![]() |
| José Antolinez, S. Giovannino bacia i piedi a Gesù Bambino, XVII sec., collezione privata |
Visualizzazione post con etichetta Decollazione di S. Giovanni Battista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Decollazione di S. Giovanni Battista. Mostra tutti i post
mercoledì 29 agosto 2018
domenica 2 luglio 2017
In pellegrinaggio nei luoghi di San Giovanni Battista (parte 2)
lunedì 29 agosto 2016
Non c’è Europa senza Cristo
Nella
festa della decollazione del Precursore San Giovanni Battista, rilanciamo
questo contributo di Matteo Matzuzzi.
| Daniele da Volterra, Decollazione del Battista, XVI sec., Galleria Sabauda, Torino |
![]() |
| Vicente Carducho, Decollazione del Battista, XVI-XVII sec., museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Ambito romano, Decollazione di S. Giovanni Battista, XVII sec., Rieti |
![]() |
| Scuola bolognese, Testa del Battista dopo la decapitazione, affissa ad una picca, XVII sec., collezione privata |
![]() |
| Mauro Picenardi (attrib.), Decollazione di S. Giovanni Battista, XVIII sec. |
![]() |
| Antonio Pellegrini, S. Marco evangelista con la testa del Battista, XVIII sec., Padova |
![]() |
| Giuseppe Menegon, Decapitazione del Battista, XVIII sec., Padova |
![]() |
| Francesco Lorenzi, Estasi di S. Giovanni Battista prima del martirio, 1755, Verona |
![]() |
| Agostino Ugolini, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1803 |
![]() |
| Giuseppe Diotti, Decapitazione del Battista, 1819, Bergamo |
![]() |
| Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1844, Viterbo |
![]() |
| Eduard Heinrich, S. Giovanni Battista condotto al martirio, 1858, Trieste |
![]() |
| Abramo Spinelli, Decapitazione del Battista, 1893, Bergamo |
![]() |
| Ponziano Loverini,Decollazione di S. Giovanni Battista, 1897, Basilica di S. Maria Assunta, Gandino |
![]() |
| Ambito romano, Decapitazione del Battista, XIX sec., Civita Castellana |
![]() |
| Achille Boschi, Decapitazione del Battista, XIX sec., Bologna |
![]() |
| Adolfo Mattielli, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1940-60, Verona |
![]() |
| Marco Antonio Poggio, Decollazione del Battista, XVII sec., Oratorio Mortis et Orationis, Sestri Ponente |
![]() |
| Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, XX sec., Fabriano |
![]() |
| Anton Maria Maragliano, Martirio di S. Giovanni Battista, detta anche Cassa di S. Giovanni, XVIII sec., Oratorio di S. Giovanni, Ovada |
Non c’è
Europa senza Cristo
L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri
fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non
avrà più nulla da significare”
di Matteo Matzuzzi
![]() |
| La facciata della Cattedrale di Rouen |
L’Europa, in fin dei conti, ha iniziato a crollare
definitivamente nei primi anni Duemila, quando il presidente della Convenzione
europea, l’organismo incaricato di studiare una Costituzione per l’Unione,
Valéry Giscard d’Estaing, rifiutò di aprire una lettera che Giovanni Paolo II
gli aveva fatto recapitare. Un messaggio in cui il vecchio Papa polacco
implorava quantomeno di considerare l’inserimento d’un riferimento alle radici
giudaico-cristiane del continente nel testo poi abortito. “E’ bene che la tenga
in tasca e non me la consegni”, avrebbe detto Giscard al latore della missiva
secondo quando ebbe a dire monsignor Rino Fisichella, citando fonti fidate.
Quel gesto dell’ex capo dello stato francese non era un semplice barcamenarsi
tra gli opposti interessi e il mantra laicista tanto in voga a Bruxelles, che
si cullava nella convinzione che il multiculturalismo e l’applicazione di
ricette tutte concordi nel ricacciare la religione a fatto privato – quasi
fosse l’iscrizione a un club di caccia – avrebbero portato in terra il regno
della pace perpetua. Rifiutare quella lettera significava rimuovere le
fondamenta stesse del progetto comunitario, che aveva nel fatto cristiano il
suo pilastro fondamentale. Questa, almeno, era l’Europa immaginata da Robert
Schuman, uno dei suoi padri fondatori il cui nome tanto campeggia sulle
facciate dei palazzi e cui tante vie e piazze sono dedicate nel cuore politico
dell’Unione. L’Europa che “o sarà cristiana o non sarà”, frase poi ripresa
decenni più tardi proprio da Giovanni Paolo II.
Schuman aveva pensato un’Europa fondata non tanto e solo
sul collante economico, bensì sul comune terreno culturale, che a suo giudizio
non poteva fare a meno del portato valoriale incarnato dal cristianesimo.
“Tutti i paesi europei sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima
dell’Europa che occorre ridarle”, disse, quando ancora le chiese erano popolate
e a nessuno veniva in mente di proporre la rimozione della croce dallo
stendardo di Tolosa perché offensiva nei confronti dei fedeli di altre
religioni (o culti, come più sobriamente si dice oltralpe). L’Europa delle
cattedrali (definizione sempre di Schuman) come emblema caratterizzante di quel
che avrebbe dovuto essere, insomma. Ma la visione dello statista francese – al
pari di quella di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – era laica: niente a che
vedere con rivendicazioni confessionali o con intenzioni più o meno manifeste
di imporre il cristianesimo quale religione comunitaria. Nessuno spirito di
revanche crociata né desiderio di brandire vessilli identitari a definire un
fortino da purificare e preservare da attacchi e infiltrazioni esterne.
Una visione che sarebbe stata condivisa dal teologo
Romano Guardini, che nelle sue dense ma al contempo brevi riflessioni
sull’Europa (raccolte qualche anno fa dalla casa editrice Morcelliana)
delineava le basi per una costruzione comune che potesse avere successo e
respiro. “Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve
ancora aver bisogno dell’Europa”, scriveva Guardini, “essa dovrà rimanere
quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare,
con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona
questo nucleo, ciò che ancora di esse rimane, non ha molto più da significare”.
Silvano Zucal, grande esperto della materia e che di quella raccolta scrisse la
premessa, osservò che le meditazioni di Guardini, “frutto di una riflessività e
d’una originalità straordinarie, dicono che solo l’Europa poteva diventare non
solo un ‘destino’ di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma
anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti
dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia
indelebile della Shoah”.
Già nel 1980, in un’omelia tenuta a Cracovia, l’allora
cardinale Joseph Ratzinger (a Guardini assai legato, tanto da citarlo perfino
nel suo ultimo discorso prima di lasciare per sempre il Palazzo apostolico, nel
2013) diceva che “ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha
creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra
fede”. Si trattava di ribadire il concetto che l’Europa com’è oggi,
sopravvissuta a secoli di guerre e disfacimenti di piccoli e grandi principati,
è opera della fede cristiana insieme alla filosofia greca e al pensiero romano.
Il problema, mai come ora così attuale e decisivo, è
capire cosa è l’Europa. Parlando a Berlino nel 2000, in pieno dibattito sulla
necessità (o meno) di riconoscere l’impronta giudaico-cristiana nella
Costituzione europea, Ratzinger spiegò che l’Europa è in primo luogo un
concetto culturale e storico, e solo in un secondo tempo indica una realtà
geografica. Guardini l’aveva anticipato di quasi mezzo secolo. Già settantenne,
il teologo e filosofo italo-tedesco, parlando all’Università di Monaco,
chiariva che “l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un
gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante”.
Un qualcosa in movimento, dunque, che si è sviluppato una
storia “che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare
nessun’altra ricchezza di personalità come di forze, in audacia d’azioni come
in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte
come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati”. Certo,
avvertiva Guardini, “nessuna forma di vita è eterna”. Tuttavia, “la struttura
essenziale europea c’è; la vediamo anzi in ogni gesto, la percepiamo in ogni
parola, la sentiamo con intensità nuova, dolorosa in noi stessi. Così siamo
fiduciosi che continuerà e sarà soggetto di storia”. A patto che esamini “se
stessa con la più decisa serietà” e rifletta “sul suo proprio essere”. Si
tratta semmai di ridestarla, di considerare le tante cattedrali che pullulano
le città non solo come vecchi musei, ma come simbolo di una grande storia
comune. Utile sarebbe, forse, “farla finita con la neutralizzazione di ogni
religione e di ogni etica sostantiva”, come diceva a questo giornale il
cardinale Angelo Scola il 4 agosto. Le religioni, aggiungeva l’arcivescovo di
Milano, “non vanno pensate come soggetti che cercano tutele, ma come realtà
vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il
più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la
modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino,
bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti.
Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni”.
Manca, scriveva Guardini nel lontano 1955, “ciò che è più
intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato
gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso, il loro carattere
peculiare però sarebbe stato determinato anche senza questo; ma diventò ciò che
è, perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro più
intima profondità e nella loro più delicata finezza”. L’essere di Cristo,
continuava il teologo, “ha liberato il cuore all’uomo europeo. La sua
personalità gli ha dato la capacità straordinaria di vivere la storia e di
esperire il destino. La sua serietà, che lo volesse o no, ha sostenuto l’opera
dello spirito europeo”. Affermazioni nette che paiono stridere con lo stato
dell’Europa odierna, mostro burocratico più che casa dei popoli, incapace di
rispondere alle sfide essenziali che le si pongono dinanzi e che giorno dopo
giorno è minacciata da venti ostili che ne preconizzano lo sgretolamento
finale.
Non è un caso che alla questione sia dedicato l’annuale
incontro degli allievi del professor Ratzinger, che si stanno incontrando
proprio in questi giorni a Castel Gandolfo per discutere proprio di Europa.
Alla fine, come sempre, il tema è stato scelto da Benedetto XVI, benché “con
una certa esitazione”, ha rivelato padre Stephan Horn, coordinatore dello
Schülerkreis, in un’intervista concessa ad Acistampa. “Quando lo ha scelto, ha
posto la domanda: ‘E’ ancora viva l’Europa? C’è ancora una Europa? Esiste
veramente l’Europa?’”. Affermazioni che rievocano quelle di Papa Francesco,
pronunciate all’atto di ricevere il prestigioso premio Carlo Magno, lo scorso
maggio: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti
dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa
terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è
successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che
hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.
Non è banale pessimismo, quello di Bergoglio e Ratzinger,
bensì la necessità di comprendere fino a che punto il concetto “post europeo” e
“anti europeo” di ragione autonoma abbia finito per compromettere non solo le
fondamenta dell’ideale comunitario ma anche i pilastri su cui s’erge ogni
società umana. Nel celebre discorso tenuto da Ratzinger a Norcia il 1° aprile
del 2005, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede
tornò sul dibattito circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo
della Costituzione europea. “L’affermazione che la menzione delle radici
cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non cristiani che ci sono
in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto
storico che nessuno può seriamente negare”. Naturalmente, proseguiva Ratzinger,
“questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento
che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento
morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa”. Ma
la domanda è: “Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I
musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non
si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una
cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini
ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in
quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della
voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti
fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il
riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad
altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana
assolutamente senza Dio”. Le motivazioni erano ben altre, “più profonde”,
sottolineava: “Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista
radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo,
potrebbe essere costitutiva per l’identità europea”. Una cultura in cui
“possono coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti,
a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura
illuminista e si subordino a essa”.
Una cultura che “è definita dai diritti di libertà”, che
“parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto”, compresa la
libertà della scelta religiosa”. Il divieto di discriminazione, sempre incluso
in quella cultura, “può trasformarsi sempre di più in una limitazione della
libertà di opinione e della libertà religiosa”. Ma, aggiungeva infine
Ratzinger, “la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che
sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è
evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta
limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche a
immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si
sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.
Fonte: Il Foglio, 29.8.2016
domenica 30 agosto 2015
Sempre il matrimonio .........
Il matrimonio è il fulcro, da sempre, della morale
cristiana, contro cui i nemici della Chiesa e della fede cristiana si sono
accaniti.
Proprio in difesa del matrimonio, la Chiesa annovera
alcuni martiri. Tra questi uno è san Giovanni Battista, il cui martirio è stato celebrato
ieri, morto per la purezza ed indissolubilità del vincolo nuziale.
Ma anche san Tommaso Moro, che si oppose ad un atto del
Parlamento (inglese) direttamente contrario alla legge di Dio e della sua Santa
Chiesa (v. qui e qui).
Insomma, nella storia della Chiesa, il matrimonio è stato
uno dei terreni di scontro tra opposte forze. Ieri come oggi. Rilancio volentieri, perciò, questa riflessione tratta da Rorate caeli.
Marriage,
it's always been marriage
From the very first
Martyrdom, that of the "Greatest born of women", Saint John the
Baptist, whose Beheading we celebrate today, the purity/indissolubility of
marriage has always been the essential moral and social dogmatic centerpiece of
Christian life since the fullness of time, when Our Lord Jesus Christ, "by virtue of His supreme legislative power ...restored the
primeval law in its integrity by those words which must never be forgotten,
'What God hath joined together let no man put asunder'." (Casti
connubii, 34)
Always marriage: always
marriage, whose purity the Greeks were at times led to corrupt by Imperial orders. Always marriage --
the rejection of the indissolubility of a single marital bond at the end made
that most Catholic Isle, the Dowry of Mary, be led astray by a murderous and
lecherous tyrant.
In the Sacrosanct Council
of Trent, the Sacrament was completely surrounded with utmost protection. But
despite so much attack from the neo-paganized society around us, it is
incredibly under attack from the very top of our own Church, and, worse, as
always happens with Modernists, they do not wish to disestablish
indissolubility itself. No, they want to disestablish it in all but name: if a
"remarried" couple is not in need of confession and can approach the
most Blessed Sacrament in purity officially (and
so an unmarried couple, or a homosexual or polygamous "partnership"
of any sort), then what is the purpose of the Sacrament at all, much less of
its indissolubility?
As always, these evil
hierarchs now at the highest echelons of the Church,
"put their designs for her ruin into operation not from without but from within; hence, the danger is present almost in the very veins and heart of the Church, whose injury is the more certain, the more intimate is their knowledge of her. Moreover they lay the axe not to the branches and shoots, but to the very root, that is, to the faith and its deepest fires. And having struck at this root of immortality, they proceed to disseminate poison through the whole tree, so that there is no part of Catholic truth from which they hold their hand, none that they do not strive to corrupt. Further, none is more skilful, none more astute than they, in the employment of a thousand noxious arts; for they double the parts of rationalist and Catholic, and this so craftily that they easily lead the unwary into error; and since audacity is their chief characteristic, there is no conclusion of any kind from which they shrink or which they do not thrust forward with pertinacity and assurance. To this must be added the fact, which indeed is well calculated to deceive souls, that they lead a life of the greatest activity, of assiduous and ardent application to every branch of learning, and that they possess, as a rule, a reputation for the strictest morality. Finally, and this almost destroys all hope of cure, their very doctrines have given such a bent to their minds, that they disdain all authority and brook no restraint; and relying upon a false conscience, they attempt to ascribe to a love of truth that which is in reality the result of pride and obstinacy." (Pascendi, 3)
May Saint John the Baptist,
through his most pure and blessed blood, preserve the Church in this extremely
perilous time.
Saint Pius X, pray for us.
sabato 29 agosto 2015
“Intuére, rex acerbíssime, tuo spectácula digna convívio. Pórrige déxteram, ne quid sævítiæ tuæ desit; ut inter dígitos tuos rivi défluant sacri cruóris. Et, quóniam non exsaturári épulis fames, non restíngui póculis pótuit inaudítæ sævítiæ sitis; bibe sánguinem scaturiéntibus adhuc venis exsécti cápitis profluéntem. Cerne óculos in ipsa morte scéleris tui testes, aversántes conspéctum deliciárum. Claudúntur lúmina non tam mortis necessitáte quam horróre luxúriæ” (Ambr., De Virg. – Lect. VI – II Noct.) - IN DECOLLATIONE SANCTI JOANNIS BAPTISTÆ
Di san Giovanni Battista ci siamo occupati in occasione della sua Natività il 24 giugno scorso, ricordando anche i luoghi legati a tale evento con una serie di video. In un altro video, Padre Frédéric Manns - autorevole biblista della Custodia di Terrasanta - conduce lo spettatore in un affascinante percorso di scoperta della figura del Battista, il personaggio profetico per eccellenza, dalla sua nascita ad 'Ain Karem sino alla sua morte a Macheronte (v. qui) e sepoltura.
Il nome arabo di Macheronte è Qalaat al-Mishnaqa. Il fatto tragico della morte del Battista trova riscontro nel racconto di Giuseppe Flavio. Il re nabateo Areta IV Philopatris volle vendicare con una guerra l’affronto subito da Erode Antipa, che aveva ripudiato sua figlia Shaudat, per sposare Erodiade la moglie di suo fratello Filippo.
Giuseppe Flavio riporta il sentimento popolare che intese la sconfitta di Erode Antipa come una punizione divina: Ora, alcuni giudei pensavano che la distruzione dell’esercito di Erode (Agrippa) veniva da Dio, giustamente, come punizione per quanto aveva fatto a Giovanni detto il Battista. Perché Erode lo aveva fatto uccidere, sebbene fosse un uomo giusto, e aveva esortato i giudei a praticare la virtù, sia nella giustizia l’uno verso l’altro, sia nella pietà verso Dio, e perciò a farsi battezzare (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicæ, XVIII, 109-119).
La decollazione di san Giovanni Battista, il 29 agosto, fin dal IV sec. era celebrata in Africa, in Oriente, in Siria e un po’ dovunque. Manca nel Sacramentario Leoniano, ma appare nel Gelasiano.
Si conosce la sorte delle reliquie del precursore del Signore. Fu dapprima sepolto in Samaria, a Sebastya, presso l’attuale Nablus, ma nel 362, sotto Giuliano l’apostata, i pagani violarono la sua tomba e bruciarono le sue sacre ossa.
Rufino di Aquileia
racconta, nella sua Storia ecclesiastica, in effetti, che il 29 agosto 362, su
ordine dell'empio imperatore Giuliano l’Apostata, i pagani di Sebastya distrussero la tomba
venerata del Precursore e del profeta Eliseo, bruciando gran parte dei resti e
disperdendone le ceneri. Parte delle reliquie furono salvate da alcuni monaci
di passaggio che le consegnarono a Gerusalemme all’igumeno Filippo. Scrive
Rufino: «Al tempo dell’imperatore Giuliano … a Sebaste città della
Palestina, avvenne che i pagani invasero il sepolcro di San Giovanni Battista:
dapprima ne dispersero le ossa, ma poi le raccolsero di nuovo per bruciarle;
mischiarono con della polvere quelle sacre ceneri e le dispersero per campagne
e villaggi. Ma per disposizione divina avvenne che da Gerusalemme
sopravvenissero alcuni provenienti dal monastero di Filippo … mischiatisi fra
coloro che raccoglievano le ossa destinate al fuoco, dopo averne raccolti essi
pure con molta cura e pietosa premura, per quanto riusciva loro possibile, si
allontanarono di là furtivamente…e recarono al santo padre Filippo quelle
venerande reliquie» (Rufino, Historia Ecclesiastica, II, 28, in PL 21, col. 536).
In senso analogo si
esprimono Teodoreto, Filostorgio ed altri.
Una parte delle reliquie poté essere rimessa a sant’Atanasio, ad Alessandria, e poi dal patriarca Teofilo, il 27 maggio 395, riposte nella basilica (Martyrium) che era stata dedicata al Precursore sul sito dell’ex tempio di Serapide.
Una parte delle reliquie poté essere rimessa a sant’Atanasio, ad Alessandria, e poi dal patriarca Teofilo, il 27 maggio 395, riposte nella basilica (Martyrium) che era stata dedicata al Precursore sul sito dell’ex tempio di Serapide.
Gran parte delle reliquie che si
salvarono dal fuoco e dalla distruzione sarebbero state, infine, tumulate nella
città di Mira.
Si sa per certo, infatti, che
nel 540 le reliquie del Santo erano pervenute a Mira, centro anatolico dell’antica
Licia, luogo in cui nel 1099 vennero recuperate (comprate o rapinate non è
certo ...) dai Genovesi di ritorno dall’assedio di Antiochia, avvenuto nel
corso della prima crociata.
Le preziose reliquie giunsero, dopo un viaggio durato tre mesi, finalmente a Genova, come ci tramandano gli scritti di Jacopo da Varagine, il 6 maggio dello stesso anno, e trasportate stabilmente nella Cattedrale di San Lorenzo dopo una probabile sosta nella chiesa di San Giovanni di Prè, prospiciente l’omonima marina.
Nonostante tutto ciò, la tomba del Battista a Sebastya continuò ad essere meta di devoti pellegrinaggi, tanto che san Girolamo testimonia i miracoli che vi avvenivano. Lì, secondo la testimonianza sempre dell’autore della Vulgata, erano venerate, oltre la tomba del Battista, anche quelle dei profeti Abdia ed Eliseo (Donato Baldi, Enchiridion locorum Sanctorum documenta S. Evangelii loca respicientia, Jerusalem 1955, p. 231. V. anche san Girolamo, Epist. 46, in PL 22, col. 491; Id., Comment. in Abdias, in PL 25, col. 1099). Sotto la basilica, che fu eretta in onore del Battista, le reliquie di Eliseo e di Giovanni erano conservate in «in due casse ricoperte d’oro e d’argento, davanti alle quali ardevano in perpetuo delle lampade», come racconta un documento all’inizio del VI sec. (Baldi, op. cit., p. 232). Oggi ancora si può vedere a Sebastya il luogo, che esse occupavano nella cripta della chiesa del XII costruita sul luogo della basilica bizantina, mentre il ricordo della scoperta della testa del Precursore è legato ad un’altra chiesa, di minori dimensioni, che si trova ad una certa distanza, presso il Forum (foro). Nel 1931, sono stati scoperti, in quest’ultima, degli affreschi, molto danneggiati, rappresentanti la decapitazione di Giovanni e la scoperta della sua testa (F. Zayadine, Samarie, in Bible et Terre Sainte, n. 121 (1970), pp. 6-14, partic. pp. 13-14).
Per quanto concerne la sorte della testa di Giovanni Battista, essa è difficile da ricostruire. Niceforo (Niceforo Callisto Xanthopoulos, Ecclesiasticæ Historiæ, lib. I, cap. 19, in PG 145, col. 689-692) e Simeone Metafraste, in accordo con Giuseppe Flavio (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicæ, XVIII, 5, 1-2; Id., XVIII, 116-119), affermano che il capo del Battista fu sepolto da Erodiade nella fortezza di Machairos (Macheronte) dove, probabilmente, era stato ucciso. Altri affermano che fosse stato sepolto nel palazzo di Erode a Gerusalemme. Una tradizione vorrebbe, in effetti, che la sacra reliquia della testa, scoperta nella Città Santa sotto l’impero di Costantino, venisse trasferita segretamente ad Emesa, l’odierna Homs, in Fenicia (ora in Siria), e nascosta in un luogo ignoto sino a che non fosse stato manifestato in una rivelazione che portò, nel 452-453, il vescovo Uranio a farne il riconoscimento autentico. Per un’altra tradizione, l’imperatore Teodosio fece deporre ad Hebdomon, un quartiere di Costantinopoli, corrispondente all’odierna Bakırköy, il presunto capo di san Giovanni, un tempo conservato a Gerusalemme da alcuni monaci.
Non si sa nulla di un trasferimento del capo di san Giovanni Battista a Roma. Quello che, ancora oggi, è venerato a San Silvestro in Capite appartiene, non al Precursore, ma a quel celebre prete martire Giovanni, che i pellegrini dell’Alto Medioevo visitavano sulla via Salaria vetus, sul cimitero chiamato precisamente ad septem palumbas ad Caput Sancti Johannis.
Ecco come si esprime il De Locis SS. Martyrum: Inde, non longe in Occidente, ecclesia sancti Johannis martyris, ubi caput ejus in alio loco sub altari ponitur, in alio corpus.
Il suo nome figurava probabilmente nel Martirologio Geronimiano, il 24 giugno, con quello di Festus, ma sarebbe stato senza dubbio assorbito da quello del Precursore.
A questo san Giovanni della via Salaria, era dedicata una piccola chiesa speciale, presso quella di San Silvestro, che, in ragione della santa reliquia, prese il titolo di IN CAPITE.
La reliquie, secondo una leggenda, la Magna Legenda Sancti Grati, non fondata però su dati storici, sarebbe stata portata a Roma dal vescovo san Grato d’Aosta, il quale, durante un viaggio in Terra Santa assieme a san Giocondo, dai ruderi del palazzo di Erode, sarebbe stato portato da un angelo presso un pozzo da cui riemerse miracolosamente la testa del Battista. Il santo vescovo la raccolse e, nascosta, la portò con sè. Sulla strada del ritorno, ovunque andasse, si verificavano miracoli e le campane suonavano prodigiosamente. Giunto a Roma e presentatosi al papa, egli consegnò la testa del Battista al Pontefice, ma, per prodigio, la mandibola rimase attaccata alle sue mani. San Grato allora la portò ad Aosta ed ancora oggi questa è venerata nella Cattedrale (Per riferimenti, cfr. Amato Pietro Frutaz, Le fonti per la storia della Valle d’Aosta, vol. 1, Roma 1966, pp. 181-182, 194). Per questo motivo, spesso san Grato è raffigurato con tra le mani la testa di san Giovanni.
Fino al 1411 la reliquia romana, reputata appartenente al Battista, veniva portata ogni anno in processione da quattro arcivescovi. Il cranio custodito a Roma è senza la mandibola, conservata nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.
La spada del boia troncò il capo di Giovanni, ma su questo capo, come canta Paolo Diacono, nell’inno delle Lodi Ut queant laxis del 24 giugno, Dio ha posto la triplice corona di profeta, di martire e di vergine: Serta ter denis alios coronant Aucta crementis, duplicata quosdam; Trina centeno cumulata fructu Te sacer ornant (Paolo Diacono, Carmen V, De Sancto Joanne Baptista, 10, in PL 95, col. 1597).
In onore del glorioso Precursore decollato, furono erette nel basso Medioevo parecchie chiese e confraternite destinate all’assistenza religiosa dei condannati a morte. Produssero un gran bene e, grazie ad esse, la soddisfazione della giustizia umana, tutta avvolta all’epoca di un’atmosfera di compassione e di amore, si elevò all’altezza di un atto di religione, in modo che questi infelici, assistiti da dei “consolatori” e nel bacio del Crocifisso, potevano salire rassegnati al patibolo, felici di poter soddisfare Dio e la società per il crimine commesso. Perciò san Giuseppe Cafasso, “consolatore” zelantissimo dei condannati a morte, diceva: “Su cento appesi, cento salvati!”.
A Roma, due chiese erano dedicate alla decollazione di san Giovanni Battista. La prima si trovava vicino alle prigioni di Tor di Nona, di fronte a Castel Sant’Angelo. In questa chiesetta si portavano i condannati a morte perché ricevessero prima della pena gli ultimi conforti religiosi (Cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 351). L’altra, denominata San Giovanni Decollato o della Misericordia o Santa Maria in Petrocia o della Fossa, nel rione Ripa, esiste ancora oggi, e non è lontana dal Velabro, ed uno dei numerosi privilegi di cui godeva la sua confraternita era di poter, ogni anno, liberare durante la Quaresima un condannato a morte. In questa chiesa si seppellivano, in fosse comuni, i cadaveri dei condannati a morte (Ibidem, pp. 632-633). Esse sono coperte da chiusini in marmo sui quali è scritto: Domine, cum veneris iudicare, noli me condemnare (Signore, quando verrai a giudicare, non condannarmi). Nella camera storica dell’Arciconfraternita sono conservati numerosi cimeli relativi all’attività della medesima: tra le altre cose, il cesto che raccoglieva la testa dei giustiziati, l’inginocchiatoio sul quale Beatrice Cenci recitò l’ultima sua preghiera, le barelle sulle quali i confratelli trasportavano i resti dei condannati a morte per la sepoltura.
Riguardo all’origine dell’odierna celebrazione, da un punto di vista liturgico, nel VII sec. a Roma si annunciava al 30 agosto, dopo il natale dei Santi Felice ed Adautto: Et depositio Helisæi et decollatio sancti Iohannis Baptistæ. La doppia menzione di Eliseo e di Giovanni Battista rileva chiaramente l’origine della festa del Precursore. La festa della Decollazione di san Giovanni è incontestabilmente legata ai santuari sorti sulla tomba e sulla sepoltura del capo del Battista.
Il Lezionario di Gerusalemme dell’inizio del V sec. infatti già ne fa menzione. I Bizantini ed i Siriani d’Antiochia la celebrano il 29 agosto; i Copti lo fanno il 30 perché il 29 è il giorno del Nuovo Anno, e gli Armeni il sabato della III settimana dopo la Dormizione della Théotokos. In Occidente, il martirologio geronimiano annuncia la festa alla stessa data, facendo menzione di Sebaste: In Provincia Palestina civitate Sebastea natale sancti Iohannis Baptistæ, qui passus est sub Herode rege. Essa dové essere stabilita a Roma sotto il papa Teodoro (642-649), che era di origine palestinese.
Nei secc. XI e XII, il titolo di «Decollatio» è prevalso a Roma su quello di «Passio», che era dato dai sacramentari dell’VIII sec. Il sacramentario di San Trifone parla di Revelatio capitis, insistendo sull’invenzione della reliquia.

Tito Chartophylax, Icona di S. Giovanni Battista (Ο Άγιος Ιωάννης ο Πρόδρομος), 1536, Chiesa della Panaghia Chryseleousis, Empa

Geertgen tot Sint Jans, Leggenda delle reliquie di S. Giovanni Battista, 1484 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Bernardino Luini, Salomé con la testa decapitata del Battista, 1515-25 circa

Andrea di
Bartolo Solari (Andrea Solario), Salomé con la testa del Battista,
1510-24, Metropolitan Museum of Art, New York

Andrea di
Bartolo Solario, Testa del Battista, 1507, Musée du Louvre, Parigi

Scuola italiana, Testa del Battista, The Ashmolean Museum of Art and Archaeology, Oxford

Copia di Andrea Solari, Testa del Battista, XVI sec., museo del Prado, Madrid

Scuola italiana, Testa del Battista, 1511, National Gallery, Londra

Francesco Cairo, Testa del Battista, XVII sec.

Jusepe de Ribera, Testa del Battista, 1644, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid

Jusepe de Ribera, Testa del Battista, XVII sec., Museo civico Filangieri, Napoli

Andrea Vaccaro, Testa del Battista, XVII sec.

Sebastián de Llanos y Valdés, Testa del Battista, XVII sec., collezione privata

Autore anonimo sivigliano, Testa del Battista, XVII sec., Ayuntamiento de Sevilla, Siviglia

Domenichino, Testa del Battista, 1649

Orazio Gentileschi, Carnefice con la testa del Battista, 1612-13, Museo del Prado, Madrid

Belisario Corenzio, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.

Pier Francesco Mazzucchelli (detto Il Morazzone), Decapitazione del Battista, 1620 circa

Martin Faber, Decollazione del Battista, 1616, Musée de Valence, Valence

Pieter Paul Rubens, Decollazione del Battista, 1608-09, collezione privata

Caravaggio,
Decollazione di S. Giovanni Battista, 1608, Saint John Museum, La
Valletta

Massimo
Stanzione, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1630 circa, Museo del
Prado, Madrid

Juan Bautista Maino, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.

Carlo Dolci, Salomé con la testa del Battista, 1665-70, Royal Collection, Windsor

Onorio Marinari, Salomé riceve la testa del Battista appena tagliata, 1680 circa

Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., Szépművészeti Múzeum, Budapest

Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., collezione privata

Jusepe Leonardo, Decollazione del Battista, 1637 circa, Museo del Prado, Madrid

Giovanni Andrea Ansaldo, Decollazione del Battista, 1615

John Rogers Herbert, Giovanni Battista rimprovera Erode, 1848, collezione privata

Vasily Grigoryevich Khudyakov, Decollazione del Battista (Усекновение головы Иоанна Предтечи), 1857

Jan Adam Kruseman, Salomé con la testa del Battista, 1861 orca, Rijksmuseum, Amsterdam

Faustino Ranieri, Decollazione del Battista, XIX sec.

Francesco Grandi, Decollazione del Battista, 1882, Museo diocesano, Rimini

Roberto Ferri, S. Giovanni decollato, 2008, Duomo, Montepulciano

Scuola Napoletana, S. Giovanni nel deserto, XVII sec., collezione privata
Riguardo all’origine dell’odierna celebrazione, da un punto di vista liturgico, nel VII sec. a Roma si annunciava al 30 agosto, dopo il natale dei Santi Felice ed Adautto: Et depositio Helisæi et decollatio sancti Iohannis Baptistæ. La doppia menzione di Eliseo e di Giovanni Battista rileva chiaramente l’origine della festa del Precursore. La festa della Decollazione di san Giovanni è incontestabilmente legata ai santuari sorti sulla tomba e sulla sepoltura del capo del Battista.
Il Lezionario di Gerusalemme dell’inizio del V sec. infatti già ne fa menzione. I Bizantini ed i Siriani d’Antiochia la celebrano il 29 agosto; i Copti lo fanno il 30 perché il 29 è il giorno del Nuovo Anno, e gli Armeni il sabato della III settimana dopo la Dormizione della Théotokos. In Occidente, il martirologio geronimiano annuncia la festa alla stessa data, facendo menzione di Sebaste: In Provincia Palestina civitate Sebastea natale sancti Iohannis Baptistæ, qui passus est sub Herode rege. Essa dové essere stabilita a Roma sotto il papa Teodoro (642-649), che era di origine palestinese.
Nei secc. XI e XII, il titolo di «Decollatio» è prevalso a Roma su quello di «Passio», che era dato dai sacramentari dell’VIII sec. Il sacramentario di San Trifone parla di Revelatio capitis, insistendo sull’invenzione della reliquia.
![]() |
| Tito Chartophylax, Icona di S. Giovanni Battista (Ο Άγιος Ιωάννης ο Πρόδρομος), 1536, Chiesa della Panaghia Chryseleousis, Empa |
![]() |
| Geertgen tot Sint Jans, Leggenda delle reliquie di S. Giovanni Battista, 1484 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna |
![]() |
| Bernardino Luini, Salomé con la testa decapitata del Battista, 1515-25 circa |
![]() |
| Andrea di Bartolo Solari (Andrea Solario), Salomé con la testa del Battista, 1510-24, Metropolitan Museum of Art, New York |
![]() |
| Andrea di Bartolo Solario, Testa del Battista, 1507, Musée du Louvre, Parigi |
![]() |
| Scuola italiana, Testa del Battista, The Ashmolean Museum of Art and Archaeology, Oxford |
![]() |
| Copia di Andrea Solari, Testa del Battista, XVI sec., museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Scuola italiana, Testa del Battista, 1511, National Gallery, Londra |
![]() |
| Francesco Cairo, Testa del Battista, XVII sec. |
![]() |
| Jusepe de Ribera, Testa del Battista, 1644, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid |
![]() |
| Jusepe de Ribera, Testa del Battista, XVII sec., Museo civico Filangieri, Napoli |
![]() |
| Andrea Vaccaro, Testa del Battista, XVII sec. |
![]() |
| Sebastián de Llanos y Valdés, Testa del Battista, XVII sec., collezione privata |
![]() |
| Autore anonimo sivigliano, Testa del Battista, XVII sec., Ayuntamiento de Sevilla, Siviglia |
![]() |
| Domenichino, Testa del Battista, 1649 |
![]() |
| Orazio Gentileschi, Carnefice con la testa del Battista, 1612-13, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Belisario Corenzio, Salomé con la testa del Battista, XVII sec. |
![]() |
| Pier Francesco Mazzucchelli (detto Il Morazzone), Decapitazione del Battista, 1620 circa |
![]() |
| Martin Faber, Decollazione del Battista, 1616, Musée de Valence, Valence |
![]() |
| Pieter Paul Rubens, Decollazione del Battista, 1608-09, collezione privata |
![]() |
| Caravaggio, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1608, Saint John Museum, La Valletta |
![]() |
| Massimo Stanzione, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1630 circa, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Juan Bautista Maino, Salomé con la testa del Battista, XVII sec. |
![]() |
| Carlo Dolci, Salomé con la testa del Battista, 1665-70, Royal Collection, Windsor |
![]() |
| Onorio Marinari, Salomé riceve la testa del Battista appena tagliata, 1680 circa |
![]() |
| Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., Szépművészeti Múzeum, Budapest |
![]() |
| Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., collezione privata |
![]() |
| Jusepe Leonardo, Decollazione del Battista, 1637 circa, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Giovanni Andrea Ansaldo, Decollazione del Battista, 1615 |
![]() |
| John Rogers Herbert, Giovanni Battista rimprovera Erode, 1848, collezione privata |
![]() |
| Vasily Grigoryevich Khudyakov, Decollazione del Battista (Усекновение головы Иоанна Предтечи), 1857 |
![]() |
| Jan Adam Kruseman, Salomé con la testa del Battista, 1861 orca, Rijksmuseum, Amsterdam |
![]() |
| Faustino Ranieri, Decollazione del Battista, XIX sec. |
![]() |
| Francesco Grandi, Decollazione del Battista, 1882, Museo diocesano, Rimini |
![]() |
| Roberto Ferri, S. Giovanni decollato, 2008, Duomo, Montepulciano |
![]() |
| Scuola Napoletana, S. Giovanni nel deserto, XVII sec., collezione privata |
Iscriviti a:
Post (Atom)































