Sante Messe in rito antico in Puglia

venerdì 28 agosto 2015

“Nullum finem fecit prædicándi Dei verbum, nisi gravi morbo oppréssus. Hæréticos perpétuo insectátus et coram et scriptis, ac nullo loco passus consístere, Africam a Manichæórum, Donatistárum, Pelagianórum aliorúmque prætérea hæreticórum erróre magna ex parte liberávit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI AUGUSTINI, EPISCOPI, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS


Sant’Agostino ha l’immenso merito di aver inaugurato l’era dei Dottori e di aver fatto, nel IV sec., per la teologia cattolica, ciò che, otto secoli più tardi, fece l’Aquinate per la Scolastica. Tutti i dottori della prima parte del Medioevo pensano e parlano dopo il vescovo d’Ippona, la cui personalità ricorda, a questo riguardo, quella di un altro illustre convertito, san Paolo, dapprima feroce nemico del Cristo, poi araldo del Vangelo su tutta la terra.
Il corpo di sant’Agostino, sottratto dai vescovi africani alla profanazione dei Vandali, fu portato dapprima in Sardegna, poi a Pavia, a cura di Liutprando. Si conserva ancora a San Pietro in Ciel d’Oro.
Non ci sorprende che l’Ordo del Laterano annunci: Sancti patris nostri Augustini festivitas sollemniter et devotissime condigno celebretur honore, poiché l’Ordine dei canonici lateranensi seguiva la Regola di sant’Agostino. Ma prima di questi, sono stati gli stessi papi che hanno portato il ricordo di sant’Agostino nella loro residenza del Laterano. Nel 1900, si è scoperta, sotto la basilica del Sancta Sanctorum (Scala Santa), una sala della biblioteca, lo scrinium sanctum contemporaneo di san Gregorio Magno, con un affresco di 2,50 m. di altezza che rappresentava Agostino, identificato dall’iscrizione seguente: Diversi diversa patres, hic omnia dixit,/ romano eloquio mystica verba sonans. L’affresco, che risale al VI sec., rappresenta un personaggio calvo ed imberbe, vestito della toga col clavus sulla spalla, i piedi nudi. Egli è seduto su un sedile di rara forma, con una sorta di schienale arrotondato; davanti a lui un libro aperto su una scrivania. Ha il braccio destro steso in direzione della scrivania e la mano sinistra tiene un rotolo. Non appare alcun nimbo intorno alla testa. La lettura dello stico da noi riportato nel testo, e che un è un po’ cancellato, comporta qualche variante secondo che si adotti una versione piuttosto che un’altra.




Ma questa attestazione, ovviamente, non è una garanzia di un culto. Le testimonianze della liturgia locale di Roma, infatti, ignorano la festa di sant’Agostino sino all’XI sec. Questa, invero, apparve nei sacramentari gelasiano-franchi dell’VIII sec.: Gellone, Angoulême e Rheinau hanno al 28 agosto il natale sancti Augustini, mentre San Gallo annuncia al 15 settembre una translatio sancti Augustini che è nota solo ad essa. Tutti hanno un formulario identico, nel quale le tre orazioni sono dei riutilizzi dei testi del Gregoriano; solo il prefazio è proprio. Queste sono le stesse orazioni che si trovano nei libri romani dell’XI e del XII sec., nonché nel messale del Laterano.
Anche se il calendario di Cartagine offre la data del 29 agosto per la depositio di Agostino, la data del 28 è attestata da Prospero di Aquitania e da Vittore Vitense. È il giorno in cui la memoria di Agostino è inscritta nel martirologio geronimiano e, a suo seguito, nella quasi totalità dei calendari e martirologi, da Napoli e da Montecassino alla Spagna, dall’Italia alla Germania, dalla Francia all’Inghilterra. Ma il culto del grande Dottore d’Occidente non supera le frontiere del romanum eloquium, giacché è sconosciuto da tutte le liturgie orientali (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 280-281).
Nel XV sec., a Roma, sul luogo in cui già si elevava una cappella dedicata a sant’Agostino, presso San Trifone, il cardinale d’Estouteville fece erigere, in onore del santo d’Ippona, una splendida chiesa che è una delle più frequentate nella Città eterna.
La sua festa fu elevata al rango di rito doppio dal 1298.
La messa, non essendo antica, è stata redatta spigolando qua e là nel Sacramentario. Così l’introito e le due letture sono le medesime del 29 gennaio; la prima colletta è identica all’oratio super populum del lunedì della II settimana di Quaresima. Il resto è dal Comune dei Dottori, salvo il versetto alleluiatico che è simile a quello della festa di san Silvestro I.
Ricordiamo oggi, per l’edificazione spirituale, tre celebri parole del grande Dottore d’Ippona: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te. - Signore fammi conoscere chi Tu sei e chi sono io. - Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato».
Sant’Agostino è uno di quei rari santi la cui grandezza non ebbe ad attendere il riconoscimento dovuto alla morte ed alla luce dell’eternità per essere apprezzata nel suo valore. No, i contemporanei stessi ne ebbero consapevolezza; anche, in Africa, non si celebrava un concilio senza che il vescovo della cittadina di Ippona ne fosse l’anima. Sulla tomba di santa Monica ad Ostia, nell’attuale chiesa di Santa Aurea, il console Anicio Auchenio Basso, nell’anno 408, unì le lodi del figlio a quelle di sua madre:

GLORIA • VOS • MAIOR • GESTORVM • LAVDE • CORONAT
VIRTVTVM • MATER • FELICIOR • SVBOLIS (cfr. Felice Grossi Gondi, Trattato di Epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, vol. I, Roma 1920, pp. 275-276)

La gloria delle opere, maggiore di ogni lode, vi incorona:
la madre, specchio di virtù, più beata del figlio.


Pedro Berruguete, SS. Ambrogio ed Agostino, 1495-1500, museo del Prado, Madrid

Juan Pantoja de la Cruz, S. Agostino, 1601, museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Agostino, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Guercino, S. Agostino medita sulla Trinità, 1636, museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Agostino e l'angelo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Gaspar de Crayer, S. Agostino e l'angelo, 1655 circa, museo del Prado, Madrid

José García Hidalgo, Conversione di S. Agostino, 1663, museo del Prado, Madrid

Mateo Cerezo, Visione di S. Agostino, 1663, museo del Prado, Madrid

Claudio Coello, Trionfo di S. Agostino, 1664, Museo del Prado, Madrid

Bartolomé Esteban Murillo, S. Agostino fra il sangue di Cristo ed il latte della Vergine, 1663-64, Museo del Prado, Madrid

Miguel Jacinto Menéndez, S. Agostino appare e fa cessare la piaga delle locuste, 1734, Museo del Prado, Madrid

Antonio Viladomat, S. Agostino con la Sacra Famiglia, XVIII sec., Museo del Prado, Madrid

Philippe de Champaigne, S. Agostino d’Ippona, 1645-50, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles

Antonio Rodríguez, S. Agostino, XVII sec., Museo Nacional de Arte (MUNAL), Città del Messico

François Perrier, S. Agostino offre il suo cuore al Bambin Gesù, 1634, Musée d'art et d'histoire de Saint-Denis, Saint-Denis 

S. Agostino e l'Angelo, Monastero dell'Incarnazione, Madrid

Presbiterio con l'Arca di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia



Arca marmorea di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia





L'urna di cristallo e la cassa altomedievale con le reliquie del Santo contenute nell'Arca marmorea di S. Agostino, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia


S. Agostino giacente, Arca marmorea di S. Agostino, sec. XIV, Chiesa di S. Pietro in Ciel d'Oro, Pavia

giovedì 27 agosto 2015

Incompatibilità tra la fede e l'eresia in un aforisma di S. Agostino d'Ippona

(In Psal. LIV, n. 19, in PL 36, col. 641. L'immagine del Santo d'Ippona è di Carlo Cignani, XVII sec.)

“Vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, … non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino … . Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio … ” (“Libro della Vita”, sez. III, 29, 13) – IN FESTO TRANSVERBERATIONIS CORDIS SANCTÆ THERESIÆ VIRGINIS

Gianlorenzo Bernini, Estasi di S. Teresa d’Avila, 1647-52, Chiesa di S. Maria della Vittoria, Cappella Cornaro, Roma

Antonio Viladomat y Manalt (attrib.), Transverberazione di S. Teresa, XVIII sec., collezione privata

Francisco Salzillo y Alcaraz, S. Teresa col cuore transverberato, XVIII sec., Davis Museum, Wellesley College, Wellesley

San Teodoro Studita e il “Sinodo dell’adulterio”

Più di un anno fa avevamo parlato già della vicenda di san Teodoro Studita e del c.d. scisma moechianico (v. qui). Ora al tema ha dedicato uno scritto anche il prof. De Mattei, tradotto in inglese da Rorate caeli, e rilanciato anche da Il Timone.
In ogni caso, in vista del prossimo Sinodo di ottobre, il cui scopo è dichiaratamente quello di tentare di cambiare i fondamenti dell'etica cattolica come osservato da un attento osservatore (v. qui) e contro cui un ruolo significativo sarà svolto dalla Chiesa d'Africa (v. qui la dichiarazione del card. Sarah), il fronte dei cardinali e vescovi ortodossi e fedeli alla dottrina si sta vieppiù allargando con la stampa di un volume nei prossimi giorni scritto a più mani da ben undici cardinali ed edito dalla senese Cantagalli. La notizia era già stata da noi data alcuni giorni addietro (v. qui) ed oggi riceve ulteriori dettagli, come ci racconta Corrispondenza romana (la notizia in inglese è qui e qui), che non manca peraltro di sottolineare come durante l’evento sinodale si vedrà riconosciuta la santità dei coniugi Martin, genitori di Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto santo (v. l’articolo di Cristina Siccardi).
Nel frattempo, è significativo che il primo intervento al Sinodo sarà quello dello Spirito Santo, come ha ironizzato Sandro Magister, giacché le letture della messa del giorno di apertura dell’evento – il 4 febbraio – saranno quelle della XXVII domenica del Tempo ordinario anno B, vale a dire il testo di Mc. 10, 2-12 (v. qui. La notizia è ripresa anche da Riscossa cristiana) e la prima lettura il testo di Gen. 2, 18-24. Insomma, il Signore dirà la sua, con la speranza che i novatori non facciano finta di non aver compreso … .

San Teodoro Studita e il “Sinodo dell’adulterio”

di Roberto de Mattei

Col nome di “Sinodo dell’adulterio” è entrata nella storia della Chiesa un’assemblea di vescovi che, nel IX secolo, volle approvare la prassi del secondo matrimonio dopo il ripudio della legittima moglie. San Teodoro Studita (759-826), fu colui che con più vigore vi si oppose e per questo fu perseguitato, imprigionato e per ben tre volte esiliato.
Tutto iniziò nel gennaio 795 quando l’imperatore romano di Oriente (basileus) Costantino VI (771-797) fece rinchiudere la moglie Maria di Armenia in monastero e iniziò una illecita unione con Teodota, dama d’onore della madre Irene. Pochi mesi dopo l’imperatore fece proclamare “augusta” Teodota, ma non riuscendo a convincere il patriarca Tarasio (730-806) a celebrare il nuovo matrimonio, trovò finalmente un ministro compiacente nel prete Giuseppe, igumeno del monastero di Kathara, nell’isola di Itaca, che benedisse ufficialmente l’unione adulterina.
San Teodoro, nato a Costantinopoli nel 759, era allora monaco nel monastero di Sakkudion in Bitinia, di cui era abate lo zio Platone, venerato anche lui come santo. Teodoro ricorda che l’ingiusto divorzio produsse un profondo turbamento in tutto il popolo cristiano: concussus est mundus (Epist. II, n. 181, in PG, 99, coll. 1559-1560CD) e, assieme a san Platone, protestò energicamente, in nome dell’indissolubilità del vincolo. L’imperatore deve ritenersi adultero – scrisse – e perciò deve ritenersi gravemente colpevole il prete Giuseppe per avere benedetto gli adulteri e per averli ammessi all’Eucarestia. «Incoronando l’adulterio», il prete Giuseppe si è opposto all’insegnamento di Cristo e ha violato la legge divina (Epist. I, 32, PG 99, coll. 1015/1061C). Per Teodosio era da condannare altresì il patriarca Tarasio che, pur non approvando le nuove nozze, si era mostrato tollerante, evitando sia di scomunicare l’imperatore che di punire l’economo Giuseppe.
Questo atteggiamento era tipico di un settore della Chiesa orientale che proclamava l’indissolubilità del matrimonio ma nella prassi dimostrava una certa sottomissione nel confronti del potere imperiale, seminando confusione del popolo e suscitando la protesta dei cattolici più ferventi. Basandosi sull’autorità di san Basilio, Teodoro rivendicò la facoltà concessa ai sudditi di denunciare gli errori del proprio superiore (Epist. I, n. 5, PG, 99, coll. 923-924, 925-926D) e i monaci di Sakkudion ruppero la comunione con il patriarca per la sua complicità nel divorzio dell’imperatore. Scoppiò così la cosiddetta “questione moicheiana” (da moicheia= adulterio) che pose Teodoro in conflitto non solo con il governo imperiale, ma con gli stessi patriarchi di Costantinopoli. È un episodio poco conosciuto sul quale, qualche anno fa, ha sollevato il velo il prof. Dante Gemmiti in un’attenta ricostruzione storica, basata sulle fonti greche e latine (Teodoro Studita e la questione moicheiana, LER, Marigliano 1993), che conferma come nel primo millennio la disciplina ecclesiastica della Chiesa d’Oriente rispettava ancora il principio dell’indissolubilità del matrimonio.
Nel settembre 796, Platone e Teodoro, con un certo numero di monaci del Sakkudion, furono arrestati, internati e poi esiliati a Tessalonica, dove giunsero il 25 marzo 797. A Costantinopoli però il popolo giudicava Costantino un peccatore che continuava a dare pubblico scandalo e, sull’esempio di Platone e Teodoro, l’opposizione aumentava di giorno in giorno. L’esilio fu di breve durata perché il giovane Costantino, in seguito a un complotto di palazzo, fu fatto accecare dalla madre che assunse da sola il governo dell’impero. Irene richiamò gli esiliati, che si trasferirono nel monastero urbano di Studios, insieme alla gran parte della comunità dei monaci di Sakkudion. Teodoro e Platone si riconciliarono con il patriarca Tarasio che, dopo l’avvento di Irene al potere, aveva pubblicamente condannato Costantino e il prete Giuseppe per il divorzio imperiale. Anche il regno di Irene fu breve. Il 31 ottobre 802 un suo ministro, Niceforo, in seguito a una rivolta di palazzo, si proclamò imperatore. Quando poco dopo morì Tarasio, il nuovo basileus fece eleggere patriarca di Costantinopoli un alto funzionario imperiale, anch’egli di nome Niceforo (758-828). In un sinodo da lui convocato e presieduto, verso la metà dell’806, Niceforo reintegrò nel suo ufficio l’egumeno Giuseppe, deposto da Tarasio. Teodoro, divenuto capo della comunità monastica dello Studios, per il ritiro di Platone a vita di recluso, protestò vivamente contro la riabilitazione del prete Giuseppe e, quando quest’ultimo riprese a svolgere il ministero sacerdotale, ruppe la comunione anche con il nuovo patriarca.
La reazione non tardò. Lo Studios venne occupato militarmente, Platone, Teodoro e il fratello Giuseppe, arcivescovo di Tessalonica, vennero arrestati, condannati ed esiliati. Nell’808 l’imperatore convocò un altro sinodo che si riunì nel gennaio 809. Fu quello che, in una lettera dell’809 al monaco Arsenio, Teodoro definisce “moechosynodus”, il “Sinodo dell’adulterio” (Epist. I, n. 38, PG 99, coll. 1041-1042c). Il Sinodo dei vescovi riconobbe la legittimità del secondo matrimonio di Costantino, confermò la riabilitazione dell’egumene Giuseppe e anatemizzò Teodoro, Platone e il fratello Giuseppe, che fu deposto dalla sua carica di arcivescovo di Tessalonica. Per giustificare il divorzio dell’imperatore, il Sinodo utilizzava il principio della “economia dei santi” (tolleranza nella prassi). Ma per Teodoro nessun motivo poteva giustificare la trasgressione di una legge divina. Richiamandosi all’insegnamento di san Basilio, di san Gregorio di Nazianzo e di san Giovanni Crisostomo, egli dichiarò priva di fondamento scritturale la disciplina dell’“economia dei santi”, secondo cui in alcune circostanze si poteva tollerare un male minore – come in questo caso il matrimonio adulterino dell’imperatore.
Qualche anno dopo l’imperatore Niceforo morì nella guerra contro i Bulgari (25 luglio 811) e salì al trono un altro funzionario imperiale, Michele I. Il nuovo basileus richiamò dall’esilio Teodoro, che divenne il suo consigliere più ascoltato. Ma la pace fu di breve durata. Nell’estate dell’813, i Bulgari inflissero a Michele I una gravissima sconfitta presso Adrianopoli e l’esercito proclamò imperatore il capo degli Anatolici, Leone V, detto l’Armeno (775-820). Quando Leone depose il patriarca Niceforo e fece condannare il culto delle immagini, Teodoro assunse la guida della resistenza contro l’iconoclastia. Teodoro infatti si distinse nella storia della Chiesa non solo come l’oppositore al “Sinodo dell’adulterio”, ma anche come uno dei grandi difensori delle sacre immagini durante la seconda fase dell’iconoclasmo. Così la domenica delle Palme dell’815 si poté assistere ad una processione dei mille monaci dello Studios che all’interno del loro monastero, ma bene in vista, portavano le sante icone, al canto di solenni acclamazioni in loro onore. La processione dei monaci dello Studios scatenò la reazione della polizia. Tra l’815 e l’821, Teodoro fu flagellato, incarcerato ed esiliato in diversi luoghi dell’Asia Minore. Alla fine poté tornare a Costantinopoli, ma non nel proprio monastero. Egli allora si stabilì con i suoi monaci dall’altra parte del Bosforo, a Prinkipo, dove morì l’11 novembre 826.
Il “non licet” (Mt 14, 3-11) che san Giovanni Battista oppose al tetrarca Erode, per il suo adulterio, risuonò più volte nella storia della Chiesa. San Teodoro Studita, un semplice religioso che osò sfidare il potere imperiale e le gerarchie ecclesiastiche del tempo, può essere considerato uno dei protettori celesti di chi, anche oggi, di fronte alle minacce di cambiamento della prassi cattolica sul matrimonio, ha il coraggio di ripetere un inflessibile non licet.

Fonte: Corrispondenza romana, 26.8.2015

mercoledì 26 agosto 2015

Nuova intervista esclusiva di don Nicola Bux su liturgia, motu proprio Summorum Pontificum, matrimonio e divorziati risposati

Dopo una prima intervista concessaci lo scorso marzo, don Nicola Bux, che ringraziamo, ce ne ha concessa un’altra sui temi oggi più dibattuti riguardo all’applicazione del m.p. Summorum Pontificum e su quelle che saranno le problematiche all’attenzione del prossimo Sinodo ordinario, in ottobre, sulla famiglia.

Caro don Nicola, ti ringrazio di aver concesso al nostro blog una tua nuova breve intervista.
Permettimi di cominciare, entrando subito nel vivo.
1. Si è sostenuto che il m.p. del 2007 del papa Benedetto XVI, Summorum Pontificum, mirasse alla pacificazione liturgica tra gli amanti del rito antico e quelli del rito nato a seguito delle riforme di papa Montini. Si è però obiettato che tale atto del papa-teologo, in verità, non abbia portato ad alcuna pacificazione, ma anzi abbia generato o, secondo alcune visioni accentuato, pure da un punto di vista pastorale, delle fratture esistenti nelle comunità ecclesiali, anche all’interno di una stessa parrocchia! In effetti, talora si è lamentato che una diversa celebrazione, compiuta peraltro pure in giorni diversi, non faciliti l’unità pastorale. Basti pensare, ad es., ad alcune feste e ricorrenze liturgiche che sono celebrate in giorni diversi nel rito antico e nel rito riformato. 
Ecco, come giudichi ad otto anni dalla sua entrata in vigore il m.p. papale? Può farci un bilancio? Davvero è riuscito nel suo intendimento di pacificazione liturgica? E come coniugare, da un punto di vista pastorale, l’unità se si celebrano le feste – o per lo meno alcune feste – in giorni diversi?

R. L’atto benedettiano, a ben leggere, postula il reciproco arricchimento tra le due forme – come egli tecnicamente le ha definite – dell’unico rito romano: pertanto, potremmo definirlo un atto aperto allo sviluppo, com’è giusto che sia ogni intervento riformatore. Lo stesso Ratzinger aveva auspicato, da cardinale, nuovi prefazi e i nuovi santi in calendario. Il messale romano ha sempre conosciuto tali progressive integrazioni. È paradossale che gli attuali sostenitori della riforma paolina siano diventati così ‘reazionari’ da sostenerne l’intangibilità. Ne parlo perché convinto della opportunità della riforma liturgica, non di taluni epigoni che qui e là ha raggiunto. Ogni studioso della liturgia conosce le tappe del suo sviluppo organico nella storia: il punto è proprio sull’“organico”. La Sacrosanctum Concilium sostiene che le forme nuove devono scaturire da quelle esistenti ed essere con quelle coerenti (23). Proprio su questo punto, però, i sostenitori del messale tridentino hanno da ridire: davvero la Messa del Novus Ordo è in continuità con quella precedente? La struttura evidentemente è la medesima: due parti, parola ed eucaristia, con due premesse – l’introduzione penitenziale e l’offertorio (abbastanza falcidiato, confrontandolo con quello bizantino) – , uno sviluppo, costituito dai riti di Comunione, e la conclusione con la benedizione e il congedo. D’altro lato, come detto per l’offertorio, più che per la semplificazione avvenuta, questa parte, come le altre, sopportano spesso l’insulto della cosiddetta creatività, di cui la costituzione liturgica non parla mai, ma solo di adattamenti a determinate condizioni. Ora, uno sguardo equilibrato, dovrebbe portare gli uni e gli altri ad ammettere una ‘riforma della riforma’: espressione di Joseph Ratzinger, mutuata, credo, dal grande studioso tedesco Klaus Gamber. Lo squilibrio è dovuto al fatto che la riforma postconciliare è stata come un pasto frettoloso: perciò non è stata assimilata, e qui e là è rimasta inapplicata o rigettata. Se fosse avvenuto come con le riforme di Pio X e Pio XII, che furono graduali, non sarebbe accaduto. Nel post concilio si lascio spazio alla sperimentazione, ma questa fu preso come definitiva. Quanto alla pacificazione, da quello che ha osservato il cardinal Sarah, la situazione non è uniforme: pare che là dove i guasti sian stati maggiori, il m.p. abbia preso più piede – America del Nord, Paesi Bassi, Africa e Asia – mentre dove non è accaduto, la conflittualità è più evidente. Il fatto è che sempre più giovani seminaristi e sacerdoti si interessano al Vetus Ordo e desiderano impararlo: tempo dieci anni, passata questa generazione, ciò sarà più evidente e imponente.
Come conciliare i due calendari? Non accade già ora che in una diocesi o in una parrocchia si celebri una memoria o una festa, che non si celebra nell’altra, in quanto titolare o dal grado maggiore? Nelle chiese orientali, che vivono a gomito su uno stesso territorio, la differenza di calendario non è un problema. E poi, non si sostiene nella Chiesa odierna che la diversità è ricchezza e che l’unità non è uniformità? Bisogna studiare di più e avere pazienza, la pazienza dell’amore, come scrive l’Apostolo (cfr. 1 Cor 13,4).

2. Una seconda domanda: si è molto discusso, soprattutto a partire dal m.p. - che ha avuto il merito quantomeno di riportare in auge temi che, forse con sufficienza, si ritenevano esauriti – della c.d. ermeneutica della continuità in ambito liturgico (e non solo). Del resto, uno dei temi cari al pontificato di papa Ratzinger era appunto quello di rileggere i documenti conciliari alla luce della Tradizione bimillenaria della Chiesa, pena una sostanziale incomprensione di quei testi e la conclusione che gli stessi siano in decisa rottura con ciò che la Chiesa ha creduto sempre ed ovunque – secondo la nota affermazione di S. Vincenzo di Lerins. Orbene, ancora oggi c’è chi lamenta come i documenti del Vaticano II debbano, al contrario, leggersi facendosi quasi astrazione dal magistero anteriore e, quindi, tanto per fare un esempio la Sacrosantum Concilium prescindendo dalla Mediator Dei di Pio XII, che pure aveva “preparato la strada” al documento conciliare del 1963. E proprio questi “profeti della discontinuità” (se vogliamo chiamarli così) lamentano che tale operazione sia come leggere il Vangelo alla luce dell’Antico Testamento.
Tu, don Nicola, condividi questo punto di vista? Cosa risponderesti a questi “profeti della discontinuità”? Possibile che ancor oggi non si riesca a fare una lettura piana e pacifica dei documenti conciliari alla luce della Tradizione della Chiesa, nonostante il magistero di Benedetto XVI? Perché tante resistente? Quali le ragioni, secondo te, di questa non accettazione di tale chiave di lettura? E quali, se esistono, le eventuali soluzioni?

R. La Chiesa è attraversata da una crisi di fede, che genera confusione e, come ho già detto mesi fa, porta all’affermazione di un pensiero non cattolico. Senonché, Gesù ha detto che chi è sapiente, sa estrarre dal tesoro cose nuove e cose antiche (cfr. Mt 13, 52). L’idea di una nuova Chiesa, ha attraversato la storia: dagli gnostici ai catari, da Gioacchino da Fiore a Lutero, da Giansenio agli attuali novatori. Il pensiero di sant’Agostino ha portato a coniare il detto: Novum Testamentum in Vetere latet, Vetus Testamentum in Novo patet (il Nuovo Testamento è adombrato nell’Antico, e questo trova compimento nel Nuovo): È difficile applicare questo al Vaticano II rispetto ai venti concili che l’hanno preceduto? Appare ragionevole chi sostiene che con questo concilio abbiamo una nuova visione di Chiesa? La Chiesa del Signore è sempre la stessa, in quanto Egli è lo stesso ieri, oggi e sempre: sarebbe paradossale che così non fosse per il Suo corpo che la Chiesa. Il fastidio verso la Tradizione, penso sia dovuto alla non comprensione del fatto che tradere sia un verbo di movimento e significa trasmettere ciò che si è ricevuto, integralmente, come dice Paolo a proposito dell’eucaristia, ma questo deposito, nel frattempo, come tutti i depositi – penso a quelli in banca – ha fruttificato e si è arricchito. Il discorso cosiddetto sull’ermeneutica del Vaticano II, fatto il 22 dicembre 2005, all’esordio del suo pontificato, da Benedetto XVI è talmente chiaro e ragionevole, che solo un pregiudizio impedisce di accettarlo. Causa di tale pregiudizio è l’ignoranza, dovuta alla mancanza di studio: se questo ci fosse, ci si accorgerebbe che i documenti del Vaticano II, a parte la maggiore o minora rilevanza di questo o di quello, e di certi passaggi, non enunciano nuove dottrine. Papa Giovanni parlò di aggiornamento: sull’interpretazione di questa parola è stato scritto molto, ma la mente di quell’uomo così tradizionale e così nuovo, impedisce di pensare che desse a quel termine un altro contenuto. Basta leggere il suo Giornale dell’Anima, per trovarlo intriso di quel ‘devozionismo’, tanto vituperato dai novatori. La soluzione è un confronto paziente e senza pregiudizi, come stiamo facendo con un gruppo di amici studiosi.
Aggiungo: «La mancanza di chiarezza nel rapporto tra livello dogmatico e livello liturgico, che è rimasta poi anche durante il Concilio, deve forse essere qualificata come il problema centrale della riforma liturgica; in base a questa ipoteca si spiega gran parte dei singoli problemi con i quali, da allora, abbiamo a che fare» (J. RATZINGER, Opera omnia, vol. 11, Teologia della liturgia, V. Forma e contenuto della celebrazione eucaristica, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 414-415). Questa riflessione dell’allora cardinal Joseph Ratzinger appare del tutto coerente con l’argomento alla ribalta della cronaca ecclesiale e non solo – la comunione ai divorziati risposati – per le sue implicazioni dogmatiche e liturgiche, oltre che canoniche e pastorali.

3. Il prossimo ottobre, come noto, si svolgerà in Vaticano il Sinodo ordinario sulla famiglia. Tra i profili, che saranno oggetto di discussione, vi è la questione – sostenuta da diversi prelati, tra i quali il card. Kasper (e non solo lui) – circa l’ammissione dei divorziati risposati al sacramento dell’Eucaristia, sebbene conviventi col nuovo coniuge non certo ut frater et soror. Ora, comprendo che si tratta di una tematica delicata, ma si è proposto di superare – a quanto ci è dato comprendere – il problema dottrinale (giacché la Scrittura afferma, senza mezzi termini, che l’adultero non può ereditare il Regno di Dio! E l’adultero – nell’ottica della Bibbia – non è solo colui che tradisce il proprio coniuge …) insistendo sia dal punto di vista teologico con la distinzione tra divorziato con colpa (a cui sarebbe addebitabile la separazione ed il divorzio) e divorziato senza colpa (che avrebbe subito il divorzio e, quindi, meriterebbe rifarsi una vita) sia dal punto di vista canonico con la modifica delle norme canoniche sul processo di nullità matrimoniale volte ad una “semplificazione” della procedura di nullità (ad es., si parla con insistenza della proposta di abolire la c.d. doppia sentenza conforme). Per modello si è insistito più volte sull’esperienza delle Chiese ortodosse. Ora chiedo a te come liturgista di dirci come stiano le cose presso le Chiese ortodosse e cioè se e come avviene, in quell’esperienza, questa riammissione ed eventualmente con quali limiti. Come teologo, quindi, ti chiedo una sorta di giudizio prognostico in merito al Sinodo e se cioè ritieni davvero che la materia su cui s’intenderebbe deliberare sia nella disponibilità dei Padri sinodali e dello stesso Papa.

R. Gli ortodossi non fanno la comunione nel rito delle seconde nozze, in quanto nel rito bizantino del matrimonio non è prevista la comunione, ma solo lo scambio della coppa comune di vino, che non è quello consacrato. Inoltre, tra i cattolici si suol dire che gli ortodossi permettono le seconde nozze, quindi tollerano il divorzio dal primo coniuge: in verità non è proprio così, perché non si tratta dell’istituzione giuridica moderna. La chiesa ortodossa è disposta a tollerare le seconde nozze di persone il cui vincolo matrimoniale sia stato sciolto da essa, non dallo Stato, in base al potere dato da Gesù alla Chiesa di “sciogliere e legare”, e concedendo una seconda opportunità in alcuni casi particolari (tipicamente, i casi di adulterio continuato, ma per estensione anche certi casi nei quali il vincolo matrimoniale sia divenuto una finzione). È prevista (per quanto scoraggiata) anche la possibilità di un terzo matrimonio. Inoltre, la possibilità di accedere alle seconde nozze, nei casi di scioglimento del matrimonio, viene concessa solo al coniuge innocente (v. il mio Mito e realtà delle seconde nozze tra gli ortodossi).
La verità è che bisogna considerare il matrimonio nel rito ortodosso essenzialmente come una sorta continuazione, rivestita di forme liturgiche, del matrimonio così com’era concepito dal diritto giustinianeo, stante la volontà delle chiese ortodosse – almeno a partire da una certa epoca (un esempio di questo cedimento è rappresentato dalla raccolta del c.d. Nomocanone in 14 titoli redatto dal patriarca di Costantinopoli, Fozio, nell’883) – di vivere in armonia con le autorità civili, ricevendone favori e concessioni, pure a costo di alterare il messaggio evangelico  (v. Cyril Vasil’, Separazione, divorzio, scioglimento del vincolo matrimoniale e seconde nozze. Approcci teologici e pratici delle Chiese ortodosse, in Robert Dodaro (a cura di), Permanere nella verità di Cristo. Matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica, Cantagalli, Siena, 2014, pp. 94-95).
Le seconde (e terze) nozze, dunque, a differenza del primo matrimonio, sono celebrate con un rito speciale, definito “di tipo penitenziale”, tanto è vero che le preghiere proprie del rito delle seconde nozze non hanno nulla del tono festivo delle preghiere del rito abituale del matrimonio (il primo), giacché «non contengono – è stato opportunamente sottolineato da Andrea Palmieri – invocazioni di prosperità, ma richieste di perdono» e le immagini bibliche ricorrenti evocate in esse - e questo mi sembra significativo - «non sono quelle delle coppie benedette, ma quelle dei peccatori» (Il rito per le seconde nozze nella Chiesa greco-ortodossa, ed. Ecumenica, Bari, 2007, p. 111). Tuttavia, il carattere penitenziale non è da intendersi legato  - nota Basilio Petrà – tanto alla celebrazione in se delle seconde nozze, quanto alla debolezza ed alle proclività al peccato dell’essere umano, che non ritiene potercela fare senza ricorrere alle seconde nozze (così in Divorzio e seconde nozze nella tradizione greca. Un’altra via, Cittadella ed., Assisi, 2014, p. 167).
Poiché nel rito delle seconde nozze mancava, almeno in antico, il momento dell’incoronazione degli sposi (che la teologia ortodossa ritiene il momento essenziale del matrimonio), le seconde nozze non sono un vero sacramento, ma volendo semplificare al massimo e secondo le categorie teologiche e liturgiche occidentali, per usare la terminologia latina, un sacramentale, che consente ai nuovi sposi di considerare la propria unione come pienamente accettata dalla comunità ecclesiale. Il rito delle seconde nozze si applica, significativamente, pure nel caso di sposi rimasti vedovi.
La non sacramentalità delle seconde nozze troverebbe conferma, secondo taluni, nella scomparsa della comunione eucaristica dai riti matrimoniali bizantini, sostituita dalla coppa intesa come simbolo della vita comune; ciò appare come un tentativo di ‘desacramentalizzare’ il matrimonio, forse per l’imbarazzo crescente che le seconde e terze nozze inducevano, a motivo della deroga al principio dell’indissolubilità del vincolo, che è direttamente proporzionale al sacramento dell’unità: l’Eucaristia. A tal proposito, il teologo ortodosso Alexander Schmemann ha scritto che, proprio la coppa, elevata a simbolo della vita comune, «mostra la ‘desacramentalizzazione’ del matrimonio ridotto ad una felicità naturale. In passato, questa era raggiunta con la Comunione, la condivisione dell’Eucaristia, sigillo ultimo del compimento del matrimonio in Cristo. Cristo deve essere la vera essenza della vita insieme» (mia traduzione da The Mystery of Love, in For the Life of the World. Sacraments and Orthodoxy, New York 1973, pp. 90-91). Come rimarrebbe in piedi questa ‘essenza’?
Dunque, si tratta di un “qui pro quo”, imputabile alla scarsa o nulla considerazione per la dottrina in ambito cattolico, per cui si è affermata l’opinione, meglio l’eresia, che la Messa senza la Comunione non sia valida. Tutta la preoccupazione della comunione per i divorziati-risposati, che poco ha a che fare con la visione e la prassi orientale, è una conseguenza.
La verità è, come nota l’arcivescovo Cyril Vasil’, riprendendo l’osservazione di un altro autore, Pierre L’Huillier, le chiese ortodosse «non hanno praticamente mai elaborato una dottrina chiara dell’indissolubilità del matrimonio», permettendo un certo lassismo, che ha condotto ad un’impropria espansione delle cause legittime di divorzio a paragone di quelle previste dalla più antica normativa canonica orientale (Cyril Vasil’, op. cit., p. 115).
In ogni caso, volevo concludere che il sinodo, che si terrà in ottobre, per statuto, non ha prerogative dottrinali, che appartengono solo al papa ed al concilio unito al pontefice.

4. Un’ultima domanda: Mons. Livi, in un recente contributo sul blog Disputationes Theologicae (qui, di recente, la seconda parte del contributo) ha sostenuto che, in fondo alla proposta kasperiana – che sarà oggetto di discussione in sede sinodale – riguardo al tema dei c.d. divorziati risposati ed agli omosessuali, sia possibile ravvisare l’assalto finale del pensiero gnostico-massonico alla Chiesa di Cristo. Ed in vista del Sinodo, è notizia di pochi giorni fa, rilanciata anche dal nostro blog, è in programma a Roma dal 10 al 12 settembre prossimi una conferenza, organizzata dall’associazione liberal International Academy for Marital Spirituality, a cui dovrebbe partecipare, ed anzi dovrebbe introdurre i lavori, il card. Óscar Rodríguez Maradiaga, che è attualmente una delle personalità più vicine al papa e rappresenta un po’ l’ala liberal all’interno dell’assise sinodale. Oltre ovviamente ad altre personalità.
Ecco, condividi l’opinione di Mons. Livi e come ritieni possa coniugarsi l’indivisibile unione di un uomo e di una donna – secondo la nota definizione tomistica dell’unione coniugale come “individua coniunctio maris et feminae” – nel nostro tempo nel quale vi è un’esaltazione della libertà individuale – oserei dire quasi un’ubriacatura – anche da un punto di vista pastorale?

R. Stimo mons. Livi, e non dubito che siamo in presenza della riedizione riveduta e corretta, per dir così, dello gnosticismo che ha sempre combattuto l’Incarnazione del Verbo, caratteristica originale del cristianesimo cattolico. Non so, però, se si tratti dell’assalto finale. Nel primo secolo della nostra èra, sentir parlare della risurrezione della carne, del corpo e dell’anima dell’essere umano, era quanto di più antitetico alla mentalità pagana potesse esserci. E se il Cristo fosse una sembianza di Dio? – dissero non pochi cristiani, quando ancora vivevano gli apostoli - è possibile che Dio sia venuto nella carne? E Giovanni dice: “Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto in carne, è da Dio; e ogni spirito che non confessa Gesù, non è da Dio; ed è quello dell’Anticristo, di cui avete udito che viene e che ora è già nel mondo” (I Gv 4,2-3). Col suo Vangelo l’apostolo testimone oculare, ribatte all’eresia, chiamata docetismo (dal greco dokêin). Due secoli dopo si dirà da altri cristiani seguaci del prete Ario: il Cristo è soltanto uomo; altri al contrario ribatteranno, è solo Dio. Il dibattito cristologico sembrava concluso nel V secolo col concilio di Calcedonia, in realtà è continuato a fasi alterne fino a Bultmann e ai teologi razionalisti, e quanti altri che hanno distinto e/o separato il “Gesù storico” dal “Gesù della fede”. Ed oggi ancora si ripropone: c’è chi vorrebbe abolirla o ridurla, l’incarnazione e la divinità di Cristo, per dialogare meglio con ebrei e musulmani. A pensare che per sostenere la fede nell’incarnazione, Atanasio più volte è stato in esilio, Cirillo, Ambrogio, Pier Crisologo hanno sopportato scherni, insulti e persecuzioni!
L’unione sacramentale tra l’uomo e la donna, secondo l’Apostolo, è un mistero grande in rapporto all’unione tra Cristo e la Chiesa: il mistero-sacramento, che permane grazie all’incarnazione del Verbo: «poiché siamo membra del corpo di Cristo», e in questa luce san Paolo, fa comprendere il passo di Genesi 2,24: «i due saranno una sola carne» (Ef. 5, 30-32). Dunque, il matrimonio, col diventare una sola carne, permette ai coniugi di entrare in quel mistero e di santificarsi. Ecco cosa deve essere messo al centro del prossimo sinodo, se è vero che la sacra liturgia con i santi sacramenti, costituisce la fonte e il culmine della vita spirituale e morale della Chiesa.

Grazie don Nicola ancora una volta per la tua attenzione nei riguardi del nostro blog per questa tua seconda intervista esclusiva.

R. Grazie a voi!

martedì 25 agosto 2015

Immagini per meditare: contro una pace fraintesa .....

Cristóbal de Villalpando, S. Francesco d'Assisi ed i Santi sconfiggono l'Anticristo, 1692-93 circa, Philadelphia Museum of Art, Philadephia

Ma gli uomini non guardano il Cielo. Le mode del mondo contemporaneo: cercate le cose di Lassù!

Ricevuto, volentieri pubblichiamo quest’interessante contributo, che rilancia il tema che Romano Amerio aveva denominato della somatolatria ovvero quell'idolatria della perfezione fisica e del successo sportivo (cfr. anche CCC n. 2289).

LE MODE DEL MONDO CONTEMPORANEO: CERCATE LE COSE DI LASSÙ

di Fabio Iannone

I giovani dell’inizio del Terzo Millennio sembrano affetti da una particolare corsa ad alcune mode che non solo non hanno alcuna logica, ma, addirittura, cominciano ad inficiare la salute fisica e mentale degli esseri umani.
Fra queste, particolare attenzione merita l’usanza della depilazione, anche totale, degli uomini e delle donne. Se per le seconde la depilazione di alcune parti del corpo ha una funzione estetica e non crea problemi alla salute di colei che la pratica, avendo la donna peli meno ispidi dell’uomo, per via di questioni ormonali, per gli uomini la depilazione del corpo comporta gravi problematiche legate alla salute dovute a follicoliti ed irritazioni della pelle oltre ad eliminare la naturale funzione termoregolatrice del corpo che la presenza dei medesimi comporta.
In più, da che mondo e mondo la maturità dell’uomo, anche dal punto di vista sessuale, viene valutata anche rispetto alla presenza della peluria. Su ciò si tornerà, però, in seguito!
Beata Giacinta Marto:
«I peccati che portano più anime all'inferno
sono i peccati della carne
.
Verranno mode che offenderanno molto Gesù.
Le persone che servono Dio non devono seguire la moda.
La C
hiesa non ha moda. Gesù è sempre lo stesso.
»
Volendo affrontare la questione da un punto di vista religioso, si deve notare che queste pratiche, unitamente a quelle di incisione della pelle e del corpo in genere, quali tatuaggi o buchi agli orecchi, sono tassativamente vietati per gli uomini (Lev. capp. 19-20).
Ma risulta facile la critica: molti precetti ebraici sono (o sarebbero) decaduti, poiché per fede ci si salva e non per le opere della legge, come dice San Paolo apostolo. D’altro canto lo stesso Apostolo delle Genti nella I lettera ai Corinzi (6, 19-20) invita ad avere rispetto del corpo «tempio dello Spirito» e, quindi, a non maltrattarlo, ma a lasciarlo così com’è. Pertanto, anche dal punto di vista morale-cristiano tali pratiche, per di più dannose per la salute, sembrerebbero, e lo sono, vietate e peccaminose.
Ma vi è un aspetto più subdolo nella questione affrontata: il progetto di rendere la donna e l’uomo uguali! Ma potranno mai essere uguali due esseri creati diversi? È forse uguale la funzione dei due generi? Ovviamente no. Le pratiche e le mode corporali che vogliono rendere l’uomo uguale, anche riguardo all’aspetto, alla donna è contro ogni logica (per chi non crede) e demoniaco (per chi crede). L’uomo e la donna non sono uguali, ma pari (ovviamente a parità di condizioni).
Ma vi è di più! Pensiamoci bene: quali sono gli esseri umani privi di peli in tutte le parti del corpo? I bambini, ovviamente. In un mondo in cui la pedofilia dilaga, coloro che desiderano il proprio “partner” depilato anche nelle proprie parti più intime, dovrebbero pensare che “qualcuno” (sarà una forza occulta? La massoneria? Il diavolo?) vuole che gli uomini e le donne desiderino di giacere, seppur per abitudine e per moda, con chi non ha peli. Pertanto, che il partner sia maturo sessualmente o meno ciò non ha più importanza, adulto o bambino è ormai indifferente!
È forse per questo che la pedofilia dilaga?
Un’ultima riflessione en passant: si parla tanto di discriminazione degli omosessuali o di altre discriminazioni, ma nessuno parla dei maltrattamenti psicologici che è costretto a subire colui che decide di non seguire le mode e, per esempio, di presentarsi in spiaggia non depilato! O una persona che non ha tatuaggi! O una persona che non fuma spinelli, etc. …!
Sant’Agostino diceva: «L’uomo è ciò che ama» (In Epistolam Joannis ad Parthos): ma cosa ama un uomo che compie azioni che non hanno alcun senso logico, solo perché vanno di moda, e che per giunta possono rivelarsi dannose per la propria salute? Ovviamente non ama nulla! Neanche se stesso! Pertanto, si potrebbe dire che l’uomo si sta trasformando in un “nulla”, sembrando un “nulla” agli occhi degli altri uomini. Ed ecco: tutto ora è consentito, perché sul nulla tutto può essere fatto. Ogni scelleratezza diventa legittima: homo homini lupus!
Ma l’uomo non è un nulla: è il capolavoro della creazione divina. Risuonano le parole del salmista: «che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani» (Sal. 8, 5-7) ed ancora «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre» (Sal. 45, 3).
Non distruggiamo con le mode la migliore delle opere di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza, benedetto da Dio, e gestiamo bene il potere che ci è stato dato sulla creazione!
Pertanto, «cerchiamo le cose di lassù» come dice san Paolo (Col. 3,1), quelle cose di cui siamo fatti, piuttosto che legarci a mode passeggere e dannose, oltre che illogiche, se non, addirittura, penose.

“Rebus póstea cum Saracénis compósitis, liber rex exercitúsque dimíttitur. Quinque annis in Oriénte commorátus, plúrimos Christiános a barbarórum servitúte redémit, multos étiam infidéles ad Christi fidem convértit; prætérea áliquot Christianórum urbes refécit suis súmptibus” (Lect. V – II Noct.); “Sed, cum íterum transmisísset, bellum Saracénis illatúrus, jamque castra in eórum conspéctu posuísset, pestiléntia decéssit in illa oratióne: Introíbo in domum tuam, adorábo ad templum sanctum tuum, et confitébor nómini tuo” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI LUDOVICI (IX), REGIS GALLIÆ (FRANCIÆ), CONFESSORIS








Oggi il calendario tradizionale ci propone la memoria di san Luigi (o Ludovico) IX, re di Francia. Ecco un re sul quale il Cristo crocifisso impresse profondamente le stigmate della sua Passione. Per dimostrare che la virtù non ha sempre la sua ricompensa in questo mondo, Luigi, che la sua pietà spingeva senza tregua verso l’Oriente, alla riconquista dei luoghi santificati dal sangue della Redenzione, raccolse, al posto di palme e di allori, disfatte e cattività; così che, ricomprato dai suoi, tornò a Parigi, riportando come un trofeo simbolico delle sue campagne la corona di spine del divin Salvatore. Morì vittima dell’epidemia sotto le mura di Tunisi, che si preparava ad assediare, il 25 agosto 1270. Le notizie della vita di questo re ci sono state tramandate da Guglielmo di Nangis, nelle Gesta Ludovici IX, e da Jean de Joinville nella sua Livre des saintes paroles et des bons faiz de nostre saint roy Looÿs. Su Luigi IX, cfr. Benoît Grévin, Luigi IX, Re di Francia, Santo, in Enciclopedia Federiciana, vol. II, 2005; Jacques Le Goff, Saint Louis, trad. it. Aldo Serafini (a cura di), San Luigi, Torino 2007, passim.
Roma cristiana gli ha dedicato un tempio insigne non lontano dallo stadium Domitiani, denominata San Luigi dei Francesi (Cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 436-437), famosa per le tele del Caravaggio sul ciclo di san Matteo nella cappella Contarelli, e chiesa nazionale dei Francesi nell’Urbe.
Oggi la Chiesa, con questa memoria liturgica tradizionale, ricorda, in maniera particolare, ai fedeli il senso della dignità regale che, con la nostra incorporazione al Cristo Re e Sacerdote, abbiamo ottenuto nel sacramento del Battesimo. Se i cristiani appartengono tutti a questa dinastia sacra istituita dal Cristo, regale sacerdotium, conviene che sappiano dominarsi e tenere le loro passioni assoggettate. Si attribuisce a san Colombano una bella espressione che si riferisce a questa libertà regale che deve custodire intatta il cristiano. Questo santo abate, nel 610 d.C., ebbe un duro scontro con i sovrani-tiranni di Borgogna, in special modo la regina Brunechilde, o Brunilde, e suo nipote Teodorico II.
Questa sovrana merovingia, per la verità, ebbe ottimi rapporti con san Gregorio Magno, il quale le inviò per ricompensa alcune reliquie di san Pietro. Ella appoggiò inoltre l’azione missionaria di sant’Agostino di Canterbury. San Gregorio di Tours la definì come donna bella, intelligente, istruita e di sani principi e che, da ariana, si convertì alla fede cattolica (San Gregorio di Tours, Historia Francorum, lib. IV, cap. XXVII, in PL 71, col. 291: «Erat enim puella elegans opere, venusta aspectu, honesta moribus atque decora, prudens consilio, et blanda colloquio. ... Et quia Arianæ legi subjecta erat, per prædicationem sacerdotum, atque ipsius regis commonitionem conversa, beatam in unitate confessa Trinitatem credidit, atque chrismata est, quæ in nomine Christi catholica perseverat»). Era cognata (moglie del fratello) di san Gontranno. Ciò non le risparmiò le critiche di san Colombano, in quanto donna pure eccessivamente ambiziosa ed avida di potere, la quale, come una nuova Gezabele, a tale scopo, nonostante i suoi rapporti col Papa, cercò di tenere sotto controllo il clero disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili. Anche il santo vescovo di Vienne, Desiderio, poi celebrato come santo, per aver rimproverato alla regina i costumi suoi e quelli di Teodorico, fu dapprima esiliato e poi ucciso.
Per mantenere il potere ed il controllo sul nipote, peraltro, Brunechilde assecondava le passioni di Teodorico, facendogli tenere a servizio, pur coniugato (con la principessa visigota Ermenberga), moltissime ancelle, che in verità erano vere e proprie concubine (Per le vicende di Brunechilde, Teodorico e san Colombano, le notizie ci sono fornite dal monaco Giona di Bobbio. Cfr. Jonae, Vitæ Columbani abbatis discipulorumque ejus libri duo, in B. Krusch (a cura di), Mon. Germ. Hist., Script. Rerum Merovingicarum, Passiones vitæque Sanctorum Ævi Merovingici, t. IV, Hannoveræ et Lipsiæ 1902, lib. I, capp. XVIII e XX, pp. 86 ss.).
Dicevamo di san Colombano. Questi, dal porto di Nantes, mentre stava per essere imbarcato in stato di arresto e ricondotto verso l’Irlanda, scrivendo ai suoi monaci di Luxeuil (in realtà ad Attala, suo probabile successore, a cui il nostro Santo irlandese si rivolse ad personam nel corpus della stessa lettera per tornare al “voi” verso la fine), così si esprimeva: si aufers libertatem, aufers dignitatem (o si tollis libertatem, tollis dignitatem), cioè se elimini la libertà, elimini la dignità (San Colombano, Epistola IV, Ad Discipulos et Monachos suos, § 5, in PL 80, col. 273, ora anche in Id., Le opere, con Introduzioni di Inos Biffi e Aldo Granata, Milano 2001, Lettera IV Ai suoi monaci, § 6, pp. 68-69).
Ecco il grande dono che Dio ha accordato all’umanità e che il Cristo gli ha in seguito restituito. Dobbiamo custodire gelosamente questa prerogativa della nostra dignità di figli di Dio, senza mai assoggettarci alla servitù degradante delle passioni, senza compiacere gli uomini. La libertà è ordine ed armonia; e per gioire dei frutti di questa vera libertà, bisogna dominare se stessi e mettere spontaneamente sulle spalle il giogo soave della legge del Cristo, liberandoci anche dal desiderio di piacere agli uomini. San Paolo provò a farlo, ma lui stesso scrisse: Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem (Gal. 1, 10). Il Salmista ha una parola molto forte contro queste vigliacche vittime del rispetto umano: disperdet ossa eorum qui hominibus placent, quoniam Deus sprevit eos (Sal. 53, 6).
La vicenda umana del santo odierno è proprio paradigmatica di quanto si è venuto dicendo. Umanamente parlando le sue imprese militari soprattutto, la sua crociata, furono dei fallimenti. Ma, agli occhi di Dio, furono dei successi, perché il santo re mise da parte ogni ricerca di rispetto umano (a differenza di quanto fece, anni dopo, ad es., un Federico II di Svevia …), ed è, per questo, esaltato in cielo e per questo è annoverato tra i difensori della Chiesa in terra.
Non desta meraviglia, perciò, che numerosi sono coloro che rievocano con passione i nomi dei sovrani delle antiche dinastie francesi. Il nome di san Luigi IX, però, esprime ancora, per questa nazione, tutto un programma ed un ideale di fede, di purezza, di giustizia, di valore e di onore che eleva i gigli della vera Francia cattolica tanto più alto di quanto sia scesa nel fango con la fazione giacobina avversa, distruttrice della sua propria patria.




El Greco, S. Luigi, 1590 circa, Musée du Louvre, Parigi

Simon Vouet, S. Luigi in gloria, 1642-43, Musée des Beaux-Arts, Rouen

Charles Lameire, S. Luigi riceve la Comunione nella Santa Casa a Nazaret, 1896 circa, Cappella francese o del Sacramento, Basilica della Santa Casa, Loreto

Georges Rouget, S. Luigi amministra la giustizia perdonando Mauclerc, XIX sec., Musee des Beaux-Arts, Quimper

Joseph Marie Vien, S. Luigi rimette la reggenza a sua madre, la beata Bianca di Castiglia, XVIII sec.

Joseph Marie Vien, S. Luigi e Margherita di Provenza visitano S. Tibaldo (o Teobaldo) di Marly, abate di Vaux-de-Cernay, che dona loro un cesto di fiori da cui si eleva miracolosamente sul gambo un giglio ad undici ramificazioni predicendo alla regina la posteriorità del re nonostante la sterilità della sovrana, 1774, châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles

Georges Rouget, S. Luigi amministra la giustizia sotto la quercia di Vincennes, 1824, châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles

Gabriel-François Doyen, S. Luigi riceve il Santo Viatico dalle mani del suo confessore, 1773,, cappella della scuola militare (École Militaire), Parigi

Melchior Doze, Morte di S. Luigi, XIX sec., Cattedrale, Nimes

Morte di Luigi IX


Claudio Coello, La Vergine Maria col Bambino adorato da S. Luigi, re di Francia, 1665-68, Museo del Prado, Madrid

Gaetano Lapis, Immacolata con i SS. Luigi IX ed Elisabetta d'Ungheria, XVIII sec., Chiesa S. Giacomo Apostolo in Colle Luce, Cingoli


Emile Signol, S. Luigi IX a cavallo al momento del suo imbarco, XIX sec., châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles





Eugène Guillaume, S. Luigi IX amministra la giustizia nel parco del Castello di Vincennes, 1877, galleria Saint-Louis, Corte di Cassazione, Parigi


Guillaume 1er Coustou, S. Luigi, XVII sec., Dôme et église Saint-Louis des Invalides, Dôme et tombeau de Napoléon, Parigi