Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 11 giugno 2016

“Discípuli autem Pauli et Bárnabæ, suis facultátibus Christiános, qui in Judæa erant, sustentábant, eo mitténtes pecúniam per Paulum et Bárnabam. Qui perfúncti illo caritátis offício, adhíbito Joánne, cui cognómen erat Marcus, rediérunt Antiochíam” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI BARNABÆ APOSTOLI

San Paolo attribuisce costantemente a Barnaba il titolo di apostolo, che la liturgia, anche orientale, gli ha conservato (Ο Απόστολος Βαρνάβας). Si tratta di una designazione speciale e di un’elezione di Barnaba da parte dello Spirito Santo, che lo destinò con l’Apostolo delle Genti all’evangelizzazione dei Gentili, come, in principio, diresse Pietro verso i circoncisi. Il Paraclito stesso, negli Atti degli Apostoli, ci ha fatto l’elogio di Barnaba, chiamandolo vir bonus, et plenus Spiritu Sancto et fide, uomo buono, pieno di Spirito Santo e fede (At. 11, 24); e Paolo, malgrado la divergenza momentanea delle loro vedute riguardo il discepolo Marco, cugino di Barnaba, ha sempre conservato per il suo primo compagno d’armi, Barnaba appunto, un profondo sentimento di venerazione.
La vita di Barnaba, dopo la sua separazione da san Paolo, ci è quasi interamente sconosciuta. Andò dapprima a Cipro con Marco; ma poi? Quando l’apostolo rimase due anni prigioniero a Roma, troviamo san Marco in sua compagnia. Dove era suo cugino, di cui san Paolo aveva un tempo citato ai Corinzi l’immensa autorità come associata alla sua? «Numquid non habemus potestatem mulierem sororem circumducendi, sicut et ceteri Apostoli, et fratres Domini, et Cephas? Aut ego solus et Barnabas non habemus potestatem hoc operandi»; «Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? Ovvero solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?» (1 Cor. 9, 5-6).
Che cosa sapevano di Barnaba i Corinzi, e quale ragione aveva Paolo di associarselo, dopo un sì grande numero di anni trascorsi dalla loro separazione? Si erano ritrovati forse di nuovo e Barnaba poteva rivendicare, pur’egli, come Paolo, dei diritti sui Corinzi? Questo sembrerebbe emergere dall’argomentazione dell’apostolo. Gli antichi attribuivano inoltre a Barnaba una lunga epistola, molto venerata da Clemente di Alessandria e da Origène, ma di cui le critiche moderne gli rifiutano generalmente la paternità. Tuttavia gli argomenti di questi ultimi non sembrano assolutamente convincenti, e la domanda rimane aperta.
Il corpo di san Barnaba sarebbe stato scoperto miracolosamente, verso il 478, nell’isola di Cipro, a Salamina: lì sarebbe stato martirizzato mediante lapidazione dai giudei (secondo i tardivi Atti apocrifi del suo martirio, però, messagli una corda al collo, sarebbe stato trascinato sul luogo dove sarebbe stato bruciato ancora vivo e le ceneri disperse). Secondo la leggenda, il Santo sarebbe apparso in sogno al vescovo Antemio di Costanzia (presso Salamina), al quale avrebbe indicato il luogo della sua sepoltura sotto un carrubo; lì vi sarebbe stato sepolto da Giovanni Marco, l’evangelista. Recatosi sul posto, il vescovo trovò la tomba con le ossa di san Barnaba. Sul petto del Santo vi era una copia del Vangelo di Matteo. Il vescovo, quindi, si recò dall’imperatore Zenone, portandogli quel Vangelo. L’imperatore, quindi, riconobbe l’autocefalia alla Chiesa cipriota dal patriarcato di Antiochia; accordò lo scettro imperiale al vescovo ed il privilegio di poter firmare con inchiostro rosso gli atti.
Sul luogo della tomba di Barnaba, Artemio fece costruire non distante una chiesa. Scavi recenti nei pressi della chiesa attuale e del relativo monastero, hanno rilevato l’esistenza in loco di una precedente chiesa con due tombe vuote: quella dell’Apostolo Barnaba e del vescovo Antemio.
Nel XVI sec. sant’Antonio Maria Zaccaria fondò a Milano una nuova famiglia di religiosi, che presero il nome di Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba presso cui dimoravano. San Francesco di Sales li stimava molto, tanto che diceva graziosamente di sé che pur’egli era barnabita, cioè figlio della consolazione.
Nel rito bizantino si celebrano l’11 giugno i santi Bartolomeo e Barnaba. Questo sarebbe l’anniversario della scoperta del corpo di Barnaba nell’isola di Cipro nel 478 (cfr. Martyrologium romanum ... Accesserunt notationes ... auctore Caesare Baronio, Romæ 1630, p. 233). Beda ha scelto questa data per far menzione dell’apostolo che ebbe un sì grande posto di rilievo dopo i Dodici nella Chiesa primitiva.
La festa di san Barnaba è, invece, entrata abbastanza tardi nel Calendario romano, mentre appare già nel calendario di marmo di San Giovanni Maggiore a Napoli, nell’IX sec. Nello stesso secolo apparve nei calendari inglesi ed in quello di San Gallo. Alla fine del secolo, il sacramentario di Modena dava le orazioni della sua messa. Esse riprendevano quelle di san Nicomede al 1° giugno nel Gregoriano. Ma è soprattutto dal X e dall’XI sec. che la festa dell’apostolo si propagò. Tuttavia, nell’XI sec., ancora numerose chiese, quella di Vich per esempio, l’ignoravano ancora. A Roma, il nome dell’apostolo di Cipro si trovava, fin dalla prima ora, accostato a quelli di Stefano e di Mattia nella seconda sezione della grande Intercessione contenuta nel canone romano: Nobis quoque.
La festa è attestata a Roma nell’XI sec. e si sviluppò nel XII. Nel Messale del Laterano si trovano le stesse orazioni del sacramentario di Modena risalente a tre secoli prima. Esse rimasero tali sino al 1970. Per il resto, il messale attribuisce a san Barnaba i testi propri degli Apostoli, facendo legge come epistola At. 5, 40-42. Allorché il culto di san Barnaba era ben attestato in Vaticano sin dall’XI sec., non si saprebbe dire il perché il calendario e l’antifonario di San Pietro lo passino sotto silenzio. È vero che l’antifonario presenta un vuoto inspiegabile nel santorale di giugno. Non vi si trova alcun nome del santo tra il 31 maggio ed il 24 giugno (così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 244-245).
Rito doppio maggiore. Nel codice delle rubriche del 1960, è la sola festa di III classe ad aver conservato il Credo.
Il catalogo Torinese delle chiese di Roma nel XIV sec. menziona, vicino alla Porta Maggiore, una piccola chiesa, Sancti Barnabæ de porta, servita da un solo prete. Ogni traccia n’è persa attualmente (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 803; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 205).
Nel 1957 gli è stata dedicata una chiesa nel quartiere Prenestino-Labicano in stile neoromanico.
La messa manca di unità nella sua redazione, chiedendo in prestito i suoi canti ad altre feste più antiche. Le orazioni sono riprese dall’antica messa della dedicazione della basilica di San Nicodemo al 1° giugno, festa in seguito scomparsa.
L’antifona per l’introito è quella del 30 novembre.
Le collette si ispirano a quelle della festa di san Giorgio.
Nella prima si chiede di ottenere da Dio, per l’intercessione ed i meriti di Barnaba, i favori divini. Tutto ciò che otteniamo da Dio è sempre l’effetto della sua misericordia; non solo perché siamo dei peccatori indegni delle sue grazie, ma anche perché il dono del Signore è un’effusione del suo amore, e questo è di un tal valore che non sopporta alcun paragone. Per questo, il Sapiente ha potuto dire: «Si dederit homo omnem substantiam domus suæ pro dilectione, quasi nihil despiciet eam»; «Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio» (Ct 8, 7).
La prima lettura è tratta dagli Atti degli Apostoli (At 11, 21-26; 13, 1-3), e riguarda il primo viaggio di Barnaba ad Antiochia e la sua elezione all’apostolato. Barnaba doveva essere già un personaggio molto considerato e di grande merito quando i Dodici lo destinarono ad una missione così difficile e così importante quale quella della diffusione del Vangelo nella capitale della Siria, Antiochia. Il Santo fece d’altronde onore a questa scelta, e siccome era perspicace, comprese immediatamente che Saulo poteva essere l’uomo della situazione. Andò a cercarlo a Tarso dunque, e avendolo portato con lui sulla riva dell’Oronte, l’uno e l’altro seppero imprimere alla comunità di Antiochia un tale spirito di espansione e di iniziativa che i discepoli del Nazareno ricevettero per la prima volta il nome che, da allora, attraverso i secoli, avrebbe dovuto designarli per sempre: Cristiani.
Paolo si trovava allora in sottordine, così che, negli Atti, occupa l’ultimo posto tra i preti di Antiochia. Ma il Signore si compiace degli umili, e può, dalle semplici pietre, suscitare dei figli di Abramo; un giorno di liturgia solenne, mentre l’assemblea badava ai digiuni ed alla preghiera, ordinò di riservargli Saulo e Barnaba per la grande missione alla quale li destinava presso i Gentili. In quel tempo di fede eroica, si era ristabilita, tra la comunità dei fedeli e lo Spirito Santo, l’antica familiarità di cui Adamo, nell’Eden, aveva goduto un tempo con Dio. Il Paraclito interveniva direttamente negli affari della comunità, per mezzo dell’effusione dei suoi carismi. Parlava e gli si rispondeva; ordinava e gli si ubbidiva; istruiva e lo si ascoltava.
Quando, dunque, ad Antiochia, in occasione dei digiuni solenni, fece intendere la sua voce: Segregate mihi Saulum et Barnabam, riservatemi Saulo e Barnaba, nessuno vi fece opposisione né mise ritardo nell’eseguire il comando ricevuto: i sacerdoti, ieiunantes et orantes, imponentesque eis manus, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani – ecco i tre elementi primitivi che accompagnano, dai tempi apostolici, la collazione della potenza gerarchica – consacrandoli Apostoli.
Il graduale è tratto dal Sal. 19 (18), come quello della festa di san Marco fuori del tempo pasquale. In un modo figurato, questi astri che indorano coi loro raggi il cielo della Chiesa e narrano dovunque la gloria di Dio, sono i predicatori del santo Vangelo.
La lettura evangelica è tratta da san Matteo (Mt 10, 16-22). Gesù dichiara che manda i suoi apostoli come pecore in mezzo ai lupi, non per far loro la guerra, ma affinché dai lupi ne facciano degli agnelli. Prosegue che le pecore che vanno nel mezzo dei lupi non devono ripromettersi necessariamente di conservare sempre intatto il loro vello; il corpo è in pericolo, ma è sufficiente che l’anima non perisca. Una grande prudenza non sarebbe dunque opportuna; per questo il Salvatore vuole che sia unita alla semplicità della colomba. Al posto della prudenza umana sulla quale non conviene appoggiarsi troppo, Gesù sparge al contrario nei suoi araldi una prudenza tutta divina, suggerendo loro, al momento opportuno, ciò che dovranno rispondere davanti ai giudici nei tribunali; perché, come Egli soffre nei suoi martiri, così, con la loro bocca, rende continuamente, come dichiarò un tempo a Pilato, testimonianza alla verità.
L’offertorio è lo stesso della festa di san Mattia, il 24-25 febbraio così come l’antifona di Comunione. Durante il tempo pasquale, tutti i canti della messa sono improntati alla festa di san Marco, il 25 aprile.
Il primo gesto di Barnaba, quello di disfarsi dei suoi beni e di depositarne il valore ai piedi degli Apostoli, fu ciò che lo designò alla missione dell’apostolato. L’araldo evangelico deve essere libero da ogni imbarazzo e legame terrestre, affinché, indipendente dagli uomini, reso agile come uno spirito, mostri agli altri, con la sua vita stessa, che cerca solamente le anime: «Da mihi animas, cætera tolle»; «Datemi anime e prendetevi il resto» (Gen 14, 21).







Sandro Botticelli, Vergine con Bambino tra angeli e sei santi (SS. Caterina d’Alessandria, Barnaba, Agostino, Giovanni Battista, Ignazio d’Antiochia, Michele arcangelo), c.d. Pala di S. Barnaba, 1488-90 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze


Paolo Veronese, S. Barnaba guarisce un malato, XVI sec., Musée des Beaux-Arts, Rouen

Fabritius Barent, Lapidazione di Paolo e Barnaba a Listra, XVII sec., collezione privata

Ambrosius Francken I, detto il Vecchio, Paolo e Barnaba scelti come apostoli dallo Spirito Santo, XVII sec., Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen, Anversa

Jacob Jordaens, SS. Barnaba e Paolo a Lystra, 1616 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Michel Corneille il vecchio, Paolo e Barnaba a Listra, 1644, musée des Beaux-Arts, Arras

Nicolaes Berchem, Paolo e Barnaba a Listra, 1650, Musée d’Art, Saint-Etienne

S. Barnaba, chiesa del Palazzo Nazionale di Mafra, Mafra, Portogallo

SS. Pietro, Barnaba e Giulio, XIX sec., Chiesa di S. Barnaba, Marsiglia



Sarcofago di S. Barnaba, Monastero di Salamina, Cipro

Cranio di S. Barnaba, Monastero di S. Rosa, Conca dei Marini. La reliquia fu donata dal Vescovo di Pozzuoli mons. Girolamo Dandoli, nato a Conca nel 1772

mercoledì 4 novembre 2015

“Abstinéntia fuit admirábili; jejunábat sæpíssime, pane tantum et aqua, solis quandóque lupínis conténtus. Noctúrnis vigíliis, aspérrimo cilício, assíduis flagéllis corpus domábat. Humilitátis ac mansuetúdinis studiosíssimus fuit. Oratiónem ac verbi Dei prædicatiónem, gravíssimis licet curis occupátus, numquam intermísit. Multas ecclésias, monastéria, collégia ædificávit. Plura scripsit, ad episcopórum præsértim instructiónem utilíssima; cujus étiam ópera parochórum catechísmus pródiit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI CAROLI BORROMÆI, EPISCOPI MEDIOLANENSIS ET CONFESSORIS

Se Milano guarda san Carlo come il più illustre dei suoi pastori dopo sant’Ambrogio, la Chiesa Madre di Roma lo stringe al suo cuore e lo saluta come uno dei più cari e dei più meritevoli dei suoi figli.
Difatti, l’opera di san Carlo può essere considerata in due periodi e su due campi distinti. Dapprima la sua attività a fianco di suo zio Pio IV, attività che abbracciò non solo Roma ma la Chiesa universale stessa. Viene poi l’azione pastorale compiuta a Milano dal Santo, apostolo e pastore di questa vasta diocesi.
Segretario di Stato di Pio IV, san Carlo si trovò a fianco del Pontefice in una delle epoche più decisive per la storia del papato. Si trattava di sapere se la Santa Sede si sarebbe impegnata infine in maniera risoluta sulla via della riforma ecclesiastica, così lungamente ed universalmente reclamata; o se fosse rinviata ancora questa difficile impresa, accontentandosi, come purtroppo avevano fatto alcuni dei Pontefici di quel secolo, di mezze misure.
Fu sotto l’influenza personale di san Carlo che Pio IV si decise per la riforma; e da quel giorno il Santo, in nome e con l’autorità di suo zio, camminò arditamente nella via aperta, senza curarsi delle considerazioni umane. Si può dire dunque che, di Roma, diresse l’ultimo periodo del Concilio di Trento, e ciò che è ancora più importante, quando il Concilio fu approvato dal Papa, san Carlo si applicò con tutte le proprie energie a realizzarne effettivamente il piano di riforma.
Qui comincia la seconda parte della vita di san Carlo. Essendo morto Pio IV, il nostro Santo si fissò definitivamente nella sua Chiesa di Milano, dove erano da rialzare le rovine accumulate dai lunghi anni di cattivo governo, nell’assenza dei pastori legittimi.
San Carlo, per santificare il suo gregge, cominciò col santificare se stesso. Come Gesù aveva voluto riscattare il mondo meno con la sua predicazione ed i suoi miracoli, quanto più con la sua passione, così san Carlo si offrì egli stesso come vittima a Dio per il suo popolo con una vita molto austera. Le anime, diceva, si guadagnano in ginocchio, facendo così allusione alle sue lunghe preghiere ai piedi del Crocifisso o nella cripta della chiesa del Santo Sepolcro a Milano.
L’attività svolta da san Carlo in ogni tipo di lavoro pastorale è incredibile. Il suo campo di azione, a titolo di metropolita di Milano e di legato della Santa Sede, era immenso. E tuttavia non ci fu villaggio delle Alpi o paese disperso nel quale san Carlo non si recasse per fare la visita pastorale. I suoi biografi ci dicono che in meno di tre settimane gli capitò di consacrare ben quindici chiese.
L’arcivescovo di Milano aveva all’epoca da risolvere importanti e difficili problemi. L’eresia, che aveva infettato i cantoni svizzeri che confinano con la diocesi, minacciava di contaminare anche questa. Occorreva almeno paralizzarne l’influenza e san Carlo lo fece. Bisognava formare inoltre dei vescovi e dei preti ispirati dall’ideale più elevato: il Santo eresse dei collegi e dei seminari, riunì dei concili, promulgò dei canoni, favorì l’apertura di case religiose per l’educazione della gioventù.
L’affievolimento dello spirito ecclesiastico nel clero è favorito quasi sempre dal potere civile che avvilisce difatti il prete per poterlo assoggettare poi più comodamente. San Carlo fu il vendicatore intrepido dell’autorità episcopale: non solo ebbe a lottare pure contro i canonici, le religiose ed i religiosi che si erano scostati della loro strada primitiva – per es., gli Umiliati che tentarono perfino di assassinare il Santo – ma trovò molti avversari più temibili nei governatori spagnoli e dal Senato di Milano, troppo gelosi delle pretese prerogative della corona della Spagna su quella Chiesa. Nell’attuare i decreti tridentini, in effetti, il Borromeo si espose infatti alla reazione di coloro che vedevano lesi i propri privilegi: fu minacciato con i bastoni dai frati minori osservanti, aggredito con le spade dai canonici di Santa Maria della Scala, minacciato dalle monache di Sant’Agostino, vilipeso da quelle di Lecco e colpito con una archibuggiata alla schiena da un sicario dell’ordine degli umiliati. Nella notte del 26 ottobre 1569, infatti, un certo Gerolamo Donato detto il Farina, originario di Astano, frate degli Umiliati, entrò, verso le 22, in Arcivescovado di Milano con un archibugio e un archibugetto, una specie di lunga pistola, sorprendendo san Carlo Borromeo in preghiera in una cappella insieme ai suoi familiari e collaboratori. Si stava, in quel momento, cantando il Nolite timere. Estratto l’archibugio, alle parole Non turbetur cor vestrum, esplose un colpo mirando alla schiena del Santo, senza però uccidere l’Arcivescovo, il quale, rimanendone illeso, fece cenno che nessuno si muovesse e terminasse la preghiera. Eppure san Carlo era alto un metro ed ottanta e nonostante ciò il Farina non riuscì ad ucciderlo, benché sparasse a distanza ravvicinata.
Il medico del Santo, immediatamente accorso, ebbe modo di non riscontrare sul suo corpo alcuna ferita, segno che la palla di piombo rovente miracolosamente s’arrestò di botto e rimbalzò dal corpo, forando solo il rocchetto cardinalizio, che ancora oggi è conservato ed è custodito nella basilica milanese di Sant’Eustorgio, dove viene esposto una volta all’anno. Il Donato, approfittando del generale sbigottimento, riuscì a fuggire dalla porta che dà sul lato destro del Duomo e a far perdere momentaneamente le sue tracce dileguandosi, ma nell’aprile successivo fu catturato e condotto a Milano, rinchiuso nelle carceri vescovili. Venne impiccato in piazza Santo Stefano, sebbene il santo arcivescovo non volesse che l’attentatore ed i suoi tre complici (fra’ Gerolamo Legnano, prevosto di San Cristoforo, e fra’ Lorenzo Campana, prevosto di San Bartolomeo e fra’ Clemente Merisio, prevosto di Caravaggio) fossero uccisi.
A seguito di quell’attentato nonché per la loro sospetta vicinanza all’eresia calvinista, la congregazione degli Umiliati fu soppressa, nel suo ramo maschile, da san Pio V il 7 febbraio 1571.
Così visse, agì e combatté il grande san Carlo Borromeo, il quale si mostrò degno campione della lotta sacra per la quale si immolò. Consumato prima del tempo dalle dure fatiche della sua vita pastorale, morì sulla breccia la sera del 3 novembre 1584, all’età di soli quarantasei anni. Fu canonizzato nel 1610 da papa Paolo V, che iscrisse la sua festa nel calendario nel 1613 come semidoppia ad libitum. Papa Innocenzo X ne fece una semidoppia di precetto nel 1652 con commemorazione dei santi martiri Vitale ed Agricola, ed Alessandro VII, nel 1659, l’elevo al rito doppio.
La messa è dal comune Státuit, eccetto la prima colletta, che è propria.
In essa, la Chiesa riassume il suo elogio in queste brevi ma eloquenti parole: pastoralis sollicitudo gloriosum reddidit.
Roma conserva di lui numerosi ricordi, a San Martino ai Monti, per es., di cui riparò il soffitto (Mariano ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 216) ed a Santa Prassede di cui fu titolare e nella quale fece svolgere importanti lavori di restauro (ibidem, pp. 237-238). Il suo cuore è conservato nella grande chiesa che gli è dedicata vicino alla porta Flaminia, chiesa che rappresenta oggi il santuario particolare dei lombardi nella Città eterna. Oltre questa Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, oggi nota anche come chiesa di San Carlo al Corso (ibidem, pp. 337-338. Cfr. anche Ch. HuelsenLe Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 407, il quale ricorda come la chiesa fosse in origine dedicata a san Nicola: San Nicolai de Tofo o De Tofis), due altri santuari dell’Urbe sono dedicata al suo nome. Esse sono: San Carlo a’ Catinari, il cui nome esteso è chiesa dei Santi Biagio e Carlo ai Catinari (originariamente, la Chiesa di San Carlo ai Catinari sorgeva nei pressi della Chiesa di San Biagio ai Catinari. Cfr. Armelliniop. cit., p. 446. Ma quando quella fu profanata e distrutta il nome di san Carlo fu unito a quello della chiesa di san Biagio. Cfr. Ibidem, pp. 445-446), e, nel rione Monti, San Carlo alle Quattro Fontane, detta popolarmente San Carlino ed opera del Borromini (ibidem, p. 187). Nella piazza di Santa Maria della Scala vi era un tempo la piccola chiesa dei Santi Carlo e Teresa (d’Avila) (ibidem, p. 651).
Una chiesa moderna è, poi, stata dedicata, nel 2011, al nostro Santo: si tratta di San Carlo Borromeo alla Fonte Laurentina.
Nel palazzo Altemps, presso la cappella di Sant’Aniceto, si venera ancora la camera abitata dal Santo e nella sacrestia vi si conserva la sua pianeta (ibidem, p. 347). Presso la Chiesa di San Girolamo della Carità, dove abitava san Filippo Neri, san Carlo vi si recava per intrattenersi in santi colloqui col santo dei giovani (ibidem, p. 414). Presso poi la Chiesa di San Giacomo in Settignano, oggi nota pure come San Giacomo alla Lungara, san Carlo vi aveva fatto costruire un monastero, al tempo di Pio IV, per accogliere le penitenti donne di malaffare (ibidem, p. 653).
Quanto al mantello di porpora del grande Cardinale, esso è conservato religiosamente nel Titolo di Santa Cecilia.


Domenico Cresti da Passignano, Michelangelo presenta a papa Paolo IV il modello per il completamento dell’edificio e della cupola di San Pietro, Galleria Buonarroti, Firenze. In primo piano a sinistra uno degli allievi di Michelangelo (Jacopo Duca operò fedelmente nella scia del suo Maestro) guarda devoto e ammirato il grande architetto. Nei due volti ai lati del Papa si riconoscono quelli dei Cardinali nipoti, S. Carlo Borromeo e Giov. Antonio Serbelloni.

Johann Sadeler I, Ritratto di S. Carlo, 1588-94, Rijksmuseum Amsterdam

Giovanni Ambrogio Figino, Ritratto di S. Carlo, 1603-08, Pinacoteca Ambrosiana, Milano

Federico Zuccari, Imposizione del cappello cardinalizio al beato Carlo Borromeo, 1603-04, Collegio Borromeo, Pavia

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, San Francesco e il beato Carlo Borromeo in preghiera davanti all'Assunta di San Celso a Milano, XVII d.C., Galleria Sabauda, Torino

Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, S. Carlo Borromeo dinanzi al Cristo morto di Varallo, 1610 circa, Museo del Prado, Madrid

Luca Giordano, S. Carlo Borromeo fa la carità, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Agostino Ciampelli, S. Carlo Borromeo, XVII sec., collezione privata

Ambito lombardo, S. Carlo intercede contro la peste, XVII sec., museo diocesano, Milano

Rutilio Manetti, Madonna del Rosario tra i SS. Domenico, Caterina, Pio V, Carlo Borromeo ed altri Santi, XVII sec., parrocchiale di S. Giovanni Battista, Nervesa della Battaglia

Autore anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., collezione privata

Orazio Borgianni, S. Carlo Borromeo, 1610-16, Hermitage, San Pietroburgo


Orazio Borgianni, S. Carlo intercede presso la SS. Trinità, 1611-12, Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, Roma


Guercino, S. Carlo in orazione, 1613-14, Collegiata di S. Biagio, Cento

Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, S. Carlo in abiti pontificali, XVII sec., Chiesa di Santa Maria di Canepanova, Pavia

Carlo Saraceni, S. Carlo Borromeo porta in processione il Sacro Chiodo, 1618-19, Chiesa di S. Lorenzo in Lucina, Roma

Carlo Saraceni, S. Carlo Borromeo comunica un appestato, 1618-19, Chiesa sei servi di Maria, Cesena

Morazzone, S. Carlo in gloria, 1618, Santuario di Santa Maria della Noce, Inverigo

Francesco Furini, Volto di S. Carlo, 1604 ss., Rijksmuseum Amsterdam

Jan Thomas, Ritratto di S. Carlo da un'opera del Figino, 1627 ss., Rijksmuseum Amsterdam

Henry Ferguson, Paesaggio fantastico con S. Carlo ed adorazione dei Pastori, 1700-20 circa, Rijksmuseum Amsterdam

Giovanni Battista Pittoni il giovane, Madonna col Bambino tra i SS. Carlo Borromeo, Rosa da Lima, Domenico e Bonaventura, XVIII sec., collezione privata

Ambito di Francesco Trevisani, S. Carlo, XVII sec., collezione privata


Giambattista Tiepolo, S. Carlo Borromeo con il Crocifisso, 1767-69 circa, Art Museum, Cincinnati

Raymond Balze, S. Carlo assiste lo zio morente Pio IV, 1856, chiesa di San Rocco, Parigi





Francesco Maria Richini, Cripta di S. Carlo Borromeo (detta popolarmente Scurolo di san Carlo) con urna del Santo di Giovanni Battista Crespi detto Il Cerano, 1606, Duomo di Milano. La Cripta fu modificata negli anni 1810-20 da Pietro Pestagalli