Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 1 gennaio 2017

Quale traduzione della Bibbia?

In questo giorno dell’Ottava di Natale, volentieri pubblichiamo questo breve contributo del prof. Abbruzzi.

Quale traduzione della Bibbia?

di Vito Abbruzzi


Nel mio precedente articolo su «Il Sol invictus e il “Prologo” di San Giovanni» (qui) ho messo in evidenza i limiti semantici della precedente traduzione ufficiale della Bibbia approvata dalla CEI nel 1974, proprio a proposito della frase «et tenebræ eam non comprehenderunt», resa infelicemente in italiano «ma le tenebre non l’hanno accolta», finalmente chiarita dalla successiva traduzione ufficiale del 2008: «e le tenebre non l’hanno vinta».

Ma non ho risparmiato critiche nemmeno all’autorevole traduzione della Vulgata fatta da Mons. Antonio Martini nel 1778, che ha goduto di incontestata ufficialità per circa due secoli (quasi tutti i libri di spiritualità - compresi i breviari e i messalini ad uso popolare - stampati sino al Concilio Vaticano II la riportano) e che oggi sta conoscendo una nuova stagione di interesse esegetico, grazie alla encomiabile opera di digitalizzazione dell’intero testo della sua Bibbia con le note originali di lui, e facilmente consultabile in internet. Anche il Martini – come dicevo – ha preso un abbaglio, traducendo «e le tenebre non l’hanno ammessa».

Stesso errore dicasi per l’altra autorevole traduzione fatta da Mons. Fulvio Nardoni negli anni ’40 del secolo scorso, che dopo quella del Martini ha goduto di ufficialità sino al 1974, ma che ha continuato ad essere pubblicata anche dopo il ’74; ed è pur essa ancora oggi largamente consultata. E proprio perché autorevole, il curatore della Bibbia CEI ’74 ha preferito riportare pari pari la traduzione del Nardoni a proposito del Prologo giovanneo, sacrificando la corretta esegesi al debito ossequio verso questo professore, definito “pievano mugellano dotto e coraggioso” (v. qui). Infatti, come il Nardoni, il traduttore del ’74 ha usato lo stesso verbo “accogliere” per rendere in italiano comprehendo e recipio (cfr. Gv 1, 12). Quest’ultimo verbo indica accoglimento; non già il primo, che principalmente significa “prendere” nel senso di “afferrare”, “catturare”, “occupare”, “arrestare” (Castiglioni-Mariotti); come esattamente fa il padre Ceslao Pera O.P. nel suo Liber Missalis. Il libro per la Messa secondo il Rito Romano, edito dalla Marietti nel 1950, che ben traduce: «E la luce splende nella tenebra e la tenebra non l’arrestò».

Ma, allora, la domanda sorge spontanea: quale traduzione seguire per la corretta interpretazione della Bibbia, se anche l’ultima del 2008 risulta essere alquanto infelice rispetto alla precedente del 1974? Non assolutizzando alcuna di esse, ma confrontandole, di volta in volta, tra di loro, alla luce dei testi originali, nella fattispecie la Vulgata di San Girolamo, prima scuola di esegesi biblica. 

Un esempio di ciò l’ho dato nel mio articolo su San Giuseppe, smentendo i vangeli apocrifi circa la presunta vecchiezza di questi, dimostrandone la virilità, alla luce dell’espressione latina “vir iustus” (Mt 1, 19) utilizzata da San Girolamo, di chiara formazione ciceroniana.

Questa lezione la devo a Mons. Scarafile, quando, da vescovo ausiliare della mia diocesi di Conversano, tenne a me e ad un altro seminarista di teologia una lectio divina, nell’intimità della piccola cucina del suo mini appartamento in episcopio: avanti a sé aveva la Bibbia di Gerusalemme, la Bibbia Interconfessionale e il Merk (Novum Testamentum graece et latine); ci disse che così avremmo dovuto fare anche noi. Aveva ragione!

La lezione non solo non l’ho scordata, ma l’ho fatta mia, consultando per lo stesso passo biblico tutti i testi in mio possesso, compresi quelli digitalizzati sul web. Di questi, oltre alla Bibbia Martini, di cui ho indicato il link, segnalo anche il sito Bibbia.net, fatto molto bene e che mette a confronto le bibbie CEI 2008, CEI 74 e TILC (traduzione interconfessionale in lingua corrente): validissimo motore di ricerca per citazione e per parola, ottimo strumento di esegesi, nonché di teologia biblica. E, dulcis in fundo, l’intera Vulgata di San Girolamo edita da papa Clemente VIII e per questo detta "Vulgata Clementina", si segnala quest’altro sito. Buona navigazione.






venerdì 30 dicembre 2016

La luce delle menti

Sempre in tema, rilanciamo questo contributo di P. Vladimiro Caroli, in ideale continuazione con quello precedente del prof. Abbruzzi.

La luce delle menti

di P. Vladimiro Caroli O.P.

«È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà» (Tt 2, 11-12).

«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9).

Di quale luce ha bisogno l’uomo in questo Natale? Infatti, il mondo oggi non ci insegna a cercare una luce da accogliere, ma ci dice che noi siamo già adulti e illuminati.
L’uomo del Natale di oggi, non ha bisogno della luce, perché tutto ciò che fa è già giusto, perché l’unica cosa necessaria è essere adulti e indipendenti da Dio. È questo il motivo per il quale Adamo diede il morso al boccone della sua caduta: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio» (Gn 3, 5). Ed è per questo che il mondo oggi pensa di avere già la luce e che non ci siano conseguenze buone o cattive nelle azioni degli uomini.
Ma non è questa la luce di cui l’uomo ha bisogno. Infatti, esiste un’empietà da rinnegare (cfr. Tt 2, 12) e una luce nuova da accogliere nella mente, una Luce apparsa a Natale per portare la Grazia e la Verità.
A dire il vero, una certa luce l’uomo l’ha ricevuta già quando fu creato, perché l’uomo è dotato di ragione ed essa è una luce. Infatti, solo in apparenza sembra che oggi nessuno si renda conto dell’esistenza di colpe da farsi perdonare davanti a Dio o pene da subire a causa delle proprie azioni cattive. Ma in realtà sappiamo ancora dire quando un albero è buono e fa frutti buoni. E sappiamo giudicare anche le azioni: riconosciamo, infatti, quando un’autista guida bene o da folle; riusciamo a distinguere, dunque, il bene dal male sia negli eventi fisici e naturali che in tutto ciò che dipende dall’uomo. E questi due tipi di male non sono uguali.
C’è il male che vediamo in un cane privo d’un occhio e questo lo si potrebbe chiamare peccato della natura, come lo chiamavano alcuni antichi e santi. E questo della natura è un peccato che è una pena, perché a quel cagnolino manca qualcosa… eppure non ha nessuna colpa, poverino.
In effetti è vero. Il punto è proprio questo: la colpa è un male diverso che non riguarda i peccati della natura, ma solo quelli fatti dall’uomo. Questo è quel male che San Paolo chiama «empietà» (Tt 2, 11) e che la grazia di Dio «apparsa» (ib.) a Betlemme ci insegna a rinnegare, perché la grazia intende guarirci dalla colpa e portarci così alla «salvezza» (ib.).
Ma la colpa, come detto, è un male diverso, esiste solo negli uomini ed è forse importante che ci sforziamo di ricordare una cosa: perché la colpa contraddistingue noi uomini rispetto alle altre creature?
Perché solo gli uomini si «accorgono di essere nudi» (Gn 3, 7), cioè che le loro azioni sono integre e senza difetti di produzione, oppure che mancano di qualcosa necessario a renderle integralmente buone. L’uomo è capace di ciò perché la Legge eterna ha posto nell’uomo un metro speciale e interno per misurare le proprie azioni. Questo metro è la ragione e l’uomo può misurare così i propri atti e vedere che sono buoni o mancanti. Neanche i grandi della terra sfuggono a questo metro. Disse, infatti, Dio a un grande re: «Sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante» (Dn 5, 27).
Giudice severo la ragione, specialmente quando si troverà davanti a Dio, perché la ragione davanti a Dio è come la luce degli occhi davanti a uno specchio purissimo.
Tuttavia, così come la ragione rimprovera l’uomo per le sue colpe, così lo loda quando agisce secondo la misura giusta e con azioni meritevoli. Perciò, gli uomini meritano o demeritano davanti a Dio.
Poiché, però, la ragione è un dono di Dio, il sommo metro di giudizio è Dio. Perché «ciò che di Dio si può conoscere» (Rm 1, 19) non soltanto Egli lo ha «manifestato» (ib.) nelle Sue «opere» (ib.), prima ancora che il Verbo si incarnasse a Betlemme; ma anche perché la ragione o «intelletto» (ib.) che Egli ci ha donato è capace di leggere dentro le opere da Lui create ricavarne un’idea di alcune «perfezioni invisibili» (ib.) di Dio, come la Sua Legge e la Sua «eterna potenza e divinità» (ib.). Solo così la ragione è una maestra e una regola naturale donataci da Dio con la creazione.
Ma oggi gli uomini si ricordano della ragione a puntate alterne. E così, quando compiono il male o quando i «re della terra» (Sal 2, 2) fanno leggi contro il ben dell’intelletto, costoro stanno nei fatti rifiutando di ascoltare la ragione umana e anche quella divina, allo stesso modo in cui uno squattrinato rifiuta di pensare ai creditori o un uomo assai ingrassato rifiuta la bilancia.
Al contrario, le persone si ricordano molto più volentieri di essere padrone e responsabili delle proprie azioni, quando ciò significa ricevere lodi per i meriti. Ma anche questo è a volte solo un modo «per essere lodati dagli uomini» (Mt. 6, 2). Sicché lo fanno per gli uomini e non per il bene della ragione e di CHI gliela donò. E così rischiano di allontanarsi dai beni dell’anima anche quando compiono azioni ragionevoli, perché le compiono agli occhi del mondo e non agli occhi di ciò che è bene davanti a Dio.
Oggi, allora, gli uomini accettano di ascoltare la ragione a puntate alterne. Che pena! È come se un cane si privasse di un occhio “a puntate”. Ma nel cane ogni male è un’imperfezione non voluta, perciò è una pena, ma non una colpa.
Per noi uomini invece non è così. Per questo il re Davide canta: «Non siate come il cavallo e come il mulo privi d’intelligenza; si piega la loro fierezza con morso e briglie, se no, a te non si avvicinano» (Sal 31, 9).
Ma c’è una notizia nuova in ogni Natale: dalla stirpe di Davide è nato un bimbo; il Verbo stesso di Dio si è fatto carne ed è apparsa per noi «la grazia di Dio […] che ci insegna a rinnegare l’empietà» (Tt 2, 11-12) e dona luce nuova alle menti e vera pace nel cuore.
Sarebbe davvero rischioso rifiutare anche questa Luce, che non è più solo naturale, come la nostra ragione, ma è una Luce di Grazia e di Verità.

Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Adorazione dei pastori, 1687, museo della Chiesa di S. Fedele, Milano

Jacques Stella, Adorazione degli angeli, 1635, Lione

Gerard van Honthorst (Gerrit van Honthorst) detto Gherardo delle Notti, Adorazione del Bambino Gesù, 1620 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

Gerard van Honthorst (Gerrit van Honthorst) detto Gherardo delle Notti, Adorazione dei Pastori, XVII sec., Pommersches Landesmuseum, Greifswald

Gerard van Honthorst (Gerrit van Honthorst) detto Gherardo delle Notti, Adorazione dei Pastori, XVII sec., collezione privata

Il Sol invictus e il “Prologo” di San Giovanni

Volentieri rilanciamo questo breve saggio del prof. Abbruzzi.

Il Sol invictus e il “Prologo” di San Giovanni

di Vito Abbruzzi

Ho già ampiamente trattato in due articoli precedenti la questione della nascita di Gesù Cristo, sostenendo la veridicità del 25 dicembre, coincidente con la festa pagana del Sol invictus (La vera data del Natale. Le falsità degli altri, in questo blog, 25.12.2010; La data (in)certa del Natale, ivi, 1.1.2013). Alle prove da me già portate se ne aggiunge ora un’altra molto interessante: quella del Prologo di San Giovanni, in cui leggiamo: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta [et lux in tenebris lucet, et tenebræ eam non comprehenderunt]» (Gv 1, 5).
Come si può ben notare, la citazione è tratta dalla nuova traduzione ufficiale della Bibbia, approvata dalla Conferenza Episcopale Italiana nel 2008. Quantunque ci siano non poche riserve verso questa traduzione, alquanto infelice rispetto alla precedente del 1974, finalmente con essa si è resa giustizia al Prologo giovanneo in lingua italiana, utilizzando termini appropriati sotto il profilo semantico, e non più approssimativi, fonte di equivoci biblico-teologici. Nella Bibbia CEI del ’74, infatti, il brano sopra riportato è così tradotto: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta». A parte quel “ma” (congiunzione avversativa) inesistente, la frase così maldestramente tradotta sembra alludere alla lotta tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male, quando, invece, quest’ultimo altro non è che «carenza del bene che si presenta come privazione: allo stesso modo che chiamiamo cecità la privazione della vista» (San Tommaso, Summa Theol., I, q. 48 art. 3). Le tenebre, dunque, come assenza di luce e non già come antagoniste di essa. Se, infatti, «la luce splende nelle tenebre», è più che logico che queste ultime non possano non accoglierla, o ammetterla (come erroneamente traduce anche l’autorevole Mons. Antonio Martini nel 1778): l’ammettono e basta; anzi fuggono alla vista di essa, come detto nella stessa Liturgia delle Ore: «Notte, tenebre e nebbia, fuggite: entra la luce, viene Cristo Signore. Il sole di giustizia trasfigura ed accende l’universo in attesa» (inno delle Lodi del mercoledì).
E, allora, è più che giusto ribadire la veridicità del fatto che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta», affermando la coincidenza – non affatto casuale – della nascita del Salvatore, quale vero Sol invictus, col solstizio d’inverno.
Se vale l’antico adagio “nomen est omen” (il nome è presagio), in Gesù, Salvatore, vale doppio con la ricorrenza del suo Natale il 25 dicembre, ricordando a ciascuno di noi che Egli è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9).

Giovanni Antonio Santarelli, Bambinello Gesù, XVIII-XIX sec., Santuario, Manopello

Daniel Gran, Gloria del neonato Cristo in presenza di Dio Padre e dello Spirito Santo, XVIII sec.,  Annakirche, Vienna