Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 dicembre 2017

Il nostro augurio di Santo Natale non allineato .....

Un nostro amico ci ricorda che la Regalità sociale del Cristo si manifesta visibilmente il giorno di Natale, quando si adora il mistero dell'Essere sussistente in se stesso, Atto purissimo e Pensiero di pensiero, che si fa Carne, che si fa Bimbo, ricevendo dal Padre ogni potestà in cielo e in terra. La Provvidenza stabilì dunque che il 25 dicembre 390 Teodosio Magno facesse pubblica ammenda davanti a sant'Ambrogio; che il 25 dicembre 496 Clodoveo col battesimo cattolico immettesse il suo regno nel Regno del Cristo (e ricevesse l'unzione regale, secondo la testimonianza di Incmaro di Reims, con il crisma portato a S. Remigio da una angelica colomba, custodito nella c.d. Santa Ampolla, e che da allora servì a consacrare i Re di Francia); che infine il 25 dicembre 800 san Leone III incoronasse Sacro Romano Imperatore Carlo Magno. Il Verbo che ha preso una carne materiale e visibile vuole che per mezzo della sua Chiesa Romana si incarni nella società civile la sua Rivelazione: ecco la Christianitas.
Facciamo nostre le ispirate parole di san Leone Magno sulla dignità del cristiano, oggi dimenticata ed oscurata, diluita com'è nell'umanismo e nell'indifferentismo: "Riconosci, o Cristiano, la tua dignità: e, divenuto partecipe della divina natura, non volere con un'indegna condotta ritornare all'antica abiezione. Ricorda di qual capo e di qual corpo sei membro. Rifletti, che strappato alla potestà delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (Disc. 1 per il Natale, 1-3, in PL 54, 190-193).
La dignità del cristiano, ricevuta col Battesimo, rende quella persona superiore a qualsiasi altro essere umano, pagano, non credente, musulmano, giudeo, ecc. La sua dignità è incommensurabile, perché è di origine soprannaturale, a differenza di quella "naturale", macchiata dalla colpa originale e ferita dal peccato degli altri esseri umani. Continuava sempre S. Leone Magno: "Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo".
Auguri di Santo Natale a tutti i nostri lettori, con l'auspicio che tutti i cristiani, dinanzi al mondo, riconoscano la loro dignità!







  
José Campeche y Jordan, La Natività, 1799 circa, Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.,

Giovanni Gasparro, Sacra Famiglia, 2016, collezione privata, Valenzano

Natività, 2017, Casa Parroquial, Campillos (Málaga)

Testone in argento detto "del presepe" di Papa Gregorio XIII (1572-1585), coniato in Roma, ultimo quarto del XVI secolo

giovedì 7 dicembre 2017

La Religione dell’Incarnazione: un fatto, un luogo, dei volti – Editoriale di dicembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Ambrogio di Milano, vero esempio e modello di vescovo cattolico, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio.

«Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato» (S. Ambrogio, Epistulae variae, 40, 11)

Allelúia, allelúia. Diréctus est vir ínclitus ut Aríum destrúeret, splendor Ecclésiæ, cláritas vatum, ínfulas dum gerit sǽculi acquisívit Paradísi. Allelúia.

Giuseppe Marzorati, S. Ambrogio a cavallo scaccia gli ariani, 1786, Pavia

Giovanni Ambrogio Figino, S. Ambrogio scaccia gli ariani, 1590 circa, Castello Sforzesco, Milano

Giuseppe Sansone Marchesi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, XVIII sec., Bologna

Angelo Da Campo, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1786, Verona

Gebhard Fugel, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1897, chiesa di S. Ambrogio, Hergensweiler

Luigi Galizzi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1893, Bergamo

Antonio Sibella, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1899, Bergamo

LA RELIGIONE DELL’INCARNAZIONE: UN FATTO, UN LUOGO, DEI VOLTI


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 12 - Dicembre 2017

Il grande Cardinale Newman ha scritto che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede cattolica, avrebbe senz’altro scelto la dottrina dell’Incarnazione:
Io direi, per quanto mi riguarda, che l’Incarnazione è al cuore del Cristianesimo; è di là che procedono i tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l’ascetico.
Il Figlio di Dio ha unito la sua natura divina alla nostra natura umana affinché, come dice la preghiera dell’offertorio della messa, “possiamo divenire partecipi della sua divinità”.
In questo “divenire partecipi della sua divinità” c’è tutta la vita cristiana. Siamo stati chiamati alla vita, siamo stati afferrati dalla Grazia Santificante dal giorno del nostro Battesimo, ci impegniamo in una vita ascetica per seguire la volontà di Dio, proprio per “divenire partecipi della sua divinità”: è la vita soprannaturale; è questo il dono di Dio per noi, è questo il nostro destino.
Dobbiamo proprio comprendere che il Cristianesimo è fondato sulla realtà dell’Incarnazione, per poi comprendere la nostra vita con lo scopo che ha dentro: divenire partecipi della sua divinità. Se si toglie questa realtà non resta più niente del Cristianesimo.
L’Incarnazione poi è un fatto storico, non è innanzitutto un concetto, un’idea.
L’Incarnazione è il fatto storico che, a un certo momento del tempo, il Verbo di Dio ha preso su di sé la nostra umanità, la nostra povertà, il nostro nulla, per donarci il potere di diventare figli di Dio. Questo è il fatto più sconvolgente della storia e per questo contiamo gli anni dalla notte di Betlemme.
Tutte le eresie sono nemiche di questo fatto, lo negano nella sua pienezza, lo reinterpretano fino ad annullarlo nella sua sconvolgente verità.
Tutte le eresie sorte dentro il Cristianesimo vanno contro quest’unico fondamento della religione cristiana, e così fa il Modernismo che è la somma di tutte le eresie. Il Modernismo ha come nemico principale la realtà dell’Incarnazione, e trasforma il cristianesimo in una religione che nasce dal di dentro dell’uomo, dalla sua psicologia profonda. Invece tutto nasce da un fatto, un fatto fuori dell’uomo che trasforma dentro l’uomo: Dio si è fatto uomo.
Trasforma l’uomo – diventiamo partecipi della sua divinità – ma è un fatto fuori dell’uomo.
E ci trasforma proprio perché non è dentro l’uomo, ma entra nell’uomo con il potere della Grazia di Cristo.
Da qui discende tutto.
Dal fatto che è un fatto - che come ogni fatto è fuori di noi, è difronte a noi - discende tutto il potere  salvifico del Cattolicesimo:
L’Incarnazione è l’antecedente della dottrina della mediazione; essa è l’archetipo del principio sacramentale e dei meriti dei santi. Dalla dottrina della mediazione derivano la salvezza, la Messa, i meriti dei martiri e dei santi, le invocazioni e il culto loro indirizzato. Dal principio sacramentale provengono i sacramenti propriamente detti, l’unità della Chiesa e la Santa Sede (…), l’autorità dei concili; la santità dei riti; la venerazione con cui si circondano i luoghi sacri, le tombe dei santi, le immagini, i mobili, gli ornamenti e i vasi sacri... Bisogna o prendere tutto o rigettare tutto; attenuare non è che indebolire; amputare è mutilare”.
Grande Newman! Bisogna accettare tutto del Cattolicesimo! E tutto, come il fatto dell’Incarnazione, è qualcosa di esterno che entra dentro, per trasformarti dentro.
Il male è proprio qui. Il terribile male che sta sfigurando la Chiesa Cattolica e la vita di una moltitudine di cristiani consiste nell’attenuare questo fatto esterno che, abbracciato, ci salva.
È il male orribile di trasformare il Cristianesimo nella religione delle idee e dei valori; di trasformarlo in un culto tutto interno all’uomo, in una religione psicologica e introspettiva: è la vittoria del Peccato Originale, è la vittoria del Demonio, che vuole chiudere l’uomo in se stesso per poi abbandonarlo alla propria disperazione.
Ma il Cristianesimo è un fatto esterno che nasce dal fatto dell’Incarnazione di Dio.
Il pericolo è di non ricordarlo sempre: bisogna prendere tutto o rigettare tutto... attenuare è indebolire... amputare è mutilare.
Dobbiamo ricordarlo sempre: Cristo ci raggiunge con un fatto esterno a noi.
Per questo non si può salvare nemmeno la Tradizione della Chiesa con le parole, ma aderendo a un fatto.
È aderendo a un luogo esterno, che ti ha riconsegnato la fede di sempre, che si salva la Tradizione.
È stando a quel fatto, stando a un luogo, stando a persone visibili con cui il Signore ti ha riconsegnato ad una fede integralmente cattolica, che tu potrai essere trasformato dentro.
La tentazione è sempre quella di volgersi alle idee, ai valori, alle parole, per rigettare o attenuare il fatto; e attenuarlo è rigettarlo!
Siamo a Natale. Quale domanda faremmo bene a porci? C’è ne una più urgente di tutte:
“Ma io, dove riconosco il fatto di Dio? Dov’è la mia grotta di Betlemme, dove andare ad adorare il  Signore; dov’è la grotta dove Dio nasce?”.
La risposta non può essere vaga, dovrà indicare un luogo concreto, un centro di messa tradizionale concreto, dei volti precisi a cui riferirsi, dei tempi e occasioni stabiliti in cui esserci.
Sì, lo sappiamo, la Chiesa è in crisi; ma tutta la crisi della Chiesa non impedirà ai sinceri di cuore il trovare questi fatti precisi, luogo di salvezza per l’anima stanca. Dio è fedele, e non fa mancare mai il suo soccorso, che è sempre un fatto.
Se ci ostineremo a cercare la salvezza dentro di noi, vorrà dire che siamo già parte dei peggiori modernisti, magari “tradizionali”.
Ma preghiamo che così non sia.
Buon Natale.

sabato 19 dicembre 2015

Sant’Ambrogio di Milano e Teodosio: una storia di vera misericordia

Del grande Santo Arcivescovo di Milano Ambrogio abbiamo più volte parlato.
Un recente saggio dimostra come l’insigne Dottore intendesse il vero significato della misericordia, ben distante da quello modernista, a buon mercato, senza pentimento e riparazione per il male commesso.
Nella Vigilia anticipata della festa di S. Tommaso Apostolo, rilancio questo contributo.

Sant’Ambrogio di Milano e Teodosio: una storia di vera misericordia

di Cristiana de Magistris

Quando, nel IV secolo, la sede episcopale di Milano si rese vacante, Ambrogio, ancora neofita e prefetto della città, fu eletto vescovo da quel popolo che, agitato per l’elezione, era andato a sedare. Battezzato, ordinato presbitero e poi vescovo, Ambrogio difese la Chiesa dalla falsa scienza degli Ariani, opponendo con la sicurezza della sua dottrina un valido baluardo ai progressi dell’errore del tempo.
Per la fermezza intransigente dei suoi scritti e delle sue parole, per la strenua difesa dell’unica verità che salva e della libertà della Chiesa, la sua vita fu minacciata più volte dai seguaci dell’eresia da lui combattuta. Ma egli non temeva, perché – scrive Dom Guéranger – «per difendere l’eredità della Chiesa era pronto a versare il sangue». Alcuni cortigiani ardirono accusarlo di tirannide presso il principe. Rispose: «No, i vescovi non sono tiranni, ma piuttosto da parte dei tiranni essi hanno dovuto spesso soffrire persecuzioni».
L’eunuco Calligone, ciambellano di Valentiniano II, osò dire ad Ambrogio: «Come, me vivente, tu osi disprezzare Valentiniano? Io ti spaccherò il capo». «Che Dio te lo permetta! – rispose Ambrogio – Io soffrirò allora ciò che soffrono i Vescovi e tu avrai fatto ciò che sanno fare gli eunuchi». Tale era Ambrogio di Milano. Come tutti i veri Santi, sapeva coniugare perfettamente dolcezza e fermezza, amore alla verità e condanna dell’errore, o – in breve – giustizia e misericordia. Emblematico a tal riguardo fu il suo singolare rapporto con l’imperatore Teodosio, di cui Ambrogio fu grande amico e personale consigliere.
Grazie all’Editto di Milano con cui, nel 382, proclamò il Cristianesimo religione di Stato, Teodosio è considerato l’imperatore cristiano per antonomasia. Oltre a ciò, godeva della speciale stima del Vescovo di Milano perché testimoniava senza reticenze la sua fede anche sotto le insegne imperiali. Ma nel 390 le truppe dell’imperatore soppressero una rivolta uccidendo oltre 7000 persone in quella che è passata alla storia come la strage di Tessalonica. Di questo atto esecrando Ambrogio ritenne responsabile lo stesso Teodosio, al quale si narra abbia vietato l’ingresso in chiesa intimandogli di pentirsi e di fare penitenza.
Ambrogio non era un uomo intransigente. «Non sempre bisogna infierire contro quelli che hanno peccato – aveva scritto –; spesso la clemenza giova di più: a te ad acquistare pazienza, e al peccatore a correggersi» (In Lucam 7, 27). E neppure amava farsi censore delle autorità. Anzi, affermava che non si debbono riprendere se non in casi gravissimi. «Guarda – scriveva – che i re non devono essere temerariamente attaccati dai profeti di Dio e dai sacerdoti se non ci sono peccati molto gravi di cui debbano essere accusati; laddove ci sono, allora non si deve scusare ma correggere con giusti rimproveri» (Commento al Salmo 37, 43). Fu appunto il caso di Teodosio dopo il massacro di Tessalonica. E proprio in quel frangente Ambrogio riesce a congiungere l’esigenza della riparazione al perdono del peccato mediante quella discrezione cristiana che solo i veri Pastori sanno esercitare.
Il 25 dicembre 390 Sant'Ambrogio,
Arcivescovo di Milano,
costringe a pubblica penitenza
l'imperatore Teodosio
Nella lettera che scrisse a Teodosio nel 390 per esortarlo alla penitenza si legge: «Ti scrivo non per umiliarti, ma perché gli esempi dei re ti spingano a cancellare dal tuo regno questo peccato. Lo cancellerai umiliando la tua anima davanti a Dio». «Non ho verso di te alcun motivo di ostilità, ho timore: non oso offrire il Sacrificio se tu pretendessi assistervi». Era un modo indiretto ma chiaro per dire a Teodosio che non poteva accedere al Sacramento dell’Eucaristia. Un sogno gli aveva confermato la necessità di tale divieto: «Non da un uomo né attraverso un uomo, ma direttamente mi è stata rivolta questa proibizione. Mentre, infatti, ero preoccupato, la stessa notte in cui mi preparavo a partire mi è sembrato che tu (Teodosio) venissi in chiesa, ma a me non fu possibile offrire il Sacrificio».
Lo esorta allora alla preghiera, che può essere un’offerta umile e a Dio molto gradita: «Anche la semplice preghiera è un sacrificio: genera il perdono poiché contiene l’umiltà (…). Infatti, Dio dice che preferisce che si osservino i suoi comandamenti più che l’offerta del sacrificio. Questo proclama Dio, questo Mosè annuncia al popolo, Paolo predica alle genti. Fa’ ciò che al momento capisci essere più gradito. “Preferisco”, dice Dio, “la misericordia al sacrificio”. Non sono forse più cristiani quelli che condannano il loro peccato di quelli che credono di doverlo giustificare?». E se pure vi fossero peccati che non possono essere lavati con le lacrime del proprio pentimento – scriverà in altra occasione Ambrogio con memorabile eloquenza – «piangerà per te la madre Chiesa, che interviene per ciascuno come una madre vedova per il figlio unico. Essa, infatti, prova compassione, per una specie di connaturato spirituale dolore, quando vede i suoi figli avviarsi alla morte per dei vizi mortali» (In Lucam 5, 92).
Teodosio obbedì al Pastore del quale poi disse: «Non c’è che un vescovo al mondo: Ambrogio». E il suo sincero pentimento gli meritò da parte del Vescovo di Milano un tal plauso come pochi se ne leggono negli annali della storia: « – disse il santo Vescovo nell’elogio funebre dell’imperatore –, ho amato questo uomo che preferì ai suoi adulatori colui che lo riprendeva. Gettò a terra tutte le insegne delle dignità imperiali, pianse pubblicamente nella Chiesa il peccato nel quale lo si era perfidamente trascinato, e ne implorò il perdono con lacrime e gemiti. Semplici cortigiani si lasciano distogliere dalla vergogna, e un imperatore non ha arrossito di compiere la penitenza pubblica, e da allora in poi non un sol giorno passò per lui senza che avesse deplorato la sua mancanza».
Ambrogio ebbe vivissimo il senso del peccato perché aveva compreso a fondo la misericordia di Dio. A tal punto da fare della misericordia l’unica chiave per comprendere l’eterno piano salvifico di Dio. «Sant’Ambrogio – scrive il Cardinal Biffi – è sicuro che l’uomo deve essere salvato; il suo è un ottimismo teologico che non ignora affatto il peccato e la sua gravità. Ma nel suo ottimismo Ambrogio si spinge più lontano di tutti: secondo lui, la stessa nostra miseria nativa fa parte di un progetto di elevazione, sicché c’è, paradossalmente, qualcosa di positivo nella colpa, dal momento che Dio la vede come premessa necessaria alla manifestazione della misericordia, misericordia che per Ambrogio è il senso ultimo e la ragione decisiva di tutta l’azione creatrice».
Nel suo Hexaemeron, Ambrogio aveva scritto: «Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna e le stelle, e non leggo che si sia riposato; ma leggo che ha creato l’uomo e che, a questo punto, si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati». Finalmente Dio aveva trovato quello che voleva, un uomo da poter perdonare. «Da questo – scrive ancora il cardinal Biffi – non si può dedurre che si può peccare, anzi fare quanti più peccati possibile in modo da essere perdonati: al contrario, si deve dedurre la necessità di pentirsi, di fare tanti atti di pentimento in modo che la misericordia del Signore possa arrivare a toccarci. Siamo stati creati per mezzo di Cristo e per mezzo di Cristo siamo stati redenti».
Per questa necessità del pentimento, Ambrogio, quando ascoltava la confessione dei peccatori, versava tante lacrime che costringeva a piangere insieme con lui chi era venuto a confessare le proprie colpe. «Sembrava – scriveva il suo biografo Paolino – che egli stesso fosse caduto insieme con chi era venuto meno». Così pregava, a questo proposito, il grande Vescovo: «Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi, o Dio, di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso».
Alla cristianità postmoderna che ha smarrito il senso del peccato e pare comprendere solo il linguaggio evanescente di una indefinibile e fluttuante misericordia, Ambrogio di Milano ha molto da insegnare. Ma forse il messaggio più attuale del Santo Vescovo di Milano è dato dall’aver centrato perfettamente l’amore del prossimo, che oggi pare oscurare l’amore di Dio in nome di una sempre più stravagante misericordia. Il nostro “primo prossimo” è il Signore Gesù che non è lontano da nessun uomo, anzi è il più vicino perché è da Lui che riceviamo la misericordia.
«Egli – dice Ambrogio – è il prossimo, il prossimo di tutti: Lui che a tutti elargì misericordia togliendo il peccato del mondo. Gesù, se possiamo concederci una sdrammatizzatura, è il più prossimo. Perciò quando si parla del precetto dell’amore non bisogna mettere in contrasto l’amore per Cristo e l’amore per il prossimo perché in realtà anche l’amore per Cristo è l’amore per il prossimo. Perché Lui è prossimo prima e più di ogni altro. Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo sì come Signore, ma amiamolo anche come prossimo. Niente, infatti, è tanto prossimo quanto il Capo alle membra». È per amore di questo Capo che Ambrogio indusse misericordiosamente Teodosio a penitenza e lo riportò all’ovile dell’unico Pastore.

Fonte: Corrispondenza romana, 16.12.2015