Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 19 dicembre 2023

L’ennesima demolizione della fede e della morale cattoliche

Ieri, Francesco ed il suo sodale, il cardinal Victor M. Fernández, noto come Tucho, l'esperto di baci come qualcuno lo ha chiamato (L’«esperto di baci» Tucho nominato Prefetto del dicastero che fu di giganti come Carafa, Ghisleri, Rebiba, Merry del Val, Ottaviani, Ratzinger, Müller, in blog Messa in latino, 3.7.2023), hanno pubblicato una Dichiarazione concernente la benedizione delle coppie irregolari (cfr. T. ScandroglioLa posta di Tucho: la via dell'eresia è lastricata di dubia, in LNBQ 19.12.2023; L. Scrosatti, «Sì alla benedizione delle coppie gay». Il Papa accelera, ivi; Fiducia Supplicans: Dicastery for Doctrine of the Faith declaration opens door to “blessings” to all “irregular couples”, including homosexuals, in Rorate coeli, 18.12.2023; Ora si possono benedire i sodomiti, scrive la DDF con il placet di Francesco , in blog Messa in latino, 18.12.2023; T. S. Flanders, The Vatican Blesses “Same-Sex Couples”, in One Peter Five, 18.12.2023; M. Haynes,  Pope Francis publishes norms for clergy to ‘bless’ homosexual couples, in Lifesitenews, 18.12.2023). Il documento non ha mancato di suscitare delle reazioni (cfr. S. Koks, Bishop Strickland urges bishops to say ‘no’ to Francis’ ‘blessings’ of homosexual couples, ivi. In traduzione italiana, in blog Messa in latino, 18.12.2023. Cfr. anche A. M. Valli, Benedizione alle coppie gay. Il nuovo documento vaticano e le prime reazioni. Monsignor Strickland: “I vescovi dicano no con una sole voce”, in blog Duc in altum, 18.12.2023. V. anche M. Haynes, Fr. James Martin announces he will bless his ‘friends in same-sex unions’ after Pope’s new text, in Lifesitenews, 18.12.2023; M. J. Matt, Normalizing Sodomy: The True Legacy of Francis, in The Remnant, 18.12.2023; J. Martin, Pope Francis’ same-sex blessings declaration is a major step forward for LGBTQ Catholics, in America, 18.12.2023).
Da parte nostra, pubblichiamo il contributo dell’Avv. Francesco Patruno, che ringraziamo, già diffuso ieri sul blog Duc in altum del giornalista Aldo Maria Valli e, questa mattina, su Messa in latino.
Qui si ricordi solo che Francesco non è legibus solutus, compreso il diritto divino naturale e positivo. Egli è soggetto pur sempre a questa legge. Riteniamo, con l’Avv. Patruno, che questo discutibile documento sia, in verità, più dannoso per le coppie irregolari che vantaggioso. Da parte la circostanza, che non si crede che ci siano eserciti di coppie irregolari ansiose di ricevere la benedizione, e che piuttosto questa dichiarazione sia puramente ideologica ed un ulteriore tassello che prova la sottomissione della Chiesa odierna all’agenda del mondo e del principe di questo mondo, nondimeno non potrà sfuggire che essa si rivela essere una vera e propria presa in giro per queste coppie. La Dichiarazione, infatti, specifica che questa benedizione, per un verso, non sarebbe un atto liturgico, ma piuttosto assimilabile ad un atto di devozione popolare (????); per altro verso, si spiega che essa sarebbe sostanzialmente “a traccia libera”, e non compiuta secondo un rito prestabilito.
Il bacio di Francesco con 
l’imam Al Azhar ad Abu Dhabi.
Fonte

Come dire … ciascun sacerdote s’inventi qualcosa per conto proprio. Ed il compimento della volontà di Dio, pur richiamata in diverse parti del documento, diventa solo un elemento opzionale nella “traccia libera” della presunta benedizione, ponendo seri dubbi sulla sua validità come sacramentale, portando a ritenere che si tratti, nella specie, di un atto sacrilego di un segno sacro – qual è la benedizione. Non può, infatti, pensarsi che, a voler tutto concedere, Dio possa benedire delle persone che non intendono chiedere a Lui un aiuto spirituale per la loro condizione irregolare affinché possano venir fuori da questa. In altre parole, Dio può solo benedire coloro che chiedono un aiuto da Lui per uscire dal fango e non già rimanerci e rotolarvisi. Dio, in effetti, non potrebbe benedire ciò che condanna nella Scrittura né può contraddirsi.
Scrive giustamente uno dei primi commentatori del documento: «Although “On the Pastoral Meaning of Blessings” may be well intended, it wreaks havoc on the very nature of blessings.  Blessings are the Spirit-filled graces that the Father bestows upon his adopted children who abide in his Son, Jesus Christ, as well as upon those whom he desires to be so.  Attempting immorally to exploit God’s blessings makes a mockery of his divine goodness and love» (Fr. T. G. Weinandy, God’s Blessings and Magisterial Teaching, in The Catholic Thing, 19.12.2023). Valutazione che non possiamo non condividere.
Ahhh …. scusate, dimenticavo: con l’epoca di Bergoglio assistiamo ad una nuova Rivelazione.
Buona lettura.
Augustinus Hipponensis


BERGOGLIO APPROVA LA BENEDIZIONE DELLE COPPIE IRREGOLARI. UN DOCUMENTO AMBIGUO CON PROFILI DI ETERODOSSIA? UN PRIMO COMMENTO

Avv. Francesco Patruno

1. Era il 15 marzo 2021 allorché l’allora Congregazione per la dottrina della Fede, pubblicava un proprio Responsum, risalente al 22.2.2021, nel quale rispondeva al dubbio se la Chiesa disponesse del potere di impartire la benedizione alle unioni di persone dello stesso sesso. La risposta che era data era negativa. Il Dicastero vaticano, all’epoca presieduto dal card. Luis F. Ladaria, argomentava, nell’allegata Nota esplicativa, che, essendo le benedizioni dei sacramentali (e non dei sacramenti!) richiedono, per coerenza, che, oltre alla retta intenzione di coloro che ne partecipano, «ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore. Sono quindi compatibili con l’essenza della benedizione impartita dalla Chiesa solo quelle realtà che sono di per sé ordinate a servire quei disegni». Per questo, si affermava che non è «lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso. La presenza in tali relazioni di elementi positivi, che in sé sono pur da apprezzare e valorizzare, non è comunque in grado di coonestarle e renderle quindi legittimamente oggetto di una benedizione ecclesiale, poiché tali elementi si trovano al servizio di una unione non ordinata al disegno del Creatore». Aggiungeva il Responsum: «La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale, le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni. In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio». Per questo concludeva che «la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso». Il Responso e la Nota esplicativa erano approvati da Bergoglio.

2. Nel frattempo, nonostante questo chiaro responso della Santa Sede, diverse conferenze episcopali adottavano, in decisa rottura con le indicazioni rinvenienti dal documento, delle benedizioni alle “persone” conviventi nelle coppie omosessuali. Tra queste conferenze vi è quella dei vescovi del Belgio. Fu lo stesso vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, chiamato ad esprimere, nel sinodo tedesco, la propria esperienza, a raccontare che i vescovi belgi avrebbero ricevuto l’approvazione del loro rito di benedizione direttamente da Bergoglio nel corso di una visita ad limina il 22 novembre 2022 (cfr. L. Scrosati, «Noi vescovi belgi benediciamo le coppie gay, con l’ok del Papa», in LNBQ, 22.3.2023; N. Spuntoni, "Ci lascia fare...". Un vescovo "inguaia" il Papa sulle coppie gay, in Il Giornale, 26.3.2023. Sul rito, cfr. Vescovi fiamminghi: pastorale delle persone omosessuali, in Il Regno-Documenti, 2022, n. 19, pp. 604 ss.). Per questo, l’assemblea sinodale tedesca, forte di questo “precedente”, pur essa approvava a larga maggioranza l’apertura alla benedizione della coppie omosessuali (v. G. Cardinale,  Benedizioni delle coppie omosessuali e celibato, strappo della Chiesa tedesca, in Avvenire, 11.3.2023), che era prontamente attuata da alcuni presuli, tra i quali quello di Spira (v. N. Spuntoni, "Benedite le coppie gay": lo "strappo" del vescovo tedesco, in Il Giornale, 4.11.2023; Vescovo tedesco ai suoi preti: benedite le coppie gay, in La Stampa, 3.11.2023). Non è mancato, peraltro, chi sottolineava il valore liturgico di queste benedizioni (cfr. P. Zambaldi, Il docente di liturgia Ewald Volgger: La benedizione delle coppie omosessuali è ovviamente liturgia!, in Leggere i segni dei tempi, 5.10.2022).
A ridosso del c.d. sinodo dei sinodi, la cui prima fase si svolgeva in Vaticano lo scorso ottobre, era resa nota la risposta che Bergoglio, riscontrando la lettera inviategli da alcuni porporati, aveva loro fornito, nella quale, per quanto qui interessi, pur ribadendo la concezione chiara che la Chiesa ha del matrimonio, annunciava un cambiamento di prospettiva: «Nei rapporti con le persone, tuttavia, non dobbiamo perdere la carità pastorale che deve permeare tutte le nostre decisioni e i nostri atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l'unica espressione di questa carità, che è fatta anche di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Non possiamo quindi diventare giudici che si limitano a negare, respingere, escludere. La prudenza pastorale deve quindi discernere adeguatamente se esistono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano una concezione errata del matrimonio. Giacché infatti, quando si chiede una benedizione, è una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per un modo migliore di vivere, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio» (La risposta di Francesco ai Dubia del 10 luglio 2023, in blog Scuola Ecclesia Mater, 2.10.2023). I porporati interpellavano nuovamente Bergoglio, con una nota datata 22.7.2023, nella quale, per quanto qui ci interessa, gli stessi si dicevano preoccupati che «la benedizione di coppie omosessuali possa creare in ogni caso confusione, non solo in quanto possa farle sembrare analoghe al matrimonio, ma anche in quanto gli atti omosessuali verrebbero presentati praticamente come un bene, o almeno come il bene possibile che Dio chiede alle persone nel loro cammino verso di Lui» (I nuovi Dubia ed il sinodo della discordia, ivi). Ovviamente, questa volta Bergoglio non rispondeva in alcun modo.
In precedenza, era intervenuto anche il card. Müller, il quale affermava che «la benedizione delle coppie arcobaleno è un'eresia. I vescovi belgi non possono legittimarle facendo riferimento a presunte dichiarazioni del Papa. Anche se lo avesse detto, non è di sua competenza cambiare la Rivelazione» (N. Spuntoni, Müller: «Neanche il Papa può decidere di benedire le coppie gay», in LNBQ, 3.4.2023).

3. Sotto la guida del neo-prefetto, il cardinal Victor M. Fernández, il Dicastero per la dottrina della fede si è mostrato, dal settembre 2023, molto sensibile alle istanze legate al mondo LGBT nell’ambito della Chiesa. Commenta il giornalista Spuntoni: «Fernández è entrato in carica da pochi mesi, ma la linea che sta perseguendo è di rottura coi suoi predecessori. Il Papa lo aveva spronato in una lettera ad inizio mandato a svoltare pagina» (così N. Spuntoni, Bergoglio dice sì alle benedizioni arcobaleno, in Il Giornale, 18.12.2023).
A titolo esemplificativo di questa “sensibilità” nuova, può segnalarsi che, in data 31.10.2023, il Dicastero de quo forniva alcune Risposte a Mons. José Negri, Vescovo di Santo Amaro in Brasile, concernenti alcune domande riguardo alla possibile partecipazione ai sacramenti del battesimo e del matrimonio da parte di persone transessuali e di persone omoaffettive. In particolare, si rispondeva positivamente ai dubbi circa la possibilità che un individuo transgender od omoaffettiva e che convive possa essere testimone ad un matrimonio, non essendoci nella legislazione universale della Chiesa delle disposizioni che impediscano o inabilitino un soggetto transgender od omosessuale convivente dall’assumere la veste di testimone di nozze.  
Da ultimo, in data 18.12.2023, il predetto Dicastero vaticano presieduto dal Fernández, ha diramato una dichiarazione, dal titolo Fiducia supplicans, approvata ex audientia in pari data da Bergoglio, sul “senso spirituale delle benedizioni”. Come ci ricorda Vatican News, erano 23 anni che l’ex Sant’Uffizio non pubblicava una dichiarazione (l’ultima fu nel 2000 Dominus Jesus), documento dall’alto valore dottrinale (Dichiarazione dottrinale apre alle benedizioni per coppie “irregolari”, in Vatican News, 18.12.2023).
Il gesuita americano P. James Martin, vicino notoriamente al mondo LGBT, membro del sinodo e consultore del Dicastero per la Comunicazione, ha twittato su X, all’uscita della dichiarazione: «This is a major step forward in the church's ministry to LGBTQ people and recognizes the desire for same-sex couples for God's presence and help in their committed and loving relationships». Ancora, P. Martin, commentando il valore dirompente del documento, rammenta, sempre su X, «The declaration opens the door to non-liturgical blessings for same-sex couples, something that had been previously off limits for bishops, priests and deacons» ed infine, sempre su X: «In short, yesterday, as a priest, I was forbidden to bless same-sex couples at all. Today, with some limitations, I can».
Di là dei commenti entusiasti di Padre Martin, va detto che questo nuovo documento, composto da una Presentazione, una Introduzione e da quattro capitoli, divisi a loro volta in 45 punti, non sembrerebbe porsi come atto vincolante, ma come un atto volto a favorire, «insieme alla comprensione della dottrina perenne della Chiesa, la ricezione dell’insegnamento del Santo Padre» (Presentazione). Si spiega, poi: «Come nella già citata risposta del Santo Padre ai Dubia di due Cardinali, la presente Dichiarazione resta ferma sulla dottrina tradizionale della Chiesa circa il matrimonio, non ammettendo nessun tipo di rito liturgico o benedizioni simili a un rito liturgico che possano creare confusione. Il valore di questo documento, tuttavia, è quello di offrire un contributo specifico e innovativo al significato pastorale delle benedizioni, che permette di ampliarne e arricchirne la comprensione classica strettamente legata a una prospettiva liturgica. Tale riflessione teologica, basata sulla visione pastorale di Papa Francesco, implica un vero sviluppo rispetto a quanto è stato detto sulle benedizioni nel Magistero e nei testi ufficiali della Chiesa. Questo rende ragione del fatto che il testo abbia assunto la tipologia di “Dichiarazione”. Ed è proprio in tale contesto che si può comprendere la possibilità di benedire le coppie in situazioni irregolari e le coppie dello stesso sesso, senza convalidare ufficialmente il loro status o modificare in alcun modo l’insegnamento perenne della Chiesa sul matrimonio» (ivi).
Nell’Introduzione si aggiunge che questa Dichiarazione intenderebbe venire incontro a coloro che non avrebbero condiviso il Responso dell’allora Congregazione per la dottrina della fede: «appare opportuno riprendere il tema ed offrire una visione che componga in coerenza gli aspetti dottrinali con quelli pastorali, perché “ogni insegnamento della dottrina deve situarsi nell’atteggiamento evangelizzatore che risvegli l’adesione del cuore con la vicinanza, l’amore e la testimonianza”».
Sebbene si evidenzi il rischio «di confondere una benedizione, data a qualsiasi altra unione, con il rito proprio del sacramento del matrimonio» (n. 6), bisognerebbe evitare anche il pericolo di «pretendere, per una semplice benedizione, le stesse condizioni morali che si chiedono per la ricezione dei sacramenti. Tale rischio esige che si ampli ulteriormente questa prospettiva. Infatti, vi è il pericolo che un gesto pastorale, così amato e diffuso, sia sottoposto a troppi prerequisiti di carattere morale, i quali, con la pretesa di un controllo, potrebbero porre in ombra la forza incondizionata dell’amore di Dio su cui si fonda il gesto della benedizione» (n. 12).
Dopo aver ripercorso il senso delle benedizioni nella sacra Scrittura, si afferma: «Nel suo mistero di amore, attraverso Cristo, Dio comunica alla sua Chiesa il potere di benedire. Concessa da Dio all’essere umano ed elargita da questi al prossimo, la benedizione si trasforma in inclusione, solidarietà e pacificazione. È un messaggio positivo di conforto, custodia e incoraggiamento. La benedizione esprime l’abbraccio misericordioso di Dio e la maternità della Chiesa che invita il fedele ad avere gli stessi sentimenti di Dio verso i propri fratelli e sorelle» (n. 19).
Con riferimento alle c.d. coppie irregolari e segnatamente quelle composte da persone dello stesso sesso, si afferma che «si impartisce una benedizione che non solo ha valore ascendente ma che è anche l’invocazione di una benedizione discendente da parte di Dio stesso su coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo. Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito – che la teologia classica chiama “grazie attuali” – affinché le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino» (n. 31).
Con questo pensiero, obiettivamente, si può convenire, tuttavia, esso appare incompleto, come avremo modo di osservare in seguito.
Andiamo, però, avanti: «non si deve né promuovere né prevedere un rituale per le benedizioni di coppie in una situazione irregolare, ma non si deve neppure impedire o proibire la vicinanza della Chiesa ad ogni situazione in cui si chieda l’aiuto di Dio attraverso una semplice benedizione. Nella breve preghiera che può precedere questa benedizione spontanea, il ministro ordinato potrebbe chiedere per costoro la pace, la salute, uno spirito di pazienza, dialogo ed aiuto vicendevole, ma anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà» (n. 38).
Di per sé, si potrebbe dare di questo passo del documento un’interpretazione, potremmo dire, ortodossa, nella misura in cui si specifica che la benedizione sia richiesta, senza rivendicare la legittimazione dello status personale, quale ausilio a Dio perché quella persona possa compiere la sua volontà, che, logicamente, dovrebbe essere quella di allontanarsi da una situazione di peccato. Si spiega, in effetti, in vari punti della dichiarazione: «Da un punto di vista strettamente liturgico, la benedizione richiede che quello che si benedice sia conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa» (n. 9). Ed ancora: «Chi chiede una benedizione si mostra bisognoso della presenza salvifica di Dio nella sua storia e chi chiede una benedizione alla Chiesa riconosce quest’ultima come sacramento della salvezza che Dio offre. Cercare la benedizione nella Chiesa è ammettere che la vita ecclesiale sgorga dal grembo della misericordia di Dio e ci aiuta ad andare avanti, a vivere meglio, a rispondere alla volontà del Signore» (n. 20). E poi: «La grazia di Dio, infatti, opera nella vita di coloro che non si pretendono giusti ma si riconoscono umilmente peccatori come tutti. Essa è in grado di orientare ogni cosa secondo i misteriosi ed imprevedibili disegni di Dio. Perciò, con instancabile sapienza e maternità, la Chiesa accoglie tutti coloro che si avvicinano a Dio con cuore umile, accompagnandoli con quegli aiuti spirituali che consentono a tutti di comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro esistenza» (n. 32).
Il documento, nondimeno, appare volutamente ambiguo, perché tace su cosa consista esattamente, nella specie, questa volontà di Dio, più volte evocata, ma mai delineata nei suoi contorni, lasciando all’interprete la sua individuazione. E diremmo, interpretazione.
Tuttavia, c’è un aspetto a nostro avviso davvero inquietante – e forse questo potrebbe celare possibili profili di eterodossia: vale a dire, la dichiarazione rimette al ministro ordinato la possibilità di chiedere («potrebbe chiedere»), nel rito “a traccia libera”, «… anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà». Insomma, l’introduzione nel testo del verbo «potrebbe» e della congiunzione «anche» riduce, in pratica, il compimento della volontà divina ad elemento accessorio ed opzionale, a mera facoltatività, che potrebbe, perciò, mancare del tutto nella benedizione, non rivestendo carattere, invece, primario come ci si sarebbe dovuti attendere dalle premesse da cui la Dichiarazione muoveva.
Si aggiunge: «proprio per evitare qualsiasi forma di confusione o di scandalo, quando la preghiera di benedizione, benché espressa al di fuori dei riti previsti dai libri liturgici, sia chiesta da una coppia in una situazione irregolare, questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso» (n. 39).
Ed ancora: «Tale benedizione può invece trovare la sua collocazione in altri contesti, quali la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote, la preghiera recitata in un gruppo o durante un pellegrinaggio. Infatti, attraverso queste benedizioni che vengono impartite non attraverso le forme rituali proprie della liturgia, bensì come espressione del cuore materno della Chiesa, analoghe a quelle che promanano in fondo dalle viscere della pietà popolare, non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà» (n. 40).
Con specifico riferimento alle coppie omosessuali si conclude, per quanto ci interessa: «Quanto detto nella presente Dichiarazione a proposito delle benedizioni di coppie dello stesso sesso, è sufficiente ad orientare il prudente e paterno discernimento dei ministri ordinati a tal proposito. Oltre alle indicazioni di cui sopra, non si debbono dunque aspettare altre risposte su eventuali modalità per normare dettagli o aspetti pratici riguardo a benedizioni di questo tipo» (n. 41).

4. Che dire, in conclusione, di questa nuova dichiarazione della Santa Sede?
Esso, come molti documenti prodotti sotto il regno di Bergoglio, presenta una buona dose di ambiguità nella misura in cui non si spieghi in cosa consista esattamente la volontà di Dio di cui la benedizione costruirebbe un aiuto spirituale nel suo compimento.
Soprattutto rimane in ombra, per non dire del tutto oscurato, l’aspetto che la richiesta di aiuto nel compimento della volontà divina sia, nel rito di benedizione “a traccia libera”, soltanto un  elemento opzionale delle possibili richieste a Dio.
Per di più, si omette di sottolineare che la benedizione, essendo un sacramentale e non un sacramento, conferisce la grazia ex opere operantis (Ecclesiae), ossia in forza del soggetto – la Chiesa, attraverso il suo ministro ordinato – che compie quel rito (cfr. can. 1166 codice diritto canonico), ma pure dalle disposizioni interiori del fedele che la richiede. Ed è chiaro che sia difficile ipotizzare, in concreto, che una persona omoaffettiva convivente, richiedente questo sacramentale, sia ben disposta a compiere la volontà di Dio, vale a dire abbandonare quella sua condizione di convivenza.
C’è poi un ultimo aspetto da porre all’attenzione. Il can. 1167 § 2 del codice di diritto canonico stabilisce: «Nel porre o amministrare i sacramentali si osservino accuratamente i riti e le formule approvate della Chiesa». Nella dichiarazione odierna si afferma, al contrario, che questa benedizione non sarebbe un atto liturgico, bensì di pietà popolare, per cui si dovrebbe ricorrere ad una formula a traccia libera: «non attraverso le forme rituali proprie della liturgia, bensì come espressione del cuore materno della Chiesa, analoghe a quelle che promanano in fondo dalle viscere della pietà popolare» (n. 40). Per cui, ci sarebbe da domandarsi (e lasciamo questa domanda aperta a possibili risposte), in buona sostanza, che validità possa avere una benedizione di tal fatta e che non si tratti, in realtà, solo di una sonora presa in giro delle coppie irregolari, arrecandosi ad esse piuttosto un danno spirituale, anziché un beneficio. Ci auguriamo che queste coppie non si ritrovino a dover esclamare come la buon’anima di Massimo Troisi, «pensavo fosse amore ed invece era solo un calesse» … .

sabato 7 ottobre 2023

Il testo integrale della lettera pre-Sinodo del cardinale Zen

Nella festa della Madonna del Rosario e nel ricordo della vittoria di Lepanto, rilanciamo la traduzione italiana della lettera del card. Zen – intrepido cardinale cinese ed arcivescovo emerito di Hong Kong, firmatario dei Dubia, insieme ai cardd. Burke, Sarah, Brandmueller e Sandoval – inviata a cardinali e vescovi sul Sinodo in corso, in questi giorni, in Vaticano, sulle molteplici irregolarità di quest’assise. Cfr. su questa lettera, Luisella Scrosati, Il cardinale Joseph Zen denuncia il regime sinodale, in LNBQ, 6.10.2023. Questa missiva, unitamente ai Dubia da noi pubblicati (vqui), senz’altro pone all’attenzione della Chiesa delle questioni di non poco rilievo circa la natura e la legittimità di quest’assemblea, nonché in ultima analisi fa sorgere degli interrogativi se quanto dovesse prodursi da essa possa dirsi davvero espressione della Chiesa e se possa dirsi proveniente dall’ispirazione dello Spirito Santo. Significativa, a questo riguardo, è la domanda posta, dalla giornalista Diane Montagna, al dott. Paolo Ruffini, Prefetto della Segreteria per le Comunicazioni vaticane. La giornalista aveva chiesto “Come discerne questa assemblea se qualcosa viene dallo Spirito Santo o da un altro spirito?”. La risposta del dott. Ruffini semplicemente è stata semplicemente evasiva e generica. La stessa ha replicato su come si potesse sapere che fosse lo Spirito Santo. A questa richiesta di precisazione non è seguita alcuna risposta. Evidentemente, in Vaticano, non sanno come discernere ciò che provenga dallo Spirito Santo e quanto da altri … ehm … spiriti. E francamente guardando le modalità di lavoro dell’assise sinodale, con singoli tavoli rotondi, è più facile immaginare che si manifesti qualche pizza o una cacio e pepe, piuttosto che lo Spirito Santo.

Buona lettura.





Domande e risposte a Diane Montagna

Tavoli dell'assise sinodale nell'Aula Nervi

Documenti. Il testo integrale della lettera pre-Sinodo del cardinale Zen


(s.m.) Ampiamente citata dal sito statunitense “The Pillar”, la lettera inviata a fine settembre dal cardinale Giuseppe Zen-zekiun a diversi cardinali e vescovi sulle questioni aperte dalla convocazione del Sinodo in corso dal 4 ottobre è ormai uscita dal recinto del “confidenziale” ed è bene che sia letta per intero.

È lo stesso Zen a presagire questo esito, quando verso la fine della lettera scrive: “Io la intendo come confidenziale, ma sarà difficile che non arrivi in mano ai mass media. Vecchio come sono, non ho niente da guadagnare, niente da perdere. Sarò contento di aver fatto quello che credo di essere in dovere di fare”.

Dall’alto dei suoi 91 anni, ma soprattutto di una vita spesa nell’eroica difesa della “libertas ecclesiae” in una terra ostile come la Cina, già vescovo di Hong Kong e recentemente condannato per aver sostenuto la resistenza della città al prepotere del regime di Pechino, Zen si rivela in questa lettera anche un combattente appassionato e franco per preservare il Sinodo e la Chiesa da quella che ritiene una deriva disastrosa.

Ecco dunque la lettera, nella versione italiana predisposta dallo stesso cardinale Zen.

*

Cara Eminenza, Cara Eccellenza,

sono il suo confratello Giuseppe Zen dalla lontana isola di Hong Kong, un vecchio infermo di 91 anni, ordinato vescovo più di 26 anni fa. Scrivo questa lettera perché, conscio di essere ancora in possesso delle mie facoltà mentali, sento il dovere di salvaguardare, come un membro del Collegio dei Successori degli Apostoli, la sacrosanta tradizione della fede cattolica.

Indirizzo questa lettera a voi, membri del prossimo Sinodo sulla sinodalità, perché suppongo che siate preoccupati, come sono io, di come andrà a finire il suddetto Sinodo.

Sinodalità è una parola piuttosto nuova, dall’etimologia si può capire che si tratta di uno spirito, di “parlare insieme e camminare insieme”; per la Chiesa cattolica vorrà dire “comunione e partecipazione di tutti j membri della Chiesa nella missione evangelizzatrice”. Capito così, il tema di questo Sinodo sembra utile e sempre attuale, e sarà un’occasione conveniente per chiarire come nella Chiesa si debba vivere questa sinodalità.

Ora c’è un documento recentissimo “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”, frutto del lavoro (negli anni 2014-2017) di una sotto-commissione della Commissione Teologica Internazionale, il cui presidente ex-officio è il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. La sotto-commissione ha concluso il suo lavoro nel 2017, il testo è stato approvato dai membri della Commissione nel corso della sessione plenaria di quell’anno, e finalmente approvato dal Prefetto della Congregazione nel 2018, dopo aver ricevuto il parere favorevole da Papa Francesco.

Il documento comincia nella sua prima parte con i fatti storici dei Sinodi e dei Concili (il significato dei due termini è convergente), specialmente il Concilio Apostolico di Gerusalemme (Atti 15), che è la figura paradigmatica dei Sinodi celebrati dalla Chiesa.

La descrizione di quel Sinodo, nei paragrafi 20-21 del documento, può riassumersi così. Nella diffusione del Vangelo, emerge un problema: se i non-Ebrei per farsi membri della Chiesa di Gesù debbano passare per la circoncisione e l’accettazione della legge mosaica. Il problema, acutamente sentito in Antiochia, viene deferito alla Chiesa di Gerusalemme, la quale tutta prende parte nello svolgimento per sciogliere il problema. “L’iniziale diversità di opinioni e la vivacità del dibattito, alla luce della parola profetica (vedi Amos 9,11-12), nel reciproco ascolto dello Spirito Santo attraverso la testimonianza della sua azione (vedi Atti 15,14-18), approdarono a quel consenso e unanimità che è il frutto del discernimento comunitario”. Gli Apostoli e gli Anziani comunicarono il risultato del Concilio alle Chiese con una lettera in cui si dice: “Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi”.

Nel paragrafo 5 del testo della Commissione si dice: “La novità della parola sinodalità chiede un’attenta messa a punto teologica”. Nel paragrafo 7 dice:”Mentre il concetto di sinodalità richiama la partecipazione di tutto il popolo di Dio, [...] il concetto di collegialità precisa il significato teologico e la forma di esercizio del ministero dei vescovi [...] mediante la comunione gerarchica del collegio episcopale con il vescovo di Roma”. E più avanti dice: “Ogni autentica manifestazione di sinodalità esige per sua natura l’esercizio del ministero collegiale dei vescovi”.

Nella seconda parte, il documento propone i fondamenti teologici di questa dottrina, che si trovano specialmente nella “Lumen gentium”, dove specifica che al servizio del popolo, tutto sacerdotale e profetico, c’è un sacerdozio ministeriale, ordinato, che serve questo popolo, guidandolo con il servizio dell’autorità.

Mi ha sorpreso non poco quando, leggendo i tanti prolissi documenti emanati dalla Segretaria del Sinodo, trovo così pochi riferimenti al documento summenzionato.

Per di più:

1. Mi confonde il fatto che, da una parte, mi dicono che la sinodalità è un elemento costitutivo della Chiesa, ma, dall’altra, mi dicono che è ciò che Dio aspetta da noi per questo secolo (come una novità?). Come può Dio aver dimenticato di far vivere questo elemento costitutivo della Chiesa per i venti secoli della sua storia? Non confessiamo che la Chiesa è una, santa, cattolica, apostolica, intendendo con ciò che è stata sempre anche sinodale?

2. Ancora maggiore confusione e preoccupazione sento, quando vedo suggerito che finalmente è venuto il momento di rovesciare la piramide, cioè con la gerarchia sormontata dal popolo laico. Nel documento preparatorio, fin dall’inizio, si dice chiaramente che, per una Chiesa sinodale, occorre ricostituire la “democrazia”.

3. Ma ancora più preoccupazione sento, quando si nota che, mentre veniva convocato questo Sinodo {che viene presentato come una cosa senza precedenti) c’era già in corso in Germania un “sentiero sinodale” dove, con uno stranamente compiaciuto “mea culpa” per gli abusi sessuali, la gerarchia ed un gruppo di laici (Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi ZdK, non si sa quanto rappresentativo, ma si viene a sapere che sono quasi tutti impiegati della Chiesa) propongono un cambio rivoluzionario della costituzione della Chiesa e dell’insegnamento morale riguardo alla sessualità. Più di un centinaio tra Cardinali e Vescovi da diverse parti del mondo hanno scritto una lettera di ammonizione all’episcopato in Germania, ma essi non riconoscono di essere in errore.

Il Papa non ha mai ordinato che questo processo della Chiesa in Germania si fermasse. In occasione della loro visita “ad limina”, si sa che il Papa ha conversato per due ore con i vescovi tedeschi, ma non si è pubblicato un discorso del Papa su “L’Osservatore Romano” come si è solito fare in queste visite. Invece viene pubblicato un discorso del Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Cardinale Marc Ouellet, in cui li prega di non procedere, ma di aspettare le conclusioni del Sinodo. Come risposta, un chiaro diniego perché, dicono, “c’è l’urgenza pastorale di procedere”(!?).

Un sintomo allarmante è il continuo calo numerico dei fedeli in Germania; secondo dati ufficiali il calo ha superato il mezzo milione nel 2022. La Chiesa lì sta morendo.

Questo ci ricorda la penosa sventura della Chiesa in Olanda, la quale, dalla cima di quando aveva il 40% della popolazione nazionale, è caduta fino alla sua quasi totale scomparsa oggi. Non è difficile vederne la causa: un movimento, quasi uguale a quello attuale in Germania, che lì è cominciato quasi subito dopo il Concilio Vaticano ll.

Non mi sembra fuori posto menzionare il grande scisma che pende sulla Comunità Anglicana. Gli arcivescovi del Global Anglican Future Conference (GAFCON) hanno mandato una lettera all’Arcivescovo di Canterbury, dicendogli che, se non si converte (la Chiesa Anglicana d’Inghilterra ha approvato il matrimonio omosessuale), essi {che costituiscono 1′85% degli Anglicani nel mondo) non accetteranno più la sua leadership (come “primus inter pares”).

4. I documenti della Segreteria citano non sempre a proposito la Bibbia. Parlano a lungo dell’episodio di Pietro e Cornelio (in Atti 10-11) quasi per provare che il Signore può ordinare qualunque cambiamento dell’agire dei fedeli. Ma il racconto del Concilio di Gerusalemme (Atti 15) fa vedere che non si tratta di un cambiamento qualunque, ma di uno sviluppo che comporta periodi diversi nella realizzazione della salvezza. La fase universalista della salvezza, già adombrata nel Vecchio Testamento, adesso finalmente si realizza dopo la risurrezione di Gesù. Similmente, Gesù ha detto che non ha abolito la legge, ma l’ha portata a compimento. Lo Spirito procede gradualmente, ma non si contraddice mai. Il Santo Henry Newman diceva che il vero sviluppo della dottrina è omogeneo.

Penso che non ho bisogno di dilungarmi sui motivi per cui dovete affrontare il Sinodo con grande preoccupazione. Sento invece l’importanza di far presente a voi certi problemi di procedura del Sinodo. La Segreteria del Sinodo è molto agguerrita nell’arte della manipolazione.

Per ciò che sto per dire sarò facilmente accusato di “conspiracy theory”, ma vedo chiaramente che c’è tutto un piano di manipolazione.

Cominciano col dire che bisogna ascoltare tutti. Adagio adagio fanno capire che tra questi “tutti” ci sono specialmente quelli da noi “esclusi”. Finalmente, si capisce che si tratta di gente che opta per una morale sessuale diversa da quella della tradizione cattolica.

Nei piccoli gruppi di dialogo della fase continentale insistono sovente che “dobbiamo lasciare una sedia vuota per quelli che sono assenti, da noi emarginati”. Dicono anche: “Il Sinodo deve concludere con una universale inclusione, deve allargare la tenda, benvenuti tutti, senza giudicarli, senza invitare alla conversione”.

Protestano sovente che non hanno una agenda. È veramente un’offesa alla nostra intelligenza, quando tutti vediamo a che conclusioni mirano.

Parlano della “conversazione nello Spirito” come di una cosa magica. E invitano tutti ad aspettare “sorprese” dallo Spirito (naturalmente loro sono già informati di quali sorprese). “Conversare, ma non discutere! La discussione crea divisioni”. Ma allora il consenso e l’unanimità avvengono miracolosamente? Ma a me pare che al Concilio Vaticano Il, prima di arrivare alla conclusione quasi unanime, hanno sovente impiegato molto tempo in vivaci discussioni. Era lì che lo Spirito Santo aveva lavorato. Evitare discussioni è evitare la verità.

Non dovete obbedire a loro quando dicono di andare a pregare, interrompendo i lavori. Rispondete che è ridicolo pensare che lo Spirito Santo stia aspettando le vostre preghiere dell’ultimo momento. Dovete già aver accumulato una montagna di preghiere, vostre e dei vostri fedeli, come aveva fatto Papa Giovanni XXIII prima del Concilio, facendo pellegrinaggi con molti fedeli a diverse chiese, pregando per il Concilio. Lo Spirito Santo sarà occupato durante il Sinodo a lavorare nei vostri cuori, sperando che tutti accettino le sue ispirazioni.

“Cominciamo, dicono, con i piccoli gruppi”. Questo è ovviamente sbagliato. Bisogna prima lasciare parlare tutti e sentire tutti nell’Assemblea. Così risultano quali sono i problemi più controversi e che hanno bisogno di un adeguato dibattito. Nei piccoli gruppi “linguistici” poi si può, usando la propria lingua, sviscerare i problemi più a proprio agio e finire con la formulazione di concise deliberazioni. Bisogna insistere sulla procedura seguita da tanti Sinodi, non perché “si è sempre fatto così”, ma perché è ragionevole (fare diversamente giustifica il sospetto che si vuol evitare di scoprire la vera ispirazione dello Spirito Santo).

Sulla rete noto un molto parlare su “votazioni o no”. Ma se non si fa una votazione, come si può sapere il frutto di tanto dialogo? Evitare le votazioni è ancora evitare la verità.

Ancora sulla votazione. Senza nessuna consultazione, nella immediata vicinanza del Sinodo, il Santo Padre aggiunge un numero di membri laici con diritto di votazione. Se io fossi uno dei membri, farei una forte protesta, perché questo cambia sostanzialmente il Sinodo dei Vescovi, che Papa Paolo VI aveva istituito come uno strumento della collegialità, anche se nello spirito della sinodalità sono ammessi degli osservatori laici con possibilità di parola. A voi non consiglio una protesta, ma almeno un dolce lamento con una richiesta: che almeno i voti dei Vescovi e quelli dei laici siano separatamente contati (ciò che perfino il “sentiero sinodale” di Germania ha concesso ai vescovi), Si deve dare un diverso peso ai voti dei due gruppi. Far votare i laici sembra voler dire che si vuole rispettare il “sensus fidelium”, ma sono sicuri che questi laici invitati siano “fideles”? che almeno vadano ancora in chiesa? Si noti che questi laici non sono stati eletti dal popolo cristiano praticante.

Non è mai stata spiegata l’aggiunta (a metà strada) di un’altra sessione per il 2024. Il mio malizioso sospetto è che gli organizzatori, non sicuri di raggiungere in questa sessione ciò a cui mirano, sperano di aver tempo di preparare altre manovre. Ma se le votazioni già chiariscono quello che lo Spirito ha voluto dire attraverso il voto dei vescovi sarà ancora necessaria un’altra sessione?

Questa lettera che scrivo io la intendo come confidenziale, ma sarà difficile che non arrivi in mano ai mass media. Vecchio come sono, non ho niente da guadagnare, niente da perdere. Sarò contento di aver fatto quello che credo di essere in dovere di fare.

So che nel Sinodo sulla famiglia, il Santo Padre ha rifiutato suggerimenti presentati da diversi Cardinali e Vescovi proprio sulla procedura, ma se voi presentate una richiesta rispettosa e supportata da numerosi consensi, forse potrà essere accolta. Comunque avrete fatto il vostro dovere. Accettare una procedura non ragionevole è  condannare il Sinodo al fallimento.

Chiedo scusa del ritardo di questa mia lettera, perché forse manca il tempo per presentare le nostre richieste agli organizzatori prima dell’inizio del Sinodo.

Auguro a voi una fruttuosa e, se necessario, coraggiosa partecipazione a questo Sinodo che in qualunque modo sarà senza precedenti.

Vostro umile fratello,

Giuseppe Zen

21 settembre 2023

Festa di San Matteo Apostolo (”miserando et eligendo”)


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Il documento citato dal cardinale Zen:

> “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”

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POST SCRIPTUM – Ricevo e pubblico. L’autore del commento è avvocato del foro di Trieste e membro dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani:

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Caro Magister,

scrivono “sinodalità” ma intendono e praticano il “centralismo democratico”: linee di discussione all’interno, riservatezza, decisione della maggioranza, unità d’azione all’esterno.

Con una sostanziale differenza rispetto a Lenin. La “maggioranza” la decide papa Francesco, presentato come oracolo dello Spirito Santo.

Legittimazione dal basso e legittimazione dall’alto paiono così incontrarsi in “sinfonica armonia”.

L’autorità delle conclusioni che il papa trarrà non si baserà quindi tanto su una motivazione teologicamente razionale delle questioni, ma su una lettura ispirata di dinamiche assembleari rese artatamente non verificabili dall’esterno.

Non stupisce che il cardinale Zen parli di “manipolazione”.

Antonio Caragliu

Fonte: Blog di Sandro Magister, 5.10.2023

mercoledì 4 ottobre 2023

Burke: «La sinodalità contraddice la vera identità della Chiesa»

Oggi, festa di S. Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, è, in realtà, un giorno triste e storico al contempo. Infatti, oggi si aprirà, con una messa solenne, concelebrata da Francesco con i neo-cardinali ed i vescovi sinodali, il discusso “Sinodo sulla sinodalità”, che presenta inquietanti somiglianze al c.d. latrocinium Ephesi, cioè al II concilio di Efeso, convocato dall'imperatore romano d'Oriente Teodosio II nel 449, sotto la presidenza del Patriarca di Alessandria, Dioscoro I, e che non è riconosciuto né dalla Chiesa cattolica né dalla maggior parte delle chiese ortodosse, salvo quelle c.d. «pre-calcedoniane» (che accettano, invece, il Secondo concilio di Efeso e rigettano il concilio di Calcedonia).

Perché lo consideriamo funesto? Per il semplice motivo che esso si annuncia come la pietra miliare del cambiamento dell’identità cattolica, sia per quanto riguarda la dottrina sia per quanto riguarda la morale sia, infine, la prassi. Non si nascondono, infatti, i timori che si accompagnano a quest’incontro sinodale, che durerà l’intero mese di ottobre, e che comporterà – secondo anche quel che emerge dall’Instrumentum Laboris – una qualche forma di benedizione per le coppie tra persone dello stesso sesso sul modello di quanto avviene in Germania ed in Olanda (quasi che Dio, contraddicendo la sua stessa Legge e la sua stessa Divina Rivelazione, possa benedire, e così approvare quasi, una situazione di peccato); una rivisitazione della legge del celibato ecclesiastico; un riesame del divieto di accesso agli ordini sacri delle donne.

Del resto, le reazioni avute, da parte della Santa Sede, alla pubblicazione dei Dubia; reazioni tutt’altro che moderate e prudenti, ma inviperite e, diremmo, quasi violente nelle parole … fanno pensare che la cosa non sia passata in maniera indifferente sulle testi degli albicelesti abitanti della stanze vaticane, ma anzi sia stato da loro accusato il colpo, il duro colpo assestato ai loro piani “revolucionari”. Prova ne sia la reazione irritata del neo-cardinal Fernández (cfr. Jonathan Liedl, Vatican releases Pope Francis’ responses to pre-synod dubia, criticizes cardinals, in Catholic New Agency, 2.10.2023).

A chiarimento dei fatti è utile rilanciare, in questo giorno dedicato al Santo di Assisi, l’intervento del card. Raymond L. Burke al convegno de La Bussola, svoltosi a Roma, presso il teatro Ghione, nel pomeriggio del giorno 3 ottobre 2023.

Bellissimo santino del 1939 fatto stampare dal Commissario Generale del Terz'Ordine Francescano, per il quale fu chiamato un artista apposito, tale Mario Barberis. Il tutto per commemorare l'evento del 18 giugno 1939 allorché Pio XII, a soli tre mesi dall'elezione, su sollecita istanza di molti vescovi, proclamò il Santo di Assisi patrono d'Italia. Fonte

Altro santino stampato per l'occasione dalle Arti Grafiche dei Fratelli Bonetti di Milano su commissione del Segretariato per le Missioni Francescane. S. Francesco, ritto su una mezza colonna, benedice l'Italia, raffigurata dalla famosa allegoria di una regina con la corona turrita e la spada sul fianco. Accanto al Santo vi è il papa Pio XII con la tiara, nell'atto della proclamazione di S. Francesco a Patrono d'Italia. Attorno si vede una folla di persone di varie estrazioni sociali. La scena si svolge a Roma, dal momento che si scorge sullo sfondo, al centro, il Colosseo e l'Altare della Patria sulla destra. Ad essere precisi questo santino risale al XIX anno dell'era fascista e quindi al periodo 29.10.1940-28.10.1941. Fonte







Burke: «La sinodalità contraddice la vera identità della Chiesa»


«Il Sinodo che apre oggi cela un’agenda più politica che ecclesiale e divina. La volontà di modificare la costituzione gerarchica della Chiesa è chiara, con un conseguente indebolimento dell'insegnamento in materia morale. Lo stesso processo usato in Germania».




Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale (titolo originale: “La sinodalità contro la vera identità della Chiesa quale comunione gerarchica”) tenuto ieri dal cardinale Raymond Leo Burke al Convegno internazionale “La Babele sinodale”, organizzato dalla Nuova Bussola Quotidiana a Roma, presso il Teatro Ghione.

* * *

Prima di tutto, vorrei ringraziare gli organizzatori di questo convegno, in particolare Riccardo Cascioli, e tutti i collaboratori della Nuova Bussola Quotidiana per averci dato oggi la possibilità di trattare di temi massimamente importanti per tutti noi, perché toccano il Bene più fondamentale della nostra comune Santa Madre, la Chiesa Cattolica, il Corpo Mistico di Cristo che è il solo Salvatore del Mondo. Vorrei ringraziare specialmente padre Gerald Murray e il professore Stefano Fontana per le considerazioni essenziali che ci hanno presentato oggi. Hanno esposto in una maniera molto convincente, smascherato dovrei dire, gli errori filosofici, canonici e teologici molto diffusi oggi riguardo al Sinodo dei Vescovi e la sua imminente sessione intitolata “Per una Chiesa sinodale: Comunione | partecipazione | missione”.

Vorrei subito raccomandare alla vostra lettura il libro di Julio Loredo e José Antonio Ureta, Processo sinodale: Un Vaso di Pandora. 100 domande e 100 risposte (Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, Roma, 2023), disponibile in italiano e in molte altre lingue. Lo studio sereno e profondo che sta sotto questo libro è un aiuto preziosissimo nell’affrontare la pervasiva confusione intorno alla sessione del Sinodo dei Vescovi che inizierà domani (oggi 4 ottobre 2023, ndr).

Il professore Fontana ha detto che: «La nuova sinodalità, considerata nelle categorie sue proprie di tempo, prassi e procedura, è il momento conclusivo di un lungo percorso che ha attraversato tutta la modernità». Attirando la nostra attenzione sulle fonti filosofiche della cosiddetta sinodalità, egli smaschera la sua mondanità. Ecco perché nostro Signore Gesù Cristo, che è il solo nostro Salvatore, non sta alla radice e al centro della sinodalità. Ecco perché la natura divina della Chiesa nella sua fondazione e nella sua vita organica e duratura è trascurata e, in verità, dimenticata.

Lo Spirito Santo è molto spesso invocato nella prospettiva del Sinodo. Tutto il processo sinodale si presenta come un’opera dello Spirito Santo che guiderà tutti i membri del Sinodo, ma non c’è neanche una parola sull’obbedienza dovuta alle ispirazioni dello Spirito Santo che sono sempre coerenti con la verità della dottrina perenne e la bontà della disciplina perenne che Egli ha ispirato lungo i secoli. È purtroppo molto chiaro che l’invocazione dello Spirito Santo da parte di alcuni ha per scopo il far andare avanti un’agenda più politica e umana che ecclesiale e divina. L’agenda della Chiesa è unica, cioè la ricerca del Bene comune della Chiesa, cioè la salvezza delle anime, la salus animarum che «in Ecclesia suprema semper lex esse debet»[1].

Il Sinodo sulla “sinodalità” prosegue alcune prospettive diffuse nella Chiesa oggi ed evidenziate pure dalla recente riforma della Curia Romana tracciata dalla Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium. Essa insiste principalmente nell’indicare la missionarietà e sinodalità della Chiesa come gli «attributi», i «tratti essenziali»[2] della vita ecclesiale e sembra far derivare da questa impostazione la struttura della Curia Romana. Ma, come professiamo nel Simbolo della Fede e come è stato insegnato dal Concilio ecumenico Vaticano II nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, la Santa Madre Chiesa è nei suoi attributi, nei suoi tratti essenziali, «una, santa, cattolica e apostolica»[3].

La confusione sulla teologia, sulla morale e persino sulla filosofia elementare in cui viviamo è alimentata da una grande mancanza di chiarezza nel vocabolario utilizzato, e questo probabilmente è intenzionale da parte di alcuni. Assistiamo a uno slittamento semantico di alcune parole o espressioni, che rende incomprensibile l’insegnamento della Chiesa su alcuni punti. Potrei citare l’espressione “misericordia di Dio”, per esempio. Ma a volte si introducono o si estremizzano nuove parole senza una chiara definizione, come nel caso della parola sinodalità. In questo caso, con la confusione sui tratti essenziali della Chiesa, c’è il rischio di perdere l’identità della Chiesa, la nostra identità di membri del Corpo Mistico di Cristo, di tralci nella «vite vera» che è Cristo e della quale il Padre eterno «è l’agricoltore»[4].

Nel momento in cui questi concetti diventano centrali e non sono chiaramente definiti, si apre la porta a chiunque voglia interpretarli in modo da rompere con il costante insegnamento della Chiesa su questi temi. Infatti, la storia della Chiesa ci insegna che la risoluzione delle peggiori crisi, come quella ariana, inizia sempre con una grande precisione nel vocabolario e nei concetti utilizzati.

Torniamo ai tratti essenziali della Chiesa proposti nella Praedicate Evangelium per capire meglio in che direzione il Sinodo tende: missionarietà e sinodalità. Si tratta di due attributi in qualche senso conosciuti, ma la loro elevazione a tratti essenziali della Chiesa e, perciò, criteri fondamentali della ristrutturazione della Curia Romana – e ora con questo Sinodo a tutta la Chiesa Universale – si presta ad ambiguità e a equivoci che devono essere riconosciuti e dissipati.

È giusto affermare che tutta la Chiesa è missionaria. Tutti i fedeli sono chiamati, secondo la loro vocazione e le loro doti personali, a dare testimonianza a Cristo nel mondo. Ma nel dare testimonianza a Cristo, i fedeli necessitano dell’incontro con Lui vivo nella Chiesa attraverso la Sacra Tradizione, che è dottrinale, liturgica e disciplinare. Necessitano buoni Pastori – il Romano Pontefice e i Vescovi in comunione con Lui, insieme con i sacerdoti, i principali cooperatori dei Vescovi – che li guidino a Cristo e salvaguardino per loro la vita in Cristo, specialmente per l’insegnamento della sana dottrina e dei buoni costumi, e, in modo più perfetto e completo, per la Sacra Liturgia quale adorazione di Dio «in spirito e verità»[5]. È infatti l’insegnamento della verità e il Culto Divino «in spirito e verità» che fanno crescere la vita in Cristo di ogni fedele e di tutta la Chiesa. Come ci insegna San Paolo, nella Chiesa non siamo più «fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore», ma «agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo»[6].

Secondo il costante insegnamento della Chiesa, Cristo istituì l’Ufficio Petrino perché tutti i Vescovi e, così, tutti i fedeli siano uniti nella fede[7]. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, dichiarò: «Affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, [Gesù Cristo] prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione»[8]. Così il Concilio definisce l’Ufficio Petrino: «Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli»[9].

La Curia Romana è lo strumento principale del Romano Pontefice nel suo servizio insostituibile alla Chiesa universale. Secondo le parole dei Padri conciliari: «Nell’esercizio del suo supremo, pieno e immediato potere sopra tutta la Chiesa, il Romano Pontefice si avvale dei dicasteri della Curia Romana, che perciò compiono il loro incarico nel nome e nell’autorità di lui, a vantaggio delle chiese e al servizio dei sacri pastori»[10]. Il Successore di San Pietro, tramite la Curia Romana, aiuta i singoli Vescovi a compiere il loro fondamentale servizio che il Concilio descrive con queste parole: «Tutti i Vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli nell’amore di tutto il corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia (cf. Mt 5, 10) e, infine, promuovere ogni attività comune a tutta la Chiesa, specialmente nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità»[11].

La missionarietà della Chiesa è il frutto di questa unità di dottrina, liturgia, e disciplina, è frutto del Cristo vivo nella Chiesa, nei membri del Suo Corpo Mistico di cui egli è il Capo. È Cristo solo che è annunziato e predicato a tutte le nazioni perché molti siano battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ecco la missione della Chiesa affidata a lei dal Signore:

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»[12].

La missione di Cristo è anteriore ad ogni attività missionaria, al tratto di missionarietà. Infatti, la missionarietà è soltanto una manifestazione della presenza viva di Cristo nella Chiesa per fare «discepoli tutti i popoli», Cristo che rimane sempre vivo nella Chiesa «fino alla fine del mondo».

Sinodalità, in quanto termine astratto, è un neologismo nella dottrina sulla Chiesa. È risaputo che il Concilio Vaticano II ha voluto evitare i termini astratti di conciliarità e collegialità, che non si trovano nei testi conciliari. È da presumere che lo stesso Concilio avrebbe voluto evitare un termine astratto come sinodalità, se l’avesse conosciuto.

La tradizione canonica conosce l’istituto del Sinodo quale strumento per dare consigli ai sacri Pastori; non si descrive la Chiesa quale sinodale ma, invece, quale comunione gerarchica[13]. Sono i pastori nella comunione salvaguardata e promossa dall’Ufficio Petrino, cioè la gerarchia, che ha la responsabilità della guida dottrinale, liturgica e morale della Chiesa. Il Sinodo è un aiuto offerto ai pastori affinché loro possano compiere il loro servizio. Esso non può mai sostituire l’ufficio pastorale voluto e istituito da Cristo stesso.

Il Sinodo dei Vescovi si descrive quale «un’assemblea di Vescovi i quali (…) si riuniscono in tempi determinati per favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi, e per prestare aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice stesso nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica e inoltre per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo»[14]. Padre Murray ci ha ricordato la natura del Sinodo dei Vescovi, secondo il citato canone 342 del Codice di Diritto Canonico.

Aggiungerei solo che, in modo simile, il Sinodo Diocesano si descrive quale «l’assemblea di sacerdoti e altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana (…)»[15].

Il sinodo come istituto canonico si riferisce ad un modo solenne dei diversi modi attraverso i quali tutti i fedeli, per la loro vocazione e con le loro doti, assistono i loro sacri Pastori ad adempire le loro responsabilità come veri maestri della fede. Il can. 212 del Codice di Diritto Canonico, avendo la sua fonte originale nell’insegnamento domenicale sulla correzione fraterna[16] provvede le norme che disciplinano il rapporto tra i sacri Pastori e i fedeli nella comunione gerarchica della Chiesa. L’istituto del sinodo, tra questi modi, è straordinario, richiedendo una preparazione lunga e adeguata e una celebrazione ben disciplinata per evitare i malintesi che possano facilmente, specialmente in una cultura del tutto secolarizzata e mondana, rendere il processo sinodale nocivo alla Chiesa.

Vorrei adesso condividere con voi alcune riflessioni che ho esposto ad altri venerabili confratelli del Collegio Cardinalizio, in occasione dell’incontro dei Cardinali, poco più di un anno fa. Riguardano più direttamente la struttura della Curia Romana, ma sono collegate in maniera molto stretta al nostro argomento.

La missionarietà e la sinodalità come qualità, non «attributi» o «tratti essenziali», della vita ecclesiale non cambiano la natura dell’Ufficio Petrino o del servizio prestato dalla Curia Romana al Successore di Pietro quale «principio e (il) fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione». Infatti, presuppongono l’Ufficio Petrino assistito dalla Curia Romana. Alla luce di questo, seguono delle osservazioni.

Primo. La Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium insiste che la Curia Romana «è al servizio del Papa, successore di Pietro, e dei Vescovi, successori degli Apostoli»[17]. Ma il servizio della Curia Romana è al Successore di Pietro. Servendo il Romano Pontefice, la Curia Romana serve anche i Vescovi nel loro rapporto con il Papa. Non è realistico domandare che la Curia Romana serva tutti i Vescovi. Infatti, essi hanno le loro proprie Curie per aiutarli nel compimento delle loro responsabilità di veri pastori. In questo, si deve mantenere chiaro il servizio distinto del Successore di Pietro.

Allo stesso tempo, definire la Curia Romana al servizio dei singoli Vescovi rischierebbe di trasmettere una visione mondana della Chiesa nella quale le Chiese particolari sarebbero filiali o sussidiarie della Chiesa a Roma, tutti serviti dalla stessa Curia Romana. Sarebbe una distorsione del rapporto del Successore di Pietro con i Vescovi.

Secondo. Il termine dicastero, quale termine generico secolare, tratto dal Diritto Romano, per i vari uffici di diversa natura della Curia Romana non esprime sufficientemente l’aspetto della comunione gerarchica coinvolta nel trattamento di questioni dottrinali, liturgiche, educative, missionarie, ecc., e non esprime la reale differenza non di dignità (tutti i dicasteri sono giuridicamente pari), ma di materia e di competenza.

Terzo. Sembra giusto restaurare in qualche forma, almeno nella prossima fase attuativa della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, la Congregazione per la Dottrina della Fede al primo posto fra tutte le Congregazioni della Curia Romana in virtù del suo compito di «aiutare il Romano Pontefice e i Vescovi nell’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, promuovendo e tutelando l’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale, attingendo al deposito della fede e ricercandone anche una sempre più profonda intelligenza di fronte alle nuove questioni»[18].

Quarto. Sarebbe importante, nell’elenco delle qualità richieste agli Officiali e Consultori, mettere in primo luogo la sana dottrina e la coerenza con la sana disciplina della Chiesa[19].

Non mi sembra necessario entrare nel dettaglio per capire che il Sinodo che si aprirà domani (oggi, ndr) non è altro che un prolungamento diretto di ciò che è stato già evidenziato dalla Costituzione Apostolica Predicate Evangelium. È quindi per lo meno singolare dire che non si sa in che direzione andrà il Sinodo, quando è così chiaro che la volontà è quella di modificare profondamente la costituzione gerarchica della Chiesa. Un processo simile è stato adoperato nella Chiesa in Germania per raggiungere lo stesso tanto nocivo scopo.

Viene frequentemente detto che l’insistenza sulla sinodalità della Chiesa non è altro che recuperare una caratteristica ecclesiale sempre osservata dalla Chiesa orientale. Ho contatti regolari con vescovi e sacerdoti orientali, sia cattolici che ortodossi: tutti mi hanno detto che il modo in cui è organizzato il Sinodo non ha nulla a che vedere con i sinodi orientali. Questo vale non solo per il posto dei laici in queste assemblee, ma anche più in generale per il modo in cui operano e persino per le questioni che affrontano. C’è confusione intorno al termine sinodalità, che si cerca artificiosamente di collegare a una pratica orientale, ma che in realtà ha tutte le caratteristiche di un’invenzione recente, soprattutto per quanto riguarda i laici.

Una tale modifica nell’autocomprensione della Chiesa ha per ulteriore conseguenza un indebolimento dell’insegnamento in materia di morale, nonché di disciplina nella Chiesa. Non mi soffermo molto su questi punti, drammaticamente noti a tutti: la teologia morale ha perso tutti i suoi punti di riferimento. È urgente considerare l’atto morale nella sua totalità, e non solo nel suo aspetto soggettivo. Il trentesimo anniversario della pubblicazione di Veritatis Splendor può aiutarci in questo. Accolgo con favore e incoraggio le iniziative che ho visto su questo tema. I comandamenti del Decalogo sono validi e rimarranno validi come lo sono sempre stati in ogni epoca, semplicemente perché sono inerenti alla natura umana.

Visto tutto quello che ho osservato e che stiamo approfondendo nel nostro Convegno di oggi (ieri 3 ottobre, ndr), io, insieme ad quattro altri cardinali, le Loro Eminenze Card. Walter Brandmüller, Card. Juan Sandoval Íñiguez, Card. Robert Sarah e Card. Joseph Zen, ciascuno proveniente da un diverso continente, abbiamo presentato al Sovrano Pontefice, durante l’estate, dei dubia per chiarire un certo numero di punti fondamentali appartenenti al deposito della Fede che oggi vengono messi in discussione, specialmente nel proseguimento della cosiddetta sinodalità. Molti fratelli dell’episcopato e anche del Collegio cardinalizio sostengono questa iniziativa, anche se non sono nella lista ufficiale dei firmatari.

Oggi (ieri, ndr) è apparso un articolo su Il Giornale del vaticanista Fabio Marchese Ragona sui dubia sottoposti a Papa Francesco. Alla fine dell’articolo, egli cita i commenti sui dubia di «due padri sinodali», che ha intervistato. Cito il commento:

«Siamo molto dispiaciuti, i tempi della Chiesa non sono quelli di questi confratelli! Non possono dettare loro l’agenda al Papa, causando peraltro ferite e minando l’unità nella Chiesa. Ma ormai ci siamo abituati: vogliono soltanto colpire Francesco»[20].

Questi commenti rivelano lo stato di confusione, errore, e divisione che permea la sessione del Sinodo dei Vescovi che comincerà domani (oggi, ndr). I cinque dubia trattano esclusivamente la perenne dottrina e disciplina della Chiesa, non un’agenda del Papa. Non trattano dei “tempi” passati. Il linguaggio è molto rivelatore della mondanità della visione. Poi, non trattano della persona del Santo Padre. Infatti, per la loro natura sono un’espressione della dovuta venerazione per l’Ufficio Petrino e il Successore di San Pietro. 

Questi commenti sembrano riflettere un errore fondamentale recentemente espresso dal nuovo Prefetto (card. Víctor Manuel Fernández, ndr) del Dicastero per la Dottrina della Fede in una intervista che egli ha dato a Edward Pentin del National Catholic Register. Durante l’intervista egli ha dichiarato che, oltre al deposito della Fede, il Romano Pontefice ha un «vivo e attivo dono» che risulta in quello che egli definisce «la dottrina del Santo Padre»[21]. In più, egli accusa di eresia e scisma[22] quelli che criticano questa «dottrina del Santo Padre».

Ma la Chiesa non ha mai insegnato che il Romano Pontefice ha un dono speciale per costituire una propria dottrina. Il Santo Padre è il primo maestro del deposito della fede che è in sé stesso sempre vivo e dinamico. Così insegna la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, Dei verbum, del Concilio ecumenico Vaticano II:

«La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. Atti 2, 42 gr.), in modo che nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si crei una singolare unità di spirito tra Vescovi e fedeli»[23].

Si deve riflettere sulla gravità della situazione ecclesiale quando il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede accusa di eresia e scisma quelli che chiedono al Santo Padre di esercitare l’Ufficio Petrino per salvaguardare e promuovere il depositum fidei.

Ci viene detto che la Chiesa che professiamo – in comunione con i nostri antenati nella fede fin dai tempi degli Apostoli – essere una, santa, cattolica e apostolica, deve ora essere definita dalla sinodalità, un termine che non ha storia nella dottrina della Chiesa e per il quale non esiste una definizione ragionevole. Si tratta ovviamente di una costruzione artificiale, più simile a una costruzione umana che alla Chiesa costruita sulla roccia che è Cristo (cfr. 1 Cor 10,4). L’Instrumentum laboris della prossima sessione del Sinodo dei Vescovi contiene certamente affermazioni che si discostano in modo impressionante e grave dall’insegnamento perenne della Chiesa. Prima di tutto, dobbiamo riaffermare pubblicamente la nostra fede. In questo, i vescovi hanno il dovere di confermare i loro fratelli. I vescovi e i cardinali di oggi hanno bisogno di molto coraggio per affrontare i gravi errori che provengono dall’interno della Chiesa stessa. Le pecore dipendono dal coraggio dei pastori che devono proteggerle dal veleno della confusione, dell’errore e della divisione.

Ma vorrei concludere esortandovi alla preghiera per implorare l’aiuto del Cielo contro tutte le potenze, umane e preternaturali, che sognano la distruzione della Chiesa. Non praevalebunt![24] Sappiamo che il bene è sempre tenuto in considerazione agli occhi di Dio e sarà giustamente ricompensato, così come il male sarà punito. Molti giovani ne sono consapevoli e cercano di vivere, con il sostegno dei Sacramenti, un’autentica vita di Fede, Speranza e Carità, cioè una vita sempre più pienamente in Cristo con un cuore sempre più dato, insieme con il Cuore Immacolato di Maria, al Suo Sacratissimo Cuore. Questo è chiaramente il vero futuro della Chiesa, l’unico che porterà veramente frutto (cfr. Mt 7,15-17).

Oggi i buoni cristiani devono essere pronti a subire il martirio bianco dell’incomprensione, del rifiuto e della persecuzione, e talvolta il martirio rosso dello spargimento di sangue, per essere testimoni fedeli di Cristo e Suoi «collaboratori della verità»[25]. Sebbene la confusione attuale sia particolarmente grande, persino storicamente significativa per non dire inedita, non possiamo credere che la situazione sia irreversibile. Come ho appena ricordato, le porte dell’Inferno non prevarranno contro la Chiesa. Il Signore ha promesso di rimanere con noi nella Chiesa «fino alla fine del mondo»[26]. Egli non mente. Egli è sempre fedele alle Sue promesse. Possiamo sempre confidare nel Signore vivo per noi nella Chiesa. E certamente non dobbiamo mai abbandonare il Signore ma rimanere con Lui nella Chiesa che è il Suo Corpo Mistico. Dobbiamo sempre rimanere tralci sicuramente inseriti nella Vite che è Lui. Tuttavia, siamo costretti a constatare che molte anime prendono la strada della perdizione a causa di questa confusione, per cui dobbiamo pregare molto e agire per dissiparla al più presto possibile.

Invochiamo la Beata Vergine Maria, in particolare nel suo Cuore Immacolato, San Giuseppe Protettore della Santa Chiesa, i Santi Apostoli Pietro e Paolo, e tutti i santi, affinché ciascuno di noi rimanga fedele a Cristo e alla Sua Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica, la Santa Romana Chiesa; e affinché la Chiesa stessa, senza macchia né ruga, possa uscire al più presto dall’attuale stato di confusione e divisione per abbreviare questi tempi in cui il rischio di perdizione delle anime è grande. Salus animarum «in Ecclesia suprema semper lex esse debet».

Grazie per la Vostra attenzione. Che Dio benedica Voi e le Vostre case sempre, e che la Vergine Madre di Dio, San Giuseppe, i Santi Pietro e Paolo, e tutti i Santi Vi guidino e Vi salvaguardino la via.


Raymond Leo Card. Burke


NOTE

[1] Can. 1752.

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 811.

[3] «(…) unam, sanctam, catholicam et apostolicam». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio Dogmatica Lumen gentium de Ecclesia, 21 Novembris 1964, Acta Apostolicae Sedis 57 (1965) 11, n. 8. [LG]. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 1, Documenti del Concilio Vaticano II (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1981), p. 135, n. 305. [EV1].

[4] Gv 15, 1.

[5] Gv 4, 24.

[6] Ef 4, 14-15.

[7] Cf. Mt 16, 18-19; Lc 22, 31-32; Gv 21, 15-19.

[8] «Ut vero Episcopatus ipse unus et indivisus esset, beatum Petrum ceteris Apostolis praeposuit in ipsoque instituit perpetuum ac visibile unitatis fidei et communionis principium et fundamentum». LG 22, n. 18b. Traduzione italiana: EV1, p. 159, n. 329.

[9] «Romanus Pontifex, ut successor Petri, est unitatis, tum Episcoporum tum fidelium multitudinis, perpetuum ac visibile principium et fundamentum». LG, 27, n. 23a. Traduzione italiana: EV1, p. 169, n. 338.

[10] «In exercenda suprema, plena et immediata potestate in universam Ecclesiam, Romanus Pontifex utitur Romanae Curiae Dicasteriis, quae proinde nomine et auctoritate illius munus suum explent in bonum Ecclesiarum et in servitium Sacrorum Pastorum». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Decretum Christus Dominus de pastorali Episcoporum munere in Ecclesia, 28 Octobris 1965, Acta Apostolicae Sedis 58 (1966) 676, n. 9a. Traduzione italiana: EV1, p. 337, n. 588.

[11] «Debent enim omnes Episcopi promovere et tueri unitatem fidei et disciplinam cunctae Ecclesiae communem, fideles edocere ad amorem totius Corporis mystici Christi, praesertim membrorum pauperum, dolentium et eorum qui persecutionem patiuntur propter iustitiam (cfr. Matth. 5, 10), tandem promovere omnem actuositatem quae toti Ecclesiae communis est, praesertim ut fides incrementum capiat et lux plenae veritatis omnibus hominibus oriatur». LG 27-28, n. 23b. Traduzione italiana: EV1, p. 169, n. 339.

[12] Mt 28, 18-20.

[13] Cf. LG 25, n. 21b. Traduzione italiana: EV1, p. 165, n. 335.

[14] «(…) coetus est Episcoporum qui (…) statutis temporibus una conveniunt ut arctam coniunctionem inter Romanum Pontificem et Episcopos foveant, utque eidem Romano Pontifici ad incolumitatem incrementumque fidei et morum, ad disciplinam ecclesiasticam servandam et firmandam consiliis adiutricem operam praestent, necnon quaestiones ad actionem Ecclesiae in mundo spectantes perpendant». CIC-1983, can. 342. 

[15] «(…) coetus delectorum sacerdotum aliorumque christifidelium Ecclesiae particularis, qui in bonum totius communitatis diocecesanae Episcopo dioecesano adiutricem operam praestant (…)». CIC-1983, can. 460.

[16] Cf. Mt 18, 15-18. 

[17] PE, p. 31, Art. 1.

[18] PE, p. 75, Art. 69.

[19] PE, pp. 38-39, Art. 14, § 3, e Art. 16.

[20] Fabio Marchese Ragona, «Cinque “dubia” sul Sinodo di Francesco. Dalla benedizione ai gay alle donne sacerdote: i cardinali conservatori scuotono il Vaticano», Il Giornale, 3 ottobre 2023, 17.

[21] «living and active gift (…) the doctrine of the Holy Father». Edward Pentin, “Exclusive: Archbishop Fernandez Warns Against Bishops Who Think They Can Judge ‘Doctrine of the Holy Father’”, National Catholic Register, September 11, 2023.

[22] Cfr. ibidem.

[23] «Sacra Traditio et Sacra Scriptura unum verbi Dei sacrum depositum constituunt Ecclesiae commissum, cui adhaerens tota plebs sancta Pastoribus suis adunata in doctrina Apostolorum et communione, fractione panis et orationibus iugiter perseverat (cfr. Act. 2, 42 gr.), ita ut in tradita fide tenenda, exercenda profitendaque singularis fiat Antistitum et fidelium conspiratio». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio Dogmatica Dei verbum de Divina Revelatione, 28 Novembris 1965, Acta Apostolicae Sedis 58 (1966), 822, n. 10.

[24] Mt 16, 18.

[25] 3 Gv 8.

[26] Mt 28, 20.


Fonte: La nuova bussola quotidiana, 3.10.2023