Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 1 ottobre 2023

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga

Nella Solennità della Madonna del Rosario, nonché nella festa di San Remigio di Reims, vescovo e confessore (sino al 1976, il primo ottobre era in Italia la data di inizio di tutte le scuole e i bambini di prima elementare erano detti “remigini”, in onore del Santo, come ci ricordava una deliziosa canzoncina del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna), rilanciamo questo contributo sulla figura di Leone XII, nel ricordo del duecentesimo anniversario della sua elezione al Soglio pontificio.


Jean-Auguste-Dominique Ingres, S. Remigio, vescovo di Reims, 1843-44, musée du Louvre, Parigi

Jean Hélart, Battesimo di Clodoveo ad opera di S. Remigio, 1676, Musée des Beaux-Arts, Reims

Giovanni Gasparro, S. Remigio di Reims, 2020, collezione privata

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga

di Massimo Scapin

Duecento anni fa, il 28 settembre 1823, fu eletto un papa «zelante»: Leone XII, al secolo Annibale della Genga.

Disse di lui François-René de Chateaubriand, scrittore e diplomatico francese, nella lettera del 3 gennaio 1829: «Ieri ho trascorso un’ora con il Papa. Abbiamo parlato di tutto, a proposito di temi tanto elevati quanto impegnativi. È un uomo molto distinto e molto illuminato e un principe pieno di dignità. Alla mia vita politica mancava solo di diventare amico di un papa; questa relazione completa la mia carriera».

Il conte Annibale era nato 68 anni prima a Genga, diocesi di Fabriano, Italia centrale. Arcivescovo, rappresentante pontificio in Germania e in Francia, cardinale, è eletto alla cattedra di Pietro dai cardinali «zelanti», cioè promotori di un programma di risveglio spirituale, contro il moderato riformismo «politicante» di altri membri di quel conclave. Leone XII regnò per soli cinque anni e mezzo in un periodo molto difficile.

Ripercorrendoli per sommi capi, Leone XII reprime con severità il brigantaggio e i disordini nello Stato Pontificio; celebra con grandissima solennità il giubileo nel 1825; conclude concordati con gli altri stati e riconosce di fatto l’indipendenza delle antiche colonie spagnole in Sudamerica. Forse è troppo intransigente e rigido verso le idee di libertà e di progresso del suo tempo, ma promuove grandi lavori pubblici, accresce musei e biblioteche e si distingue per la sua dirittura morale, in cui vuole essere imitato dai suoi collaboratori. Morì a Roma il 10 febbraio 1829.

Il suo progetto di ricristianizzazione della società include anche la restaurazione della musica sacra, sia vocale sia per organo, liberata dal «funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale» (PIO X, Tra le sollecitudini, 22 novembre 1903). Il Papa vuole riorganizzare le istituzioni musicali romane: la Congregazione di Santa Cecilia e le cappelle musicali. La prima, costituita da Gregorio XIII († 1585), incrementata da Sisto V († 1590) e approvata in perpetuo da Urbano VIII († 1644), «allo scopo di favorire una lieta fioritura di compositori e di artisti, e di assicurare il più alto  prestigio all’arte musicale» (PAOLO VI, Discorso, 22 novembre 1966), riprese, dopo lo sconquasso napoleonico, a organizzare la musica sacra e vigilare sui principali abusi liturgico-musicali nelle varie chiese di Roma. Anche le cappelle musicali delle basiliche romane cominciarono a riorganizzarsi: la Giulia in s. Pietro, guidata da Valentino Fioravanti († 1837); la Laternanense a s. Giovanni, diretta da Pietro Terziani († 1831); e la Liberiana a s. Maria Maggiore, sotto il maestro Domenico Fontemaggi († 1856).

Per ordine del Papa, il Cardinale Placido Zurla († 1834), Vicario di Roma, il 20 dicembre 1824 pubblica un editto Sul culto divino, e rispetto alle chiese, in cui, all’articolo secondo, sono condannati abusi musicali comuni, come i preludi o gli intermezzi troppo lunghi, la profanità nella musica e nel modo di eseguirla e l’uso di bande musicali in chiesa: «Le feste e le solennità si celebrino nelle chiese senza forme profane vietate dai sacri canoni; e nelle musiche si osservi la gravità, e decoro ecclesiastico. I maestri di cappella si astengano dall’alterare, o posporre capricciosamente le parole de’ Salmi e Inni e da quelle interminabili ripetizioni, che stancano la divozione invece di alimentarla. Meno le musiche chiamate volgarmente a cappella, non si facciano senza nostra speciale licenza musiche istromentali, vietate sempre le troppo clamorose e non alla chiesa adatte. Nel tempo della Messa cantata e così pure dell’Esposizione e benedizione del SS. Sagramento non si permettano gli organisti di eseguire sull’organo i pezzi di musica da teatro, e che sappiano di profano: ma procurino di fomentare il raccoglimento e la devozione, per cui solo viene la musica nelle chiese permessa. Li superiori delle chiese saranno responsabili dell’adempimento di tutto ciò, e in caso di negligenza multati di scudi dieci, da applicarsi in opere pie» (F. ROMITA, Ius Musicæ Liturgicæ, Roma 1947, p. 99).

La Cappella musicale pontificia «Sistina», fin dalla sua antica fondazione a servizio delle solenni celebrazioni papali, continua a proporre lo «stile antico» nella Cappella Sistina in Vaticano, nella Paolina al Quirinale, nella Basilica Vaticana e in diverse chiese romane. I compositori più eseguiti sono Giovanni Pierluigi da Palestrina († 1594) e i suoi emuli: Felice Anerio († 1614), Gregorio Allegri († 1652), Tommaso Baj († 1718), Claudio Casciolini († 1760), Giovanni Battista Fazzini († XIX secolo), Giuseppe Ottavio Pitoni († 1743), Leandro Piazza († 1817) e Pasquale Pisari († 1778).

In particolare, Leone XII aveva una grande opinione di Giuseppe Baini († 1844), che in quel tempo dirigeva i cantori pontifici. Per Papa Leone Baini scrive musica, esprime giudizi — spesso negativi — su nuove opere musicali ed esprime desideri. Compone i mottetti a 4 voci: Corona aurea, per l’incoronazione di Leone XII (5 ottobre 1823), Petrus apostolus et Paulus doctor per la sua presa di possesso del Laterano (13 giugno 1824), e un Tantum ergo perché il Papa «voleva ascoltare un Tantum ergo diverso del solito» (L. M. KANTNER, A. PACHOVSKY, La Cappella musicale Pontificia nell’Ottocento, Roma 1998, p. 108). Nel 1826 Baini presenta al Sommo Pontefice un «voto circa l’erezione di una scuola di canto nella Casa d’Industria esistente alle Terme di Massimiano dette Diocleziane, e progetto di Conservatorio di musica» (Rivista d’Italia, Roma 1904, p. 276). Nonostante la positiva risposta di Leone XII, con la quale il 14 giugno 1826 «si approva il presente piano e se ne commette la sollecita esecuzione al Visit. Apost. della Casa d’industria», il progetto rimane sulla carta (J. A. LA FAGE, Essais de diphthérographie musicale, Parigi 1861, p. 544).

Leone XII, papa della «vittoria conservatrice» o ultimo papa dell’ancient régime? Colpevole di personalismo, liberalismo, di eccessivo riformismo, «di aver mantenuto in vigore le riforme napoleoniche e il personale amministrativo che le aveva appoggiate, e di aver realizzato eccessive concessioni nei suoi rapporti coi governi» (J. M. LABOA, La Chiesa e la modernità, Milano 2001, p. 19)? Lasciando ad altri le risposte, ricordiamone il sogno di una grande e integrale restaurazione spirituale del mondo cristiano, che include l’ascolto di una buona, di una vera musica sacra.

Fonte: Blog di Sabino Paciolla, 28.9.2023

mercoledì 1 gennaio 2020

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

In questo giorno dell’Ottava di Natale, in cui si fa memoria della circoncisione di N.S.G.C., rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

L’incoronazione di Carlo Magno: Natale della Cristianità

di Roberto de Mattei

Pubblichiamo la versione italiana di un articolo del prof. Roberto de Mattei pubblicato su The Remnant il 27 dicembre 2019.

Se c’è un momento di grazia e di conversione del cuore, questo è il Santo Natale, il giorno della Natività del Signore, il giorno da cui si contano gli anni del mondo. L’atmosfera familiare del giorno di Natale intenerisce i cuori più duri, ma soprattutto la bellezza della liturgia è capace di toccarli, come accadde allo scrittore francese Paul Claudel (1868-1955) il 25 dicembre 1886. Claudel era uno studente di diciotto anni che aveva abbandonato la pratica religiosa e vagava per le strade di Parigi, inquieto e insoddisfatto di sé, quando, la sera di Natale, entrò nella Cattedrale di Notre-Dame, mentre il coro stava cantando ciò che più tardi seppe essere il Magnificat.
«Io – racconta – ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile! Cercando – come ho spesso fatto – di ricostruire i momenti che seguirono quell’istante straordinario, ritrovo gli elementi seguenti che, tuttavia, formavano un solo lampo, un’arma sola di cui si serviva la Provvidenza divina per giungere finalmente ad aprire il cuore di un povero figlio disperato: ‘Come sono felici le persone che credono!’ . Ma era vero? Era proprio vero! Dio esiste, è qui. È qualcuno, un essere personale come me. Mi ama, mi chiama. Le lacrime e i singulti erano spuntati, mentre l’emozione era accresciuta ancor più dalla tenera melodia dell’’Adeste, fideles’ […]».
Paul Claudel comprese quella sera, in un lampo, con invincibile evidenza, che la vita di ognuno di noi si spalanca davanti a una inesorabile alternativa: l’amore infinito di Dio o la dannazione eterna. Egli ricorda ancora: «È vero – lo confesso con il Centurione romano -, che Gesù era il Figlio di Dio. Era a me, Paul, che egli si rivolgeva e mi prometteva il suo amore. Ma, nello stesso tempo, se non lo seguivo, mi lasciava la dannazione come unica alternativa. Ah, non avevo bisogno che mi si spiegasse che cosa era l’Inferno: vi avevo trascorso la mia stagione. Quelle poche ore mi erano bastate per farmi capire che l’Inferno è dovunque non c’è Cristo. Che me ne importava del resto del mondo, davanti a quest’Essere nuovo e prodigioso che mi si era svelato?».
La vita di Paul Claudel divenne il tentativo di rimanere fedele alla grazia di quel Natale del 1886, «il giorno di Natale in cui ogni gioia è nata», come egli scriverà nella sua opera più famosa, L’Annonce faite à Marie (1912).

L’aspetto sociale del Santo Natale

Ma la festa del Santo Natale non ha solo un significato individuale e familiare: ha anche, e ha avuto nella storia, un significato sociale. Il grande abate di Solesmes Dom Prosper Guéranger (1805-1875), nel suo Année liturgique, ci ricorda tre momenti del Santo Natale legati alla storia d’Europa, alle sue più profonde radici cristiane.
Il primo di questi momenti è il battesimo di Clodoveo, avvenuto, secondo la tradizione, il 25 dicembre del 496.
Clodoveo era il re dei Franchi, un popolo ancora pagano, mentre il Cristianesimo si andava diffondendo in un’Europa in preda al caos e all’anarchia, dopo la caduta dell’Impero romano di Occidente, avvenuta venti anni prima. Egli aveva sposato una principessa cattolica del popolo dei Burgundi, Clotilde. Fu lei, con l’aiuto del santo vescovo di Reims, Remigio, a portare Clodoveo alla religione cattolica, conquistandone il cuore. Clodoveo si fece battezzare, nella notte di Natale del 496.
Lo storico dei Franchi Gregorio di Tours scrive che Clodoveo «si avvicinò al lavacro come un nuovo Costantino, per essere liberato dalla lebbra antica, per sciogliere in acqua fresca macchie luride createsi lontano nel tempo. E quando Clodoveo fu entrato nel Battistero, il santo di Dio così disse con parole solenni: ‘Piega quieto il tuo capo, o si cauto; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato’».


François Louis Hardy de Juinne, dit Dejuinne, Battesimo di Clodoveo da parte di S. Remigio, 1837, castello di Versailles e Trianon, Versailles

Il battesimo di Clodoveo fu quello di un popolo che, con lui, entrava nella storia: i Franchi. E secondo dom Guéranger il supremo Signore degli eventi volle che il regno dei Franchi nascesse il giorno di Natale per incidere più profondamente l’importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell’Europa. Clodoveo, il fiero barbaro, divenuto mite come l’agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte battesimale della salvezza, dal quale uscì purificato per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello – è stato detto – dopo quello dei cieli.

La conversione dell’Inghilterra

S. Agostino di Canterbury predica dinanzi al re Etelberto


Battesimo di Etelberto, re del Kent, da parte di S. Agostino di Canterbury



Madox Brown, Battesimo di Edwin (Edvino), re di Northumbria da parte di S. Paolino di Canterbury, 1879, Manchester Town Hall, Manchester

Passarono cento anni dalla conversione di Clodoveo. Salì sul trono pontificio un grande Papa, san Gregorio Magno. Nel 596, secondo quanto si ricorda, Papa Gregorio restò commosso nel vedere un gruppo di giovani biondi e belli come angeli, sul mercato degli schiavi di Roma. Chiese chi fossero. Gli fu risposto: Angli.
«Non Angli, ma Angeli», replicò il Papa, che a partire da quel momento decise di affidare ai monaci benedettini l’evangelizzazione dell’Inghilterra. Un gruppo di quaranta monaci, guidato da Agostino, poi detto di Canterbury, partì per l’isola degli Angli per propagare il Vangelo.
Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, si diresse verso la città, già romana, di York, vi fece risuonare la Parola di vita, e un intero popolo si unì al proprio re per chiedere il Battesimo. Così allora accadeva: il battesimo del Re era quello di un popolo intero, legato al suo sovrano da vincoli di indissolubile fedeltà. Fu fissato il giorno di Natale per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorreva sotto le mura della città venne scelto per servire da fonte battesimale a un’armata di diecimila di catecumeni, non contando le donne e i bambini. Il rigore della stagione non arrestò i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che scesero nelle acque per purificare le loro anime. «Dalle acque gelide – scrive dom Guéranger – uscì piena di gaudio e risplendente d’innocenza tutta un’armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo contò una nazione di più sotto il suo impero». Sant’Agostino di Canterbury fu l’evangelizzatore della Britannia. Dall’Inghilterra e dall’Irlanda partirono poi, al seguito un altro grande missionario, san Bonifacio, i monaci che evangelizzarono la Germania.

L’incoronazione di Carlo Magno



Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1903, Maximilianeum, Monaco

Un altro illustre evento doveva ancora abbellire l’anniversario del Natale. Nella solennità di Natale dell’800, con l’incoronazione di Carlo Magno, a Roma, nacque il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l’unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice.
Correva l’anno 800. Era il giorno di Natale. A Roma, nella Basilica di San Pietro, entrò un uomo maestoso, quasi sessantenne, la cui statura quasi da gigante esprimeva la forza indomabile del guerriero, mentre i bianchi capelli e la barba rivelavano una dolcezza straordinaria. Non era un uomo qualsiasi, si vedeva immediatamente. Quest’uomo era Carlo Magno, re dei Franchi, il popolo di Clodoveo, chiamato a Roma dal Papa perché mettesse la sua spada al servizio della Croce, contro i Longobardi.
Il re dei Franchi nell’anno Ottocento dopo Cristo ha già sottomesso gli aquitani e i longobardi; ha attraversato i Pirenei per domare in Spagna il potere minaccioso degli arabi; ha represso l’insurrezione dei sassoni e dei bavari; e sta in piena lotta con gli avari. Egli non è solo un guerriero. Sotto il suo influsso, le arti e le scienze fioriscono in tutta Europa. Amato moltissimo dai suoi sudditi, venerato dai suoi guerrieri, estende nelle terre che conquista la benefica influenza della Religione cattolica.
Ed ora, Carlo Magno, l’erede di Clodoveo, entra nella Basilica di San Pietro, in una notte di Natale, fredda per i rigori dell’inverno, ma calda per l’atmosfera di entusiasmo che regna nella Basilica. Il re dei Franchi si inginocchia, abbassa il capo, adorando Dio fatto uomo e implorando misericordia per i suoi peccati. Si batte il petto e ricorre all’intercessione della Vergine Maria, senza accorgersi che qualcuno gli si avvicina in silenzio rispettoso. Non è un semplice sacerdote o vescovo, è un Papa, un Papa santo. Le cronache raccontano che «nel momento in cui il re si levava dall’orazione, durante la Messa, dinanzi all’altare della confessione di San Pietro Apostolo, il Papa Leone III gli giunse vicino e pose sulla sua fronte scoperta una corona. Una corona nuova, non di Re ma di Imperatore».
Il Papa, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che viene definito della Scrittura, il Re dei re, il Signore dei signori. Il popolo romano lo acclamò con queste parole: «a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria», mentre i franchi, battendo le lance sulle spade, levavano il grido «Natale, Natale», un grido che, dai tempi di Clodoveo, ricordava l’entrata del loro popolo nella storia.
Due giorni prima dell’incoronazione un monaco di San Saba e un monaco del Monte degli Olivi a Gerusalemme avevano offerto al re dei Franchi, da parte del Patriarca, «le chiavi del Santo Sepolcro e del Calvario e quelle della città e del monte Sion con una bandiera». Era un omaggio simbolico, una nuova aureola di santità cinta alla fronte del re che aveva steso la sua protezione oltre i mari, che doveva proteggere i cristiani di Palestina, di Siria, di Egitto, di Tunisia.
In quel Natale, nella Cattedrale del Vicario di Cristo, nacque l’Impero Cattolico d’Occidente, pilastro della Civiltà cristiana medioevale – come 800 anni prima, nello stesso giorno, era nato in una mangiatoia il Bambino Gesù.
Fondando la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, Gesù Cristo aveva posto in essa, in seme, tutte le potenzialità per generare una grande civiltà. Con l’espansione della Chiesa, con la conversione dei popoli lungo otto secoli, il seme si sviluppò, divenne una possibilità concreta, sbocciò, infine, nell’anno 800, nell’impero di Carlo Magno, benedetto e ratificato dalle mani di un santo successore di Pietro. Si aprì un’epoca in cui, come insegna Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, «il sacerdozio e l’impero erano legati tra di loro da una felice concordia e dallo scambio amichevole di servigi» e «organizzata in tal modo, la società civile diede frutti superiori ad ogni aspettativa».
Un altro Papa, Giovanni Paolo II, nel 1200esimo anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno, ha ricordato che «la grande figura storica dell’imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane dell’Europa, riportando quanti la studiano ad un’epoca che, nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza. Alla ricerca della sua identità, l’Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno e conservato lungo più di un millennio».
Carlo Magno fu grande non solo per le sue guerre vittoriose da un estremo all’altro d’Europa, ma soprattutto per la sua opera di restaurazione giuridica, culturale ed artistica, ispirata ai principi del Vangelo. In un’epoca di decadenza e di disordine, egli può essere considerato come il fondatore dell’Europa cristiana. Con il primo imperatore cristiano l’Occidente per la prima volta acquista coscienza di sé e si presenta sulla scena della storia consapevole della propria unità cristiana e romana.
L’incoronazione di Carlo Magno è inoltre un atto pubblico e simbolico di importanza universale, destinato a esprimere, per più di un millennio, la concezione della sovranità cristiana. La fonte dell’autorità è il rappresentante di Dio in terra, perché – in terra – non esiste autorità che non provenga da Dio. In questo senso l’incoronazione di Carlo Magno può essere considerata come il Natale della Cristianità.
Quella che fu un tempo la Cristianità oggi agonizza, sotto gli attacchi dei nemici esterni e interni e noi attendiamo con trepidazione un nuovo giorno di Natale, un giorno di nascita e di risurrezione per le nostre anime e per la società intera: il giorno benedetto, annunciato a Fatima, del trionfo della Chiesa e della restaurazione della Civiltà cristiana.

sabato 26 dicembre 2015

Quando la Francia nacque a Natale ......

Quando è nata la Francia? Semplice: il 25 dicembre 496 (o 498) d.C., allorché Clodoveo, miracolosamente vincitore a Tolbiac, l’odierna Zülpich, a sud-est di Colonia, dopo aver invocato il “Dio di Clotilde” (la pia moglie, che era cristiana) e vinto così i pagani Alemanni, fu battezzato dal santo vescovo Remigio di Reims. Da allora, tutta la Gallia si fece battezzare, divenendo in Occidente la prima Nazione cristiana: la figlia primogenita e prediletta della Chiesa.
Più che la predicazione dei missionari, poté dunque una straordinaria e davvero prodigiosa vittoria militare portare alla cristianizzazione di quella terra pagana. Non diversamente da quanto avvenne con Costantino: fu la vittoria di Ponte Milvio a favorire la diffusione della fede cristiana nell’Impero romano.
Nella festa di santo Stefano, protomartire, rilancio questo contributo in lingua francese.

Luca Signorelli, S. Stefano, XVI sec., collezione privata

Ambito di Andrea Sabatini detto Andrea da Salerano, Martirio di S. Stefano, XV sec., collezione privata

Maestro della marca geometrica, su cartone di Raffaello Sanzio, Lapidazione di santo Stefano, 1550 ca. (?), Museo di Palazzo Ducale, Mantova

Andrea Vaccaro, S. Stefano condotto al martirio, XVII sec., collezione privata


Sir Anthony van Dyck, Martirio di S. Stefano, 1622-24, Collezione Egerton, Tatton Park


Juan Luis Zambrano, Martirio di S. Stefano, XVII sec., Cappella di S. Stefano, Cattedrale, Cordoba

Luca Giordano, Martirio di S. Stefano, XVII sec., museo civico, Vicenza


Michele Ricciardi, Lapidazione di S. Stefano, XVIII sec., Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna della Basilicata, Palazzo Lanfranchi, Matera 


Lorenzo Ghiberti, S. Lorenzo, 1427-28, Chiesa di Orsanmichele, Firenze

S. Stefano, chiesa domenicana di S. Stefano, Salamanca


Quand la France naquit à Noël

de Thibault Corsaire

Hautbois jouent et musettes résonnent depuis deux mille ans, dans la froidure de décembre. Lyres et orgues exaltent la naissance du Sauveur, qu’acclament les gorges des fidèles. Le Roi des rois naquit à Noël. C’est à Noël également que naquit la France, terre de prédilection, royaume de piété, patrie de tant de saints.
Oui, la France naquit à Noël, à Reims, au milieu des glaives baissés et des guerriers à genoux ; des Francs ralliés et des prêtres vainqueurs. En recevant sur sa nuque l’eau sacrée du baptême, des mains ointes de S. Rémi, le roi Clovis gagnait son armée à la vraie foi. A la clameur du pavois s’ajoutait la transcendance de la Croix : la France naissait, et elle était chrétienne.
Miracle que cet accouchement au cœur de l’hiver ! Tandis que se répandait l’eau du baptistère sur une armée convertie, et que s’ébattait la colombe immaculée, le prodige français voyait le jour. La petite France ouvrait ses yeux écarquillés sur le monde, elle venait à la vie et respirait. Sans doute ses premiers cris furent-ils : « Noël ! Noël !  ». 
La France venait de naître, en ce vingt-cinq décembre 496 [1]. Elle venait de loin : sa conception avait duré non pas neuf mois, mais cinq siècles.
Déjà, le ménage complexe de l’alouette gauloise et de la louve capitoline avait commencé de faire apparaître ses membres. Jacques Bainville ne manqua pas de souligner l’importance capitale de cette antique gestation, ces cinq-cent ans pendant lesquels la Gaule partagea la vie de Rome :
« Jamais colonisation n’a été plus heureuse, n’a porté plus de beaux fruits, que celle des Romains en Gaule. D’autres colonisateurs ont détruit les peuples conquis. Ou bien les vaincus, repliés sur eux-mêmes, ont vécu à l’écart des vainqueurs. Cent ans après César, la fusion était presque accomplie et des Gaulois entraient au Sénat romain. Jusqu’en 472, jusqu’à la chute de l’Empire d’Occident, la vie de la Gaule s’est confondue avec celle de Rome. Nous ne sommes pas assez habitués à penser que le quart de notre histoire, depuis le commencement de l’ère chrétienne, s’est écoulé dans cette communauté : quatre à cinq siècles, une période de temps à peu près aussi longue que de Louis XII à nos jours et chargée d’autant d’événements et de révolutions. Le détail, si l’on s’y arrêtait, ferait bâiller. Et pourtant, que distingue-t-on à travers les grandes lignes ? Les traits permanents de la France qui commencent à se former. » [2]
L’ébauche de cette France, celte de sang et pénétrée de latinité, connaissait déjà le saint nom de Jésus. Martyre et charité avaient marqué la terre gallo-romaine. Au nom du Christ, la lyonnaise Blandine avait versé son sang dans les arènes de la capitale des Gaules. En Touraine, S. Martin avait prodigué la charité, déchirant son pourpre mantel et l’appliquant sur le dos frêle d’un miséreux.
C’est sur cette terre déjà ondoyée que fondirent les peuples germaniques. Rome s’écroulait, la Gaule s’abandonnait : la France était sur le point de naître. Mais le terme n’étais pas encore arrivé. Païens, les Francs saliens de Mérovée et Childéric tranchaient avec l’arianisme des autres Germains. S’ils ne confessaient pas la vraie foi et adoraient encore des idoles, au moins ne versaient-ils pas dans l’hérésie : situation qui allait se révéler providentielle en vue de la conversion.


C’est à Clovis, petit-fils de Mérovée, qu’allait incomber la tâche de faire venir au monde la petite France. Le destin du roi des Francs semblait se mêler à celui de l’Empereur Constantin. Ce dernier entrevit le Chrisme au Pont-Milvius [3], et ce divin signe lui donna la victoire ; le Franc sut vaincre les Alamans à Tolbiac. Au cœur de l’incertaine mêlée, l’armée franque dut son salut à la Croix. Les regards du païen se tournèrent vers le Ciel :
«  Ô Jésus-Christ, que Clothilde proclame fils de Dieu vivant, toi qui donnes une aide à ceux qui peinent et qui attribues la victoire à ceux qui espèrent en toi, je sollicite dévotement la gloire de ton assistance ; si tu m’accordes la victoire sur ces ennemis et si j’expérimente la vertu miraculeuse que le peuple voué à ton nom déclare avoir prouvé qu’elle venait de toi, je croirai en toi et je me ferai baptiser en ton nom. J’ai, en effet, invoqué mes dieux mais, comme j’en ai fait l’expérience, ils se sont abstenus de m’aider ; je crois donc qu’ils ne sont doués d’aucune puissance, eux qui ne viennent pas au secours de leurs serviteurs. C’est toi que j’invoque maintenant, c’est en toi que je désire croire, pourvu que je sois arraché à mes adversaires » [4]
« In hoc signo vinces  » [5] : le miracle du Pont-Milvius se répéta à Tolbiac. Clovis était vainqueur ; il pouvait se convertir.
Tout était prêt pour la naissance. La victoire se penchait sur le berceau de la France. Vieux sang gaulois, génie latin et glaive franc s’étaient réunis autour de la Croix. L’Eglise de saint Rémi, habile sage-femme, sortit avec douceur la tête de notre France. Au milieu des décombres d’un Empire romain depuis vingt ans éteint, la jeune enfant riait. La latinité se muait en Chrétienté ; le nourrisson en serait la fille aînée. Devant elle, les étendards du roi s’avançaient. A Noël, le monde découvrait le nouveau-né, enfant des Romains et des Saliens. A Noël, l’Histoire rencontrait la France. Une croix d’or ornait sa frêle poitrine.


[1] 496 ou 498 : la datation exacte est l’objet d’éternels débats.

[2] Jacques Bainville, Histoire de France (1924).

[3] La bataille du Pont-Milvius (312) opposa Maxence à Constantin. Peu avant le début des combats, Constantin vit le Chrisme (conjonction des lettres grecques Chi et Rho (XP), deux premières lettres du mot Christ, accompagné de la formule grecques Εν Τουτω Νικα : « par ce signe tu vaincras ».

[4] Grégoire de Tours, Histoire des Francs, II (576).

[5] Traduction latine de la formule grecque Εν Τουτω Νικα : « par ce signe tu vaincras ».

Fonte : Le Rouge & le Noir, 18 décembre 2015

giovedì 1 ottobre 2015

“Remígius, epíscopus Rheménsis, flóruit Clodovéo rege Francórum; quem étiam baptizávit, et, primus ómnium, doctrína et miráculis Francos ad Christi Dómini fidem perdúxit” (Lect. III – Noct.) - SANCTI REMIGII, EPISCOPI RHEMENSIS ET CONFESSORIS


Questo grande apostolo dei Franchi, che battezzò il re Clodoveo e che governò, per più di sessant’anni, dal 459 al 533, la sede di Reims, morì il 13 gennaio.
Il martirologio geronimiano annuncia, infatti, la deposizione di san Remigio il 15 gennaio (verso il 530) e molti dei suoi manoscritti menzionano il 1° ottobre la traslazione del suo corpo.
Tuttavia, dall’epoca di Gregorio di Tours, la sua festa di celebrava in questo giorno, anniversario della prima traslazione del suo santo corpo (cfr. San Gregorio di Tours, Historia Francorum, lib. VIII, cap. XXI, in PL 71, col. 463: «... Factum est autem, ut post dies paucos adesset festivitas beati Remigii, quæ in initio mensis Octobris celebratur»). Più tardi, sotto san Leone IX, nel 1049, si fece coincidere una seconda traslazione delle reliquie di san Remigio con questa stessa data (cfr. la notizia dei Bollandisti, De S. Remigio Episcopo Remensi, cap. XVIII, § 328, in Acta Sanctorum, Octobris, vol. I, Dies 1, Parigi-Roma 1866, p. 118).
Pure Beda conosce solamente la festivitas sancti Remedii, il 1° ottobre. Floro ed Adone fanno lo stesso, mentre Usuardo fissa la deposizione di S. Remigio al 13 gennaio e la sua traslazione al 1° ottobre. Il calendario di san Villibrordo (verso il 715) ed i calendari di San Gallo del IX sec. optano per il 1° ottobre, escludendo il 13 o 15 gennaio. Questa è anche la data alla quale è menzionata la festa di san Remigio nei sacramentari, il più antico dei quali è quello di Drogone di Metz (+ 855), celebre per le sue notizie. Dalla seconda metà del IX sec. al XII si può seguire lo sviluppo geografico della festa a partire dalla regione della Champagne verso la Germania (Fulda, Neider-Altaich) e l’Inghilterra (Winchcombe), la Spagna (Ripoll) e l’Italia (Arezzo), mentre si afferma profondamente in Francia.
Sovente al nome di san Remigio sono uniti quelli di san Germano d’Auxerre e di san Vedasto, di cui si commemora parallelamente la traslazione.
Il 1° ottobre 1049, il papa san Leone IX rinnoverà la dedicazione della basilica di san Remigio, ma non sembra che la devozione del pontefice verso l’Apostolo dei Franchi abbia contribuito ad introdurre il suo culto a Roma, poiché non si trova menzione della sua festa prima della sua iscrizione nel calendario del Laterano (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 295).
Tutti conoscono le parole attribuite a Remigio quando battezzò Clodoveo, novello Costantino: «China umilmente il capo, o fiero Sicambro; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato [sinora]» («Mitis depone colla, Sicamber: adora quod incendisti, incende quod adorasti» - ibidem, lib. II, cap. XXXI, ivi, col. 227A; Incmaro di Reims, Vita Sancti Remigii Rhemorum Archiepiscopi, cap. XXXIX, ivi, 125, col. 1160, nonché in Mon. Germ. Hist., Script. Rerum Merovingicarum, Passiones vitæque Sanctorum Ævi Merovingici et antiquiorum aliquot, t. III, Hannoveræ 1906, lib. I, cap. XV, p. 297; Id., Vita prolixior S. Remigii episc. Remensis, cap. IV, § 64, in Acta Sanctorum, cit., p. 146. V. anche il profilo biografico tratto dai Bollandisti, De S. Remigio Episcopo Remensi, ivi, cap. VII, § 118, p. 80. Cfr. Levillain Léon, La conversion et le baptême de Clovis, in Revue d’histoire de l’Église de France, 1935, p. 182).
In quel giorno nacque la lunga serie di Re cristianissimi e la Figlia primogenita della Chiesa romana ricevé il suo battesimo cattolico che irrigò perfino il giglio della sua corona reale.
San Remigio brillò non solo per la sua santità, ma anche per la fama della sua dottrina e dei suoi miracoli (si racconta che riscuscitò persino un morto: cfr. San Gregorio di Tours, op. ult. cit.: «Erat enim sanctus Remigius episcopus egregiæ scientiæ, et rhetoricis adprime imbutus studiis: sed et sanctitate ita prælatus, ut sancti Sylvestri virtutibus æquaretur. Est enim nunc liber Vitæ ejus, qui eum narrat mortuum suscitasse»). Le sue omelie sono andate perdute, ma ci restano ancora quattro lettere di lui (San Remigio di Reims, Opuscola, in PL 65, col. 963C-970C. Altre due lettere sono ivi, 71, col. 1157B-1157C), alcuni versi di sua composizione, incisi su un calice (Id., Versus A. B. Remigio Dedicati, ivi, 65, 974C-975A: «Hauriat hinc populus vitam de sanguine sacro, Injecto æternus quem fudit vulnere Christus. Remigius reddit Domino sua vota sacerdos». Secondo Icmaro queste sono le parole che san Remigio fece incidere su un calice (Icmaro di Reims, op. cit., cap. V, ivi, 125, col. 1135B, nonché in MGH, cit., p. 262), ed il suo testamento (San Remigio di Reims, Testamentum, in PL 65, col. 969C-974B).
La messa è la stessa del 4 febbraio, ma la prima colletta è simile a quella di san Liborio, il 23 luglio.








Tomba di S. Remigio, Basilica di Saint-Remi, Reims

Pierre Puget, Battesimo di Clodoveo, 1653, Musée des beaux-arts, Marsiglia


Jean Alaux, Battesimo di Clodoveo, 1825, Musée des beaux-arts, Reims

François Louis Dejuinne, Il battesimo di Clodoveo a Reims il 25 dicembre 496, 1839, musée national des châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles


Joseph Blanc, Battesimo di Clodoveo, 1881 circa, Panthéon, Parigi

Franz Ittenbach, S. Remigio, XIX sec., Siebengebirgsmuseum, Bonn