Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 20 ottobre 2016

Riflessioni marginali da parte di chi è ... marginale ..... ad un'intervista di Giacomo Galeazzi

Dopo l’articolo di domenica scorsa pubblicato su ben due paginoni centrali dal quotidiano de La Stampa, per parlare di un movimento – asseritamente marginale all’interno della Chiesa – di contrasto al Vescovo di Roma, il co-autore dott. Galeazzi è ritornato sul tema con una sua intervista: Pierluigi Miele, La “Cyber guerra” contro Papa Francesco. Intervista a Giacomo Galeazzi, in Rainews, 18.10.2016. Ci sarebbe da dire: se il fantomatico movimento oppositivo fosse marginale, o pressoché irrilevante, l’enfasi che se ne è data è certamente controproducente, poiché significa tirarlo fuori da quella presunta marginalizzazione o irrilevanza in cui sarebbe confinato, dandogli notorietà (cfr. Goffredo Pistelli, La Stampa cala l’elmo in difesa di Papa Francesco dai putiniani, in Italiaoggi, 20.10.2016). Forse era questo il vero intento dei dott.ri Tornielli e Galeazzi? Cioè tirar fuori dall’anonimato ed indistinto quel movimento variopinto? Non si attacca se non chi si teme o, forse, guardando al subconscio, quelli che, segretamente, si ammirano o, forse, ancora si bacchettano questi movimenti “marginali”, ma in realtà si vorrebbe bacchettare il Vescovo di Roma … secondo l’adagio Parlare a nuora, perché suocera intenda.
Non abbiamo il tempo di seguire le reazioni a quest’articolo né vogliamo esprimere dirette considerazioni, benché ce ne sarebbero. Francamente, però, questa dimostrazione di “muscoli” non ci interessa, preferendo seguire la nostra strada.
Per chi, con animo più battagliero del nostro, voglia seguire un po’ da vicino queste vicende rinviamo volentieri ai vari aggiornamenti forniti da MiL (v. Lista di proscrizione sui cattolici “cattivi”: numeri di lettori dei blog, altre considerazioni e secondo aggiornamento, in blog MiL – Messa in latino, 20.10.2016; Aggiornamenti sugli articoli de La Stampa e La Nuova Europa, ivi, 17.10.2016; Articolo de La Stampa di oggi sui tradizionalisti: alcune nostre riflessioni, ivi, 16.10.2016; MiL annoverato tra gli “adoratori” di Putin antibergogliani. (La Stampa 16.10.2016), ivi. Qui rilancia le risposte di don Nicola Bux già da noi pubblicate qualche giorno fa e che sono state parimenti pubblicate, riprese dal nostro blog, da Chiesa e postconcilio e da Cristianesimo cattolico) così come a Chiesa e postconcilio (La Stampa: Tornielli, Galeazzi & Introvigne inseriscono CHIESA E POSTCONCILIO nel “grande gombloddoh” antibergogliano, in Chiesa e postconcilio, 16.10.2016), a Radiospada (Cristiano Lugli, Le comiche: ‘La Stampa’ e i suoi strafalcioni su Radio Spada & co., in Radiospada, 18.10.2016), a Riscossa cristiana (Alessandro GnocchiFuori moda - La posta di A. Gnocchi, in Riscossa cristiana, 20.10.2016; Paolo DeottoLa Stampa, Galeazzi, Tornielli, Introvigne. C’è un nuovo “cattivo” da mettere alla gogna: chi critica Bergoglio e apprezza Putin. Ma soprattutto c’è il tentativo (goffo) di inoculare un veleno più sottile, in ivi, 17.10.2016), a Libertà e persona (Francesco Agnoli, Le terribili poltiglie di Andrea Tornielli, in Libertà e persona, 16.10.2016; Id., Gli adoratori di Putin (anche Benedetto XVI e Francesco?), ivi, 17.10.2016; Asianews risponde alle accuse, ivi, 18.10.2016; Caius, Critica a Galeazzi: disinformazione, calunnia e diffamazione?, ivi, 19.10.2016), a Sandro Magister (il quale non ha mancato di sottolineare gli errori dozzinali in cui è incorso il Vescovo di Roma: Quanti errori, Santità. E qualcuno da matita blu, in blog www.chiesa, 19.10.2016) ed agli amici Francesco Colafemmina (Vatikan Pravda, in Fides et forma, 16.10.2016) ed Antonio Socci (Ecco perché gli italiani non credono ai giornali (e non li leggono). Ed ecco perché l’opposizione a Bergoglio è esplosa sui siti internet, in Lo Straniero, 20.10.2016). Questi sono molto più qualificati di noi per replicare, punto per punto, come merita l’articolo de La Stampa. L’unico rammarico è che il nostro blog non è stato neppure menzionato, benché spesso sia stato evocato da altri … Forse siamo ancor più marginali. Ed insignificanti. Meglio così. In una prospettiva evangelica ciò che è disprezzato, è appunto marginale, diviene fermento e creta malleabile per essere forgiata da Dio stesso per i suoi fini. 
Ah … dimenticavamo: anche Il Sussidiario si scopre essere un fan di Putin … (v. Carl Larky, Il gioco pericoloso di Obama per incastrare Trump e aiutare Hillary, in Il Sussidiario, 19.10.2016).
No. A noi non interessano molto questi discorsi. A noi è più congeniale un profilo più discreto, più attinente alla dottrina. Per questo riprendiamo dall’articolo di Miele l’intervista al dott. Galeazzi semplicemente per sfatare un mito: che cioè il sostegno di una maggioranza voglia significare giustezza delle ragioni e che una minoranza si coniughi necessariamente e sempre con il torto. 
E questo mito va subito sfatato per una serie di ragioni:
1. in primo luogo non può sfuggire come questa maggioranza/minoranza sia governata dal notevole impatto mass-mediatico che Francesco riceve. Indubbiamente si tratta di un personaggio che gode un forte favore sui maggiori mass-media. Chi lo nega? I media, non servono analisi sociologiche al riguardo, sono in grado di creare la fortuna o la sventura di una persona, buona o pessima che sia. E miti. E così ad es. si è imposto il mito di un “Papa amante dei poveri” o di “Papa ecologico” o altre amenità. Eppure si dimentica che proprio questo papa, o chi per lui (visto che chi lo fa, lo compie in suo nome), non disdegna di voler dare in locazione un enorme immobile a Borgo, nella Città Leonina, alla multinazionale Mac Donald, non certo famosa per il rispetto della biodiversità e l’impegno ecologico, suscitando l’irritazione anche di alcuni prelati; o permettere di aprire in via della Conciliazione un locale di movida dell’Hard rock Cafe in luogo della sacra Elledici. Non si può ancora dimenticare l’affitto, alla nota casa automobilistica Porsche, per un evento mondanissimo … ovviamente “per i poveri”, della Cappella Sistina … quasi che la stessa non fosse più luogo di preghiera, ma auditorium per eventi mondani asseritamente benefici (Domus mea domus orationis vocabitur e non già speluncam latronum, esclamerebbe il Salvatore!). 
Philip Alexius de László, Pio XI, 1924,
University of Oxford - Bodleian Library & Radcliffe Camera, Oxford.
Pio XI qui, secondo il parametro dei nostri autori
e fan del Vescovo di Roma, apparirebbe in posa
da ... principe rinascimentale (sic!)
Sempre il nostro vuol degradare Castel Gandolfo a museo, cercando di captare, dietro ovviamente esborso di denaro, le pruriginose curiosità del pubblico odierno dei media che accorrerà, sulle prime, a vedere dove (ci sia permesso usare il tono ironico-sarcastico!) il buongustaio Pio XI pranzava, o dove singhiozzava il discusso Pio XII o i passaggi, più o meno segreti, del bonaccione Giovanni XXIII o il letto magnificentissimo in cui l’efferato Benedetto XV passava i suoi ozi o, infine, lo studio in cui il perfido Paolo VI compose l’Humanae vitae, per poi - dopo qualche mese - reputare tutto un piccolo ammasso di anticaglie e lasciar perdere e magari mettere all’asta per rastrellare il fondo del barile … ovviamente sempre per … i poveri …. dando ovviamente alla notizia la massima enfasi mass-mediatica.
Resterebbe aperto, dunque, l’interrogativo se le figure costruite dai mass-media siano reali o meno. Ma questo sarebbe un altro discorso.
2. In secondo luogo, va rammentata la prospettiva evangelica. Questo consenso “mondiale”, questo plauso coniuga forse l’ottica evangelica? A noi sembra proprio di no. Chi poco poco conoscesse il Vangelo saprebbe benissimo che il consenso “di questo mondo” è, anzi, guardato con estremo sfavore. “Questo mondo”, infatti, è al servizio di colui che Gesù stesso affermò essere il “principe di questo mondo”: quest’ultimo, nelle celebri Tentazioni, volle offrirglielo, perché, diceva: “è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio” (Luc. 4, 6) …. a condizione che, prostrandosi, lo adorasse. In una prospettiva, dunque, evangelica, il plauso “di questo mondo” dovrebbe far inorridire un cattolico e non compiacere. Gesù indica chiaramente, non a caso, la strada del vero discepolato: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Johan. 15, 18-19). La parola del Signore, dunque, non lascia dubbio alcuno: il mondo ama ciò che è suo, ciò che gli appartiene e gli è proprio e congeniale. Ognuno, dunque, ne tragga le debite e logiche conseguenze. La minoranza, asseritamente di “oppositori”, perciò, lungi dall’essere capodica, è, anzi, composta di quei pochi che, non facendosi abbagliare dalle luci della ribalta e dalle luci del mondo, cerca di leggere gli eventi con obiettività, tenendo, o cercando di tenere, innanzi agli occhi il Vangelo e la Verità.
3. In terzo luogo, ci sarebbe da domandarsi in che misura questo consenso “mondiale” sia sincero. Bisognerebbe domandarsi quanta parte di questo plauso non sia interessato; interessato non al bene delle anime, cioè alla loro salvezza eterna, ma per godere di più limitati e contingenti benefici. Bisognerebbe vedere quanti, ad es., nel clero – a differenza di quanto avveniva in passato – pur consapevoli dell’infondatezza e dell’erroneità delle ragioni del Vescovo di Roma manifestino nondimeno un consenso apparente, magari per beneficiare di qualche promozione ecclesiastica presso la nuova corte dei miracoli o, più semplicemente, per “non avere noie” dai propri superiori. Quanti fedeli, poi, più o meno lontani dalla regolare pratica religiosa e dal depositum fidei, e quindi fedeli solo in quanto registrati nei registri di battesimo, sarebbero consapevoli della fondatezza/infondatezza delle motivazioni del Vescovo di Roma? Francamente ci riesce difficile immaginare che un fedele, che, a malapena fosse in grado di segnarsi con la Croce, poi riesca ad esprimere un consenso o un dissenso consapevoli. Quel che si vuol dire insomma è quanta parte di questo consenso sia costituita da una massa informe ed anodina di “pecore matte” di dantesca memoria, manipolata dai mass-media ed affascinata da zuccherosi, e poco virili, abbracci e bacetti? Quanta poi, in situazione irregolare, esprime un consenso decisamente interessato, pensando al proprio particulare?
Per cui, non si dovrebbe equiparare una minoranza al torto delle ragioni: ciò che certamente non si può fare è l’equiparazione contraria, cioè attribuire al consenso della maggioranza la correttezza delle motivazioni.
Un dettaglio non secondario abbiamo dimenticato: l’analisi dei dottori Tornielli-Galeazzi è parziale perché circoscritta solo al fenomeno italiano, forse neppure molto rappresentativo. Dovrebbero estenderla anche a livello più universale per avere uno sguardo più completo.

Augustinus Hipponensis

domenica 23 agosto 2015

“Cujus miráculi cum longe latéque fama manásset, nonnúlli ex cardinálibus, Vitérbium, Cleménte quarto vita functo, pro successóre deligéndo convénerant, in Philíppum, cujus cæléstem étiam prudéntiam perspéctam habébant, intendérunt. Quo compérto, vir Dei, ne forte pastorális regíminis onus subíre cogerétur, apud Tuniátum montem támdiu delítuit, donec Gregórius décimus Póntifex máximus fúerit renuntiátus; ubi bálneis, quæ étiam hódie sancti Philíppi vocántur, virtútem sanándi morbos suis précibus impetrávit. Dénique Tudérti, anno millésimo ducentésimo octogésimo quinto, in Christi Dómini e cruce pendéntis ampléxu, quem suum appellábat librum, sanctíssime ex hac vita migrávit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI PHILIPPI BENITII, CONFESSORIS



Fu il papa Innocenzo XII che inserì nel Messale, con il rango del rito doppio, la festa di san Filippo Benizi. Quest’infaticabile apostolo poté, in effetti, essere considerato come un secondo fondatore dell’Ordine dei Serviti della Beata Vergine Maria, e, fatto non da poco, arrivò persino a sfiorare il supremo pontificato. Nel conclave viterbese del 1268-1271, infatti, dopo che per quasi un anno le votazioni si erano susseguite senza alcun risultato positivo, i cardinali, su proposta del porporato Ottaviano degli Ubaldini, rivolsero la loro attenzione sul nostro Filippo Benizi, Priore Generale dell’Ordine dei Serviti, religioso in odore di santità. Il buon frate, però, una volta informato delle intenzioni del Sacro Collegio, ritenendosi indegno, lasciò Viterbo e fuggì in una grotta sul Monte Amiata, per evitare l’elezione, per circa tre mesi (Fra Cherubino Maria Daleo Hiberno (a cura di), Vita Ex editione Œnipontana anni 1644, quam annotationibus illustramus, Caput X, Fuga Sancti in aviam solitudinem, ne eligeretur Pontifex Romanus, et ibidem salutifera balnea precibus ejus e saxo producta, §§ 114 ss., in BollandistiActa SanctorumAugustit. IVDies Vigesima Tertiavol. XXXVIII, Parigi-Roma 1867, pp. 683-686). Questa grotta esiste ancora ed in essa è stato ricavato un oratorio. Essa si trova in località Bagni San Filippo a Castiglione d’Orcia, ed è ricavata in un grande blocco di travertino a forma di volta chiusa alle estremità da due muri e divisa in due da un tramezzo. Si narra che Filippo, ritiratosi in questo luogo, come Mosè, percosse con il suo bastone una roccia da dove scaturì miracolosamente una fonte di acque curative che poi divennero i Bagni di San Filippo (ibidem, §§ 124-125, ivi, pp. 685-686). Era il segno che il santo lasciava della sua riconoscenza verso le persone del posto che lo avevano bene accolto e sostenuto durante la sua permanenza.
Si dice che, sul suo letto di morte, domandava con insistenza il suo libro al frate che l’assisteva, fra Ubaldo Adimario, e siccome questi non comprendeva, il Santo gli fece intendere che voleva il suo Crocifisso e che era quello il libro che l’ispirava per meditare (ibidemCaput XVII, Utimus Sancti morbus, pia monita, felix obitus, honorifica sacri corporis expositio, §§ 237-238, ivi, p. 706).
La messa è quella Justus est dal Comune, come il 31 gennaio, ma le ultime due collette – quella sulle oblate e quella dopo la comunione – sono come il 19 luglio.
Nella prima colletta si fa allusione all’umiltà del Santo, che lo portò a fuggire gli onori del supremo pontificato. Il mondo è come l'erba, o il fiore del campo: oggi è fresco di giovinezza, domani avvizzito e marcio. Val meglio non farci affidamento.


Fra Filippo Lippi, Circoncisione di Gesù con i SS. Filippo Benizi e Pellegrino Laziosi, 1460-65, Santo Spirito, Prato

Giovanni Busi detto Cariani, Vergine in trono col Bambino tra angeli e santi (SS. Apollonia, Agostino, Caterina d’Alessandria, Giuseppe, Grata, Filippo Benizi e Barbara), 1517-18, Pinacoteca di Brera, Milano

Carlo Dolci, S. Filippo Benizi, 1648-49 circa, musée des Beaux-Arts, Brest

Francesco Curradi, Visione di S. Filippo, XVII sec., Basilica dei Servi di Maria, Siena

martedì 17 marzo 2015

La vera umiltà: l'insegnamento del Servo di Dio card. Merry del Val

Il prof. De Mattei ci illustra il significato dell’umiltà, così come era vissuta da un insigne porporato e fedele interprete e braccio destro del papa S. Pio X: il card. Merry del Val. Un Santo, quale fu quel papa, non poteva che farsi affiancare da un altro santo quale collaboratore ed interprete.

L’umiltà insegnata dal 
cardinal Merry del Val

di Roberto de Mattei

Secondogenito del marchese Raffaele e della contessa Giuseppina de Zulueta, Raffaele Merry del Val nacque il l0 ottobre 1865 a Londra, dove il padre era allora Segretario dell’Ambasciata Spagnola. Nelle sue vene, date le diverse nazionalità dei suoi antenati, scorreva il sangue di illustri famiglie dell’Irlanda, della Spagna, dell’Inghilterra, della Scozia e dell’Olanda: in particolare, il sangue della famiglia paterna era nobilitato da quello versato da un suo glorioso avo: san Dominguito del Val, crocifisso, non ancora settenne, nella cattedrale di Saragozza dagli Ebrei, in odio alla fede di Cristo nel giorno del Venerdì Santo del 1250.
Fin da giovanissimo non ebbe dubbi sulla vocazione ecclesiastica che la Provvidenza gli aprì in maniera sfolgorante: incaricato di Missioni pontificie a 22 anni, con il titolo di “monsignore”, prima ancora di essere ordinato sacerdote; presidente della Pontificia Accademia dei Nobili Ecclesiastici a 34 anni; arcivescovo a 35 anni; cardinale e Segretario di Stato a 38 anni, al fianco di un Papa destinato ad entrare come un gigante nella storia della Chiesa! Eppure Raffaele Merry del Val seguì questa strada per obbedienza, non per inclinazione: il suo sogno – riassunto nell’epigrafe che volle scolpita sulla sua tomba: «Da mihi animas, coetera tolle(dammi le anime prenditi tutto il resto)» – era stato quello di dedicarsi all’apostolato.
Lo zelo per la conversione dei protestanti, soprattutto degli anglicani, l’aveva spinto a scegliere per i suoi studi il Collegio Scozzese di Roma, ma Leone XIII, ricevendolo in udienza, gli aveva intimato con fermezza: «No! non al Collegio Scozzese, all’Accademia dei Nobili ecclesiastici!». Il futuro card. Merry del Val ubbidì al desiderio del Pontefice, e nell’obbedienza trovò la perfezione della sua vocazione. Quasi al termine della sua vita terrena, chiudendo una sua lettera del 28 ottobre 1928, scriveva: «Come sono volati gli anni! … Quarant’anni Sacerdote, ventotto che sono Vescovo e venticinque Cardinale. Come è stata la mia vita diversa da quella che avevo sperato e pregato! Sia fatta la volontà di Dio!».
Leone XIII aveva intuito le virtù e le capacità del giovane ecclesiastico, ma sarà il successore a legarne indissolubilmente il nome al suo pontificato. Nel conclave che seguì la morte di Leone XIII, i voti del Sacro Collegio si erano raccolti sopra il cardinale Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia. Mentre nel silenzio della Cappella Paolina scongiurava il Signore di allontanare dalle sue labbra il calice tremendo del pontificato, il futuro san Pio X vide una figura profilarsi al suo fianco: era mons. Merry del Val, segretario del Conclave, che per ordine del cardinale decano gli rinnovava la richiesta, sussurrando queste semplici parole: «Coraggio, Eminenza!».
Il giorno successivo il Patriarca di Venezia salì sulla Cattedra di Pietro con il nome di Pio X. Alla sera, il nuovo Papa concesse la sua prima udienza a mons. Merry del Val che prendeva congedo da lui. Ponendo la Sua mano sulla spalla del giovane prelato gli disse in tono quasi di rimprovero: «Monsignore, mi vuole abbandonare? No, no: resti, resti con me. Non ho deciso nulla ancora: non so che cosa farò. Per ora non ho nessuno; rimanga con me come Pro Segretario di Stato…, poi vedremo. Mi faccia questa carità». In questo primo incontro si decise il destino di due uomini così diversi per nascita, educazione e temperamento, ma uniti in una sola mente ed in un solo cuore dagli imperscrutabili disegni della Provvidenza.
Il 18 ottobre 1903, con sua lettera autografa, san Pio X nominò mons. Merry del Val Segretario di Stato e cardinale. Quando mons. Merry del Val ricevette la notizia supplicò vivamente il Papa di destinare qualcun altro a questo incarico. Dopo aver ascoltato le sue ragioni san Pio X si limitò a rispondergli: «Accetti! È la volontà di Dio. Lavoreremo e soffriremo insieme per amore della Chiesa».
Nella corte vaticana destò una certa sorpresa il fatto che il Papa avesse destinato a tale carica un prelato così giovane e per di più non italiano. Ad un cardinale che si era permesso una timida osservazione sulla giovane età di mons. Merry del Val, Pio X rispose con queste parole: «Ho scelto lui perché è un poliglotta. Nato in Inghilterra, educato nel Belgio, spagnuolo di nazionalità, vissuto in Italia, figlio di un diplomatico e diplomatico egli stesso, conosce i problemi di tutti i paesi. È molto modesto, è un santo. Viene qui tutte le mattine e mi informa di tutte le questioni del mondo. Non gli devo mai fare un’osservazione. E poi non ha compromissioni».
Da allora, per undici anni, in intima e profonda unione di pensiero e di cuore, senza interruzioni e senza incertezze, il cardinale Merry del Val legò la sua vita a quella dell’intrepido Pontefice, affiancandolo in tutte le battaglie, a cominciare da quella, epica, contro il modernismo. «Undici anni – osserva mons. Dal Gal – “cor unum et anima una” con il suo Papa e con il suo Sovrano, con il suo Maestro e con il suo Padre, in ogni evento ed in ogni vicenda, nella gioia e nel dolore, tra le angosce del Getsemani e nella gloria della Resurrezione, tra l’effimero tripudio dei nemici della Chiesa come nella grandezza di una stessa fede e di una stessa speranza immortale».
La sera del 19 agosto 1914, il cardinale Merry del Val ebbe il conforto di raccogliere l’ultimo anelito del Papa morente. Il santo Pontefice, che aveva perduto la parola ma conservava lucida la mente, tenne strette a lungo tra le sue le mani del suo segretario di Stato, volendo esprimergli in questo gesto silenzioso tutta la riconoscenza per l’illimitata dedicazione al Soglio pontificio e alla sua persona. Fino al giorno della inaspettata morte, il 26 febbraio 1930, quando si trovava ancora nel pieno delle sue forze, il cardinale Merry del Val rimase all’interno della Chiesa il punto di riferimento di tutti coloro che si richiamavano idealmente al luminoso pontificato di san Pio X.
Il card. Merry del Val fu un perfetto esempio di vero aristocratico, non solo di sangue, ma soprattutto di animo. In lui, come è tipico della vera nobiltà, la magnificenza e la grandiosità si associarono alla più profonda semplicità ed umiltà. Quando passava per le vie di Roma – notava l’accademico di Francia René Bazin – «era oggetto dell’ammirazione universale: lo si guardava con interesse, lo si salutava con simpatia»; ma quando, appariva nello splendore della Basilica Vaticana sembrava che dalla sua persona emanasse un fascino irresistibile.
Alle cerimonie liturgiche da lui celebrate fino alla morte, come Arciprete della Basilica Vaticana, con scrupolosa esattezza e con incomparabile dignità accorrevano in folla i romani e gli stranieri come ad un avvenimento. Nella sua dignità principesca egli incarnava, contro ogni miserabilismo ed egualitarismo, lo splendore della Chiesa romana. Questa magnificenza non andò mai disgiunta da una profonda umiltà: fu anzi il frutto della sua vita interiore. «La Santa Messa del piissimo Cardinale – testimonia un prelato – era la rivelazione della sua vita interiore e l’anima di tutto il suo apostolato». Una principessa polacca poteva dire: «Solamente una volta ho veduto il cardinale Merry del Val pregare in San Pietro. È a lui che io devo il mio ritorno alla Chiesa cattolica».
Le litanie dell’umiltà che recitava quotidianamente, così come il cilicio che indossava sotto la veste talare, erano espressione di quel profondo spirito cattolico che si manifesta nel negare tutto a sé stessi, per offrire ogni grandezza ed ogni splendore alla Chiesa, nel perfetto abbandono alla Divina Provvidenza.
Nell’offerta del mattino che recitava ogni giorno prima di celebrare la Messa il Principe della Chiesa così pregava: «Sono disposto, o mio Dio, ad accettare dalle Tue mani, e nel modo che più Ti piace, salute o malattia, ricchezza o povertà, vita lunga o vita breve, onori o disgrazie, amicizie o avversioni, e così delle altre cose, scegliendo unicamente ciò che è più conforme alla tua gloria. E se sei tanto buono da chiamarmi ad imitarti più strettamente ed intimamente nella povertà, nell’ignominia e nella sofferenza, o caro Gesù, eccomi pronto».
Accogliendo gli onori come una croce, il cardinale Merry del Val cercò il proprio nascondimento e l’esaltazione della Santa Chiesa. Attende ora, accanto a san Pio X, l’ora del trionfo di quella Chiesa che tanto fedelmente servì.

Le Litanie dell’umiltà del card. Merry del Val

In questo tempo di Quaresima, meritano di essere meditate le Litanie dell’Umiltà del Servo di Dio Rafael Merry del Val (1865-1930), segretario di Stato e collaboratore fedelissimo di san Pio X:

O Gesù! mite ed umile di cuore! Esauditemi.
Dal desiderio di essere stimato – Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere amato – Liberatemi, Gesù,
Dal desiderio di essere decantato – Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere onorato – Liberatemi Gesù.
Dal desiderio di essere lodato – Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere preferito agli altri – Liberatemi, Gesù.
Dal desiderio di essere consultato – Liberatemi, Gesù,
Dal desiderio di essere approvato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere umiliato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere disprezzato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di soffrire ripulse – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere calunniato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere dimenticato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere preso in ridicolo – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere ingiuriato – Liberatemi, Gesù.
Dal timore di essere sospettato – Liberatemi Gesù.
Che gli altri siano amati più di me – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri siano stimati più di me – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano crescere nell’opinione del mondo e che io possa diminuire – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere impiegati ed io messo in disparte – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere lodati ed io, non curato – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere preferiti a me in ogni cosa – Gesù, datemi la grazia di desiderarlo!
Che gli altri possano essere più santi di me, purché io divenga santo in quanto posso – Gesù datemi la grazia di desiderarlo!

sabato 17 gennaio 2015

Sulle orme di S. Antonio il Grande, abate

Per assaporare la mistica e l'ascesi di S. Antonio abate, detto il Grande, riporto alcuni suoi apoftegmi o detti:

1. Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?». Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò (76b; PJ VII, 1).


2. Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio [1], chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli» (76c; PJ XV, 1).


3. Un tale chiese al padre Antonio: «Che debbo fare per piacere a Dio?». E l’anziano gli rispose: «Fa’ quello che io ti comando: dovunque tu vada, abbi sempre Dio davanti agli occhi; qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi luogo abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti, e sarai salvo» (PJ I, 1).


4. Disse il padre Antonio al padre Poemen: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro» (77a; PJ XV, 2).


5. Egli disse ancora: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; di fatto – dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva» (Vedi Evagrio 5; cf. Poemen 13).


6. Il padre Pambone chiese al padre Antonio: «Che debbo fare?». L’anziano gli dice: «Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre».


7. Il padre Antonio disse: «Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà» (77b; PJ XV, 3).


8. Il padre Antonio disse: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio» (PJ X, 1).


9. Disse ancora: «È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché, se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo» (PJ XVII, 2).

Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto


10. Disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro» (77c; PJ II, 1).


11. Disse ancora: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore» (PJ II, 2).


12. Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio per raccontargli le loro visioni e apprendere se erano vere o dai demoni; essi avevano un asino, e morì lungo il cammino. Quando dunque giunsero dall’anziano, questi li prevenne: «Come mai l’asinello è morto lungo la strada?». Gli dicono: «E come l’hai saputo, padre?». Ed egli a loro: «Sono stati i demoni a farmelo vedere». Gli dicono: «E noi appunto per questo eravamo venuti: per chiederti se non siamo preda d’inganno, perché abbiamo visioni che spesso si mostrano vere». Ora, con l’esempio dell’asino, l’anziano li convinse che erano dai demoni (77d; PJ X, 2a).


13. Nel deserto c’era un tale che cacciava belve feroci; e vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Ma l’anziano, volendo fargli capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice: «Metti una freccia nel tuo arco e tendilo». Egli lo fece. Gli dice: «Tendilo ancora», e lo fece. Gli dice un’altra volta: «Tendilo». Il cacciatore gli dice: «Se lo tendo oltre misura, l’arco si spezza». L’anziano gli dice: «Così accade anche nell’opera di Dio: se coi fratelli tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano. Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli». Ciò udendo, il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i fratelli ritornarono confortati ai loro posti (77d-80a; PJ X, 2b).


14. Il padre Antonio udì di un giovane monaco che aveva compiuto un prodigio sulla strada: visti degli anziani affaticati dal cammino, aveva ordinato agli onagri di venire e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani riferirono la cosa al padre Antonio. Dice loro: «Quel monaco mi pare una nave piena di tesori; ma non so se giungerà in porto». Dopo qualche tempo, a un tratto, il padre Antonio si mette a piangere, a strapparsi i capelli, a gemere. I discepoli gli chiedono: «Padre, perché piangi?». Ed egli: «È crollata or ora una grande colonna della Chiesa» – intendeva dire di quel giovane monaco. «Ma andate da lui – dice – a vedere quel che è accaduto». I discepoli dunque vanno e trovano il monaco che, seduto su una stuoia, piange il peccato commesso. Al vedere i discepoli dell’anziano, egli dice: «Dite al padre che supplichi Dio di concedermi solo dieci giorni di tempo, e spero di poterne fare ammenda». Dopo cinque giorni morì (80bc).


15. Un monaco fu lodato dai fratelli presso il padre Antonio. Egli lo prese seco e lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto poi che non era capace di soffrirlo, gli disse: «Sembri un villaggio tutto adorno sul davanti e dietro devastato dai briganti» (PJ VIII, 2).


16. Un fratello disse al padre Antonio: «Prega per me». L’anziano gli dice: «Non posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso a impegnarti nel pregare Dio» (PJ X, 3).


17. Un giorno, alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la propria capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: «Non hai ancora trovato». Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: «E tu, che dici di questa parola?». Risponde: «Non so». Il padre Antonio allora dice: «Il padre Giuseppe sì, che ha trovato la strada, perché ha detto: – Non so» (80d; PJ XV, 4).


18. Dei fratelli, da Scete, vollero far visita al padre Antonio. Imbarcandosi per compiere il tragitto, trovarono un anziano che pure voleva recarsi colà; ma i fratelli non lo conoscevano. Seduti sul battello, discorrevano delle parole dei padri, e di quelle della Scrittura, e dei loro lavori; il vecchio taceva. Quando giunsero all’ancoraggio, si accorsero che anche il vecchio andava dal padre Antonio. Arrivati che furono da lui, il padre Antonio dice loro: «Avete trovato una buona compagnia in quest’anziano». E all’anziano: «Padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli». L’anziano risponde: «Buoni lo sono; ma la loro corte è senza porta e chiunque vuole può entrare nella stalla e sciogliere l’asino». Intendeva dire che parlavano di qualunque cosa venisse loro alla bocca (81a; PJ IV, 1).


19. Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: «Dicci una parola: come possiamo salvarci?». L’anziano dice: «Avete ascoltato la Scrittura? È quel che occorre per voi». Ed essi: «Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa». L’anziano dice loro: «Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra (cfr. Mt 5, 39)». Gli dicono: «Ma di far questo non siamo capaci». L’anziano dice loro: «Se non sapete porgere anche l’altra, tenete almeno ferma la prima». Gli dicono: «Neppure di questo siamo capaci». E l’anziano: «Se neppure di ciò siete capaci, non contraccambiate ciò che avete ricevuto». Dicono: «Neppure questo sappiamo fare». Allora l’anziano dice al suo discepolo: «Prepara loro un brodino: sono deboli». E a loro: «Se questo non potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere» (81b).


20. Un fratello che aveva rinunciato al mondo e dato ai poveri i suoi beni, ma si era tenuto qualcosa per sé, fece visita al padre Antonio. Il padre, sapendo il fatto, gli dice: «Se vuoi farti monaco, va’ al tuo paese, compera della carne, legala attorno al corpo nudo e vieni qui». Così fece il fratello; e i cani e gli uccelli gli dilaniarono tutto il corpo. Quando fu giunto dal padre, questi gli chiese se avesse fatto secondo il suo consiglio: egli mostrò il suo corpo pieno di ferite. Sant’Antonio allora gli dice: «Quelli che rinunciano al mondo e vogliono tenersi dei beni, vengono in tal modo fatti a brani lottando contro i demoni» (81c; PJ VI, 1).

Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto


Lorenzo Vaccaro - Domenico Ferraro - Domenico Antonio Ferro, Sant'Antonio Abate, 1850-60 Tesoro di San Gennaro, Duomo, Napoli


Anonimo, Nostra Signora di Montaigu con Trinità e nove santi eremiti (SS. Barbara, Antonio abate, Caterina, Maria Egiziaca, Onofrio, Maria Maddalena, Girolamo, Giovanni Battista, Elia), 1627, Eremitaggio, Mièges