sabato 5 gennaio 2013

La desacralizzazione del sacro secondo Galimberti… e noialtri


di Vito Abbruzzi

Dopo poco più di dieci anni dalla pubblicazione di Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro (ed. Feltrinelli, Milano 2000), Umberto Galimberti è ritornato sul tema pubblicando nel 2012, sempre con Feltrinelli, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto
In questa sua ultima impresa letteraria il noto professore della Università “Ca’ Foscari” di Venezia mira a definire compiutamente la propria visione del Cristianesimo, a cui riconosce il merito di aver dato vita e forma all’Occidente, ma che a questo Occidente avrebbe anche strappato il cuore autenticamente religioso.

Il Cristianesimo è per l’agnostico Galimberti la religione dal cielo vuoto, la religione che ha desacralizzato il sacro, perché, “occupandosi a pieno titolo del mondo” si sarebbe trasformato in “evento diurno”. Producendosi in discorsi che ogni società civile può fare tranquillamente da sé, il cristianesimo – a suo giudizio – avrebbe lasciato “la gestione della notte indifferenziata del sacro o alla solitudine dei singoli che cercano rimedi in farmacia, o alla follia dei gruppi”. E qui una dura critica verso tutte quelle “nuove fedi” (non escluse quelle di matrice cattolica), che, in maniera assai deformata e pericolosa, “rispondono alla domanda di tutela di quanti non sono in grado di gestire le situazioni-limite dell’esistenza” (vedi ivi, pp. 25-36).

Galimberti non esita a definire le nuove fedi di cui parla, vere e proprie “sette tragiche”, le quali, “nei loro discorsi, nelle loro preghiere, nella follia dei loro gesti”, riprenderebbero proprio “i temi cristiani della remissione dei peccati, della salvezza, della grazia, della morte e della resurrezione” (ivi, p. 30).

Come replicare a questa autorevole e ineccepibile disamina del professore? 
A noi fa piacere che non solo Galimberti, ma anche altri pensatori non credenti come lui e prima di lui abbiano denunciato quella che egli chiama “desacralizzazione del sacro”. Penso, ad esempio, al profetico Erich Fromm, che già nel lontano 1956, ne L’arte d’amare, non senza una certa preoccupazione, ebbe il coraggio di dichiarare: « La disintegrazione dell’amore per Dio ha raggiunto le stesse proporzioni della disintegrazione dell’amore per l’uomo. Questo fatto è un clamoroso contrasto con la teoria di una rinascita religiosa nell'epoca attuale. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. […] Senza il processo di evoluzione della vita secondo i principi di Dio, siamo più vicini a una tribù idolatrica primitiva che alla civiltà religiosa del Medioevo » (ivi, pp. 101-102).

Il prof. Abbruzzi interviene al convegno presso l'Università
di Bari, alla presenza del Card. Raymond Leo Burke
È esattamente quanto la nostra Scuola Ecclesia Mater sostiene, avendo fatto pubblicare nel 2012, per i tipi della Lindau, La danza vuota intorno al vitello d’oro: un libro che raccoglie gli atti del convegno dal titolo “Liturgie secolarizzate e diritto”, tenutosi presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari il 25 marzo 2011 e presieduto dal cardinal Burke: un convinto propugnatore della legittimità e dell’opportunità della compresenza della Messa nella Forma extraordinaria e nella forma riformata da Papa Montini o Forma ordinaria. A pagina 7 leggiamo testualmente: « Proprio con riferimento all’episodio del vitello d’oro di Aronne, è il Papa [Benedetto XVI] che pone in luce questa “tentazione costante nel cammino della fede”, eludere cioè il profondo mistero di Dio, “costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti”; si riprende in definitiva il tema della danza intorno al vitello […] d’oro, di un “gioco vuoto” che cerca se stesso, il quale diventa così “una sorta di banale autosoddisfacimento”, che cade facilmente nell’idolatria ».
Questa citazione serva a far capire al professor Galimberti che certi temi a lui cari stanno massimamente a cuore pure a noi e che non c’è bisogno, come egli ha fatto, di andare a scomodare Pierangelo Sequeri, dedicandogli un paragrafo alle pagine 323-324 del suo ultimo libro, visto che il monsignore, che ha fama di essere “teologo, scrittore e musicista” (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Pierangelo_Sequeri), è uno di quegli autori che, in virtù delle sue “canzoni di ispirazione sentimentale-religiosa che ha composto e che sono molto spesso eseguite durante le messe (tra le raccolte più note si ricordano Symbolum ’77 - Tu sei la mia vita, Symbolum ’78 - E sono solo un uomo, Symbolum ’80 - Oltre la memoria)” (vedi ivi), ha contribuito proprio alla tanto deprecata “desacralizzazione del sacro”. In che modo? Facendo parlare l’uomo; mettendolo al centro dell’universo; rendendolo protagonista principale nel dialogo con Dio. E dando così ragione a Fromm quando, sempre ne L’arte d’amare, polemicamente spiega che lo sforzo maggiore dell’uomo moderno è “cercare di aver un senso dell’‘io’; io, me stesso, come il centro dei miei poteri, come il creatore del mio mondo” (ivi, p. 111). 

La polemica frommiana non si ferma qui, ma va più a fondo, quando afferma: « Il concetto idolatrico di Dio è evidente. La gente è dominata dall’ansia. Senza fede né principi, e si trova senza uno scopo tranne quello di andare avanti; di conseguenza continua a restare infantile, a sperare che il padre e la madre continuino a venire in suo aiuto, quando l’aiuto è necessario. È vero che nelle civiltà religiose, come quella del Medioevo, l’uomo guardava a Dio come a una madre e a un padre pietoso. Ma nello stesso tempo prendeva Dio sul serio: lo scopo principale della sua vita era di vivere secondo i principi di Dio, di fare della “eterna salvezza” lo scopo supremo al quale erano subordinate tutte le altre attività. Oggi niente di questo sforzo è presente. La vita quotidiana è nettamente separata da ogni valore religioso. È dedicata allo sforzo di procurarsi le cose materiali e il successo personale. I principi sui quali si basano i nostri sforzi sono quelli dell’indifferenza e dell’egotismo (il primo spesso camuffato come “individualismo” o “iniziativa individuale”). L’uomo di una civiltà veramente religiosa può essere paragonato ai bambini di otto anni, che hanno bisogno della madre come un aiuto, ma che cominciano subito ad adottare gli insegnamenti e i principi. L’uomo contemporaneo è piuttosto come un bambino di tre anni, che piange quando ha bisogno del padre, ma è completamente autosufficiente quando può giocare » (ivi, pp. 101-102).
Una rinascita del sacro, perciò, è possibile ed è auspicabile se si rimette Dio al centro, anche e soprattutto nelle funzioni religiose, da cui Egli è stato prima detronizzato e poi sfrattato; messo in un angolo o in un cantuccio seminascosto persino nelle nostre superbe chiese antiche: veri e propri capolavori d’arte che, per il loro essere primariamente “monumento nazionale”, “patrimonio dell’umanità”, ecc., oramai sono considerati anche luogo di culto.
Ribadire, dunque, “i diritti di Dio” (tanto per citare il titolo del libro di Daniele Nigro, pubblicato nel 2012 da Sugarco) nella liturgia cattolica è il vero antidoto contro la desacralizzazione del sacro! Solo così si può rimarginare quella piaga – oramai in cancrena – tristemente nota come “creatività”, che, secondo il giudizio autorevole di Benedetto XVI, è stata causa delle non poche “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile” (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”).
È su queste basi che noi della Ecclesia Mater, in quanto Scuola, ci stiamo con tutte le forze adoperando per la risacralizzazione del sacro, pronti a dare al professor Galimberti – e a tutti quelli come lui mossi da buone intenzioni – tutto il proprio apporto scientifico in campo teologico-liturgico, fermamente fiduciosi che tempora bona veniant.

1 commento:

  1. Antonio Peschechera da Barlettadomenica 6 gennaio 2013 10:55:00 CET

    Grazie per la notizia e per il commento che ne segue: finalmente un po' di parlar chiaro, molto chiaro!

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