mercoledì 27 gennaio 2016
martedì 26 gennaio 2016
“Hic propter quasdam super die Paschæ quæstiónes, sub imperatóre Antoníno Pio, Ecclésiam in Urbe regénte Anicéto, Romam venit; ubi plúrimos credéntium, Marciónis et Valentíni persuasióne decéptos, redúxit ad fidem. Cumque ei fortúito óbviam fuísset Márcion et díceret: Cognóscis nos? respóndit: Cognósco primogénitum diáboli” (Ex libro sancti Hierónymi Presbyteri de Scriptóribus ecclesiásticis – Lect. IV – II Noct.) - SANCTI POLYCARPI SMYRNÆORUM EPISCOPI ET MARTYRIS
La memoria di questo
insigne Padre della Chiesa nascente, che non esitava – con autentico spirito
cattolico, contrariamente all’odierna condizione della Chiesa – a definire l’eretico
Marcione come «primogenito del diavolo», ricade pur’essa molto opportunamente
durante il ciclo di Natale, in cui sembra che i più illustri difensori del
dogma cristiano si siano dati appuntamento attorno alla mangiatoia del Bambino
Gesù. La Chiesa di Roma non poteva, d’altronde, omettere nel suo calendario la
festa di san Policarpo. D’altro canto, essa l’aveva accolto come pellegrino, ai
tempi del papa Aniceto, quando era venuto sulle rive del Tevere per la
controversia relativa alla data di Pasqua. In quell’occasione, il Pontefice,
volendo onorare degnamente il venerabile discepolo dell’Evangelista Giovanni,
gli aveva ceduto l’onore di celebrare al suo posto la sinassi eucaristica.
Roma cristiana ha
dedicato a questo santo una chiesa nel quartiere Appio Claudio negli anni ‘60
del XX sec.
Policarpo soffrì il
martirio nell’anfiteatro di Smirne verso l’anno 155 o 156, il 23 febbraio, come
attesta la Lettera ai Cristiani di Smirne relativa al suo martirio, ma la sua
memoria, nel martirologio romano, si festeggia oggi, perché è anche la data
indicata nel Geronimiano ed in cui è stato iscritto da Beda nel suo martirologio.
La sua festa si diffuse
nell’Occidente in questa data a partire dall’XI sec. Ma essa era già celebrata
nell’Alvernia (Auvergne) nel VI sec., come attesta Gregorio di Tours. In
Oriente, invece, si festeggia il 23 febbraio.
Comunque, la festa odierna
si incontra nel calendario romano che alla fine del XIII sec. Festa doppia. Di
III classe dal 1960.
La messa è quella del
Comune dei vescovi martiri, come per il giorno di sant’Eusebio, il 16 dicembre.
Tuttavia siccome si tratta di un discepolo di san Giovanni Evangelista, la
prima lettura è presa in prestito dall’epistola dal suo Maestro (1 Gv. 3,
10-16), laddove l’apostolo della santa dilezione tratta dell’amore fraterno,
che deve modellarsi su quello che ci ha portato il Signore. Dio è amore, ed è
per questo che colui che ama dimora in Dio, e Dio rimane in lui. Al contrario
il demonio è odio, e per questo odia Dio, odia se stesso, odia tutto e tutti. “Io
sono quell’infelice che non ama”, disse un giorno il diavolo a santa Caterina
da Siena. Guardiamoci con orrore, dunque, dal nutrire nei
nostri cuori dei sentimenti disordinati di rancore, di invidia, di odio, tutto quello
che, insomma, è contrario alla dolce dilezione cristiana, poiché tutti questi
movimenti vengono dello maligno, come quelli di Caino.
Il Vangelo di questo
giorno è lo stesso della festa di san Saturnino, il 29 novembre.
Il più bell’elogio che
si possa fare di san Policarpo è contenuto nelle grida del popolo di Smirne
sollevatosi contro di lui nell’anfiteatro: «Οὗτός ἐστιν ὁ τῆς
Ἀσίας
διδάσκαλος, ὁ πατὴρ τῶν Χριστιανῶν, ὁ
τῶν ἡμετέρων θεῶν καθαιρέτης»; «Hic impietatis est
præceptor, pater Christianorum, deorum nostrorum eversor»; «Questi è il
maestro di tutta l’Asia, il padre dei cristiani e lo sterminatore dei nostri
dei!» (Chiesa di Smirne (Pionio),
Martyrio Sancti Polycarpi. Epistola circularis, cap. XII, 2, in PG 5,
col. 1037B-1038B; oggi anche in Calogero
Allegro (a cura di), Martirio di Policarpo, Passione di Perpetua e
Felicita, con sermoni di Agostino, Roma 2001, p. 29; in Giuliana Caldarelli (a cura di), Atti dei
martiri2, Milano 1985, rist. 1996, p. 109 (sebbene l’autrice lo
indichi al cap. XI); nonché in A.A.R.
Bastiaesen; A. Hilhorst; G.A.A. Kortekaas; A.P. Orbán; M. M Van Assendelf, Atti e Passioni dei
martiri7, Rocca San Casciano 2007,
p. 19). Senza Dio noi non possiamo fare nulla; ma un’anima vuota di se stessa e
che si presta docilmente alla mozione intima dello Spirito Santo, è capace di
convertire e di santificare il mondo tutto intero.
Concludiamo con questa bella preghiera, recitata
dal Santo Vescovo di Smirne mentre era sul rogo in attesa che le fiamme lo
lambissero: « Signore Dio onnipotente, Padre del diletto e benedetto Figlio Tuo Gesù
Cristo, grazie al quale Ti abbiamo conosciuto, Dio degli angeli e delle potenze
celesti, di tutta la creazione e di tutta la stirpe di giusti che vivono al tuo
cospetto. Io Ti benedico perché mi hai giudicato degno di questo giorno e di
questa ora, e di avere parte al numero dei martiri, del Calice del tuo Cristo,
per la risurrezione della vita eterna dell’anime e del corpo
nell’incorrutibilità dello Spirito Santo. Tra loro possa io oggi essere accolto
al Tuo cospetto, come sacrificio pingue e accetto, secondo quanto hai
preparato, rivelato e realizzato, Dio vero e che non inganna. Per tutto questo
Ti lodo, Ti benedico, Ti glorifico, per Gesù Cristo Sacerdote eterno e celeste,
Tuo diletto Figlio, per il quale a Te con Lui e con lo Spirito Santo sia gloria,
ora e per i secoli venturi. Amen» (Chiesa di Smirne (Pionio),
op. cit., cap. XIV, in PG 5, col.
1039B-1040B; oggi anche oggi anche in Calogero
Allegro (a cura di), op. cit., p. 31; in Giuliana Caldarelli (a cura di), op. cit., p. 110
(sebbene ne riporti una traduzione un po’ diversa e la registri al cap. XII e
non al XIV); nonché in A.A.R. Bastiaesen; A. Hilhorst; G.A.A.
Kortekaas; A.P. Orbán; M. M Van Assendelf, op. cit., p. 23).
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| Άγιος Πολύκαρπος Επίσκοπος Σμύρνης |
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| SS. Demetrio, Policarpo, Vincenzo di Saragozza, Pancrazio di Roma e Crisogono, mosaico, 526 circa, Chiesa di S. Apollinare Nuovo, Ravenna |
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| Icona dei SS. Pafnuzio, Ireneo e Policarpo, XX sec. |
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| Jan van Haelbeck, S. Policarpo sul rogo, In medio ignis, in Id., Ecclesiae Militantis Triumphi, 1600-20, British Museum, Londra |
| Niccolò Circignani detto Il Pomarancio, Martirio di S. Policarpo, 1583 circa, Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio, Roma |
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| Ambito emiliano, Madonna con il Bambino tra i SS. Policarpo e Maria Maddalena, XVII sec., museo diocesano, Piacenza |
| Ambito toscano, S. Policarpo, XVIII-XIX sec., museo diocesano, Pistoia |
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| Luigi Morgari, S. Policarpo, 1896-97, Duomo, Bobbio |
| Miracolosa estinzione del fuoco nella città di Smirne, chiesa di S. Policarpo, Smirne (Izmir) |
lunedì 25 gennaio 2016
San Pietro Canisio: preghiera per conservare la vera fede
Abbiamo appreso quest’oggi, non senza dolore frammisto
a stupore, che il 30 ottobre prossimo inizierà anche per Roma la commemorazione
del cinquecentesimo anniversario della c.d. riforma protestante (il 31 ottobre
1517 l’eresiarca apostata sacrilego e spergiuro Martin Lutero pubblicò le sue
famose 95 Tesi alle porte della chiesa di Wittenberg, dando avvio a quel processo
irreversibile che fu all’origine della scristianizzazione del Vecchio
Continente e la causa della perdita dell’eterna salvezza per molte anime) (cfr.
il Comunicato ufficiale della Sala Stampa Vaticana; v. anche qui).
I cattolici, che non hanno nulla da celebrare, se non
la luttuosità dell’evento, non possono far altro, in questa temperie, la quale
non ha risparmiato l’Urbe, la cui fede fu consacrata dal sangue di innumerevoli
martiri, non possono far altro che pregare l’Altissimo, con questa nota
preghiera del Dottore della Chiesa S. Pietro Canisio – il quale tanto lottò
contro le dottrine riformiste – affinché almeno in loro rimanga e si conservi
la vera fede.
San Pietro Canisio: preghiera per conservare la vera
fede
In
questo momento di confusione, riportiamo il testo della Preghiera per conservare la vera Fede scritta da san Pietro Canisio S. J. (1521-1597), olandese e
primo gesuita della provincia germanica, nonché proclamato Dottore della Chiesa
da Pio XI nel 1925.
Professo davanti a Voi la mia fede. Padre e Signore del Cielo e della
terra, mio Creatore e Redentore, mia forza e mia salvezza, che fin dai miei più
teneri anni non avete cessato di nutrirmi col sacro pane della vostra Parola e
di confortare il mio cuore. Affinché non vagassi errando con le pecore traviate
che sono senza Pastore. Voi mi raccoglieste nel seno della vostra Chiesa;
raccolto, mi educaste; educato, mi conservaste insegnandomi con la voce di quei
Pastori nei quali volete essere ascoltato e ubbidito, come di persona, dai vostri
fedeli.
Confesso ad alta voce per la mia salvezza tutto quello che i cattolici
hanno sempre a buon diritto creduto nel loro cuore. Ho in abominio Lutero,
detesto Calvino, maledico tutti gli eretici; non voglio avere nulla in comune
con loro, perché non parlano né sentono rettamente, e non posseggono la sola
regola della vera Fede propostaci dall’unica, santa, cattolica, apostolica e
romana Chiesa. Mi unisco invece nella comunione, abbraccio la fede, seguo la
religione e approvo la dottrina di quelli che ascoltano e seguono Cristo, non
soltanto quando insegna nelle Scritture ma anche quando giudica per bocca dei
Concilii ecumenici e definisce per bocca della Cattedra di Pietro,
testificandola con l’autorità dei Padri. Mi professo inoltre figlio di quella
Chiesa romana che gli empii bestemmiatori disprezzano, perseguitano e abominano
come se fosse anticristiana; non mi allontano in nessun punto dalla sua
autorità, né rifiuto di dare la vita e versare il sangue in sua difesa, e credo
che i meriti di Cristo possano procurare la mia o l’altrui salvezza solo
nell’unità di questa stessa Chiesa.
Professo con franchezza, con san Girolamo, di essere unito con chi è unito
alla Cattedra di Pietro e protesto, con sant’Ambrogio, di seguire in ogni cosa
quella Chiesa romana che riconosco rispettosamente, con san Cipriano, come radice
e madre della Chiesa universale. Mi affido a questa Fede e dottrina che da
fanciullo ho imparato, da giovane ho confermato, da adulto ho insegnato e che
finora, col mio debole potere, ho difeso. A far questa professione non mi
spinge altro motivo che la gloria e l’onore di Dio, la coscienza della verità,
l’autorità delle Sacre Scritture canoniche, il sentimento e il consenso dei
Padri della Chiesa, la testimonianza della Fede che debbo dare ai miei fratelli
e infine l’eterna salvezza che aspetto in Cielo e la beatitudine promessa ai
veri fedeli.
Se accadrà che a causa di questa mia professione io venga disprezzato,
maltrattato e perseguitato, lo considererò come una straordinaria grazia e
favore, perché ciò significherà che Voi, mio Dio, mi date occasione di soffrire
per la giustizia e perché non volete che mi siano benevoli quelle persone che,
come aperti nemici della Chiesa e della verità cattolica, non possono essere
vostri amici. Tuttavia perdonate loro, Signore, poiché, o perché istigati dal
demonio e accecati dal luccichio di una falsa dottrina, non sanno quello che
fanno, o non vogliono saperlo.
Concedetemi comunque questa grazia, che in vita e in morte io renda sempre
un’autorevole testimonianza della sincerità e fedeltà che debbo a Voi, alla
Chiesa e alla verità, che non mi allontani mai dal vostro santo amore e che io
sia in comunione con quelli che vi temono e che custodiscono i vostri precetti
nella santa romana Chiesa, al cui giudizio con animo pronto e rispettoso
sottometto me stesso e tutte le mie opere. Tutti i santi che, o trionfanti nel
Cielo o militanti in terra, sono indissolubilmente uniti col vincolo della pace
nella Chiesa cattolica, esaltino la vostra immensa bontà e preghino per me. Voi
siete il principio e il fine di tutti i miei beni; a Voi sia in tutto e per
tutto lode, onore e gloria sempiterna.
Fonte: Corrispondenza romana, 13.1.2016
Fonte: Corrispondenza romana, 13.1.2016
Il culto autentico a Dio
Come rendere il culto autentico a
Dio?
Ce lo spiega in una pagina
magisteriale l’allora card. Ratzinger.
Nella festa della Conversione di
san Paolo Apostolo, rilancio questo contributo.
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| Battesimo di Paolo, 1140-70, cappella Palatina, Palermo |
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| Giorgio Vasari, S. Paolo condotto da S. Anania, 1550 circa, Cappella Ciocchi del Monte, Chiesa di S. Pietro in Montorio, Roma |
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| Maestro anonimo, Conversione di S. Paolo, XVI sec., National Gallery, Londra |
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| Karel Dujardin, La conversione di S. Paolo, 1662, National Gallery, Londra |
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| Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Conversione di S. Paolo, XVII sec., Chiesa di S. Paolo, Fiastra |
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| Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, Conversione di S. Paolo, XVII sec., Chiesa di S. Giovanni Battista, Torno |
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| Sebastiano Taricco, S. Anania ridona la vista a S. Paolo, XVII sec. |
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| Jacopo Palma il Giovane, Conversione di S. Paolo, 1590-95, museo del Prado, Madrid |
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| Bartolomé Esteban Murillo, Conversione di S. Paolo, 1675-82, museo del Prado, Madrid |
Il
culto autentico a Dio
di Joseph Ratzinger
«L’uomo non può «farsi» da sè il
proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra: Quando Mosè
dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26),
nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le
liturgie. Se Dio non si mostra, l’uomo, sulla base di quell’intuizione di Dio
che è iscritta nel suo intimo, può certamente costruire degli altari al «Dio
ignoto» (cfr. At 17,23); può protendersi con il pensiero verso di lui, cercarlo
procedendo a tastoni.
Ma la vera liturgia presuppone
che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche
forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla
nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice
autoconferma.
Essa presuppone qualcosa che stia
concretamente di fronte, che si mostri a noi e indichi così la via alla nostra
esistenza.
Di questa non arbitrarietà nel
culto vi sono nell’Antico Testamento numerose e impressionanti testimonianze,
In nessun altro passo, però, questo tema si manifesta con tanta drammaticità
come nell’episodio del vitello d’oro (o meglio, del torello).
Questo culto, guidato dal sommo
sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L’apostasia è più
sottile. Essa non passa apertamente da Dio all’idolo, ma resta apparentemente
presso lo stesso Dio: si vuole onorare il Dio che ha condotto Israele fuori
dall’Egitto e si crede di poter rappresentare in modo appropriato la sua
misteriosa potenza nell’immagine del torello.
In apparenza tutto è in ordine e
presumibilmente anche il rituale procede secondo le prescrizioni. E tuttavia è
una caduta nell’idolatria. Due cose portano a questo cedimento, inizialmente
appena percettibile. Da una parte la violazione del divieto delle immagini: non
si riesce a mantenere al fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso.
Lo si fa scendere al proprio
livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo
il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle
nostre dimensioni. Egli deve essere lì dove c’è bisogno di Lui e deve essere
così come si ha bisogno di Lui.
L’uomo si serve di Dio secondo il
proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. Con ciò si è già
accennato alla seconda cosa: si tratta di un culto fatto di propria autorità.
Se Mosè rimane assente a lungo e Dio diventa quindi inaccessibile, allora lo si
porta al proprio livello. Questo culto diventa così una festa che la comunità
si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa.
Dall’adorazione di Dio si passa a
un cerchio che gira intorno a se stesso: mangiare, bere, divertirsi. La danza
intorno al vitello d’oro è l’immagine di questo culto che cerca se stesso, che
diventa una sorta di banale autosoddisfacimento.
La storia del vitello d’oro è un
monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi,
in cui in definitiva non è più in gioco Dio, ma la costituzione, di propria
iniziativa, di un piccolo mondo alternativo. Allora la liturgia diventa davvero
un gioco vuoto. O, ancora peggio, un abbandono del Dio vivente camuffato sotto
un manto di sacralità.
Ma alla fine resta anche la
frustrazione, il senso di vuoto. Non c’è più quell’esperienza di liberazione
che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente»
Da Joseph Ratzinger, “Introduzione
allo spirito della liturgia”, San Paolo 2001
Fonte: Il Timone
Bigiottismi del laicismo, corruzione e pseudo diritti, pazzia in aforismi di Chesterton, Gomez Davila e S. Antonio abate
domenica 24 gennaio 2016
I profanatori della famiglia non avranno pace; solo la famiglia cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e del Redentore, aiutata dalla grazia, è garanzia di pace
La famiglia, ed in special modo
quella cristiana, da alcuni secoli è costantemente sotto attacco. Dapprima con
l’introduzione del matrimonio civile e la riduzione del vincolo coniugale a mero
contratto (quasi che questo possa scindersi e separarsi dal sacramento)
disciplinato dal diritto civile, poi con il divorzio ed oggi con l’introduzione
di modelli negoziali alternativi al matrimonio mediante i quali i legislatori
secolari pretenderebbero far scaturire vincoli familiari o parafamiliari
dimentichi che solo dal matrimonio tra un uomo ed una donna può scaturire un’autentica
e vera famiglia, conforme all’ordine di natura come disposto dal Creatore.
Allontanandosi da quel modello, si profana quell’ordine e ciò che ne scaturisce
è soltanto una vile e mera unione concubinaria, fondata sugli istinti e sulle disordinate
passioni umane e non sulla retta ragione. Per questo, all’inizio del Tempo di
Settuagesima nove domeniche prima della Pasqua ed all’indomani della celebrazione
della festa dello Sposalizio della B. V. Maria, Madre di Dio, e di S. Giuseppe,
vero modello dell’autentico matrimonio, le parole del Venerabile Pontefice Pio
XII, che rilanciamo, benché risalenti al 1939, appaiono, ancor oggi, profondamente
attuali e profetiche per il nostro tempo travagliato.
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| Sebastian Lopez de Arteaga, Sposalizio della Vergine, XVII sec., Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico |
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| Cristóbal de Villalpando, Sposalizio della Vergine, 1700 circa, Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico |
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| Matrimonio di S. Giuseppe e della Vergine, Cappella delle Nozze, Cattedrale di S. Matteo Apostolo, Washington |
I profanatori della famiglia non
avranno pace; solo la famiglia cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e
del Redentore, aiutata dalla grazia, è garanzia di pace
Magistero del
Venerabile Papa Pio XII
PIO XII
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 19 luglio 1939
I tesori dell’intima unione con Dio
L’augurio che si suol ripetere agli sposi novelli è sempre e ovunque il
medesimo: augurio di felicità. Esso vuol essere la espressione prima ed intera
dei sentimenti e dei desideri dei genitori, dei parenti, degli amici e di
quanti partecipano alla loro gioia.
E anche la preghiera colla quale la Chiesa termina la Messa per gli sposi:
«quos legitima societate connectis, longaeva pace custodias» — Dio onnipotente,
custodisci, te ne preghiamo, con una pace di lunga durata coloro che hai unito
con legittimo vincolo.
Ed è pure il voto paterno che Noi siamo soliti di rivolgere agli sposi i
quali convengono a Roma per implorare la Benedizione Apostolica; benedizione
che è il pegno di favori celesti, di pace e di felicità per tutti quei
carissimi figli.
Nell’indirizzarlo oggi anche a voi, Ci piace di farvi rilevare l’alto
significato di questo augurio profondamente cristiano, preziosa eredità
lasciataci dal divino Maestro : Pax vobis.
La pace, fonte di vera felicità, non può venire che da Dio, non può
trovarsi che in Dio : « O Signore, tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore è
inquieto finché non riposi in Te ». Per questo la quiete assoluta, la felicità
completa e perfetta non si avrà che in cielo nella visione della divina
essenza. Ma anche durante la vita terrena la condizione fondamentale della pace
vera e della sana letizia è la dipendenza amorosa e filiale dalla volontà di
Dio : tutto ciò che indebolisce, che rompe, che spezza questa conformità e
unione di volontà, è in opposizione colla pace: prima di tutto e sopra tutto il
peccato. Il peccato è rottura e disunione, disordine e turbamento, rimorso e
timore, e coloro che resistono alla volontà di Dio non hanno, non possono avere
la pace: « Quis restitit Ei et pacem habuit? » (Iob, IX, 4), mentre
la pace è la felice eredità di quelli che osservano le legge di Dio : « Pax
multa diligentibus legem Tuam» (Ps., CXVIII, 165).
Sopra questa base solidamente stabilita gli sposi cristiani, i genitori
cristiani trovano il principio generatore di felicità e il sostegno della pace
nella famiglia. La famiglia cristiana infatti, rifuggendo dall’egoismo e dalla
ricerca delle proprie soddisfazioni, è tutta impregnata di amore e di carità; e
allora, si dileguino pure le fugaci attrattive dei sensi, cadano pure appassiti
l’uno dopo l’altro i fiori della giovanile bellezza, svaniscano pure i fallaci
fantasmi dell’immaginazione : rimarrà sempre negli sposi tra loro, nei figli
verso i genitori, saldo il vincolo dei cuori, resterà immutato l’amore, il grande
animatore di tutta la vita domestica, e con esso la felicità e la pace.
Chi, invece, il sacro rito delle nozze cristiane stima una semplice
cerimonia esteriore da osservarsi per seguire una consuetudine, chi vi apporta
un’anima in disgrazia di Dio, profanando così il Sacramento di Cristo,
inaridisce la sorgente di grazie soprannaturali, che nel disegno mirabile della
Provvidenza sono destinate a fecondare il giardino della famiglia e a farvi
germogliare insieme ai fiori delle virtù i frutti della vera pace e della gioia
più pura.
Famiglie inaugurate nella colpa; alla prima bufera daranno negli scogli,
ovvero andranno, come nave abbandonata in balìa delle onde, alla deriva di
dottrine che nella proclamata libertà o licenza, preparano il più duro
servaggio. I profanatori della famiglia non avranno pace; solo la famiglia
cristiana, ossequiente alla legge del Creatore e del Redentore, aiutata dalla
grazia, è garanzia di pace. Ecco, o dilettissimi sposi novelli, la portata
dell’augurio paterno che Ci erompe fervido e sincero dal cuore : pace con Dio
nella dipendenza della Sua Volontà, pace con gli uomini nell’amore della
verità, pace con se stessi nella vittoria delle passioni : triplice pace che è
la sola vera felicità di cui è possibile godere durante il pellegrinaggio
terreno. Auspicio di tanto bene sia la paterna benedizione, che di tutto cuore
vi impartiamo.
Parlando ai novelli sposi, a coloro che sono da Dio chiamati quasi a
presiedere alle fonti stesse della vita e ne avviano il corso, il pensiero e il
Nostro cuore andavano naturalmente al vivace gruppo di bambini, venuti da ogni
parte d’Italia a recarCi i frutti del loro primo apostolato ed a raccogliere il
premio delle loro vittorie catechistiche e della fedeltà ai loro doveri. Sono i
bravi vincitori del Premio di Roma; ma dietro ad essi è tutto un esercito di
fanciulli, devoti come loro al Vicario di Gesù Cristo; felici di sentirsi
stretti per lui, coi loro compagni che li rappresentano, in una pacifica
crociata di preghiere e di fioretti spirituali; anelanti di offrirgli quei loro
doni, di prepararsi ad essere nel mondo araldi della sua parola e campioni di
vita cristiana.
A questi cari fanciulli, speranze Nostre, come sono della famiglia e della
società, Noi vogliamo aprire il Nostro cuore, ricolmo di gratitudine e di
affetto, ma sopra tutto pieno di quel desiderio che Gesù espresse un giorno,
quando, collocato un bambino in mezzo ai suoi discepoli, sentenziò
: « Se non diventerete come questo fanciullo, non entrerete nel Regno
dei Cieli » (Matth., XVIII, 3). Il bambino è dunque il modello di
tutti i seguaci di Cristo; e il desiderio che pungeva il suo cuore divino era
che le virtù del fanciullo rimangano nella vita di tutti, indistintamente.
Intendete bene, cari piccoli, voi, come gli altri, diventerete adulti,
progredendo a traverso le varie età dell’uomo, negli anni, nella statura, nel
sapere : diventerete colti, ciascuno nel campo della sua vocazione, per dare
alla società quello che oggi dalla società ricevete : le vostre forze fisiche,
le vostre forze intellettuali, l’ingegno con le sue cognizioni e con la sua
dottrina, la volontà con le sue iniziative e coi suoi ardimenti. Ebbene, con
tutto questo voi non sarete veramente cristiani, se non in quanto farete così
vostre le virtù particolarmente proprie dei piccoli, da non lasciarle più nella
vita. Voi amerete l’ubbidienza e la disciplina sempre, anche se altri
v’insegnerà che l’uomo è padrone assoluto di se stesso. Vi terrete cara la
vostra semplicità, anche se vedrete intorno a voi trionfare l’astuzia e
l’inganno. Sarete sinceri con tutti, come adesso con la vostra mamma, anche se
vedrete onorati i finti e i bugiardi. Manterrete il vostro cuore come oggi,
aperto alla compassione, pieno di dolcezza e di amore per tutti, pronto a
dimenticare le offese, anche se vi capiterà di sentire che il male si ripaga
col male. Sopra tutto custodirete gelosamente la vostra innocenza, anche se
intorno a voi vedrete, forse nelle sue più penose manifestazioni, il peccato, e
dentro e fuori di voi sentirete dirvi che la felicità dell’uomo sta nel
piacere. Ecco come dovete conservarvi sempre simili ai piccoli per entrare nel
Regno dei cieli. E così sarete al tempo stesso nella vita terrena uomini
schietti, puri, forti, utili a voi stessi, alla famiglia, alla patria : fedeli
al dovere, rotti al sacrificio, capaci di tutti gli eroismi. Tali vi vuole Gesù
Cristo. E tali voi volete essere, cari fanciulli, come chiaramente lo dice qui
la vostra presenza, e lo conferma il vostro amore della dottrina cristiana, i
vostri sforzi per segnalarvi nella scienza della Religione, i vostri fioretti
spirituali, l’obolo della vostra carità.
Affinché tali rimaniate sempre, degni figli della Chiesa e della società, e
regni ognora nel vostro cuore vivace e piena la vostra candida gioia, Noi
chiediamo per voi la particolare assistenza dello Spirito di Amore, e con
paterno affetto, memori di quel Gesù che vi predilesse e v’impose le mani, nel
nome di Lui vi benediciamo con tutti i vostri compagni qui presenti in spirito,
con le vostre e con le loro famiglie, e con tutti coloro che si occupano della
vostra formazione cristiana — Delegate, Sacerdoti, membri del Consiglio
superiore — ai quali Ci è sommamente grato di esprimere qui la Nostra paterna
riconoscenza.
Essi compiono in nome di Gesù Cristo una ben alta missione, irta
d’incomodi, di rinunzie, di sacrifizi, e perciò non di minor merito innanzi a
Dio che quella a cui consacrano la vita le avanguardie del Vangelo, i
Missionari propriamente detti. Con questi Noi li associamo volentieri nel
ringraziamento e nella preghiera; e siamo ben lieti che il Capitolo Generale
dell’Istituto missionario della Consolata Ci offra qui stesso la simpatica
opportunità di vedere in presenza l’uno dell’altro come gli Stati maggiori di due eserciti, i quali, ma in
così diverso campo e con armi tanto diverse, combattono con lo stesso spirito,
nello stesso augusto Nome, la stessa battaglia.
Salutati e incoraggiati gli uni, Ci è caro esprimere agli altri i sensi
della Nostra particolare gratitudine e del Nostro affetto. Nel lavoro
pazientemente compiuto per dare nuovo impulso alle loro Missioni secondo le
moderne esigenze del tempo e dei luoghi, i membri del Capitolo generale della
Consolata Ci danno la prova tangibile della non attenuata vitalità del loro
Istituto, della sua ferma volontà di adeguare ai bisogni la sua azione, e del
controllo sempre vigile che esso intende esercitare su tutte le forme della
propria attività, per assicurare a questa, con maggiore aderenza alle direttive
superiori, il maggior rendimento. Dando impulso alle sue Missioni, dove è pur
così grande il bene che esso ha fin qui realizzato e va realizzando con tanto
onore, l’Istituto della Consolata, oltre che rispondere egregiamente ai suoi
santi fini, provvede nel miglior modo al suo più sicuro incremento e alla
conservazione di quello spirito di apostolato che esso porta con sé fin dalla
cuna e nel quale è la certa garanzia della sua ben fondata esistenza,
largamente redditizia nel mistico campo del Padre di Famiglia.
Così, mentre vi ringraziamo, diletti Figli, dei rinnovati propositi di
lavoro nell’arduo terreno assegnatovi dalla divina Provvidenza, e Ci congratuliamo
col vostro Superiore Generale che, riconfermato in carica, riconferma egli
stesso la sua intelligente, amorosa, feconda dedizione all’Istituto, a Dio
rivolgiamo la lode e il ringraziamento per il gran bene che da voi tutti si
compie e si raccoglie nelle regioni dove le campagne già biancheggiano per la
messe (Io., IV, 35) e in quelle dove già miete la falce.
Confortati dall’unanime fervore che ha animato il vostro Capitolo generale e
dall’esperienza di un passato così produttivo, Noi abbiamo ragione di aspettarCi
moltissimo dalla vostra attività a servizio della Chiesa e delle anime. Per
essa Ci è grato formare oggi tutti i Nostri voti, chiedendo a Dio che accresca
il vostro numero, ma più ancora mantenga integro e puro il vostro spirito; vi
dia a tutti un’alta coscienza della vostra sublime vocazione, faccia fiorire in
mezzo a voi, a edificazione degli uomini e a gloria di Dio, nelle anime le più
belle virtù del Vangelo.
Con questi sentimenti salutiamo il nuovo periodo di lavoro che si apre
dinanzi pieno di speranze e di promesse; e nella ferma fiducia che, sotto
l’egida della Madre di Dio, da voi teneramente onorata e fatta onorare, tutte
le vostre opere continueranno a prosperare e la vostra Famiglia religiosa a santificarsi
nel bene, v’impartiamo a tutti, ma con particolare affetto, ai vostri degni e
valorosi Vescovi e Prefetti Apostolici qui presenti, al Vostro Superiore
Generale, ai vostri confratelli vicini e lontani, a quanti sopra tutto
consacrano generosamente nelle Missioni estere le forze e la vita, la paterna
propiziatrice Apostolica Benedizione.
Ma ad una terza e speciale classe di missionari, condotti qui dalla amabile
Provvidenza, è dovuta altresì la Nostra Benedizione. Sono gli araldi del
Vangelo in quello dei suoi settori che tanto meritò le raccomandazioni del
divino Maestro : il settore della misericordia corporale (Matth., XXV, 31 e segg.). Colui che in linea di carità
fraterna garantì la ricompensa perfino al bicchiere d’acqua fresca dato in suo
nome (Matth., X, 42), con la esaltazione delle opere di
misericordia conchiuse la sua predicazione propriamente detta (Matth., XXVI, 1), e della assistenza agli infermi fece
una delle note discriminatrici della ammissione nel Regno eterno. « Fui infermo
— dirà Egli un giorno agli eletti — e veniste a visitarmi ». Leggendo le quali
parole non si può non restar commossi — teneramente commossi — al pensiero che
nella persona dell’infermo è. Egli stesso, Gesù, il quale riceve dai fratelli
il beneficio dell’assistenza, ne tiene nota, e la ricorda per regolare
munificamente ogni conto l’ultimo giorno.
Di tutti questi singolari messaggeri della Buona Novella abbiamo qui,
rappresentanti autorevoli, le Direttrici di tutte le Scuole-Convitto
professionali per infermiere, venute da ogni parte d’Italia per adunanze di
carattere tecnico-organizzativo. Sotto le divise sacre o laiche, queste
valorose Donne confermano qui l’alta coscienza caritatevole e religiosa a cui
intendono ispirarsi nell’esercizio dei loro pietosi doveri.
In perfetta armonia anche in ciò con le particolari direttive della
Autorità da cui dipendono, sotto la presidenza di quella augusta e benefica
Dama che è S. A. R. la Principessa di Piemonte, esse vogliono fare della loro
assistenza agli infermi opera di carità cristiana. Animate cioè dalla Fede in
Gesù Cristo e membri vivi del Suo mistico corpo, esse vogliono unire all’azione
il sentimento, alla prestazione materiale la compassione fraterna; e
sforzandosi di applicare alla loro nobilissima professione i principi
cristiani, vogliono essere in tutto degne della divina missione a cui è elevata
nel Vangelo l’assistenza ai minimi di Gesù Cristo. A spiriti così compresi non
è difficile ricordare la loro dignità e la loro responsabilità. Voi — diciamo
volentieri a codeste dilette figlie, presenti e lontane — voi siete le pietose
soccorritrici di Cristo nelle sue mistiche membra. Infermo, Egli è affidato
alle vostre mani materne, alla vostra femminile delicatezza, alla vostra pietà
intelligente, alla vostra felice intuizione dei bisogni di ciascun male, al
vostro cuore, che sa e indovina come soffre nell’anima chi langue nel corpo.
Poiché Gesù è in ciascun infermo, anche malvagio, anche ignaro di Lui, voi
sarete per Lui quello che furono la buona Marta ospitale, la pietosa Veronica,
le pie donne di Gerusalemme. Quello che non vi è dato di fare per Gesù nei
mistici incontri con Lui nella Santa Comunione, vi è dato di farlo nelle corsie
dei vostri ospedali, nelle raccolte camere delle vostre cliniche. Le ore del
vostro servizio sono le migliori ore vissute della vostra fede e della vostra
pietà; ed è proprio lì, nell’umile dedizione, negli incomodi e nei sacrifizi
che questo servizio porta con sé, è lì che voi, Religiose, potete misurare il
vostro zelo per la perfezione evangelica, e voi, laiche, il livello della vostra
vita religiosa, la sincerità della vostra vita cristiana. «Agnosce, christiane,
dignitatem tuam» diremo specialmente a voi, con S. Leone Magno: sappiate
riconoscere l’onore che vi è fatto, il singolare sacerdozio a cui la vostra
professione d’infermiere v’innalza.
E sappiate riconoscere altresì la vostra responsabilità al cospetto del
mondo.
Poiché nelle opere di misericordia è l’essenza stessa del Vangelo (e la
prova è nelle parole stesse di Cristo giudice, che non ammetterà nel Regno eterno
se non chi ebbe della misericordia il culto pratico), voi, come tutti coloro
che più direttamente sono chiamati a sollevare gli afflitti nel corpo e nello
spirito, siete le pagine viventi di questo gran Libro divino, destinate cioè a
mostrare al mondo che il messaggio di Gesù Cristo non è lettera morta, ma
sostanza di vita, sempre attuabile e sempre attuata; ed è rivolta a convertire
il mondo dall’egoismo all’amore e a dare — non soltanto a promettere — quel
sollievo e quella pace di cui Gesù ha detto: « Venite da me voi tutti che
siete travagliati e oppressi da pesi ed io vi ristorerò . . . e troverete pace
alle anime vostre ».
Non esitiamo a dirlo : vera, vivente, quotidiana apologia del Vangelo siete
voi, o dilette infermiere cattoliche, agli occhi del mondo, che questo Vangelo
vorrebbe talvolta mettere fuori della realtà, tra i sogni generosi e le
generose utopie. E voi, spose di Cristo, che col vostro abito invitate il mondo
a guardare come si attua l’insegnamento di Gesù; dovete sentire pungente questa
grande responsabilità; con la vostra dolcezza imperturbabile, con la vostra
eroica pazienza, col vostro silenzioso lavoro, volete piegare tutti a
riconoscere, segretamente se non sempre palesemente, la verità, la bontà, la
bellezza della nostra professione cristiana.
Vi conceda a tutte il Signore di sentire sempre così — altamente,
cristianamente — la vostra missione.
E mentre a questo fine salgono a Dio dall’intimo del cuore i Nostri voti, a
voi tutte quante siete qui presenti, e alle vostre colleghe di ogni regione,
dalle dirigenti alle più umili, impartiamo con animo grato e fiducioso
l’Apostolica Benedizione.
Fonte: Riscossa cristiana, 24.1.2016
Fonte: Riscossa cristiana, 24.1.2016
venerdì 22 gennaio 2016
Lo scempio dell’arte sacra contemporanea
Un’interessante riflessione del prof. De Mattei sul
decadimento dell’arte sacra contemporanea. È notizia di qualche giorno fa,
peraltro, quella della realizzazione di una chiesa (non si sa di che
confessione) o sala per …. matrimoni a Taiwan avente per forma la scarpetta di
cristallo di Cenerentola …. (v. qui, qui, qui e qui).
Quantomeno interessante è perciò il contributo del
prof. De Mattei.
Lo scempio dell’arte sacra contemporanea
di Roberto de Mattei
Riportiamo l’editoriale del prof. Roberto de Mattei che
apparirà sul numero 111 del mensile Radici Cristiane(febbraio 2016).
La nuova cattedrale di Créteil, in Val di Marna,
inaugurata il 20 settembre 2015, si aggiunge al lungo elenco delle brutture
architettoniche degli ultimi decenni. Ciò che rende più grave lo scempio è che si tratta
di architettura sacra, cioè di un’espressione artistica che dovrebbe aiutare
l’uomo ad elevarsi verso il Cielo.
La prima caratteristica di queste chiese come di altri
templi della liturgia postmoderna, è invece il fatto che esse distolgono da
Dio. Sono chiese
brutte perché chi le progetta snatura intenzionalmente la loro funzione di
luogo di celebrazione del culto divino. È bello ciò che è vero ed è vero ciò
che realizza se stesso, ciò che non tradisce il proprio fine e la propria
natura. In questo senso, come osservava Mario Palmaro, la bellezza ha un
carattere «normativo» insito in sé, rimanda alla natura umana, che non muta, in
ogni tempo e sotto ogni latitudine. E poiché l’uomo ha una natura razionale, «nelle cose umane – afferma san Tommaso d’Aquino
– il bello si ha quando qualcosa è ordinato secondo ragione»
(Summa Theologica, II-IIae, q. 142, a. 2).
Gli architetti moderni seguono le proprie deformi
costruzioni mentali e non le leggi immutabili che regolano l’universo. Eppure tutto ciò che è
prodotto dall’uomo ha una sua perfezione e una sua bellezza solo in quanto
corrisponde al fine che gli è proprio. E se Dio è il fine ultimo di tutte le
cose, ogni essere creato ha un fine specifico che corrisponde alla propria
natura ed essenza. Il fine è anche una “funzione”, una specifica attività diretta
a uno scopo.
La bellezza di un’opera d’arte deriva dalla sua
funzionalità cioè dalla capacità di raggiungere il proprio fine. San Tommaso lo spiega con
un esempio eloquente. «Qualsiasi artefice tende a dare alla sua opera
la forma migliore non in senso assoluto, ma in relazione a un fine. E
l’artefice non si cura se tale disposizione porta con sé una certa mancanza.
Così come l’artefice che fabbrica una sega per segare la fa di ferro perché sia
idonea alla sua funzione; né gl’importa di farla di vetro, materia più bella,
perché tale bellezza sarebbe d’impedimento al raggiungimento del fine»
(Summa Theologica, I, q. 91, a. 3).
Una sega di vetro non sarebbe bella perché sarebbe
inutile, come sarebbe priva di bellezza una spada che non tagliasse. Una cattedrale è costruita
per celebrare il Santo Sacrificio della Messa e riunire i fedeli in adorazione
e preghiera. Essa è ben riuscita, cioè è vera cattedrale, se aiuta i fedeli a
pregare e adorare. Se non raggiungesse questo fine sarebbe irrimediabilmente brutta
come le chiese moderne, che sembrano svolgere la funzione di garage o magazzini
piuttosto che di luoghi di preghiera.
Le quattro cattedrali di Chartres, Amiens, Orvieto e San
Marco, dette le quattro Bibbie nel marmo, per la loro capacità di riprodurre nella pietra i testi
sacri del Cristianesimo, sono, al contrario, un luminoso esempio della
corrispondenza tra il mezzo e il fine. Ciò che le rende belle è il fatto che
sono state pensate per elevare l’uomo verso il Cielo e raggiungono
perfettamente il loro scopo.
Oggi il numero dei turisti in visita alle cattedrali
d’Europa è maggiore di quello dei fedeli che le affollano. Eppure quelle cattedrali
furono costruite per pregare, e non per essere ammirate come opere d’arte. La
loro bellezza è una conseguenza della verità che trasmettono e che pochi
colgono. Il compito della Chiesa, piuttosto che incoraggiare la costruzione di
orride chiese, dovrebbe essere quello di accompagnare ogni visita ad una
cattedrale, con un’adeguata catechesi che dal bello faccia risalire al vero.
L’opera d’arte non è solo una combinazione di superfici,
forme e colori, ma la visualizzazione di un pensiero. Uomini e donne di tutti i
Paesi e di ogni provenienza ideologica ammirano la bellezza delle opere d’arte
cristiane, dimenticando che queste opere non sarebbero state realizzate se non
fossero state prima concepite secondo un modo di pensare che era la filosofia
del Vangelo. Le cattedrali, gli affreschi, gli oggetti che fanno parte del
nostro patrimonio culturale hanno alle spalle una visione del mondo che va
ritrovata, un significato che va riscoperto. Nessuna evangelizzazione potrebbe
oggi essere più efficace di questa.
La cattedrale di Créteil, come la chiesa realizzata da
Massimiliano Fuksas a Foligno e il nuovo santuario di padre Pio edificato da
Renzo Piano a San Giovanni Rotondo sono raccapriccianti perché rinnegano la
propria identità di luoghi sacri. Questi edifici sono brutti, anzi orrendi, perché
non sono funzionali, ovvero non corrispondono allo scopo per il quale sono
stati edificati. Chi visita le nuove chiese di Créteil, di Foligno o di San
Giovanni Rotondo non contempla il bello e non conosce il vero, ma si trova in
un ambiente opposto al proprio desiderio di raccoglimento e di elevazione a
Dio. La filosofia di vita che ha ispirato queste costruzioni è quella degli
architetti imbevuti di spirito agnostico e relativista che le hanno ideate.
| Chiesa si S. Paolo, Foligno, opera di Fuksas |
È la visione del mondo dell’Occidente nichilista e
opulento, estraneo a Dio, chiuso nella conchiglia del proprio orgoglio, immerso
nel cubo del proprio egoismo. Non c’è spazio in questi templi neo-pagani per la
liturgia millenaria della Chiesa, per le melodie del gregoriano o del
polifonico, per la tenera devozione dei fedeli alla Madonna ed ai santi. C’è
l’invito semmai a indirizzarsi verso la Kaaba islamica, come a Foligno, o verso
la religiosità massonica, come a San Giovanni Rotondo. Il messaggio di Créteil
è altrettanto distruttivo: l’impressione è quella di una effimera e illusoria
Disneyland della fede.
Le radici cristiane della società vengono estirpate ogni
volta che viene eretto un tempio come quelli realizzati dai divi
dell’architettura contemporanea. Le radici cristiane vengono impiantate ogni volta
che si costruiscono e si arredano chiese, secondo le regole dettate dalla
ragione, dalla fede e dalla Tradizione. Le radici cristiane si difendono anche
combattendo l’arte contemporanea e tendendo l’orecchio al messaggio dolente
che, attraverso le antiche cattedrali sfigurate, ci trasmette il passato. Radici Cristiane è nata, dieci anni fa, per farsi
eco di questa voce.
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