Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 5 dicembre 2015

Card. Burke: "Il Sinodo non può aprire porte che non esistono"

Torniamo a parlare del Sinodo, concluso lo scorso ottobre.
Sì, perché oggi si apprende da fonti al di sopra di ogni sospetto che, in verità, le conclusioni sinodali erano già state tirate diversi mesi prima del sinodo stesso. Pare, anzi, che la stessa esortazione post-sinodale era bella e pronta. Di questo disegno facevano parte i due motu proprio dello scorso 8 settembre e che entreranno in vigore l’8 dicembre.
Sembrava cosa fatta. Ed invece, no. Ci riferisce la fonte anonima denominata “Pio Pace” del blog Rorate caeli. Le cose non son andate come speravano i novatores. Certo, la formulazione ambigua ed equivoca della Relazione finale apre la via al seguito. Lo abbiamo detto anche noi nell’immediatezza della conclusione dell’assise sinodale (v. qui). Non illudiamoci, quindi.  Ma almeno il team del card. Baldisseri non ha avuto quell’esplicitazione che desiderava: ovverosia che la c.d. via penitenziale diventasse la porta d’accesso alla Comunione dei divorziati risposati. Questo compito è spettato a P. Spadaro, il quale dalle colonne de La Civiltà cattolica ha spiegato che i padri sinodali hanno effettivamente gettato le basi  per l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati (per l'articolo di P. Spadaro, v. qui). L'assemblea dell’ottobre 2015 non era altro, dunque, che uno spettacolo teatrale destinato a preparare l'atto finale che era già stato scritto: l’esortazione post-sinodale della misericordia e del perdono per tutti. Il suo messaggio poteva contare sul sostegno unanime dei media secolari, e della stragrande maggioranza dei media cattolici, che una lunga tolleranza per il liberalismo inclina naturalmente verso soluzioni compiacenti col mondo. Conclude Pio Pace, quindi, che ciò che rimangono sono i granellini di sabbia, ossia quei tredici cardinali che scrissero la famosa lettera, i quali che, però, da soli, possono inceppare gli ingranaggi delle macchine più oleate (cfr. Exclusive Op-Ed - Pio Pace reveals for Rorate: “The Post-Synodal Exhortation has been ready since September”, in Rorate caeli, 4.12.2015).
Nel frattempo, il card. Burke ci ha tenuto a precisare, in replica a P. Spadaro, che alcuna porta deve essere aperta, per il semplice motivo che non esiste alcuna porta che possa essere aperta (v. qui).

Non esiste un'altra pastorale per i divorziati risposati

di Raymond Leo Burke*

Il 28 novembre 2015, nel nuovo numero de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, direttore della rivista e padre sinodale, ha presentato un riassunto dei lavori del 14mo Sinodo Ordinario dei vescovi, dedicato alla vocazione e alla missione della famiglia (pagg. 372-391). Benché l’autore faccia varie affermazioni sulla natura e il lavoro del Sinodo dei vescovi, che richiederebbero un più ampio commento critico in altra sede, una sua affermazione in particolare necessita di essere commentata immediatamente: “Il Sinodo ha pure volute toccare le persone e le coppie ferite per accompagnarle e sanarle in un processo di integrazione e di riconciliazione senza barriere. Circa l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente, il Sinodo ha formulato la via del discernimento e del «foro interno», ponendone le basi e aprendo una porta che invece nel Sinodo precedente era rimasta chiusa.” 
A prescindere dal fatto che le dichiarazioni pubbliche rilasciate da diversi padre sinodali affermino l’esatto contrario, cioè: il Sinodo conserva la pratica costante della Chiesa riguardanti coloro che vivono in un’unione irregolare. Dato che il testo dei paragrafi dall’84 all’86 del Rapporto Finale del Sinodo non è molto chiaro sulle verità fondamentali della fede, la Santa Eucarestia e il Santo Matrimonio, la stessa scarsa chiarezza emerge ora nelle dichiarazioni pubbliche dei padre sinodali. Il fatto è che il Sinodo non può spalancare una porta che non esiste e non può esistere, specificamente un discernimento in coscienza che contraddice la verità sulla assoluta santità della Santa Eucarestia e l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Il Sinodo, come la Chiesa, d’altra parte, ha sempre predicato e praticato, ha sempre voluto mostrare amore verso coloro che si trovano in una situazione in cui non sono coerenti con gli insegnamenti di Cristo e della Sua Chiesa. L’amore cristiano per le persone, comunque, non significa “integrazione e riconciliazione senza barriere”, perché si fonda sulle insostituibili verità di natura e di grazia e sono ordinate per il bene della persona e dell’intera comunità. L’amore cristiano accompagna la persona sulla via della penitenza e della riparazione, così che possa incontrare ancora Cristo nei Sacramenti.
La via del discernimento su cui i preti accompagnano il penitente che vive in una unione irregolare, è l’assistenza del penitente, affinché possa conformare ancora la sua coscienza alla verità della Santa Comunione e alla verità del matrimonio a cui è vincolato. Come la Chiesa ha sempre coerentemente predicato e praticato, il penitente è accompagnato nel suo “foro interno” a vivere nella castità, nella fede nel vincolo matrimoniale esistente anche se apparentemente c’è un’altra vita matrimoniale, in modo da metterlo in grado di accedere di nuovo ai sacramenti senza dar scandalo. Papa Giovanni Paolo II descrisse la pratica della Chiesa nel “foro interno” nell’enciclica Familiaris Consortio (n. 84). La Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000 illustra gli insegnamenti del paragrafo 84 della Familiaris Consortio. Entrambi i documenti sono citati nel Rapporto Finale del Sinodo, ma purtroppo in modo ambiguo.
Dare l’impressione che ci sia un’altra pastorale nel “foro interno”, una che possa permettere a una persona impegnata in una unione irregolare di avere accesso ai Sacramenti, è come suggerire che la coscienza possa essere in conflitto con la verità della fede. Un suggerimento di questo tipo pone chiaramente i sacerdoti in una situazione insostenibile, l’aspettativa che possano “spalancare una porta” al penitente che, di fatto, non esiste.
Infine, con il più grave danno inflitto all’universalità della Chiesa, crea l’aspettativa che il Romano Pontefice possa approvare una pratica che è in conflitto con le verità della fede. Il Sinodo dei vescovi, coerentemente con la sua natura e il suo scopo, non può farsi strumento di simili aspettative.

*Cardinale e arcivescovo cattolico statunitense, dall'8 novembre 2014 patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta.

Questo commento è apparso originalmente sul National Catholic Register (traduzione di Stefano Magni)

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 3.12.2015

sabato 24 ottobre 2015

Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?

Mentre il Sinodo sulla famiglia - voluto dal vescovo di Roma, ed ispirato dal “card.” Kasper e dal “teologo” Giovanni Cereti (v. qui), nonostante, per ironia della sorte, giusto la Scrittura nel giorno di apertura sinodale mettesse in guardia da possibili novazioni (v. Anteprima del sinodo. Il testo integrale del primo intervento, qui, e Sinodo e omosessualità. La parola a san Paolo, senza censurequi) e nei giorni seguenti i Padri della Chiesa ammonissero i pastori della Chiesa dal prurito di voler novare la prassi slegandola dalla dottrina (C'è un padre sinodale in più: san Gregorio Magno, vqui) -, sta per terminare, al di là degli esiti che possa avere, sono rimasti degli evidenti strascichi polemici.
Innanzitutto la polemica dei vescovi belgi nei confronti dei loro confratelli africani, che avrebbe loro impedito di discutere, in sede sinodale, delle aperture nei confronti degli omosessuali, tanto da concludere – con una vena razzista – che nella Chiesa sarebbe cresciuta troppo l’influenza dell’Africa (Cardinal Sarah blocked discussion of gays, says bishop, vqui)! E non c’è da meravigliarsi di ciò, visto che molti vescovi occidentali si sono davvero adoperati per incoraggiare queste “aperture” (vRomanian doctor at Synod says Cupich, others giving encouragement to homosexuality is ‘criminal’, qui).
Pensiamo poi all’atteggiamento del “card.” Marx, che sembra parlare davvero come Lutero (vIl cardinale Marx? Parla come Lutero, qui).
Pubblichiamo, quindi, quest’interessante riflessione.

Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?


L’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, sulla comunione ai divorziati risposati pone qualche domanda a Kasper e Marx.


Pubblichiamo in una nostra traduzione la riflessione sul Sinodo scritta per il Denver Catholic da Samuel J. Aquila, arcivescovo di Denver, e intitolata “Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano”?

L’idea che ai cattolici dovrebbe essere concesso di risposarsi e ricevere la comunione non è stata avanzata per la prima volta nella lettera firmata dal cardinale Kasper e da altri membri dell’episcopato tedesco nel 1993. L’episcopato di un altro paese, l’Inghilterra, ha fatto da pioniere in questo campo della dottrina cristiana circa 500 anni fa. Al tempo non ci si chiedeva appena se un cattolico potesse risposarsi, ma se il re potesse farlo, dal momento che sua moglie non gli aveva generato un figlio.
Come nel caso di coloro che chiedono la comunione per chi si risposa civilmente, così anche i vescovi inglesi non volevano autorizzare apertamente il divorzio e le nuove nozze. Così, scelsero di piegare la legge alle circostanze individuali del caso che dovevano affrontare e il re Enrico VIII ottenne “l’annullamento” su basi fraudolente e senza il permesso di Roma.
Se “l’eroismo non è per il cristiano medio”, per dirla con il cardinale tedesco Walter Kasper, certamente non lo era per il re di Inghilterra. Al contrario, la felicità personale e il benessere di un paese costituivano due forti argomenti a favore del divorzio di Enrico. Ed era difficile che il re si prendesse il disturbo di saltare la comunione come conseguenza di un matrimonio irregolare.
Il cardinale di Inghilterra Wolsey, insieme a tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del vescovo di Rochester, John Fisher, appoggiarono il tentativo del re di cancellare il suo primo e legittimo matrimonio. Come Fisher, anche Tommaso Moro, laico e cancelliere del re, gli rifiutò il suo sostegno. Entrambi vennero martirizzati e in seguito canonizzati.
Difendendo pubblicamente l’indissolubilità del matrimonio del re, Fisher sostenne che «questo matrimonio del re e della regina non può essere dissolto da alcun potere, umano o divino che sia». Per questo principio, disse, era disposto a dare la vita. Continuò facendo notare che Giovanni il Battista non aveva trovato «causa più gloriosa per cui morire che quella del matrimonio», nonostante allora il matrimonio «non fosse così sacro come lo è diventato dopo che Cristo ha versato il Suo sangue».
Come Tommaso Moro e Giovanni il battista, Fisher fu decapitato e come loro fu chiamato “santo”. Al Sinodo sulla famiglia che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, alcuni vescovi tedeschi insieme ai loro sostenitori stanno facendo pressione perché la Chiesa permetta a chi ha divorziato, e poi si è risposato, di ricevere la comunione. Al contrario, altri vescovi da tutto il mondo insistono che la Chiesa non può cambiare l’insegnamento di Cristo. Questa situazione impone una domanda: credono i vescovi tedeschi che san Tommaso Moro e san John Fisher abbiano sacrificato invano le loro vite?
Gesù ci ha mostrato lungo tutto il suo ministero che per seguirlo è necessario un sacrificio eroico. Quando si legge il Vangelo con cuore aperto, un cuore che non mette il mondo e la storia al di sopra del Vangelo e della Tradizione, si scorge il costo della sequela che tutti i discepoli sono chiamati a pagare. I vescovi tedeschi farebbero meglio a leggere “Il costo dell’essere discepoli” del martire luterano, Dietrich Bonhoeffer. Infatti, ciò che loro promuovono è una “grazia a poco prezzo” invece che una “grazia onerosa”, e sembrano anche ignorare le parole di Gesù: «Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc. 8: 34, Lc. 14: 25-27, Gv. 12: 24-26).
Pensiamo, ad esempio, all’adultera che i Farisei presentarono a Gesù per coglierlo in fallo. La prima cosa che fece fu proteggerla dai suoi accusatori e la seconda cosa che fece fu richiamarla. «Va’», comandò, «e non peccare più». Seguendo le parole di Cristo in persona, la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che il divorzio e le nuove nozze sono solo un altro modo per chiamare l’adulterio. E poiché la comunione è riservata ai cattolici in stato di grazia, coloro che vivono in una situazione irregolare non possono partecipare a questo aspetto della vita della Chiesa, anche se devono sempre essere accolti all’interno delle parrocchie e anche a Messa.
A maggio, il cardinale Kasper, in un’intervista a Commonweal Magazine, ha affermato che «non possiamo dire se l’adulterio è in corso» quando un un cristiano divorziato e pentito intrattiene «rapporti sessuali» in una nuova unione. Piuttosto, lui ritiene che «l’assoluzione sia possibile». Ma, ancora, Cristo ha chiaramente chiamato adulterio il risposarsi e ha detto che l’adulterio è peccato (Mt. 5:32, Mc. 10:12, Lc. 16:18). Nel caso della Samaritana (Giovanni 4:1-42), Gesù ha anche confermato che risposarsi non può essere valido neanche quando è un gesto dettato da fedeltà e sentimenti sinceri.
Se si aggiunge all’equazione l’alto tasso di fallimenti delle nuove nozze in seguito a un divorzio, nessuno può dire a che cosa potrebbero portare i ragionamenti del cardinale Kasper. Per esempio, la comunione sacramentale dovrebbe essere ammessa solo per coloro che si risposano una volta? E per coloro che si risposano due o tre volte? Ed è ovvio che gli argomenti usati per ammorbidire il divieto di Cristo di risposarsi potrebbero essere utilizzati anche per l’uso dei contraccettivi o per innumerevoli altri aspetti della teologia cattolica, che il mondo moderno e auto-referenziale giudica “difficili”.
Per predire a che cosa porterà tutto questo non serve conoscere il futuro, è sufficiente osservare il passato. Dobbiamo solo guardare la Chiesa anglicana, che ha aperto la porta alla contraccezione (e poi l’ha abbracciata) nel 20esimo secolo e per oltre un decennio ha permesso ai divorziati di risposarsi in alcuni casi.
Il “Piano B” dei vescovi tedeschi, cioè fare “a modo loro” in Germania, anche a costo di andare contro gli insegnamenti della Chiesa, presenta le stesse falle. Ed è “anglicanamente” inquietante. Consideriamo le parole del presidente della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Marx, che secondo la citazione riportata dal National Catholic Register sostiene che mentre la Chiesa tedesca può restare in comunione con Roma per quanto riguarda la dottrina, per quanto riguarda invece la cura pastorale dei singoli casi, «il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania». Enrico VIII sarebbe stato sicuramente d’accordo.
«Non siamo appena una succursale di Roma», ha affermato il cardinale Marx. «Ogni conferenza episcopale è responsabile per la cura pastorale nella sua cultura e deve proclamare il Vangelo a modo suo. Non possiamo aspettare che il Sinodo decida qualcosa, mentre dobbiamo occuparci qui del ministero del matrimonio e della famiglia». Anche gli anglicani hanno ricercato una simile autonomia, anche se questa ha portato come risultato a crescenti divisioni interne e a uno svuotamento delle comunità.
È innegabile che la Chiesa debba raggiungere con misericordia coloro che si trovano ai margini della fede, ma la misericordia parla sempre il linguaggio della verità, non condona mai il peccato, e riconosce che la Croce è al cuore del Vangelo. Si potrebbe richiamare papa san Giovanni Paolo II, citato da papa Francesco alla sua canonizzazione come “il Papa della famiglia”, che scrisse estensivamente della misericordia, dedicandole un’intera enciclica e istituendo la festa della Divina misericordia. Per san Giovanni Paolo II, la misericordia era un tema sì centrale, ma che necessitava di essere letto alla luce della verità e della scrittura, piuttosto che in contrasto con esse.
Per quanto riguarda le nuove nozze, e molte altre questioni, nessuno può dire che gli insegnamenti della Chiesa, che sono quelli di Cristo, siano facili. Ma Cristo stesso non è sceso a compromessi con i suoi principali insegnamenti per impedire ai discepoli di andarsene – che si trattasse dell’Eucaristia o del matrimonio (Gv 6: 60-71; Mt 19: 3-12). Neanche John Fisher è sceso a compromessi per mantenere cattolico il re. Per cercare un modello su questo tema, non dobbiamo andare oltre le parole di Cristo e san Pietro che troviamo nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni, un passaggio che ci ricorda che gli insegnamenti sull’Eucaristia sono spesso difficili da accettare per i credenti.
«“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. (…) Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”».
Come i discepoli, noi siamo sempre chiamati ad ascoltare la voce di Gesù prima che la voce del mondo, della cultura e della storia. La voce di Gesù illumina le tenebre del mondo e delle culture. Preghiamo affinché tutti prestino ascolto a queste parole di vita eterna, a prescindere dalla loro difficoltà!

domenica 18 ottobre 2015

Card. Burke: "proposte sinodali controverse ‘semplicemente’ contrarie al cattolicesimo"

Vista la difficoltà – stante la prevalenza, in seno al Sinodo, dei cattolici rispetto a chi lo è solo di nome – di giungere ad un punto di convergenza che legittimi la Comunione ai divorziati risposati e che legittimi, all’interno della Chiesa, le unioni omosessuali, si sta affacciando l’ipotesi che questa materia possa essere demandata a livello locale, cioè alle singole conferenze episcopali. Questo era anche quanto ci segnalava il giornalista Tornielli essere la proposta anche del card. Koch, che pure avrebbe fama di essere “tradizionalista” ed a cui si richiama l’articolo che segue (v. qui).


In questo modo, spezzandosi l’unità della dottrina e della prassi, come notato anche dal giornalista cattolico Antonio Socci, la conferenza episcopale tedesca potrebbe avere mano più libera, realizzandosi quella indipendenza da Roma come auspicava alcuni mesi fa il “card.” Marx, che, non a caso, vedeva in Lutero uno dei suoi ispiratori (v. qui, qui e qui). In questo senso, del resto, si è posto pure un intervento magisteriale bergogliano, il quale auspicava una maggiore decentralizzazione e la creazione di una “Chiesa sinodale”, che è cosa ben diversa dalla Chiesa come istituzionalmente voluta da Nostro Signore Gesù Cristo (v. qui, qui e qui). Esattamente quel che auspicava, pure in quest’ambito, il “card.” Kasper (v. qui e qui): uno dei “teologi” più in voga ed ascoltati nell’attuale Curia romana. Come qualcuno ha detto, la teologia d’oggi è come la Polonia occidentale: nebbiosa, paludosa, insalubre e periodicamente devastata dai tedeschi … .
Nella festa dell’Evangelista Luca, pubblico, invece, questo salutare intervento cattolico del card. Burke. Siamo lieti, in questo contesto, di ascoltare una voce cattolica! Una delle poche rimaste.


El Greco, S. Luca dipinge la Vergine col Bambino, 1560-67 circa, Museo Benaki, Atene

Anonimo, S. Luca dipinge l'Icona della Madre di Dio Odighitria, XVII sec., Museo bizantino, Atene

Icona moderna di S. Luca con scene della sua vita

Sytov Alexander Kapitonovich, Sant'Evangelista Luca, 1995


Il Cardinale Burke: proposte sinodali controverse ‘semplicemente’ contrarie al cattolicesimo


Provvidenzialmente l’intervista che segue arriva a proposito per confermare l’esistenza del problema di cui all’articolo precedente sulla soluzione prospettata da alcuni padri sinodali di prevedere una maggiore autonomia del vescovo, a livello diocesano, in merito a certi temi. E discutevamo sulla risposta del card. Koch sulle “possibili soluzioni a livello continentale”. La risposta del cardinale Burke conferma le enormi perplessità sui rischi di stravolgimento dell’universalità de la Catholica, ma anche della sua unità. Ricordiamo : Una Santa Cattolica Apostolica (Romana).
15 Ottobre 2015 (LifeSiteNews) - Giovedì mattina, LifeSiteNews ha avuto l’opportunità incontrare il cardinale Raymond Burke a Roma, al termine di una conferenza stampa alla quale ha partecipato ospitato da Voice of the Family. Si è parlato del Sinodo in corso sulla Famiglia, ed in particolare di una proposta controversa, promossa da un partecipante di una recente conferenza stampa in Vaticano[1], di consentire ai vescovi locali di decidere su come affrontare questioni come l’omosessualità e il divorzio.
Il cardinale Burke ha criticato anche la cosiddetta “Proposta-Kasper”, dicendo che essa è basata sulla falsa idea “che in qualche modo la dottrina e la pratica pastorale sono in conflitto tra loro.”
Quanto segue è la trascrizione dell’intervista:

LSN: Cosa pensa dell’idea di “diversità regionali” nella Chiesa? I vescovi locali dovrebbero avere autorità sul piano pastorale per affrontare le questioni relative all’“accettazione sociale dell’omosessualità” ed ai “divorziati risposati?”
Burke: Ciò è semplicemente contrario alla fede e alla vita cattolica. La Chiesa segue l’insegnamento del nostro Signore Gesù Cristo, secondo quanto ci è stato innanzitutto insegnato da Dio nella creazione - ciò che noi chiamiamo legge naturale, ciò che ogni cuore umano comprende perché è stato creato da Dio - ma che poi è stato anche spiegato e illuminato dall’insegnamento di Cristo e nella tradizione della Chiesa.
E questa Chiesa è una in tutto il mondo. Non c’è alcun cambiamento in queste verità, da un luogo ad un altro o da un tempo all’altro. Certamente l’insegnamento di queste verità tiene conto delle particolari esigenze di ogni area. Ma questo non cambia l’insegnamento. L’insegnamento a volte deve essere ancor più forte nei luoghi in cui è più compromesso.
Così, ciò è inaccettabile. Non so da dove provenga questa idea. Significa in realtà che la Chiesa non è più cattolica [universale]. Ciò significa che non è più una nel suo insegnamento in tutto il mondo. Abbiamo una sola fede. Abbiamo un [insieme di] sacramenti. Abbiamo un governo in tutto il mondo. Questo significa ‘cattolica’.
Vorrei anche commentare questa idea di ciò che è “pastorale”.
Gran parte della discussione che ha avuto luogo, a partire dalla gravissima Relazione introduttiva del Cardinale Walter Kasper nel Concistoro Straordinario del 20 e 21 febbraio 2014, è centrata su questa idea che in qualche modo dottrina e pratica pastorale sono in conflitto tra loro.
Questo è assurdo. La pratica pastorale esiste per aiutarci a vivere le verità della fede, a vivere la dottrina della fede nella nostra vita quotidiana. Non può esserci conflitto [tra esse]. Non possiamo avere la dottrina della Chiesa, per esempio, che il matrimonio è indissolubile e poi qualcuno che al tempo stesso sostiene, per motivi “pastorali” che una persona che vive in un’unione irregolare è in grado di ricevere i sacramenti; il che significherebbe che il matrimonio non è indissolubile. Queste sono solo false distinzioni - falsi contrasti - che abbiamo davvero bisogno di chiarire perché stanno causando una immensa confusione tra i fedeli e, naturalmente, in ultima analisi, possono indurre le persone in grave errore con grande danno per la loro vita spirituale e per la loro salvezza eterna.

LSN: Cosa devono pensare e di fare i fedeli quando vedono Padri sinodali suggerire posizioni eterodosse riguardanti l’omosessualità e il divorzio?
Burke: Seguiamo il nostro Signore Gesù Cristo. Egli è il nostro Maestro. E siamo tutti tenuti a obbedire a lui e alla sua parola, a cominciare dal Santo Padre e dai Vescovi. Se un vescovo o un sacerdote, o chiunque, dovesse annunciare o dichiarare qualcosa in contrasto con la verità di Nostro Signore Gesù Cristo, come ci è stata comunicata nell’insegnamento della Chiesa, seguiamo Cristo.
Dico alle persone che sono preoccupate, perché in questo tempo sembra esserci molta confusione e dichiarazioni sulla fede che sono davvero stupefacenti, che dobbiamo rimanere sereni. Perché, nella Chiesa cattolica, abbiamo il magistero, espresso, per esempio, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ed è semplicemente necessario studiare queste cose più a fondo, aderire ad esse più ardentemente, e non essere sviati da falsi insegnamenti, da qualunque provengano.

LSN: Alcuni suggeriscono che c’è ben poco disaccordo nel Sinodo e che i media sono colpevoli di manipolare il conflitto dove non esiste. Che ne pensa?
Burke: Prima di tutto, devo precisare che non faccio parte del Sinodo. Non ho alcun coinvolgimento con coloro che sono all’interno del Sinodo. Ho letto, non solo ciò che è stato detto dai media, ma anche i rapporti ufficiali del Vaticano. E ho avuto conversazioni con alcuni padri sinodali. Al contrario, ho percepito che ci sono contrasti molto forti all’interno del Sinodo. Data la discussione da cui è stato portato avanti il Sinodo - e anche, dato l’ Instrumentum Laboris, con le gravi difficoltà con quel documento - avrei trovato difficile credere che non ci sarebbe stato un forte disaccordo. Altrimenti, non stiamo andando verso la verità delle cose. Non stiamo giungendo a salvaguardare e promuovere la fede cattolica come necessario.
Ho l’impressione che in effetti c’è disaccordo.
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Nota della redazione: 

1. Rispondendo ad una domanda circa l’unità nella diversità, l’Abate [Jeremias Schröder, Abate Presidente della Congregazione di Sant’Ottilia] ha riportato come esempi sia “l’accettazione sociale dell’omosessualità” che l’occuparsi dei “divorziati risposati”; “per cui dovrebbe essere consentito alle conferenze episcopali formulare risposte pastorali in sintonia con ciò che può essere predicato e annunciato e vissuto in contesti diversi” [qui]. (Ecco le “soluzioni a livello continentale” (se non locale) di Koch di cui parlavamo qui).[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

Fonte: Chiesa e postconcilio, 16.10.2015

domenica 13 settembre 2015

Dio o niente, la lezione all'Europa del cardinale Sarah

Una breve recensione del recente libro del card. Sarah, Dio o niente, di cui Il Timone ha pubblicato un brano significativo.

Dio o niente, la lezione all'Europa del cardinale Sarah

di Francesco Agnoli

Dio o niente. È questo il titolo del libro intervista del cardinale africano Robert Sarah presentato su Libero di martedì come “Il manifesto dei vescovi contro Bergoglio”. Davvero non si capisce il vezzo dei giornali, di qualsiasi colore e tendenza, quando non manipolano apertamente la realtà (vedi Repubblica e Corriere), di buttare tutto in caciara. In realtà, in questo caso la colpa non è del cardinal Sarah, ma di quei “cattolici” che dividono il mondo tra coloro che sarebbero i veri interpreti di papa Francesco, cioè loro, e chi invece va additato come “nemico” ed avversario della misericordia e del nuovo corso della Chiesa.

Ricordiamo tutti le lamentazioni del cardinal Kasper che, dopo aver esposto le sue tesi piuttosto periclitanti, sia da un punto di vista teologico, che canonico e storico, osò lamentarsi prima contro i cardinali che avevano espresso anche loro il proprio parere, nel celebre Permanere nella verità di Cristo (Cantagalli), poi, durante il Sinodo, contro gli ecclesiastici africani, fautori dell’indissolubilità matrimoniale e avversi al gender, invitati a non rompere le scatole ai dotti e bianchi ecclesiastici tedeschi come lui. Soprattutto nel primo caso Kasper fu presentato da vari giornalisti cattolici come l’uomo di papa Francesco, e i cinque cardinali come dei ribelli: quasi non fosse ribellione, al contrario, voler mutare la dottrina di sempre, e come se il Papa potesse essere colui che invece di custodire e tramandare il deposito della fede, ne dispone a piacimento. 

Se vogliamo stare ai fatti, Robert Sarah non è capo di alcuna cordata ideologica o di potere, ma solo un cardinale particolarmente stimato da Benedetto XVI ed anche da papa Francesco, che infatti lo ha nominato prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 3 novembre 2014, cioè proprio dopo che al Sinodo sulla famiglia Sarah era stato uno dei più convinti avversari della visione del matrimonio kasperiana. In effetti, titolo a parte, Franco Bechis, nell’articolo di Libero dichiara molto onestamente che Sarah non ha alcuna intenzione di proporsi come antipapa o come capo di una qualche fazione. Coloro che lo hanno conosciuto, confermano tutti quello che scrive il giornalista francese che lo ha intervistato, Nicolas Diat, già alla quarta riga della sua introduzione: «… c’è solo l’evidenza di trovarsi al cospetto di un uomo di Dio». Il sottoscritto ha avuto la fortuna di conoscere vari cardinali che gli hanno fatto la stessa impressione: semplici, umili, innamorati di Cristo e della Chiesa. Ma anche un mondo di preti, di monsignori e di alti prelati troppo attenti al gioco delle cordate, alle ripercussioni di gesti e parole sulla propria carriera, alle prudenze mondane che caratterizzano lo sguardo corto degli uomini che si attendono tutto … da altri uomini. 

No, Sarah ha tutto l’aspetto, l’atteggiamento, il parlare, di un uomo libero, che si misura con la verità del Vangelo e del magistero, e non con i calcoli del mondo. “Dio o niente”, il titolo della sua intervista, basta da sé a dimostrarlo: non ha nulla di sociologico, né di ambiguo o indiretto. Dice chiaramente il nocciolo del pensiero del cardinale, dia ciò fastidio o meno a chi legge.  Detto questo, messo da parte un po’ del fumo che si è alzato e che si alzerà durante il Sinodo soprattutto per opera di zelanti “cattolici”, ecclesiastici e laici, decisi a sbarazzarsi della Tradizione della Chiesa, sarà bene dire qualcosa su questo libro che esce per i tipi di Cantagalli, cioè dell’editore più gettonato dai cardinali.  Sì perché Sarah non ha scelto una casa editrice garibaldina, ma lo stessa che per decenni ha ripubblicato i classici del pensiero cristiano, e che edita volumi dei cardinali Angelo Bagnasco, Angelo Scola, Joseph Ratzinger, Camillo Ruini, Mauro Piacenza e tanti altri… Alcuni di questi andrebbero ripresi in mano proprio in questi giorni. Mi riferisco soprattutto ai testi sull’amore sponsale del cardinale Carlo Caffarra, Non è bene che l’uomo sia solo, e alle Memorie e digressioni di un cardinale italiano, opera istruttiva, gustosa, profonda, di un cardinale che ci ha lasciati da poco: Giacomo Biffi. 

Cantagalli, l’editore dei cardinali, dunque, ha deciso ora di guardare anche all’Africa, cioè al Continente più promettente per il cattolicesimo del futuro. Pubblicando un libro che è già un best seller in altri Paesi, e che piace proprio per lo stile schietto, diretto, franco del suo autore. “Il vostro parlare sia sì sì, non no, il resto viene dal Maligno”, recita il Vangelo, mentre la lingua di legno di molti ecclesiastici ammorbidisce, ingarbuglia, modifica il messaggio evangelico, soffocandolo in un mare di parole. Anche sul matrimonio Gesù è stato chiarissimo, così conciso da utilizzare, per parlarne, pochissime, inequivocabili parole. Ma sarebbe riduttivo sostenere che il libro del cardinal Sarah è una risposta a Kasper e Marx, o persino a certe ambiguità di Francesco, oppure il tentativo di ribadire la morale della Chiesa così come essa è sempre stata. Ciò che dice Sarah, è anzitutto, che la fede non è negoziabile: tutto sta o cade sulla nostra fede in Cristo. “Dio o niente”, può anche essere sviluppato ulteriormente: “Dio, o tutto, o niente. Non si prende a pezzi”. É il principio delle fede in se stessa. O ci fidiamo di Lui, o non ci fidiamo. O crediamo che la sua verità e il suo amore ci salvino, o non ci crediamo. Le vie di mezzo non sono possibili. Non lo sono, almeno, nei momenti decisivi, in quelli delle scelte difficili, importanti. Un figlio, o lo si ama, o non lo si ama. Se lo sia ama a giorni, se lo si ama quando si comporta in un certo modo, e non in un altro, allora non lo si ama davvero. Così la moglie, gli amici… Così Dio. 

L’ottica con cui Sarah argomenta è quella di un cristiano africano. Sarah non appartiene alla vecchia Europa, un tempo cristiana, ed oggi impegnata a smontare, pezzo per pezzo, la sua storia e la sua fede, ponendo qualcosa in soffitta, con cautela e un po’ di finto riguardo, e buttando altro, con rabbia, nell’immondizia. Non appartiene alla Chiesa tedesca, che ha gloriosamente resistito, in molti casi, alla ferocia nazista, ma si è arresa quasi del tutto all’ individualismo materialistico e al pensiero unico di oggi. La Germania, e in generale l’Europa del Nord, che per primi hanno fatto della fede un “fai da te” con il “libero esame” luterano, vedono le chiese svuotarsi, e a permanere, in certi casi, è soltanto qualche residuo di potere economico. 
L’Africa, invece, è un Continente che ha cominciato a conoscere il cristianesimo solo poche decine di anni fa, soprattutto grazie ad un santo italiano, Daniele Comboni. Lì la Chiesa assomiglia a quella dei primi secoli: cresce, conquista spazi, mossa dall’entusiasmo dei nuovi adepti. Perché questo? Perché la “buona novella”, in un Continente sino a ieri solo animista o islamico, è, appunto, “nuova”, novella, e quindi più facilmente visibile, sia nei suoi contenuti più profondi, sia nei suoi effetti. 

L’africano che si avvicina a Cristo vede in lui, come i pagani romani, un Liberatore, dalla paura dell’astrologia e della magia, dalla paura dei morti che ritornano, dei riti tenebrosi che ancora caratterizzano molta religiosità africana. Cristo, figlio di Dio, fratello degli uomini, è una rivelazione impetuosa, per chi ha sempre concepito la divinità come una forza capricciosa, minacciosa, incomprensibile, vendicativa. E poi gli africani toccano con mano gli effetti liberanti dell’insegnamento di Cristo: della sua idea di perdono e di fratellanza, in un Continente di lotte tribali e di vendette simili alle antiche faide germaniche; della sua idea di famiglia, in un paese in cui la donna è stata spesso trattata, come scriveva Daniele Comboni, come una pecora da comperare o da vendere, e l’uomo ha concepito per millenni la sua mascolinità come licenza e potere, invece che come servizio. Sarah lo fa capire chiaramente: il matrimonio indissolubile è in Africa un grande, irrinunciabile, annuncio, perché propone apertamente l’alleanza tra l’uomo e la donna, valorizzando la donna e responsabilizzando l’uomo; perché dice ad entrambi che sono fatti per l’amore, l’amore vero, l’amore fedele, e che ciò è possibile.  Le società che hanno futuro sono quelle che credono, amano e sperano. Non quelle impegnate a demolire l’idea stessa della possibilità dell’amore, della fedeltà, della costanza. Sono quelle in cui i legami buoni sono riconosciuti come tali, indicati, auspicati, cercati. 

Sarah, inoltre, non vuole assolutamente omettere di ricordare tutta intera la grandezza del messaggio evangelico: messaggio di Verità, perché la Verità è la prima Carità; messaggio di Carità, perché la Verità esiste davvero solo nell’Amore, nella delicatezza, nel suo ancoraggio ad un Dio che è insieme, appunto, Logos ed Amore. Per questo separare dottrina e prassi è atteggiamento schizofrenico, e come tale senza sbocchi. Siamo lontanissimi dallo sguardo dei cardinali Kasper e Marx, e in generale dall’ottica che quasi spontaneamente, per certi versi “comprensibilmente”, caratterizza un mondo cristiano agonizzante. Qual è, infatti, la tentazione del cristiano occidentale? Svendere passo passo la fede, i suoi contenuti, di fronte alla corrosione esercitata della cultura dominante. E questa svendita, questo graduale disarmo, questo adeguarsi alla mentalità mondana, è bene presentarlo, a sé, agli altri, con un bel vestito: non come un cedimento, una mancanza di fiducia, ma come un aggiornamento; come fosse dettato non dalla disperazione, dalla sfiducia, ma dalla misericordia, dalla tolleranza, dalla “apertura”. 

Misericordia è educare, perdonare, curare, rialzare, con carità ammonire e rimproverare; è sia curare, che prevenire; sia curare, che, poi, rimettere in piedi. Sarah, come in generale gli africani, lo ha chiaro nella testa, perché la società africana lo mostra con evidenza: c’è, in quel grande Continente, un mondo di povertà, di poligamia, di aids, di bambini orfani, di stregoneria, di vendetta… e c’è un mondo di giovani che abbandonano le superstizioni e la poligamia dei padri, che percepiscono l’amore di Cristo, che trattano da mogli le loro donne e che a differenza degli antenati non fanno figli, destinati a rimanere orfani, al di fuori del matrimonio (cioè dell’istituzione che, più di ogni altra, cura ogni giorno gli egoismi dei coniugi e l’istintività dei figli, e curando educa alla generosità e al sacrificio, all’amore e al perdono, alla fiducia e alla pazienza…).  Questi due mondi, entrambi vivi e presenti in Africa, richiamano l’opera che la Chiesa ha svolto per secoli: educazione e cura; predicazione e confessione. La Chiesa è stata, in Europa, la madre delle scuole e la madre degli ospedali, e ha dato il meglio di sé in quelle grandi figure di santi della carità e di santi dell’educazione, che insegnano proprio a conciliare Verità ed Amore. 

Di qui passa la sempre più forte crescita dei cristiani in Africa. Dalla consapevolezza che vi sono nel contempo orfanotrofi da costruire, fallimenti da curare, e nuove generazioni a cui indicare un nuovo modo di vivere, un modo di vivere più felice perché più conforme alla “buona novella”. E in Europa? Da noi non c’è l’avventura esaltante di una civiltà in costruzione, ma quella deprimente di una civiltà in decomposizione. Per questo sembra a taluni, erroneamente, che sia ormai possibile un solo mondo: quello che ha preso la direzione della religione fai da te, del Gesù Cristo al massimo interessante filosofo, del divorzio breve, del matrimonio gay, e dell’utero in affitto… Se così è, signori, dicono in fondo Kasper e Marx, la buona novella non è più annunciabile, non è più possibile, non è più credibile… flettiamola, modifichiamola, adattiamola al mondo. Saltiamo sul carro dei vincitori. Ma così, direbbe il cardinal Sarah, nel suo libro tutto da leggere, non solo non si curano i malati; non solo non si educano le nuove generazioni ai grandi ideali del Vangelo, ma si dimentica che il diffondersi della buona novella sta anche nella fede in essa che hanno coloro che ne sono portatori ed interpreti. 

In fondo sta tutto qui. Nel credere davvero che la buon novella è vera; nel credere che è per il bene di tutti; nel credere che è possibile, nei limiti della miseria umana, viverla e comunicarla, anche nell’Europa post-cristiana di oggi. Ai tempi dell’antica Roma l’abbondanza dei divorzi e dei ripudi, il numero altissimo di infanticidi, la decadenza dei costumi… non spinsero gli apostoli ad accomodare il Vangelo, ma a viverlo così intensamente, da cambiare, piano piano, ogni cosa.

domenica 6 settembre 2015

Il "piano B" dei novatori per il prossimo sinodo sulla famiglia

Chi l’ha detto che non esiste un piano B qualora il teorema Kasper non fosse accolto dal prossimo Sinodo? La via di fuga dei novatori sarà rappresentata dal processo canonico di nullità … .
La notizia è pure rilanciata da Chiesa e postconcilio.

Sinodo, ecco il piano B per il “divorzio cattolico”

di Marco Benelli

Il dibattito sulla famiglia, provocato da quanto emerso durante il Sinodo straordinario ed a margine dello stesso, ha riguardato soprattutto il versante teologico e della dottrina. Tuttavia in concomitanza con questi eventi, il Santo Padre ha posto in essere un atto importante, passato quasi in sordina: la costituzione di una Commissione speciale di studio per la riforma del processo matrimoniale canonico presieduta da monsignor Pio Vito Pinto, decano del Tribunale della Rota Romana. Se intenzione dichiarata del Papa era verificare la possibilità di procedere più rapidamente e obiettivamente alla sentenza sulla validità di tanti matrimoni, dall’analisi del pensiero dei componenti la commissione si poteva sin da subito comprendere quali fossero le soluzioni verso cui si voleva andare: l’eliminazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme, l’istituzione di un giudice unico per la prima istanza o, addirittura, “l’amministrativizzazione” del processo canonico di nullità matrimoniale.

Per quanto riguarda il primo aspetto - obbligo della doppia sentenza conforme - sia il convegno tenutosi all’Università Gregoriana nel gennaio scorso a dieci anni dall’Istruzione Dignitas Connubii - di cui, secondo qualche partecipante, nell’occasione è stato celebrato “il funerale, seppur solennissimo”, sia il convegno sulla famiglia, svoltosi all’Università della Santa Croce nel marzo scorso, hanno registrato come un dato già acquisito, la sua eliminazione. Dovendosi a tal proposito rilevare come, finanche docenti che durante tutta la loro carriera hanno sostenuto l’importanza e rimarcato il valore di questa previsione normativa, abbiano accettato una resa incondizionata, arrivando addirittura a postulare il contrario rispetto a quanto affermato per decenni.

Sul secondo e sul terzo aspetto - istituzione di un giudice unico per la prima istanza ed “amministrativizzazione” del processo canonico di nullità matrimoniale -, invece, si sono registrate maggiori resistenze alla loro introduzione e alcune critiche argomentate.

Tuttavia, occorre rilevare che il dibattito, oltre a rimanere in ambito specialistico e scientifico - eccezion fatta per gli scritti del card. Raymond Burke e del card. Velasio De Paolis, pubblicati nel volume “Permanere nella Verità di Cristo” - , non ha avuto una grande eco come avrebbe meritato.

La sensazione è che la stessa corrente che ha finora spinto per il cambiamento dottrinale in materia di indissolubilità del matrimonio, usando la carta della pastorale, ora stia abbracciando questo argomento come una sorta di “piano B”. In altre parole, dato l’inasprirsi del confronto sul piano dottrinale ed il crescere del fronte contrario alla “teoria Kasper” - basti qui menzionare, ad esempio, gli interventi dei vescovi polacchi ed africani, del cardinale Sarah, dei professori americani e, dei 500 preti inglesi -, che sembra allontanare la possibilità di accoglienza di tale “tesi” da parte del magistero pontificio, si riscontra, nei sostenitori della suddetta “teoria”, un mutamento di strategia ed un cambiamento del fronte sul quale agire, al fine di raggiungere ugualmente l’obiettivo: intervenire sull’ambito del diritto canonico, per introdurre, né più e né meno, un “divorzio cattolico”. 

Questa strategia è avvantaggiata dal pressoché totale disinteresse dell’opinione pubblica verso il diritto nella Chiesa e della Chiesa - atteggiamento persistente da cinquant’anni a questa parte - che permette di agire indisturbati e con tranquillità, soprattutto quando gli addetti del settore, rinunciano a far sentire la propria voce o, peggio, decidono di mettere da parte le loro convinzioni, risultato di anni di studio, solo per cavalcare l’onda.

In particolare, per quanto concerne l’atteggiamento antinomiano della società in genere e dei fedeli in specie, si deve rilevare che con la celebrazione del Concilio Vaticano II si è determinato «un clima di “apertura al mondo”, che non di rado ha comportato il fraintendimento di voler adattare la fede e la vita cristiana a mentalità ed atteggiamenti incompatibili con il cristianesimo. Per quanto riguarda il diritto, è penetrato nella Chiesa uno spirito, assai diffuso in quegli anni di contestazione, contrario a quanto sapesse di ordine, esigenza sociale, istituzione, autorità, ecc. 

All’insegna della spontaneità e dell’autenticità, della libertà e della sola obbedienza allo Spirito e ai suoi carismi, si sottovalutavano e perfino si disprezzavano proprio quei valori più a cuore nel modo tradizionale di concepire il diritto nella Chiesa, specialmente dalla Controrifoma in poi»; tanto da far riaffiorare voci e comportamenti di opposizione nei confronti del diritto nella Chiesa, volti a riproporre la contrapposizione tra Chiesa del diritto e Chiesa della carità, oppure tra autorità e carisma. Dovendosi aggiungere che, nei confronti di tale situazione, non sono stati attrezzati, nel breve periodo, strumenti in grado di farvi fronte adeguatamente; basti pensare che, sebbene i documenti conciliari contengano molte dichiarazioni e disposizioni di netto contenuto giuridico, tuttavia non vi è una trattazione diretta e globale sulla natura ed il senso del diritto nella Chiesa in nessuno dei suddetti documenti e neanche nella costituzione dogmatica Lumen gentium che tratta del Mistero e dell’essenza della Chiesa.

In più, oltre al danno, si potrebbe avere la beffa, perché si farebbe passare tutto ciò, come un miglioramento “pastorale” del sistema, necessario per venire incontro alle esigenze dei fedeli, in contrapposizione ad un vecchio sistema, rigido e legalista.

Dunque, in vista del Sinodo, occorre suscitare il dibattito, anche su questo aspetto canonistico, in particolare sul lavoro che dovrà svolgere la succitata commissione; un dibattito, non solo a livello scientifico, ma anche “apologetico”, capace di dire e di fare la verità a livello dottrinale e pastorale, per arrivare a tutti i fedeli, in maniera che tutti possano comprendere la suprema importanza del favor veritatis nell’ambito del diritto matrimoniale canonico. Questo perché un eventuale cambiamento del processo canonico nella direzione suindicata comporterebbe necessariamente pesanti ripercussioni anche nell’ambito della dottrina ed in rapporto al ruolo di questa nella Chiesa.

Infatti la ricerca della verità, per la quale la secolare esperienza della Chiesa è giunta a delineare il processo canonico nelle forme che oggi si conoscono, e la carità o la misericordia sono imprescindibilmente unite, così, dove manca la prima, non ci può essere in alcun modo la seconda. San Giovanni Paolo II sottolineava mirabilmente, a tal proposito, che l’autorità ecclesiastica «prende atto, da una parte, delle grandi difficoltà in cui si muovono persone e famiglie coinvolte in situazioni di infelice convivenza coniugale, e riconosce il loro diritto ad essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale. Non dimentica però, dall’altra, il diritto, che pure esse hanno, di non essere ingannate con una sentenza di nullità che sia in contrasto con l’esistenza di un vero matrimonio. Tale ingiusta dichiarazione di nullità matrimoniale non troverebbe alcun legittimo avallo nel ricorso alla carità o alla misericordia. Queste, infatti, non possono prescindere dalle esigenze della verità. Un matrimonio valido, anche se segnato da gravi difficoltà, non potrebbe esser considerato invalido, se non facendo violenza alla verità e minando, in tal modo, l’unico fondamento saldo su cui può reggersi la vita personale, coniugale e sociale. Il giudice pertanto deve sempre guardarsi dal rischio di una malintesa compassione che scadrebbe in sentimentalismo, solo apparentemente pastorale. Le vie che si discostano dalla giustizia e dalla verità finiscono col contribuire ad allontanare le persone da Dio, ottenendo il risultato opposto a quello che in buona fede si cercava».

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 6.9.2015

lunedì 17 agosto 2015

Le contromosse dei difensori della Verità: undici cardinali scendono in campo per fermare la “protestantizzazione” della Chiesa in vista del prossimo Sinodo

I difensori della Verità prendono le loro contromosse. Avevamo già dato conto nei giorni scorsi dell'iniziativa dei novatori (v. qui), volto a sovvertire l'insegnamento tradizionale della Chiesa (v. qui). Ora è il turno dell'opposto versante. 
Dopo il libro “Permanere nella verità di Cristo” si annuncia un nuovo testo in vista del prossimo Sinodo di ottobre, in difesa del matrimonio e della famiglia. La nuova opera, che dovrebbe uscire in Italia, sempre per i tipi di Cantagalli, vedrà la discesa in campo – se così vogliamo dirla – di nuovi prelati contrari alle innovazioni del c.d. teorema Kasper. La notizia è riportata in inglese da Rorate caeli.

Sinodo, undici cardinali scendono in campo per fermare la “protestantizzazione” della Chiesa

di Lorenzo Bertocchi

Sebbene la notizia sia mantenuta ancora strettamente riservata, e nessuno abbia potuto leggere i testi in anteprima, è in uscita, poco prima del prossimo Sinodo di ottobre, un libro che potremmo intitolare “Permanere nella Verità di Cristo 2”. Secondo una notizia circolata negli Stati Uniti (vedi qui) un certo numero di cardinali, tra cui si citano «Raymond Burke e Walter Brandmuller», avrebbero collaborato per produrre un altro testo che si contrappone alle tesi del cardinale Walter Kasper e di altri teologi, in merito ai temi del Sinodo sulla famiglia. Ma, per quanto ne sappiamo, le cose non stanno precisamente così.

Le polemiche che accompagnarono l’uscita del libro “Permanere nella Verità di Cristo” (ed. Cantagalli) furono roventi. Eravamo a pochi giorni dal Sinodo 2014 e, più o meno direttamente, l’editore senese, insieme ai cinque cardinali autori, furono accusati di una “operazione editoriale” contro il Papa. Lo stesso Walter Kasper, in una intervista del 18 settembre 2014, lo disse apertamente: “Il bersaglio delle polemiche non sono io ma il Papa”. Il cardinale De Paolis, uno dei cinque cardinali che avevano dato un contributo al testo, dichiarò a Repubblica tutta la sua sorpresa. «C’è chi addirittura ipotizza un’operazione voluta, un complotto. Non c’è nessun complotto. Solo la volontà di esprimere una posizione».

Ma qualcuno sembrava voler zittire le voci discordanti rispetto a una rotta già prestabilita, senza alcun rispetto per quella parresia che il Papa stesso indicava come metodo per svolgere i lavori.

A quanto apprende La Nuova Bussola quotidiana il copione potrebbe ripetersi. È vera la notizia di un gruppo di cardinali che ha lavorato ad un nuovo testo in vista del Sinodo ordinario. Dovrebbe intitolarsi “Matrimonio e famiglia”, con un sottotitolo che svela qualcos’altro. Si parla, infatti, di «prospettive pastorali di 11 cardinali», un gruppo decisamente consistente che, visto il numero calcistico, possiamo dire che scende in campo con una formazione di tutto rispetto.

Fra questi però non figurano, come indicano le indiscrezioni oltreoceano, né il cardinale Burke, né il cardinale Brandmuller, mentre i porporati coinvolti dovrebbero essere questi: Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna; Baselios Cleemis, Arcivescovo maggiore della Chiesa cattolica siro-malankarese e Presidente della Conferenza episcopale dell’India; Paul Josef Cordes, Presidente emerito del Consiglio pontificio «Cor Unum»; Dominik Duka, O.P., Arcivescovo di Praga, Primate di Boemia; Willem Jacobus Eijk, Arcivescovo di Utrecht; Joachim Meisner, Arcivescovo emerito di Colonia; John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria); Antonio Maria Rouco Varela, Arcivescovo emerito di Madrid; Camillo Ruini, Vicario generale emerito di Sua Santità per la Diocesi di Roma; Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; Jorge Liberato Urosa Savino, Arcivescovo di Caracas, Santiago de Venezuela.

Il curatore del volume è il professore tedesco Winfried Aymans, esperto di diritto canonico presso la Ludwig-Maximilians-Universität a Monaco. Lo scorso giugno, intervenendo sull’Osservatore romano, Aymans aveva scritto che «in un tempo in cui il diritto civile tende sempre più ad abbandonare il contratto matrimoniale alla mercé di un arbitrio che va aumentando sotto ogni riguardo, tanto più chiaro dovrà essere l’annuncio della Chiesa». 

Saranno di nuovo tutti accusati di ostacolare il dibattito e, peggio ancora, di opporsi al Papa? Qualcuno potrebbe provarci, cercando di alimentare un gioco delle parti che tende a creare schieramenti e tifoserie, ma gli undici cardinali in campo non sembrano affatto disposti a farsi schiacciare nella loro metà campo. Né sembrano inclini al gioco del catenaccio, quello di cui vorrebbero accusarli per farli sembrare dei banali “cristallizzatori” di dottrina.

Per quanto ne sappiamo, le domande a cui vogliono rispondere gli 11 cardinali sono assolutamente pastorali e toccano, anzi si chinano, sulla carne e il sangue di tutti noi. Come possiamo accompagnare meglio coloro che sono stati abbandonati dal coniuge e che restano fedeli al matrimonio così svincolato? In che modo la preparazione al matrimonio potrebbe affrontare più efficacemente la situazione di giovani coppie scarsamente catechizzate e pesantemente influenzate da una cultura secolarista?

Per le risposte a queste, e ad altre simili domande, non ci resta che aspettare l’uscita del libro per la fine di settembre. Per il nome dell’editore tutti gli indizi portano ancora al senese Cantagalli. Saremo a pochi giorni dal Sinodo, e tra le possibili risposte pastorali sui temi di matrimonio e famiglia bisognerà fare i conti anche con queste. 

Infine, un’ultima notizia. In contemporanea al libro degli 11 cardinali dovrebbe uscire anche un altro testo di grande interesse. In questo caso saranno sempre 11 tra vescovi e cardinali, ma tutti africani. Per raccontarci l’Africa, anzi per far sentire la voce dell’Africa sui temi del Sinodo e non solo. Sarà meglio aprire le orecchie perché, e questo si vocifera sul titolo, «nova patria Christi Africa».

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 17.8.2015