Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 29 agosto 2016

Non c’è Europa senza Cristo

Nella festa della decollazione del Precursore San Giovanni Battista, rilanciamo questo contributo di Matteo Matzuzzi.



Daniele da Volterra, Decollazione del Battista, XVI sec., Galleria Sabauda, Torino

Vicente Carducho, Decollazione del Battista, XVI-XVII sec., museo del Prado, Madrid

Ambito romano, Decollazione di S. Giovanni Battista, XVII sec., Rieti

Scuola bolognese, Testa del Battista dopo la decapitazione, affissa ad una picca, XVII sec., collezione privata

Mauro Picenardi (attrib.), Decollazione di S. Giovanni Battista, XVIII sec.

Antonio Pellegrini, S. Marco evangelista con la testa del Battista, XVIII sec., Padova

Giuseppe Menegon, Decapitazione del Battista, XVIII sec., Padova

Francesco Lorenzi, Estasi di S. Giovanni Battista prima del martirio, 1755, Verona 

Agostino Ugolini, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1803

Giuseppe Diotti, Decapitazione del Battista, 1819, Bergamo

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1844, Viterbo

Eduard Heinrich, S. Giovanni Battista condotto al martirio, 1858, Trieste

Abramo Spinelli, Decapitazione del Battista, 1893, Bergamo

Ponziano Loverini,Decollazione di S. Giovanni Battista, 1897, Basilica di S. Maria Assunta, Gandino  

Ambito romano, Decapitazione del Battista, XIX sec., Civita Castellana

Achille Boschi, Decapitazione del Battista, XIX sec., Bologna

Adolfo Mattielli, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1940-60, Verona


Marco Antonio Poggio, Decollazione del Battista, XVII sec., Oratorio Mortis et Orationis, Sestri Ponente

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, XX sec., Fabriano




Anton Maria Maragliano, Martirio di S. Giovanni Battista, detta anche Cassa di S. Giovanni, XVIII sec., Oratorio di S. Giovanni, Ovada

Non c’è Europa senza Cristo

L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non avrà più nulla da significare”

di Matteo Matzuzzi

La facciata della Cattedrale di Rouen

L’Europa, in fin dei conti, ha iniziato a crollare definitivamente nei primi anni Duemila, quando il presidente della Convenzione europea, l’organismo incaricato di studiare una Costituzione per l’Unione, Valéry Giscard d’Estaing, rifiutò di aprire una lettera che Giovanni Paolo II gli aveva fatto recapitare. Un messaggio in cui il vecchio Papa polacco implorava quantomeno di considerare l’inserimento d’un riferimento alle radici giudaico-cristiane del continente nel testo poi abortito. “E’ bene che la tenga in tasca e non me la consegni”, avrebbe detto Giscard al latore della missiva secondo quando ebbe a dire monsignor Rino Fisichella, citando fonti fidate. Quel gesto dell’ex capo dello stato francese non era un semplice barcamenarsi tra gli opposti interessi e il mantra laicista tanto in voga a Bruxelles, che si cullava nella convinzione che il multiculturalismo e l’applicazione di ricette tutte concordi nel ricacciare la religione a fatto privato – quasi fosse l’iscrizione a un club di caccia – avrebbero portato in terra il regno della pace perpetua. Rifiutare quella lettera significava rimuovere le fondamenta stesse del progetto comunitario, che aveva nel fatto cristiano il suo pilastro fondamentale. Questa, almeno, era l’Europa immaginata da Robert Schuman, uno dei suoi padri fondatori il cui nome tanto campeggia sulle facciate dei palazzi e cui tante vie e piazze sono dedicate nel cuore politico dell’Unione. L’Europa che “o sarà cristiana o non sarà”, frase poi ripresa decenni più tardi proprio da Giovanni Paolo II.
Schuman aveva pensato un’Europa fondata non tanto e solo sul collante economico, bensì sul comune terreno culturale, che a suo giudizio non poteva fare a meno del portato valoriale incarnato dal cristianesimo. “Tutti i paesi europei sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”, disse, quando ancora le chiese erano popolate e a nessuno veniva in mente di proporre la rimozione della croce dallo stendardo di Tolosa perché offensiva nei confronti dei fedeli di altre religioni (o culti, come più sobriamente si dice oltralpe). L’Europa delle cattedrali (definizione sempre di Schuman) come emblema caratterizzante di quel che avrebbe dovuto essere, insomma. Ma la visione dello statista francese – al pari di quella di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – era laica: niente a che vedere con rivendicazioni confessionali o con intenzioni più o meno manifeste di imporre il cristianesimo quale religione comunitaria. Nessuno spirito di revanche crociata né desiderio di brandire vessilli identitari a definire un fortino da purificare e preservare da attacchi e infiltrazioni esterne.
Una visione che sarebbe stata condivisa dal teologo Romano Guardini, che nelle sue dense ma al contempo brevi riflessioni sull’Europa (raccolte qualche anno fa dalla casa editrice Morcelliana) delineava le basi per una costruzione comune che potesse avere successo e respiro. “Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa”, scriveva Guardini, “essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo, ciò che ancora di esse rimane, non ha molto più da significare”. Silvano Zucal, grande esperto della materia e che di quella raccolta scrisse la premessa, osservò che le meditazioni di Guardini, “frutto di una riflessività e d’una originalità straordinarie, dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo un ‘destino’ di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoah”.
Già nel 1980, in un’omelia tenuta a Cracovia, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (a Guardini assai legato, tanto da citarlo perfino nel suo ultimo discorso prima di lasciare per sempre il Palazzo apostolico, nel 2013) diceva che “ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede”. Si trattava di ribadire il concetto che l’Europa com’è oggi, sopravvissuta a secoli di guerre e disfacimenti di piccoli e grandi principati, è opera della fede cristiana insieme alla filosofia greca e al pensiero romano.
Il problema, mai come ora così attuale e decisivo, è capire cosa è l’Europa. Parlando a Berlino nel 2000, in pieno dibattito sulla necessità (o meno) di riconoscere l’impronta giudaico-cristiana nella Costituzione europea, Ratzinger spiegò che l’Europa è in primo luogo un concetto culturale e storico, e solo in un secondo tempo indica una realtà geografica. Guardini l’aveva anticipato di quasi mezzo secolo. Già settantenne, il teologo e filosofo italo-tedesco, parlando all’Università di Monaco, chiariva che “l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante”.
Un qualcosa in movimento, dunque, che si è sviluppato una storia “che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra ricchezza di personalità come di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati”. Certo, avvertiva Guardini, “nessuna forma di vita è eterna”. Tuttavia, “la struttura essenziale europea c’è; la vediamo anzi in ogni gesto, la percepiamo in ogni parola, la sentiamo con intensità nuova, dolorosa in noi stessi. Così siamo fiduciosi che continuerà e sarà soggetto di storia”. A patto che esamini “se stessa con la più decisa serietà” e rifletta “sul suo proprio essere”. Si tratta semmai di ridestarla, di considerare le tante cattedrali che pullulano le città non solo come vecchi musei, ma come simbolo di una grande storia comune. Utile sarebbe, forse, “farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva”, come diceva a questo giornale il cardinale Angelo Scola il 4 agosto. Le religioni, aggiungeva l’arcivescovo di Milano, “non vanno pensate come soggetti che cercano tutele, ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni”.
Manca, scriveva Guardini nel lontano 1955, “ciò che è più intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso, il loro carattere peculiare però sarebbe stato determinato anche senza questo; ma diventò ciò che è, perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro più intima profondità e nella loro più delicata finezza”. L’essere di Cristo, continuava il teologo, “ha liberato il cuore all’uomo europeo. La sua personalità gli ha dato la capacità straordinaria di vivere la storia e di esperire il destino. La sua serietà, che lo volesse o no, ha sostenuto l’opera dello spirito europeo”. Affermazioni nette che paiono stridere con lo stato dell’Europa odierna, mostro burocratico più che casa dei popoli, incapace di rispondere alle sfide essenziali che le si pongono dinanzi e che giorno dopo giorno è minacciata da venti ostili che ne preconizzano lo sgretolamento finale.
Non è un caso che alla questione sia dedicato l’annuale incontro degli allievi del professor Ratzinger, che si stanno incontrando proprio in questi giorni a Castel Gandolfo per discutere proprio di Europa. Alla fine, come sempre, il tema è stato scelto da Benedetto XVI, benché “con una certa esitazione”, ha rivelato padre Stephan Horn, coordinatore dello Schülerkreis, in un’intervista concessa ad Acistampa. “Quando lo ha scelto, ha posto la domanda: ‘E’ ancora viva l’Europa? C’è ancora una Europa? Esiste veramente l’Europa?’”. Affermazioni che rievocano quelle di Papa Francesco, pronunciate all’atto di ricevere il prestigioso premio Carlo Magno, lo scorso maggio: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.
Non è banale pessimismo, quello di Bergoglio e Ratzinger, bensì la necessità di comprendere fino a che punto il concetto “post europeo” e “anti europeo” di ragione autonoma abbia finito per compromettere non solo le fondamenta dell’ideale comunitario ma anche i pilastri su cui s’erge ogni società umana. Nel celebre discorso tenuto da Ratzinger a Norcia il 1° aprile del 2005, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede tornò sul dibattito circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea. “L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare”. Naturalmente, proseguiva Ratzinger, “questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa”. Ma la domanda è: “Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio”. Le motivazioni erano ben altre, “più profonde”, sottolineava: “Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per l’identità europea”. Una cultura in cui “possono coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista e si subordino a essa”.
Una cultura che “è definita dai diritti di libertà”, che “parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto”, compresa la libertà della scelta religiosa”. Il divieto di discriminazione, sempre incluso in quella cultura, “può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa”. Ma, aggiungeva infine Ratzinger, “la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche a immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.

domenica 30 agosto 2015

Sempre il matrimonio .........

Il matrimonio è il fulcro, da sempre, della morale cristiana, contro cui i nemici della Chiesa e della fede cristiana si sono accaniti.
Proprio in difesa del matrimonio, la Chiesa annovera alcuni martiri. Tra questi uno è san Giovanni Battista, il cui martirio è stato celebrato ieri, morto per la purezza ed indissolubilità del vincolo nuziale.
Ma anche san Tommaso Moro, che si oppose ad un atto del Parlamento (inglese) direttamente contrario alla legge di Dio e della sua Santa Chiesa (v. qui e qui).
Insomma, nella storia della Chiesa, il matrimonio è stato uno dei terreni di scontro tra opposte forze. Ieri come oggi. Rilancio volentieri, perciò, questa riflessione tratta da Rorate caeli.

Marriage, it's always been marriage


From the very first Martyrdom, that of the "Greatest born of women", Saint John the Baptist, whose Beheading we celebrate today, the purity/indissolubility of marriage has always been the essential moral and social dogmatic centerpiece of Christian life since the fullness of time, when Our Lord Jesus Christ, "by virtue of His supreme legislative power ...restored the primeval law in its integrity by those words which must never be forgotten, 'What God hath joined together let no man put asunder'." (Casti connubii, 34)
Always marriage: always marriage, whose purity the Greeks were at times led to corrupt by Imperial orders. Always marriage -- the rejection of the indissolubility of a single marital bond at the end made that most Catholic Isle, the Dowry of Mary, be led astray by a murderous and lecherous tyrant.
In the Sacrosanct Council of Trent, the Sacrament was completely surrounded with utmost protection. But despite so much attack from the neo-paganized society around us, it is incredibly under attack from the very top of our own Church, and, worse, as always happens with Modernists, they do not wish to disestablish indissolubility itself. No, they want to disestablish it in all but name: if a "remarried" couple is not in need of confession and can approach the most Blessed Sacrament in purity officially (and so an unmarried couple, or a homosexual or polygamous "partnership" of any sort), then what is the purpose of the Sacrament at all, much less of its indissolubility?
As always, these evil hierarchs now at the highest echelons of the Church,
"put their designs for her ruin into operation not from without but from within; hence, the danger is present almost in the very veins and heart of the Church, whose injury is the more certain, the more intimate is their knowledge of her. Moreover they lay the axe not to the branches and shoots, but to the very root, that is, to the faith and its deepest fires. And having struck at this root of immortality, they proceed to disseminate poison through the whole tree, so that there is no part of Catholic truth from which they hold their hand, none that they do not strive to corrupt. Further, none is more skilful, none more astute than they, in the employment of a thousand noxious arts; for they double the parts of rationalist and Catholic, and this so craftily that they easily lead the unwary into error; and since audacity is their chief characteristic, there is no conclusion of any kind from which they shrink or which they do not thrust forward with pertinacity and assurance. To this must be added the fact, which indeed is well calculated to deceive souls, that they lead a life of the greatest activity, of assiduous and ardent application to every branch of learning, and that they possess, as a rule, a reputation for the strictest morality. Finally, and this almost destroys all hope of cure, their very doctrines have given such a bent to their minds, that they disdain all authority and brook no restraint; and relying upon a false conscience, they attempt to ascribe to a love of truth that which is in reality the result of pride and obstinacy." (Pascendi, 3)

May Saint John the Baptist, through his most pure and blessed blood, preserve the Church in this extremely perilous time.
Saint Pius X, pray for us.

sabato 29 agosto 2015

“Intuére, rex acerbíssime, tuo spectácula digna convívio. Pórrige déxteram, ne quid sævítiæ tuæ desit; ut inter dígitos tuos rivi défluant sacri cruóris. Et, quóniam non exsaturári épulis fames, non restíngui póculis pótuit inaudítæ sævítiæ sitis; bibe sánguinem scaturiéntibus adhuc venis exsécti cápitis profluéntem. Cerne óculos in ipsa morte scéleris tui testes, aversántes conspéctum deliciárum. Claudúntur lúmina non tam mortis necessitáte quam horróre luxúriæ” (Ambr., De Virg. – Lect. VI – II Noct.) - IN DECOLLATIONE SANCTI JOANNIS BAPTISTÆ

Di san Giovanni Battista ci siamo occupati in occasione della sua Natività il 24 giugno scorso, ricordando anche i luoghi legati a tale evento con una serie di video. In un altro video, Padre Frédéric Manns - autorevole biblista della Custodia di Terrasanta - conduce lo spettatore in un affascinante percorso di scoperta della figura del Battista, il personaggio profetico per eccellenza, dalla sua nascita ad 'Ain Karem sino alla sua morte a Macheronte (v. qui) e sepoltura.

Il nome arabo di Macheronte è Qalaat al-Mishnaqa. Il fatto tragico della morte del Battista trova riscontro nel racconto di Giuseppe Flavio. Il re nabateo Areta IV Philopatris volle vendicare con una guerra l’affronto subito da Erode Antipa, che aveva ripudiato sua figlia Shaudat, per sposare Erodiade la moglie di suo fratello Filippo.

Giuseppe Flavio riporta il sentimento popolare che intese la sconfitta di Erode Antipa come una punizione divina: Ora, alcuni giudei pensavano che la distruzione dell’esercito di Erode (Agrippa) veniva da Dio, giustamente, come punizione per quanto aveva fatto a Giovanni detto il Battista. Perché Erode lo aveva fatto uccidere, sebbene fosse un uomo giusto, e aveva esortato i giudei a praticare la virtù, sia nella giustizia l’uno verso l’altro, sia nella pietà verso Dio, e perciò a farsi battezzare (Giuseppe FlavioAntiquitates Judaicæ, XVIII, 109-119).

La decollazione di san Giovanni Battista, il 29 agosto, fin dal IV sec. era celebrata in Africa, in Oriente, in Siria e un po’ dovunque. Manca nel Sacramentario Leoniano, ma appare nel Gelasiano.

Si conosce la sorte delle reliquie del precursore del Signore. Fu dapprima sepolto in Samaria, a Sebastya, presso l’attuale Nablus, ma nel 362, sotto Giuliano l’apostata, i pagani violarono la sua tomba e bruciarono le sue sacre ossa. 

Rufino di Aquileia racconta, nella sua Storia ecclesiastica, in effetti, che il 29 agosto 362, su ordine dell'empio imperatore Giuliano l’Apostata, i pagani di Sebastya distrussero la tomba venerata del Precursore e del profeta Eliseo, bruciando gran parte dei resti e disperdendone le ceneri. Parte delle reliquie furono salvate da alcuni monaci di passaggio che le consegnarono a Gerusalemme all’igumeno Filippo. Scrive Rufino: «Al tempo dell’imperatore Giuliano … a Sebaste città della Palestina, avvenne che i pagani invasero il sepolcro di San Giovanni Battista: dapprima ne dispersero le ossa, ma poi le raccolsero di nuovo per bruciarle; mischiarono con della polvere quelle sacre ceneri e le dispersero per campagne e villaggi. Ma per disposizione divina avvenne che da Gerusalemme sopravvenissero alcuni provenienti dal monastero di Filippo … mischiatisi fra coloro che raccoglievano le ossa destinate al fuoco, dopo averne raccolti essi pure con molta cura e pietosa premura, per quanto riusciva loro possibile, si allontanarono di là furtivamente…e recarono al santo padre Filippo quelle venerande reliquie» (Rufino, Historia Ecclesiastica, II, 28, in PL 21, col. 536).
In senso analogo si esprimono Teodoreto, Filostorgio ed altri.
Una parte delle reliquie poté essere rimessa a sant’Atanasio, ad Alessandria, e poi dal patriarca Teofilo, il 27 maggio 395, riposte nella basilica (Martyrium) che era stata dedicata al Precursore sul sito dell’ex tempio di Serapide.
Gran parte delle reliquie che si salvarono dal fuoco e dalla distruzione sarebbero state, infine, tumulate nella città di Mira.
Si sa per certo, infatti, che nel 540 le reliquie del Santo erano pervenute a Mira, centro anatolico dell’antica Licia, luogo in cui nel 1099 vennero recuperate (comprate o rapinate non è certo ...) dai Genovesi di ritorno dall’assedio di Antiochia, avvenuto nel corso della prima crociata.

Le preziose reliquie giunsero, dopo un viaggio durato tre mesi, finalmente a Genova, come ci tramandano gli scritti di Jacopo da Varagine, il 6 maggio dello stesso anno, e trasportate stabilmente nella Cattedrale di San Lorenzo dopo una probabile sosta nella chiesa di San Giovanni di Prè, prospiciente l’omonima marina.

Nonostante tutto ciò, la tomba del Battista a Sebastya continuò ad essere meta di devoti pellegrinaggi, tanto che san Girolamo testimonia i miracoli che vi avvenivano. Lì, secondo la testimonianza sempre dell’autore della Vulgata, erano venerate, oltre la tomba del Battista, anche quelle dei profeti Abdia ed Eliseo (Donato BaldiEnchiridion locorum Sanctorum documenta S. Evangelii loca respicientia, Jerusalem 1955, p. 231. V. anche san GirolamoEpist. 46, in PL 22, col. 491; Id., Comment. in Abdias, in PL 25, col. 1099). Sotto la basilica, che fu eretta in onore del Battista, le reliquie di Eliseo e di Giovanni erano conservate in «in due casse ricoperte d’oro e d’argento, davanti alle quali ardevano in perpetuo delle lampade», come racconta un documento all’inizio del VI sec. (Baldiop. cit., p. 232). Oggi ancora si può vedere a Sebastya il luogo, che esse occupavano nella cripta della chiesa del XII costruita sul luogo della basilica bizantina, mentre il ricordo della scoperta della testa del Precursore è legato ad un’altra chiesa, di minori dimensioni, che si trova ad una certa distanza, presso il Forum (foro). Nel 1931, sono stati scoperti, in quest’ultima, degli affreschi, molto danneggiati, rappresentanti la decapitazione di Giovanni e la scoperta della sua testa (F. ZayadineSamarie, in Bible et Terre Sainte, n. 121 (1970), pp. 6-14, partic. pp. 13-14).





Per quanto concerne la sorte della testa di Giovanni Battista, essa è difficile da ricostruire. Niceforo (Niceforo Callisto XanthopoulosEcclesiasticæ Historiæ, lib. I, cap. 19, in PG 145, col. 689-692) e Simeone Metafraste, in accordo con Giuseppe Flavio (Giuseppe FlavioAntiquitates Judaicæ, XVIII, 5, 1-2; Id., XVIII, 116-119), affermano che il capo del Battista fu sepolto da Erodiade nella fortezza di Machairos (Macheronte) dove, probabilmente, era stato ucciso. Altri affermano che fosse stato sepolto nel palazzo di Erode a Gerusalemme. Una tradizione vorrebbe, in effetti, che la sacra reliquia della testa, scoperta nella Città Santa sotto l’impero di Costantino, venisse trasferita segretamente ad Emesa, l’odierna Homs, in Fenicia (ora in Siria), e nascosta in un luogo ignoto sino a che non fosse stato manifestato in una rivelazione che portò, nel 452-453, il vescovo Uranio a farne il riconoscimento autentico. Per un’altra tradizione, l’imperatore Teodosio fece deporre ad Hebdomon, un quartiere di Costantinopoli, corrispondente all’odierna Bakırköy, il presunto capo di san Giovanni, un tempo conservato a Gerusalemme da alcuni monaci.

Non si sa nulla di un trasferimento del capo di san Giovanni Battista a Roma. Quello che, ancora oggi, è venerato a San Silvestro in Capite appartiene, non al Precursore, ma a quel celebre prete martire Giovanni, che i pellegrini dell’Alto Medioevo visitavano sulla via Salaria vetus, sul cimitero chiamato precisamente ad septem palumbas ad Caput Sancti Johannis.

Ecco come si esprime il De Locis SS. MartyrumInde, non longe in Occidente, ecclesia sancti Johannis martyris, ubi caput ejus in alio loco sub altari ponitur, in alio corpus.

Il suo nome figurava probabilmente nel Martirologio Geronimiano, il 24 giugno, con quello di Festus, ma sarebbe stato senza dubbio assorbito da quello del Precursore.
A questo san Giovanni della via Salaria, era dedicata una piccola chiesa speciale, presso quella di San Silvestro, che, in ragione della santa reliquia, prese il titolo di IN CAPITE.
La reliquie, secondo una leggenda, la Magna Legenda Sancti Grati, non fondata però su dati storici, sarebbe stata portata a Roma dal vescovo san Grato d’Aosta, il quale, durante un viaggio in Terra Santa assieme a san Giocondo, dai ruderi del palazzo di Erode, sarebbe stato portato da un angelo presso un pozzo da cui riemerse miracolosamente la testa del Battista. Il santo vescovo la raccolse e, nascosta, la portò con sè. Sulla strada del ritorno, ovunque andasse, si verificavano miracoli e le campane suonavano prodigiosamente. Giunto a Roma e presentatosi al papa, egli consegnò la testa del Battista al Pontefice, ma, per prodigio, la mandibola rimase attaccata alle sue mani. San Grato allora la portò ad Aosta ed ancora oggi questa è venerata nella Cattedrale (Per riferimenti, cfr. Amato Pietro FrutazLe fonti per la storia della Valle d’Aosta, vol. 1, Roma 1966, pp. 181-182, 194). Per questo motivo, spesso san Grato è raffigurato con tra le mani la testa di san Giovanni.
Fino al 1411 la reliquia romana, reputata appartenente al Battista, veniva portata ogni anno in processione da quattro arcivescovi. Il cranio custodito a Roma è senza la mandibola, conservata nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.
La spada del boia troncò il capo di Giovanni, ma su questo capo, come canta Paolo Diacono, nell’inno delle Lodi Ut queant laxis del 24 giugno, Dio ha posto la triplice corona di profeta, di martire e di vergine: Serta ter denis alios coronant Aucta crementis, duplicata quosdam; Trina centeno cumulata fructu Te sacer ornant (Paolo DiaconoCarmen VDe Sancto Joanne Baptista, 10, in PL 95, col. 1597).
In onore del glorioso Precursore decollato, furono erette nel basso Medioevo parecchie chiese e confraternite destinate all’assistenza religiosa dei condannati a morte. Produssero un gran bene e, grazie ad esse, la soddisfazione della giustizia umana, tutta avvolta all’epoca di un’atmosfera di compassione e di amore, si elevò all’altezza di un atto di religione, in modo che questi infelici, assistiti da dei “consolatori” e nel bacio del Crocifisso, potevano salire rassegnati al patibolo, felici di poter soddisfare Dio e la società per il crimine commesso. Perciò san Giuseppe Cafasso, “consolatore” zelantissimo dei condannati a morte, diceva: “Su cento appesi, cento salvati!”.
A Roma, due chiese erano dedicate alla decollazione di san Giovanni Battista. La prima si trovava vicino alle prigioni di Tor di Nona, di fronte a Castel Sant’Angelo. In questa chiesetta si portavano i condannati a morte perché ricevessero prima della pena gli ultimi conforti religiosi (Cfr. M. ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 351). L’altra, denominata San Giovanni Decollato o della Misericordia o Santa Maria in Petrocia o della Fossa, nel rione Ripa, esiste ancora oggi, e non è lontana dal Velabro, ed uno dei numerosi privilegi di cui godeva la sua confraternita era di poter, ogni anno, liberare durante la Quaresima un condannato a morte. In questa chiesa si seppellivano, in fosse comuni, i cadaveri dei condannati a morte (Ibidem, pp. 632-633). Esse sono coperte da chiusini in marmo sui quali è scritto: Domine, cum veneris iudicare, noli me condemnare (Signore, quando verrai a giudicare, non condannarmi). Nella camera storica dell’Arciconfraternita sono conservati numerosi cimeli relativi all’attività della medesima: tra le altre cose, il cesto che raccoglieva la testa dei giustiziati, l’inginocchiatoio sul quale Beatrice Cenci recitò l’ultima sua preghiera, le barelle sulle quali i confratelli trasportavano i resti dei condannati a morte per la sepoltura.
Riguardo all’origine dell’odierna celebrazione, da un punto di vista liturgico, nel VII sec. a Roma si annunciava al 30 agosto, dopo il natale dei Santi Felice ed Adautto: Et depositio Helisæi et decollatio sancti Iohannis Baptistæ. La doppia menzione di Eliseo e di Giovanni Battista rileva chiaramente l’origine della festa del Precursore. La festa della Decollazione di san Giovanni è incontestabilmente legata ai santuari sorti sulla tomba e sulla sepoltura del capo del Battista.
Il Lezionario di Gerusalemme dell’inizio del V sec. infatti già ne fa menzione. I Bizantini ed i Siriani d’Antiochia la celebrano il 29 agosto; i Copti lo fanno il 30 perché il 29 è il giorno del Nuovo Anno, e gli Armeni il sabato della III settimana dopo la Dormizione della Théotokos. In Occidente, il martirologio geronimiano annuncia la festa alla stessa data, facendo menzione di Sebaste: In Provincia Palestina civitate Sebastea natale sancti Iohannis Baptistæ, qui passus est sub Herode rege. Essa dové essere stabilita a Roma sotto il papa Teodoro (642-649), che era di origine palestinese.
Nei secc. XI e XII, il titolo di «Decollatio» è prevalso a Roma su quello di «Passio», che era dato dai sacramentari dell’VIII sec. Il sacramentario di San Trifone parla di Revelatio capitis, insistendo sull’invenzione della reliquia.

Tito Chartophylax, Icona di S. Giovanni Battista (Ο Άγιος Ιωάννης ο Πρόδρομος), 1536, Chiesa della Panaghia Chryseleousis, Empa


Geertgen tot Sint Jans, Leggenda delle reliquie di S. Giovanni Battista, 1484 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna


Bernardino Luini, Salomé con la testa decapitata del Battista, 1515-25 circa




Andrea di Bartolo Solari (Andrea Solario), Salomé con la testa del Battista, 1510-24, Metropolitan Museum of Art, New York


Andrea di Bartolo Solario, Testa del Battista, 1507, Musée du Louvre, Parigi


Scuola italiana, Testa del Battista, The Ashmolean Museum of Art and Archaeology, Oxford


Copia di Andrea Solari, Testa del Battista, XVI sec., museo del Prado, Madrid

Scuola italiana, Testa del Battista, 1511, National Gallery, Londra

Francesco Cairo, Testa del Battista, XVII sec.


Jusepe de Ribera, Testa del Battista, 1644, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid


Jusepe de Ribera, Testa del Battista, XVII sec., Museo civico Filangieri, Napoli



Andrea Vaccaro, Testa del Battista, XVII sec.


Sebastián de Llanos y Valdés, Testa del Battista, XVII sec., collezione privata



Autore anonimo sivigliano, Testa del Battista, XVII sec., Ayuntamiento de Sevilla, Siviglia


Domenichino, Testa del Battista, 1649


Orazio Gentileschi, Carnefice con la testa del Battista, 1612-13, Museo del Prado, Madrid



Belisario Corenzio, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.


Pier Francesco Mazzucchelli (detto Il Morazzone), Decapitazione del Battista, 1620 circa


Martin Faber, Decollazione del Battista, 1616, Musée de Valence, Valence


Pieter Paul Rubens, Decollazione del Battista, 1608-09, collezione privata




Caravaggio, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1608, Saint John Museum, La Valletta


Massimo Stanzione, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1630 circa, Museo del Prado, Madrid

Juan Bautista Maino, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.

Carlo Dolci, Salomé con la testa del Battista, 1665-70, Royal Collection, Windsor


Onorio Marinari, Salomé riceve la testa del Battista appena tagliata, 1680 circa


Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., Szépművészeti Múzeum,  Budapest


Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., collezione privata


Jusepe Leonardo, Decollazione del Battista, 1637 circa, Museo del Prado, Madrid


Giovanni Andrea Ansaldo, Decollazione del Battista, 1615


John Rogers Herbert, Giovanni Battista rimprovera Erode, 1848, collezione privata


Vasily Grigoryevich Khudyakov, Decollazione del Battista (Усекновение головы Иоанна Предтечи),  1857


Jan Adam Kruseman, Salomé con la testa del Battista, 1861 orca, Rijksmuseum, Amsterdam

Faustino Ranieri, Decollazione del Battista, XIX sec.

Francesco Grandi, Decollazione del Battista, 1882, Museo diocesano, Rimini

Roberto Ferri, S. Giovanni decollato, 2008, Duomo, Montepulciano

Scuola Napoletana, S. Giovanni nel deserto, XVII sec., collezione privata