Di quale luce ha bisogno
l’uomo in questo Natale? Infatti, il mondo oggi non ci insegna a cercare una
luce da accogliere, ma ci dice che noi siamo già adulti e illuminati.
L’uomo del Natale di
oggi, non ha bisogno della luce, perché tutto ciò che fa è già giusto, perché
l’unica cosa necessaria è essere adulti e indipendenti da Dio. È questo il
motivo per il quale Adamo diede il morso al boccone della sua caduta: «Dio sa
che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come
Dio» (Gn 3, 5). Ed è per questo che il mondo oggi pensa di avere già la luce e
che non ci siano conseguenze buone o cattive nelle azioni degli uomini.
Ma non è questa la luce
di cui l’uomo ha bisogno. Infatti, esiste un’empietà da rinnegare (cfr. Tt 2,
12) e una luce nuova da accogliere nella mente, una Luce apparsa a Natale per
portare la Grazia e la Verità.
A dire il vero, una
certa luce l’uomo l’ha ricevuta già quando fu creato, perché l’uomo è dotato di
ragione ed essa è una luce. Infatti,
solo in apparenza sembra che oggi nessuno si renda conto dell’esistenza di
colpe da farsi perdonare davanti a Dio o pene da subire a causa delle proprie
azioni cattive. Ma in realtà sappiamo ancora dire quando un albero è buono e fa
frutti buoni. E sappiamo giudicare anche le azioni: riconosciamo, infatti,
quando un’autista guida bene o da folle; riusciamo a distinguere, dunque, il
bene dal male sia negli eventi fisici e naturali che in tutto ciò che dipende
dall’uomo. E questi due tipi di male non sono uguali.
C’è il male che vediamo
in un cane privo d’un occhio e questo lo si potrebbe chiamare peccato della natura, come lo chiamavano
alcuni antichi e santi. E questo della natura è un peccato che è una pena, perché a quel cagnolino manca qualcosa…
eppure non ha nessuna colpa, poverino.
In effetti è vero. Il
punto è proprio questo: la colpa è un
male diverso che non riguarda i peccati della
natura, ma solo quelli fatti dall’uomo. Questo è quel male che San Paolo chiama
«empietà» (Tt 2, 11) e che la grazia di Dio «apparsa» (ib.) a Betlemme ci
insegna a rinnegare, perché la grazia intende guarirci dalla colpa e portarci
così alla «salvezza» (ib.).
Ma la colpa, come detto,
è un male diverso, esiste solo negli uomini ed è forse importante che ci sforziamo
di ricordare una cosa: perché la colpa contraddistingue noi uomini rispetto
alle altre creature?
Perché solo gli uomini
si «accorgono di essere nudi» (Gn 3, 7), cioè che le loro azioni sono integre e
senza difetti di produzione, oppure che mancano di qualcosa necessario a renderle
integralmente buone. L’uomo è capace di ciò perché la Legge eterna ha posto
nell’uomo un metro speciale e interno per misurare le proprie azioni. Questo
metro è la ragione e l’uomo può misurare così i propri atti e vedere che sono
buoni o mancanti. Neanche i grandi della terra sfuggono a questo metro. Disse,
infatti, Dio a un grande re: «Sei stato pesato sulle bilance e sei stato
trovato mancante» (Dn 5, 27).
Giudice severo la
ragione, specialmente quando si troverà davanti a Dio, perché la ragione
davanti a Dio è come la luce degli occhi davanti a uno specchio purissimo.
Tuttavia, così come la
ragione rimprovera l’uomo per le sue colpe, così lo loda quando agisce secondo
la misura giusta e con azioni meritevoli. Perciò, gli uomini meritano o demeritano
davanti a Dio.
Poiché, però, la ragione
è un dono di Dio, il sommo metro di giudizio è Dio. Perché «ciò che di Dio si
può conoscere» (Rm 1, 19) non soltanto Egli lo ha «manifestato» (ib.) nelle Sue «opere» (ib.), prima ancora che il Verbo si
incarnasse a Betlemme; ma anche perché la ragione o «intelletto» (ib.) che Egli ci ha donato è capace di
leggere dentro le opere da Lui create
ricavarne un’idea di alcune «perfezioni invisibili» (ib.) di Dio, come la Sua Legge e la Sua «eterna potenza e divinità»
(ib.). Solo così la ragione è una
maestra e una regola naturale donataci da Dio con la creazione.
Ma oggi gli uomini si
ricordano della ragione a puntate alterne. E così, quando compiono il male o
quando i «re della terra» (Sal 2, 2) fanno leggi contro il ben dell’intelletto,
costoro stanno nei fatti rifiutando di ascoltare la ragione umana e anche
quella divina, allo stesso modo in cui uno squattrinato rifiuta di pensare ai
creditori o un uomo assai ingrassato rifiuta la bilancia.
Al contrario, le persone
si ricordano molto più volentieri di essere padrone e responsabili delle
proprie azioni, quando ciò significa ricevere lodi per i meriti. Ma anche
questo è a volte solo un modo «per essere lodati dagli uomini» (Mt. 6, 2).
Sicché lo fanno per gli uomini e non per il bene della ragione e di CHI gliela
donò. E così rischiano di allontanarsi dai beni dell’anima anche quando
compiono azioni ragionevoli, perché le compiono agli occhi del mondo e non agli
occhi di ciò che è bene davanti a Dio.
Oggi, allora, gli uomini
accettano di ascoltare la ragione a puntate alterne. Che pena! È come se un
cane si privasse di un occhio “a puntate”. Ma nel cane ogni male è
un’imperfezione non voluta, perciò è una pena, ma non una colpa.
Per noi uomini invece
non è così. Per questo il re Davide canta: «Non siate come il cavallo e come il
mulo privi d’intelligenza; si piega la loro fierezza con morso e briglie, se
no, a te non si avvicinano» (Sal 31, 9).
Ma c’è una notizia nuova
in ogni Natale: dalla stirpe di Davide è nato un bimbo; il Verbo stesso di Dio
si è fatto carne ed è apparsa per noi «la grazia di Dio […] che ci insegna a
rinnegare l’empietà» (Tt 2, 11-12) e dona luce nuova alle menti e vera pace nel
cuore.
Sarebbe davvero
rischioso rifiutare anche questa Luce, che non è più solo naturale, come la
nostra ragione, ma è una Luce di Grazia e di Verità.