gennaio per san Raimondo. Solo la prima colletta è propria e, secondo l’uso moderno, fa la storia delle virtù del Santo, con un’applicazione morale per i fedeli.
Nella vita presente, la santità non è una forma o un abito già totalmente completo e bello e fatto, che s’indossa una volta e poi non ci si pensa più. La grazia battesimale depone in noi come in germe il Cristo, - quos iterum parturio, donec formetur Christus in vobis (Gal. 4, 19) - che noi dobbiamo misticamente rivivere. Questo Cristo, è seme d’una vita intensa ed esuberante, che cresce e si sviluppa sino a quella «mensura ætatis plenitudinis Christi» (Ef. 4, 13) stabilita da Dio per ciascuno di noi. Raggiunta che si abbia questa misura o conformità, la permanenza nostra quaggiù non ha più scopo, ed al tempo succede allora l’eternità. Cosicché, noi stiamo su questa terra come le statue nello studio d’uno scultore; compiuto che abbia l’artista l’ultimo ritocco, il capolavoro va fuori del laboratorio e viene collocato a quel posto per cui esso venne fatto.


Giovanni Lanfranco, S. Andrea Avellino, 1624, Chiesa di Sant’Andrea della Valle, Roma

Matteo Rosselli, I SS. Gaetano di Thiene, Andrea Avellino, Francesco d’Assisi adoranti la Trinità, con la Madonna, ed i SS. Giovanni Battista e Michele arcangelo, XVII sec., chiesa dei Santi Michele e Gaetano, Firenze

Parmigianino, Morte di S. Andrea Avellino, XVII sec.

Ambito di Giovanni Battista Piazzetta, Morte di S. Andrea Avellino con i SS. Luigi Gonzaga e Francesco Saverio (?), 1712-54, Museum of Art Bath, Holburne

Urna col corpo di S. Andrea Avellino, Basilica di San Paolo Maggiore, Napoli

mercoledì 4 novembre 2015

“Abstinéntia fuit admirábili; jejunábat sæpíssime, pane tantum et aqua, solis quandóque lupínis conténtus. Noctúrnis vigíliis, aspérrimo cilício, assíduis flagéllis corpus domábat. Humilitátis ac mansuetúdinis studiosíssimus fuit. Oratiónem ac verbi Dei prædicatiónem, gravíssimis licet curis occupátus, numquam intermísit. Multas ecclésias, monastéria, collégia ædificávit. Plura scripsit, ad episcopórum præsértim instructiónem utilíssima; cujus étiam ópera parochórum catechísmus pródiit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI CAROLI BORROMÆI, EPISCOPI MEDIOLANENSIS ET CONFESSORIS

Se Milano guarda san Carlo come il più illustre dei suoi pastori dopo sant’Ambrogio, la Chiesa Madre di Roma lo stringe al suo cuore e lo saluta come uno dei più cari e dei più meritevoli dei suoi figli.
Difatti, l’opera di san Carlo può essere considerata in due periodi e su due campi distinti. Dapprima la sua attività a fianco di suo zio Pio IV, attività che abbracciò non solo Roma ma la Chiesa universale stessa. Viene poi l’azione pastorale compiuta a Milano dal Santo, apostolo e pastore di questa vasta diocesi.
Segretario di Stato di Pio IV, san Carlo si trovò a fianco del Pontefice in una delle epoche più decisive per la storia del papato. Si trattava di sapere se la Santa Sede si sarebbe impegnata infine in maniera risoluta sulla via della riforma ecclesiastica, così lungamente ed universalmente reclamata; o se fosse rinviata ancora questa difficile impresa, accontentandosi, come purtroppo avevano fatto alcuni dei Pontefici di quel secolo, di mezze misure.
Fu sotto l’influenza personale di san Carlo che Pio IV si decise per la riforma; e da quel giorno il Santo, in nome e con l’autorità di suo zio, camminò arditamente nella via aperta, senza curarsi delle considerazioni umane. Si può dire dunque che, di Roma, diresse l’ultimo periodo del Concilio di Trento, e ciò che è ancora più importante, quando il Concilio fu approvato dal Papa, san Carlo si applicò con tutte le proprie energie a realizzarne effettivamente il piano di riforma.
Qui comincia la seconda parte della vita di san Carlo. Essendo morto Pio IV, il nostro Santo si fissò definitivamente nella sua Chiesa di Milano, dove erano da rialzare le rovine accumulate dai lunghi anni di cattivo governo, nell’assenza dei pastori legittimi.
San Carlo, per santificare il suo gregge, cominciò col santificare se stesso. Come Gesù aveva voluto riscattare il mondo meno con la sua predicazione ed i suoi miracoli, quanto più con la sua passione, così san Carlo si offrì egli stesso come vittima a Dio per il suo popolo con una vita molto austera. Le anime, diceva, si guadagnano in ginocchio, facendo così allusione alle sue lunghe preghiere ai piedi del Crocifisso o nella cripta della chiesa del Santo Sepolcro a Milano.
L’attività svolta da san Carlo in ogni tipo di lavoro pastorale è incredibile. Il suo campo di azione, a titolo di metropolita di Milano e di legato della Santa Sede, era immenso. E tuttavia non ci fu villaggio delle Alpi o paese disperso nel quale san Carlo non si recasse per fare la visita pastorale. I suoi biografi ci dicono che in meno di tre settimane gli capitò di consacrare ben quindici chiese.
L’arcivescovo di Milano aveva all’epoca da risolvere importanti e difficili problemi. L’eresia, che aveva infettato i cantoni svizzeri che confinano con la diocesi, minacciava di contaminare anche questa. Occorreva almeno paralizzarne l’influenza e san Carlo lo fece. Bisognava formare inoltre dei vescovi e dei preti ispirati dall’ideale più elevato: il Santo eresse dei collegi e dei seminari, riunì dei concili, promulgò dei canoni, favorì l’apertura di case religiose per l’educazione della gioventù.
L’affievolimento dello spirito ecclesiastico nel clero è favorito quasi sempre dal potere civile che avvilisce difatti il prete per poterlo assoggettare poi più comodamente. San Carlo fu il vendicatore intrepido dell’autorità episcopale: non solo ebbe a lottare pure contro i canonici, le religiose ed i religiosi che si erano scostati della loro strada primitiva – per es., gli Umiliati che tentarono perfino di assassinare il Santo – ma trovò molti avversari più temibili nei governatori spagnoli e dal Senato di Milano, troppo gelosi delle pretese prerogative della corona della Spagna su quella Chiesa. Nell’attuare i decreti tridentini, in effetti, il Borromeo si espose infatti alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant’Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibuggiata alla schiena da un sicario dell’ordine degli umiliati. Nella notte del 26 ottobre 1569, infatti, un certo Gerolamo Donato detto il Farina, originario di Astano, frate degli Umiliati, entrò, verso le 22, in Arcivescovado di Milano con un archibugio e un archibugetto, una specie di lunga pistola, sorprendendo san Carlo Borromeo in preghiera in una cappella insieme ai suoi familiari e collaboratori. Si stava, in quel momento, cantando il Nolite timere. Estratto l’archibugio, alle parole Non turbetur cor vestrum, esplose un colpo mirando alla schiena del Santo, senza però uccidere l’Arcivescovo, il quale, rimanendone illeso, fece cenno che nessuno si muovesse e terminasse la preghiera. Eppure san Carlo era alto un metro ed ottanta e nonostante ciò il Farina non riuscì ad ucciderlo, benché sparasse a distanza ravvicinata.
Il medico del Santo, immediatamente accorso, ebbe modo di non riscontrare sul suo corpo alcuna ferita, segno che la palla di piombo rovente miracolosamente s’arrestò di botto e rimbalzò dal corpo, forando solo il rocchetto cardinalizio, che ancora oggi è conservato ed è custodito nella basilica milanese di Sant’Eustorgio, dove viene esposto una volta all’anno. Il Donato, approfittando del generale sbigottimento, riuscì a fuggire dalla porta che dà sul lato destro del Duomo e a far perdere momentaneamente le sue tracce dileguandosi, ma nell’aprile successivo fu catturato e condotto a Milano, rinchiuso nelle carceri vescovili. Venne impiccato in piazza Santo Stefano, sebbene il santo arcivescovo non volesse che l’attentatore ed i suoi tre complici (fra’ Gerolamo Legnano, prevosto di San Cristoforo, e fra’ Lorenzo Campana, prevosto di San Bartolomeo e fra’ Clemente Merisio, prevosto di Caravaggio) fossero uccisi.
A seguito di quell’attentato nonché per la loro sospetta vicinanza all’eresia calvinista, la congregazione degli Umiliati fu soppressa, nel suo ramo maschile, da san Pio V il 7 febbraio 1571.
Così visse, agì e combatté il grande san Carlo Borromeo, il quale si mostrò degno campione della lotta sacra per la quale si immolò. Consumato prima del tempo dalle dure fatiche della sua vita pastorale, morì sulla breccia la sera del 3 novembre 1584, all’età di soli quarantasei anni. Fu canonizzato nel 1610 da papa Paolo V, che iscrisse la sua festa nel calendario nel 1613 come semidoppia ad libitum. Papa Innocenzo X ne fece una semidoppia di precetto nel 1652 con commemorazione dei santi martiri Vitale ed Agricola, ed Alessandro VII, nel 1659, l’elevo al rito doppio.
La messa è dal comune Státuit, eccetto la prima colletta, che è propria.
In essa, la Chiesa riassume il suo elogio in queste brevi ma eloquenti parole: pastoralis sollicitudo gloriosum reddidit.
Roma conserva di lui numerosi ricordi, a San Martino ai Monti, per es., di cui riparò il soffitto (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 216) ed a Santa Prassede di cui fu titolare e nella quale fece svolgere importanti lavori di restauro (ibidem, pp. 237-238). Il suo cuore è conservato nella grande chiesa che gli è dedicata vicino alla porta Flaminia, chiesa che rappresenta oggi il santuario particolare dei lombardi nella Città eterna. Oltre questa Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, oggi nota anche come chiesa di San Carlo al Corso (ibidem, pp. 337-338. Cfr. anche Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 407, il quale ricorda come la chiesa fosse in origine dedicata a san Nicola: San Nicolai de Tofo o De Tofis), due altri santuari dell’Urbe sono dedicata al suo nome. Esse sono: San Carlo a’ Catinari, il cui nome esteso è chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari (originariamente, la Chiesa di San Carlo ai Catinari sorgeva nei pressi della Chiesa di San Biagio ai Catinari. Cfr. Armellini, op. cit., p. 446. Ma quando quella fu profanata e distrutta il nome di san Carlo fu unito a quello della chiesa di san Biagio. Cfr. Ibidem, pp. 445-446), e, nel rione Monti, San Carlo alle Quattro Fontane, detta popolarmente San Carlino ed opera del Borromini (ibidem, p. 187). Nella piazza di Santa Maria della Scala vi era un tempo la piccola chiesa dei Santi Carlo e Teresa (d’Avila) (ibidem, p. 651).
Una chiesa moderna è, poi, stata dedicata, nel 2011, al nostro Santo: si tratta di San Carlo Borromeo alla Fonte Laurentina.
Nel palazzo Altemps, presso la cappella di Sant’Aniceto, si venera ancora la camera abitata dal Santo e nella sacrestia vi si conserva la sua pianeta (ibidem, p. 347). Presso la Chiesa di San Girolamo della Carità, dove abitava san Filippo Neri, san Carlo vi si recava per intrattenersi in santi colloqui col santo dei giovani (ibidem, p. 414). Presso poi la Chiesa di San Giacomo in Settignano, oggi nota pure come San Giacomo alla Lungara, san Carlo vi aveva fatto costruire un monastero, al tempo di Pio IV, per accogliere le penitenti donne di malaffare (ibidem, p. 653).
Quanto al mantello di porpora del grande Cardinale, esso è conservato religiosamente nel Titolo di Santa Cecilia.


Domenico Cresti da Passignano, Michelangelo presenta a papa Paolo IV il modello per il completamento dell’edificio e della cupola di San Pietro, Galleria Buonarroti, Firenze. In primo piano a sinistra uno degli allievi di Michelangelo (Jacopo Duca operò fedelmente nella scia del suo Maestro) guarda devoto e ammirato il grande architetto. Nei due volti ai lati del Papa si riconoscono quelli dei Cardinali nipoti, S. Carlo Borromeo e Giov. Antonio Serbelloni.

Johann Sadeler I, Ritratto di S. Carlo, 1588-94, Rijksmuseum Amsterdam

Giovanni Ambrogio Figino, Ritratto di S. Carlo, 1603-08, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Federico Zuccari, Imposizione del cappello cardinalizio al beato Carlo Borromeo, 1603-04, Collegio Borromeo, Pavia

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, San Francesco e il beato Carlo Borromeo in preghiera davanti all'Assunta di San Celso a Milano, XVII d.C., Galleria Sabauda, Torino

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, S. Carlo Borromeo dinanzi al Cristo morto di Varallo, 1610 circa, Museo del Prado, Madrid

Luca Giordano, S. Carlo Borromeo fa la carità, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Agostino Ciampelli, S. Carlo Borromeo, XVII sec., collezione privata

Ambito lombardo, S. Carlo intercede contro la peste, XVII sec., museo diocesano, Milano

Rutilio Manetti, Madonna del Rosario tra i SS. Domenico, Caterina, Pio V, Carlo Borromeo ed altri Santi, XVII sec., parrocchiale di S. Giovanni Battista, Nervesa della Battaglia

Autore anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., collezione privata

Orazio Borgianni, S. Carlo Borromeo, 1610-16, Hermitage, San Pietroburgo


Orazio Borgianni, S. Carlo intercede presso la SS. Trinità, 1611-12, Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, Roma


Guercino, S. Carlo in orazione, 1613-14, Collegiata di S. Biagio, Cento

Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, S. Carlo in abiti pontificali, XVII sec., Chiesa di Santa Maria di Canepanova, Pavia

Carlo Saraceni, S. Carlo Borromeo porta in processione il Sacro Chiodo, 1618-19, Chiesa di S. Lorenzo in Lucina, Roma

Carlo Saraceni, S. Carlo Borromeo comunica un appestato, 1618-19, Chiesa sei servi di Maria, Cesena

Morazzone, S. Carlo in gloria, 1618, Santuario di Santa Maria della Noce, Inverigo

Francesco Furini, Volto di S. Carlo, 1604 ss., Rijksmuseum Amsterdam

Jan Thomas, Ritratto di S. Carlo da un'opera del Figino, 1627 ss., Rijksmuseum Amsterdam

Henry Ferguson, Paesaggio fantastico con S. Carlo ed adorazione dei Pastori, 1700-20 circa, Rijksmuseum Amsterdam

Giovanni Battista Pittoni il giovane, Madonna col Bambino tra i SS. Carlo Borromeo, Rosa da Lima, Domenico e Bonaventura, XVIII sec., collezione privata

Ambito di Francesco Trevisani, S. Carlo, XVII sec., collezione privata


Giambattista Tiepolo, S. Carlo Borromeo con il Crocifisso, 1767-69 circa, Art Museum, Cincinnati

Raymond Balze, S. Carlo assiste lo zio morente Pio IV, 1856, chiesa di San Rocco, Parigi





Francesco Maria Richini, Cripta di S. Carlo Borromeo (detta popolarmente Scurolo di san Carlo) con urna del Santo di Giovanni Battista Crespi detto Il Cerano, 1606, Duomo di Milano. La Cripta fu modificata negli anni 1810-20 da Pietro Pestagalli