Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 17 marzo 2020

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

Rilanciamo una nuova riflessione del nostro amico Franco Parresio. Buona lettura.

J. S. Klauber - J. B. Klauber, Sacrificio di Isacco, XVIII sec., museo diocesano, Trento

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

di Franco Parresio

Riprendo e rilancio volentieri quanto dichiarato da don Nicola Bux in un’intervista rilasciata pochi giorni fa e pubblicata su La Fede Quotidiana – dal titolo molto ad effetto Coronavirus, don Bux: “Pandemia? Fa quasi rima con pandemonio” (vqui) – a proposito della infelicissima nuova traduzione del Padre nostro, che da novembre prossimo sarà imposto a tutti, da recitarsi dentro e fuori la messa.
Alla domanda Che tempo stiamo vivendo?”il noto teologo barese rispondendo afferma: “Quello assai delicato della prova. Io consiglio di meditare su questo. Il Signore ci mette alla prova, ci misura, ecco quella famigerata tentazione che con una maldestra traduzione si vuole eliminare dal Padre Nostro. Una cattiva ed inopinata nuova traduzione. Nel Padre Nostro, versione tradizionale noi chiediamo che Dio non ci introduca nella prova, questo è il significato di indurre, significa introdurre. La tentazione, dunque, è la prova di Dio che opera nella storia per valutare le nostra fede. […] Se uno conosce bene la rivelazione, sa che a volte Dio distoglie lo sguardo da noi, si nasconde, e permette, lo permette lui, a Satana di agire, gli lascia spazio per provare la nostra fede anche con eventi negativi e dannosi come questo. Un male a fin di bene, una sorta di ammonimento. In sintesi, Dio consente, non manda, il male, l’opera di Satana, per capire che esito ha questo combattimento. Ha due esiti, chi si converte o chi si danna eternamente. Ricordate che al mondo non si muove foglia che Dio non voglia e che Lui scrive dritto su righe storte”.
In questo momento di crisi globale – in tutti i sensi – ed esistenziale, appare davvero “cattiva ed inopinata” la nuova traduzione del Padre Nostro!
Perché?
Perché – come ebbi già a dire in un precedente articolo su questo tema (vqui) – imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti.
La “angoscia provocata dal coronavirus ha portato molte persone che non si ponevano il problema della fragilità della vita umana e del senso stesso della vita, a considerarlo seriamente”, scrive Gotti Tedeschi, riportando un colloquio avuto proprio con Don Bux (vqui), “tanto da trarne una lezione. […] La nostra supposta autosufficienza, il sentimento di immortalità, spesso avvalorata dal successo professionale (quasi sempre insostenibile) o dalla salute inattaccabile (su cui confidavamo, scoprendo che è impossibile), si rivela tutt’un tratto essere una illusione che ci apre gli occhi sui nostri limiti ineliminabili. Limiti che pretendono soprattutto l’aiuto di Dio, […] in un momento come questo di angoscia per questo virus di cui non capiamo molto”.
Attenti, dunque, a non pretendere l’aiuto di Dio, accusandolo di averci abbandonato alla tentazione! Ci faremmo ridere dietro – ma anche in faccia – da chi non si fa scrupoli a giudicare la nostra fede “infantile”, secondo il severo giudizio dell’autorevole Erich Fromm, dichiaratamente agnostico, che, ne L’arte di amare, afferma: “Il Dio di Abramo può essere amato, o temuto come un padre, essendo la sua ira e la sua intransigenza l’aspetto dominante. Poiché Dio è il padre, io sono il figlio. Non sono emerso completamente dall’originario desiderio di onniscienza e onnipotenza. Non ho ancora acquisito l’obiettività di accorgermi dei miei limiti di essere umano, della mia ignoranza, della mia debolezza.
Pretendo ancora, come un bambino, che ci sia un padre che mi perdoni, che mi custodisca, che mi punisca, un padre che mi lodi quando sono obbediente, che si compiaccia dei miei meriti e si adiri per la mia disobbedienza. Ovviamente, la maggior parte della gente non ha superato nel suo sviluppo mentale questo stadio infantile, e di conseguenza la fede in Dio, per molti, è la fede in un padre valido, illusione infantile”.
Meditate, gente! Meditate!

martedì 14 agosto 2018

Padre nostro, l’importanza della tentazione

Durante la c.d. veglia del vescovo di Roma con i giovani al Circo Massimo, lo stesso è tornato – con una domanda evidentemente preparata ad hoc (non certo spontanea!) su uno dei suoi temi cult: vale a dire la questione della traduzione del Pater noster, “non ci indurre in tentazione”.
Sul tema abbiamo già espresso il nostro punto di vista, ponendo in luce come il senso di quelle parole siano state rettamente dalla Chiesa e come la stessa, per rispetto alla sacralità del testo, abbia evitato, nelle sue traduzioni liturgiche, di sostituirle con improbabili ermeneutiche dell’interprete di turno. Del resto, diversi autori di ben altro ed elevato lignaggio e cultura (si pensi solo all’Aquinate) hanno avuto modo di commentare quelle parole del Signore (cfr. G. Zoroddu, San Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017, nonché in Il Timone, 11.12.2017 ed in MiL, 21.12.2017; A. Morselli, Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il “Padre nostro”, ivi, 11.12.2017).
Rilanciamo, quindi, volentieri a chiarimento, nella festa dei SS. Martiri di Otranto e Vigilia dell'Assunzione della B.V.M., questo contributo di don Nicola Bux.


SULLA CORRETTA TRADUZIONE

Padre nostro, l’importanza della tentazione

di don Nicola Bux

Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Ma cosa dice la Scrittura? Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Il Papa ha detto: “Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: ‘Non ci indurre in tentazione’. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre ‘indurci’ in tentazione? Può ingannare i suoi figli? - ha chiesto - Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi....A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d’amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo”. 
Fin qui il Papa. Come stanno le cose? In merito al “non ci indurre in tentazione”, vanno menzionati innanzitutto tre brani:
Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone...”(Es 14,17). Qui è il Signore che induce all’ostinazione; ”Ecco,dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, perché il Signore ha decretato la tua rovina...”(1 Re 22,23). Qui è il Signore che induce alla mistificazione; ”E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità” (2 Tess 2,11-12). Qui è il Signore che induce all’inganno.
Nella I domenica di Quaresima, la “domenica delle tentazioni di Gesù” la Liturgia Horarum secondo il Novus Ordo, propone la lettura di sant’Agostino a commento del salmo 60, di cui riportiamo il brano seguente: ”...la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque perse da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tenere lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato” 
(Commento al Salmo 60,3; CCL 39,766).
Pertanto, Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.
San Tommaso D’Aquino, nel suo Commento al Padre nostro, dopo aver premesso che Dio ‘tenta’ l’uomo per saggiarne le virtù, e che essere indotti in tentazione vuol dire consentire ad essa, scrive: “In questa (domanda) Cristo ci insegna a chiedere di poterli evitare (i peccati), ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato,e ci fa dire: ‘Non ci indurre in tentazione’.”[...].
L’Aquinate poi, chiarito che la carne, il diavolo e il mondo tentano l’uomo al male, annota che la tentazione si vince con l’aiuto di Dio, in quale modo? “Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione”[...]. Infine, si chiede: “Ma forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: ‘non ci indurre in tentazione’? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista: ‘Non abbandonarmi quando declinano le mie forze’ (Sal 71[70],9). E Dio sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato”.
A questo si deve aggiungere anche il commento al Padre nostro di Ratzinger, dalla trilogia delle sue opere.
Quindi, secondo questi autori conserva tutto il suo senso la petizione “et ne nos inducas in temptationem”: il testo latino corrisponde esattamente all’originale greco del Nuovo Testamento. Il punto focale è prendere in considerazione tutta la Rivelazione biblica, nella quale Dio si manifesta in modo “cattolico”: etimologicamente, secondo la globalità dei fattori, che caratterizzano la vicenda umana e che non sfuggono in alcun modo a Lui, se è vero il detto: non muove foglia che Dio non voglia.
Del resto, non dice Giobbe: se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male? Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore. E Gesù: tutti i capelli del vostro capo sono contati. Per questo, Dio è cattolico, come disse von Balthasar.


lunedì 13 agosto 2018

Il pensiero di Benedetto XVI – Joseph Ratzinger sulla questione del “E non c’indurre in tentazione”

Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).
Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l’alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù: «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).
Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l’uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata. In realtà all’uomo – a ogni uomo – interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di Satana, che l’Apocalisse definisce «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell’uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.
Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l’uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell’uomo. Mediante la sua fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l’onore dell’uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l’onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell’oscurità più profonda, la fede in Dio.
Il Libro di Giobbe può anche esserci d’aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l’uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell’uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l’uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L’amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l’inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei – mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest’ultima libertà – un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta – e tuttavia un percorso necessario.
Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po’ più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c’indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).
E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell’altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam – per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell’uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un’epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.
Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall’altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13).

Fonte: Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dal Battesimo alla Trasfigurazione, Città del Vaticano – Milano, 2007, pp. 118-121

In attesa della sciagurata ed annunciata modifica

I veri cattolici continueranno a recitare la formula tradizionale "non ci indurre in tentazione" .... così come l'hanno recitata anche loro ....





venerdì 9 marzo 2018

mercoledì 31 gennaio 2018

«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

Dopo il contributo di Augustinus sul tema del “non indurci in tentazione” pubblicato nei giorni scorsi su questo blog (v. qui), ecco un godibile breve saggio, oggi, festa di S. Giovanni Bosco, del nostro amico Franco Parresio.




«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

di Franco Parresio

È ormai ufficiale: a fine anno cambierà nelle chiese italiane la recita del Padre nostro: da dire «E non ci indurre in tentazione», si dovrà dire: «E non abbandonarci alla tentazione» (vqui).
Si tratta di una reinvenzione – frutto della traduzione pedestre approvata nel 2008 dalla CEI – del tutto erronea e fuorviante, nonché blasfema della preghiera per antonomasia del cristiano.
Se per Jean Carmignac (ormai da tempo defunto) «“Non ci indurre in tentazione” è un’affermazione blasfema» (v. qui), ancor più blasfema suona l’affermazione «Non abbandonarci alla tentazione»! Blasfema perché imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti. Esattamente come Adamo, che si schernisce rinfacciando a Dio: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gn 3,12).
Se Gesù, nostro Signore e Maestro, ci fa dire: «E non ci indurre in tentazione (et ne nos inducas in tentationem)» (Mt 6,13) è perché sa benissimo – Egli che pure «fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo (ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a diabolo)» (Mt 4,1) – il peso schiacciante della tentazione, onde, per non entrare in essa e cadervi, raccomanda di vegliare e pregare (Cfr. Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40; Lc 22,46); confortati dall’apostolo Paolo che rassicura: «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).
Si capisce, allora, bene – e senza strumentalizzazioni semantiche di carattere biblico-teologico, che farebbero rivoltare nella tomba lo stesso card. Martini – l’esortazione dall’apostolo Giacomo quando scrive: «Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte» (Gc 1,12-15).
Da notare, poi, che la stessa Bibbia CEI 2008 si è guardata bene dal modificare il passo di Matteo 4,1 traducendo: «Allora Gesù fu abbandonato dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo», giacché vi fu condotto, per essere «provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). E questo in linea col principio evangelico secondo il quale «il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro» (Gv 6,40). E quale preparazione meglio della tentazione? «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1).
Ma tutto questo evidentemente non interessa ai lodatori della Chiesa in uscita, pronti a somministrarci questa nuova supposta teologia liturgica postconciliare (supposta in tutti i sensi), che finalmente può cantare vittoria facendo propria La rivoluzione di Mogol (1967): «E son bastati pochi anni, soltanto poche ore per fare un mondo migliore; un mondo dove tutti saranno perdonati; chi ha vinto e chi ha perduto vedrai si abbraccerà» (ascolta qui).
Infatti, visto e considerato «con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano (si noti che in latino “irreversibile” si traduce “letalis”), si potranno ad arte eludere nelle celebrazioni eucaristiche, e ove previsti, i riti penitenziali. Tanto a che servono?! E così anche si potrà eludere il can. 989 che prescrive: «Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno». Che peccati gravi da confessare se Dio abbandona alla tentazione?
Ma come difendersi da questi inevitabili effetti collaterali e/o indesiderati della nuova supposta e supponente teologia liturgica?
Qualcuno già pensa di disertare la nuova Messa. Sbagliato! Basta leggere attentamente il foglietto illustrativo, cioè i documenti magisteriali ad hoc, per agire di conseguenza. Nella fattispecie consigliamo la Mediator Dei, l’Enciclica di Pio XII sulla Sacra Liturgia, che da poco ha compiuto settant’anni (portati benissimo), la quale, parlando della “partecipazione dei fedeli”, se da una parte vuole «che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote […]: quando, cioè, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l’una e l’altra cosa», dall’altra riconosce che «l’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli. Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura».
Faccio notare che per la Mediator Dei questo principio vale non solo per il “Messale Romano” scritto in lingua latina: vale per «il “Messale Romano” anche se è scritto in lingua volgare»!
E questo dovendo stringere gli occhi e bere aceto dinanzi alla distruzione di Messa in forma ordinaria e… volgare, non potendo accedere alla boicottata Messa celebrata in forma straordinaria e davvero “Santa”.

sabato 27 gennaio 2018

«Non ci indurre in tentazione»: un problema per la neo-chiesa

Già Bergoglio, parlando in una trasmissione – che ha fatto flop in tutti i sensi, venendo seguita letteralmente solo da quattro gatti (vqui. Cfr. G. ScaleseUn motivo ci deve essere, in Antiquo robore, 11.1.2018)  – dedicata alla preghiera del “Padre nostro”, aveva avuto da ridire sull’espressione «non ci indurre in tentazione», affermando che, secondo lui, la traduzione sarebbe errata (vqui. Cfr. G.G. VecchiPapa Francesco «corregge» il Padre nostro: «Dio non ci induce in tentazione, la traduzione è sbagliata», in Corriere della sera, 6.12.2017Il Papa "corregge" il Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione? La traduzione è sbagliata», in Il messaggero, 6.12.2017), manifestando che le traduzioni liturgiche fossero …. alterate …. ops … modificate volevamo dire (cfr. Fra CristoforoBergoglio cambierà il Padre Nostro. Ovviamente con la traduzione sbagliata, in Anonimi della Croce, 6.12.2017. Per una ricostruzione della vicenda, Finan Di LindisfarneUn enigma per tutti i lettori: la questione del Padre Nostro lanciata dagli Anonimi della Croce e tre settimane dopo l’affermazione di Papa Bergoglio…un caso?ivi, 9.12.2017).
Subito, la serva sciocca della CEI, completamente asservita al padrone mondano di turno, si è adoperata per questa modifica, adattando il testo liturgico a quello della traduzione del 2008, dove il «non ci indurre» sarebbe reso «non ci abbandonare». Lo ha annunciato giorni fa Galantino (J. ScaramuzziGalantino: “Anche a messa la nuova traduzione del Padre Nostro”, in Vatican Insider, 25.1.2018). Anzi, molti la danno per sicura per la fine di quest’anno 2018, giacché al tema sarà dedicata un’apposita assemblea straordinaria dei vescovi nel novembre di quest’anno (cfr. G.G. Vecchi«E non abbandonarci alla tentazione» La traduzione del Padre Nostro nelle chiese italiane cambia a fine anno, in Corriere della sera, 25.1.2018). Evidentemente, ironizza il giornalista Marco Tosatti, per giustificare questa modifica, che non è traduzione, ma tradimento del testo, deve essere stato scoperto – e sino ad oggi tenuto nascosto – qualche frammento del testo del Pater risalente al I sec. d.C., perché, diversamente, saremmo di fronte ad una plateale alterazione del testo biblico e liturgico (v. M. TosattiIl Padre Nostro sarà modificato e zuccherato. Trovato un frammento del I secolo d.C. con la nuova versione? Purtroppo no, in Stilum Curiae, 26.1.2018, nonché in Riscossa cristiana, 26.1.2018).
Da un punto di vista linguistico quale sarebbe la traduzione più fedele?
Spiega l’autore noto come Fra Cristoforo: «Prendiamo dunque il versetto in questione dal testo originale greco: “κα μ εσενέγκς μς ες πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) chesignifica esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione ineis può reggere solo l’accusativo. Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.
Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI. Completamente errata. Vi spiego perché – Appunti per chi fa le ore piccole, in Anonimi della Croce, 14.11.2017).
Da un punto di vista semantico, dunque, il “non ci indurre” è la traduzione più fedele. Per la verità, c’è chi ha avanzato che l’espressione, nell’originale semitico/aramaico, pronunciato da Gesù, avrebbe un diverso significato (cfr. G. Pulcinelli“Non ci indurre in tentazione”, il vero significato, in Famiglia cristiana, 13.9.2017; Gelsomino Del Guercio, Quando recitiamo il Padre Nostro cosa vuol dire “non ci indurre in tentazione”?, in Aleteia, 14.9.2017). Altri, in maniera più onesta, riconducono l’idea del “non abbandonarci” più che ad una lettura letterale, quanto piuttosto interpretativa e catechetica, concludendo che sarebbe preferibile, liturgicamente, non far uso di siffatte chiavi ermeneutiche, ma di mantenersi fedeli al testo letterale (cfr. S. TarocchiLa traduzione del «Padre nostro»: qual è quella più corretta?, in Toscana Oggi, 4.6.2014). L’Aquinate, del resto, commentando giusto il Pater, osservava «Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato» (cfr. G. ZorodduSan Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017). S. Agostino d’Ippona, inoltre, ricordava che una cosa è essere indotti in tentazione altra è tentare, concludendo che «avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio» (Id., “Una cosa è essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati” (S. Agostino)ivi). In senso non dissimile si era espresso pure il catechismo tridentino di S. Pio V, allorché spiegava che «essere indotti in tentazione significa soccombere alla tentazione» (Id., Il falso problema della traduzione del Pater, ivi, 8.12.2017).
è significativo notare che né Lutero né la Bibbia di Re Giacomo avevano dubbi sulla traduzione, traducendo correttamente “non ci indurre in tentazione”: «führe uns nicht in Versuchung», «Lead us not into temptation». E persino un modernista, sebbene raffinato e colto, come il card. Martini, commentando quest’invocazione del Pater, rammentava: «è chiaro che il “non ci indurre” non vuol dire che Dio tenta al male, ma che permette la tentazione come parte della nostra esperienza, che in qualche modo ci è necessaria per crescere nella fede, speranza e carità. Naturalmente è una trappola in cui il tentatore satana fa di tutto per farci cadere. E noi chiediamo di essere liberati da questa trappola, che è realissima e pericolosa, anche se ci passiamo a fianco, se cerchiamo di evitarla» (C. M. MartiniNon sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostroV Meditazione).
Tuttavia, ai di là del significato filologico e teologico, verrebbe da chiedersi: possibile che in duemila anni nessuno abbia voluto adoperare la traduzione/tradimento auspicata da Bergoglio e oggi dalla CEI anche per uso liturgico? D’accordo che è adoperata già in alcune lingue nazionali, come il francese. Resta il fatto che non si è compreso, a nostro avviso, il vero significato, preferendogli attribuire un senso politicamente corretto … .
Spiega Fra Cristoforo: «molti si sono chiesti: Come può Dio “indurre” in tentazione? Ci sono tantissimi passi biblici che dimostrano come Dio induce alla tentazione e alla prova. Non ci si può scandalizzare, pensando sempre che Dio abbia solo la “mielosa misericordia” (oggi molto di moda nella neochiesa), trascurando la Croce, la prova e la tentazione. Ricordate Genesi 22 quando il Signore chiede ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco? E’ vero. Appena vide la sua fedeltà l’angelo fermò la mano di Abramo. Ma provate a pensare lo stato d’animo di questo patriarca, mentre saliva sul monte Moria per uccidere suo figlio in obbedienza a Dio; mi viene in mente anche Esodo 4,24 dove si dice che il Signore, mentre Mosè tornava in Egitto dopo la sua fuga “gli venne contro e cercò di farlo morire”; oppure il capitolo 1 del libro di Giobbe, dove si legge a chiare lettere che Dio da il permesso a satana di tentarlo e provarlo. O ancora nel Nuovo Testamento dove si dice che Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1), e appare chiaro che è lo Spirito Santo che conduce Gesù nel deserto per subire la prova della “tentazione”. E anche San Paolo in 2 Cor 12,7 dice: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia”. La Scrittura è piena zeppa di citazioni simili. Dio ti mette nella prova, anche quando questa prova è una “tentazione”. Ecco allora il vero senso del versetto “non ci indurre in tentazione”. E’ la preghiera al Padre, di noi figli, che chiediamo di essere risparmiati dalla “tentazione”, di uscirne indenni, come i tre giovani nella fornace (Daniele 3).
Del resto se vogliamo seguire il Signore in modo autentico il Siracide 2 ci dice: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione”» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI, cit.).
Il vero significato, dunque, di quell’invocazione contenuta nel Pater non è quello di Dio che tenta, ma quello di Dio che mette alla prova, anche quando questa prova è la tentazione. Forse la migliore spiegazione di quel versetto la diede Dio stesso all’anacoreta S. Antonio abate, lungamente tentato dal diavolo. S. Atanasio nella Vita Antonii così riferisce le parole del Signore dinanzi ad Antonio che gli chiedeva ragione perché non fosse intervenuto prima, sin dall’inizio, per porre fine alle sue sofferenze e tentazioni: «Antonio, ero là! Ma aspettavo per vederti combattere; poiché hai resistito e non ti sei lasciato vincere, sarò sempre il tuo aiuto e farò sì che il tuo nome venga ricordato ovunque» (Atanasio di AlessandriaVita di Antonio, Paoline, 2007, pp. 96-97. Cfr. R. BarilePadre Nostro, una traduzione, tanti significati, in LNBQ, 7.12.2017, nonché in Il Timone, 7.12.2017).

Augustinus Hipponensis

sabato 10 gennaio 2015

Perché a Messa non bisogna prendersi per mano durante il Pater o alzare le mani al Cielo

Per stigmatizzare un abuso liturgico durante le nostre Celebrazioni Eucaristiche … Un'ennesima prova della protestantizzazione delle stesse. 

PERCHÉ A MESSA NON BISOGNA PRENDERSI PER MANO DURANTE IL PADRE NOSTRO, O ALZARE LE MANI AL CIELO

di Henry Vargas Holguín


La pratica di prendersi per mano al momento di recitare il Padre Nostro deriva dal mondo protestante. Il motivo è che i protestanti, non avendo la Presenza Reale di Cristo, ovvero non avendo una comunione reale e valida che li unisca tra loro e con Dio, considerano il gesto di prendersi per mano un momento di comunione nella preghiera comunitaria.
Noi nella Messa abbiamo due momenti importanti: la Consacrazione e la Comunione. È lì – nella Messa – che risiede la nostra unità, è lì che ci uniamo a Cristo e in Cristo mediante il sacerdozio comune dei fedeli; il prendersi per mano è ovviamente una distrazione da questo. Noi cattolici ci uniamo nella Comunione, non quando ci prendiamo per mano.
Nell'Istruzione Generale del Messale Romano non c'è nulla che indichi che la pratica di prendersi per mano vada effettuata. Nella Messa ogni gesto è regolato dalla Chiesa e dalle sue rubriche.
È per questo che abbiamo parti particolari della Messa in cui inginocchiamo, parti in cui ci alziamo, altre in cui ci sediamo ecc., e non c'è alcuna menzione nelle rubriche che parli del fatto che dobbiamo prenderci mano al momento di recitare il Padre Nostro.
Si deve quindi evitare questa pratica durante la celebrazione della Messa. Se qualcuno vuole farlo può (a mo' di eccezione) con qualcuno di assoluta fiducia, senza forzare nessuno, senza dar fastidio a nessuno e senza volere che questa pratica diventi una norma liturgica per tutti.
Bisogna tener conto del fatto che non tutti vogliono prendere la mano del vicino, e cercare di imporlo è qualcosa che va a detrimento della preghiera, della pietà e del raccoglimento.
Un'altra cosa molto diversa è la preghiera comunitaria al di fuori della Messa; quando si recita fuori dalla Messa non c'è alcuna opposizione se si prende la mano di qualcuno, perché è un gesto emotivo e simbolico.
Questo, come altri atteggiamenti, non è altro che l'esaltazione del sentimento. L'essere in comunione con qualcuno non consiste tanto nel prendere qualcuno per mano quando si recita il Padre Nostro, ma nel fatto di essere confessato, di essere in stato di grazia e soprattutto nell'essere preparato all'Eucaristia.
Se il gesto di prendersi la mano fosse necessario o importante o conveniente per tutta la Chiesa, i vescovi o le Conferenze Episcopali avrebbero inviato già da molto tempo una richiesta a Roma perché questa pratica venisse impiantata. Non lo hanno fatto, né credo che lo faranno mai.
Un'altra cosa che vedo molto quando si recita il Padre Nostro è che la gente alza le mani come fa il sacerdote. Nemmeno questo va bene, perché non spetta ai laici durante la Messa compiere gesti riservati al sacerdote o pronunciare le parole o le preghiere del sacerdote confondendo il sacerdozio comune con il sacerdozio ministeriale.
Solo i sacerdoti stendono le mani, e la cosa migliore è che i fedeli restino o preghino con le mani giunte perché la fede interiore è ciò che conta, è quello che Dio vede.
I gesti esterni nella Santa Messa da parte dei sacerdoti servono a far sì che i fedeli – in primo luogo – vedano che il sacerdote è l'uomo designato che intercede per loro.
Stendere le braccia nella preghiera era già abituale nella Chiesa delle origini, ma nel contesto di un circolo di preghiera, o nella preghiera in privato o in un altro incontro non liturgico.
I gesti nella Messa sono precisi sia nel sacerdote che per i fedeli; ciascuno fa i propri e i fedeli non devono copiare quelli dei sacerdoti. I gesti dei fedeli nella Messa sono le loro risposte, il loro canto, le loro posizioni.
Sia prendere la mano di qualcuno che alzare le mani recitando il Padre Nostro sono, nei fedeli, pratiche non liturgiche, che pur non essendo esplicitamente proibite nel Messale non corrispondono nemmeno a una sana liturgia.
I fedeli non devono ripetere né con parole né con azioni ciò che dice e fa il sacerdote la cui funzione è presiedere l'assemblea liturgica.

Fonte: Il Timone, 31.12.2014. L'articolo era stato originariamente pubblicato, in lingua italiana, da Aleteia, 30.12.2014