Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 2 ottobre 2023

I nuovi Dubia ed il Sinodo della discordia

Pubblichiamo qui di seguito le domande di cinque cardinali alla Sede Apostolica su questioni cruciali dell’insegnamento cattolico.

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Notifica ai fedeli laici (can. 212 § 3)

Sui dubia sottomessi a Papa Francesco

Fratelli e sorelle in Cristo,

Noi, membri del Sacro Collegio Cardinalizio, avendo presente il dovere di tutti i fedeli “di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa” (can. 212 § 3) e, soprattutto, avendo presente la responsabilità dei Cardinali che “assistono il Romano Pontefice … come singoli … nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale” (can. 349), considerate varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati inerenti alla celebrazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore, abbiamo manifestato la nostra profondissima preoccupazione al Romano Pontefice. Ricorrendo alla provata prassi della sottomissione di dubia [domande] ad un superiore per fornirgli l’occasione di chiarire, attraverso i suoi responsa [risposte], la dottrina e la disciplina della Chiesa, con la nostra lettera del 10 luglio 2023 abbiamo sottomesso a Papa Francesco cinque dubia, di cui è allegata una copia. Papa Francesco ci ha risposto con lettera dell’11 luglio 2023.

Avendo studiato detta lettera, che non ha seguito la prassi dei responsa ad dubia [risposte a domande], abbiamo riformulato i dubia per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa. Con la nostra lettera del 21 agosto 2023, noi abbiamo sottomesso al Romano Pontefice i riformulati dubia, di cui è allegata una copia. Finora non abbiamo ricevuto risposta.

Data la gravità della materia dei dubia, specialmente in vista della predetta imminente sessione del Sinodo dei Vescovi, abbiamo giudicato che è nostro dovere informare Voi fedeli (can. 212 § 3), affinché non siate soggetti a confusione, errore e scoraggiamento, invitandovi a pregare per la Chiesa universale e, in particolare, per il Romano Pontefice, perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente.                    

Vostri in Cristo,

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-kiun

 Roma, 2 ottobre 2023

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D U B I A

1 Dubium circa l’affermazione che si debba reinterpretare la Divina Rivelazione in base ai cambiamenti culturali e antropologici in voga.

Dopo le affermazioni di alcuni vescovi, che non sono state né corrette né ritrattate,  si chiede se nella Chiesa la Divina Rivelazione debba essere reinterpretata secondo i cambiamenti culturali del nostro tempo e secondo la nuova visione antropologica che questi cambiamenti promuovono; oppure se la Divina Rivelazione sia vincolante per sempre, immutabile e quindi da non contraddire, secondo il dettato del Concilio Vaticano II, che a Dio che rivela è dovuta “l’obbedienza della fede”(Dei Verbum 5); che quanto è rivelato per la salvezza di tutti deve rimanere “per sempre integro” e vivo, e venire “trasmesso a tutte le generazioni” (7) e che il progresso della comprensione non implica alcun mutamento della verità delle cose e delle parole, perché la fede è stata “trasmessa una volta per sempre” (8), e il Magistero non è superiore alla parola di Dio, ma insegna solo ciò che è stato trasmesso (10).

2 Dubium circa l’affermazione che la diffusa pratica della benedizione delle unioni con persone dello stesso sesso, concorderebbe con la Rivelazione e il Magistero (CCC 2357).

Secondo la Divina Rivelazione, attestata nella Sacra Scrittura, che la Chiesa “per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone” (Dei Verbum 10): “In principio” Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò e li benedisse, perché fossero fecondi (cfr Gen 1, 27-28), per cui l’Apostolo Paolo insegna che è la conseguenza della negazione del Creatore (Rom 1, 24-32). Si chiede: può la Chiesa derogare a questo “principio”, considerandolo, in contrasto con quanto insegnato da Veritatis splendor 103, come un semplice ideale, e accettando come “bene possibile” situazioni oggettivamente peccaminose, come le unioni con persone dello stesso sesso, senza venir meno alla dottrina rivelata?

3 Dubium circa l’affermazione che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa” (Cost. Ap. Episcopalis Communio 6), sì che la Chiesa sarebbe per sua natura sinodale.

Dato che il Sinodo dei vescovi non rappresenta il collegio episcopale, ma è un mero organo consultivo del Papa, in quanto i vescovi, come testimoni della fede, non possono delegare la loro confessione della verità, si chiede se la sinodalità può essere criterio regolativo supremo del governo permanente della Chiesa senza stravolgere il suo assetto costitutivo voluto dal suo Fondatore, per cui la suprema e piena autorità della Chiesa viene esercitata, sia dal Papa in forza del suo ufficio, sia dal collegio dei vescovi insieme col suo capo il Romano Pontefice (Lumen gentium 22).

4 Dubium circa il sostegno di pastori e teologi alla teoria che “la teologia della Chiesa è cambiata” e quindi che l’ordinazione sacerdotale possa essere conferita alle donne.

In seguito alle affermazioni di alcuni prelati, che non sono state né corrette né ritrattate, secondo cui col Vaticano II sarebbe cambiata la teologia della Chiesa e il significato della Messa, si chiede se è ancora valido il dettato del Concilio Vaticano II, che “il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale differiscono essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium 10) e che i presbiteri in virtù del “sacro potere dell’ordine per offrire il sacrificio e perdonare i peccati” (Presbyterorum Ordinis 2), agiscono in nome e nella persona di Cristo mediatore, per mezzo del quale è reso perfetto il sacrificio spirituale dei fedeli? Si chiede, inoltre, se è ancora valido l’insegnamento della lettera apostolica di san Giovanni Paolo II Ordinatio Sacerdotalis, che insegna come verità da tenere in modo definitivo l’impossibilità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, per cui questo insegnamento non è più soggetto a cambiamento né alla libera discussione dei pastori o dei teologi.

5 Dubium circa l’affermazione “il perdono è un diritto umano” e l’insistere del Santo Padre sul dovere di assolvere tutti e sempre, per cui il pentimento non sarebbe condizione necessaria per l’assoluzione sacramentale.

Si chiede se sia ancora vigente l’insegnamento del Concilio di Trento, secondo cui, per la validità della confessione sacramentale è necessaria la contrizione del penitente, che consiste nel detestare il peccato commesso con il proposito di non peccare più (Sessione XIV, Capitolo IV: DH 1676), cosicché il sacerdote deve rimandare l’assoluzione quando sia chiaro che questa condizione non è adempiuta.

Città del Vaticano, 10 luglio 2023

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-Kiun, S.D.B.

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A Sua Santità

FRANCESCO

Sommo Pontefice

Beatissimo Padre,

Vi siamo molto grati per le risposte che ci avete gentilmente voluto offrire. Vorremmo innanzitutto chiarire che, se Vi abbiamo posto queste domande, non è per paura del dialogo con gli uomini del nostro tempo, né delle domande che potrebbero rivolgerci sul Vangelo di Cristo. Siamo infatti convinti, come Vostra Santità, che il Vangelo porti pienezza alla vita umana e offra risposta a ogni nostra domanda. La preoccupazione che ci muove è un’altra: ci preoccupa vedere che ci sono pastori che dubitano della capacità del Vangelo di trasformare i cuori degli uomini e finiscono per proporre loro non più la sana dottrina, bensì “insegnamenti secondo le loro voglie” (cf. 2 Tim 4, 3).  Ci preoccupa, inoltre, che non si comprenda che la misericordia di Dio non consiste nel coprire i nostri peccati, ma è molto più grande, in quanto ci rende capaci di rispondere al suo amore osservando i suoi comandamenti, cioè di convertirsi e credere al Vangelo (cf. Mc 1, 15).

Con la stessa sincerità con cui Voi ci avete risposto, dobbiamo aggiungere che le Vostre risposte non hanno risolto i dubbi che avevamo sollevato, ma li hanno semmai approfonditi. Ci sentiamo quindi in dovere di riproporre, riformulandole, queste domande, a Vostra Santità, che come successore di Pietro, è incaricato dal Signore di confermare i Vostri fratelli nella fede. Ciò è tanto più urgente in vista dell’imminente Sinodo, che molti vogliono utilizzare per negare la dottrina cattolica proprio sulle questioni su cui vertono i nostri dubia. Vi riproponiamo quindi le nostre domande, in modo che ad esse si possa rispondere con un semplice “sì” o “no”.

1. Vostra Santità insiste sul fatto che la Chiesa può approfondire la sua comprensione del deposito della fede. Questo è effettivamente ciò che insegna Dei Verbum 8 e appartiene alla dottrina cattolica. La Vostra risposta, però, non coglie la nostra preoccupazione. Molti cristiani, compresi pastori e teologi, sostengono oggi che i cambiamenti culturali e antropologici del nostro tempo dovrebbero spingere la Chiesa a insegnare il contrario di ciò che ha sempre insegnato. Questo riguarda questioni essenziali, non secondarie, per la nostra salvezza, come la confessione di fede, le condizioni soggettive per accedere ai Sacramenti e l’osservanza della legge morale. Vogliamo quindi riformulare il nostro dubium: è possibile che la Chiesa insegni oggi dottrine contrarie a quelle che in precedenza ha insegnato in materia di fede e di morale, sia da parte del Papa ex cathedra, sia nelle definizioni di un Concilio ecumenico, sia nel magistero ordinario universale dei vescovi sparsi nel mondo (cfr. Lumen Gentium 25)?

2. Vostra Santità ha insistito sul fatto che non ci può essere confusione tra il matrimonio e altri tipi di unioni di natura sessuale e che, pertanto, qualsiasi rito o benedizione sacramentale di coppie omosessuali, che darebbero luogo a tale confusione, dovrebbero essere evitati. La nostra preoccupazione, tuttavia, è un’altra: siamo preoccupati che la benedizione di coppie omosessuali possa creare in ogni caso confusione, non solo in quanto possa farle sembrare analoghe al matrimonio, ma anche in quanto gli atti omosessuali verrebbero presentati praticamente come un bene, o almeno come il bene possibile che Dio chiede alle persone nel loro cammino verso di Lui. Riformuliamo quindi il nostro dubbio: è possibile che in alcune circostanze un pastore possa benedire unioni tra persone omosessuali, lasciando così intendere che il comportamento omosessuale in quanto tale non sarebbe contrario alla legge di Dio e al cammino della persona verso Dio? Legato a questo dubium è necessario sollevarne un altro: continua ad essere valido l’insegnamento sostenuto dal magistero ordinario universale, secondo cui ogni atto sessuale fuori del matrimonio, e in particolare gli atti omosessuali, costituisce un peccato oggettivamente grave contro la legge di Dio, indipendentemente dalle circostanze in cui si realizzi e dall’intenzione con cui si compia?

3. Voi avete insistito sul fatto che esiste una dimensione sinodale della Chiesa, in quanto tutti, compresi i fedeli laici, sono chiamati a partecipare e a far sentire la propria voce.

La nostra difficoltà, tuttavia, è un’altra: oggi si sta presentando il futuro Sinodo sulla “sinodalità” come se, in comunione con il Papa, esso rappresentasse la Suprema Autorità della Chiesa. Tuttavia, il Sinodo dei Vescovi è un organo consultivo del Papa, non rappresenta il collegio episcopale e non può dirimere le questioni in esso trattate né emanare decreti su di esse, a meno che, in casi determinati, il Romano Pontefice, cui spetta ratificare le decisioni del Sinodo, non gli abbia espressamente concesso potestà deliberativa (cf. can.343 C.I.C.). Si tratta di un punto decisivo in quanto non coinvolgere il collegio episcopale in questioni come quelle che il prossimo Sinodo intende sollevare, le quali toccano la costituzione stessa della Chiesa, andrebbe proprio contro la radice di quella sinodalità, che si afferma di voler promuovere. Ci sia permesso quindi di riformulare il nostro dubium: il Sinodo dei Vescovi che si terrà a Roma e che include solo una rappresentanza scelta di pastori e di fedeli, eserciterà, nelle questioni dottrinali o pastorali su cui sarà chiamato ad esprimersi, la Suprema Autorità della Chiesa, che spetta esclusivamente al Romano Pontefice e, una cum capite suo, al Collegio dei Vescovi (cf. can.336 C.I.C.)?

4. Nella Vostra risposta Vostra Santità ha chiarito che la decisione di San Giovanni Paolo II in Ordinatio sacerdotalis è da tenersi in modo definitivo, e ha giustamente aggiunto che è necessario comprendere il sacerdozio, non in termini di potere, ma in termini di servizio, per capire rettamente la decisione di nostro Signore di riservare gli ordini sacri soltanto agli uomini. D’altra parte, nell’ultimo punto della Vostra risposta ha aggiunto che la questione può ancora essere approfondita. Siamo preoccupati che qualcuno possa interpretare quest’affermazione nel senso che la questione non è ancora stata decisa in modo definitivo. Infatti, San Giovanni Paolo II afferma in Ordinatio sacerdotalis che questa dottrina è stata insegnata infallibilmente dal magistero ordinario e universale, e quindi che appartiene al deposito della fede. Questa è stata la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede ad un dubium sollevato riguardo alla lettera apostolica, e questa risposta fu approvata dallo stesso Giovanni Paolo II. Dobbiamo quindi riformulare il nostro dubium: la Chiesa potrebbe in futuro avere la facoltà di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne, contraddicendo così che la riserva esclusiva di questo sacramento ai battezzati di sesso maschile appartenga alla sostanza stessa del Sacramento dell’Ordine, che la Chiesa non può cambiare?

5. Infine, Vostra Santità ha confermato l’insegnamento del Concilio di Trento secondo cui la validità dell’assoluzione sacramentale richiede il pentimento del peccatore, che include il proposito di non peccare di nuovo. E ci ha invitato a non dubitare dell’infinita misericordia di Dio. Vorremo ribadire che la nostra domanda non scaturisce dal dubbio sulla grandezza della misericordia di Dio, ma al contrario, nasce dalla nostra consapevolezza che questa misericordia è così grande da renderci capaci di convertirci a Lui, di confessare la nostra colpa e di vivere come Lui ci ha insegnato. A sua volta, qualcuno potrebbe interpretare la Vostra risposta come se il solo fatto di avvicinarsi alla confessione sia una condizione sufficiente per ricevere l’assoluzione, in quanto potrebbe includere implicitamente la confessione dei peccati e il pentimento. Vorremo quindi riformulare il nostro dubium: può ricevere validamente l’assoluzione sacramentale un penitente che, pur ammettendo un peccato, si rifiutasse di fare, in qualunque modo, il proposito di non commetterlo di nuovo?

Città del Vaticano, 22 luglio 2023

Walter Card. Brandmüller

Raymond Leo Card. Burke

Juan Card. Sandoval Íñiguez

Robert Card. Sarah

Joseph Card. Zen Ze-kiun

Nuovi Dubia e Sinodo sulla sinodalità (o della discordia)

1. Abbiamo pubblicato, in assoluta anteprima, in data odierna, festa dei Santi Angeli Custodi, insieme ad alcune testate, nazionali ed internazionali, i testi integrali della Notifica ai fedeli di Cinque Cardinali (i cardd. Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun), della lettera inviata alla Santa Sede circa i primi Dubia (10.7.2023) e della lettera dei nuovi Dubia (datata 22.7.2023) sempre inviata alla medesima (21.8.2023).

2. Per chiarire questa pubblicazione è bene ripercorrere brevemente l’antefatto. I cinque cardinali firmatari, in ragione della loro responsabilità di assistenza alla Sede Petrina nella cura quotidiana della Chiesa universale, allarmati – come si legge nella Notifica ai fedeli laici a norma del can. 212 § 3 del Codice di diritto canonico – da «varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati inerenti alla celebrazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore», manifestando, al contempo, la loro preoccupazione circa quanto si prospetta nell’assemblea sinodale di prossima apertura, sottoponevano a Francesco, con lettera del 10.7.2023, cinque Dubia affinché lo stesso potesse, attraverso i suoi responsa [risposte], ribadire la dottrina e la disciplina della Chiesa.

Le ragioni di preoccupazione, tra le altre cose, derivavano dal fatto che, per un verso, da più parti si erano sollevate questioni circa la possibilità di benedire le unioni tra persone dello stesso sesso (in questo senso, pioniere sono state le chiese tedesca ed olandese: cfr. Gianni Cardinale, Benedizioni delle coppie omosessuali e celibato, strappo della Chiesa tedesca, in Avvenire, 11.3.2023; Tonia Mastrobuoni, Il sinodo tedesco sfida il Vaticano: "Sì alle benedizioni delle coppie dello stesso sesso", in La Repubblica, 10.3.2023; Innocenzo, “Per le coppie che si amano”. Il documento del sinodo cattolico tedesco sulla benedizione delle unioni omosessuali, in Progetto Gionata, 6.4.2023; Leone Grotti, Coppie gay. Cattolici e anglicani cedono alla «dittatura del relativismo», in Tempi, 2.9.2023; Luisella Scrosati, «Noi vescovi belgi benediciamo le coppie gay, con l’ok del Papa», in LNBQ, 22.3.2023); per altro verso, anche l’Instrumentum Laboris del c.d. Sinodo sulla sinodalità, lungi dal fugare questi timori,  non mancava di destare non pochi allarmi nei più attenti osservatori (cfr. Nico Spuntoni, Il Sinodo dei timori: aria di scisma nella Chiesa di Francesco?, in Il Giornale, 27.8.2023;  Jacopo Scaramuzzi, La spinta del sinodo su gay, donne diacono e preti sposati: “La crisi degli abusi chiede alla Chiesa una riforma”, in La Repubblica, 20.6.2023).

Tematica, questa, altamente divisiva all’interno della Chiesa (cfr. di recente: „Christen verschanzen sich nicht hinter glaubensfeindlichen Ideologien“, in Kath.net, 29.9.2023, trad. it. Card. Müller: “Una ‘benedizione’ fittizia di coppie dello stesso sesso non è solo una bestemmia contro il Creatore del mondo e dell’umanità, ma anche un grave peccato contro la salvezza delle persone interessate”, in Blog di Sabino Paciolla, 30.9.2023; Mons. Joseph E. Strickland, Vescovo Strickland: Dio non benedice e non può benedire il peccato, in Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, 28.9.2023).

Oltre al thema della benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso (su cui, peraltro, la Congregazione per la dottrina della fede, con un Responsum del 22.2.2021, aveva dato già risposta negativa), altro timore destava la questione dell’accesso agli ordini sacri delle donne, in primis al diaconato, svuotando di significato il Magistero pontificio sul punto. Lo stesso Giovanni Paolo II, approvando il Responsum ad dubium del 28.10.1995 (v. nota di commento qui), in effetti, chiariva che la Lett. ap. Ordinatio Sacerdotalis del 1994 aveva avuto l'intento e l'effetto di certificare, per così dire, che quella dottrina fosse già stata proposta infallibilmente dal Magistero ordinario e universale, e quindi andava creduta per Fede. Tale orientamento era stato mantenuto lodevolmente dall’allora Congregazione per la dottrina della Fede con nota del 29.5.2018 (cfr. Gianni Cardinale, Dottrina della fede: il «no» alle donne prete è definitivo, in Avvenire, 30.5.2018).

Trattandosi di questioni attinenti direttamente al depositum fidei ed a Verità rivelate e definitive, esse non avrebbero dovuto neppure esse discusse nell’ambito di un sinodo né presentate come oggetto di disquisizione nell’ambito di un Instrumentum Laboris.

Ad colorandum, come ulteriore motivo di allarme vi era la prospettata decisione circa l’abolizione generalizzata, per la Chiesa latina, dell’obbligo del celibato sacerdotale, come richiesto, del resto, dallo stesso sinodo tedesco.

Ad onor del vero, quello del celibato sacerdotale è stato da secoli un tema caro ai Germani. Nel XVI sec., cioè all’indomani della rivolta luterana, vi fu un ampio dibattito sul celibato e sulla partecipazione dei fedeli alla messa. Il papa, sotto la pressione dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo, succeduto al padre Ferdinando I, nel luglio 1564, istituì a Roma una commissione di cardinali, canonisti e teologi per discutere circa il connubio dei preti: questo era un tema talmente scottante da costituire, all’epoca, il più importante negoziato tra il papa e l’imperatore del tempo. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, rispetto a quanto oggi accade. Pio IV ed il suo entourage, infatti, conducevano una politica di «iucunda concordia», come fu definita, con la corte imperiale, «cercando soluzioni di compromesso sia con Ferdinando sia con il figlio» (così ricorda Elena Bonora, Giudicare i vescovi. La definizione dei poteri nella Chiesa postridentina, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 255).

Tornando al nostro tema, quindi, i Dubia dei cardinali nascevano a ragion veduta.

La formulazione dei Dubia, infatti, afferiva proprio su questi aspetti controversi nella Chiesa di oggi, col chiaro intento di provocare (se così possiamo dire) un chiaro intervento magisteriale che fosse in grado di superare le perplessità suscitate dall’Instrumentum Laboris e che estromettesse, di fatto, dalla discussione quelle questioni su cui il Magistero si fosse pronunciato autorevolmente, scongiurando al contempo il pericolo di uno scisma lacerante per la Catholica.

3. Bergoglio, con straordinaria celerità, con lettera da lui firmata dell’11.7.2023, forniva delle risposte, le quali, in verità, lasciavano aperte le questioni a lui sottoposte ed al contempo adombravano nuove perplessità.

I cinque porporati, dopo aver studiato con attenzione la lettera bergogliana, ravvisavano che essa non riscontrava, come sarebbe stato d’uopo in simili frangenti, in maniera lapidaria (con un Sì o con un No), mantenendo un tono equivoco ed ambiguo, secondo uno stile a cui da tempo Francesco ci ha abituati: lo stile del “sì, ma anche no” o, se vogliamo, del “ni, che non è sì, ma neanche no”. Uno stile, se per questo, tutt’altro che assimilabile a quello evangelico: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt. 5, 37).

Un Dubium, in effetti, lo diciamo per chi fosse non avvezzo ai lavori ed al linguaggio ed alla prassi ecclesiastica, rappresenta – dal punto di vista teologico-canonico – un atto giuridico con il quale si chiede alla Sede Apostolica, ovvero ad un Dicastero della Curia romana (ad es., il Dicastero della Dottrina della Fede), la risoluzione di una o più quaestiones giuridico-teologiche sollevate, come avviene normalmente, da pastori o anche da fedeli, che hanno bisogno di un chiarimento orientativo, appunto, su una questione controversa di fronte all’incertezza suscitata da affermazioni o da prassi problematiche circa ambiti decisivi per la vita o la fede cristiana. La risoluzione di un Dubium si concreta, appunto, in un Responsum ad dubium, mediante un atto avente comunque valenza canonica (e, vista la natura dei Dubia formulati, anche teologica) (ad es., un rescritto) per tutta la Chiesa.

Al contrario, la risposta di Francesco era ritenuta – dai cinque cardinali – del tutto inadeguata allo scopo. E, possiamo dire, non pertinente con la natura dell’atto richiesto. Per questa ragione, si legge nella Notifica, riformulavano «i dubia per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa», che venivano sottoposti nuovamente alla Sede Petrina, a cui però Francesco, ad oggi, non forniva alcuna risposta.

Del resto, non si sperava in una risposta da parte di questi. Lo lasciava intendere, qualche tempo fa, il neo-cardinale Víctor Manuel Fernández, neo-prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il quale, in un’intervista per La Civiltà cattolica, parlando dell’Esort. Ap. Amoris laetitia, così commentava: «Francesco ha subito inviato loro una lettera formale, confermando che il senso del capitolo VIII dell’AL è questo. Ma ha aggiunto: “Non ci sono altre interpretazioni”. Non è necessario attendersi risposte diverse dal Papa. Tanto gli orientamenti quanto la lettera del Pontefice sono stati pubblicati negli Acta Apostolicae Sedis, insieme a un rescritto che li dichiara “magistero autentico”. Di conseguenza non ci sono più dubbi, ed è chiaro che il discernimento che tiene conto dei condizionamenti o fattori attenuanti può avere conseguenze anche nella disciplina sacramentale» (Antonio Spadaro, Vita e dottrina nella fede Un dialogo con mons. Víctor Manuel Fernández, in La Civ. catt., q. 4158, 16.9.2023).

4. Per tale ragione, i Cardinali, vista la gravità dei temi affrontati dai Dubia, nonché delle materie che saranno trattate dell’imminente Sinodo sulla sinodalità, che rischia di avere effetti dirompenti sulla Chiesa e che rischia di far compiere alla stessa un percorso non dissimile da quello compiuto dalla comunità anglicana (ad es., con riferimento all’ordinazione delle donne), decidevano di dar luogo alla pubblicazione dei primi Dubia (riscontrati da Francesco l’11.7.2023) e dei secondi Dubia (rimasti privi di risposta) e ciò al fine di salvare i fedeli dalla «confusione, errore e scoraggiamento», invitandoli a pregare per la Chiesa e per la Cattedra di Pietro, «perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente».

Un atto di responsabilità pastorale, dunque, da parte di questi porporati al fine di far comprendere ai fedeli, per un verso, che ci sono voci che gridano nel deserto della dissoluzione odierna e, per altro verso, che stiano in guardia e non si facciano disorientare dinanzi allo scoperchiarsi di un vaso di Pandora dalle conseguenze imprevedibili per la fede ed, in generale, per la vita cristiana (cfr. Roberto de Mattei, Il Sinodo sulla Sinodalità: un “vaso di Pandora” dalle conseguenze imprevedibili, in Corrispondenza romana, 20.9.2023).

Augustinus Hipponensis

domenica 1 ottobre 2023

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga

Nella Solennità della Madonna del Rosario, nonché nella festa di San Remigio di Reims, vescovo e confessore (sino al 1976, il primo ottobre era in Italia la data di inizio di tutte le scuole e i bambini di prima elementare erano detti “remigini”, in onore del Santo, come ci ricordava una deliziosa canzoncina del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna), rilanciamo questo contributo sulla figura di Leone XII, nel ricordo del duecentesimo anniversario della sua elezione al Soglio pontificio.


Jean-Auguste-Dominique Ingres, S. Remigio, vescovo di Reims, 1843-44, musée du Louvre, Parigi

Jean Hélart, Battesimo di Clodoveo ad opera di S. Remigio, 1676, Musée des Beaux-Arts, Reims

Giovanni Gasparro, S. Remigio di Reims, 2020, collezione privata

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga

di Massimo Scapin

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga.

Disse di lui François-René de Chateaubriand, scrittore e diplomatico francese, nella lettera del 3 gennaio 1829: «Ieri ho trascorso un’ora con il Papa. Abbiamo parlato di tutto, a proposito di temi tanto elevati quanto impegnativi. È un uomo molto distinto e molto illuminato e un principe pieno di dignità. Alla mia vita politica mancava solo di diventare amico di un papa; questa relazione completa la mia carriera».

Il conte Annibale era nato 68 anni prima a Genga, diocesi di Fabriano, Italia centrale. Arcivescovo, rappresentante pontificio in Germania e in Francia, cardinale, è eletto alla cattedra di Pietro dai cardinali «zelanti», cioè promotori di un programma di risveglio spirituale, contro il moderato riformismo «politicante» di altri membri di quel conclave. Leone XII regnò per soli cinque anni e mezzo in un periodo molto difficile.

Ripercorrendoli per sommi capi, Leone XII reprime con severità il brigantaggio e i disordini nello Stato Pontificio; celebra con grandissima solennità il giubileo nel 1825; conclude concordati con gli altri stati e riconosce di fatto l’indipendenza delle antiche colonie spagnole in Sudamerica. Forse è troppo intransigente e rigido verso le idee di libertà e di progresso del suo tempo, ma promuove grandi lavori pubblici, accresce musei e biblioteche e si distingue per la sua dirittura morale, in cui vuole essere imitato dai suoi collaboratori. Morì a Roma il 10 febbraio 1829.

Il suo progetto di ricristianizzazione della società include anche la restaurazione della musica sacra, sia vocale sia per organo, liberata dal «funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale» (PIO X, Tra le sollecitudini, 22 novembre 1903). Il Papa vuole riorganizzare le istituzioni musicali romane: la Congregazione di Santa Cecilia e le cappelle musicali. La prima, costituita da Gregorio XIII († 1585), incrementata da Sisto V († 1590) e approvata in perpetuo da Urbano VIII († 1644), «allo scopo di favorire una lieta fioritura di compositori e di artisti, e di assicurare il più alto  prestigio all’arte musicale» (PAOLO VI, Discorso, 22 novembre 1966), riprese, dopo lo sconquasso napoleonico, a organizzare la musica sacra e vigilare sui principali abusi liturgico-musicali nelle varie chiese di Roma. Anche le cappelle musicali delle basiliche romane cominciarono a riorganizzarsi: la Giulia in s. Pietro, guidata da Valentino Fioravanti († 1837); la Laternanense a s. Giovanni, diretta da Pietro Terziani († 1831); e la Liberiana a s. Maria Maggiore, sotto il maestro Domenico Fontemaggi († 1856).

Per ordine del Papa, il Cardinale Placido Zurla († 1834), Vicario di Roma, il 20 dicembre 1824 pubblica un editto Sul culto divino, e rispetto alle chiese, in cui, all’articolo secondo, sono condannati abusi musicali comuni, come i preludi o gli intermezzi troppo lunghi, la profanità nella musica e nel modo di eseguirla e l’uso di bande musicali in chiesa: «Le feste e le solennità si celebrino nelle chiese senza forme profane vietate dai sacri canoni; e nelle musiche si osservi la gravità, e decoro ecclesiastico. I maestri di cappella si astengano dall’alterare, o posporre capricciosamente le parole de’ Salmi e Inni e da quelle interminabili ripetizioni, che stancano la divozione invece di alimentarla. Meno le musiche chiamate volgarmente a cappella, non si facciano senza nostra speciale licenza musiche istromentali, vietate sempre le troppo clamorose e non alla chiesa adatte. Nel tempo della Messa cantata e così pure dell’Esposizione e benedizione del SS. Sagramento non si permettano gli organisti di eseguire sull’organo i pezzi di musica da teatro, e che sappiano di profano: ma procurino di fomentare il raccoglimento e la devozione, per cui solo viene la musica nelle chiese permessa. Li superiori delle chiese saranno responsabili dell’adempimento di tutto ciò, e in caso di negligenza multati di scudi dieci, da applicarsi in opere pie» (F. ROMITA, Ius Musicæ Liturgicæ, Roma 1947, p. 99).

La Cappella musicale pontificia «Sistina», fin dalla sua antica fondazione a servizio delle solenni celebrazioni papali, continua a proporre lo «stile antico» nella Cappella Sistina in Vaticano, nella Paolina al Quirinale, nella Basilica Vaticana e in diverse chiese romane. I compositori più eseguiti sono Giovanni Pierluigi da Palestrina († 1594) e i suoi emuli: Felice Anerio († 1614), Gregorio Allegri († 1652), Tommaso Baj († 1718), Claudio Casciolini († 1760), Giovanni Battista Fazzini († XIX secolo), Giuseppe Ottavio Pitoni († 1743), Leandro Piazza († 1817) e Pasquale Pisari († 1778).

In particolare, Leone XII aveva una grande opinione di Giuseppe Baini († 1844), che in quel tempo dirigeva i cantori pontifici. Per Papa Leone Baini scrive musica, esprime giudizi — spesso negativi — su nuove opere musicali ed esprime desideri. Compone i mottetti a 4 voci: Corona aurea, per l’incoronazione di Leone XII (5 ottobre 1823), Petrus apostolus et Paulus doctor per la sua presa di possesso del Laterano (13 giugno 1824), e un Tantum ergo perché il Papa «voleva ascoltare un Tantum ergo diverso del solito» (L. M. KANTNER, A. PACHOVSKY, La Cappella musicale Pontificia nell’Ottocento, Roma 1998, p. 108). Nel 1826 Baini presenta al Sommo Pontefice un «voto circa l’erezione di una scuola di canto nella Casa d’Industria esistente alle Terme di Massimiano dette Diocleziane, e progetto di Conservatorio di musica» (Rivista d’Italia, Roma 1904, p. 276). Nonostante la positiva risposta di Leone XII, con la quale il 14 giugno 1826 «si approva il presente piano e se ne commette la sollecita esecuzione al Visit. Apost. della Casa d’industria», il progetto rimane sulla carta (J. A. LA FAGE, Essais de diphthérographie musicale, Parigi 1861, p. 544).

Leone XII, papa della «vittoria conservatrice» o ultimo papa dell’ancient régime? Colpevole di personalismo, liberalismo, di eccessivo riformismo, «di aver mantenuto in vigore le riforme napoleoniche e il personale amministrativo che le aveva appoggiate, e di aver realizzato eccessive concessioni nei suoi rapporti coi governi» (J. M. LABOA, La Chiesa e la modernità, Milano 2001, p. 19)? Lasciando ad altri le risposte, ricordiamone il sogno di una grande e integrale restaurazione spirituale del mondo cristiano, che include l’ascolto di una buona, di una vera musica sacra.

Fonte: Blog di Sabino Paciolla, 28.9.2023

giovedì 28 settembre 2023

I 200 anni dall'elezione di papa Leone XII della Genga

 In quest'anno 2023 ricorrono parecchi anniversari degni di nota per la Chiesa: i 200 anni, ad es., dell'incendio devastante della Basilica di San Paolo fuori le Mura (15 luglio 1823), che distrusse la basilica esistente sin dall'epoca dell'imperatore Teodosio (che aveva edificato su quella costantiniana) (cfr. Graziano Motta, Duecento anni fa l'incendio della Basilica Ostiense, in La nuova bussola quotidiana, 19.7.2023); i 200 anni della morte del Servo di Dio papa Pio VII, che abbiamo ricordato nel mese di agosto (v. qui) ed i 200 anni dell'elezione del successore, il papa marchigiano Leone XII della Genga, che tra l'altro si fece promotore di una mobilitazione mondiale nella ricostruzione della Basilica di San Paolo (v. enciclica Ad plurimas, 25 gennaio 1825), che vide persino i contributi dello zar Nicola I di Russia con i doni di malachite e di lapislazzuli e del re d’Egitto Fuad I con quelli di alabastro.

Per ricordare l'elezione, ed al contempo la figura, del papa Leone XII, sono stati promossi una serie di convegni a Roma e nelle Marche (sua regione di origine) (v. qui; qui; qui; qui; qui; qui e qui), che si augura possano portare alla ribalta del popolo cattolico (e non solo) questo pontefice semisconosciuto ai più. 

Charles Picqué, Ritratto di papa Leone XII, 1828

Circa i doveri di un papa in un aforisma del pontefice Leone XII


Fonte: Leone XII, bolla Quo graviora, 13 marzo 1825

 

mercoledì 20 settembre 2023

Un lucido aforisma del filosofo Gianni Vattimo, esponente del c.d. pensiero debole, sul cattolicesimo contemporaneo

Ieri, 19 settembre, si spegneva il filosofo Gianteresio (detto Gianni) Vattimo, teorizzatore del c.d. pensiero debole, corrente filosofica postmoderna. Sebbene, almeno formalmente, lo stesso si definisse "cattolico" e fosse stato, negli anni Cinquanta, con Umberto Eco e Furio Colombo, a guida dell'Azione Cattolica giovanile torinese, il suo pensiero era assolutamente lontano da quello cristiano, fondato sull’idea del c.d. indebolimento di Dio, rifiutando l’idea di Dio quale essere razionale (v. qui il ricordo di Francesco Agnoli). Con tale rigetto, ovviamente, ha rifiutato anche i precipitati etici collegati all’esistenza di Dio personale.

Ora, che è passato da questa vita all’altra, sicuramente si sarà reso conto degli errori compiuti e delle aberrazioni filosofiche (e non solo) cui era pervenuto. Che Dio abbia misericordia della sua anima!

Tuttavia, un merito gli va ascritto: quello di aver saputo rimproverare, con lucidità ed obiettività, il cattolicesimo contemporaneo dall’essersi messo all’inseguimento del mondo e della mondanità, perdendo così la propria identità e la sua forza. L'aforisma che segue è riportato dal card. Robert Sarah, nel suo libretto Vorrei aiutare gli altri a vedere con occhi nuovi, Marcianum Press, 2020, sebbene lo faccia risalire al 2010 ad una conversazione su Radio Vaticana. In realtà, l'aforisma che segue - più volte riusato nel corso degli anni (v. qui e qui) - è più risalente e rimonta ai primi anni '90 del secolo scorso, ad una conversazione con lo scrittore cattolico Vittorio Messori ed al suo Pensare la storia (cfr. Antonio Socci, Quando Vattimo disse a Messori ..., in Lo Straniero, 23.9.2023):

domenica 20 agosto 2023

Pio VII, il Papa mite perseguitato da Napoleone. A duecento anni dalla morte: 20 agosto 1823-2023

Il 20 agosto non è solo la data del pio transito del papa San Pio X, morto nel 1914. In verità, in quello stesso giorno, ma novantuno anni prima ed esattamente 200 anni fa, moriva, a Roma, un altro papa che portava quel nome: il servo di Dio papa Pio VII Chiaramonti: il pontefice che fu eletto in circostanze difficili, a Venezia, e che affrontò Napoleone. L’anniversario della morte del papa cesenate, in verità, è passato quasi in sordina sui maggiori mass media e non ci pare di aver sentito particolari celebrazioni in merito. In realtà, su alcune testate l’anniversario non è passato sotto silenzio. Si segnalano Filippo Rizzi, I duecento anni di Pio VII, il papa che affrontò i “tempi nuovi”, in Avvenire, 19.8.2023; Bernard Ardura, Pio VII, “Vicario del Dio della pace”, in Vatican News, 19.8.2023; Giovanni Maria Vian, Pio VII tenne testa a Napoleone e affrontò per primo i tempi nuovi, in Domani, 21.8.2023; Antonio Tarallo, Papa Pio VII e Napoleone Bonaparte, in Acistampa, 20.8.2023; Fabrizio Foschi, Pio VII, il papa prigioniero che difese la Chiesa (da Napoleone), in Il sussidiario, 14.8.2023. Anche Bergoglio ha ritenuto di inviare una lettera al vescovo di Cesena-Sarsina per ricordare l'evento, sebbene con un mese di ritardo rispetto alla data di anniversario (cfr. Messaggio in occasione del bicentenario della morte del Servo di Dio Pio VII, 21.0.2023), forse perché gli sarà stato ricordato tardi ... Cfr. Cesena, Papa Francesco invia un messaggio al super convegno su Pio VII e un collezionista scova su eBay ritratto ignoto e lo compra, in Corriere Romagna, 14.10.2023.


Il ritratto di Pio VII nel 1800, primo anno del suo pontificato, scovato su eBay

In questa sede, rilanciamo un articolo de La nuova bussola quotidiana sulla figura di questo venerato Pontefice, nei cui confronti è stato avviato il processo di beatificazione. Significativamente va detto che sebbene il nulla osta della Santa Sede fosse concesso sin dal 2007 al vescovo di Savona-Noli mons. Domenico Calcagno (futuro cardinale), tuttavia solo domenica 31 ottobre 2021 è iniziata ufficialmente la fase istruttoria della causa di beatificazione presso la diocesi savonese (v. qui e qui). Il suo processo di beatificazione avrebbe dovuto, secondo le normative canoniche, essere avviato dalla diocesi di Roma, città in cui il pontefice morì, ma la Curia romana si convinse ad affidare questo iter alla diocesi di Savona-Noli.

Noi ricordiamo quest'insigne Pontefice con le sue stesse parole tratte dal Breve Etsi longissimo del 30 gennaio 1816: «[…] Noi siamo rappresentanti di Colui che è il Dio della pace e che, nascendo per redimere il genere umano dalla tirannide del demonio, volle annunciare la pace agli uomini attraverso i suoi angeli, abbiamo creduto sia proprio di quella funzione apostolica che, sebbene senza merito, esercitiamo […]».

Raffaele Castellini, Ritratto di papa Pio VII, XIX sec., collezione privata

Teresa Cosci, Pio VII in esilio a Savona, XIX sec., collezione privata. Fonte

Pio VII, il Papa mite perseguitato da Napoleone

di Massim Scapin

Domenica 20 agosto ricorrono i duecento anni dalla morte di Pio VII, il Papa, oggi Servo di Dio, deportato in Francia da Napoleone. E che, alla morte di Bonaparte, ne trattò la famiglia da vero cristiano.

Il 20 agosto di 200 anni fa, moriva il papa che si trovò nella tempesta dei giorni napoleonici: Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti (1742-1823), dal 2007 Servo di Dio.


Monaco benedettino, priore dell’Abbazia di San Paolo a Roma (1775), vescovo di Tivoli (1782), cardinale e vescovo di Imola (1785), era nato 81 anni prima, a Cesena come il suo predecessore, papa Pio VI († 1799): «entrambi strappati con violenza alla loro sede episcopale e trascinati in esilio» (BENEDETTO XVI, Discorso, 4 ottobre 2008). Dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro il 14 marzo 1800, a conclusione del laborioso «conclave dell’esilio» durato più di tre mesi nel monastero veneziano di San Giorgio Maggiore, «in momenti quanto mai difficili per la Chiesa seppe dare esempio ai principi e ai popoli di fede inconcussa, di magnifica generosità di animo, e soprattutto di grande fortezza nel difendere, davanti all’irresistibile invadenza napoleonica, i diritti inviolabili della Chiesa Cattolica», come scrisse l’allora segretario di Stato di Pio XI, il cardinale Pietro Gasparri († 1934), nella Lettera del 3 giugno 1923 al vescovo di Cesena (in Rivista Storica Benedettina, XIV, Santa Maria Nuova, Roma 1923, p. 206).


Ai cardinali riuniti il 29 ottobre 1804, Pio VII ricorda con soddisfazione il ristabilimento del cattolicesimo in Francia, grazie al Concordato del 1801, e comunica che, aderendo alla richiesta di Napoleone Bonaparte († 1821), si recherà a Parigi per incoronarlo imperatore. In realtà Napoleone assumerà da sé la corona. Purtroppo, i buoni rapporti con l’imperatore francese durano poco, e nel 1808 Napoleone incorpora all’Impero lo Stato Pontificio. Nel 1809 papa Chiaramonti, dopo aver scomunicato il Bonaparte, è deportato in Francia: Grenoble, Savona e Fontainebleau sono le sue residenze coatte. Rientrato a Roma nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, ristabilisce la Compagnia di Gesù e imprime un decisivo impulso all’opera missionaria.


La mitezza di Pio VII e la superbia di Bonaparte sono conservate ne L’incoronazione di Napoleone I, la tela molto «ritoccata», ora esposta al Louvre, di Jacques-Louis David († 1825), il pittore della Rivoluzione francese e di Napoleone. Che giornata, quella del 2 dicembre 1804! Tutti nella chiesa-madre di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, invece che in quella solita di Reims. Quanti i disagi, anche fisici, sopportati angelicamente dal Papa! Per la gioia di re Enrico IV († 1106) e degli imperatori Federico Barbarossa († 1190), Federico II († 1250) e Ludovico il Bavaro († 1347), Napoleone si mette in capo la corona di imperatore dei Francesi da solo. Non era andato a Roma ai piedi di Sua Santità; ma con moine e minacce era riuscito a convincere il povero Pio VII a mettersi in viaggio, in pieno inverno, da Roma a Parigi, per consacrare quel Carlo Magno a rovescio.


Ci piace pensare che la «colonna sonora» di quella giornata, interpretata da 500 musicisti e cantanti, abbia consolato almeno in parte l’animo del Papa. Gran parte della musica fu composta da uno dei grandi maestri della scuola napoletana, il tarantino Giovanni Paisiello († 1816), per cui il Bonaparte andava pazzo. Alludiamo alla Messe du Sacre, per 3 voci soliste (ma i cantanti impegnati nelle varie parti furono 9), 2 cori e 2 orchestre, e al Te Deum in si bemolle maggiore per soli, doppio coro e doppia orchestra, che il compositore aveva scritto ma non diresse quella domenica di dicembre: a fine agosto era ripartito per Napoli, lasciando come suo successore Jean-François Lesueur († 1837), il maestro di composizione di Hector Berlioz († 1869).


Molto bella è la Messa, di cui riferirono: «Scelta e numerosa l’orchestra, cantanti di prim’ordine, le ispirazioni seguivano il maestro italiano. La Messa fu un capolavoro, che la più severa critica non avrebbe saputo menomamente attaccare (…). Paisiello nella indicata circostanza provò più che mai quanto fosse valente nelle sacre composizioni, con quanta filosofia sapesse esprimere le tante, sì variate e sì sublimi situazioni, che l’incruento sagrifizio presentano, e ben meritati applausi riportò da una folla immensa di popolo che ad uno spettacolo quasi più teatrale, che ecclesiastico, assisteva» (F. SCHIZZI, Della vita e degli studi di Giovanni Paisiello, Volume 73, Milano 1833, pp. 46-47).


Il Te Deum, eseguito alla fine, fu riciclato per l’occasione con disinvoltura. Fu composto da Paisiello a Napoli nel 1791 «per il ritorno delle Loro Maestà [Ferdinando e Carolina] da Germania, eseguitosi nella Chiesa di Belvedere sopra Caserta» (La rassegna musicale, Einaudi, 1930, p. 130). Parigi lo aveva sentito il 18 aprile 1802, giorno di Pasqua, quando fu proclamato in Francia il Concordato: i musici della cappella consolare e del Teatro della Repubblica e delle Arti si riunirono per cantarlo, insieme ad altre composizioni di Paisiello.


Questa partitura presenta particolare importanza, dal momento che Paisiello, pur essendo nato nel 1740, tra l’Opera comica e il patetico di quella «materia buffa […] bene intrecciata colla seria» (C. Goldoni, La Scuola Moderna, All’amico lettore), qui sa intuire lo stile Impero in musica. Sì, quella versione ornamentale di neoclassicismo con cui tutti gli artisti italiani e francesi si mettono in sintonia durante l’impero napoleonico; uno stile che sarà pienamente incarnato da Luigi Cherubini († 1842). Il Te Deum di Paisiello è tutto animato di spirito marziale: desta grande meraviglia il Te ergo quæsumus, in cui l’orchestra dialoga con la fanfara della Guarda Nazionale collocata nella navata. Ma vi si trovano pure tanti momenti delicati, quasi intimi (cfr. P. ISOTTA, Per un bicentenario: Paisiello e il mito di Fedra, Arte’m, Napoli 2016).


Fonte: La nuova bussola quotidiana, 19.8.2023