lunedì 28 dicembre 2015
I migliori alleati del diavolo? In molti casi sono i vescovi: il caso del parroco che critica il brano ‘Bacia il diavolo’, punito dal Vescovo
Nella Catholica i segni dell'apostasia dilagante, che ha ormai colpito i pastori sono allarmanti. Vi regna sovrano il conformismo a tal
punto che non si può neppure affermare scomode verità e cioè che il gruppo
musicale che si esibiva al teatro parigino Bataclan fosse dichiaratamente
satanista e che il brano, che si stava cantando, allorché avvenne l’irruzione dei
terroristi islamici, da una gioventù bruciata e nichilista, figlia di una borghesia narcisista (come ricorda un articolo di Tempi), era un chiaro inno a Satana (v. qui, qui e qui). Anzi, gli sventurati son stati uccisi mentre pronunciavano le parole I met the Devil and this is his song (v. qui). Anzi, il leader del gruppo "musicale" Jesse Hughes (soprannominato “il diavolo”), le cui canzoni più note sono "Kiss the devil" (Bacia il diavolo) e "Chase the devil" (Segui il diavolo), in un’intervista di pochi anni fa, dichiarava di adorare il diavolo,
di abusare di droghe pesanti, di partecipare ad orge e di essere
omosessualista: “sono profondamente religioso, ho sentito che il diavolo in
persona mi ha dato una canzone, io l’ho scritta ed è stato un successo” (v. qui).
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| Jean-Paul Mathieu |
Ora, "vescovi", lontani dalla
fede e dalla Verità, assumono atteggiamenti punitivi verso coloro che, anche in
maniera blanda, ricordano come le vittime son morte mentre inneggiavano al
diavolo! Costoro anziché difendere il loro clero contro gli attacchi del principe
di questo mondo perpetuati attraverso le autorità laiciste, lo assecondano,
mostrandosi ad esso proni.
È il caso di mons. Jean-Paul
Mathieu, “vescovo” di Saint-Dié, che – afferma l’agenzia Riposte Catholique (v. anche qui) – promuove, di fatto, l’anticultura
satanica!
Addirittura il "cardinal" Barbarin, secondo La Croix, sarebbe rimasto inorridito non per il testo della canzone, ma addirittura per la denuncia che quel parroco ha fatto e cioè che, a quel concerto, si stava inneggiando a Satana. Ed il "vescovo" di Bourges avrebbe sollecitato il prete a ritirarsi ad un periodo di penitenza e riflessione!!! Siamo davvero al paradosso!!!
Rilancio questa notizia. Sconvolgente.
Critica il brano ‘Bacia il diavolo’, parroco punito dal
Vescovo
Ha
detto una verità scomoda. Per questo è stato punito. Non dai detrattori, bensì
dai suoi superiori. Domenica 29 novembre, chiesa della Santissima Trinità a
Wisembach, nei Vosgi: il parroco, mons. François Schneider, nel corso
dell’omelia, ha parlato degli attentati avvenuti a Parigi sedici giorni prima.
Precisando come, a suo giudizio, lo spettacolo musicale in corso al teatro
Bataclan, prima dell’irruzione dei terroristi islamici, fosse «ispirato da satana».
Queste
parole sono state immediatamente riferite al Vescovo, mons. Jean-Paul Mathieu,
alla guida della Diocesi di Saint-Dié. Il quale ha, a sua volta, ordinato al
suo prete di presentare pubblicamente le proprie scuse, sempre nel corso della
S. Messa. Cosa che mons. Schneider ha regolarmente fatto, lo scorso 20
dicembre: al termine della funzione liturgica, ha fatto «auto-critica» e letto
un comunicato, che l’agenzia Riposte Catholique ritiene
scritto dallo stesso Vescovo, comunicato in cui ha espresso rammarico circa
l’accaduto alla quarantina di fedeli presenti, allibiti per l’accanimento
mediatico scatenatosi contro il loro parroco. Secondo il quotidiano Vosges Matin, le autorità, tramite la Prefettura,
sarebbero addirittura intervenute per far sì che il sacerdote venisse colpito
da sanzioni: «Qui si vuole mettere il morso al Cristianesimo e renderlo
asettico!», hanno commentato.
La
notizia ha suscitato prevedibilmente grande sconcerto. Molti coloro che hanno
espresso a mons. Schneider il proprio sostegno per iscritto. Al giornale locale
è giunta una lettera dei parrocchiani, in cui si legge: «È un buon sacerdote e lo abbiamo sempre apprezzato. Ciò che sta
attraversando non cambia minimamente il nostro giudizio. A criticarlo, è chi
non viene quasi mai a Messa». In sua difesa si è levata anche la
voce di Emmanuel Delhourne, responsabile dell’organizzazione «Cristiani in politica» di Parigi, che ha dichiarato: «Quanto da lui detto è vero. I testi delle canzoni del gruppo
Eagles of Death Metal [quello esibitosi sul palco quel
terribile 13 novembre…-NdR] sono ispirate al satanismo».
Il
giornalista Yves Daoudal sente puzza di regime in tutto quest’episodio. Anche Riposte Catholique scrive: «La dittatura marxista-leninista non si ferma, finché il nemico di
classe non venga ridotto in briciole, annientato». Così ecco
l’annuncio del Vicario generale della Diocesi: «Il nostro primo obiettivo era
che mons. Schneider facesse questa dichiarazione. Ora ci si ritroverà, per
esaminare ulteriormente la vicenda. E’ troppo presto per dire qualcosa».
Lasciando presagire che, per loro, la questione non sia affatto conclusa.
Innanzi tutto, un sacerdote della Mosa, estremamente attivo nel campo della
musica metal, dovrebbe tenere presto un intervento nella sua parrocchia, quella
della Santissima Trinità, per una sorta di “rieducazione” collettiva. Poi si
vedrà.
Che la
Chiesa amasse autodemolirsi sino a questo punto, neppure gli avversari più
accaniti avrebbero potuto sperarlo. Per la cronaca: al momento dell’attentato
gli Eagles of Death Metal (nella foto, poco prima della sparatoria) stavano
cantando la canzone dal titolo «Bacia il diavolo»,
che ripete ossessivamente le seguenti strofe: «Chi amerà il diavolo? Chi
canterà la sua canzone? Io amerò il diavolo e la sua canzone! Chi bacerà la
lingua del diavolo? Io bacerò il diavolo sulla sua
lingua!». Parole, che non necessitano di eccessivi commenti. Di
certo, non da educande o da sagrestia. A voi il giudizio.
domenica 27 dicembre 2015
Un libro di Giovanni Turco: Costituzione e Tradizione. Una recensione di Cristina Siccardi
Nella memoria di S. Giovanni, apostolo ed evangelista,
e nel ricordo dell’inizio delle Apparizioni del Signore (27 dicembre 1673) nel
monastero della Visitazione di Paray-le-Monial a Santa Margherita Maria
Alacoque, rilancio quest’interessante recensione di Cristina Siccardi.
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| Alonso Cano (attrib.), S. Giovanni a Patmos, XVII sec., museo del Prado, Madrid |
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| Domenichino, S. Giovanni evangelista, 1621-29, National Gallery, Londra |
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| Domenichino, S. Giovanni evangelista, XVII sec., Bob Jones University, Greenville |
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| Fyodor Antonovich Moller (Фёдор Антонович Моллер), S. Giovanni predica durante i baccanali a Patmos, 1856, Museo di Stato Russo, San Pietroburgo |
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| Icona del Santo Apostolo Giovanni il Teologo, XIX sec. |
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| Alexander Kapitonovich Sytov, S. Giovanni il Teologo, 1995 |
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| Andrei Mironov, S. Giovanni il Teologo e S. Procoro, 2015, collezione privata |
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| Gesù maestro tra i SS. Giovanni evangelista e Paolo apostolo |
Un libro di Giovanni Turco: Costituzione e Tradizione
di Cristina Siccardi
Essendo l’Universo ordinato secondo criteri e principi, anche le società
umane, piccole o grandi che siano, sono obbligatoriamente tenute a stabilire
criteri e principi di convivenza e di relazionalità. Quando le costituzioni
umane rispettano e si ricollegano alla Costituzione naturale, allora esse sono
ordinamenti non creati a nuovo (rivoluzionari), ma connaturate, ovvero
scaturiscono in maniera naturale e logica.
La «Costituzione naturale», scrive uno dei filosofi più
credibili e più logici dell’età contemporanea, «non dipende da nessuna opinione. La sua negazione comporta
l’esclusione della “cosa”. Dalla sua evacuazione non può che derivare una
apparenza della res publica, ovvero un suo simulacro, il quale presenta una
continuità puramente nominale con la sostanza in luogo della quale è posto. In
tal senso, la Costituzione naturale rinvia alla politicità ed alla giuridicità
naturale della comunità politica, cioè all’ordine secondo giustizia finalizzato
al bene comune». La citazione è tratta (p. 7) da Costituzione e Tradizione (Edizioni Scientifiche),
libro di fresca pubblicazione, scritto dal Professor Giovanni Turco, docente
all’Università di Udine, dove insegna Diritto pubblico, Etica e deontologia
professionale, Teoria dei diritti umani.
Il filosofo cristiano, che ha lasciato il più ampio e approfondito corpus intorno al tema della legge naturale, è San
Tommaso d’Aquino. La Summa Theologica è
una cattedrale di pensiero fondata sulla consapevolezza che la lex humana, il cosiddetto «diritto positivo» dell’età
moderna, deve essere posta in rapporto con le fonti di diritto superiore,
ovvero la lex naturalis e la lex divina. In San Tommaso le tre fonti (legge divina –
legge naturale – legge umana) si compenetrano in un disegno nel quale l’uomo
partecipa del piano divino per la salvezza.
Il diritto naturale per San Tommaso deve essere calato, nella realtà
mutevole terrena, con saggezza, sapienza e competenze di ordine tecnico e
strumentale. I principi primi del diritto naturale sono auto-evidenti, infatti
sono principia indemostrabilia naturaliter cognita, ossia,
seppure indimostrabili, sono colti immediatamente dall’intelletto.
La prima fonte della Giustizia, per il Dottore Angelico, è la ragione
divina, che dà luogo alla legge divina e guida verso la beatitudine eterna e a
questa l’uomo è tenuto a sottoporsi con umiltà. La seconda fonte di Giustizia è
la legge naturale, conoscibile per mezzo della ragione e fondata su principi
universali, comuni a tutti gli uomini. La legge umana è tenuta a basarsi sia
sulla legge divina che su quella di natura. I doveri che la legge di natura
impone possono, però, essere compiuti solo con il «libero arbitrio»,
cioè da persone libere e consapevoli. Ancora, secondo San Tommaso, la ragione riconosce
il bene e la legge di natura corrisponde alla naturale inclinazione verso il
bene.
La legge di natura, quindi, non è direttamente la volontà di Dio, ma è il
modo attraverso il quale il singolo individuo partecipa al piano di Dio per
l’umanità. La dottrina del diritto naturale ha accompagnato il pensiero
occidentale fin dai suoi albori. Essa è stata decisiva prima nel favorire la
fusione della cultura greca con quella romana e poi fra quella classica e
quella cristiana nell’età del Medioevo. Con l’età moderna l’antropocentrismo è
divenuto, in pratica, la fonte principale e, con il trascorrere del tempo,
sempre più esclusiva, oggi unica. Ecco che è sorto e si è sviluppato da un lato
il costituzionalismo e, dall’altro, le ideologie dominanti delle Rivoluzioni
d’America e di Francia, che sono diventate le fonti del diritto attuale degli
Stati.
Afferma Giovanni Turco: «Il costituzionalismo, per se
stesso, si palesa come una concezione che elabora una determinata nozione di
Costituzione. Si tratta della nozione moderna – ovvero razionalizzata o meglio
razionalistica – di Costituzione. Ne è testimone la Dichiarazione
dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), la quale afferma
che “ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la
separazione dei poteri determinata, non ha costituzione” (art. 16)»
(p. 11).
Pertanto la Costituzione come norma convenzionale, assume come postulati:
la divisione dei poteri e quella dei diritti dell’uomo. Il costituzionalismo si
presenta come ideologia, ovvero come «pensiero strumentale ad un
obiettivo prassiologico (il controllo e la limitazione del potere), attraverso
cui garantire la tutela di diritti (intesi come ambiti di potere, riconosciuti
come tali dal potere stesso) (…) Il costituzionalismo si configura, pertanto,
come discorso sul potere, assunto come creatore del diritto (identificato con
il complesso delle norme) o in altri termini, come dottrina, per la quale
(secondo l’espressione montesquieuana), il potere limita il potere. (…) Il
potere ne costituisce la premessa (nella sua supposta sovranità) e ne
costituisce il termine (nei risultati costituzionali da ottenere). Talché il potere è limitato nei modi e nelle forme che il potere
stesso stabilisce, con le procedure e con gli obiettivi che il potere stesso
stabilisce. (…) In questa prospettiva, i diritti e le libertà non costituiscono,
in realtà, un prius, ma un posterius. Pur se teoricamente supposti, essi finiscono per essere non un
criterio ma un risultato. Come tale mutevole e provvisorio (anche solo per via
interpretativa). Infatti, intesi razionalisticamente i diritti, mutando la norma
agendi, non può che mutare parimenti anche la facultas
agendi, che da quella deriva. Sul presupposto della reciproca immanenza
di potere e volere (individuale o collettivo, che sia) non si dà criterio che
trascenda il potere stesso, reso attuale dalla sua effettività» (pp.
12-13).
Molto altro si potrebbe dire, ma le esplicazioni di Turco sono così
interessanti e pregnanti che devono essere lette direttamente, senza barriere
interpretative che ne svilirebbero non solo la consistenza, ma la bellezza
dell’esposizione stessa e la bellezza è strumento indispensabile per catturare
l’attenzione di un pubblico anche non interessato a determinate questioni.
L’autore è in grado di spiegare al meglio e con tesi convincenti –
attraverso anche un fraseggiare filosofico che non si limita a girare intorno
agli argomenti proposti, ma che punta sempre verso la sostanza dei contenuti –
le derive del costituzionalismo a cui sono giunti i pensieri politici contemporanei
e, dunque, alle loro applicazioni legislative, amministrative e giuridiche.
Ecco che Turco recupera il concetto di Tradizione legato alle tematiche
suddette ed oggi recuperare la Tradizione significa recuperare il senno perduto
e porre ordine in un caos politico e culturale di proporzioni tragiche.
Recuperare la Tradizione significa recuperare il pensiero di San Tommaso
d’Aquino che rende evidente la stabilità dei giudizi secondo ragione: «Nessuna consuetudine (e nessuna legge positiva) può rendere lecito
l’illecito, o viceversa (come nel caso della poligamia e della poliandrias, o
della simonia). La richiesta di una prestazione in nome di una consuetudine
contraria al diritto naturale ed al diritto divino, rende la stessa invalida ed
inesigibile (ovvero intrinsecamente iniqua). Nessuna consuetudine, quindi, può
sciogliere qualcuno da ciò che è dovuto in virtù del diritto naturale e del
diritto divino» (p. 127).
Interessantissimo e di grande attualità tutto il discorso inerente le
consuetudini rette, corrotte, virtuose e viziose. Le consuetudini malvagie
portano alla corruzione morale, anche a quelle più abominevoli, queste «possono giungere fino all’effetto al peccato, tali da essere volte
permanentemente a nuocere» (p. 129). Nell’elenco dei peccati
contemporanei, compresi quelli contro natura, l’autore annovera, e gliene siamo
decisamente grati, anche la corruzione e la falsificazione dell’interpretazione
della Sacra Bibbia.
Il libro, oltre a proporre un’analisi della nozione di Costituzione e del
postcostituzionalismo contemporaneo, esamina il concetto di Tradizione, al di
là della riduzione sociologistica, attualmente di moda, che ne sterilizza il
giudizio sul contenuto, presentando due capitoli di approfondimento sul significato
della Tradizione del filosofo aquinate, un esame che costituisce un’assoluta
novità nella letteratura internazionale sul tema.
Attraverso questo saggio è possibile mettere ordine nei propri pensieri, e
comprendere che senza memoria storica è impossibile il reale bene comune: la
prima è imprescindibile per intendere e perseguire il secondo. Valga, come
esempio, gli attuali dibattiti sulle tradizioni natalizie. È meglio privarsi
del Presepio per “rispettare” gli altri (il negativo «rispetto umano», che
rigetta il rispetto a Dio e il «timor di Dio») o andare fieri delle proprie
tradizioni, che costituiscono l’ossatura del Nostro Patrimonio ereditato e,
dunque, della nostra stessa esistenza?
Fonte: Corrispondenza romana, 16.12.2015
Fonte: Corrispondenza romana, 16.12.2015
sabato 26 dicembre 2015
Quando la Francia nacque a Natale ......
Quando è
nata la Francia? Semplice: il 25 dicembre 496 (o 498) d.C., allorché Clodoveo, miracolosamente
vincitore a Tolbiac, l’odierna Zülpich, a sud-est di Colonia, dopo aver invocato
il “Dio di Clotilde” (la pia moglie, che era cristiana) e vinto così i pagani
Alemanni, fu battezzato dal santo vescovo Remigio di Reims. Da allora, tutta la
Gallia si fece battezzare, divenendo in Occidente la prima Nazione cristiana:
la figlia primogenita e prediletta della Chiesa.
Più che
la predicazione dei missionari, poté dunque una straordinaria e davvero prodigiosa
vittoria militare portare alla cristianizzazione di quella terra pagana. Non
diversamente da quanto avvenne con Costantino: fu la vittoria di Ponte Milvio a
favorire la diffusione della fede cristiana nell’Impero romano.
Nella
festa di santo Stefano, protomartire, rilancio questo contributo in lingua
francese.
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| Luca Signorelli, S. Stefano, XVI sec., collezione privata |
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| Ambito di Andrea Sabatini detto Andrea da Salerano, Martirio di S. Stefano, XV sec., collezione privata |
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| Maestro della marca geometrica, su cartone di Raffaello Sanzio, Lapidazione di santo Stefano, 1550 ca. (?), Museo di Palazzo Ducale, Mantova |
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| Andrea Vaccaro, S. Stefano condotto al martirio, XVII sec., collezione privata |
| Sir Anthony van Dyck, Martirio di S. Stefano, 1622-24, Collezione Egerton, Tatton Park |
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| Juan Luis Zambrano, Martirio di S. Stefano, XVII sec., Cappella di S. Stefano, Cattedrale, Cordoba |
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| Luca Giordano, Martirio di S. Stefano, XVII sec., museo civico, Vicenza |
| Michele Ricciardi, Lapidazione di S. Stefano, XVIII sec., Museo Nazionale d'Arte Medievale e Moderna della Basilicata, Palazzo Lanfranchi, Matera |
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| Lorenzo Ghiberti, S. Lorenzo, 1427-28, Chiesa di Orsanmichele, Firenze |
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| S. Stefano, chiesa domenicana di S. Stefano, Salamanca |
Quand la France naquit à Noël
de Thibault Corsaire
Hautbois jouent et musettes résonnent depuis deux mille
ans, dans la froidure de décembre. Lyres et orgues exaltent la naissance du
Sauveur, qu’acclament les gorges des fidèles. Le Roi des rois naquit à Noël.
C’est à Noël également que naquit la France, terre de prédilection, royaume de
piété, patrie de tant de saints.
Oui, la France naquit à Noël, à
Reims, au milieu des glaives baissés et des guerriers à genoux ; des
Francs ralliés et des prêtres vainqueurs. En
recevant sur sa nuque l’eau sacrée du baptême, des mains ointes de S. Rémi, le
roi Clovis gagnait son armée à la vraie foi. A la clameur du pavois
s’ajoutait la transcendance de la Croix : la France naissait, et elle
était chrétienne.
Miracle que cet accouchement au cœur de l’hiver !
Tandis que se répandait l’eau du baptistère sur une armée convertie, et que
s’ébattait la colombe immaculée, le prodige français voyait le jour. La petite
France ouvrait ses yeux écarquillés sur le monde, elle venait à la vie et
respirait. Sans doute ses premiers cris furent-ils : « Noël !
Noël ! ».
La France venait de naître, en ce
vingt-cinq décembre 496 [1]. Elle
venait de loin : sa conception avait duré non pas neuf mois, mais
cinq siècles.
Déjà, le ménage complexe de l’alouette gauloise et de la
louve capitoline avait commencé de faire apparaître ses membres. Jacques
Bainville ne manqua pas de souligner l’importance capitale de cette antique
gestation, ces cinq-cent ans pendant lesquels la Gaule partagea la vie de
Rome :
« Jamais colonisation n’a été plus heureuse, n’a
porté plus de beaux fruits, que celle des Romains en Gaule. D’autres colonisateurs
ont détruit les peuples conquis. Ou bien les vaincus, repliés sur eux-mêmes,
ont vécu à l’écart des vainqueurs. Cent ans après César, la fusion était
presque accomplie et des Gaulois entraient au Sénat romain. Jusqu’en 472,
jusqu’à la chute de l’Empire d’Occident, la vie de la Gaule s’est
confondue avec celle de Rome. Nous ne sommes pas assez habitués à penser
que le quart de notre histoire, depuis le commencement de l’ère chrétienne,
s’est écoulé dans cette communauté : quatre à cinq siècles, une période de
temps à peu près aussi longue que de Louis XII à nos jours et chargée d’autant
d’événements et de révolutions. Le détail, si l’on s’y arrêtait, ferait
bâiller. Et pourtant, que distingue-t-on à travers les grandes lignes ?
Les traits permanents de la France qui commencent à se former. » [2]
L’ébauche de cette France, celte
de sang et pénétrée de latinité, connaissait déjà le saint nom de Jésus. Martyre et
charité avaient marqué la terre gallo-romaine. Au nom du Christ, la lyonnaise Blandine avait
versé son sang dans les arènes de la capitale des Gaules. En Touraine, S.
Martin avait prodigué la charité, déchirant son pourpre mantel et
l’appliquant sur le dos frêle d’un miséreux.
C’est sur cette terre déjà ondoyée que fondirent les
peuples germaniques. Rome s’écroulait, la Gaule s’abandonnait : la France
était sur le point de naître. Mais le terme n’étais pas encore arrivé. Païens,
les Francs saliens de Mérovée et Childéric tranchaient avec
l’arianisme des autres Germains. S’ils ne confessaient pas la vraie foi et
adoraient encore des idoles, au moins ne versaient-ils pas dans
l’hérésie : situation qui allait se révéler providentielle en vue de la
conversion.
C’est à Clovis, petit-fils de Mérovée, qu’allait incomber
la tâche de faire venir au monde la petite France. Le destin du roi des
Francs semblait se mêler à celui de l’Empereur Constantin. Ce dernier
entrevit le Chrisme au Pont-Milvius [3], et ce
divin signe lui donna la victoire ; le Franc sut vaincre les Alamans à Tolbiac.
Au cœur de l’incertaine mêlée, l’armée franque dut son salut à la Croix.
Les regards du païen se tournèrent vers le Ciel :
« Ô Jésus-Christ, que Clothilde proclame
fils de Dieu vivant, toi qui donnes une aide à ceux qui peinent et qui attribues
la victoire à ceux qui espèrent en toi, je sollicite dévotement la gloire de
ton assistance ; si tu m’accordes la victoire sur ces ennemis et si
j’expérimente la vertu miraculeuse que le peuple voué à ton nom déclare avoir
prouvé qu’elle venait de toi, je croirai en toi et je me ferai baptiser en ton
nom. J’ai, en effet, invoqué mes dieux mais, comme j’en ai fait l’expérience,
ils se sont abstenus de m’aider ; je crois donc qu’ils ne sont doués
d’aucune puissance, eux qui ne viennent pas au secours de leurs serviteurs. C’est
toi que j’invoque maintenant, c’est en toi que je désire croire, pourvu que je
sois arraché à mes adversaires » [4]
« In hoc signo vinces » [5] : le
miracle du Pont-Milvius se répéta à Tolbiac. Clovis était vainqueur ; il
pouvait se convertir.
Tout était prêt pour la naissance. La victoire se penchait sur le berceau de la France. Vieux sang gaulois, génie latin et glaive franc s’étaient réunis autour de la Croix. L’Eglise de saint Rémi, habile sage-femme, sortit avec douceur la tête de notre France. Au milieu des décombres d’un Empire romain depuis vingt ans éteint, la jeune enfant riait. La latinité se muait en Chrétienté ; le nourrisson en serait la fille aînée. Devant elle, les étendards du roi s’avançaient. A Noël, le monde découvrait le nouveau-né, enfant des Romains et des Saliens. A Noël, l’Histoire rencontrait la France. Une croix d’or ornait sa frêle poitrine.
Tout était prêt pour la naissance. La victoire se penchait sur le berceau de la France. Vieux sang gaulois, génie latin et glaive franc s’étaient réunis autour de la Croix. L’Eglise de saint Rémi, habile sage-femme, sortit avec douceur la tête de notre France. Au milieu des décombres d’un Empire romain depuis vingt ans éteint, la jeune enfant riait. La latinité se muait en Chrétienté ; le nourrisson en serait la fille aînée. Devant elle, les étendards du roi s’avançaient. A Noël, le monde découvrait le nouveau-né, enfant des Romains et des Saliens. A Noël, l’Histoire rencontrait la France. Une croix d’or ornait sa frêle poitrine.
[1] 496
ou 498 : la datation exacte est l’objet d’éternels débats.
[2] Jacques
Bainville, Histoire de France (1924).
[3] La
bataille du Pont-Milvius (312) opposa Maxence à Constantin. Peu avant le début
des combats, Constantin vit le Chrisme (conjonction des lettres grecques Chi et
Rho (XP), deux premières lettres du mot Christ, accompagné de la formule
grecques Εν Τουτω Νικα :
« par ce signe tu vaincras ».
[4] Grégoire
de Tours, Histoire des Francs, II (576).
[5] Traduction
latine de la formule grecque Εν Τουτω Νικα :
« par ce signe tu vaincras ».
Fonte : Le Rouge & le Noir, 18 décembre 2015
Fonte : Le Rouge & le Noir, 18 décembre 2015
venerdì 25 dicembre 2015
Augurio di Santo Natale
“Betlemme ha aperto l’Eden, venite a vedere: troviamo nel nascondimento le delizie; venite, riceviamo nella grotta le gioie del paradiso. Là è apparsa la radice non innaffiata che fa germogliare il perdono; là si è trovato il pozzo da nessuno scavato, a cui Davide un tempo aveva desiderato bere: là è la Vergine che, partorito il bambino, ha subito estinto la sete di Adamo e di Davide: affrettiamoci dunque al luogo dove è stato partorito, piccolo bimbo, il Dio che è prima dei secoli” (Tropario di Romano il Melode)
Giunga ad i nostri
lettori l’augurio di Santo Natale del Signore Gesù secondo la carne.
Scuola Ecclesia Mater
Scuola Ecclesia Mater
giovedì 24 dicembre 2015
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