Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 14 agosto 2016

IN FESTO SANCTI MAXIMILIANI MARIAE KOLBE, MARTYRIS

In questo giorno ricevette l’incorruttibile corona di gloria San Massimiliano Maria Kolbe.
Egli, francescano conventuale di origine polacca, che aveva studiato a Roma, e fondatore della Milizia dell’Immacolata, internato durante l’ultima guerra nel campo di concentramento di Auschwitz col numero 16670, si offrì di sostituire un padre di famiglia, Francesco Gajowniczek, che era stato condannato a morte, assieme ad altri nove internati, secondo le dure leggi del campo, perché un prigioniero era fuggito.
Rinchiuso nel bunker della morte assieme agli altri, privi di abiti, dove si moriva di fame e di sete, dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano. Le SS decisero, allora, giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico. Il francescano martire volontario, tese il braccio, con grande calma. All'ufficiale medico nazista che gli fece l'iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita...» e mentre l'ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea!». Le sue ultime parole furono: «Ave Maria». Era il 14 agosto 1941. Il giorno seguente il suo corpo fu cremato e le ceneri disperse.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca.
San Massimiliano Maria Kolbe si decise a fondare la Milizia dell’Immacolata dopo un episodio decisivo della propria vita.
Egli, giovane seminarista francescano, rimase, mentre era a Roma per gli studi filosofici e teologici (1912-1919), profondamente colpito dalle manifestazioni massoniche antipapali che si spingevano sino al Vaticano.



Lì, infatti, assisté ad una processione di anticlericali-massoni che andavano a celebrare Giordano Bruno in Campo dei Fiori (il cui monumento di Ettore Ferrari era stato inaugurato tristemente qualche decennio prima, nel 1889), inalberando uno stendardo nero su cui Lucifero schiacciava S. Michele Arcangelo. In piazza S. Pietro erano distribuiti volantini in cui si leggeva che “Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà fargli da servo”.
Per questo, dinanzi al dilagare del Male nella Città Eterna, fondò, il 16 ottobre 1917, con altri sei seminaristi (Padre Giuseppe Pal, rumeno, Padre Quirico Pignalberi, della provincia di Roma, Padre Antonio Glowinski, rumeno, Frate Antonio Mansi e Frate Enrico Granata, entrambi della provincia di Napoli, Frate Girolamo Biasi, della provincia di Padova), un’associazione a cui diede un nome da battaglia e cavalleresca, chiamandola Milizia dell’Immacolata (vqui).
Nel gennaio 1922, la Milizia venne approvata come “Pia Unione della Milizia di Maria Immacolata” dal Cardinale Domenico Basilio Pompili, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Roma. Quello stesso Cardinale lo ordinò sacerdote il 28 aprile 1918.
Una volta ritornato nella sua Polonia, fondò, a 40 Km da Varsavia, Niepokalanow, cioè la Città dell’Immacolata, che raccolse sino ad oltre 750 religiosi, di varie estrazioni sociali, tutte persone devote di Maria Immacolata. Nel 1930 fondò, poi, in Giappone, su quel modello, Mugenzai-No-Sono (il “Giardino dell’Immacolata”). Questa “piccola città” fu risparmiata dall’esplosione atomica che colpì Nagasaki nel 1945.
Tutto questo in onore della Vergine Maria, verso cui i francescani nutrivano una particolare devozione (San Bonaventura da Bagnoregio, nella Vita Maggiore di S. Francesco, racconta come il Serafico Padre avesse una devozione peculiare per Maria, avendo, per suo merito, reso Gesù nostro fratello; una devozione di gratitudine, dunque), venerata anche come la celeste Patrona dell’intero Ordine Francescano.
Il carisma di P. Massimiliano ispirerà l'opera dell'ordine, nel suo ramo maschile e femminile, dei Francescani dell'Immacolata, oggi incomprensibilmente censurati dalle autorità ecclesiastiche.

Una delle ultime foto di P. Massimiliano prima dell'internamento nel campo di concentramento dove troverà la morte





Luogo del martirio di P. Massimiliano, Blocco 11, Auschwitz, visitato da Giovanni Paolo II nel 1979 e da Benedetto XVI nel 2006


lunedì 15 dicembre 2014

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

In occasione dell’Ottava dell’Immacolata Concezione, soppressa nel 1955 e di cui, tuttavia, si trova traccia nel XV sec. in qualche ordine religioso ed in alcune diocesi, e che fu estesa alla Chiesa universale da Innocenzo XII (1691-1700) e confermata da Pio IX, rilancio volentieri questo studio.


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata concezione (detta La Colossale), 1650 circa, Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione con il Padre Eterno, 1668-69, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1670, Walters Art Gallery, Baltimora

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

di Carlo Codega

Pochi conoscono i retroscena della gloriosa Proclamazione dogmatica, e come a essa sia intimamente legata la condanna delle principali eresie del tempo. In realtà come per tutte le cose divine, anche il dogma dell’Immacolata è venuto nel tempo giusto, al momento giusto...

L’8 dicembre 1864, solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, il beato Pio IX con la pubblicazione dell’enciclica Quanta cura e del suo ben più famoso “allegato”, il Syllabus, chiudeva una travagliata vicenda iniziata ben quindici anni prima: la chiudeva però nello stesso segno con cui era iniziata, il segno splendente e trionfante dell’Immacolata. Il legame tra il famoso Documento pontificio che condanna i principali errori del pensiero moderno, e la figura della “Donna vestita di sole” che schiaccia la testa al serpente infernale, in realtà non è ben evidente, appartenendo a quello che il gesuita padre Giuseppe Calvelli definiva «soprannaturale senso logico», e merita qualche spiegazione e la narrazione di qualche piccolo aneddoto. 
Nonostante la simpatia sino ad allora dimostrata per la causa unitaria italiana, il Beato, dall’alto della sua funzione universale di Capo della Chiesa, con la famosa allocuzione del 29 aprile 1848 rifiutò di scendere in guerra accanto al Piemonte e agli altri Stati italiani contro l’Austria cattolica. Il secco diniego del Papa alla causa rivoluzionaria italiana non doveva rimanere però senza replica: le sordide logge romane e i loro violenti caporioni decretarono che il “tradimento” del Papa alla causa rivoluzionaria dovesse essere ripagato portando la Rivoluzione nella stessa Città eterna, capovolgendo quel dominio pontificio che non aveva voluto mettersi a capo del progetto massonico e liberale. 
Lo scatenarsi della baraonda rivoluzionaria doveva portare in breve tempo all’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi e all’attacco al Quirinale, dimora del Papa, del 16 novembre 1848, nel quale rimase ucciso il segretario mons. Palma. 

I mesi di Gaeta

La precipitosa e rocambolesca fuga da Roma condusse a Pio IX a Gaeta, ospite dei Borboni di Napoli, dove nei molti mesi di forzato esilio non solo seppe riacquistare le energie necessarie per continuare la lotta ma soprattutto, assistito dallo Spirito Santo e dai suoi Doni, riuscì a rendere più penetrante il suo sguardo sulle vicende politiche contemporanee, fino a comprendere che dietro a quegli eventi politici non vi erano solo conflitti tra uomini ma una vera e propria guerra contro Dio, la sua Legge eterna e la sua Chiesa: mai come allora al Santo Padre dovette rifulgere in tutta la sua verità il detto di Juan Donoso-Cortes: «Dietro ad ogni problema politico vi è un problema teologico». 
Furono in particolare alcune parole saettanti uscite dalla bocca del card. Raffaele Lambruschini, segretario di stato di Gregorio XVI e suo principale contendente al Conclave del 1846, a toccarlo nell’intimo. Mentre dalla fortezza di Gaeta il Beato osservava il mare in tempesta, rappresentazione quanto mai efficace della bufera che in quei giorni si abbatteva sulla barca di San Pietro, il cardinale Lambruschini, devoto difensore di Maria Santissima, gli rivolse queste parole: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». 
Come un raggio di sole che penetra le nuvole in una giornata uggiosa, quelle parole penetrarono nell’intimo dell’animo del Santo Padre e, ben al di là della volontà di colui che le aveva proferite, gli lasciarono una convinzione profonda: l’Immacolata Concezione e la salvezza della società dai tanti errori filosofici etici e politici non erano, come potrebbe sembrare a prima vista, due questioni distinte, bensì costituivano, in una visione più alta rischiarata dai doni dello Spirito Santo (il soprannaturale senso logico, appunto), un’u­nica questione che la Chiesa aveva l’obbligo di affrontare. E senza temporeggiamenti appunto, ma con quella fretta meditante che contraddistingue gli uomini di Dio, Pio IX prese di piglio entrambi i problemi: al medesimo anno, il 1849, possiamo far risalire infatti l’inizio dei processi che porteranno alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e alla condanna degli errori del pensiero moderno. 
Da una parte infatti con l’enciclica Ubi primum del 2 febbraio 1849, Pio IX domandava a tutti i vescovi un parere per avviare il riconoscimento ufficiale e dogmatico da parte della Chiesa dell’Immacolato Concepimento di Maria, in termini che tradiscono la sua assoluta convinzione della verità di questo. Dall’altra sempre al 1849 risalgono i primordi della pubblicazione di un elenco di dottrine moderne condannate dalla Chiesa: fu infatti su iniziativa di Gioacchino Pecci (futuro Leone XIII), allora vescovo di Perugia, che il concilio provinciale di Spoleto rivolse al Papa la perorazione di pubblicare un elenco di dottrine che la Chiesa condannava, in modo da portare chiarezza tra il clero e il laicato cattolico, confuso dal pullulare di dottrine che tendevano a conciliare ingenuamente mentalità moderna e Cattolicesimo. 

La Distruttrice di tutte le eresie

Non siamo noi in realtà a cogliere il nesso “nascosto” (o meglio soprannaturale) tra le due iniziative del Papa in esilio: mentre i lavori per entrambe continuavano, alcuni rappresentanti del mondo intellettuale cattolico si accorsero che le due questioni, nell’ottica della Fede, risultavano tanto dipendenti l’una dall’altra da poter divenire un’unica questione. Il primo ad accorgersi di ciò fu il brillante politico e pensatore torinese Emiliano Avogadro della Motta che nel suo Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialiste (1851) individuò nel dogma del peccato originale e della Redenzione operata da Cristo il punto di connessione tra le due. «L’infezione originale», avendo infatti causato la perdita del dono della scienza ed inclinato l’uomo alla concupiscenza, è la radice prima di ogni peccato e di ogni errore, e quindi anche dei funesti errori del pensiero moderno, frutto ed effetto della disobbedienza alla Legge di Dio e della superbia che per primi portarono Adamo ed Eva a peccare e a trascinare la natura umana nella loro caduta. Da tale infezione solo Maria Santissima era stata esente e tale Privilegio, primo frutto della Redenzione di Cristo, non le era stato concesso solo come privilegio personale ma anche per il singolare ruolo dell’«eletta sposa e madre di Dio» nell’opera della Redenzione, ovvero per «recare a tutti i figli di Adamo la medicina»: oggi, come in tutti i tempi, riconoscere il privilegio dell’Immacolata Concezione significa colpire alla radice ogni tipo di peccato, anche i peccati intellettuali del pensiero moderno, e ravvivare nell’uomo la coscienza della sua infermità che può essere curata solo da Cristo attraverso Maria. 
L’Avogadro della Motta poté quindi osservare: «Forse lo Spirito Santo riservò a questi tempi l’esame e la determinazione definitiva intorno a un privilegio cotanto glorioso per Maria, acciò che sto nuovo splendore di sua luce candidissima fughi le tenebre della superba e laida eterodossia moderna» e pertanto, «non si potrà a meno di ravvisarvi uno dei colpi maestri della sapienza e bontà divina che in un punto dottrinale il più strettamente teologico e il più remoto in apparenza dalle questioni che la filosofia e corruttela moderna eleva con tanta burbanza ed empietà, prepara un’arma occulta, finissima, a ferirla nel cuore, quando, dove, e come men se l’attende, ed apre un vaso di balsamo di paradiso che spargerà nuova fragranza di purezza celeste per tutto il mondo cristiano». 
Questo breve accenno, in un’opera volta a confutare il pensiero liberale e socialista, non rimase infecondo bensì venne accolta e sviluppata soprattutto dal rettore del collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica (rivista anch’essa nata nel doloroso e fecondo esilio di Gaeta), il gesuita padre Giuseppe Calvelli, in un articolo dal titolo Congruenze sociali di una definizione dogmatica sull’Immacolato Concepimento della Beata Vergine Maria (febbraio 1852). 
Racchiudendo gli errori del pensiero moderno nelle due categorie del razionalismo e del semi-razionalismo, accomunati dalla «negazione del peccato originale in sé o nei suoi effetti e sul pervertito concetto di Cristo Riparatore», padre Calvelli sostenne l’opportunità di racchiudere in un unico documento la condanna di questi e la proclamazione dell’Immacolata Concezione. Ciò innanzitutto perché se questi errori comportano la negazione del peccato originale e della Redenzione, l’Immacolata Concezione, al contrario, ricorda a tutti gli uomini che l’unica esente dal peccato originale fu l’Immacolata, redenta in modo più pieno da Cristo per partecipare poi all’opera della salvezza degli uomini: in questo senso il dogma dell’Immacolata «include la negazione di tutti gli errori del razionalismo». In secondo luogo poi questi errori non sono altro che eresie, ovvero peccati dell’intelletto mosso dalla superbia, e l’Immacolata con l’esenzione dal peccato e dalla concupiscenza, oltre che per il dono preternaturale della scienza, non può che essere la prima avversaria di questi errori: Cuncta haereses tu sola interemisti in universo mundo (Tu sola distruggesti tutte le eresie nel mondo intero), canta la Liturgia, riferendosi alla Vergine Maria. In terzo luogo, ed è forse l’aspetto più importante dell’articolo, padre Calvelli aggiunge un elemento decisivo: la semplice condanna degli errori filosofici in realtà poco farebbe, perché «varrebbe ad illustrar solamente l’intelletto e non ad accendere insieme i cuori», mentre bisognerebbe trovare la maniera di condannarli in modo che «non solo rischiarasse la mente ma valesse eziandio [anche] a infiammare l’affetto dei fedeli, proponendo loro un oggetto di culto a loro carissimo, il cui dogma si connetta strettamente con la condanna dei menzionati errori e in sé involga e personifichi in un certo modo la credenza cattolica ad essa contraria». Non serve nemmeno dire che questo “oggetto di culto” sarebbe proprio l’Immacolata Concezione, infatti «attraverso questo simbolo pratico [...] la credenza a tale Mistero sarebbe come il comun legame, la parola d’ordine, la professione sommaria, la protesta sempre vivente contro tutti quei dogmi d’inferno». 
In definitiva dal dogma dell’Immacolata proverrebbe sia la luce per illuminare gli intelletti, e fargli abbandonare gli errori e le eresie, sia l’amore al Privilegio mariano, che provocherebbe ripulsione per tutti questi errori: con sicurezza dunque il Gesuita poteva scrivere che «dalla definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarebbe proceduto il riordinamento del mondo, la dissipazione degli errori, il rimedio ai mali presenti, il principio d’un’era novella».

Il fallimento del progetto

L’articolo dell’eminente Rivista impressionò molto Pio IX e lo convinse della convenienza di unire strettamente le due cause, pensando di poter accorpare la condanna delle tesi erronee del pensiero moderno all’enciclica di proclamazione del dogma dell’Immacolata, in modo da sottolineare nella forma migliore il nesso inscindibile che vi riconosceva. Prima però di prendere una decisione di questo tipo preferì che il card. Fornari, membro della commissione preparatoria, richiedesse il parere di alcuni eminenti personaggi, sia laici che ecclesiastici, tra cui lo stesso Avogadro della Motta, il battagliero Louis Veuillot (direttore de L’Univers), mons. Louis Pie e Luigi Taparelli d’Azeglio SJ. 
Non conosciamo le singole risposte degli interpellati riguardo alla convenienza di questo, forse però su di tutte pesò quella di colui che per primo aveva lanciato l’idea, Avogadro della Motta. Saremmo tentati, se non conoscessimo il valore adamantino di questo pensatore della Controrivoluzione cattolica, di accusarlo di aver, come si suol dire, “lanciato il sasso e ritirato la mano”; infatti in una lettera al Taparelli d’Azeglio, il conte Avogadro della Motta espose le motivazioni che lo portavano ad essere sfavorevole all’accorpamento della proclamazione dogmatica del Privilegio mariano e della condanna degli errori moderni. In particolare il primo motivo che lo vedeva dubbioso sull’opportunità di tale scelta consisteva sostanzialmente nell’opporre un dogma puramente teologico a falsità che potevano essere dimostrate come tali con il solo lume della ragione, quali sono appunto la maggior parte delle proposizioni condannate dal Sillabo. Inoltre, a suo modo di vedere, la condanna di tali errori avrebbe avuto una risonanza pubblica talmente vasta da rischiare di offuscare la stessa proclamazione dell’Immacolata Concezione: la parte “negativa”, di condanna, irrimediabilmente avrebbe tolto l’attenzione sulla parte “positiva”, sulla solenne definizione della Tota pulchra. Fatto sta che l’idea venne abbandonata dallo stesso Sommo Pontefice, non certo senza una qualche provvidenza: difatti il processo che avrebbe portato al Sillabo e al definitivo elenco di 80 proposizioni condannate si sarebbe concluso solo nel 1864, mentre, libera da questo lungo travaglio, la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione avvenne solo due anni dopo con la Ineffabilis Deus (1854). 
Inoltre, considerato il grande clamore che il mondo liberale e massonico produsse contro il Sillabo, evidentemente una proclamazione congiunta avrebbe tolto visibilità al dogma dell’Immacolata Concezione, la cui proclamazione poté essere invece un vero tripudio di tutta la Chiesa in onore di Maria Santissima, Immacolata Regina del Cielo e della terra. Se il progetto di unire in un solo documento le due questioni fallì, tuttavia non venne meno quel nesso tra l’Immacolata e la condanna delle moderne eresie che le menti più penetranti avevano compreso. 
Alla luce di questo non fu certo un caso, bensì un doveroso tributo al progetto accarezzato più di dieci anni prima, che il beato Pio IX decise di pubblicare il Sillabo esattamente 10 anni dopo la Ineffabilis Deus, proprio l’8 dicembre, giorno della solennità dell’Immacolata. 
Qualche decennio più tardi san Massimiliano, erede proprio di questa profetica visione, avrebbe identificato proprio la “missione” dell’Immacolata nel conquistare ogni singola anima e il mondo intero a Lei, perché solo allora «cadranno i socialismi, i comunismi, le eresie, gli ateismi, le massonerie e tutte le altre simili stupidaggini che provengono dal peccato» (Scritti di San Massimiliano Kolbe, n. 199).

lunedì 8 dicembre 2014

"Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus" (Luc. 1, 27 - Ev.) - IN CONCEPTIONE IMMACULATA BEATÆ MARIÆ VIRGINIS





Questo dogma così consolante della fede cattolica, così glorioso per Maria e così onorabile per tutta la famiglia umana, è soltanto misteriosamente accennato nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento. Bisogna, pertanto, partire dal divino deposito della tradizione cattolica e riconoscere nelle liturgie delle differenti Chiese l’espressione e la dichiarazione più autorevole di questa stessa fede, che si pone in perfetta continuità e logica coerenza con tutte le altre verità di fede proclamate dalla Chiesa cattolica (per un sintetico excursus storico, v. qui).
L’esenzione della Beata Vergine Maria dal peccato originale è affermata esplicitamente dall’Islam, in un adīth di Maometto, che, in questa circostanza, non è che l’eco della fede delle Chiese nestoriane: Ogni creatura umana è toccata, dalla sua nascita, da Satana, eccettuata Maria e suo Figlio (cfr. Joseph Huby, Christus. Manuel d’histoire des Religions, Paris 1916, p. 775, n. 1; Patrizia Spallino, Maryam. La Vergine Immacolata nella tradizione musulmana, in Diego Ciccarelli – Marisa Dora Valenza (a cura di), La Sicilia e l’Immacolata. Non solo 150 anni, Atti del Convegno di studio, Palermo, 1-4 dicembre 2004, Palermo 2006, pp. 411-416, partic. p. 412. Per la verità, l’islam ignora il significato di trasmissione del peccato originale così come quello di grazia. Così ricorda Domenico Cocozza, Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano, Roma 2008, p. 28).
Sant’Efrem il siriaco, in un poema del 370, mette queste parole sulle labbra della Chiesa di Edessa: «Tu solo, (o Gesù), e tua Madre siete di una bellezza che supera tutti: perché in te non c’è macchia alcuna e nessun’ombra nella tua madre» (Sant’Efrem il Siro, Carmina Nisibina, 27, 8, in Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium. Scriptores Syri, vol. 219, p. 76. Nell’edizione Bickell del 1866, p. 122. Cfr. Georges Gharib - Ermanno M. Toniolo – Luigi Gambero – Gerardo Di Nola, Testi Mariani del Primo Millennio, vol. IV, Padri e altri autori orientali, Roma 1991, p. 73).
Molti altri Padri, soprattutto i greci della prima epoca patristica, ripetono lo stesso pensiero relativamente alla purezza assoluta della Vergine, sebbene la maggior parte di essi, piuttosto che porsi la questione formale della Concezione come più tardi se la posero gli Scolastici, la suppongono risolta nel senso della definizione dogmatica di Pio IX, in quanto l’innocenza immacolata, che essi attribuiscono alla Madre di Dio, dev’essere intesa sì pienamente che si esclude in lei ogni macchia del peccato originale.
Una festa locale in onore della Concezione di Maria, esattamente nove mesi prima della Natività della Vergine (8 settembre), fissata al 9 dicembre è già menzionata in un sermone del vescovo Giovanni di Eubea, contemporaneo di san Giovanni Damasceno (Giovanni di Eubea, Sermo in Conceptionem sanctissimæ Virginis Deiparæ, § XXIII, in PG 96, col. 1499A-1500A). La festa, però, pare risalisse già al V sec. Nel 675 sant’Andrea di Creta compose un Ufficio per i Greci sotto il titolo di Conceptio sanctæ ac Dei aviæ Annæ. Circa un secolo più tardi rispetto a S. Giovanni Damasceno, la solennità aveva guadagnato terreno ed era divenuta comune presso i Greci, come risulta da un discorso del vescovo Giorgio di Nicomedia sulla Conceptio sanctæ Annæ (Giorgio di Nicomedia, Oratio II, Laudatio in Conceptionem sanctæ Annæ, parentis sanctissimæ Deiparæ, in PG 100, col. 1353B-1376B).
Gli antichi prendono abitualmente questo termine nel senso attivo, in modo che, nei loro calendari, il titolo di Conceptio Sanctæ Mariæ designa, al contrario, il giorno dell’Incarnazione del Salvatore.
La festa della Concezione di sant’Anna, madre della Madre di Dio, figura al 9 dicembre nel calendario conosciuto sotto il nome di Menologio dell’imperatore Basilio II Porfirogenito, nel 984-985; essa è ugualmente computata tra i giorni festivi non lavorativi in una costituzione dell’imperatore Manuele I Comneno nel 1166.
In Occidente, la Conceptio sanctæ Annæ figura il 9 dicembre nel celebre calendario di marmo della Chiesa napoletana che risale al IX sec.; la data ed il titolo rivelano l’influenza bizantina; influenza che dominò non soltanto a Napoli, ma anche nella Sicilia ed in tutta l’Italia meridionale, che, per lunghi secoli, continuarono ad appartenere all’impero dei lontani successori di Costantino e di Teodosio.
In Normandia, in Inghilterra ed in Irlanda, la festa della Concezione della Beata Vergine l’8 dicembre era già stata accolta nel XII sec. con entusiasmo da molte abbazie e capitoli di canonici, malgrado le proteste di qualche vescovo che vi si era opposto. Come aveva fatto la primitiva solennità orientale ad arrivare dalle rive del Bosforo in questi lontani paesi?
Si crede comunemente che la trasmissione fu dovuta all’armata normanna, allorché, nell’XI sec., essa aveva invaso l’Italia e vi si era stabilita. Tuttavia la cosa non è assolutamente sicura, benché si deve riconoscere che i primi documenti inglesi ed irlandesi sulla festa della Concezione rivelano evidentemente delle fonti greche.
Resta da stabilire il senso primitivo di questa solennità della Concezione di sant’Anna o della Madre di Dio. Alcun documento liturgico antico appone mai – questo è vero – il titolo di immacolata a quello della Concezione. Pertanto, da quanto detto sopra, risulta che lo si doveva intendere implicitamente. Del resto, se così non fosse, la solennità non avrebbe avuto alcun significato speciale. Questo ci è confermato dalla festa bizantina della concezione di san Giovanni Battista, la quale ricordava precisamente la santificazione del Precursore di Cristo nel seno di sua madre.
La liturgia romana si sentì soddisfatta, durante lunghi secoli, dalle quattro grandi feste bizantine in onore di Maria, senza celebrare in alcun modo la sua Concezione. Quando cominciarono in Occidente le prime controversie sul contenuto teologico della solennità, Roma, prima di pronunciarsi, lasciò i campioni delle scienze sacre misurarsi tra loro: sant’Anselmo, i canonici di Lione, san Bonaventura ed il beato Duns Scoto, contro Eadmero di Canterbury, san Bernardo, san Tommaso ed i più celebri liturgisti del Medioevo.
Quanto all’espansione del dogma cattolico dell’Immacolata Concezione, fu di una così grande importanza che l’Ordine recente dei Minori se ne fece apostolo e difensore in Europa. Dal 1263, la festa era divenuta obbligatoria in tutti conventi francescani e si deve certamente alla loro immensa influenza ed alla loro popolarità che, nella XXXVI sessione dell’assemblea scismatica di Basilea, il 17 settembre 1439 (Joannes Dominicus Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, vol. 29, Firenze 1796, col. 182-183), su appello del canonico Giovanni di Romiroy, i Padri avevano dichiarato che questa dottrina trovava il suo pieno assenso nelle fonti della rivelazione cattolica e cioè dovesse ritenersi «una pia dottrina conforme alla devozione della Chiesa, alla fede cattolica, al retto giudizio ed alla Sacra Scrittura» (Salvatore M. Meo, Maria Immacolata e Vergine nei Concili Lateranese del 649, Toledano XI e XVI, di Basilea e Trento, Roma 1961, pp. 68 ss.; Jaroslav Pelikan, Mary through the Centuries – Her Place in the History of Culture, New Haven – London 1996, trad. di Nerina Rodinò (a cura di), Maria nei secoli, Roma 1999, p. 231; Pietro Maranesi, Gli sviluppi della dottrina sull’Immacolata Concezione nei secoli XII-XV, in Italia Francescana, vol. LXXX, 2005, pp. 97-122, partic. pp. 110 ss., ora anche in Enrico Dal Covolo – Aristide Serra (a cura di), Storia della mariologia, vol. I, Dal modello biblico al modello letterario, Roma 2009, pp. 843-872, partic. pp. 857 ss.). Prescriveva poi che questa dottrina fosse «approvata, sostenuta e professata da tutti i cattolici» e proibiva qualsiasi insegnamento o predicazione ad essa contraria (Jaroslav Pelikan, op. loc. cit.).
Con Sisto IV – un papa francescano – la Chiesa romana fece un passo veramente decisivo. Con una costituzione del 27 febbraio 1477, questo Pontefice prescrisse la festa e l’ufficio Conceptionis Immaculatæ Virginis Mariæ per tutta l’Urbe; due anni più tardi, fece costruire e dotare, nella basilica vaticana, una cappella dedicata alla santa Vergine, sotto il medesimo titolo di Immacolata Concezione.
Persino l’empio eresiarca Lutero, sconfessando i suoi successivi seguaci, si mostrava decisamente favorevole alla verità dell’immacolato concepimento di Maria. Scriveva, infatti: «Non è senza peccato chi non commette il peccato - ha detto Lutero - ma colui al quale Dio non lo imputa» (Luthers Werke, Weimar Ausgabe, 15, p. 415). In tal senso egli sostenne, sia pur per un certo periodo, che Maria fosse stata concepita senza il peccato (ossia, senza che le fosse stato da Dio imputato il peccato): «Io – affermava – alla Madre non attribuisco il peccato, così come quelli che vogliono che Ella non sia stata concepita nel peccato originale» (ibidem) (Cfr. R. Schimmelpfennig, Die Geschichte der Marienverehrung in deutschen Protestantismus, Paderborn, 1952, p. 14, il quale ricordava come Lutero avesse insegnato l'Immacolata Concezione nel senso stesso in cui fu poi definita da Pio IX. La tesi di Schimmelpfennig fu contraddetta da W. Tappolet, Das Marienlob der Reformatoren, Tübingen, 1962, p. 26-32, il quale, in base ai testi e alla loro cronologia, distingueva, nella vita di Lutero, tre momenti. In un primo tempo - all'inizio - nel 1516, in un discorso per la festa dell'8 dicembre, Lutero asserì che Maria fosse «l'unica goccia, nell'oceano del genere umano, preservata (dal peccato originale)»: «ex omni mare totius massæ generis humani unica præservata stilla» (Luthers Werke, Weimar, 1883, p. 107). In un secondo tempo, nel 1520, Lutero evitò di pronunziarsi in modo espresso, perché riteneva una tale questione inetta a rendere migliori gli uomini (Werke, 9, p. 492). Tuttavia, in un discorso del 1527 (per la festa dell'8 dicembre), ammetteva l'immunità dell'anima di Maria SS. dalla colpa originale (Werke, 17, 2, p. 282-289). In un terzo tempo, nel 1538 e 1539, Lutero, in alcune brevi affermazioni o allusioni, dichiarava che Maria, come tutti gli altri uomini, era stata concepita nel peccato, senza però precisare in qual senso (nel 1538: Werke, 46, p. 136; nel 1539: Werke, 46, p. 860). Occorre tuttavia tener presente, per una oggettiva valutazione delle sue asserzioni apparentemente favorevoli all'Immacolata Concezione, la sua teoria fondamentale sulla giustificazione puramente estrinseca: cosa che svuota completamente le sue affermazioni sul singolare privilegio).
Secondo l’altro eresiarca collega di Lutero, cioè Calvino, Maria non sarebbe stata esente dal peccato, checché ne dicessero «gli asini di Roma», i quali invocavano dei «privilegi». E aggiungeva: «Quando essi avranno dimostrato lettere patenti del cielo, noi li crederemo» (Acta Synodi Tridentini cum antidoto, 1547. In Sess. 6, can. 23, in Opera 7, Corpus Reformatorum, 35, p. 481. Per questo e gli altri riferimenti al mondo protestante, v. qui). Fu accontentato secoli dopo con le apparizioni di Lourdes.
Si sa l’attitudine favorevole del concilio di Trento dinanzi al dogma dell’Immacolata Concezione di Maria (Jaroslav Pelikan, op. loc. cit., p. 232. Il Concilio tridentino, nella sua XIV sessione, dopo ampie discussioni svolte in precedenza durante l’assise conciliare, parlando del peccato originale, specificò che non era intenzione del Concilio includere Maria nell’asserzione dell’universalità del peccato originale: ibidem), ma la sovrana circospezione della Santa Sede lasciò passare ancora tre secoli prima di giungere ad una decisione senza appello della controversia che, da più di novecento anni, si agitava tra i più eminenti teologi di Europa.
Va tuttavia ricordato che, a seguito di una bolla di Alessandro VII (oltre a quella di Sisto IV), «quanti afferma[vano] che la concezione di Maria fu macchiata dal peccato originale incorre[vano] ipso facto nella sospensione a divinis» (Stefano de Fiores – Luigi Gambero (a cura di), Testi mariani del Secondo Millennio, vol. VI, Autori moderni dell’Occidente (secc. XVIII-XIX), Roma 2005, p. 293). Quanto ai sostenitori della sentenza favorevole all’Immacolata Concezione, era «loro proibito presentarla come dogma di fede e di censurare l’opinione contraria», ma potevano «presentarla con ragioni e testimonianze autorevoli come “vera e comune” e perfino “moralmente certa e prossimamente definibile di fede”» (ibidem).
Sta di fatto che, nella devozione popolare, soprattutto a seguito dell’intervento del papa Alessandro VII, andò diffondendosi la pratica del c.d. votum sanguinis, ovvero il voto di difendere, sino all’effusione del sangue, il privilegio mariano dell’Immacolato Concepimento. Anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori lo fece sin dal termine dei suoi studi giuridici all’Università di Napoli, il 21 gennaio 1713: «Io, Alfonso Maria de Liguori, umilissimo servitore di Maria sempre Vergine Madre di Dio, prostrato ai piedi della Divina Maestà in presenza dell’ineffabile Trinità dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, prendendo a testimoni tutti gli abitanti della Gerusalemme celeste, credo fedelmente con lo spirito, abbraccio veramente col cuore e proclamo fermamente con la bocca che tu, Madre di Dio sempre Vergine, tu sei stata oggetto da parte dell’onnipotente Iddio di un privilegio assolutamente unico: sei stata interamente preservata da ogni macchia di peccato originale, fin dal primo istante della tua concezione, cioè dal momento dell’unione del tuo corpo con la tua anima. In pubblico e in privato, fino all’ultimo respiro della mia vita, insegnerò questa dottrina e mi impegnerò con tutte le mie forze affinché tutti gli altri la ritengano e l’insegnino. Così attesto, così prometto, così giuro e che Dio mi aiuti e questi santi Vangeli» (così ricorda Théodule Rey-Mermet, Le saint du siècle des Lumières - Alfonso de Liguori (1696-1787), Paris 1982, trad. it. di Nella Filippi – Sabatino Majorano (a cura di), Il Santo del secolo dei Lumi – Alfonso De Liguori2, Roma 1990, p. 117. Cfr. Alfonso Santonicola, Il “voto del sangue” per l’Immacolata e S. Alfonso de Liguori, in Spicilegium Historicum Congregationis SSmi Redemptoris – pubblicazione a cura dell’Istituto Storico della Congregazione del Santissimo Redentore, ann. III, 1955, I, pp. 199-215. Sul voto di sangue, v. Felice Santi Fiasconaro, Il pensiero immacolatista di Ignazio Como, OFMConv. (+ 1774), nella controversia con L. A. Muratori sul “voto sanguinario”, Palermo 2004, passim).
La gloria di proclamare il dogma odierno fu accordata dalla divina Provvidenza al santo pontefice Pio IX, sotto il quale furono finalmente terminati i lunghi studi dei dottori sulle fonti della dottrina cattolica relativamente alla concezione immacolata di Maria. L’8 dicembre 1854, in presenza di un’imponente assemblea di molte centinaia di vescovi, il Papa promulgò infine a san Pietro la sua bolla dogmatica Ineffabilis Deus, nella quale questa dottrina fu definita come conforme alla fede cattolica, rivelata da Dio e, di conseguenza, doveva essere creduta e tenuta fermamente da tutti fedeli. Il Cielo stesso ratificò questa pronuncia papale con le celebri apparizioni di Massabielle, a Lourdes, nel 1858, e l’aveva preparata con quelle all’umile figlia di san Vincenzo de’ Paoli, Caterina Labouré, a Parigi, in Rue du Bac nel 1846 (cfr. Roberto Coggi, La Beata Vergine. Trattato di Mariologia, Bologna 2004, p. 93). A Lourdes, la Vergine si presentò quale “Immacolata Concezione”: un’espressione che dimostra come ad apparire alla fanciulla dei Pirenei fosse l’umile Ragazza di origine semitica abitante di Nazaret, divenuta Madre del Salvatore. Nel linguaggio della gematria ebraica, in effetti, “Io sono l’Immacolata Concezione”, in ebraico אני ההתעברות ללא רבב, equivale al numero 1414, che è lo stesso numero del nome Yehoshua, Gesù. Anche in quell’espressione, dunque, vi è tutto il legame di Maria col suo divin Figlio.
A dire il vero, persino il diavolo, prima della proclamazione del dogma, fu costretto a riconoscere quest'importante verità di fede e lo fece, come racconta l'esorcista P. Francesco Bamonte, per bocca di un bambino di appena anni, analfabeta, nel 1823, posseduto dal diavolo, in Ariano di Puglia (poi Ariano Irpino). Sotto un esorcismo, a cui partecipavano due predicatori domenicani, P. Cassetti e P. Pignatura, il diavolo - su comando dei due esorcisti - dimostrò l'immacolato concepimento di Maria tramite un componimento poetico di quattordici versi endecasillabi, a rima obbligata, distinti in due quartine ed in due terzine, cioè un sonetto, davvero geniale e teologicamente corretto, che certamente non poteva essere opera del ragazzino analfabeta:

"Vera Madre son io di un Dio che è Figlio

e son figlia di Lui benché sua Madre.
Ab aeterno nacque Egli ed è mio Figlio,
nel tempo io nacqui eppur gli sono Madre.

Egli è il mio Creator ed è mio Figlio,

son io sua creatura e gli son Madre.
Fu prodigio divin l’esser mio Figlio
un Dio eterno, e me aver per Madre.

L’esser quasi è comun, tra Madre e Figlio,

perché l’esser dal Figlio ebbe la Madre
e l’esser dalla Madre ebbe anche il Figlio.

Or se l’esser dal Figlio ebbe la Madre,

o s’ha da dir che fu macchiato il Figlio
o senza macchia s’ha da dir la Madre".

Il testo, come appurato da P. Bamonte, fu riferito dal card. Francesco Salesio della Volpe al processo ordinario romano, nel 1907, per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio Pio IX (cfr. Francesco Bamonte, La Vergine Maria e il diavolo negli esorcismi, con Prefazione di Renzo Lavatori, Paoline, Milano 20112, pp. 36 ss.).
Gli Orientali, presso i quali questo dogma trovava le testimonianze più antiche e più esplicite, cominciarono, poiché la promulgazione era stata fatta dal vescovo esecrato dell’antica Roma, a dichiararsene avversari, accusando i papisti di novità (cfr. Giustino Popovic “il nuovo filosofo”, Maria, la Tuttasanta e Semprevergine Madre di Dio, in Georges Gharib – Ermanno M. Toniolo, Testi mariani del secondo millennio, vol. I, Autori orientali, secoli XI-XX, Roma 2008, pp. 769-770; Nikos Nissiotis, Theotokos e Panaghia, ivi, p. 819; Kallistos Timothee Ware, La Madre di Dio nella teologia e nella devozione ortodossa, ivi, pp. 909-910; Bartolomeo I, Intervista a 30 Giorni, dicembre 2004, ivi, p. 961) e fraintendendo persino il significato delle parole della Vergine a Lourdes, intendendola riferita alla concezione verginale del Figlio divino. L’espressione non è errata, come sempre ritenuto dagli scismatici ortodossi (cfr. Kallistos Timothee Ware, op. cit., p. 910) e di primo acchito anche dall’abbé Peyramale, il quale obiettava a Bernadette che “la Vergine non è la sua concezione” o un evento. Maria non si definì come frutto dell’Immacolata Concezione, ma intese, con quell’espressione, far riferimento al primo dono da lei ricevuto, usando un astratto con valore superlativo, in maniera non dissimile da noi quando definiamo un soggetto facendo riferimento in maniera superlativa alla sua principale qualità («Tizio è la bontà in persona»).
Riguardo al mondo scismatico ortodosso nel quale anche oggi non mancano sostenitori di questa verità (cfr. D. Stiernon, Marie dans la Theologie orthodoxe grieco-russe, in Maria, vol. VII, Paris 1964, p. 308), tuttavia va rammentato che già dal XVII sec., il Padre Joseph Besson, gesuita, dopo aver dimostrato, per più di duecento testi tratti dalle loro liturgie, il perfetto accordo tra gli antichi Padri d’Oriente con i Dottori latini relativamente al dogma dell’Immacolata Concezione, aveva ottenuto dagli Orientali una dichiarazione esplicita, scritta e firmata da tre patriarchi e da un archimandrita. Quella dell’allora Capo della Chiesa siriaca, Ignace André I Akhidjan, era così concepita: «Ego pauper Ignatius Andreas, Patriarcha Antiochenus nationis Syrorum, confirmo hanc sententiam orthodoxam, quam explanavit P. Ioseph e S. I. dominam nostram Virginem purissimam sanctam Mariam, semper liberam extitisse et immunem a peccato originali, ut explicuerunt antiqui Sancti Patres longe plurimi, magistri Orientalis Ecclesiæ».
La Roma cristiana ha dedicato dal XVII sec. non meno di dodici chiese all’Immacolata. Abbiamo la chiesa di Santa Maria Immacolata a Via Veneto, detta anche Santa Maria della Concezione dei Cappuccini o Nostra Signora della Concezione dei Cappuccini, fatta costruire da Urbano VIII in onore del fratello, il card. Antonio Barberini, che era cappuccino (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 302-303), ed è nota per la sua cripta-ossario decorata con le ossa di circa 4000 cappuccini. Un’altra, ubicata nel rione Esquilino, è l’Oratorio di Santa Maria Immacolata della Concezione risalente sempre al XVII sec. (ibidem, p. 812). Nel quartiere pinciano sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata a Villa Borghese sorta alla fine del XVIII sec. Costruita tra il 1906 ed il 1909 è la chiesa neoromanica, ubicata nel rione Tiburtino, di Santa Maria Immacolata e San Giovanni Berchmans, nota come Immacolata al Tiburtino, sorta per volere di san Pio X e divenuta titolo cardinalizio dal 1969. A Tor Sapienza sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata alla Cervelletta, aperta al culto nel 1912, ed utilizzata oggi soprattutto per la celebrazione di matrimoni. Nel rione Esquilino esiste anche la chiesa di Santa Maria Immacolata all’Esquilino costruita tra la fine del XIX sec. ed il 1914. In zona Grottarossa, in via Flaminia, sorge la chiesa di Santa Maria Immacolata a Grottarossa, costruita negli anni ‘30 del XX sec. ad Saxa Rubra, dove nell’anno 312, avvenne la storica battaglia tra gli eserciti di Costantino I e Massenzio. La chiesa è titolo cardinalizio dal 1985. Sempre nello stesso periodo sorgeva, nei pressi di piazza Euclide, la basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria ai Parioli. Ancora un’altra sorse all’inizio degli anni ‘50 e dedicata alla Santissima Immacolata Concezione. Sempre dello stesso periodo, nel quartiere Aurelio, abbiamo la chiesa di Santa Maria Immacolata di Lourdes (a Boccea), titolo cardinalizio dal 1985. Nel quartiere Tuscolano si ha la chiesa neoromanica, costruita alla fine degli anni ‘20, di Santa Maria Immacolata e San Giuseppe Benedetto Labre.
La grazia prevenne la beata Madre in modo tale che la sua concezione immacolata l’esentò dal contagio comune del peccato, così la divina Eucarestia dev’essere anche per noi l’antidoto contro il veleno che infetta le nostre vene, conseguenza del frutto mortale dell’Eden. La ferita della nostra natura viziata dal peccato originario è tale che, con la nostra intelligenza oscurata, la nostra volontà indebolita e le nostre passioni sregolate, non possiamo sperare di superare gli ostacoli. Abbiamo bisogno della grazia di Gesù Cristo dunque, e, per ottenerla, ci dobbiamo preparare con l’umiltà, la preghiera e la docilità. Una tenera devozione verso l’Immacolata Madre di Dio è tra i mezzi più potenti per neutralizzare in noi gli effetti del virus dell’albero nefasto del paradiso terrestre.




Jusepe de Ribera, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, Immacolata Concezione, 1647 circa, museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo (attrib.), Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Pieter Paul Rubens, Immacolata Concezione, 1628-29, museo del Prado, Madrid

Francisco de Zurbarán, Immacolata Concezione, 1628-30, museo del Prado, Madrid

Antonio Pereda y Salgado, Immacolata Concezione, 1636, museo del Prado, Madrid


Francisco Rizi, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de l'Escorial, 1660-65, museo del Prado, Madrid


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1665 circa, museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione dell'Eterno Padre, 1668-69 circa, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione del Coro “la Niña”, 1668-69 circa, Museo de Bellas Artes, Siviglia


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de los Venerables, o de Soult, 1678 circa, museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione detta de Aranjuez, 1675 circa, museo del Prado, Madrid

Claudio Coello, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Miguel Cabrera, Creazione dell'anima della Vergine, XVII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico


Anonimo, Immacolata Concezione, XVII sec., museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo, Dio Padre ritrae l'Immacolata Concezione, 1690 circa, museo del Prado, Madrid

Giovanni Andrea Coppola, Immacolata Concezione, 1624, chiesa di S. Angelo, Tricase


Giovanni Benedetto Castiglione (Il Grechetto), Immacolata tra i SS. Francesco d'Assisi e Antonio da Padova, 1650


José Joaquín Magón, Immacolata Concezione, XVII sec., Sacrestia, Cattedrale, Puebla

José Joaquín Magón, Battesimo della Vergine, XVII sec., Parrocchia de la Asunción, Tecamachalco

Anton Rafael Mengs (attrib.), Immacolata Concezione, XVIII sec., museo del Prado, Madrid

Giambattista Tiepolo, Immacolata Concezione, 1767-69, museo del Prado, Madrid

Mariano Salvador Maella, Immacolata Concezione, 1781, museo del Prado, Madrid