Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l’insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τὴν ὄντως Θεοτόκον (“veramente la Deipara”).


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τὴν τιμιωτέραν τῶν Χερουβὶμ καὶ ἐνδοξοτέραν ἀσυγκρίτως τῶν Σεραφίμ, τὴν ἀδιαφθόρως Θεὸν Λόγον τεκοῦσαν, τὴν ὄντως Θεοτόκον Σὲ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
“Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

lunedì 9 maggio 2016

“Scripsit autem multa, et solúta oratióne et vérsibus, mirábili pietáte et eloquéntia; quibus doctórum hóminum sanctorúmque judício id assecútus est, ut nihil in illis, nisi ex veræ pietátis et cathólicæ religiónis régula, reperiátur, nemo quidquam jure vocáre possit in dúbium. Consubstantialitátis Fílii fuit acérrimus propugnátor. Ut autem vitæ laude nemo ei præpósitus est; sic et oratiónis gravitáte omnes fácile superávit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI GREGORII NAZIANZENI (THEOLOGI) EPISCOPI CONFESSORIS ET ECCLESIAE DOCTORIS

Gregorio il Teologo (Ο Άγιος Γρηγόριος ο Θεολόγος), come lo chiamano i Greci a causa dell’eccellenza del suo genio, aveva un’anima dolce ed una natura eminentemente poetica; all’umiltà ed all’amore della pace sacrificò la sede stessa di Costantinopoli per ritirarsi in campagna e condurvi una vita da monaco. La sua festa non fu introdotta nel calendario prima del 1505, quando gli studi degli umanisti e la cultura greca del Rinascimento fecero meglio apprezzare i suoi meriti. San Pio V ne fece una festa doppia nel 1568.
La messa è interamente dal Comune dei Dottori, con l’Epistola Justus (come l’11 aprile), che si adatta meglio al carattere mistico del Santo.
Se, in effetti, lottando e soffrendo con un’energica costanza giunse, nel giro di alcuni anni, a riportare la città di Costantinopoli alla fede di Nicea, questo fu interamente l’opera del suo zelo davvero divino, poiché, per natura, Gregorio era l’uomo che aveva il maggior orrore delle posizioni difficili e delle lotte. Egli lo dimostrò bene quando, creato contro la sua volontà vescovo di Sasima da san Basilio, non seppe adattarsi a questo difficile incarico e, dopo qualche tempo, ritornò nella sua patria. La passione di Gregorio era la vita contemplativa e la disciplina monastica, alla quale egli restò fermamente legato sino alla fine dei suoi giorni (+ 389 o 390).
Per far conoscere il genere di genio di san Gregorio di Nazianzio, ecco come egli descrive la sua biografia:

EPITAPHION (Carm. XXX)

CVR • CARNEIS • LAQVEIS • TV • ME • PATER • IMPLICVISTI?
CVR • SVBSVM • VITAE • HVIC • QVAE • MIHI • BELLA • MOVET
DIVINO • PATRE • SVM • GENITVS • SANCTAQVE • PARENTE
HAEC • MIHI • LVX • VITAE • NAMQVE • PRECANTE • DATA • EST
ORAVIT • SVMMOQVE • DEO • ME • VOVIT • ET • ORTVS
EST • MIHI • PER • SOMNVM • VIRGINITATIS • AMOR
ISTA • QVIDEM • CHRISTI • POST • AT • SVBIERE • PROCELLAE
RAPTA • MIHI • BONA • SVNT • FRACTA - DOLORE • CARO
PASTORES • SENSI • QVALES • VIX • CREDERET • VLLVS
ORBATVSQUE • ABII • PROLE • MALISQVE • GRAVIS
GREGORII • HAEC • VITA • EST • AT • CHRISTI • POSTERA • CVRAE
QVI • VITAE - DATOR • EST • EXPRIMAT • ISTA • LAPIS

Perché, o divino Padre, mi trovo avvolto nei laghi della carne?
Perché sono costretto a sopportare questa vita che fa guerra al mio spirito?
Nacqui da un padre che fu tuttavia un santo vescovo, e virtuosa fu anche mia madre, alle preghiere della quale venni al mondo. Questa mi dedicò subito a Dio, e, in una visione notturna, l’amore della verginità mi fu ispirato. Fin qui tutto fu dono del Cristo.
Sopraggiunsero poi le lotte, fui privato dei miei beni, ed il dolore ruppe il mio corpo.
Ebbi a conoscere tali pastori che si non potrebbero immaginarne altri; ma partii [da Costantinopoli], privato dei miei figli, e prostrato dalla pena.
Tale è stata finora la vita di Gregorio.
Dell’avvenire, che il Cristo, che dà la vita, si prenda cura. A questa pietra di esprimere queste cose.

Si dice che un antico oratorio, presso il monastero di santa Maria in Campo Marzio, era consacrato, a Roma, alla memoria di san Gregorio di Nazianzio. Ben più, la tradizione locale delle monache benedettine vorrebbe che alcune basiliane, venendo da Costantinopoli a Roma al tempo del papa Zaccaria, avessero portato con loro e deposto in questo luogo il corpo del santo dottore a cui avrebbero per questa ragione dedicato l’oratorio (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 334). Quest’asserzione non è tuttavia molto accettabile, poiché, nella biografia di Leone III, il Liber Pontificalis fa menzione di alcuni doni offerti in oratorio sancti Gregorii quod ponitur in Campo Martis (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, Paris 1892, tomo 2, p. 25. Cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 335; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 260); noi sappiamo d’altro canto che le reliquie di san Gregorio di Nazianzio furono trasferite dalla Cappadocia alla basilica degli Apostoli a Costantinopoli soltanto verso la metà del X sec., allorché le monache si erano stabilite nell’antico Campo di Marte a Roma già da almeno due secoli.
Dopo il 1870 la chiesa fu sconsacrata e il monastero di Santa Maria in Campo Marzio – annesso alla chiesa ed il cui nome deriva dalla vicina chiesa di Santa Maria della Concezione in Campo Marzio - fu adibito ad archivi; l’intero complesso fu in seguito acquistato dalla Camera dei deputati, la quale fece restaurare la chiesa, tra il 1977 e il 1987, riaprendola al culto, come cappella dei deputati. Durante i restauri fu riportato alla luce un ambiente identificato come l’unica parte superstite del primitivo oratorio.
Il corpo del Santo, l’11 giugno 1580, dall’antico oratorio dove erano state deposte, sarebbe stato traslato in San Pietro, da cui, nel 2004, per volontà di Giovanni Paolo II, furono in gran parte consegnate alla chiesa scismatica orientale di Costantinopoli (alla cui base vi sarebbe la leggenda, tutt’altro che acclarata nelle fonti, che le reliquie del Santo sarebbero giunte da Costantinopoli a seguito del celebre sacco del 1204).


Icona dei Santi Teologi Giovanni evangelista, Gregorio il Teologo e Simeone il Nuovo teologo, XX sec.

S. Gregorio il Teologo, XV sec., chiesa di San Salvatore, Chora

Andrej Rublëv, S. Gregorio il Teologo, 1408 circa, Galleria Tret'jakov, Mosca


Domenichino, S. Gregorio di Nazianzio, 1609-12, Cappella dei Santi Fondatori, Abbazia di Santa Maria, Grottaferrata

Francesco Bartolozzi, S. Gregorio Nazianzeno, XVIII-XIX sec.

Antonio Cifrondi, S. Gregorio di Nazianzio, 1705 circa, chiesa parrocchiale, Sant'Antonio d'Adda - Caprino Bergamasco

Alexey Tarasovich Markov, S. Gregorio il Teologo, 1849, Museo di Stato russo, san Pietroburgo


S. Gregorio di Nazianzio, XVIII sec., Chiesa di San Nicola in Malá Strana, Praga

Altare dov'erano collocate la maggior parte delle reliquie di S. Gregorio di Nazianzio prima del 2004, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Reliquiari dei SS. Giovanni Crisostomo e Gregorio di Nazianzio dal 2004, Chiesa di S. Giorgio, Fanar, Instabul


Reliquia della mano incorrotta di S. Gregorio di Nazianzio

mercoledì 31 dicembre 2014

“Hoc Pontífice hábitum est Concílium Nicænum primum, ubi … sancta et cathólica fides explicáta est, Arío ejúsdem sectatóribus condemnátis …” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI SILVESTRI I PAPÆ ET CONFESSORIS

Oggi la Stazione si radunava sulla via Salaria, nella basilica di San Silvestro sul cimitero di Priscilla, ove, secondo la Depositio Episcoporum del 354, il grande Pontefice dei trionfi e della pace della Chiesa riposava accanto ai martiri Felice e Filippo, del gruppo dei figli di santa Felicita, ed a poca distanza dal papa Marcello e dal martire Crescenzione.
San Gregorio Magno vi pronunciò una delle sue quaranta omelie nel suo giorno natalizio (San Gregorio Magno, Homilia IX, in Id., XL Homiliarum in Evangelia libri duo, in PL 76, col. 1105B-1109C, in cui commentò al popolo il passo di Mt 25, 14-30); di più, durante molti secoli, questo luogo fu la meta di pii pellegrini che visitavano i luoghi santi di Roma.
San Silvestro fu uno dei primi santi a cui fu reso un culto pubblico, sebbene non fosse un martire, ma solamente confessor a Domino coronatus, a causa del suo esilio nelle caverne del monte Soratte, sebbene fosse stato anche accusato ingiustamente di apostasia e di sacrilegio durante le persecuzioni. Vi accenna sant’Agostino, il quale ricorda come i presbiteri Silvestro, Milziade e Marcello, sotto il papa Marcellino, fossero stati accusati – da parte degli eretici donatisti – di avere consegnato i libri sacri e di avere offerto incenso per aver salva la vita, scagionandoli, ritenendo l’accusa priva di prove (cfr. Sant’Agostino, De unico baptismo contra Petilianum. Ad Constantinum. Liber unus, cap. XVI, § 27, in PL 42, col. 610A). Vi si trova un’ulteriore menzione in una lettera del Sinodo romano del 378, sotto papa Damaso, inviata agli imperatori Graziano e Valentiniano: « ... Nam et Sylvester papa a sacrilegis accusatus, apud parentem vestrum Constantinum causam propriam prosecutus est ...» (Concilio Romano, Epistola Ad Gratianum et Valentinianum Imperatores, § 11, a. 378 o 381, in PL 13, col. 583A), con la quale missiva si riconosceva l’imperatore quale giudice supremo e solo competente a giudicare il vescovo di Roma.
Il titolo prope martyribus, unito alle sue straordinarie virtù personali, ed al fatto che inaugurò per la Chiesa un’era nuova di splendore e di prosperità, servì a circondare la fronte di Silvestro dell’aureola dei beati, in modo che il suo nome divenne celebre anche nel lontano Oriente.
Al merito di questo grande Papa va ascritta la conferma dell’ὁμοούσιος di Nicea, al cui concilio non poté parteciparvi – stando ad Eusebio – per la sua età avanzata («Aberat quidem regiæ urbis antistes ob senilem ætatem: sed præsto erant presbyteri qui vices ejus implerent»: Eusebio di Cesarea, De vita Beatissimi Imperatoris Constantini libri quatuor, lib. III, cap. 7, § 2, in PG 20, col. 1061B-1062B, ora in Id., Vita di Costantino, con introduzione, trad. e note di Laura Franco (a cura di), Milano 2009, pp. 254-255).
La leggenda non mancò di cogliere e sfruttare la personalità del grande Pontefice: fu così che egli divenne lo sterminatore di famosi draghi, che infestavano l’aria col loro soffio; simbolo strano, ma molto espressivo, della vittoria della Chiesa sull’idolatria pagana.
In particolar modo gli Acta Sancti Silvestri raccontano che il papa avrebbe ammansito, con l’invocazione alla Vergine, un feroce drago, che abitava una caverna sul Palatino nei pressi di un laghetto stagnante. Quest’animale, col suo alito pestifero, era in grado di uccidere tutti gli abitanti della zona e coloro che vi si trovavano a passare nelle vicinanze. Alla fine, papa Silvestro, che aveva già sconfitto una belva simile a Poggio Catino, si recò sul luogo armato solo di una croce. Alla vista della croce e con l’invocazione alla Vergine, il papa riuscì ad ammansirlo ed a legarlo, come un cagnolino, ad una corda (o filo della sua veste), portandolo al guinzaglio al cospetto dei fedeli, che lo uccisero. Trascinato il corpo al Foro romano, fino al tempio di Castore e Polluce, fu qui sepolto. Qui, nelle sue vicinanze, il nostro santo Pontefice fece erigere una chiesa dedicata a Santa Maria Liberatrice, o Sancta Maria libera nos a pœnis inferni, che, però, in realtà, risaliva al XIV sec. (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 527-529; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 339-340. L’Armellini ricorda come la leggenda abbia un senso storico preciso, attribuendosi a questo papa la cessazione del culto di Vesta e del dragone effigiato con lei: Armellini, op. cit., p. 527).
Il sacramentario di Verona offre una messa di san Silvestro alla fine di ottobre e dopo le messe per i defunti. Nelle orazioni si prega il Signore di accordargli la felicità eterna tra i santi pastori. Nel VII sec., l’evangeliario del 645 ed il sacramentario gregoriano contengono il formulario della sua festa al 31 dicembre. Segnato dallo sviluppo della Chiesa all’indomani della pace costantiniana, contemporaneo del Concilio di Nicea, il lungo episcopato di Silvestro (314-335) ha lasciato un ricordo profondo in Oriente. Anche i Bizanini, i Siriaci ed i Copti, lo celebrano il 2 gennaio come san Silvestro, papa di Roma (Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 331).
Roma cristiana ha dedicato molte chiese a san Silvestro. Tra le numerose, merita una menzione quella di San Silvestro de Capite o Kata Pauli o inter duos hortos, eretta da papa Paolo I (758-762) sul sito della sua propria dimora, che vi affiancò un monastero, ed originariamente dedicati ai Santi Stefano e Silvestro (Ibidem, pp. 296-299; Huelsen, op. cit., pp. 465-467). Un oratorio, inoltre, dedicato al nostro santo Papa, era stato fondato da papa Teodoro (642-649), all’interno del Patriarchium del Laterano e che fu demolito da Sisto V per la fabbrica del nuovo palazzo lateranense (Armellini, op. cit., p. 104; Huelsen, op. cit., p. 467). In quest’oratorio, la domenica delle Palme avveniva la distribuzione delle palme al popolo.
Un’ultima chiesa merita una menzione: quella dei Santi Silvestro e Martino ai Monti. Quest’edificio, fondato pare dallo stesso papa Silvestro su un suolo donato da un esponente della famiglia degli Equizi (da qui il nome di Titulus Equitii) (Armellini, op. cit., pp. 214-217; Huelsen, op. cit., pp. 382-383), è particolarmente importante in quanto in esso si tenne un’assise preparatoria del primo concilio di Nicea ovvero un sinodo contro gli eretici Ippolito, diacono, Callisto e Vittorino (o Vittorio di Aquitania) vescovo, nel 324 (o anche un decennio prima) (Cfr. Armellini, op. cit., p. 214). In questa chiesa era la stazione del giovedì della IV settimana di Quaresima.
Nel Medioevo, san Silvestro fu guardato come il rappresentante simbolico del Pontificato romano e glorioso capo della fila di una serie di Pontefici-re, che perpetuarono a Roma l’ideale monarchico universale, riva eterna dell’Urbs æterna. Si poteva quasi guardarlo come il fondatore della dinastia dei Papi-Sovrani: fu per questo che la sua memoria fu associata sin da subito alla famosa, ma apocrifa, donazione costantiniana ed alla prima costituzione dello Stato pontificio.
Durante lunghi secoli, la memoria di Silvestro rimase in grande onore, non solamente a Roma, ma ovunque. La sua festa fu considerata come di precetto, anche per questa ragione, essa coincide con l’ultimo giorno dell’anno civile ed oggi ancora incombe sui pastori d’anime l’obbligo di offrire il divino Sacrificio per il loro gregge in onore del santo Papa. Secondo gli Ordines Romani, il Papa interveniva alla messa di san Silvestro, la fronte cinta dalla tiara (nel catalogo di Pietro Mallio si ricordano tra le festività nelle quali il papa era coronato di tiara quella di san Silvestro: Pietro Mallio, Excerpta ex libro Petri Mallii canonici sancti Petri ad Alexandrum III, cap. XXVII, De festivitatibus, in quibus dominus papa coronabatur, in PL 78, col. 1057B), come nei giorni solenni, ed egli accordava la vacanza al concistoro («Quandoque tamen post Circumcisionem vocatur die cardinales ad consistorium, non ad negotiandum, sed ad revidendum, si placet domino papæ. ... In die Circumcisionis Domini non fit consistorium. ... Item in festo sancti Silvestri non fit consistorium»: Ordo Romanus XIV, § CI. In quibus diebus et solemnitalibus consueverunt Romani pontifices a consistoriis abstinere, ivi, col. 1226B, 1228B e 1231B).
Dal 1960, di questo Pontefice si fa solo una mera commemorazione durante l’Ottava di Natale.

Pomarancio, Papa Silvestro battezza Costantino, Battistero di San Giovanni in Laterano, Roma



Raffaello Sanzio, Battesimo di Costantino, 1520-24, Stanza di Constantino, Palazzi Pontifici, Vaticano


Raffaello Sanzio, La Donazione di Costantino, 1520-24, Stanza di Constantino, Palazzi Pontifici, Vaticano


Artista italiano sconosciuto, Donazione di Costantino, XIII sec., Chiesa dei Santi Quattro Coronati, Roma

Giovanni Lanfranco, S. Silvestro doma il drago, 1628

Sebastiano Conca, Battesimo di Costantino, 1709, Pinacoteca civica, Teramo

Giovanni Maria Viani, S. Silvestro papa, XVII sec., Museo diocesano, Bologna