Fonte: E.E. Reynolds, St. John Fisher. Reformer, Humanist, Martyr, Mediatrix Press, 2015, pp. 325-327
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martedì 17 aprile 2018
martedì 19 aprile 2016
Pensieri divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio
Già in
altre occasioni, abbiamo avuto modo di presentare, giustapponendolo, il
sacrificio dei SS. Tommaso Moro e Giovanni Fisher, alle determinazioni sinodali
che si profilavano (v. qui e qui). Oggi, quel che si diceva in riferimento ai
due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015 può ripetersi con riguardo all’esortazione
post-sinodale Amoris laetitia. Oggi, probabilmente, nell’ottica della misericordiosa
economia matrimoniale, quel sacrificio sarebbe visto quasi un’offesa ed un’opera
non dettata da … misericordia … . Probabilmente sarebbero, oggi, i due Santi
martiri a doversi scusare con Enrico VIII e la Bolena, per non aver considerato
le loro esigenze coniugali, così come, probabilmente, quelli a dover essere
scomunicati sarebbero stati – oggi – i due Santi e non il vizioso re e la sua
concubina, che il sovrano volle fare sua sposa contravvenendo alle leggi di Dio
e della Chiesa. Tempi e mentalità che cambiano. Forse. Ma Dio e la sua Legge
non cambiano né possono essere cambiate per intervento umano, sebbene compiuto
in alto loco per compiacere il mondo.
Pensieri
divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio
“Di generazione in generazione la sua
misericordia per quelli che lo temono” (Luca, I, 50)
di Piero Vassallo
Legittima moglie del re inglese Enrico VIII (1491-1547) era Caterina
d’Aragona (1485 – 1536), donna purtroppo inabile a generare un figlio maschio.
Caterina fu tuttavia regina d’alto profilo spirituale, e sagace allieva e
interprete della dottrina di San Tommaso Moro (1478 – 1535).
Malauguratamente Enrico, che in gioventù aveva dimostrato una illuminata
fedeltà alla Santa Sede, rovesciò la sua intelligenza nella disonesta e
sfrenata passione per la cortigiana Anna Bolena, alla quale si legò con un rito
invalido, celebrato da un vescovo eretico e codardo.
Papa Clemente VII, che un tempo stimava il re inglese, nel 1536, a
malincuore, fu costretto a scomunicare il bigamo che, per ripicca, indirizzò la
Chiesa d’Inghilterra all’infelice e sterile cammino dello scisma e della feroce
inimicizia nei confronti dei cattolici.
Il cammino dell’eresia fu tracciato dal delirante Atto di supremazia, che proclamava il re inglese capo
supremo – dopo Cristo – della Chiesa d’Inghilterra.
La tracotanza del re conquistò il cuore dei pavidi e dei pusilli, ma
allontanò dall’infetta corte gli uomini d’alto intelletto e di nobile sentire.
In prima linea fra i dissenzienti al monarca eretico e stragista, fu il
filosofo e cancelliere Tommaso Moro, che conosceva il carattere suscettibile e
iroso del suo re.
Moro agì con somma cautela, tuttavia non poté disobbedire alla sua
coscienza e conservare una carica che contemplava l’approvazione del
comportamento del re scomunicato.
L’implacabile, fumante superbia dell’infettato re si rovesciò allora contro
l’irriducibile cancelliere.
Il risentimento del re (vero padre – insieme con Lutero – del furore anti
cattolico) si manifestò il 13 maggio del 1534, allorché Tommaso Moro,
processato da un canagliesco tribunale, insieme con il cardinale refrattario
John Fisher (1469-1535) rifiutò di riconoscere la validità del divorzio e del
successivo matrimonio del re con la chiacchierata Bolena.
Moro e Fisher ascoltarono impassibili la condanna a morte decretata dalla
follia di un re intossicato dalle spirochete, e salirono sul patibolo piuttosto
che rinnegare la sacralità del matrimonio indissolubile.
Nel 1936, papa Pio XI ha solennemente riconosciuta la virtù eroica dei
martiri Tommaso Moro e Giovanni Fisher, testimoni del Vangelo di Nostro
Signore.
Mentre sputo allegramente in faccia alla (pseudo) legge divorzista in
disgraziato vigore, mi domando quale sia la ragione della sentenza vaticana che
permette l’accesso alla Mensa eucaristica di persone viventi fuori dalla legge
stabilita da Nostro Signore.
Come posso pregare i santi Moro e Fisher quando la loro resistenza al male
divorzista è destabilizzata e quasi ridicolizzata dai ragionamenti (o
arzigogoli) di un’autorità galoppante nelle prateria del buonismo o arrampicata
sulle viscide colonne del quotidiano Repubblica? Non
rimane che pregare i santi e sospendere il giudizio su Bergoglio o dimenticare
la materia del contendere e tirare dritto.
sabato 24 ottobre 2015
Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?
Mentre il Sinodo sulla famiglia - voluto dal vescovo di
Roma, ed ispirato dal “card.” Kasper e dal “teologo” Giovanni Cereti (v. qui),
nonostante, per ironia della sorte, giusto la Scrittura nel giorno di apertura
sinodale mettesse in guardia da possibili novazioni (v. Anteprima del sinodo. Il testo integrale del primo intervento, qui, e Sinodo e omosessualità. La parola a san Paolo, senza censure, qui) e nei giorni seguenti i
Padri della Chiesa ammonissero i pastori della Chiesa dal prurito di voler novare
la prassi slegandola dalla dottrina (C'è un padre sinodale in più: san Gregorio Magno, v. qui) -, sta per terminare, al di là degli esiti
che possa avere, sono rimasti degli evidenti strascichi polemici.
Innanzitutto la polemica dei vescovi belgi nei confronti
dei loro confratelli africani, che avrebbe loro impedito di discutere, in sede
sinodale, delle aperture nei confronti degli omosessuali, tanto da concludere –
con una vena razzista – che nella Chiesa sarebbe cresciuta troppo l’influenza
dell’Africa (Cardinal Sarah blocked discussion of gays, says bishop, v. qui)! E non c’è da meravigliarsi di ciò, visto che molti
vescovi occidentali si sono davvero adoperati per incoraggiare queste “aperture”
(v. Romanian doctor at Synod says Cupich, others giving encouragement to homosexuality is ‘criminal’, qui).
Pensiamo poi all’atteggiamento del “card.” Marx, che sembra
parlare davvero come Lutero (v. Il cardinale Marx? Parla come Lutero, qui).
Pubblichiamo, quindi, quest’interessante riflessione.
Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono
morti invano?
L’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, sulla comunione
ai divorziati risposati pone qualche domanda a Kasper e Marx.
Pubblichiamo in una nostra traduzione la
riflessione sul Sinodo scritta per il Denver Catholic da
Samuel J. Aquila, arcivescovo di Denver, e intitolata “Tommaso Moro
e John Fisher sono morti invano”?
L’idea che ai
cattolici dovrebbe essere concesso di risposarsi e ricevere la comunione non è
stata avanzata per la prima volta nella lettera firmata dal cardinale
Kasper e da altri membri dell’episcopato tedesco nel 1993. L’episcopato di
un altro paese, l’Inghilterra, ha fatto da pioniere in questo campo della
dottrina cristiana circa 500 anni fa. Al tempo non ci si chiedeva appena
se un cattolico potesse risposarsi, ma se il re potesse farlo, dal momento che
sua moglie non gli aveva generato un figlio.
Come nel caso di
coloro che chiedono la comunione per chi si risposa civilmente, così anche i
vescovi inglesi non volevano autorizzare apertamente il divorzio e le
nuove nozze. Così, scelsero di piegare la legge alle circostanze individuali
del caso che dovevano affrontare e il re Enrico VIII ottenne “l’annullamento”
su basi fraudolente e senza il permesso di Roma.
Se “l’eroismo non è
per il cristiano medio”, per dirla con il cardinale tedesco Walter Kasper,
certamente non lo era per il re di Inghilterra. Al contrario, la felicità
personale e il benessere di un paese costituivano due forti argomenti a favore
del divorzio di Enrico. Ed era difficile che il re si prendesse il
disturbo di saltare la comunione come conseguenza di un matrimonio
irregolare.
Il cardinale di
Inghilterra Wolsey, insieme a tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del
vescovo di Rochester, John Fisher, appoggiarono il tentativo del re di
cancellare il suo primo e legittimo matrimonio. Come Fisher, anche Tommaso
Moro, laico e cancelliere del re, gli rifiutò il suo sostegno. Entrambi vennero
martirizzati e in seguito canonizzati.
Difendendo
pubblicamente l’indissolubilità del matrimonio del re, Fisher sostenne che
«questo matrimonio del re e della regina non può essere dissolto da
alcun potere, umano o divino che sia». Per questo principio, disse, era
disposto a dare la vita. Continuò facendo notare che Giovanni il Battista
non aveva trovato «causa più gloriosa per cui morire che quella del
matrimonio», nonostante allora il matrimonio «non fosse così sacro come lo è
diventato dopo che Cristo ha versato il Suo sangue».
Come Tommaso Moro e
Giovanni il battista, Fisher fu decapitato e come loro fu chiamato “santo”.
Al Sinodo sulla famiglia che si sta svolgendo in questi giorni a Roma,
alcuni vescovi tedeschi insieme ai loro sostenitori stanno facendo
pressione perché la Chiesa permetta a chi ha divorziato, e poi si è
risposato, di ricevere la comunione. Al contrario, altri vescovi da tutto
il mondo insistono che la Chiesa non può cambiare l’insegnamento di Cristo.
Questa situazione impone una domanda: credono i vescovi tedeschi che san
Tommaso Moro e san John Fisher abbiano sacrificato invano le loro vite?
Gesù ci ha mostrato
lungo tutto il suo ministero che per seguirlo è necessario un sacrificio
eroico. Quando si legge il Vangelo con cuore aperto, un cuore che non
mette il mondo e la storia al di sopra del Vangelo e della Tradizione,
si scorge il costo della sequela che tutti i discepoli sono chiamati
a pagare. I vescovi tedeschi farebbero meglio a leggere “Il costo dell’essere
discepoli” del martire luterano, Dietrich Bonhoeffer. Infatti, ciò che
loro promuovono è una “grazia a poco prezzo” invece che una “grazia
onerosa”, e sembrano anche ignorare le parole di Gesù: «Chi mi vuol seguire
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc. 8: 34, Lc. 14: 25-27,
Gv. 12: 24-26).
Pensiamo, ad esempio,
all’adultera che i Farisei presentarono a Gesù per coglierlo in fallo. La prima
cosa che fece fu proteggerla dai suoi accusatori e la seconda cosa che
fece fu richiamarla. «Va’», comandò, «e non peccare più». Seguendo le
parole di Cristo in persona, la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che il
divorzio e le nuove nozze sono solo un altro modo per chiamare l’adulterio.
E poiché la comunione è riservata ai cattolici in stato di grazia,
coloro che vivono in una situazione irregolare non possono partecipare a questo
aspetto della vita della Chiesa, anche se devono sempre essere accolti all’interno
delle parrocchie e anche a Messa.
A maggio, il
cardinale Kasper, in un’intervista a Commonweal Magazine,
ha affermato che «non possiamo dire se l’adulterio è in corso» quando un un
cristiano divorziato e pentito intrattiene «rapporti sessuali» in una nuova
unione. Piuttosto, lui ritiene che «l’assoluzione sia possibile». Ma, ancora,
Cristo ha chiaramente chiamato adulterio il risposarsi e ha detto che l’adulterio
è peccato (Mt. 5:32, Mc. 10:12, Lc. 16:18). Nel caso della Samaritana (Giovanni
4:1-42), Gesù ha anche confermato che risposarsi non può essere valido neanche
quando è un gesto dettato da fedeltà e sentimenti sinceri.
Se si aggiunge all’equazione
l’alto tasso di fallimenti delle nuove nozze in seguito a un divorzio,
nessuno può dire a che cosa potrebbero portare i ragionamenti del cardinale Kasper.
Per esempio, la comunione sacramentale dovrebbe essere ammessa solo per
coloro che si risposano una volta? E per coloro che si risposano due o tre
volte? Ed è ovvio che gli argomenti usati per ammorbidire il divieto di Cristo
di risposarsi potrebbero essere utilizzati anche per l’uso dei
contraccettivi o per innumerevoli altri aspetti della teologia cattolica,
che il mondo moderno e auto-referenziale giudica “difficili”.
Per predire a che
cosa porterà tutto questo non serve conoscere il futuro, è sufficiente osservare
il passato. Dobbiamo solo guardare la Chiesa anglicana, che ha aperto la porta
alla contraccezione (e poi l’ha abbracciata) nel 20esimo secolo e per oltre un
decennio ha permesso ai divorziati di risposarsi in alcuni casi.
Il “Piano B” dei
vescovi tedeschi, cioè fare “a modo loro” in Germania, anche a costo di
andare contro gli insegnamenti della Chiesa, presenta le stesse falle. Ed è “anglicanamente”
inquietante. Consideriamo le parole del presidente della Conferenza episcopale
tedesca, il cardinale Marx, che secondo la citazione riportata dal National Catholic Register sostiene che mentre la
Chiesa tedesca può restare in comunione con Roma per quanto riguarda la
dottrina, per quanto riguarda invece la cura pastorale dei singoli casi, «il
Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania».
Enrico VIII sarebbe stato sicuramente d’accordo.
«Non siamo appena una
succursale di Roma», ha affermato il cardinale Marx. «Ogni conferenza
episcopale è responsabile per la cura pastorale nella sua cultura e deve
proclamare il Vangelo a modo suo. Non possiamo aspettare che il Sinodo
decida qualcosa, mentre dobbiamo occuparci qui del ministero del matrimonio e
della famiglia». Anche gli anglicani hanno ricercato una simile autonomia,
anche se questa ha portato come risultato a crescenti divisioni interne e a uno
svuotamento delle comunità.
È innegabile che la
Chiesa debba raggiungere con misericordia coloro che si trovano ai margini
della fede, ma la misericordia parla sempre il linguaggio della verità, non
condona mai il peccato, e riconosce che la Croce è al cuore del Vangelo. Si
potrebbe richiamare papa san Giovanni Paolo II, citato da papa Francesco
alla sua canonizzazione come “il Papa della famiglia”, che scrisse
estensivamente della misericordia, dedicandole un’intera enciclica e
istituendo la festa della Divina misericordia. Per san Giovanni Paolo II,
la misericordia era un tema sì centrale, ma che necessitava di essere
letto alla luce della verità e della scrittura, piuttosto che in contrasto
con esse.
Per quanto riguarda
le nuove nozze, e molte altre questioni, nessuno può dire che gli
insegnamenti della Chiesa, che sono quelli di Cristo, siano facili. Ma Cristo
stesso non è sceso a compromessi con i suoi principali insegnamenti per impedire
ai discepoli di andarsene – che si trattasse dell’Eucaristia o del matrimonio
(Gv 6: 60-71; Mt 19: 3-12). Neanche John Fisher è sceso a compromessi per
mantenere cattolico il re. Per cercare un modello su questo tema, non
dobbiamo andare oltre le parole di Cristo e san Pietro che troviamo nel
capitolo 6 del vangelo di Giovanni, un passaggio che ci ricorda che gli
insegnamenti sull’Eucaristia sono spesso difficili da accettare per i credenti.
«“È lo Spirito che dà
la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e
vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. (…) Per questo vi ho detto che
nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora
molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con
lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli
rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”».
Come i discepoli, noi siamo sempre chiamati ad ascoltare la voce di Gesù prima che la voce del mondo, della cultura e della storia. La voce di Gesù illumina le tenebre del mondo e delle culture. Preghiamo affinché tutti prestino ascolto a queste parole di vita eterna, a prescindere dalla loro difficoltà!
Come i discepoli, noi siamo sempre chiamati ad ascoltare la voce di Gesù prima che la voce del mondo, della cultura e della storia. La voce di Gesù illumina le tenebre del mondo e delle culture. Preghiamo affinché tutti prestino ascolto a queste parole di vita eterna, a prescindere dalla loro difficoltà!
Fonte: Tempi, 23.10.2015
domenica 30 agosto 2015
Sempre il matrimonio .........
Il matrimonio è il fulcro, da sempre, della morale
cristiana, contro cui i nemici della Chiesa e della fede cristiana si sono
accaniti.
Proprio in difesa del matrimonio, la Chiesa annovera
alcuni martiri. Tra questi uno è san Giovanni Battista, il cui martirio è stato celebrato
ieri, morto per la purezza ed indissolubilità del vincolo nuziale.
Ma anche san Tommaso Moro, che si oppose ad un atto del
Parlamento (inglese) direttamente contrario alla legge di Dio e della sua Santa
Chiesa (v. qui e qui).
Insomma, nella storia della Chiesa, il matrimonio è stato
uno dei terreni di scontro tra opposte forze. Ieri come oggi. Rilancio volentieri, perciò, questa riflessione tratta da Rorate caeli.
Marriage,
it's always been marriage
From the very first
Martyrdom, that of the "Greatest born of women", Saint John the
Baptist, whose Beheading we celebrate today, the purity/indissolubility of
marriage has always been the essential moral and social dogmatic centerpiece of
Christian life since the fullness of time, when Our Lord Jesus Christ, "by virtue of His supreme legislative power ...restored the
primeval law in its integrity by those words which must never be forgotten,
'What God hath joined together let no man put asunder'." (Casti
connubii, 34)
Always marriage: always
marriage, whose purity the Greeks were at times led to corrupt by Imperial orders. Always marriage --
the rejection of the indissolubility of a single marital bond at the end made
that most Catholic Isle, the Dowry of Mary, be led astray by a murderous and
lecherous tyrant.
In the Sacrosanct Council
of Trent, the Sacrament was completely surrounded with utmost protection. But
despite so much attack from the neo-paganized society around us, it is
incredibly under attack from the very top of our own Church, and, worse, as
always happens with Modernists, they do not wish to disestablish
indissolubility itself. No, they want to disestablish it in all but name: if a
"remarried" couple is not in need of confession and can approach the
most Blessed Sacrament in purity officially (and
so an unmarried couple, or a homosexual or polygamous "partnership"
of any sort), then what is the purpose of the Sacrament at all, much less of
its indissolubility?
As always, these evil
hierarchs now at the highest echelons of the Church,
"put their designs for her ruin into operation not from without but from within; hence, the danger is present almost in the very veins and heart of the Church, whose injury is the more certain, the more intimate is their knowledge of her. Moreover they lay the axe not to the branches and shoots, but to the very root, that is, to the faith and its deepest fires. And having struck at this root of immortality, they proceed to disseminate poison through the whole tree, so that there is no part of Catholic truth from which they hold their hand, none that they do not strive to corrupt. Further, none is more skilful, none more astute than they, in the employment of a thousand noxious arts; for they double the parts of rationalist and Catholic, and this so craftily that they easily lead the unwary into error; and since audacity is their chief characteristic, there is no conclusion of any kind from which they shrink or which they do not thrust forward with pertinacity and assurance. To this must be added the fact, which indeed is well calculated to deceive souls, that they lead a life of the greatest activity, of assiduous and ardent application to every branch of learning, and that they possess, as a rule, a reputation for the strictest morality. Finally, and this almost destroys all hope of cure, their very doctrines have given such a bent to their minds, that they disdain all authority and brook no restraint; and relying upon a false conscience, they attempt to ascribe to a love of truth that which is in reality the result of pride and obstinacy." (Pascendi, 3)
May Saint John the Baptist,
through his most pure and blessed blood, preserve the Church in this extremely
perilous time.
Saint Pius X, pray for us.
lunedì 6 luglio 2015
Il sangue versato per l’indissolubilità del matrimonio – Santi Giovanni Fisher e Tommaso Moro
Il 6
luglio il calendario tradizionale della Chiesa, oltre all’Ottava dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla
memoria di Santa Maria Goretti, indica la festa di San Tommaso Moro, fissata
in questa data dal papa Pio XI.
Per
questo, appare quantomeno opportuno postare quest’interessante contributo di
Cristina de Magistris, che, sebbene risalente al febbraio 2014, appare ancor
oggi di straordinaria attualità.
![]() |
| Hans Holbein il Giovane, Thomas More, 1527, Frick Collection, New York |
Il sangue
versato per l’indissolubilità del matrimonio – San Giovanni Fisher e san
Tommaso Moro
di Cristiana de Magistris
Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la
santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più
illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni
Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico
VIII nella controversia sul
suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella
Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne
per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re
stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima
e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì
nel martirio al venerabile presule”. San
Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso
l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina
d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della
Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era
proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”.
In un momento storico come
quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche
l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a
fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei
suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio
è di diritto divino.
La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525
quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da
Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora
cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel
1521, il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti
della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica
incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.
Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di
poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più
che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per
altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina e
al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio,
Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”,
incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.
Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher,
vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona
che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il
minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto
davanti a chiunque. Per
descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal
Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in
pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso
la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con
ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere
sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la
vita”.
Nel 1525, il vescovo di
Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa
il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì
per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza
molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma
non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento
di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio
non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo,
il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato.
Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte
del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne
impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e
crudele deliberazione.
Giovanni Fisher scrisse diversi
libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono
a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la
verità.
La situazione, intanto, lungi
dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali,
non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per
risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di
Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza
all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa
d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei
vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero”
del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran
cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a
compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534,attraverso
il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della
Chiesa d’Inghilterra”.
Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religiosotranne
uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra,
dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A
spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della
preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.
Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile
1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una
chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni
Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono
nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i
presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta
ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla.
Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli
nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi
che dovrebbero difenderla!”.
Il 7 maggio il re inviò uno dei
suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso.
Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re
non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non
aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di
salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa,
Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il
Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe
trovato più la testa su cui posarsi.
La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre
di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne
gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro,
che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa
della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento
del matrimonio di Enrico con Caterina.
Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile
cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi
– scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi
tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo
zelo per la gloria di Dio [… ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla
rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita
è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa
santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare
come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma
solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si
perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando
gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi,
con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente
cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole.
San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo,
scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e
l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei
vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno
che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il
capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e
abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io
non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi,
la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra
derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”.
Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la
palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi
dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri
dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in
occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di
“illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto
connubio”.
Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da
Caterina d’Aragona? Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli
stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio.
Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un
anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede
maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves
da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta
giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla
morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547.
Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso,
iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel
1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente
manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri
ed usato i loro beni per le sue guerre.
Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re
Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato
leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del
liquido che subito divenne la bevanda di un cane.
A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota.
Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di
voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5
successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni –
non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con
Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli
Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna
Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per
assicurare la discendenza alla corona.
Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità
del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di
Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il
sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è
di diritto divino e nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun
potere” ..
I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro
dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di
Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia
di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con
l’inglorioso Atto
di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532.
L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di
un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra,
non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa.
Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose,
pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni
Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente
che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle
gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!
Fonte: Conciliovaticanosecondo, 26.2.2014
Fonte: Conciliovaticanosecondo, 26.2.2014
martedì 21 ottobre 2014
L’eroismo di San Tommaso Moro e la pusillanimità dei teologi politicanti
Sebbene si sia concluso da pochi giorni il Sinodo straordinario dei vescovi sul tema della famiglia, con esiti ambigui, la tematica rimane tuttora viva e degna di attenzione sotto diversi profili: non ultimo quello storico, che va adeguatamente investigato al fine di comprendere oggi che la problematica attualmente dibattuta non sarebbe così nuova e che, contrariamente alla vulgata comune, essa era ampiamente diffusa nei secoli passati, tanto che, nella Roma di epoca imperiale, raccontava lo stesso Seneca, le donne enumeravano gli anni non già col nome e con la successione dei consoli, ma con quella dei loro mariti (De Beneficiis, III, 13) e, come diceva Marziale nei suoi Epigrammi, esse si sposavano per divorziare e divorziavano per sposarsi (Epigr., IX, 79) o anche solo per evitare - come nel caso dell'avara Proculeia - che il loro patrimonio fosse dilapidato da prodighi mariti (ivi, X, 41). L'unica differenza con l'oggi è che la Chiesa, seguendo da vicino l'insegnamento del Divin Maestro e poi quello apostolico, difese strenuamente nei secoli andati la legge naturale a cui il Signore aveva richiamato i giudei del suo tempo, ai quali Dio, tramite Mosé, aveva pur permesso, con una legge divina positiva, di ripudiare le proprie mogli (Mt 19, 8; Mc 10, 4), derogando così alla legge naturale. Gesù, al contrario, intese ripristinare ciò che era in origine - provando così pure la sua Divinità e la sua qualità di Supremo Legislatore, che abrogava una precedente normativa divina positiva.
Quella legge, in deroga al diritto naturale, era stata concessa per evitare - commentano i Padri - che gli ebrei, per liberarsi delle mogli, le uccidessero.
Diversa è, invece, la prospettiva del Nuovo Testamento, nel quale il matrimonio è un sacramento e come tale esso è da usare per la propria salvezza. Esso, perciò, ha per scopo non la felicità della coppia, ma - volendosi utilizzare un'espressione cara alla sensibilità orientale - la cristificazione degli sposi, ovverosia ha una prospettiva di santificazione da cui, per sua natura, non può essere esclusa la croce, la reciproca sofferenza e la sopportazione. Tuttavia, è proprio quest'orizzonte che oggi è stato dimenticato, proponendosi agli sposi ed ai coniugi non la salvezza dell'anima, ma il conseguimento della mera felicità terrena, come si legge - tra l'altro - nella nota "relazione Kasper".
In quest'ottica materialista, da cui è assente qualsiasi riferimento a Dio ed ai valori che tradizionalmente hanno retto la teologia del matrimonio, ben si comprende come si sia proposto - quale "segno di accoglienza" - di dare la Comunione ai divorziati risposati (espressione peraltro brutta ....). Ciò, però, ha obnubilato la vera teologia sacramentale ed il senso storico della salvezza, che non può non passare attraverso la croce quale strumento e via di salvezza. Anche per gli sposi e per i coniugi. Questo la Chiesa l'ha proposto durante i secoli, ma oggi lo ha - ahimé - almeno così pare, dimenticato ...... e non lo propone più a coloro che si accostano al sacramento nuziale.
* * * * * * *
L’eroismo di San Tommaso Moro e
la pusillanimità dei teologi politicanti
Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica
di Piero
Vassallo
Una delle pagine più ingloriose e ripugnanti della storia moderna fu scritta da Enrico VIII, l’eresiarca ed eversore, che fece decapitare il cancelliere Tommaso Moro, condannato da un giudice asservito al malvolere regale, perché non aveva approvato l’illecito matrimonio del sovrano con Anna Bolena, una di quelle femmine corrotte, che hanno lasciato un’incancellabile impronta nella storia del regno anglicano.
Tommaso Moro fu proclamato santo
dalla Chiesa cattolica, che in lui riconobbe e ammirò l’intrepido difensore
dell’ordine civile, che stava per essere capovolto e infettato dalla
rivoluzione promossa da un tiranno delirante e corrotto. Oltre che su San
Tommaso Moro la furia del tiranno divorzista si abbatté sul santo vescovo John
Fisher, sui certosini di Londra, sui frati mendicanti nonché su alcune nobili
famiglie di refrattari.
Il qualunque battezzato, fosse
anche il pontefice regnante, se affronta il problema del divorzio, deve pertanto
rammentare che Tommaso Moro, fedele interprete del primato della Chiesa sul
potere civile, fu decapitato perché affermava – contro la furia di un cialtrone
coronato – l’indissolubilità del matrimonio cattolico.
D’altra parte i cattolici (e in
special modo i vescovi sinodali) dovrebbero sapere che la teologia divorzista
ebbe origine nel secondo millennio, quale frutto della capitolazione della
chiesa bizantina, sottomessa alle pretese degli imperatori, che in qualche modo
anticipavano la politica di stampo ghibellino e ultimamente laicista e
iniziatico.
Le notizie dal sinodo dei vescovi
in corso, pertanto, inducono a temere che i vescovi, attualmente radunati per
addolcire (alterare) le leggi cristiane, mettano in discussione la
indissolubilità del matrimonio per paura del potere esercitato dai
rappresentanti di un’Europa demente e fradicia ma imperiosa e ricattatoria,
perché eccitata dal potere esercitato da una cosca di usurai americani, sui
quali incombono, inavvertite dal clero rispettoso,
la bancarotta e la riscossione cinese.
Nella fragilità spirituale dei
vescovi, che discettano radunati nel
sinodo pavido e conformista, si intravedono gli allarmanti segnali di un
ghibellinismo rigurgitato dalle peggiori profondità del
Medioevo eterodosso, con il quale la Chiesa cattolica aveva chiuso autorevolmente
i conti.
Secondo il cardinale Raymond Leo
Burke, oltre la cortina mediatica che avvolge il sinodo in corso “emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la
possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della Fede”.
È pertanto legittimo il sospetto
che i ragionamenti obliqui sulla comunione ecumenica ai
divorziati siano espressione della volontà di modernizzare la Fede cattolica,
cioè di metterla al passo con l’occidente estenuato dall’immoralità diffusa dai
crepuscolari servitori dell’eresia.
L’insigne teologo Robert Dodaro O.
S. A., al proposito afferma: “le leggi riguardanti
l’indissolubilità del matrimonio, la proibizione dell’adulterio e l’accesso
all’Eucarestia, sono leggi divine (cfr. Mt. 10,9; Gv. 8,11; 1 Cor. 11,28). La
Chiesa non può esonerare i fedeli dal loro obbligo di obbedire alla legge di
Dio. … L’ammissione di cattolici divorziati e risposati civilmente ai
sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia non solo segnerebbe un cambiamento
nella pratica o disciplina sacramentale, ma introdurrebbe una fondamentale
contraddizione nella dottrina cattolica sul matrimonio e quindi anche
sull’Eucarestia” (Cfr. Aa.
Vv., Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014).
Purtroppo la cultura che oggi
orienta il potere politico, obbedisce ad istanze anti-cristiane e
anti-personalistiche, idee che obbediscono alla convinzione secondo cui la
persona umana è sottoposta a un continuo mutamento.
Il filosofo John Rist definisce la
morale avventizia, generata dal mito dell’inarrestabile mutare della persona
umana: “se siamo degli io seriali, che si ricostruiscono gradualmente
come una nave le cui parti vengono sostituite una dopo l’altra ma che nel nome
e nella registrazione rimane la stessa nave, allora ha senso affermare che io
non sono la stessa persona che ero quando mi sono sposato, e nemmeno mia moglie
è la stessa persona, quindi perché dovremmo andare avanti, se non lo vogliamo,
in quella che, in fondo, è una relazione fittizia?” (Ivi,
p. 63).
Se non che l’argomento decisivo
contro la falsa misericordia si trova nella storia della fermezza – si è
tentati di dire sanamente guelfa -
con cui il magistero cattolico ha intrattenuto i rapporti con il potere
politico.
Contro la tendenza manifestata dal
clero pusillanime a giustificare il divorzio mediante il ricorso a
un’antropologia fondata dal fantasticare, Rist rammenta ai banditori
neo-bizantini e neo-ghibellini del ritorno al presunto cristianesimo delle
origini, che “i cristiani dell’antichità, vedevano qualsiasi
comportamento misericordioso verso
i divorziati risposati come direttamente opposto agli insegnamenti di Cristo
stesso… è dunque chiaro che i cambiamenti nella pratica corrente della Chiesa
cattolica non possono essere sostenuti da una testimonianza significativa dal
mondo dei primi cinque secoli del cristianesimo“.
Il cardinale Walter Brandmuller,
dal suo canto, rievoca la storia del lungo conflitto (860-867) tra il franco re Lotario II e Papa Niccolò I.
“Il nucleo
della questione, che fu dibattuta nell’ambito di diversi Sinodi , era se a Lotario fosse lecito o meno separarsi dalla sua legittima
consorte, Teutberga, dalla quale non era riuscito ad avere figli, e sposare la
sua precedente concubina Waldrada (o Gualdrada), dalla quale aveva avuto figli
nati prima del suo matrimonio con Teutberga” (Ivi, p. 121).
Opportunamente Brandmuller rammenta
che Niccolò I fu inflessibile, e nell’anno 865 scomunicò Lotario e Waldrada, anche
se “Il conflitto tra potere ecclesiastico e potere
politico si acuì al punto che un esercito franco arrivò perfino ad aggredire
Roma e a minacciare lo stesso pontefice”. Alla fine la morte di
Lotario concluse il conflitto, da cui l’ortodossia di Niccolò usci vincitrice.
La tesi cattolica sull’illiceità
del divorzio fu solennemente confermata dal Concordantia
discordantium canonum, un documento redatto, intorno al 1140,
dall’insigne giurista Graziano (1075-1145), vissuto nei territori governati
dalla fedelissima Matilde di Canossa.
Brandmuller sostiene che “su questa linea si pone la dottrina matrimoniale del Concilio di
Trento. Sullo sfondo degli scandali matrimoniali di Enrico VIII d’Inghilterra e
della bigamia di Filippo d’Assia consentita da Lutero, il Concilio, al canone
2, stabilisce esplicitamente: Chi
afferma che ai cristiani sia consentito avere più mogli contemporaneamente e
che ciò non sia vietato da nessuna legge divina, sia scomunicato”.
Di seguito Brandmuller ricorda il
martirio dei monaci irlandesi e bretoni, che negarono, in nome della suprema
autorità ecclesiastica, la liceità del divorzio e del secondo matrimonio del
loro sovrano temporale.
Per rimanere fedeli alla dottrina
cattolica sul matrimonio molti fedeli affrontarono il martirio, altri sopportarono
la persecuzione e l’emarginazione. Il soffio del compromesso ghibellino - cioè ossequioso nei confronti
dell’errore professato dal giornalismo – tentazione strisciante in mezzo alle righe del sinodo sedicente misericordioso
suggerisce al clero e ai fedeli la comoda e piatta via del compromesso.
L’albero avvelenato del Vaticano II offre un nuovo frutto all’angosciante
confusione che agita il mondo cattolico. Di qui l’appello a una cultura
tradizionale capace di diventare coerente con l’impostazione guelfa, a suo
tempo suggerita da Francisco Elias de Tejada.
domenica 22 giugno 2014
22 giugno - Santi Giovanni Fisher e.... Tommaso Moro
Oggi cade la memoria liturgica di S. John Fisher, cardinale, vescovo di Rochester, martirizzato sotto il perfido e sulfureo re inglese Enrico VIII per essersi opposto alle sue seconde nozze con Anna Bolena.
Assieme a lui la Chiesa, nel nuovo Martirologio promulgato sotto Giovanni Paolo II, annovera pure S. Thomas More, che lo stesso Pontefice aveva additato a patrono dei politici.
Nel calendario tradizionale, invece, la memoria di Thomas More cade il 6 luglio, giorno del suo natale, ovvero del suo martirio.
Alla figura di questi due Santi, di straordinaria attualità, si è particolarmente legati.
Per celebrarne il ricordo, posto alcuni spezzoni del film del 1966 "Un uomo per tutte le stagioni" (A Man for All Seasons) diretto da Fred Zinnemann, vincitore di sei Premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e il miglior regista, in cui il Santo politico è interpretato da un magistrale Paul Scofield (1922-2008).
Quest'ultimo video è caricato da Gloria TV
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