Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 10 febbraio 2017

10 febbraio 1880 - pubblicazione dell'enciclica "Arcanum divinae" del Sommo Pontefice Leone XIII

Il 10 febbraio 1880 Sua Santità Leone XIII pubblica l’enciclica “Arcanum divinæ” sul Matrimonio cristiano. Il Sommo Pontefice esalta il valore del Matrimonio, elevato da Gesù alla dignità di Sacramento; ricorda l'origine divina delle istituzioni matrimoniali e famigliari; passa in rassegna alcune devianze diffuse tanto nel popolo ebreo quanto fra i Gentili come la poligamia, l’eccessivo potere del "pater familias", la degradazione della donna, il concubinato, il divorzio; riafferma con chiarezza gli scopi e la disciplina del matrimonio cristiano; condanna il matrimonio civile e il divorzio, affermando che alla sola Chiesa Cattolica spetta la potestà legislativa e giudiziaria sul tema.




Franz Seraph von Lenbach, Ritratto di Leone XIII, 1885, Ambasciata di Germania presso la Santa Sede, Roma

venerdì 26 agosto 2016

Bikini o burkini? Una tragicommedia degna di Voltaire

I “tormentoni” di quest’estate, che hanno occupato, prima del terremoto nell’Umbria, pagine e pagine di giornali, sono stati i temi “appassionanti” del “sì o no” al burkini, vale a dire il costume da bagno per le donne islamiche, e del diritto alla poligamia dopo la legge c.d. Cirinnà (cfr. Correttore di bozze, Mi sa che l’orgoglioso “no” laico alla poligamia non durerà molto (questione di burkini), in Tempi, 23.8.2016;  Poligamia, burka e burkini: l’Islam sveglia l’Occidente?, in Corrispondenza romana, 20.8.2016; Maria Guarini, Il problema non è il burkini ma la religione che lo impone, in Chiesa e postconcilio, 19.8.2016; Piero Vassallo, Metamorfosi del femminismo, dal nudismo sessantottino all’incappucciamento islamico, in Riscossa cristiana, 16.8.2016; Paolo Deotto, Poligamia. Perché ha ragione Hamza Piccardo, ivi, 8.8.2016; Tommaso Scandroglio, Dopo le unioni gay diventa un diritto anche la poligamia, in LNBQ, 8.8.2016 nonché in Il Timone, 8.8.2016. V. anche curiosamente, Davide Turrini, Poligamia, perché no? La scrittrice francese appoggia la tesi di Piccardo (Ucoii) ma avverte: “Sia laica non islamica”, in Il fatto quotidiano, 12.8.2016; il provocatorio Vittorio SgarbiLa poligamia? Allora valga pure per le donne, in Il Giornale, 9.8.2016; i discutibili "contro-argomenti" di Dario AccollaUnioni civili come la poligamia? Caro Piccardo, le spiego perché no, in Il fatto quotidiano, 8.8.2016, superabili con le ironiche osservazioni di Sgarbi; Luigi Manconi, La poligamia non può essere un diritto civile in Italia, in Corriere della sera, 8.8.2016).
Sul tema del “burkini”, dai contorni tragicomici, rilanciamo volentieri questo contributo di Cristina Siccardi.

Bikini o burkini? Una tragicommedia degna di Voltaire

di Cristina Siccardi

Nel Trattato sulla tolleranza, una delle più famose opere di Voltaire, pubblicato in Francia nel 1763, troviamo non solo i fondamenti della sconclusionata e luciferina incultura contemporanea, ma, purtroppo, anche i presupposti che hanno permesso a molti uomini di Chiesa e a molti padri del Concilio Vaticano II di abbracciare, a dispetto di una divina e sapiente Tradizione bimillenaria, la libertà religiosa come bene universale.
Oggi arriviamo al punto che, a fronte di una Chiesa che non dice una parola sull’ostentato e disdicevole malcostume contemporaneo, vediamo il premier francese Manuel Valls scendere a sostegno del bando emesso da alcuni comuni francesi contro l’uso del burkini, ideato nel 2004, con enorme successo commerciale fra le musulmane di tutto il mondo, da una stilista australiana di origine libanese, Aheda Zanetti. Valls ha dichiarato che il pudico burkini è «incompatibile con i valori della Francia» e non è un costume da bagno, bensì «l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna». Il bikini o altre forme di spavalda offesa al pudore, invece, sono parte integrante dei “valori” della Francia, che fa della libertà religiosa uno dei suoi più gloriosi fiori all’occhiello. Ed ecco che dal 2000 al 2013 sono state rase al suolo 20 chiese in Francia e, secondo un rapporto del Senato francese, altre 250 avranno la stessa sorte. Silenzio totale da Roma.
Così, impotenti, abbiamo assistito alla polizia di Parigi, in assetto antisommossa, che ha trascinato via a forza sacerdoti e chierichetti della chiesa di Santa Rita (https://it.zenit.org/articles/parigi-cattolici-sulle-barricate-per-difendere-una-chiesa-dalla-demolizione/), che a breve sarà demolita per far posto ad un parcheggio, mentre le moschee legali ed illegali crescono come funghi in tutta Europa, quell’Europa con sempre meno figli suoi, a causa di una denatalità voluta da un’ideologia che demolisce le famiglie e che favorisce gli aborti. Tuttavia l’aconfessionale liberalismo comincia a pagare pegno alla sua irragionevolezza perché la rivoluzione divora i suoi figli, dando spazio a chi alla propria identità non rinuncia, come gli islamici.
Valls e con lui uomini politici e uomini di Chiesa ricordano la Preghiera a Dio del “buonista” Voltaire contenuta proprio nel Trattato sulla tolleranza? Fra questi nefasti sproloqui, portatori di innumerevoli disgrazie e sciagure, affermava il maestro di pensiero dei tagliatori di gole giacobini: «Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi (…) degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura. Fà sì che questi errori non generino la nostra sventura. Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fà che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fà sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fà in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo (…) Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime (…) Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante».
Mentre il dio di Voltaire ha portato alle attuali sciagure di corruzione civile e religiosa, il vero Dio Uno e Trino ha sacrificato Suo Figlio per la salvezza di ognuno. Ha ragione Sergio Romano quando, nella prefazione al Trattato sulla tolleranza (RCS 2010), egli lo definisce un «giornalista», un giornalista che, con le sue passioni intellettuali, la sua vasta cultura, il suo abile modo di raccontare, il suo stile ironico e brillante, la sua curiosità per gli accadimenti del suo tempo, è riuscito diabolicamente a mutare il corso del pensiero europeo e con i suoi grimaldelli a scristianizzare, dopo qualche generazione, le nazioni dove ancora svettano abbazie, cattedrali, chiese di straordinaria potenza e bellezza interna ed esterna.
Prima Lutero nel XVI secolo e poi Voltaire nel XVII secolo hanno lavorato a fianco delle forze malefiche per combattere la Chiesa di Roma, Una Santa Cattolica e Apostolica. Se dapprima le tesi volterriane sono state vincenti poiché c’era un nemico da abbattere, nel XXI secolo i loro risultati, all’atto pratico, iniziano a incrinarsi, a deteriorarsi all’interno di una molteplicità di contraddizioni, distribuite in un immenso labirinto dalle pareti tragicomiche: bikini e/o burkini? Sacerdoti e/o imam nelle chiese? Genitorialità o no alle coppie gay?… Interrogativi che denotano mostruosità fuori di senno e prive di coscienza. Le moderne ambizioni della Dignitatis humanae, un documento conciliare teologicamente tanto discusso quanto staccato dai parametri della vera e pacifica tolleranza cattolica, offrono oggi un frutto amaro sul quale possono operare alacremente gli invasori e prolifici musulmani.
La tragicommedia si conviene assai bene nella nostra epoca, quella che il maestro barocco di questo genere letterario, Pierre Corneille, illustrò così: «Ecco uno strano mostro (…) Il primo atto non è che un prologo, i tre seguenti sono una commedia imperfetta, l’ultimo è una tragedia, e tutto questo cucito insieme fa una commedia». Il Regno di Dio è tutt’altra cosa, un’apoteosi di magnificenza e armonia, beatitudine in terra (come dimostrano i santi) e beatitudine nell’eternità: qui Fede e ragione non obnubilano la mente e l’anima si libra serena nei cieli solcati dalla Verità portata dal Figlio di Dio. Niente a che vedere con gli abissi arati dal «giornalista» Voltaire, che si accontentava di «questo istante».

venerdì 19 agosto 2016

Lutero, un Machiavelli della fede

Da più parti si sentono rumours circa una possibile riabilitazione di Lutero (cfr. Danilo Castellano, Riabilitare Lutero?, in Radiospada, 14.7.2016). Non è una novità. Forse si dimentica che lo stesso Benedetto XVI era sostanzialmente favorevole a questo, sostenendo che l’eresiarca «aveva molte idee cattoliche»; che sarebbe stato un riformatore e non un eretico (cfr. Giacomo Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero “Aveva molte idee cattoliche”, in La Stampa, 5.3.2008).
Molti vorrebbero celebrare il 500° anniversario della disobbedienza dell’eresiarca Lutero, cioè di quella che fu una vera sciagura, insieme a quella dei suoi complici come Calvino, della religione cristiana e che causerà gravi danni sono venuti all’Europa dalla diffusione di quel veleno. Già, del resto, qualificarlo “riformatore” e non per quello che è, cioè eretico, così come affermare che egli avesse “molte idee cattoliche”, costituisce un chiaro ed inequivocabile indice della volontà riabilitativa del personaggio, contraria al Magistero della Chiesa ed all’insegnamento dei Santi. Forse a costoro sfugge il magistero di Leone X, che condannò tutte, o quasi, le idee luterane. In Lutero, già a partire dalle sue 99 tesi, il cattolicesimo si era affievolito, sino a scomparire del tutto negli ultimi suoi libelli. Leone X, vero Papa degno di questo nome, stigmatizzò le idee luterane respingendole, rigettandole totalmente come eretiche, scandalose, false, offensive per le orecchie pie o in quanto capaci di sedurre le menti degli uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica (Bolla Exsurge Domine). E come cattolici si deve prestare fede a quanto stabilito da un Papa come Leone X, attento al bene della Chiesa, piuttosto che ai fallaci tentativi riabilitativi posti in essere da altri. Come cattolici non possiamo non condividere il giudizio caustico di vero docente cattolico, che si esprimeva in questi termini sul nostro eresiarca:
«“Porci, asini, canaglie” erano gli epiteti che Lutero riservava ai suoi avversari. Egli stesso riconosceva di non saper dominare il suo carattere violento. Sui contadini, da lui aizzati alla guerra contro i signori e poi abbandonati, scrisse. “Era tempo ormai di sgozzare i contadini come cani rognosi”. Nei suoi discorsi a tavola così parlava delle tentazioni della carne: “In realtà a questa tentazione il rimedio è facile: vi sono ancora donne e giovanette”. Per edificarsi si leggano negli stessi “Discorsi conviviali” le delicate parole sulle più basse funzioni del corpo. Avendo giurato davanti al cielo e alla terra di restare in perpetua castità, si rese spergiuro e sacrilego, passando poi anche a indegne nozze con una ex monaca, anch’essa spergiura e sacrilega, Caterina Bora. Si decise al matrimonio non solo per soddisfare le sue passioni, ma anche “per far tacere le insinuazioni delle male lingue” che sparlavano delle sue frequenti relazioni con Caterina e con altre ex monache sue compagne. Dopo il suo matrimonio, per non scontentare il suo potente protettore Filippo d’Assia, lo autorizzò a prendersi una seconda moglie, oltre la legittima ancora vivente: e questo - scrisse - “per la sua pace e la salute dell’anima sua”! Risaputa la cosa, non ebbe scrupolo a smentirla con una potente bugia. Riassumendo: omicida e suicida (secondo don Villa), eretico insensato, bestemmiatore accanito, bevitore impenitente, gozzovigliatore formidabile (fu definito per questo il “doctor plenus”), spergiuro e sacrilego, apostata, impuro (veniva chiamato “saxonicus porcus”), di facile scurrilità e trivialità, violento nelle passioni, egocentrico e megalomane, verbalmente aggressivo, nemico mortale del Papa e della Messa. A lui si deve la perdurante apostasia di mezza Europa, ossia (salvo imperscrutabili disegni dell’Onnipotente) la dannazione eterna di intere popolazioni» (v. qui. Sulla poligamia autorizzata da Lutero per il langravio (conte) Filippo I d’Assia (Hessen) detto il Magnanimo, v. Matilda Joslyn Gage, Woman, Church and State: a historical account of the status of woman through the Christian ages: with reminiscences of the matriarchate, N.Y., 1893, 2° ed., pp. 398-431. Sulla figura di Filippo d’Assia e sulla sua poligamia, v. qui).
Ecco quanto scriveva S. Giovanni Bosco sul personaggio: «... Se volessi, o figli, continuare a raccontarvi le innumerevoli contraddizioni di Lutero, non che le brutte e vili espressioni che dava alle cose più sante, i titoli i più villani dati ai più distinti personaggi, ed ai più grandi dottori della Chiesa, ve lo dico schiettamente, non la finirei più. Vi basti il sapere ch’egli stesso asseriva di essere stato mandato dal demonio a riformare la Chiesa, e vantavasi di averlo avuto per suo maestro. Così nel suo libro da lui intitolato: De abroganda Affissa privata, nel quale narra un suo colloquio avuto col demonio, e come ad istigazione di lui egli si movesse a togliere la Messa ...» (san Giovanni Bosco, Il cattolico istruito nella sua religione, Trattenimento XX). Per questo, si può ritenere veritiero quanto affermava la beata Serafina Micheli che vide misticamente Lutero all’inferno (v. don Marcello Stanzione, Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele Arcangelo, 2011; La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012).

Lutero, un Machiavelli della fede

di Francesco Agnoli

In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?

Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale. 

Tomba di Katharina von Bora,
chiesa di St. Marien, Torgau
Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre). Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose”. 
Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale. Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”. In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”. A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”. 

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa. Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perché era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113). 

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però... con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento. Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare. Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma. E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, né i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei...).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta. 

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio. Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile. La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 18.8.2016

sabato 4 luglio 2015

Chi siamo noi per giudicare il matrimonio? Discorso davanti alla Storia del giudice dissenziente sulle nozze gay

Il 26 giugno scorso, come noto e come già da noi ricordato in altra occasione (v. qui), con la celebre sentenza relativa al caso Obergefell v. Hodges, la Corte Suprema degli USA ha, contravvenendo al diritto dei singoli Stati statunitensi, imposto a questi la legittimità delle nozze omosessuali, obbligandoli di fatto a riconoscerle (v. testo della sentenza).
Una sentenza discussa e discutibile (v. qui), che specie negli Stati del Sud, ha suscitato forti reazioni, che hanno fatto avanzare l’idea di una sorta di obiezione di coscienza verso l’applicazione di questa decisione imposta dall’alto (v. quiqui, quiqui e qui), tanto più che - è stato giustamente obiettato - se il presunto amore (che più correttamente dovrebbe dirsi passione disordinata) debba essere il parametro cui rifarsi, perché legittimare solo l'unione di due persone e non già anche quella poligamica? (v. qui). In effetti, è partita dal Montana la battaglia per legalizzare la poligamia, come ci ricorda Tempi in altro contributo (v. anche qui), giacché un uomo, tale Nathan Collier, si è detto pronto a rivolgersi alla stessa Corte Suprema per vedere legittimato il suo desiderio di sposare due donne (v. qui e qui). Ovviamente analogo desiderio hanno espresso tre donne lesbiche del Massachusetts (v. qui).
Una sentenza, quella della Corte Suprema, che, paradossalmente, ha riacceso quei risentimenti tra Stati del Sud e Stati del Nord, che hanno portato a censurare persino la serie televisiva degli anni ottanta del secolo scorso Hazzard per un motivo davvero ... risibile e cioè per la presenza della bandiera confederata (v. qui), ritenuta, a torto, assimilabile alla svastica (v. qui).
La reazione della Chiesa statunitense verso la pronuncia, per la verità, è stata alquanto timida, come ha osservato Rorate caeli riguardo al comunicato dell’arcivescovo di Chicago, mons. Cupich (v. qui). Non è mancato chi abbia ricordato - in conformità con la dottrina della Chiesa - che, oggi, "The sin of sodomy is now called 'marriage:' a lie that is being perpetrated as a law" (v. qui), né la voce di qualche isolato vescovo coraggioso come quello di Rhode Island, mons. Tobin (v. qui). Né è mancato l'avvio di lodevoli petizioni affinché intervenga il Congresso (v. qui).
Anche il mondo dei social network è stato contagiato da questa pronuncia, giacché, subito, Facebook, ad es., ha fatto girare un’applicazione, che consentiva agli utenti l’apposizione di un filtro “arcobaleno” alle foto relative ai propri profili, segnando una tappa nella campagna in favore dell'identità fluida (v. qui). Poco dopo, però, si è scoperto che si trattava di un’indagine di mercato … (v. qui, qui, qui, quiqui e qui). I veri cattolici - non quelli farlocchi e modernisti - si sono opposti a tale omologazione anche con ironia:

La foto-arcobaleno del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg



L'opposizione cristiana:









Intanto, dalle nostre parti, mentre mons. Paglia, discutibilmente, si dice favorevole alla partecipazione delle coppie omosessuali all’incontro mondiale delle Famiglie a Philadelphia (v. le dichiarazioni riportate da Zenit. Cfr. anche qui. In inglese, la notizia è rilanciata da Rorate caeli) e mons. Mogavero, per piacere al mondo, viene fuori con un'intervista assai discutibile (v. qui); il card. Caffarra, al contrario, ricorda la dottrina tradizionale della Chiesa in tema di omosessualità (v. qui), la Russia celebra ed esalta, in rete, in polemica con la Babilonia statunitense, l’unione naturale tra un uomo ed una donna (v. qui), opponendosi al nuovo ordine mondiale come rilevato dal senatore USA John McCain (v. qui. Cfr. anche Massimo Viglione, Putin e il mondo alla rovescia, pubblicato su Riscossa cristiana e rilanciato da Chiesa e postconcilio). Non solo. Eleva anche monumenti alla famiglia tradizionale e naturale:


Monumento alla Famiglia felice di Astrachan

Monumento alla Famiglia felice nella città di Saransk (Repubblica autonoma dei Mordvini)

Monumento alla Famiglia felice nella città di Orel

Monumento alla Famiglia felice nella città di Joshkar-Ola (Repubblica dei Mari)

Monumento alla Famiglia felice nella città di Belgorod

Monumento alla Famiglia felice nella città di Desnogorsk (provincia di Smolensk)

In questo contesto, nella commemorazione di tutti i Santi Pontefici, è utile rilanciare la dissenting opinion alla sentenza statunitense sopra ricordata.



Chi siamo noi per giudicare il matrimonio? Discorso davanti alla Storia del giudice dissenziente sulle nozze gay

John G. Roberts

#LoveWins? Può darsi, ma che fine fanno la Costituzione e la democrazia in America? Stralci dalla monumentale “dissenting opinion” del giudice capo della Corte suprema Usa


«Nessuna unione è più profonda del matrimonio, perché incarna i sommi ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel formare un’unione coniugale, due persone diventano una cosa più grande di quel che erano prima. Come dimostrano alcuni dei ricorrenti in queste cause, il matrimonio incarna un amore che può perdurare perfino oltre la morte. Sarebbe fraintendere questi uomini e donne dire che non rispettano l’idea del matrimonio. La loro istanza è di poterla rispettare, e rispettarla al punto di ricercarne il compimento per sé. La loro speranza è di non essere condannati a vivere nella solitudine, esclusi da uno degli istituti più antichi della civiltà. Chiedono eguale dignità agli occhi della legge. La Costituzione garantisce loro questo diritto. La sentenza della Corte di appello del Sesto Distretto è annullata. Così è stabilito».
Con queste considerazioni si conclude il parere con cui la Corte suprema degli Stati Uniti ha accompagnato la «storica» sentenza di venerdì 26 giugno, con la quale ha imposto a tutti gli Stati della federazione il riconoscimento del “same-sex marriage”. Il verdetto è passato grazie alla decisione di 5 giudici contro 4. Caso eccezionale, ognuno dei quattro contrari ha voluto depositare la propria ”dissenting opinion”. Proponiamo di seguito in una nostra traduzione un’antologia di brani tratti dal parere monumentale del giudice capo John G. Roberts.

Giudice capo Roberts, a cui si uniscono il giudice Scalia e il giudice Thomas, in dissenso.
I ricorrenti offrono argomenti forti fondati sulla politica sociale e su considerazioni di equità. Sostengono che alle coppie dello stesso sesso dovrebbe essere consentito di affermare il proprio amore e impegno attraverso il matrimonio, proprio come alle coppie di sesso opposto. Questa posizione ha un appeal innegabile; negli ultimi sei anni, elettori e legislatori di undici Stati e nel Distretto di Columbia hanno modificato le loro leggi per consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Ma questa Corte non è un’assemblea legislativa. Se il same-sex marriage sia una buona idea o meno non dovrebbe essere un problema nostro. In forza della Costituzione, i giudici hanno il potere di dire cosa è la legge, non cosa dovrebbe essere. (…)
Il diritto fondamentale di sposarsi non comprende un diritto di far cambiare a uno Stato la sua definizione di matrimonio. E la decisione di uno Stato di conservare il significato del matrimonio che ha perdurato in ogni cultura lungo la storia umana difficilmente può essere definita irrazionale. In breve, la nostra Costituzione non converte in legge alcuna teoria del matrimonio. Il popolo di uno Stato è libero di allargare il matrimonio per ricomprendere le coppie dello stesso sesso o di mantenere la definizione storica.
Oggi tuttavia la Corte compie un passo straordinario ordinando a ogni Stato di permettere e riconoscere il same-sex marriage. (…) I sostenitori del same-sex marriage hanno ottenuto notevoli successi nel tentativo di persuadere i loro concittadini – attraverso il processo democratico – ad accogliere la loro visione. Tutto questo finisce oggi. Cinque giuristi hanno chiuso il dibattito e convertito la loro visione del matrimonio in materia di legge costituzionale. La sottrazione di questa disputa al popolo getterà per molti una nube sul same-sex marriage, rendendo un mutamento sociale eccezionale molto più duro da accettare.
La decisione della maggioranza è un atto di volontà, non una sentenza legale. Il diritto che proclama non ha basi nella Costituzione o nei precedenti di questa Corte. (…) La Corte invalida le leggi sul matrimonio di più della metà degli Stati e dispone la trasformazione di un istituto sociale che ha costituito la base della società umana per millenni, tanto per i boscimani del Kalahari quanto per i cinesi han, i cartaginesi e gli aztechi. Chi crediamo di essere?
Noi giudici possiamo essere tentati di confondere le nostre preferenze con i requisiti della legge. Ma come è stato ricordato a questa Corte lungo la storia, la Costituzione “è fatta per persone di visioni fondamentalmente diverse” (…). Conseguentemente “le corti non si occupano della saggezza e dell’avvedutezza della legislazione” (…). La maggioranza oggi abbandona quella concezione limitata del ruolo giudiziario. Si impossessa di una questione che la Costituzione lascia al popolo, in un frangente in cui il popolo è coinvolto in un vibrante dibattito in materia. E risponde sulla base non dei princìpi neutri della legge costituzionale, ma della sua “comprensione di cosa è e cosa deve diventare la libertà”. Non posso che dissentire.
Capite bene cosa riguarda questo dissenso: il tema non è se l’istituto del matrimonio, a mio giudizio, debba cambiare per includere il same-sex marriage. Il tema è invece se tale decisione, nella nostra repubblica democratica, debba rimanere nelle mani del popolo che si esprime attraverso i suoi rappresentanti eletti, o passare in quelle di cinque dottori della legge che si ritrovano l’autorità di risolvere dispute legali secondo la legge. La Costituzione non lascia spazio al dubbio su questo.

I

I ricorrenti e i loro periti fondano i loro argomenti sul “diritto di sposarsi” e sull’imperativo della “marriage equality”. Non si discute sul fatto che, alla luce dei nostri precedenti, la Costituzione protegga il diritto di sposarsi ed esiga che gli Stati applichino le loro leggi sul matrimonio in maniera equa. La vera questione in questi casi è: cosa costituisce il “matrimonio”, o – più precisamente – chi decide cosa costituisce il “matrimonio”?
La maggioranza queste domande le ignora in larga misura, relegando secoli di esperienza umana del matrimonio in un paio di paragrafi. (…)

A

Come riconosce la maggioranza, il matrimonio “è esistito per millenni e attraverso le civiltà”. Per tutti quei millenni, attraverso tutte quelle civiltà, “matrimonio” si riferiva a un’unica relazione: l’unione di un uomo e di una donna. (…) Questa definizione universale del matrimonio non è una coincidenza della storia. Il matrimonio non si è concretizzato come risultato di un movimento politico, di una scoperta, di una malattia, di una guerra, di una dottrina religiosa o di qualunque altra forza trainante della storia mondiale – e di certo non come risultato di una decisione preistorica di escludere gay e lesbiche. È emerso nella natura delle cose per andare incontro a un bisogno vitale: assicurare che i bambini siano concepiti da una madre e da un padre con l’impegno di crescerli in una condizione stabile di relazione che dura tutta la vita. (…)
Le premesse che sostengono questo concetto del matrimonio sono così fondamentali da richiedere raramente un’articolazione. (…) Per il bene dei bambini e della società, i rapporti sessuali che possono portare alla procreazione dovrebbero avvenire solo tra un uomo e una donna che si impegnano in un legame duraturo. La società ha riconosciuto tale legame come matrimonio. E conferendo alle coppie sposate uno status rispettato e benefici materiali, la società invita gli uomini e le donne a intrattenere relazioni sessuali all’interno del matrimonio piuttosto che al di fuori.
(…)
In tutto, elettori e legislatori di undici Stati e del Distretto di Columbia hanno modificato le loro definizioni del matrimonio per includere le coppie dello stesso sesso. Le alte corti di cinque Stati hanno decretato lo stesso nell’ambito delle loro Costituzioni. I rimanenti Stati mantengono la definizione tradizionale del matrimonio.
I ricorrenti hanno intentato cause asserendo che le clausole del Due Process dell’Equal Protection del 14esimo Emendamento obbligano i loro Stati a permettere e a riconoscere matrimoni tra persone dello stesso sesso. In una deliberazione attentamente ragionata, le Corti di appello hanno preso atto del “momentum” democratico favorevole ad “allargare la definizione del matrimonio allo scopo di includere le coppie gay”, concludendo però che i ricorrenti non avevano dimostrato “la necessità di costituzionalizzare la definizione di matrimonio e di spostare la questione da dove si trova fin dalla fondazione: nelle mani degli elettori” (…). Questa decisione interpreta in maniera corretta la Costituzione, e io la confermerei.
(…)
II

(…)

A

La pretesa di un “diritto fondamentale” da parte dei ricorrenti ricade nella categoria più sensibile della giustizia costituzionale. I ricorrenti non sostengono che le leggi sul matrimonio dei loro Stati violino un diritto costituzionale esplicitato, come la libertà di espressione tutelata dal Primo Emendamento. (…) Argomentano invece che le leggi violino un diritto implicito nel requisito del 14esimo Emendamento in virtù del quale la “libertà” non può essere ridotta senza un “giusto processo” [due process of law].
Questa Corte ha interpretato la clausola del giusto processo [Due Process Clause] in modo da includere una componente “sostanziale” per proteggere alcuni interessi di libertà dalle deprivazioni sancite dallo Stato “a prescindere da qualunque processo” (…). La teoria è che alcune libertà sono “così radicate nelle tradizioni e nella coscienza del nostro popolo da essere ritenute fondamentali”. (…) Consentire a giudici federali non eletti di scegliere quali diritti non esplicitati siano da ritenere come “fondamentali” – e di demolire leggi statali in forza di tale determinazione – solleva ovvie preoccupazioni circa il ruolo della giustizia.
(…)
La necessità di porre limiti alla somministrazione della medicina del giusto processo sostanziale [substantive due process] è una lezione che questa Corte ha imparato in modo spiacevole. La Corte applicò per la prima volta il giusto processo sostanziale [substantive due process] per colpire una legge nel caso Dred Scott v. Sandford (1857). Allora la Corte invalidò il Missouri Compromise sulla base del principio che la legislazione che restringeva l’istituto della schiavitù violava i diritti impliciti dei padroni degli schiavi. Nel decidere, la Corte si affidò alla propria concezione di libertà e di proprietà. Affermò che “un atto del Congresso che priva un cittadino degli Stati Uniti della sua libertà o della sua proprietà, solo perché si è trasferito o ha portato la sua proprietà in un determinato Territorio degli Stati Uniti… difficilmente può essere degno del nome di giusto processo [due processo of law]”. In un dissenso che sopravvisse al parere della maggioranza, il giudice Curtis spiegava che quando “le norme che governano l’interpretazione delle leggi vengono abbandonate, e si permette alle opinioni teoretiche degli individui di controllare” il significato della Costituzione, allora “non abbiamo più una Costituzione; ci troviamo sotto il governo di individui che hanno temporaneamente il potere di dichiarare cosa sia la Costituzione, secondo quello che a loro modo di vedere essa dovrebbe dire”.
(…)

B

(…)

1

I temi che guidano la maggioranza riguardano il fatto che il matrimonio è desiderabile e i ricorrenti lo desiderano. Il parere descrive l’”importanza trascendente” del matrimonio e insiste ripetutamente che i ricorrenti non cercano di “svilire”, “svalutare”, “denigrare” o “mancare di rispetto” all’istituto. (…) Nessuno mette in discussione queste cose. In effetti le convincenti presentazioni personali dei ricorrenti e di altri come loro sono probabilmente tra le ragioni principali per cui molti americani hanno cambiato idea sulla questione se alle coppie dello stesso debba essere concesso di sposarsi. Tuttavia, in materia di legge costituzionale, la sincerità dei desideri dei ricorrenti non è rilevante.
(…)

2

La maggioranza suggerisce che “ci sono altri precedenti più istruttivi” che danno forma al diritto di sposarsi. Sebbene non sia del tutto chiaro, il riferimento sembra corrispondere a una linea di casi in cui è stato discusso un implicito “diritto fondamentale alla privacy”. (…) Nel primo di questi casi, la Corte invalidò una legge penale che bandiva l’uso dei contraccettivi. (…) La Corte evocò il diritto alla privacy anche nel caso Lawrence v. Texas (2003), che annullò una legge del Texas che puniva come reato la sodomia omosessuale. (…)
Né il caso Lawrence né alcuno degli altri precedenti sulla privacy stabilisce il diritto che i ricorrenti reclamano qui. Diversamente dalle leggi penali che vietavano i contraccettivi e la sodomia, le leggi sul matrimonio impugnate qui non comportano alcuna intrusione del governo. Non istituiscono un reato e non comminano pene. Le coppie dello stesso sesso rimangono libere di vivere insieme, di intrattenere rapporti intimi e di crescere le loro famiglie come credono. Nessuno è “condannato a vivere nella solitudine” dalle leggi contestate in questi casi – nessuno.
(…)
Insomma, i casi relativi alla privacy non offrono alcun sostegno alla posizione della maggioranza, perché i ricorrenti non cercano la privacy. Al contrario, cercano il pubblico riconoscimento del loro rapporto, oltre ai relativi benefici governativi. I nostri casi hanno sempre coerentemente negato alle parti in causa di tramutare lo scudo fornito dalle libertà costituzionali in una spada per reclamare diritti positivi dallo Stato. (…) Perciò, sebbene il diritto alla privacy riconosciuto dai precedenti ha certamente un peso nella protezione dei comportamenti intimi delle coppie dello stesso sesso, non fornisce alcun diritto affermativo di ridefinire il matrimonio né alcuna base per colpire le leggi in discussione qui.
(…)

3

(…)
Un interrogativo immediatamente provocato dalla posizione della maggioranza è se gli Stati debbano conservare la definizione del matrimonio come unione di due persone. (…) Sebbene la maggioranza inserisca qui e là l’aggettivo “due”, non offre in assoluto alcuna ragione per cui l’elemento delle due persone nella definizione essenziale del matrimonio debba essere preservato e l’elemento uomo-donna invece no. In verità, dal punto di vista della storia e della tradizione, il balzo dall’opposite-sex marriage al same-sex marriage è ben più grande di quello dall’unione di due persone alle unioni plurime, che hanno radici profonde in alcune culture del mondo. Se la maggioranza vuole fare il grande balzo, è difficile capire come possa dire no a quello più piccolo.
Colpisce quanta parte del ragionamento della maggioranza potrebbe essere applicato con la stessa efficacia alla pretesa di un diritto fondamentale al matrimonio plurimo. Se “c’è dignità nel legame tra due uomini o due donne che vogliono sposarsi e nella loro autonomia di fare scelte tanto profonde”, perché ci sarebbe meno dignità nel legame fra tre persone che, nell’esercizio della loro autonomia, vogliono fare la profonda scelta di sposarsi? Se due persone dello stesso sesso hanno il diritto costituzionale di sposarsi perché altrimenti i loro bambini potrebbero “subire lo stigma di sapere che le proprie famiglie sono in qualche modo meno”, perché lo stesso ragionamento non si applicherebbe a una famiglia di tre o più persone che allevano figli? Se non avere la possibilità di sposarsi “serve a mancare di rispetto e a subordinare” le coppie gay e lesbiche, perché la stessa “imposizione di questo svantaggio” non dovrebbe servire a mancare di rispetto e a subordinare le persone che trovano compimento nelle relazioni poliamorose? (…)
Non intendo equiparare il matrimonio delle coppie dello stesso sesso ai matrimoni plurimi sotto tutti gli aspetti. Ci possono ben essere differenze rilevanti che esigono diverse analisi legali. Ma se ci sono, i ricorrenti non ne hanno indicata una. Interrogati sulle unioni coniugali plurime durante il dibattimento, i riccorenti hanno affermato che il loro Stato “non ha istituti di questo tipo”. Ma è proprio questo il punto: lo Stato in questione qui non ha neanche l’istituto del same-sex marriage.

4

Verso la fine del suo parere, la maggioranza offre forse l’illuminazione più chiara riguardo alla sua decisione. Allargare il matrimonio per includere le coppie dello stesso sesso, insiste la maggioranza, “non rischia di causare danni a loro né a terze parti”. (…)
Storicamente, l’affermazione del “principio del danno” appartiene più alla filosofia che alla legge. L’elevazione della piena autorealizzazione individuale al di sopra dei vincoli che la società ha espresso nella legge può essere o meno un tema affascinante di filosofia morale. Ma l’autorità di Giudice non conferisce alcuno speciale discernimento morale, filosofico o sociale tale da giustificare l’imposizione ai cittadini di tali percezioni con il pretesto di un “giusto processo” [“due process”]. C’è invece un processo dovuto [process due] al popolo su questioni di questo tipo – il processo democratico.
(…)

IV

La legittimità di questa Corte risiede ultimamente “nel rispetto accordato ai suoi giudici” (…). Tale rispetto sgorga dalla percezione – e dal fatto – che noi esercitiamo le decisioni sui casi con umiltà e senso del limite secondo la Costituzione e la legge. Il ruolo della Corte concepito dalla maggioranza, invece, è tutto tranne che umile e delimitato. A più riprese la maggioranza esalta il ruolo della magistratura nel portare a compimento il mutamento sociale. A detta della maggioranza, tocca alle corti, non al popolo, la responsabilità di rendere “nuove dimensioni della libertà… legittime per le prossime generazioni”, di fornire il “discorso formale” sulle questioni sociali e di garantire “discussioni neutre, prive di commenti sprezzanti o denigratori”.
La stravagante idea della supremazia della magistratura è particolarmente evidente nella sua descrizione – e nel rigetto – della pubblica disputa intorno al same-sex marriage. Sì, concede la maggioranza, da un lato ci sono millenni di storia umana attraverso tutte le società conosciute che hanno popolato il pianeta. Ma dall’altro lato ci sono stati un “ampio processo”, “molte meditate deliberazioni delle Corti distrettuali”, “innumerevoli studi, articoli, libri e altri scritti divulgativi e accademici”, e “più di 100” perizie solo in questi casi. A che pro consentire la prosecuzione del processo democratico? È giunta l’ora che la Corte decida il significato del matrimonio, sulla base della “interpretazione meglio informata” di cinque giuristi riguardo a “una libertà che resta impellente nella nostra epoca”. La risposta è di certo là, dentro una di quelle perizie o ricerche.
Coloro che hanno fondato il nostro paese non si riconoscerebbero nella concezione del ruolo della magistratura che ha la maggioranza. Del resto rischiarono le proprie vite e i propri beni per il prezioso diritto di governarsi da sé. Non avrebbero mai pensato di cedere quel diritto a giudici non eletti e non responsabili su una questione di indirizzo sociale. E di certo non avrebbero trovato soddisfazione in un sistema che dà ai giudici il potere di calpestare le decisioni politiche a condizione che lo facciano dopo “una discussione davvero ampia”. Nella nostra democrazia, il dibattito intorno alle legge non è un requisito sufficiente ad autorizzare i tribunali a imporre il loro volere.
(…)
Chiudendo questa disputa in forza della Costituzione, la Corte la elimina dall’ambito della decisione democratica. L’arresto del processo politico su un tema di rilevanza sociale tanto profonda avrà conseguenze. Chiudere un dibattito tende e chiudere le menti.
(…)
In tutti gli Stati che hanno adottato democraticamente il same-sex marriage, il rispetto per le sincere convinzioni religiose ha portato gli elettori e i legislatori ad accogliere compromessi per la pratica religiosa. La decisione della maggioranza che impone il same-sex marriage ovviamente non può realizzare compromessi simili. La maggioranza gentilmente prospetta che i credenti possano continuare a “difendere” e “insegnare” la loro visione del matrimonio. Il Primo Emendamento tuttavia tutela la libertà di “esercitare” la religione. Malauguratamente, la maggioranza non utilizza questa parola.
Si sollevano gravi problemi quando le persone di fede esercitano la religione in modi che possono essere percepiti in conflitto con il nuovo diritto al same-sex marriage – quando, per esempio, un college confessionale offre alloggi per studenti sposati solo a coppie di sesso opposto, o quando un’agenzia per le adozioni rifiuta di sistemare i bambini presso coppie sposate dello stesso sesso. Per la verità, il Procuratore generale ha candidamente ammesso che le esenzioni fiscali di cui godono alcuni enti religiosi sarebbero messe in discussione se questi ultimi si opponessero al same-sex marriage. (…) È probabile che simili questioni arriveranno presto davanti a questa Corte. Purtroppo le persone di fede non possono trarre alcun conforto dal trattamento che ricevono oggi dalla maggioranza.
Probabilmente l’aspetto più scoraggiante della decisione odierna è la misura in cui la maggioranza si sente in dovere di infangare chi nel dibattito sta dall’altra parte. La maggioranza assicura in modo superficiale che non intende denigrare le persone che non possono accettare il same-sex marriage per ragioni di coscienza. Difficile far quadrare tale annuncio con l’affermazione immediatamente successiva, dove la maggioranza spiega che “la conseguenza necessaria” delle leggi che codificano la definizione tradizionale del matrimonio è la “umiliazione o stigmatizzazione” delle coppie dello stesso sesso. (…) Secondo la maggioranza, gli americani che non hanno fatto altro che seguire la visione del matrimonio che è esistita per tutta la nostra storia – e in particolare i dieci milioni di persone che hanno votato per confermare la definizione del matrimonio in vigore nei loro Stati – hanno fatto in modo di “escludere”, “svilire”, “mancare di rispetto e subordinare” e di “ferire la dignità” dei loro vicini gay e lesbiche. Questi evidenti attacchi alla reputazione di persone per bene avranno effetti, nella società e nei tribunali. Per di più sono del tutto gratuiti. Una cosa è stabilire che la Costituzione tuteli un diritto al same-sex marriage; ben altro è descrivere chiunque non condivida l’”interpretazione meglio informata” della maggioranza come un bigotto.
(…)

* * *

Se siete fra i tanti americani – di qualunque orientamento sessuale – che guardano con favore all’estensione del same-sex marriage, allora celebrate in tutti i modi il verdetto di oggi. Celebrate il raggiungimento di una meta ambita. Celebrate la possibilità di una nuova forma di espressione dell’impegno affettivo. Celebrate la disponibilità di nuovi benefici. Ma non celebrate la Costituzione. Non ha nulla a che fare con essa.
I respectfully dissent.