Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 8 luglio 2016

“Páuperis féminæ ulcus horréndum exosculáta, derepénte sanávit. Pecúnias paupéribus distribuéndas, ut regem latérent, hibérno témpore in rosas convértit. Vírginem cæcam a nativitáte illuminávit; multos álios solo crucis signo a gravíssimis morbis liberávit; plúrima id genus mirácula patrávit. Monastéria, collégia et templa non modo exstrúxit, sed étiam magnífice dotávit. In regum discórdiis componéndis admirábilis fuit; in privátis publicísque mortálium sublevándis calamitátibus indeféssa” (Lect. V. – II Noct.) - SANCTÆ ELISABETH LUSITANIÆ REGINÆ, VIDUÆ

Fu il papa Urbano VIII che, nel 1625, iscrisse questa attraente figura di regina († 4 luglio 1336), vero angelo di pace, nel catalogo dei santi, ed introdusse la sua festa nel Calendario romano, fissandola al 4 luglio come semidoppia ad libitum. Nel 1722, semidoppia di precetto, ma trasferita all’8 luglio dopo l’Ottava dei santi Apostoli. La messa è dal comune come per santa Francesca Romana il 9 marzo. 
Tuttavia la prima colletta è propria e si riferisce alla grazia speciale attribuita alla Santa, di riportare i popoli ed i principi alla concordia, all’epoca in lotta tra loro. Si sa difatti che la gioia provata in occasione della nascita di Elisabetta determinò, alla corte aragonese, la riconciliazione di suo padre e del suo avo; gli storici notano anche che la morte sorprese la buona regina durante un viaggio intrapreso per ristabilire la pace tra suo figlio e suo genero.
La pace è l’armonia nell’ordine: per questo non si può avere la pace che nella giusta soggezione dell’uomo a Dio, della carne allo spirito e del temporale all’eterno. Quest’armonia nell’ordine è la grazia stessa di Gesù Cristo, che, dopo aver distrutto il peccato, ci riunisce a Dio ut sint unum, come Lui e suo Padre sono un’identica essenza.




Francisco de Zurbarán, S. Elisabetta d'Ungheria, 1635, Museo del Prado

Ambito lombardo, S. Elisabetta del Portogallo, XVII sec., museo diocesano, Como

Giacomo Cotta, S. Elisabetta del Portogallo, 1675-1699, museo diocesano, Bergamo


José Gil de Castro, S. Elisabetta d'Ungheria, 1820, Museo de Arte Colonial de San Francisco, Santiago del Cile

Michelangelo Pittatore, S. Elisabetta del Portogallo in gloria, 1860-70, museo diocesano, Asti

Manuel Pereira, S. Elisabetta del Portogallo. 1625 circa, Monasterio de las Descalzas Reales, Madrid

martedì 25 agosto 2015

“Rebus póstea cum Saracénis compósitis, liber rex exercitúsque dimíttitur. Quinque annis in Oriénte commorátus, plúrimos Christiános a barbarórum servitúte redémit, multos étiam infidéles ad Christi fidem convértit; prætérea áliquot Christianórum urbes refécit suis súmptibus” (Lect. V – II Noct.); “Sed, cum íterum transmisísset, bellum Saracénis illatúrus, jamque castra in eórum conspéctu posuísset, pestiléntia decéssit in illa oratióne: Introíbo in domum tuam, adorábo ad templum sanctum tuum, et confitébor nómini tuo” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI LUDOVICI (IX), REGIS GALLIÆ (FRANCIÆ), CONFESSORIS








Oggi il calendario tradizionale ci propone la memoria di san Luigi (o Ludovico) IX, re di Francia. Ecco un re sul quale il Cristo crocifisso impresse profondamente le stigmate della sua Passione. Per dimostrare che la virtù non ha sempre la sua ricompensa in questo mondo, Luigi, che la sua pietà spingeva senza tregua verso l’Oriente, alla riconquista dei luoghi santificati dal sangue della Redenzione, raccolse, al posto di palme e di allori, disfatte e cattività; così che, ricomprato dai suoi, tornò a Parigi, riportando come un trofeo simbolico delle sue campagne la corona di spine del divin Salvatore. Morì vittima dell’epidemia sotto le mura di Tunisi, che si preparava ad assediare, il 25 agosto 1270. Le notizie della vita di questo re ci sono state tramandate da Guglielmo di Nangis, nelle Gesta Ludovici IX, e da Jean de Joinville nella sua Livre des saintes paroles et des bons faiz de nostre saint roy Looÿs. Su Luigi IX, cfr. Benoît GrévinLuigi IX, Re di Francia, Santo, in Enciclopedia Federiciana, vol. II, 2005; Jacques Le GoffSaint Louis, trad. it. Aldo Serafini (a cura di), San Luigi, Torino 2007, passim.
Roma cristiana gli ha dedicato un tempio insigne non lontano dallo stadium Domitiani, denominata San Luigi dei Francesi (Cfr. M. ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 436-437), famosa per le tele del Caravaggio sul ciclo di san Matteo nella cappella Contarelli, e chiesa nazionale dei Francesi nell’Urbe.
Oggi la Chiesa, con questa memoria liturgica tradizionale, ricorda, in maniera particolare, ai fedeli il senso della dignità regale che, con la nostra incorporazione al Cristo Re e Sacerdote, abbiamo ottenuto nel sacramento del Battesimo. Se i cristiani appartengono tutti a questa dinastia sacra istituita dal Cristo, regale sacerdotium, conviene che sappiano dominarsi e tenere le loro passioni assoggettate. Si attribuisce a san Colombano una bella espressione che si riferisce a questa libertà regale che deve custodire intatta il cristiano. Questo santo abate, nel 610 d.C., ebbe un duro scontro con i sovrani-tiranni di Borgogna, in special modo la regina Brunechilde, o Brunilde, e suo nipote Teodorico II.
Questa sovrana merovingia, per la verità, ebbe ottimi rapporti con san Gregorio Magno, il quale le inviò per ricompensa alcune reliquie di san Pietro. Ella appoggiò inoltre l’azione missionaria di sant’Agostino di Canterbury. San Gregorio di Tours la definì come donna bella, intelligente, istruita e di sani principi e che, da ariana, si convertì alla fede cattolica (San Gregorio di ToursHistoria Francorum, lib. IV, cap. XXVII, in PL 71, col. 291: «Erat enim puella elegans opere, venusta aspectu, honesta moribus atque decora, prudens consilio, et blanda colloquio. ... Et quia Arianæ legi subjecta erat, per prædicationem sacerdotum, atque ipsius regis commonitionem conversa, beatam in unitate confessa Trinitatem credidit, atque chrismata est, quæ in nomine Christi catholica perseverat»). Era cognata (moglie del fratello) di san Gontranno. Ciò non le risparmiò le critiche di san Colombano, in quanto donna pure eccessivamente ambiziosa ed avida di potere, la quale, come una nuova Gezabele, a tale scopo, nonostante i suoi rapporti col Papa, cercò di tenere sotto controllo il clero disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili. Anche il santo vescovo di Vienne, Desiderio, poi celebrato come santo, per aver rimproverato alla regina i costumi suoi e quelli di Teodorico, fu dapprima esiliato e poi ucciso.
Per mantenere il potere ed il controllo sul nipote, peraltro, Brunechilde assecondava le passioni di Teodorico, facendogli tenere a servizio, pur coniugato (con la principessa visigota Ermenberga), moltissime ancelle, che in verità erano vere e proprie concubine (Per le vicende di Brunechilde, Teodorico e san Colombano, le notizie ci sono fornite dal monaco Giona di Bobbio. Cfr. JonaeVitæ Columbani abbatis discipulorumque ejus libri duo, in B. Krusch (a cura di), Mon. Germ. Hist., Script. Rerum MerovingicarumPassiones vitæque Sanctorum Ævi Merovingici, t. IV, Hannoveræ et Lipsiæ 1902, lib. I, capp. XVIII e XX, pp. 86 ss.).
Dicevamo di san Colombano. Questi, dal porto di Nantes, mentre stava per essere imbarcato in stato di arresto e ricondotto verso l’Irlanda, scrivendo ai suoi monaci di Luxeuil (in realtà ad Attala, suo probabile successore, a cui il nostro Santo irlandese si rivolse ad personam nel corpus della stessa lettera per tornare al “voi” verso la fine), così si esprimeva: si aufers libertatem, aufers dignitatem (o si tollis libertatemtollis dignitatem), cioè se elimini la libertà, elimini la dignità (San ColombanoEpistola IVAd Discipulos et Monachos suos, § 5, in PL 80, col. 273, ora anche in Id., Le opere, con Introduzioni di Inos Biffi e Aldo Granata, Milano 2001, Lettera IV Ai suoi monaci, § 6, pp. 68-69).
Ecco il grande dono che Dio ha accordato all’umanità e che il Cristo gli ha in seguito restituito. Dobbiamo custodire gelosamente questa prerogativa della nostra dignità di figli di Dio, senza mai assoggettarci alla servitù degradante delle passioni, senza compiacere gli uomini. La libertà è ordine ed armonia; e per gioire dei frutti di questa vera libertà, bisogna dominare se stessi e mettere spontaneamente sulle spalle il giogo soave della legge del Cristo, liberandoci anche dal desiderio di piacere agli uomini. San Paolo provò a farlo, ma lui stesso scrisse: Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem (Gal. 1, 10). Il Salmista ha una parola molto forte contro queste vigliacche vittime del rispetto umano: disperdet ossa eorum qui hominibus placent, quoniam Deus sprevit eos (Sal. 53, 6).
La vicenda umana del santo odierno è proprio paradigmatica di quanto si è venuto dicendo. Umanamente parlando le sue imprese militari soprattutto, la sua crociata, furono dei fallimenti. Ma, agli occhi di Dio, furono dei successi, perché il santo re mise da parte ogni ricerca di rispetto umano (a differenza di quanto fece, anni dopo, ad es., un Federico II di Svevia …), ed è, per questo, esaltato in cielo e per questo è annoverato tra i difensori della Chiesa in terra.
Non desta meraviglia, perciò, che numerosi sono coloro che rievocano con passione i nomi dei sovrani delle antiche dinastie francesi. Il nome di san Luigi IX, però, esprime ancora, per questa nazione, tutto un programma ed un ideale di fede, di purezza, di giustizia, di valore e di onore che eleva i gigli della vera Francia cattolica tanto più alto di quanto sia scesa nel fango con la fazione giacobina avversa, distruttrice della sua propria patria.




El Greco, S. Luigi, 1590 circa, Musée du Louvre, Parigi

Simon Vouet, S. Luigi in gloria, 1642-43, Musée des Beaux-Arts, Rouen

Charles Lameire, S. Luigi riceve la Comunione nella Santa Casa a Nazaret, 1896 circa, Cappella francese o del Sacramento, Basilica della Santa Casa, Loreto

Georges Rouget, S. Luigi amministra la giustizia perdonando Mauclerc, XIX sec., Musee des Beaux-Arts, Quimper

Joseph Marie Vien, S. Luigi rimette la reggenza a sua madre, la beata Bianca di Castiglia, XVIII sec.

Joseph Marie Vien, S. Luigi e Margherita di Provenza visitano S. Tibaldo (o Teobaldo) di Marly, abate di Vaux-de-Cernay, che dona loro un cesto di fiori da cui si eleva miracolosamente sul gambo un giglio ad undici ramificazioni predicendo alla regina la posteriorità del re nonostante la sterilità della sovrana, 1774, châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles

Georges Rouget, S. Luigi amministra la giustizia sotto la quercia di Vincennes, 1824, châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles

Gabriel-François Doyen, S. Luigi riceve il Santo Viatico dalle mani del suo confessore, 1773,, cappella della scuola militare (École Militaire), Parigi

Melchior Doze, Morte di S. Luigi, XIX sec., Cattedrale, Nimes

Morte di Luigi IX


Claudio Coello, La Vergine Maria col Bambino adorato da S. Luigi, re di Francia, 1665-68, Museo del Prado, Madrid

Gaetano Lapis, Immacolata con i SS. Luigi IX ed Elisabetta d'UngheriaXVIII sec., Chiesa S. Giacomo Apostolo in Colle Luce, Cingoli


Emile Signol, S. Luigi IX a cavallo al momento del suo imbarco, XIX sec., châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles





Eugène Guillaume, S. Luigi IX amministra la giustizia nel parco del Castello di Vincennes, 1877, galleria Saint-Louis, Corte di Cassazione, Parigi


Guillaume 1er Coustou, S. Luigi, XVII sec., Dôme et église Saint-Louis des Invalides, Dôme et tombeau de Napoléon, Parigi





mercoledì 8 luglio 2015

Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda



Nella memoria di S. Elisabetta del Portogallo, regina e vedova del tirannico re portoghese Diniz, morta nel 1336 e pronipote dell'omonima Santa sovrana d'Ungheria, rilancio quest’interessante saggio di Carlo Manetti sulla sentenza della Corte Suprema USA che ha liberalizzato, in tutti gli Stati USA, il c.d. matrimonio omosessuale, di cui abbiamo già parlato (v. qui).



Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda

La sentenza del 26 giugno 2015 della Corte Suprema Americana sul cosiddetto “matrimonio” tra omosessuali rappresenta una vittoria dell’irrazionalismo volontarista. Si immagina la vita come regolata dalla volontà; ma la volontà, privata della guida della ragione, viene snaturata nella sua stessa essenza, privata del suo fine e ridotta a delirante strumento dell’opposto del suo scopo…

di Carlo Manetti

La sentenza di venerdì 26 giugno scorso della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ripropone, in maniera tragica, il tema dello scontro tra il realismo razionale e l’irrazionalismo volontarista. Se, a prima vista, essa appare (confronta articolo) come l’ultima battaglia, anche se, oggettivamente, la più importante, della guerra tra la concezione testualista ed originalista (il diritto e, soprattutto, la Costituzione dicono ciò che dicono, indipendentemente dagli interessi materiali ed ideologici delle parti in causa) e quella ideologica del diritto (la Costituzione ha indicato un modello ideologico, una via, in continua evoluzione, e tocca all’interprete e, quindi, in primo luogo al giudice interpretare e, se del caso, forzare il diritto fino a renderlo docile strumento attuativo dell’ideologia), questa lotta ne sottende un’altra più antica e più generale: quella tra la natura e la volontà.
Da sempre, le concezioni del diritto e, conseguentemente, della legge si possono raggruppare due grandi filoni: quello, lato sensu, giusnaturalista e quello, lato sensu, giuspositivista. Il giusnaturalismo è l’applicazione al diritto della filosofia realistica, mentre il giuspositivismo è la branca giuridica della filosofia volontarista.
La lettura realistica della realtà (altro modo di definire la filosofia realistica) è un’ovvietà, quasi una tautologia, come il bisticcio di parole che la esprime significa molto bene: la realtà è ciò che esiste “realmente”, vale a dire in sé e non solo nel pensiero del soggetto che la pensa. Risulta, quindi, ovvio che un pensiero, per essere realistico, veritiero e non illusorio, deve rappresentare in maniera fedele il suo oggetto; il compito del pensiero è, pertanto, eminentemente passivo: il pensiero è come una pellicola fotografica, che si deve lasciare impressionare dalla luce, con la conseguenza che maggiore è la sensibilità (e, dunque, la profondità) del pensiero e maggiore sarà la sua fedeltà al reale. Lo stesso processo astrattivo, che permette di passare dalla conoscenza sensibile dei fenomeni a quella razionale dei concetti, non è altro che un riconoscimento più profondo della realtà: una fotografia fatta con una pellicola molto più sensibile, nel paragone precedente.
La filosofia realistica non è altro che il riconoscimento del fatto che esiste una realtà e che compito dell’uomo, in quanto essere razionale, è quello di conoscerla e, conseguentemente, prendere atto, anche nel comportamento, della realtà conosciuta. Questo compito non è solo doveroso, ma anche possibile. La ragione umana è comune a tutti gli uomini e, qualora non sia intaccata da patologie e/o da incrostazioni ideologiche, procede nella medesima maniera in tutti gli uomini.
Esistono, però, correnti di pensiero che si oppongono a tanta linearità. Il punto di partenza è la passività del processo astrattivo: esso è passivo, semplice acquisizione della realtà, solo se esistono realmente gli universali, vale a dire le realtà di cui i concetti, che, con tale processo, la mente acquisisce, sono rappresentazione. La teoria che ne nega l’esistenza e li riduce a semplice flatum vocis si chiama, appunto, nominalismo. La sua prima conseguenza è l’eliminazione del concetto stesso di natura.
Natura ed universale coincidono[1]. Ridurre gli universali a semplici nomi o, come fa, genialmente, quanto improvvidamente, Abelardo[2] (1079-1142), a concetti, privi di una loro esistenza reale, significa ridurre la natura all’insieme delle caratteristiche accidentalmente comuni a più individui, riuniti in un insieme arbitrariamente deciso dal classificatore.
L’eliminazione del concetto di natura apre la strada a tutte quelle dottrine note, nel loro complesso, con il nome di Volontarismo. Se non esiste una natura, ma esistono solo enti singoli, all’essere umano è preclusa ogni conoscenza veramente scientifica, essendo stata completamente eliminata ogni forma di metafisica. Essendo, così, eliminato il suo stesso fine, vale a dire la conoscenza della verità, la ragione tende a perdere quasi ogni valore. Si immagina la vita come regolata dalla volontà; ma la volontà, privata della guida della ragione, viene snaturata nella sua stessa essenza, privata del suo fine e ridotta a delirante strumento dell’opposto del suo scopo.
Negli animali l’istinto è perfetto, in quanto non è stato creato per sottomettersi a null’altro che a se stesso. Negli uomini, invece, gli istinti non hanno la perfezione e l’impermeabilità che posseggono negli animali, poiché debbano essere governati ed incanalati dalla ragione. L’anima razionale dell’uomo deve governare tutto l’essere umano e, quindi, gli istinti umani sono fatti per essere governati dalla ragione e, dunque, necessitano della guida razionale per raggiungere il loro grado di perfezione. La volontà è lo strumento attraverso il quale la ragione conduce gli istinti a servire le finalità che ella determina; la volontà è la determinazione dell’uomo a perseguire le finalità della sua anima razionale.
Risulta di ogni evidenza che, senza le finalità prodotte dalla ragione, la volontà non ha uno scopo verso cui indirizzare gli istinti. La gravità dell’irrazionalismo volontarista sta proprio qui: la volontà – che per natura non ha fini propri, ma attua fini che le vengono dalla ragione – nel momento in cui la ragione non esercitasse più la sua guida, si troverebbe, inesorabilmente, a dover obbedire agli istinti, con un assoluto e totale ribaltamento delle gerarchie all’interno della persona. Questo è quanto affermato da Sigismund Schlomo Freud (1856-1939), attraverso il concetto di inconscio: l’inconscio, che per Freud è, di fatto, sempre subconscio (vale a dire istinti), governa la ragione, che finge di dare ordini alla volontà, ma, in realtà, esegue gli ordini degli istinti.
Il volontarismo, normalmente, tenta di coprire questo ribaltamento, evitando spiegare che cosa intenda per volontà ed esaltando termini quali «sentimenti», «passioni»… Si giunge persino a parlare di «dedizione», senza, ovviamente, specificare a chi o a cosa.
Il volontarismo nasce in ambito teologico, come estrema esaltazione dell’onnipotenza della libertà di Dio. Si afferma che Dio non può essere limitato dalla ragione, altrimenti la ragione sarebbe più grande di Dio; se ne deduce che di Dio noi possiamo conoscere ed apprezzare unicamente la volontà; fino a ridurre Dio a pura volontà. L’ovvia conseguenza di ciò è l’assoluta inconoscibilità di Dio, nella sua ontologia, ed il rifiuto di ogni esame razionale sia della Fede che della morale. Questa visione si adatta perfettamente all’Islam, come ha molto ben chiarito il persiano Abu Hāmid Mohammad ibn Mohammad al-Ghazālī (1058-1111), forse il più grande teologo islamico.
Il volontarismo teologico trova la sua massima espressione nella cosiddetta «teologia afasica»[3], che nega che di Dio si possa dire alcunché. Queste teorie hanno avuto una certa penetrazione anche nel Cristianesimo, soprattutto nel tentativo di esaltare la trascendenza divina, contro le riduzioni della Fede a pura filosofia.
Il volontarismo lascia qualche traccia in alcuni settori della teologia francescana, a partire da Giovanni Duns Scoto (1265-1308), che esaltava la superiorità della volontà rispetto alla conoscenza. La teologia francescana ha condotto una durissima lotta contro l’intellettualismo all’interno del Cattolicesimo, esaltando sempre la dimensione mistica ed il rapporto amoroso con Dio. È in questo senso che vanno intese le parole di Duns Scoto, geniale complesso teologo, che, però, è stato portato alle sue estreme conseguenze e, forse, stravolto da Guglielmo d’Occam (1285-1347), il vero fondatore del volontarismo teologico in seno al Cristianesimo. Occam separa in senso assoluto Fede e ragione, disprezzando ogni tentativo razionale di comprensione.
Dal volontarismo teologico, il passo verso il volontarismo gnoseologico è breve: se Dio non è razionale e, conseguentemente, non è razionalmente comprensibile, nemmeno il creato è comprensibile attraverso la ragione. La conseguenza è l’impossibilità di comprendere il mondo circostante, gli altri uomini e, in ultima analisi, se stessi. Il vuoto, lasciato dall’eliminazione della ragione del suo ruolo, viene riempito dalla sovra esaltazione di tutto ciò che non è razionale: passioni, sentimenti, istinti, potere…
Sul piano della filosofia politica, il passaggio dal volontarismo teologico a quello gnoseologico e politico avviene con l’Illuminismo, anche se vi sono tentativi che lo precedono, quali, ad esempio, la scuola giuridica gallicana di Marsilio da Padova (1275-1342), Niccolò Machiavelli (1469-1527) o tutto il contrattualismo inglese seicentesco; ma nessuno di questi precursori raggiunge la completa coerenza dell’irrazionalismo della filosofia dei Lumi. L’Illuminismo è, dottrinalmente, la completa negazione della capacità della ragione di conoscere il vero e, conseguentemente, è la dottrina (rectius l’insieme delle dottrine) che porta a più completo compimento il volontarismo.
Con la filosofia realistica, la politica è parte dell’etica e l’etica discende dalla conoscenza della realtà, attraverso la ragione. La politica è, quindi, subordinata al diritto naturale, discende dall’etica naturale, che, a sua volta, deriva dalla natura stessa dell’uomo. Il fine della politica è il bene comune, vale a dire l’applicazione alla situazione concreta del diritto naturale, che, rispecchiando, come abbiamo detto, la natura umana, fa il bene dei singoli e delle comunità, che, in ultima analisi, coincidono.
Con il volontarismo e, in modo particolare, con l’Illuminismo, è l’attuazione della volontà del detentore del potere politico; tale volontà diviene bene per definizione e, quindi, tanto i singoli quanto le comunità debbono piegarsi ad essa.
Sul piano più squisitamente giuridico, la filosofia realistica conduce al giusnaturalismo, vale a dire alla diretta applicabilità del diritto naturale quale norma, diremmo con linguaggio contemporaneo, «di rango sovra costituzionale», con la conseguenza che una legge che dovesse violare il diritto naturale non sarebbe, già sul piano giuridico, una legge, bensì un crimine sotto le mentite spoglie di norma. In quest’ottica, non esiste differenza concettuale tra le norme interne di un’organizzazione criminale e, ad esempio, la nazista «Soluzione Finale» o la legge 194 del 1978 per la legalizzazione dell’aborto in Italia.
Con il volontarismo, invece, come abbiamo visto, non esiste nessun diritto superiore alla volontà del legislatore (o del detentore del potere politico che dir si voglia), con l’ovvia conseguenza che, negli esempi fatti sopra, la «Soluzione Finale» o la legge 194 del 1978 divengono leggi vigenti, con l’obbligo giuridico di osservarle.
Ecco che, in quest’ottica, chiunque si trovi nella materiale possibilità di farlo può imporre al resto dei consociati ogni suo capriccio. Ecco che la Corte Suprema degli Stati Uniti può imporre che in tutta l’Unione la volontà di due persone del medesimo sesso di consumare stabilmente ripetutamente rapporti contro natura debba essere definita «matrimonio»[4], qualora ottenga il timbro governativo.

[1] Quando usiamo il termine «universale», sottolineiamo l’aspetto concettuale di questa realtà; quando, invece, usiamo il termine «natura», sottolineiamo l’aspetto ontologico della medesima realtà.

[2] Vedi articolo.

[3] dal verbo greco φημί (femì), che significa «parlare», preceduto dall’α, cosiddetto «privativo», che nega il significato della parola che lo segue.

[4] L’etimologia della parola matrimonio rende queste affermazioni pseudo giuridiche ancora più ridicole. «Matrimonio» deriva dall’unione delle parole latine mater (madre) e munus (compito, dovere); il matrimonio è, quindi, la situazione giuridica che permette alla donna di compiere il suo dovere di madre, cioè di mettere al mondo dei figli legittimi.

mercoledì 19 novembre 2014

Dopo il Sinodo, il "partito" kasperiano avvia i lavori per il "divorzio cattolico"

Nella memoria liturgica tradizionale dei SS. Elisabetta d’Ungheria (o di Turingia), vedova e Patrona del Terz’Ordine Secolare francescano; di S. Ponziano, papa e martire, e di Tutti i SS. Cavalieri di Malta, pubblico volentieri questo contributo, in traduzione italiana, originariamente riprodotto dal blog Rorate Caeli.




Hieronymus Wierix, S. Elisabetta d'Ungheria, 1619 circa




FINITO UN SINODO, INIZIANO GIÀ I LAVORI PER IL PROSSIMO: SI APRE IL FRONTE DEL «DIVORZIO CATTOLICO»


Segnaliamo a un’attenta lettura il commento apparso sul blog Rorate Caeli a firma (uno pseudonimo) di don Pio Pace. Il tutto grazie alla benemerita traduzione di Chiesa post concilio. 

di don Pio Pace

L'assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi è appena finita e il partito della liberalizzazione della disciplina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio sta già aprendo un secondo fronte, quello della “semplificazione” delle procedure canoniche della dichiarazione di nullità.
La rimozione del cardinale Burke dal suo incarico di prefetto della Segnatura Apostolica trova in questo fatto il suo vero significato. Il suo ruolo nella nomina dei vescovi negli Stati Uniti sotto il pontificato di Benedetto XVI non era sufficiente a spiegare il suo allontanamento, dato che per neutralizzare la sua influenza era sufficiente (così come è stato fatto) rimuoverlo dalla Congregazione dei vescovi, in cui è stato sostituito dal cardinale Wuerl. D'altro canto, nel suo ruolo di "Giudice Anziano" della Chiesa Cattolica, egli è stato sempre un serio ostacolo per la realizzazione di un progetto adesso sotto studio: trasformare le procedure di annullamento del matrimonio in quello che è un "divorzio cattolico" in tutto tranne che nel nome.
Le grandi linee di questo progetto – sicuramente già stabilite in maniera sommaria e in segreto – possono essere riassunte in quattro punti:

Considerevole accelerazione e semplificazione della procedura. Attualmente, la procedura (organizzazione degli archivi, istruzione con audizioni degli sposi, testimonianze, esperti, petizioni, prima e seconda sentenza) suole richiedere un anno e mezzo, un lasso di tempo non molto lungo considerato il fatto che implica la dichiarazione di non esistenza di una promessa fatta per tutta la vita. La si vuole ridurre a pochi mesi: ciò implica un incremento del personale degli uffici diocesani, già oberati da altri compiti, che sarebbe praticamente impossibile in molti Paesi. Ciò che si profila, pertanto, è un esame estremamente semplificato e sommario di ogni causa.

Soppressione della doppia conferma. Nell'attuale disciplina – estremamente saggia e prudente a causa della rilevanza di quanto è in gioco – al fine di arrivare con certezza a una decisione la più obiettiva possibile, quando viene emesso un giudizio di nullità da una giuria di tre giudici, l'intero processo è sottoposto ad appello automatico che richiede la conferma di una seconda giuria, che esamina di nuovo gli archivi ed emana una nuova decisione. Se la seconda decisione è uguale alla prima, il primo giudizio (di nullità o no) viene confermato; altrimenti, viene respinto. La parte richiedente una dichiarazione di nullità può successivamente ricorrere al Tribunale della Sacra Rota, che funge da terzo livello di giudizio. Nel progetto che si sta attualmente considerando, non ci sarebbe più bisogno di una seconda decisione.
Una dichiarazione di nullità significa affermare che, nel momento del matrimonio, il consenso degli sposi non esisteva realmente. Il Codice di Diritto Canonico prevede un certo numero di casi di nullità del matrimonio: incapacità di contrarre matrimonio dovuta alla mancanza di un sufficiente uso di ragione (Can. 1095); esclusione del matrimonio con un positivo atto di volontà concernente elementi essenziali come la fedeltà o l'indissolubilità (Can. 1101); errore di persona, inganno, violenza, incapacità di natura psichica (Can. 1095,3). Il caso più rilevante di nullità del matrimonio è quello in cui le parti soffrano di "un grave difetto di discrezione di giudizio circa i diritti e i doveri matrimoniali essenziali". I tribunali più lassisti (tra cui si contano spesso quelli statunitensi, anche se ce ne sono molti altri) si basano per lo più su quest'ultima ragione: la mancanza di maturità degli sposi o di uno solo di essi. Un modo semplicissimo di trasformare la dichiarazione di nullità in un "divorzio cattolico" sarebbe dunque quello di estendere le premesse sulla base della definizione di immaturità, rendendo inesistente il consenso, cosa che i tribunali cattolici potrebbero facilmente fare. A venti o trent'anni d'età, o persino più tardi, si è sempre più o meno immaturi...

L'analisi dell'assenza di fede in uno degli sposi. Nel mondo ecclesiastico sta prendendo piede l'idea secondo la quale in un certo numero di casi gli sposi che contraggono il sacramento del matrimonio non possiedono la fede cattolica, e a conseguenza di ciò il loro matrimonio non è valido. Questa tesi va contro la dottrina cattolica dei sacramenti, che distingue tra la loro validità e la loro efficacia. Il realismo sacramentale richiede infatti che l'atto sacramentale sia un atto umanamente percepibile costituito da un rito stabilito dalla Chiesa. Se il rito si celebra in modo serio, la validità dell'atto sacramentale è presunta anche nel caso in cui il ministro o il soggetto non possiedano la fede cattolica (si tratta del principio ex opere operato). I fedeli che partecipano alla Messa non sono obbligati a verificare se il sacerdote celebrante creda o no alla presenza reale nell'Eucaristia fin quando egli celebri con proprietà il rito prescritto dalla Chiesa. I seminaristi ordinati nei paesi comunisti non devono preoccuparsi di sapere se il loro vescovo sia un agente comunista in incognito. Possiamo ricevere il Battesimo in modo valido, o l'Ordinazione sacerdotale con un cattivo proposito, senza avere la fede. Naturalmente, in questi casi l'atto è sacrilego, ma non è possibile ripeterlo o contestarlo. Allo stesso modo, se uno degli sposi – o entrambi – non ha la fede cattolica ma se entrambi sono battezzati all'interno della Chiesa e si sottopongono volontariamente al rito cattolico del matrimonio, lo fanno validamente.
È vero che in questo caso la mancanza di fede può influenzare l'accettazione dei fini del matrimonio, che sono di ordine naturale – e la Chiesa Cattolica è una delle poche istituzioni. In realtà, in tale caso la vera ragione di nullità non sarebbe l'assenza di fede ma, per esempio, il rifiuto del principio dell'indissolubilità del matrimonio. Tuttavia, la costruzione di un argomento di "assenza di fede" genererebbe delle assurdità: il sacramento non dovrebbe essere concesso quando uno dei futuri sposi (o entrambi) affermi di non avere la fede cattolica (si dà molto più frequentemente il caso in cui gli sposi stessi si chiedono se possiedono realmente la fede). Se fosse necessario il rilascio di una "dispensa di fede" da parte dei vescovi affinché il matrimonio tra due persone cattoliche fosse valido, come potrebbero esserlo i matrimoni – attualmente ammessi – in cui viene realmente concessa una dispensa, come per esempio quelli con una persona non battezzata o appartenente a un'altra confessione cristiana, casi in cui vi è la certezza di un'assenza di fede cattolica?

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È innegabile che ci troviamo in presenza del più grave problema pastorale oggi esistente: la verifica dell'autenticità del consenso degli sposi riguardo l'indissolubilità del matrimonio e l'accettazione dei figli. Sentiamo spesso dire che la maggioranza dei matrimoni sacramentali contratti oggi non sono in realtà validi. Di qui la conclusione: la possibilità di annullarli deve essere largamente ampliata. Si tratta di un argomento specioso: qualora fosse vero il fatto che un gran numero di matrimoni contratti oggi sono nulli e non validi, ciò sarebbe dovuto piuttosto alle insufficienti precauzioni che si prendono quando i candidati al santo matrimonio sono ricevuti per dare il loro consenso. L'affermazione secondo la quale l'80% dei matrimoni  contratti oggi sono nulli e non validi – attribuita a papa Francesco, che ha sottolineato l'alto numero di annullamenti concessi dalle corti ecclesiastiche di Buenos Aires – dovrebbe in realtà suscitare come conseguenza scontata un maggiore "rigore": sarebbe necessario negare la celebrazione del sacramento del matrimonio all'80% di quanti la sollecitano e concederla solo a un 20% di persone considerate "degne"! Infatti, continuare a celebrare matrimoni considerati non idonei per dichiararli in séguito nulli e non validi con una procedura sommaria alla prima difficoltà che sorga tra gli sposi significherebbe farsi beffe del sacramento e scandalizzare quanti lo ricevono. È vero – d'altro lato – che un matrimonio sacramentale così facile da disfare risulterebbe molto più attrattivo alle coppie moderne: il numero dei matrimoni, dei nuovi matrimoni con lo sconto, non cesserebbe di aumentare...
Al fine di promuovere questo progetto agli occhi dell'opinione generale degli ecclesiastici, specialmente tra i vescovi, il progetto deve essere presentato come una soluzione "ragionevole" e "centrista", che prenda in considerazione realtà "pastorali" equidistanti dagli "estremi" che sono emersi al Sinodo: in nome del "senso comune" pastorale, l'indissolubilità del matrimonio sarebbe aggirata.

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Resta il fatto che la situazione del matrimonio cattolico è oggi estremamente allarmante. È innegabile che devono essere fatti grandi sforzi per preparare le coppie di fidanzati ed educarle alla bellezza e agli impegni a cui vanno incontro. In questo come in molti altri àmbiti, la sfida per la Chiesa di domani consiste nella corretta trasmissione del catechismo.

Fonte: Tempi, 17.11.2014