Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 19 aprile 2016

Pensieri divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio

Già in altre occasioni, abbiamo avuto modo di presentare, giustapponendolo, il sacrificio dei SS. Tommaso Moro e Giovanni Fisher, alle determinazioni sinodali che si profilavano (v. qui e qui). Oggi, quel che si diceva in riferimento ai due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015 può ripetersi con riguardo all’esortazione post-sinodale Amoris laetitia. Oggi, probabilmente, nell’ottica della misericordiosa economia matrimoniale, quel sacrificio sarebbe visto quasi un’offesa ed un’opera non dettata da … misericordia … . Probabilmente sarebbero, oggi, i due Santi martiri a doversi scusare con Enrico VIII e la Bolena, per non aver considerato le loro esigenze coniugali, così come, probabilmente, quelli a dover essere scomunicati sarebbero stati – oggi – i due Santi e non il vizioso re e la sua concubina, che il sovrano volle fare sua sposa contravvenendo alle leggi di Dio e della Chiesa. Tempi e mentalità che cambiano. Forse. Ma Dio e la sua Legge non cambiano né possono essere cambiate per intervento umano, sebbene compiuto in alto loco per compiacere il mondo.

Pensieri divergenti. Il divorzio secondo San Tommaso Moro e secondo Bergoglio

“Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono”  (Luca, I, 50)

di Piero Vassallo


Legittima moglie del re inglese Enrico VIII (1491-1547) era Caterina d’Aragona (1485 – 1536), donna purtroppo inabile a generare un figlio maschio. Caterina fu tuttavia regina d’alto profilo spirituale, e sagace allieva e interprete della dottrina di San Tommaso Moro (1478 – 1535).
Malauguratamente Enrico, che in gioventù aveva dimostrato una illuminata fedeltà alla Santa Sede, rovesciò la sua intelligenza nella disonesta e sfrenata passione per la cortigiana Anna Bolena, alla quale si legò con un rito invalido, celebrato da un vescovo eretico e codardo.
Papa Clemente VII, che un tempo stimava il re inglese, nel 1536, a malincuore, fu costretto a scomunicare il bigamo che, per ripicca, indirizzò la Chiesa d’Inghilterra all’infelice e sterile cammino dello scisma e della feroce inimicizia nei confronti dei cattolici.
Il cammino dell’eresia fu tracciato dal delirante Atto di supremazia, che proclamava il re inglese capo supremo – dopo Cristo – della Chiesa d’Inghilterra.
La tracotanza del re conquistò il cuore dei pavidi e dei pusilli, ma allontanò dall’infetta corte gli uomini d’alto intelletto e di nobile sentire.
In prima linea fra i dissenzienti al monarca eretico e stragista, fu il filosofo e cancelliere Tommaso Moro, che conosceva il carattere suscettibile e iroso del suo re.
Moro agì con somma cautela, tuttavia non poté disobbedire alla sua coscienza e conservare una carica che contemplava l’approvazione del comportamento del re scomunicato.
L’implacabile, fumante superbia dell’infettato re si rovesciò allora contro l’irriducibile cancelliere.
Il risentimento del re (vero padre – insieme con Lutero – del furore anti cattolico) si manifestò il 13 maggio del 1534, allorché Tommaso Moro, processato da un canagliesco tribunale, insieme con il cardinale refrattario John Fisher (1469-1535) rifiutò di riconoscere la validità del divorzio e del successivo matrimonio del re con la chiacchierata Bolena.
Moro e Fisher ascoltarono impassibili la condanna a morte decretata dalla follia di un re intossicato dalle spirochete, e salirono sul patibolo piuttosto che rinnegare la sacralità del matrimonio indissolubile.
Nel 1936, papa Pio XI ha solennemente riconosciuta la virtù eroica dei martiri Tommaso Moro e Giovanni Fisher, testimoni del Vangelo di Nostro Signore.
Mentre sputo allegramente in faccia alla (pseudo) legge divorzista in disgraziato vigore, mi domando quale sia la ragione della sentenza vaticana che permette l’accesso alla Mensa eucaristica di persone viventi fuori dalla legge stabilita da Nostro Signore.
Come posso pregare i santi Moro e Fisher quando la loro resistenza al male divorzista è destabilizzata e quasi ridicolizzata dai ragionamenti (o arzigogoli) di un’autorità galoppante nelle prateria del buonismo o arrampicata sulle viscide colonne del quotidiano Repubblica? Non rimane che pregare i santi e sospendere il giudizio su Bergoglio o dimenticare la materia del contendere e tirare dritto.

sabato 24 ottobre 2015

Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?

Mentre il Sinodo sulla famiglia - voluto dal vescovo di Roma, ed ispirato dal “card.” Kasper e dal “teologo” Giovanni Cereti (v. qui), nonostante, per ironia della sorte, giusto la Scrittura nel giorno di apertura sinodale mettesse in guardia da possibili novazioni (v. Anteprima del sinodo. Il testo integrale del primo intervento, qui, e Sinodo e omosessualità. La parola a san Paolo, senza censure, qui) e nei giorni seguenti i Padri della Chiesa ammonissero i pastori della Chiesa dal prurito di voler novare la prassi slegandola dalla dottrina (C'è un padre sinodale in più: san Gregorio Magno, v. qui) -, sta per terminare, al di là degli esiti che possa avere, sono rimasti degli evidenti strascichi polemici.
Innanzitutto la polemica dei vescovi belgi nei confronti dei loro confratelli africani, che avrebbe loro impedito di discutere, in sede sinodale, delle aperture nei confronti degli omosessuali, tanto da concludere – con una vena razzista – che nella Chiesa sarebbe cresciuta troppo l’influenza dell’Africa (Cardinal Sarah blocked discussion of gays, says bishop, v. qui)! E non c’è da meravigliarsi di ciò, visto che molti vescovi occidentali si sono davvero adoperati per incoraggiare queste “aperture” (v. Romanian doctor at Synod says Cupich, others giving encouragement to homosexuality is ‘criminal’, qui).
Pensiamo poi all’atteggiamento del “card.” Marx, che sembra parlare davvero come Lutero (v. Il cardinale Marx? Parla come Lutero, qui).
Pubblichiamo, quindi, quest’interessante riflessione.

Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?


L’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, sulla comunione ai divorziati risposati pone qualche domanda a Kasper e Marx.


Pubblichiamo in una nostra traduzione la riflessione sul Sinodo scritta per il Denver Catholic da Samuel J. Aquila, arcivescovo di Denver, e intitolata “Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano”?

L’idea che ai cattolici dovrebbe essere concesso di risposarsi e ricevere la comunione non è stata avanzata per la prima volta nella lettera firmata dal cardinale Kasper e da altri membri dell’episcopato tedesco nel 1993. L’episcopato di un altro paese, l’Inghilterra, ha fatto da pioniere in questo campo della dottrina cristiana circa 500 anni fa. Al tempo non ci si chiedeva appena se un cattolico potesse risposarsi, ma se il re potesse farlo, dal momento che sua moglie non gli aveva generato un figlio.
Come nel caso di coloro che chiedono la comunione per chi si risposa civilmente, così anche i vescovi inglesi non volevano autorizzare apertamente il divorzio e le nuove nozze. Così, scelsero di piegare la legge alle circostanze individuali del caso che dovevano affrontare e il re Enrico VIII ottenne “l’annullamento” su basi fraudolente e senza il permesso di Roma.
Se “l’eroismo non è per il cristiano medio”, per dirla con il cardinale tedesco Walter Kasper, certamente non lo era per il re di Inghilterra. Al contrario, la felicità personale e il benessere di un paese costituivano due forti argomenti a favore del divorzio di Enrico. Ed era difficile che il re si prendesse il disturbo di saltare la comunione come conseguenza di un matrimonio irregolare.
Il cardinale di Inghilterra Wolsey, insieme a tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del vescovo di Rochester, John Fisher, appoggiarono il tentativo del re di cancellare il suo primo e legittimo matrimonio. Come Fisher, anche Tommaso Moro, laico e cancelliere del re, gli rifiutò il suo sostegno. Entrambi vennero martirizzati e in seguito canonizzati.
Difendendo pubblicamente l’indissolubilità del matrimonio del re, Fisher sostenne che «questo matrimonio del re e della regina non può essere dissolto da alcun potere, umano o divino che sia». Per questo principio, disse, era disposto a dare la vita. Continuò facendo notare che Giovanni il Battista non aveva trovato «causa più gloriosa per cui morire che quella del matrimonio», nonostante allora il matrimonio «non fosse così sacro come lo è diventato dopo che Cristo ha versato il Suo sangue».
Come Tommaso Moro e Giovanni il battista, Fisher fu decapitato e come loro fu chiamato “santo”. Al Sinodo sulla famiglia che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, alcuni vescovi tedeschi insieme ai loro sostenitori stanno facendo pressione perché la Chiesa permetta a chi ha divorziato, e poi si è risposato, di ricevere la comunione. Al contrario, altri vescovi da tutto il mondo insistono che la Chiesa non può cambiare l’insegnamento di Cristo. Questa situazione impone una domanda: credono i vescovi tedeschi che san Tommaso Moro e san John Fisher abbiano sacrificato invano le loro vite?
Gesù ci ha mostrato lungo tutto il suo ministero che per seguirlo è necessario un sacrificio eroico. Quando si legge il Vangelo con cuore aperto, un cuore che non mette il mondo e la storia al di sopra del Vangelo e della Tradizione, si scorge il costo della sequela che tutti i discepoli sono chiamati a pagare. I vescovi tedeschi farebbero meglio a leggere “Il costo dell’essere discepoli” del martire luterano, Dietrich Bonhoeffer. Infatti, ciò che loro promuovono è una “grazia a poco prezzo” invece che una “grazia onerosa”, e sembrano anche ignorare le parole di Gesù: «Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc. 8: 34, Lc. 14: 25-27, Gv. 12: 24-26).
Pensiamo, ad esempio, all’adultera che i Farisei presentarono a Gesù per coglierlo in fallo. La prima cosa che fece fu proteggerla dai suoi accusatori e la seconda cosa che fece fu richiamarla. «Va’», comandò, «e non peccare più». Seguendo le parole di Cristo in persona, la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che il divorzio e le nuove nozze sono solo un altro modo per chiamare l’adulterio. E poiché la comunione è riservata ai cattolici in stato di grazia, coloro che vivono in una situazione irregolare non possono partecipare a questo aspetto della vita della Chiesa, anche se devono sempre essere accolti all’interno delle parrocchie e anche a Messa.
A maggio, il cardinale Kasper, in un’intervista a Commonweal Magazine, ha affermato che «non possiamo dire se l’adulterio è in corso» quando un un cristiano divorziato e pentito intrattiene «rapporti sessuali» in una nuova unione. Piuttosto, lui ritiene che «l’assoluzione sia possibile». Ma, ancora, Cristo ha chiaramente chiamato adulterio il risposarsi e ha detto che l’adulterio è peccato (Mt. 5:32, Mc. 10:12, Lc. 16:18). Nel caso della Samaritana (Giovanni 4:1-42), Gesù ha anche confermato che risposarsi non può essere valido neanche quando è un gesto dettato da fedeltà e sentimenti sinceri.
Se si aggiunge all’equazione l’alto tasso di fallimenti delle nuove nozze in seguito a un divorzio, nessuno può dire a che cosa potrebbero portare i ragionamenti del cardinale Kasper. Per esempio, la comunione sacramentale dovrebbe essere ammessa solo per coloro che si risposano una volta? E per coloro che si risposano due o tre volte? Ed è ovvio che gli argomenti usati per ammorbidire il divieto di Cristo di risposarsi potrebbero essere utilizzati anche per l’uso dei contraccettivi o per innumerevoli altri aspetti della teologia cattolica, che il mondo moderno e auto-referenziale giudica “difficili”.
Per predire a che cosa porterà tutto questo non serve conoscere il futuro, è sufficiente osservare il passato. Dobbiamo solo guardare la Chiesa anglicana, che ha aperto la porta alla contraccezione (e poi l’ha abbracciata) nel 20esimo secolo e per oltre un decennio ha permesso ai divorziati di risposarsi in alcuni casi.
Il “Piano B” dei vescovi tedeschi, cioè fare “a modo loro” in Germania, anche a costo di andare contro gli insegnamenti della Chiesa, presenta le stesse falle. Ed è “anglicanamente” inquietante. Consideriamo le parole del presidente della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Marx, che secondo la citazione riportata dal National Catholic Register sostiene che mentre la Chiesa tedesca può restare in comunione con Roma per quanto riguarda la dottrina, per quanto riguarda invece la cura pastorale dei singoli casi, «il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania». Enrico VIII sarebbe stato sicuramente d’accordo.
«Non siamo appena una succursale di Roma», ha affermato il cardinale Marx. «Ogni conferenza episcopale è responsabile per la cura pastorale nella sua cultura e deve proclamare il Vangelo a modo suo. Non possiamo aspettare che il Sinodo decida qualcosa, mentre dobbiamo occuparci qui del ministero del matrimonio e della famiglia». Anche gli anglicani hanno ricercato una simile autonomia, anche se questa ha portato come risultato a crescenti divisioni interne e a uno svuotamento delle comunità.
È innegabile che la Chiesa debba raggiungere con misericordia coloro che si trovano ai margini della fede, ma la misericordia parla sempre il linguaggio della verità, non condona mai il peccato, e riconosce che la Croce è al cuore del Vangelo. Si potrebbe richiamare papa san Giovanni Paolo II, citato da papa Francesco alla sua canonizzazione come “il Papa della famiglia”, che scrisse estensivamente della misericordia, dedicandole un’intera enciclica e istituendo la festa della Divina misericordia. Per san Giovanni Paolo II, la misericordia era un tema sì centrale, ma che necessitava di essere letto alla luce della verità e della scrittura, piuttosto che in contrasto con esse.
Per quanto riguarda le nuove nozze, e molte altre questioni, nessuno può dire che gli insegnamenti della Chiesa, che sono quelli di Cristo, siano facili. Ma Cristo stesso non è sceso a compromessi con i suoi principali insegnamenti per impedire ai discepoli di andarsene – che si trattasse dell’Eucaristia o del matrimonio (Gv 6: 60-71; Mt 19: 3-12). Neanche John Fisher è sceso a compromessi per mantenere cattolico il re. Per cercare un modello su questo tema, non dobbiamo andare oltre le parole di Cristo e san Pietro che troviamo nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni, un passaggio che ci ricorda che gli insegnamenti sull’Eucaristia sono spesso difficili da accettare per i credenti.
«“È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. (…) Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”».
Come i discepoli, noi siamo sempre chiamati ad ascoltare la voce di Gesù prima che la voce del mondo, della cultura e della storia. La voce di Gesù illumina le tenebre del mondo e delle culture. Preghiamo affinché tutti prestino ascolto a queste parole di vita eterna, a prescindere dalla loro difficoltà!

domenica 30 agosto 2015

Sempre il matrimonio .........

Il matrimonio è il fulcro, da sempre, della morale cristiana, contro cui i nemici della Chiesa e della fede cristiana si sono accaniti.
Proprio in difesa del matrimonio, la Chiesa annovera alcuni martiri. Tra questi uno è san Giovanni Battista, il cui martirio è stato celebrato ieri, morto per la purezza ed indissolubilità del vincolo nuziale.
Ma anche san Tommaso Moro, che si oppose ad un atto del Parlamento (inglese) direttamente contrario alla legge di Dio e della sua Santa Chiesa (v. qui e qui).
Insomma, nella storia della Chiesa, il matrimonio è stato uno dei terreni di scontro tra opposte forze. Ieri come oggi. Rilancio volentieri, perciò, questa riflessione tratta da Rorate caeli.

Marriage, it's always been marriage


From the very first Martyrdom, that of the "Greatest born of women", Saint John the Baptist, whose Beheading we celebrate today, the purity/indissolubility of marriage has always been the essential moral and social dogmatic centerpiece of Christian life since the fullness of time, when Our Lord Jesus Christ, "by virtue of His supreme legislative power ...restored the primeval law in its integrity by those words which must never be forgotten, 'What God hath joined together let no man put asunder'." (Casti connubii, 34)
Always marriage: always marriage, whose purity the Greeks were at times led to corrupt by Imperial orders. Always marriage -- the rejection of the indissolubility of a single marital bond at the end made that most Catholic Isle, the Dowry of Mary, be led astray by a murderous and lecherous tyrant.
In the Sacrosanct Council of Trent, the Sacrament was completely surrounded with utmost protection. But despite so much attack from the neo-paganized society around us, it is incredibly under attack from the very top of our own Church, and, worse, as always happens with Modernists, they do not wish to disestablish indissolubility itself. No, they want to disestablish it in all but name: if a "remarried" couple is not in need of confession and can approach the most Blessed Sacrament in purity officially (and so an unmarried couple, or a homosexual or polygamous "partnership" of any sort), then what is the purpose of the Sacrament at all, much less of its indissolubility?
As always, these evil hierarchs now at the highest echelons of the Church,
"put their designs for her ruin into operation not from without but from within; hence, the danger is present almost in the very veins and heart of the Church, whose injury is the more certain, the more intimate is their knowledge of her. Moreover they lay the axe not to the branches and shoots, but to the very root, that is, to the faith and its deepest fires. And having struck at this root of immortality, they proceed to disseminate poison through the whole tree, so that there is no part of Catholic truth from which they hold their hand, none that they do not strive to corrupt. Further, none is more skilful, none more astute than they, in the employment of a thousand noxious arts; for they double the parts of rationalist and Catholic, and this so craftily that they easily lead the unwary into error; and since audacity is their chief characteristic, there is no conclusion of any kind from which they shrink or which they do not thrust forward with pertinacity and assurance. To this must be added the fact, which indeed is well calculated to deceive souls, that they lead a life of the greatest activity, of assiduous and ardent application to every branch of learning, and that they possess, as a rule, a reputation for the strictest morality. Finally, and this almost destroys all hope of cure, their very doctrines have given such a bent to their minds, that they disdain all authority and brook no restraint; and relying upon a false conscience, they attempt to ascribe to a love of truth that which is in reality the result of pride and obstinacy." (Pascendi, 3)

May Saint John the Baptist, through his most pure and blessed blood, preserve the Church in this extremely perilous time.
Saint Pius X, pray for us.

lunedì 6 luglio 2015

Il sangue versato per l’indissolubilità del matrimonio – Santi Giovanni Fisher e Tommaso Moro

Il 6 luglio il calendario tradizionale della Chiesa, oltre all’Ottava dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ed alla memoria di Santa Maria Goretti, indica la festa di San Tommaso Moro, fissata in questa data dal papa Pio XI.
Per questo, appare quantomeno opportuno postare quest’interessante contributo di Cristina de Magistris, che, sebbene risalente al febbraio 2014, appare ancor oggi di straordinaria attualità.



Hans Holbein il Giovane, Thomas More, 1527, Frick Collection, New York

Pieter Paul Rubens, S. Tommaso Moro, 1625-30, Museo del Prado, Madrid

Il sangue versato per l’indissolubilità del matrimonio – San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro

di Cristiana de Magistris

Anche l’indissolubilità del matrimonio ha i suoi martiri, che la santa Chiesa di Dio celebra ogni anno col fasto dovuto ai suoi figli più illustri. Il 22 giugno, nel martirologio romano si legge: “Santi Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso Moro, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita, in questo giorno fu decapitato per ordine del re stesso davanti al carcere; Tommaso More, padre di famiglia di vita integerrima e gran cancelliere, per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica il 6 luglio si unì nel martirio al venerabile presule”. San Giovanni Fisher e san Tommaso Moro furono decapitati per aver difeso l’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. In tal modo rimasero fedeli al papa come a capo supremo della Chiesa, negando il giuramento di fedeltà al re Enrico VIII che si era proclamato “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. 
In un momento storico come quello attuale in cui par si voglia mettere in discussione anche l’indissolubilità del matrimonio, occorre rispolverare il passato e meditare a fondo sullo scisma d’Inghilterra, originato da un divorzio, e sul sangue dei suoi martiri, che ancor oggi continua a proclamare che il sacramento del matrimonio è di diritto divino.
La questione dell’indissolubilità del matrimonio si pose nel 1525 quando il re d’Inghilterra Enrico VIII, non avendo avuto eredi maschi da Caterina d’Aragona, si preoccupò della sua discendenza. Enrico era ancora cattolico al punto di aver meritato dal papa Leone X, nel 1521,  il titolo di “defensor fidei” per la sua apologia dei sacramenti della Chiesa cattolica contro l’eresia luterana, titolo che – con ironica incongruenza – rimane coniato tuttora sulle monete inglesi.
Poiché Caterina era la vedova di suo fratello, Enrico pensò di poter metter in dubbio la validità del matrimonio. La storia mostrerà che – più che la preoccupazione per il trono – fu la sua passione per Anna Bolena, per altro cortigiana della moglie, che lo condusse al divorzio da Caterina  e al susseguente scisma. Infatti, quando papa Clemente VII si rifiutò di annullare il matrimonio, Enrico gli disobbedì e si proclamò “Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra”, incorrendo nella scomunica. Ecco il succedersi degli eventi.
Nel 1527 il re aveva consultato – tra gli altri – Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, circa lo stato del suo matrimonio con Caterina d’Aragona che Enrico riteneva essere invalido. Fisher assicurò il re che non vi era il minimo dubbio sulla validità del matrimonio e che era pronto a difendere tale asserto davanti a chiunque. Per descrivere l’atteggiamento di Giovanni Fisher, il segretario del cardinal Campeggio, legato pontificio, nel 1529 così scrisse di lui: “Per non mettere in pericolo la sua anima, e per non essere sleale col re o mancare al dovere verso la verità in una materia così importante, egli dichiarò, affermò e dimostrò con ragioni probanti che il matrimonio del re e della regina non poteva essere sciolto da nessun potere umano o divino e per questo era disposto a dare la vita”.
Nel 1525, il vescovo di Rochester aveva scritto: “Una riflessione che mi colpisce profondamente circa il sacramento del matrimonio è il martirio di san Giovanni Battista, che morì per aver rimproverato la violazione del matrimonio. C’erano crimini in apparenza molto più gravi per la cui condanna il Battista poteva esser giustiziato, ma non c’era crimine più adatto dell’adulterio che potesse causare lo spargimento di sangue dell’amico dello sposo, poiché la violazione del matrimonio non è un insulto di poco consto a Colui che è lo Sposo per antonomasia”. A quel tempo, il problema del divorzio del re e della regina non era ancora stato sollevato. Ma le circostanze della morte di Fisher lo avvicineranno non poco alla sorte del Battista. Entrambi imprigionati, entrambi decapitati, entrambi vittime di donne impure. Ma ciò che Erode fece a malincuore, Enrico VIII compì con piena e crudele deliberazione.
Giovanni Fisher scrisse diversi libri in difesa di Caterina. I vescovi, che temevano l’ira del re – indignatio regis mors est, solevano dire –, lo invitarono a ritrattare, ma invano. Egli non poteva negare ciò che sapeva essere la verità.
La situazione, intanto, lungi dal sedarsi diveniva sempre più scottante. Il re, con le sue manie dittatoriali, non aveva alcuna intenzione di cedere. Roma aveva inviato i suoi legati per risolvere la complessa vicenda. Il clero inglese – salvo il vescovo di Rochester – era tristemente compatto nella resa, ossia nella desistenza all’autorità del re che finì col proclamarsi “Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”, atto, questo, reso possibile proprio dalla capitolazione dei vescovi con quella che è passata alla storia come la “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532. Il giorno dopo, Tommaso Moro, fino a quel momento gran cancelliere d’Inghilterra, rassegnò le sue dimissioni. Piuttosto che scendere a compromessi, preferì ritirarsi. Nel 1533 Enrico sposò Anna Bolena e nel 1534,attraverso il cosiddetto “Atto di Supremazia”, si proclamò “capo supremo sulla terra della Chiesa d’Inghilterra”.
Tutti i vescovi prestarono il loro giuramento sulla supremazia del re in campo religiosotranne uno, Giovanni Fisher, il quale fu subito imprigionato nella torre di Londra, dove, durante i lunghi mesi di cattività, scrisse tre opere, due in inglese (A spiritual consolation e The ways of perfect religion) ed una in latino sulla necessità della preghiera. Nel medesimo giorno, il 13 aprile del 1534, venne fatto arrestare anche Tommaso Moro.
Durante la prigionia di Giovanni Fisher e Tommaso Moro (aprile 1534-giugno 1935), Enrico VIII proseguì con tenacia l’organizzazione d’una chiesa nazionale indipendente da Roma. Il re tentò di conquistare Giovanni Fisher alla sua causa attraverso la mediazione di alcuni vescovi che lo visitarono nella sua prigione. Durante uno di questi colloqui, Giovanni Fisher esortò i presuli ad essere uniti “nel reprimere l’intrusione violenta ed illegale fatta ogni giorno contro la comune madre, la Chiesa di Cristo” piuttosto che nel promuoverla. Fu quella l’occasione per pronunciare il suo storico giudizio sui suoi fratelli nell’episcopato: “La fortezza (ossia la Chiesa, ndt) è tradita da coloro stessi che dovrebbero difenderla!”.
Il 7 maggio il re inviò uno dei suoi consiglieri per tentare ancora una volta di piegare Fisher al compromesso. Il santo Vescovo ribadì senza mezzi termini che “secondo la legge di Dio, il re non è né può essere il Capo supremo della Chiesa d’Inghilterra”. Enrico non aveva bisogno d’ulteriori prove, e quando papa Paolo III – nella speranza di salvare la vita al vescovo di Rochester – lo nominò cardinale di Santa Romana Chiesa, Enrico VIII, alludendo all’imminente decapitazione del Santo, disse che il Sovrano Pontefice poteva ben inviare la berretta rossa, ma questa non avrebbe trovato più la testa su cui posarsi.  
La sentenza venne eseguita alle 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra: la sua testa rimase esposta all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita da quella di Tommaso Moro, che nella sua autodifesa, dopo la condanna a morte, disse che la vera causa della sua accusa di tradimento era stato il rifiuto di accettare l’annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina.
Prima di morire, mentre nella torre di Londra Fisher meditava sull’incredibile cambiamento di scena avvenuto in Inghilterra negli ultimi 10 anni. “Guai a noi – scrisse nel suo libro sulla necessità della preghiera – che siamo nati in questi tempi maledetti, tempi – e lo dico piangendo – in cui chiunque abbia il minimo zelo per la gloria di Dio [… ] sarà mosso al pianto vedendo che tutto va alla rovescia, il bell’ordine delle virtù è capovolto, la luce spendente della vita è estinta, e della Chiesa non è rimasto nulla se non palese iniquità e falsa santità. La luce del buon esempio è spenta in coloro che dovrebbero brillare come lucerne in tutto il mondo […]. Purtroppo da loro non viene alcuna luce, ma solo tenebre oscure e inganno pestilenziale per cui innumerevoli anime si perdono”. Queste parole erano indirizzate anzitutto ai vescovi che, mancando gravemente al loro dovere di pascere il gregge di Cristo, invece di opporsi, con l’esempio e la predicazione, alla tirannia di Enrico, avevano tristemente cooperato all’apostasia con il loro silenzio colpevole.
San Tommaso Moro, nella stessa prigione e nel medesimo tempo, scriveva il suo “De tristitia Christi”, la sua opera sull’infinito amore e l’inesausta misericordia di Dio. Anche lui, riflettendo sull’apostasia dei vescovi inglesi, scriveva: “Se un vescovo è sopraffatto da uno stupido sonno che gli impedisce di compiere il suo dovere di pastore delle anime – come il capitano pauroso di una nave che, atterrito dalla tempesta, si nasconde e abbandona l’imbarcazione alle onde – se un vescovo agisce in questo modo, io non esito a paragonare la sua tristezza a quella che conduce all’inferno. Anzi, la considero assai peggiore poiché tale tristezza in questioni religiose sembra derivare da una mente che dispera dell’aiuto di Dio”.
Giovanni Fisher e Tommaso More furono giustiziati e, cogliendo la palma d’un glorioso martirio, volarono dalla prigione terrena ai gaudi dell’eterna beatitudine. Con san Giovanni Battista, essi sono i martiri dell’indissolubilità del matrimonio come non mancò di affermare Pio XI in occasione della loro canonizzazione: essi morirono perché non desistettero di “illustrare, provare e difendere coraggiosamente la santità del casto connubio”.
Ma quale fu la sorte di Enrico VIII dopo il suo divorzio da Caterina d’Aragona?  Il re “sposò” Anna Bolena che, tre anni dopo, egli stesso fece giustiziare con l’accusa di alto tradimento, incesto e adulterio. Il giorno dopo l’esecuzione, il re “sposò” Jane Seymour, che morì nel 1537, un anno dopo, per complicazioni sopravvenute nel dare alla luce l’unico erede maschio alla corona, Edoardo VI. Enrico sposò allora, nel 1540, Anna di Cleves da cui divorziò pochi mesi dopo per sposare Caterina Howard, anch’essa fatta giustiziare dal re, nel 1542. L’ultima moglie fu Caterina Parr, che scampò alla morte perché questa colse prima Enrico, nel 1547.
Durante il suo ultimo connubio, il corpo di Enrico VIII, obeso, iniziò ad essere coperto di ulcere purulente. Morì all’età di 55 anni, nel 1547. Le sue ultime parole furono: “Monaci, monaci, monaci”, che probabilmente manifestavano il suo rimorso per aver espulso tanti monaci dai loro monasteri ed usato i loro beni per le sue guerre.
Un frate francescano gli aveva predetto che, come accadde al re Acab che fu maledetto da Dio, anche il suo sangue, dopo la morte, sarebbe stato leccato da cani. E così avvenne. Dalla bara di Enrico VIII fuoriuscì del liquido che subito divenne la bevanda di un cane.
A questa macabra fine si aggiunge un fatto storico degno di nota. Enrico VIII aveva giustificato il suo divorzio da Caterina col pretesto di voler dare un discendente maschio alla corona inglese. Ma, nonostante i suoi 5 successivi “matrimoni”, il re – morto l’unico erede maschio a meno di 18 anni – non riuscì a perpetuare la dinastia dei Tudor che, infatti, terminò con Elisabetta I, la quale, rimasta nubile, fece sì che la corona passasse agli Stuart. A chiudere la dinastia dei Tudor fu dunque l’unica figlia di Anna Bolena, colei che Enrico – divorziando da Caterina – aveva sposato per assicurare la discendenza alla corona.
Lo scisma anglicano è fondato su un divorzio. Se l’indissolubilità del matrimonio venisse negata, occorrerebbe per logica revocare la scomunica di Enrico VIII e a tutta la chiesa anglicana da lui fondata. Ma rimarrebbe il sangue dei martiri di quell’indissolubilità a testimoniare che il matrimonio è di diritto divino e  nessuno, neppure “la Chiesa ha su di esso alcun potere”  ..
I Vescovi inglesi del XVI secolo mancarono gravemente al loro dovere per quella pusillanimità di cui spesso si macchiano gli uomini di Chiesa. Lo scisma della Chiesa inglese fu dovuto non tanto alla forza malvagia di Enrico VIII quanto alla loro desistenza, solennemente manifestata con l’inglorioso Atto di “sottomissione del Clero” del 15 maggio 1532.
L’indissolubilità del matrimonio è nell’ora attuale al centro di un acceso dibattito. Memori di ciò che avvenne nel XVI secolo in Inghilterra, non ci stupiremo di trovare nella Chiesa vescovi pavidi e pronti alla resa. Confidiamo che la divina Provvidenza susciti miracolosamente anime generose, pronte a difendere i diritti di Dio, vescovi e laici emuli di san Giovanni Fisher e Tommaso Moro. Ma soprattutto speriamo che, nello scenario decadente che è sotto i nostri occhi, non ci tocchi la cattiva sorta di trovare nelle gerarchie ecclesiastiche qualche novello Erode o Enrico VIII: quod Deus avertat!

Fonte: Conciliovaticanosecondo, 26.2.2014

martedì 21 ottobre 2014

L’eroismo di San Tommaso Moro e la pusillanimità dei teologi politicanti

Sebbene si sia concluso da pochi giorni il Sinodo straordinario dei vescovi sul tema della famiglia, con esiti ambigui, la tematica rimane tuttora viva e degna di attenzione sotto diversi profili: non ultimo quello storico, che va adeguatamente investigato al fine di comprendere oggi che la problematica attualmente dibattuta non sarebbe così nuova e che, contrariamente alla vulgata comune, essa era ampiamente diffusa nei secoli passati, tanto che, nella Roma di epoca imperiale, raccontava lo stesso Seneca, le donne enumeravano gli anni non già col nome e con la successione dei consoli, ma con quella dei loro mariti (De Beneficiis, III, 13) e, come diceva Marziale nei suoi Epigrammi, esse si sposavano per divorziare e divorziavano per sposarsi (Epigr., IX, 79) o anche solo per evitare - come nel caso dell'avara Proculeia - che il loro patrimonio fosse dilapidato da prodighi mariti (ivi, X, 41). L'unica differenza con l'oggi è che la Chiesa, seguendo da vicino l'insegnamento del Divin Maestro e poi quello apostolico, difese strenuamente nei secoli andati la legge naturale a cui il Signore aveva richiamato i giudei del suo tempo, ai quali Dio, tramite Mosé, aveva pur permesso, con una legge divina positiva, di ripudiare le proprie mogli (Mt 19, 8; Mc 10, 4), derogando così alla legge naturale. Gesù, al contrario, intese ripristinare ciò che era in origine - provando così pure la sua Divinità e la sua qualità di Supremo Legislatore, che abrogava una precedente normativa divina positiva.
Quella legge, in deroga al diritto naturale, era stata concessa per evitare - commentano i Padri - che gli ebrei, per liberarsi delle mogli, le uccidessero.
Diversa è, invece, la prospettiva del Nuovo Testamento, nel quale il matrimonio è un sacramento e come tale esso è da usare per la propria salvezza. Esso, perciò, ha per scopo non la felicità della coppia, ma - volendosi utilizzare un'espressione cara alla sensibilità orientale - la cristificazione degli sposi, ovverosia ha una prospettiva di santificazione da cui, per sua natura, non può essere esclusa la croce, la reciproca sofferenza e la sopportazione. Tuttavia, è proprio quest'orizzonte che oggi è stato dimenticato, proponendosi agli sposi ed ai coniugi non la salvezza dell'anima, ma il conseguimento della mera felicità terrena, come si legge - tra l'altro - nella nota "relazione Kasper".
In quest'ottica materialista, da cui è assente qualsiasi riferimento a Dio ed ai valori che tradizionalmente hanno retto la teologia del matrimonio, ben si comprende come si sia proposto - quale "segno di accoglienza" - di dare la Comunione ai divorziati risposati (espressione peraltro brutta ....). Ciò, però, ha obnubilato la vera teologia sacramentale ed il senso storico della salvezza, che non può non passare attraverso la croce quale strumento e via di salvezza. Anche per gli sposi e per i coniugi. Questo la Chiesa l'ha proposto durante i secoli, ma oggi lo ha - ahimé - almeno così pare, dimenticato ...... e non lo propone più a coloro che si accostano al sacramento nuziale.

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L’eroismo di San Tommaso Moro e la pusillanimità dei teologi politicanti

Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica

di Piero Vassallo

Una delle pagine più ingloriose e ripugnanti della storia moderna fu scritta da Enrico VIII, l’eresiarca ed eversore, che fece decapitare il cancelliere Tommaso Moro, condannato da un giudice asservito al malvolere regale, perché non aveva approvato l’illecito matrimonio del sovrano con Anna Bolena, una di quelle femmine corrotte, che hanno lasciato un’incancellabile impronta nella storia del regno anglicano.
Tommaso Moro fu proclamato santo dalla Chiesa cattolica, che in lui riconobbe e ammirò l’intrepido difensore dell’ordine civile, che stava per essere capovolto e infettato dalla rivoluzione promossa da un tiranno delirante e corrotto. Oltre che su San Tommaso Moro la furia del tiranno divorzista si abbatté sul santo vescovo John Fisher, sui certosini di Londra, sui frati mendicanti nonché su alcune nobili famiglie di refrattari.
Il qualunque battezzato, fosse anche il pontefice regnante, se affronta il problema del divorzio, deve pertanto rammentare che Tommaso Moro, fedele interprete del primato della Chiesa sul potere civile, fu decapitato perché affermava – contro la furia di un cialtrone coronato – l’indissolubilità del matrimonio cattolico.
D’altra parte i cattolici (e in special modo i vescovi sinodali) dovrebbero sapere che la teologia divorzista ebbe origine nel secondo millennio, quale frutto della capitolazione della chiesa bizantina, sottomessa alle pretese degli imperatori, che in qualche modo anticipavano la politica di stampo ghibellino e ultimamente laicista e iniziatico.
Le notizie dal sinodo dei vescovi in corso, pertanto, inducono a temere che i vescovi, attualmente radunati per addolcire (alterare) le leggi cristiane, mettano in discussione la indissolubilità del matrimonio per paura del potere esercitato dai rappresentanti di un’Europa demente e fradicia ma imperiosa e ricattatoria, perché eccitata dal potere esercitato da una cosca di usurai americani, sui quali incombono, inavvertite dal clero rispettoso, la bancarotta e la riscossione cinese.
Nella fragilità spirituale dei vescovi, che discettano radunati nel sinodo pavido e conformista, si intravedono gli allarmanti segnali di un ghibellinismo rigurgitato dalle peggiori profondità del Medioevo eterodosso, con il quale la Chiesa cattolica aveva chiuso autorevolmente i conti.
Secondo il cardinale Raymond Leo Burke, oltre la cortina mediatica che avvolge il sinodo in corso “emerge una tendenza preoccupante perché alcuni sostengono la possibilità di adottare una prassi che si discosta dalla verità della Fede”.
È pertanto legittimo il sospetto che i ragionamenti obliqui sulla comunione ecumenica ai divorziati siano espressione della volontà di modernizzare la Fede cattolica, cioè di metterla al passo con l’occidente estenuato dall’immoralità diffusa dai crepuscolari servitori dell’eresia.
L’insigne teologo Robert Dodaro O. S. A., al proposito afferma: “le leggi riguardanti l’indissolubilità del matrimonio, la proibizione dell’adulterio e l’accesso all’Eucarestia, sono leggi divine (cfr. Mt. 10,9; Gv. 8,11; 1 Cor. 11,28). La Chiesa non può esonerare i fedeli dal loro obbligo di obbedire alla legge di Dio. … L’ammissione di cattolici divorziati e risposati civilmente ai sacramenti della penitenza e dell’Eucarestia non solo segnerebbe un cambiamento nella pratica o disciplina sacramentale, ma introdurrebbe una fondamentale contraddizione nella dottrina cattolica sul matrimonio e quindi anche sull’Eucarestia” (Cfr. Aa. Vv., Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena 2014).
Purtroppo la cultura che oggi orienta il potere politico, obbedisce ad istanze anti-cristiane e anti-personalistiche, idee che obbediscono alla convinzione secondo cui la persona umana è sottoposta a un continuo mutamento.
Il filosofo John Rist definisce la morale avventizia, generata dal mito dell’inarrestabile mutare della persona umana: “se siamo degli io seriali, che si ricostruiscono gradualmente come una nave le cui parti vengono sostituite una dopo l’altra ma che nel nome e nella registrazione rimane la stessa nave, allora ha senso affermare che io non sono la stessa persona che ero quando mi sono sposato, e nemmeno mia moglie è la stessa persona, quindi perché dovremmo andare avanti, se non lo vogliamo, in quella che, in fondo, è una relazione fittizia?” (Ivi, p. 63).
Se non che l’argomento decisivo contro la falsa misericordia si trova nella storia della fermezza – si è tentati di dire sanamente guelfa - con cui il magistero cattolico ha intrattenuto i rapporti con il potere politico.
Contro la tendenza manifestata dal clero pusillanime a giustificare il divorzio mediante il ricorso a un’antropologia fondata dal fantasticare, Rist rammenta ai banditori neo-bizantini e neo-ghibellini del ritorno al presunto cristianesimo delle origini, che “i cristiani dell’antichità, vedevano qualsiasi comportamento misericordioso verso i divorziati risposati come direttamente opposto agli insegnamenti di Cristo stesso… è dunque chiaro che i cambiamenti nella pratica corrente della Chiesa cattolica non possono essere sostenuti da una testimonianza significativa dal mondo dei primi cinque secoli del cristianesimo“.
Il cardinale Walter Brandmuller, dal suo canto, rievoca la storia del lungo conflitto (860-867) tra il franco re Lotario II e Papa Niccolò I.
“Il nucleo della questione, che fu dibattuta nell’ambito di diversi Sinodi , era se a Lotario fosse lecito o meno separarsi dalla sua legittima consorte, Teutberga, dalla quale non era riuscito ad avere figli, e sposare la sua precedente concubina Waldrada (o Gualdrada), dalla quale aveva avuto figli nati prima del suo matrimonio con Teutberga” (Ivi, p. 121).
Opportunamente Brandmuller rammenta che Niccolò I fu inflessibile, e nell’anno 865 scomunicò Lotario e Waldrada, anche se “Il conflitto tra potere ecclesiastico e potere politico si acuì al punto che un esercito franco arrivò perfino ad aggredire Roma e a minacciare lo stesso pontefice”. Alla fine la morte di Lotario concluse il conflitto, da cui l’ortodossia di Niccolò usci vincitrice.
La tesi cattolica sull’illiceità del divorzio fu solennemente confermata dal Concordantia discordantium canonum, un documento redatto, intorno al 1140, dall’insigne giurista Graziano (1075-1145), vissuto nei territori governati dalla fedelissima Matilde di Canossa.
Brandmuller sostiene che “su questa linea si pone la dottrina matrimoniale del Concilio di Trento. Sullo sfondo degli scandali matrimoniali di Enrico VIII d’Inghilterra e della bigamia di Filippo d’Assia consentita da Lutero, il Concilio, al canone 2, stabilisce esplicitamente: Chi afferma che ai cristiani sia consentito avere più mogli contemporaneamente e che ciò non sia vietato da nessuna legge divina, sia scomunicato”.
Di seguito Brandmuller ricorda il martirio dei monaci irlandesi e bretoni, che negarono, in nome della suprema autorità ecclesiastica, la liceità del divorzio e del secondo matrimonio del loro sovrano temporale.
Per rimanere fedeli alla dottrina cattolica sul matrimonio molti fedeli affrontarono il martirio, altri sopportarono la persecuzione e l’emarginazione. Il soffio del compromesso ghibellino - cioè ossequioso nei confronti dell’errore professato dal giornalismo – tentazione strisciante in mezzo alle righe del sinodo sedicente misericordioso suggerisce al clero e ai fedeli la comoda e piatta via del compromesso. L’albero avvelenato del Vaticano II offre un nuovo frutto all’angosciante confusione che agita il mondo cattolico. Di qui l’appello a una cultura tradizionale capace di diventare coerente con l’impostazione guelfa, a suo tempo suggerita da Francisco Elias de Tejada.

domenica 22 giugno 2014

22 giugno - Santi Giovanni Fisher e.... Tommaso Moro

Oggi cade la memoria liturgica di S. John Fisher, cardinale, vescovo di Rochester, martirizzato sotto il perfido e sulfureo re inglese Enrico VIII per essersi opposto alle sue seconde nozze con Anna Bolena.
Assieme a lui la Chiesa, nel nuovo Martirologio promulgato sotto Giovanni Paolo II, annovera pure S. Thomas More, che lo stesso Pontefice aveva additato a patrono dei politici.
Nel calendario tradizionale, invece, la memoria di Thomas More cade il 6 luglio, giorno del suo natale, ovvero del suo martirio.
Alla figura di questi due Santi, di straordinaria attualità, si è particolarmente legati.
Per celebrarne il ricordo, posto alcuni spezzoni del film del 1966 "Un uomo per tutte le stagioni" (A Man for All Seasons) diretto da Fred Zinnemann, vincitore di sei Premi Oscar, tra cui quelli per il miglior film e il miglior regista, in cui il Santo politico è interpretato da un magistrale Paul Scofield (1922-2008).




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