Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 11 ottobre 2016

Come l’arte può condizionare la nostra fede e il nostro destino

Nella festa della Divina Maternità della B.V.M. rilanciamo questa recensione ad un saggio di don Ennio Innocenti.

Ambito veneto-cretese, Madre di Dio della Passione, 1550 circa, Bergamo

Ambito napoletano, Madonna della Purità con i SS. Anna e Gioacchino, XVII sec., Napoli


Madonna della Scala, XIX sec., Castellabate

Ambito italiano, Madre di Dio, 1920 circa, Rieti

Come l’arte può condizionare la nostra fede e il nostro destino

Un approfondito saggio curato da don Ennio Innocenti indica il corretto approccio (la “gnosi pura”) che l’uomo moderno deve avere nei confronti di manifestazioni e fenomeni come la musica e la pittura, la scultura e il cinema, il teatro e l’architettura, la fotografia e la moda.

di Luciano Garibaldi

Impossibile sottovalutare l’influenza dell’arte nella nostra vita, nel nostro destino. Non inferiore a quella della parola. Tutti ne siamo testimoni, anche se, il più delle volte, in maniera inconsapevole. Un quadro indimenticabile, una musica che torna a ripetersi nella nostra mente, la scena di un film che ci ha colpito profondamente. Un libro ci aiuta a comprendere che cosa dobbiamo all’arte e quanto dipendiamo dall’arte. Il titolo del libro è «La gnosi dei perfetti nell’arte e nell’estetica», il suo curatore è don Ennio Innocenti.
Don Ennio Innocenti, sacerdote romano, grande testimone della fede (indimenticabili le sue trasmissioni radiofoniche “Ascolta, si fa sera”), giunto alla vigilia del sessantesimo anno della sua ordinazione sacerdotale, ci fa dono di questo prezioso e ponderoso volume, che si aggiunge agli altri stampati, in edizione fuori commercio, dall’ente ecclesiastico da lui fondato, la “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis” (www.fraternitasaurigarum.it), con sede in Roma, via Capitan Bavastro 136.
Per la realizzazione di questo volume, don Innocenti si è avvalso della collaborazione di validissimi studiosi e specialisti della materia artistica, come Carlo Fabrizio Carli, Paolo Mariani, Osvaldo Lilliu, Marco Marrocchini, Ciro Lomonte, Pietro De Marco, Pier Paolo Ottonello, Mario Dal Bello, Giovanni Chiaramonte, Roberto Dal Bosco, Manuela Sain Colombo.
Ad ognuna delle forme in cui si realizza l’attività artistica, il libro dedica documentati e avvincenti capitoli nei quali Ennio Innocenti e i suoi collaboratori spiegano come dobbiamo interpretare, e che cosa possono donarci, la musica, l’architettura, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la fotografia e infine la moda. Di sicuro, dopo aver letto quest’opera, si sarà pienamente in grado di comprendere – e valutare – quanto un’opera d’arte possa influenzare la nostra formazione e la nostra coscienza.
Ma andiamo con ordine, seguendo il tragitto disegnato da don Innocenti. Innanzitutto: che cos’è un’ «opera d’arte»? E’ un evento, un’immagine, un suono capaci di suscitare sorpresa, ammirazione, piacevolezza e gioia. E qual’è la strada da seguire per poter valutare a fondo e con assoluta serietà e precisione un’opera d’arte? A questo punto entrano in gioco tre fattori: l’opera, l’artista che l’ha realizzata e l’osservatore che la sta giudicando. «Quando gli antichi», scrive l’autore, «definivano il bello come “quod visum placet”, per “visum” non intendevano solo gli occhi, ma tutti i sensi, e per “placet” non intendevano solo un gusto dei sensi, ma un giudizio spirituale che riguardava l’oggetto in tutte le sue relazioni percepite che suscitano un apprezzamento positivo, amoroso».
Fondamentale è, poi, il collegamento dell’opera d’arte con la fede nel trascendente. «Non solo i mistici penetrano il senso dei misteri divini, ma anche i sinceri credenti comuni, e, in misura privilegiata, gli artisti». Non per nulla Benedetto XVI scriverà, nell’introduzione al “Compendio del catechismo della Chiesa Cattolica”, che «l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di trasmissione del messaggio evangelico». E aggiungerà: «Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore della bellezza».
Per avere un’idea della profondità del saggio di Ennio Innocenti, scegliamo, tra le otto arti esaminate dal teologo romano, due particolarmente significative per la loro collocazione temporale: la musica (che non conosce confini), e la moda, tipica manifestazione dell’età contemporanea.

LA MUSICA

«Mia madre ha cantato nel coro dell’Opera della mia città natale e, negli anni scolastici delle elementari, mi portava a teatro entusiasmandomi ai drammi verdiani e pucciniani», scrive Ennio Innocenti. E aggiunge: «Più tardi venne la cotta per Wagner, e poi per Mozart e per Bach…». Queste parole aiutano ad comprendere quanto profondo sia l’autentico trattato storico-estetico che l’Autore dedica alla musica.
In particolare, Ennio Innocenti esamina accuratamente i rapporti tra la musica e la fede, le ispirazioni religiose dei grandi musicisti (da Bach a Pergolesi, da Mozart a Monteverdi a Wagner). Per avere un’idea del livello culturale-estetico dell’opera di Ennio Innocenti, basta leggere questo breve ma intenso giudizio su uno dei più grandi musicisti dell’era moderna:
«Quanto a Mozart, cattolico (anche se non praticante, e succube della polemica illuminista), gli va riconosciuta una meravigliosa disponibilità all’armonia, e per questa via egli trova spontaneamente l’accordo con la liturgia. Quel che si dice di lui, della sua felicità di vivere, rende ragione anche della sua possibile, spontanea armonia con Dio. Questa felicità di vivere fa supporre un desiderio dell’Infinito che è in se stesso religioso, e questo spiega certi culmini religiosi di varie sue musiche. [….] Dopo Mozart, nonostante la fede cattolica di tanti illustri musicisti, possiamo dire che la liturgia cattolica, anche quando ritrova il gregoriano, non sa più esprimersi con una propria estetica musicale armonica con la cultura e l’estetica del mondo contemporaneo. Occorre che la musica ritrovi le vie della mistica autentica, ossia della gnosi pura».

LA MODA

Tutto da leggere il capitolo dedicato alla moda, un fenomeno che più che all’arte vera e propria è collegato all’estetica, in quanto strettamente legato alla figura umana. In queste pagine, don Ennio Innocenti e il suo valido collaboratore Roberto Dal Bosco denunciano senza mezzi termini la perversione che, nelle ultime generazioni, si è impadronita di questo importante settore produttivo. Nella premessa al capitolo, don Innocenti sottolinea l’importanza avuta, nei secoli, dal confezionamento di abiti adatti alle varie funzioni della specie umana. Ad esempio, per secoli la moda femminile ha avuto come obiettivo il sottolineare il ruolo materno della donna e «gli aspetti della sua speciale attrazione erotica». «Più volte», scrive don Innocenti, «è accaduto che dalle botteghe artigiane siano usciti dei veri, grandi artisti che hanno esaltato l’autentico umanesimo». Poi, di colpo (e questo soprattutto negli ultimi cinquant’anni), lo snaturamento della moda, la distruzione della femminilità, e ciò in singolare coincidenza con l’avvento di quella che Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Evangelium Vitae” (25 marzo 1995), definì «Mortis cultura», cultura della morte. Si riferiva, San Karol Wojtyla, a tutto quell’apparato sociale, culturale e politico che sta distruggendo la dignità della vita umana con la diffusione su sempre più larga scala di aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, eutanasia.
Vediamo dunque come la “necrocultura” (come la definisce Dal Bosco) sta manipolando e pervertendo la moda. Essa prosegue senza requie nella sua guerra contro la donna, la sua immagine e la sua carne. «Un tempo», scrive Dal Bosco, «quando si chiamavano mannequins, le modelle erano donne di ammaliante bellezza, qualsiasi cosa le mettessero addosso. Ma da quando il mondo omosessuale ha preso il potere nella stanza dei bottoni, le belle donne sono sparite dalle passerelle, sostituite da ragazze giovanissime, altissime, prive di forme, in tutto e per tutto androgine. Ogni curva è eliminata, ogni dolcezza annichilita in silhouette che ricordano, più che delle femmine, le sculture filiformi di Alberto Giacometti». Nel mondo della moda dilaga l’anoressia. Basta sfogliare le pagine dei grandi giornali dedicate alle sfilate di  moda per rendersene conto. E la donna ultramagra è icona della non fecondità, dell’astio per la madre, generatrice della vita. Negli ultimi anni, poi, si stanno espandendo le “modelle-maschio”, ovvero giovanissimi modelli  che sfilano sia per la moda maschile sia – en travesti – per quella femminile. Classiche le copertine di “Vogue” dedicate al modello bosniaco Andrej Pejic, classe 1991. «Pejic», scrive Dal Bosco, «ha solo aperto la porta. Ora, su tutte le passerelle, è un fiorire di transessuali».
Amara la conclusione di questa documentatissima denuncia: lo scopo finale è quello di rendere totalmente artificiale la riproduzione umana, scopo perseguito principalmente con la normalizzazione delle coppie omosessuali, improvvisamente esplosa presso i legislatori di tutti i Paesi occidentali. Infatti, se una coppia sodomitica è legittima per lo Stato, è legittima anche la sua aspirazione alla prole, ottenibile solo con la fecondazione in vitro, l’utero in affitto e, tra non molto, l’utero artificiale: capovolgimento totale del dominio dell’uomo sulla tecnica, i cui manovratori diventano così i veri padroni della specie umana.
Queste brevi sintesi dei capitoli che Ennio Innocenti dedica alla musica e alla moda rendono un’idea di quanto siano avvincenti e approfonditi anche i capitoli dedicati alle altre grandi espressioni dell’arte: dall’architettura alla pittura, dalla scultura al teatro, dal cinema alla fotografia.

venerdì 1 luglio 2016

Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di don Alfredo Morselli

Torniamo sul tema dell’esortazione Amoris laetitia: un documento che pone seri problemi, presentando delle criticità sia laddove preso nel suo complesso sia nelle sue singole parti.
Tra l’altro curiosamente sinora ci si è soffermati quasi esclusivamente, nei commenti, sul cap. VIII dell’esortazione – quello afferente l’accesso alla Comunione dei c.d. divorziati  risposati – ma esso è seriamente problematico anche altrove.
A titolo esemplificativo valga questa “pillola”, tratta dal § 149 di AL:
«Alcune correnti spirituali insistono sull’eliminare il desiderio per liberarsi dal dolore. Ma noi crediamo che Dio ama la gioia dell’essere umano, che Egli ha creato tutto “perché possiamo goderne” (1 Tm 6,17). Lasciamo sgorgare la gioia di fronte alla sua tenerezza quando ci propone: “Figlio, trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice” (Sir 14,11.14). Anche una coppia di coniugi risponde alla volontà di Dio seguendo questo invito biblico: “Nel giorno lieto sta’ allegro” (Qo 7,14). La questione è avere la libertà per accettare che il piacere trovi altre forme di espressione nei diversi momenti della vita, secondo le necessità del reciproco amore. In tal senso, si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive. Tale ampliamento della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio, bensì la sua dilatazione e il suo perfezionamento».
Il paragrafo è inserito nella parte relativa all’«Amore appassionato» e segnatamente nella sezione «Dio ama la gioia dei suoi figli», immediatamente prima di quella concernente «La dimensione erotica dell’amore». Dunque, il tema considerato dal § 149 attiene propriamente alla dimensione di piacere del rapporto di coniugale.
Tuttavia, nel discorso si vede emergere una categoria insolita per la teologia cattolica, vale a dire quella dell’«allargamento della coscienza»; una categoria poco comprensibile nell’ottica del Cristianesimo, ma che trova la sua collocazione perfetta all’interno delle filosofie indù ed in quelle di stampo New Age (salvo il supporre malignamente che qui si sia voluto far riferimento al pensiero di Jung o a personaggi come Jim Morrison dei Doors, che era notoriamente “maestro” nella pratica dell’«allargamento della coscienza»). Sta di fatto che nel menzionato paragrafo si accolgono di fatto queste pratiche, legate al tantra o al kama-sutra o al taoismo, il cui fondamento ultimo non è nella fede cristiana bensì nella Gnosi e nella tradizione esoterica orientale. L’aspetto drammatico, e per certi versi paradossale, è che vengano suggerite da un lato – alle coppie cristiane – tali pratiche per uscire quasi dalla “noia della quotidianità” o, come si legge nel testo, per “non rimanere prigionieri in un’esperienza limitata” («… si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive …») e, dall’altro, tali pratiche volte all’ampiamento della coscienza sarebbero quasi perfezionamento e coronamento dello stesso piacere di coppia («tale ampliamento della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio, bensì la sua dilatazione e il suo perfezionamento»).
Affermazioni che, prese nel loro significato, destano non pochi interrogativi circa la loro compatibilità con il depositum fidei.
Accogliamo volentieri perciò le osservazioni di don Morselli, il quale esorta al ritiro del documento.
Nella festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. Cristo e nell’Ottava della Natività del Battista rilanciamo volentieri questo contributo.

Anonimo fiammingo, Fons vitae, 1515-17,  Museu da Misericórdia do Porto, Porto

Jean Bellegambe, Trittico del Bagno mistico, XV sec., Palais des Beaux-Arts de Lille, Lille

Cristo eucaristico nella coppa di salvezza



Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di don Alfredo Morselli

di Emmanuele Barbieri

Mentre si moltiplicano le dichiarazioni sconcertanti di papa Francesco, si vanno moltiplicando le analisi critiche dei suoi principali documenti. Tra gli studi più seri e interessanti, va segnalato quello di don Alfredo M. Morselli, un dotto e pio sacerdote bolognese che sarebbe improprio catalogare come “tradizionalista”.
Il 29 settembre 2015 don Morselli firmò con l’abbé Claude Barth e mons. Antonio Livi, una serrata critica dell’Instrumentum Laboris predisposto per la XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351141). Successivamente è intervenuto con delle accurate Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, apparse nel mese di maggio sul blogMessainlatino (http://blog.messainlatino.it/2016/05/osservazioni-su-alcuni-punti_43.html).
Dopo un’ampia introduzione, in cui espone l’attuale  stato di dubbio e di disorientamento dei fedeli, don Morselli ribadisce una serie di verità irrinunciabili, proposte a credere in modo definitivo dal Magistero della Chiesa.
La prima e la più importante è che esistono atti intrinsecamente cattivi che nessuna circostanza e nessuna situazione possono rendere buoni, e che quindi, se compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso, sono sempre peccato grave. Su questo assioma si fonda l’oggettività della legge naturale e morale.
Papa Francesco afferma, al § 304 di Amoris laetitia, che «è vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari». Alla luce dei testi tomistici citati dallo stesso Pontefice, don Morselli dimostra che, se è vero che dai princípi della morale non si possono dedurre a priori tutte le valutazioni di ogni minima situazione particolari, è pur vero che gli stessi princípi consentono di valutare in ogni caso come intrinsecamente cattive determinate azioni, quali l’adulterio e la fornicazione: chi compie questi atti con piena avvertenza e deliberato consenso pecca mortalmente.
Nel § 301 di Amoris Laetitia si afferma che  «un soggetto… si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa». Don Morselli ribatte che «un soggetto… non potrà mai trovarsi in condizioni concrete che lo obblighino a prendere decisioni senza una nuova colpa; la via di uscita c’è: è una via divina però, non una soluzione umana che, ammettendo ai sacramenti dei vivi chi è in stato di peccato, distrugge contemporaneamente la dottrina cattolica del matrimonio, dell’Eucarestia, della confessione e i fondamenti della morale naturale e cristiana». L’uomo, infatti, non può essere né tentato sopra le proprie forze, né essere lasciato in una situazione dove non abbia altra scelta che peccare.
Don Morselli affronta quindi la questione centrale: un cattolico che sceglie di convivere more uxorio, senza che tale convivenza sia stata benedetta dal sacramento del matrimonio, può ricevere validamente l’assoluzione sacramentale? La risposta è negativa, per fede divina e cattolica. La Chiesa ha sempre proposto a credere che non si può ricevere l’Eucarestia in stato di peccato mortale; di conseguenza, chi convive con una persona che non sia il proprio legittimo coniuge, vivendo in stato di peccato mortale, non può accostarsi all’Eucarestia. Infatti come dice il Catechismo della Chiesa cattolica (§ 1650): «Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione».
Difficilmente accettabile è anche l’affermazione contenuta nel § 301 di Amoris laetitia, secondo cui «…non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante». Le persone che vivono nelle situazioni difficili o irregolari – a meno che non si astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in stato di peccato. Di conseguenza, l’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione di Amoris laetitia presa in esame è: le persone in situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono come fratello e sorella.
«Posto dunque che 1) la fornicazione e l’adulterio sono sempre peccati mortali, 2) che le circostanze non ne possono attenuare la malizia, 3) che non manca mai l’aiuto di Dio per non peccare, 4) che non esiste una situazione in cui non ci sia altra possibilità che peccare, 5) che non si ammette ignoranza in materia (o, se ci fosse, va immediatamente rimossa), possiamo concludere – scrive don Morselli – che le persone che vivono nelle situazioni difficili o irregolari – a meno che non si astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in stato di peccato».
L’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione di Amoris laetitia presa in esame è che le persone in situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono come fratello e sorella, ma non sembra questo  il senso del documento.
Sul piano pastorale, non è possibile assolvere chi non ha il vero e fermo proposito di emendarsi, né  è lecito ammettere alla recezione della SS.ma Eucarestia chiunque si trovi in stato di peccato mortale. Il desiderio della grazia sacramentale, l’impossibilità di interrompere la convivenza a motivo dei figli o di altri gravi fattori, l’affetto consolidatosi nel tempo, la fedeltà reciproca dei conviventi, il matrimonio civile già celebrato, l’impossibilità di ricevere la dichiarazione di nullità del precedente matrimonio rato e consumato, la convinzione soggettiva che il precedente matrimonio sacramentale fosse invalido, conclude l’autore dello studio, «non sono circostanze che rendano legittima e valida l’assoluzione sacramentale».
Di conseguenza, il sacerdote che negasse l’assoluzione sacramentale ai conviventi more uxorio, nonostante l’insistenza del penitente, e il dolore di quest’ultimo per l’assoluzione negata, non può in alcun modo esser considerato come un “duro di cuore” e, perciò, rimproverato per la sua mancanza di misericordia e, magari, punito dal suo Ordinario. Al contrario, il sacerdote che, commosso per la sofferenza del penitente, o per altri motivi, concedesse l’assoluzione, compie un atto sacrilego, e perciò è meritevole di rimprovero e, di  provvedimenti correttivi, da parte del suo Vescovo.
Le affermazioni di don Morselli sono ampiamente argomentate e si fondano sui testi di san Tommaso d’Aquino, sulla enciclica Veritatis Splendor e altri documenti di Giovanni Paolo II, sui Catechismi della Chiesa cattolica  e sui più sicuri moralisti. La sua analisi costituisce un’eccellente antidoto alla “morale della situazione” condannata da Pio XII e Giovanni Paolo II e oggi riemergente, dietro la maschera della “misericordia divina”.
«La morale oggettiva, che dichiara la realtà del peccato, non occultandolo nella situazione e nelle circostanze, ne rende possibile l’accusa e quindi ne rende possibile il perdono», osserva don Morselli, è la vera «mano tesa della misericordia divina». L’etica della situazione «è invece la negazione della misericordia, perché, con falsa compassione, lascia l’uomo nel pantano del suo peccato; la nuova morale non ha niente da farsi perdonare; anzi, nasconde a Dio proprio ciò che Dio vuole perdonare».
Le Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia del sacerdote bolognese costituiscono un atto coraggioso e coerente che sembra suonare come una risposta all’appello del filosofo tedesco Robert Spaemann: «Ogni singolo cardinale, ma anche ogni vescovo e sacerdote è chiamato a difendere nel proprio ambito di competenza l’ordinamento sacramentale cattolico e a professarlo pubblicamente».